La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

La Grande Bellezza (versione originale)

Quando ho scritto “La grande Bellezza” spedii il manoscritto a Sorrentino. Quella merda ha cambiato una o due cosette e c’ha vinto l’Oscar senza nemmeno pagarmi una cena. Questo era lo screenplay.

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Ho un orologio biologico munito di radio, ogni mattina divento cosciente, da lì ad aprire gli occhi passa qualche minuto, e nella mia testa gira un ritornello. Spesso canzoni che non ascolterei mai volontariamente di complessi come i Dik Dik o di Britney Spears, una volta persino gli One Direction. Non sapevo manco chi fossero, ho canticchiato la melodia a una vecchia commessa di un negozio di dischi e me lo ha detto lei. Mi ha anche guardato come a dirmi “Lei mi fa veramente schifo”.

Stamattina mi è presa con gli Abba:

OOOOOOOHHHH  FERNENDOOO

ora mi sono rotto il cazzo non riesco a fermarmi.
Perchè io sono un vero uomo e ce la posso fare porco (bip)

FEEEERNENDOUUU.

Mi mangio il fegato per la rabbia per questo. Ho il cuore spezzato e il midollo osseo di burro. Tutte espressioni indicative del mio quotidiano stato emotivo. E al momento anche un alito pestilenziale perchè ho pranzato con un piatto di focaccia alle cipolle che era di una bontà unica ma che lascia il suo retrogusto amaro. Solo il mio amico FEEEERNENDUUU può capire come mi sento. Buon Dio perchè non sei come FEEEERNENDUU. Dai basta. Mi faccio schifo. Non posso continuare a vivere cantando FEEEERNENDUU, in continuazione.

La commessa dell’Esselunga che mi ha venduto la focaccina con le cipolle che ha tagliato e impacchettato con lo stesso schifo di chi prende in mano uno stronzo del suo cane in un parco, me l’ha passata dicendo: “Come può mangiare una cosa simile?”

Volevo insultarla. Poi ho capito che era a causa dell’utero disabitato che si comportava a quel modo. Credo che la sua anima di tanto in tanto soffra, magari solo una leggera depressione ciclica, che si concretizza con il suicidio del menarca. Ho cercato la parola menarca sul dizionario dei sinonimi e dei contrari non l’ho trovato, allora ho scritto t’amo sulla spiaggia…. (a Feeeernandoo)
No, ho barato. Menorrea, c’è. Ciclo mestruale. C’è pure qualche sinonimo. Non ci sono contrari. Questo vorrà pur dire qualcosa.

L’anima del mio cuore viene e va. Ha come una carriera da hostess. Quando sento battere alle pareti so che è in casa. Non ho mai capito se sbatte tappeti o inchioda quadri al muro. So solo che quando c’è mi piace il casino che fa, e quando non c’è subaffitta a qualcosa di losco. E in questo momento un alieno si è impossessato del mio. E mi fa paura.
Tuttavia è il fegato l’organo del mio corpo più esigente e viziato. Si infastidisce appena bevo alcolici e mangio fritti per più di due giorni, gratta sul peritoneo incessantemente, è la mia tortura medioevale della goccia. Ehi Fegato, mo’ ti canto Fernando stai attento a te.

E’ veramente un periodo strano. Per trovare pace mi immergo in dialoghi di stranieri. In questo modo non sono obbligato capire il senso di ciò che dicono e posso concentrarmi sul suono. Una sorta di terapia musicale. L’altro giorno, proprio per questo, sono persino entrato nella moschea musulmana. Mi hanno cazziato perchè non mi ero tolto le scarpe. Pensavano fossi del comune e che volessi dei soldi. Ho provato a spiegare che mi piaceva il suono gutturale delle loro preghiere e l’Imam che c’aveva la faccia da Ciccio Ingrassia mi ha cacciato via. Borghezio sarebbe stato orgoglioso per la sua tolleranza.  Mi sono allora messo a guardare per ore come un ebete canali satellitari astrusi polacchi e uzbechi e sauditi attratto solo dal suono che fanno. I telegiornali giapponesi mi irritano il colon e fanno venire la lombo sciatalgia ma quelli indiani invece hanno un suono veramente fantastico. Li guardo e ascolto e mi ipnotizzo (e penso a lui… il mio idolo…, cazzo che non se ne vuole proprio andare… è qua, sulla punta di lingua che vuole uscire, e spinge i polpastrelli a scrivere il suo insulso nome. Ma io resisto. Lo vedi amico mio? ho il potere di resisterti.)

Intanto il cervello macina, cerca tra le immagini, paragona, ascolta e scarta i ricordi, si affretta a trovare la similitudine.
La similitudine ti salva dalla follia.

Mi è presa la voglia di comprare i fanghi per gli inestetismi della cellulite. Li vendono in barattoli da un chilo al supermercato con annesso pantaloncino di plastica. Ti spalmi i fanghi sulle cosce e sulla pancia e ti infili nei mutandoni.

E infine diciamocelo: Come si fa a considerare seriamente un giornale senza oroscopo.

Lo so!

Non è un commento adeguato alla situazione.
E allora sai che?

Can you hear the drums Fernando? I remember long ago another starry night like this In the firelight Fernando
You were humming to yourself and softly strumming your guitar
I could hear the distant drums And sounds of bugle calls were coming from afar

They were closer now Fernando Every hour every minute seemed to last eternally I was so afraid Fernando
We were young and full of life and none of us prepared to die
And I’m not ashamed to say The roar of guns and cannons almost made me cry

There was something in the air that night The stars were bright, Fernando They were shining there for you and me
For liberty, Fernando Though we never thought that we could lose There’s no regret
If I had to do the same again I would, my friend, Fernando

Il quercione mi ciuccia il bananone

E’ a dieci chilometri e ottocento metri da casa mia.

Mi piace vincere facile e questo fatto mi ha consentito di poter fare il babbo premuroso senza troppi smarronamenti.

E’ che KT, come la chiamo io, ha bucato per malattia la visita della scuola all’albero di Pinocchio che è diventato da poco monumento nazionale.  La possente quercia vanta una età approssimativa di 600 anni. Un’altezza di 24 metri, un tronco dalla circonferenza di quasi 5  e una chioma di oltre 40 di diametro.  La Pro Loco s’è  inventata la storiella che l’espansione della chioma in senso orizzontale sia dovuta al fatto che un gruppo di streghe solesse tenere i loro sabba sui rami dell’albero, da cui il nome “Quercia delle streghe” e che questo abbia causato tale insolito sviluppo dei rami. E visto che non bastava ad attrarre turisti adesso vanno raccontando che ai suoi piedi Carlo Lorenzini, il Collodi, avesse fatto in modo che Pinocchio seppellisse i denari assieme al gatto e alla volpe.

KT teneva tanto a vederla perchè tutte le sue amichette non facevano altro che parlare di quanto fantastica fosse l’esperienza là sotto quei rami. L’eroe afflitto che cerca di trovare redenzione che alberga in me ha fiutato l’occasione giusta per potersi accattare qualche credito  e così ieri ce l’ho portata. Un viaggio solo nostro. Io e lei. Di quelli che quando sarai grande ti ricordi. “Sono andata all’albero di Pinocchio con babbone”. 

Perchè io di KT sono molto orgoglioso. Lei è una a cui non devo spiegare cose fondamentali che sono già di serie dentro il modello con cui è venuta al mondo. Per esempio il concetto di “saper tergiversare” le è chiaro per default. L’hanno scorso al mare cercavo di insegnarle a fare i tuffi che proprio non le venivano. Nel senso che manco si buttava. Faceva il saltino e cascava in piedi creando un’ilarità generale che la infastidiva ma che, lo stesso, non riusciva a darle la forza di buttarsi di testa. Pensando di incoraggiarla a lasciarsi andare l’ho minacciata con la faccia cattiva mettendola di fronte a una scelta assurda, lei non si è scomposta:

“Preferisci fare un solo tuffo ora o trentasei domani?”

“Trentasei domani.”

Eh beh.

Solo che è un momento difficile. Sono nervoso. Troppo. E nel viaggio per raggiungere il parco a Gragnano mi lascio prendere un po’ la mano. Sillabo un Brutta Puttana alla nonna che va a 15 all’ora impedendomi di sorpassare, sussurro un Grandissimo Stronzo al vigile che mi fa l’autovelox nel momento in cui cerco di recuperare un minuto premendo sul gas, dopo chilometri e chilometri dietro a un trattore prima e alla nonna troia dopo. Spero non compaia un fumetto sulla mia testa, mentre, una volta a destinazione sorrido a un’anziano che ha la nostra stessa meta pensando “Ma brutta merda muovi quelle cazzo di gambe e non mi alitare in faccia se hai fatto colazione al cimitero”.

Penso che prima o poi istituirò la giornata del Coglione Pride e ne sarò gran cerimoniere.

Ed è difficile spiegare a KT il dove, come e perchè ho perso il virtuosismo civico se non raccontando fregnacce.

Che di solito mi vengono bene. Lei però mi strizza l’occhiolino e mi dice:

“Stai tergiversando vero?”

“No, sai com’è è un momento difficile.”

“Almeno hai smesso di bestemmiare.”

“E’ solo che non voglio essere cacciato dal Grande Fratello, tutto qua.”

“Una volta però eri più ganzo. Avevi un insulto più creativo. “

“Ehi signorina guarda che Ganzo non si dice è chiaro? che poi lo scrivi nei compiti in classe?

Lei si è messa a ridere.

Pensava scherzassi.

Ci sarà un motivo per cui voglio indire il Coglione Pride no?

E là accanto c’era un altra madre che ha portato la sua bambina a vedere la pianta di Pinocchio e le dice che se sarà brava per Pasqua le comprerà la bambola che lei continua a chiederle anche davanti a uno spettacolo della natura come quello che stavamo gustando. E che se sarà molto brava le comprerà anche la crociera e il vestito di seta e che avrebbe poi visto quanto le sarebbe piaciuto. E se fosse passata a scuola le avrebbe comprato anche il corso di inglese a Oxford per Natale. E mi è venuto  da pensare che è tutta colpa di quella merda di sogno americano e di tutto quello che ne consegue. Porco (bip).  Ecco. Tu stai sotto. A volte stai molto sotto. E guardi su. E chi va in ferie in crociera. Che poi fa anche cacare la crociera diciamocelo. E ti dicono, ma guarda che ci puoi arrivare anche tu la sopra. Basta che sei bravo, basta che sgomiti. Il fatto è che non è vero. Ci vuole il culo. In tutti i sensi. Avere successo. Ti intortano sin da bambino. Se ti comporti bene avrai quella bambola, anzi ne avrai due, tre, dieci, perché possedere è un piacere effimero, e mentre stringi la tua bellissima bambola nuova. Tu ne vorrai un’altra. E un’altra ancora.  E fa fatica sgomitare. Fa un cazzo di fatica sgomitare. E vivere sgomitando è una merda di vita. E chi ti mostra bei vestiti e che ti dice che li puoi avere spesso manco ti chiede se è quello che vuoi davvero.

Ma sapete icche c’è?

“A me il quercione m’ha rotto il bananone, ehi KT che s’andà a mangià un bel gelato?”

“In effetti babbo mi pare un’ottima idea.”

Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Non ne posso più di vedere fratelli di sangue andarsene

Ci sono momenti in cui ti viene la voglia di salire in cima a un grattacielo per provare a scoprire se è vero che non si può volare come dicono quelli che hanno studiato.

A me capita quando mi sento più solo di quanto già di solito non mi senta.

Di questi tempi mi sta capitando più e più volte. Per mille ragioni.

E oggi è una cosa devastante:

E’ MORTO UN FOTTUTO GENIO

Roberto “Freak” Antoni

conosciuto ai più per essere il cantante degli Skiantos.

Non ho mai conosciuto un personaggio così geniale, bollato come demenziale solo da chi lo è davvero, un demente.

Ero al concerto degli Skiantos quando salirono sul palco e anzichè suonare si misero a cucinare gli spaghetti con il pubblico che cominciò a insultarli. Là compresi che Roberto era mio fratello maggiore.

Lo incontrai di persona a Bologna una volta, a una presentazione di un suo libro, geniale come lui:

“Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti  (seguirà dibattito)”

Gli dissi che speravo che suo padre si fosse scopata mia madre per essergli fratello e lui mi scrisse come dedica del libro:

“Ti amo Masty, ma solo dopo i pasti!”

Solo Lowell George poteva arrivare a tanto e se non sapete chi è chissenefrega.

E io penso che non sia giusto, ecco.

No.

Dopo che qualche settimana fa se n’è andato Uncle Pete Seeger, che adesso pure Roberto ci abbia lasciato

se ne vanno tutti.

E a me stamani va proprio di prendere quell’ascensore…

o di suonare rock’n roll bovino dal volto umano fino a cadere sfinito per terra.

 

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Cum-patire

Sono le aspettative che ci fregano.

Tutto lo “straordinario” che sognavamo per noi, magari non c’è.  Quella che chiamano “atavica infelicità” è invece una dolorosa eco che si respira nell’aria. Un malessere di alcuni umani che si ubriacano di atomi di depressione galleggianti nell’atmosfera. Alimentati quasi sempre da pensieri non costruttivi e dalle nostre rese nei loro confronti. Quando la tristezza si annida tra le ciglia, il mondo diventa più grigio del solito e le stanze troppo piccole per contenere tutti i pensieri. E ti senti come un intruso in una natura perfetta che non sa cosa farsene di te. E realizzi che le mani grinzose che chiudevano la porta ogni sera con un giro di fil di ferro arrugginito intorno al chiodo, l’hanno lasciata spalancata a cigolare nel vento. E finisci per sentire il suono vuoto dei tuoi passi mentre sei in volo, dove non appena avverti la  libertà arriva subito quella solitudine che scaturisce da dentro di te, come una fontana da uno stagno. Stretto nella morsa  tra desiderio di amare e  l’incapacità di saperlo fare, senti suonare le campane, ma anche le sirene mentre alla radio Dio martella la sua Fender e vedi vecchi addormentati sulle panchine e  bambini che aspettano il gelataio e nella tavolozza dei tuoi colori manca il più importante e ascoltando il battito del cuore sei rimasto intorno al tamburo, anche se è più debole ora.  E pensi che dovresti uccidere di persona il cibo che mangi, tenerlo stretto sentendo cos’è l’angoscia dell’agonia e dell’ultimo sussulto e poi mangiarlo ancora tiepido e non delegare la parte sporca e aromatizzare con cura per cancellarne le tracce

e ti rendi conto che ogni sogno e speranza nasce e finisce lì.

Perchè sono le aspettative che ti fregano

Eppure esistono luoghi dove aleggia qualcosa di magico. Dove il tempo non ha tempo e la storia non è quella che conosci. Posti che rimangono nel nostro ricordo profondo e si affacciano ai pensieri quando si rimpiange un po’ di paradiso che hai visto prima che Pietro, il pescatore di frodo, chiudesse la porta dicendoti, “prego, ripassi”. O quando un profumo di buono, portato dal vento ci distoglie dal qui e ora. 

Il mio preferito l’ha costruito Günter Grass . In «Tamburo di latta» racconta della «Cantina delle Cipolle», un locale dove le persone si radunano la sera unicamente per sbucciare insieme, ognuno la propria cipolla, in modo da avere un valido pretesto per poter finalmente piangere e raccontarsi completamente agli altri. 

Quel passo provoca sempre, in me, una grande tenerezza, un senso di malinconia e vorrei tanto che nella prossima legge di stabilità fossero inseriti fondi per la costruzione di tante «Cantine delle cipolle» dove empatia, scambio e compassione possano tornare ad essere l’antidoto contemporaneo migliore per sconfiggere emarginazione, solitudine, vendette miserabili e l’individualismo sfrenato che ci fa molecole impazzite a sè stanti. 

Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna