La mia New York

Chiunque abbia un po’ di familiarità con You-Tube sa che è prassi comune, in quel luogo, fare video in risposta a qualcun altro che ne ha fatto uno prima di te. C’è addirittura una funzione nel motore che regola quel grande Circo Barnum che consente di evidenziare questa cosa.

Allo stesso modo questo POST è fatto (e dedicato) in risposta a un altro di una cara amica che ne ha recentemente scritto uno.

Questo è il suo: http://dearmissfletcher.wordpress.com/2012/02/27/new-york-new-york/

Per la verità è stata proprio Miss Fletcher a chiedermi di scriverlo. Personalmente non mi sarei mai permesso di scriverle sopra alcun che. Lei è un fenomeno di bravura e quel suo articolo qua sopra che vi consiglio di leggere è di una bellezza talmente raffinata e onirica che andava proprio bene così.

Però lei è una tipa tignosa e ha talmente insistito perchè voleva sapere da me le mie impressioni meno fantasione e più reali poiché, per alcune circostanze curiose della mia vita, New York l’ho davvero vissuta e dove sono stato moltissime volte, che alla fine ho deciso di dirle di si.

L’ho fatto per paura. Poiché, voi tutti sapete, che Miss Fletcher (la signora in giallo) è pericolosissima. Ovunque lei vada muore qualcuno. Non ci sono cazzi, arriva lei e ci scappa sempre il morto ammazzato. Quindi per evitare che venisse a Lucca da me a convincermi di farlo, eccoti accontentata cara Miss.

Comincerò dicendo che io amo New York.

Chiunque abbia dentro di se i germi del mondo occidentale e non si sia già lasciato conquistare dal potere di Siddharta non può che amare la città che non dorme mai. Forse è roba da ragazzi. Ancora oggi, come quando ero piccolo e guardavo le foto dei grattacieli o leggevo le storie e i libri su di lei, penso che forse “over there”  ce la si possa davvero fare a conquistare quel sogno americano che tanto ossessiona, più o meno inconsciamente, tanti di noi.

La prima volta che sono sceso dall’aereo al JFK, uno degli aeroporti peggiori e più pericolosi della terra, la prima sensazione che ho avuto, la primissima in assoluto, la ricordo ancora: era tutto grosso il doppio di quanto avevo in mente io nella nostra cara Europa! Le macchine, le strade, le insegne, persino gli uomini e le donne. Tutto over-size.

E poi vieni immediatamente catapultato in un formicaio umano dove il cartello “Adesso sono cazzi tuoi” è messo in bella vista affinchè tu non ti faccia soverchie aspettative su ciò che ti aspetta. Homo homini lupus di hobbesiana memoria è stato scritto e pensato in funzione della grande mela. E capisci il senso del famoso detto “se ce la fai qua, puoi farcela ovunque”

Eppure, nonostante questo, cominci a percepire dopo poco tempo che, per assurdo, la vita a New York non è più alienante di quanto non lo sia in metropoli come Milano o Roma. Perchè New York non è America. New York è New York. E’ la capitale del mondo. Gente di ogni razza e censo e milioni di immigrati, spesso clandestini, sono là a correre con te. Non contro di te.

Non sempre almeno.

Quello che noi chiamiamo New York poi è l’unione di cinque (mega) città diverse che vivono separatamente e che stanno assieme unite con lo sputo: Manhattan, l’isola che quasi tutti fanno coincidere con l’idea di N.Y. è solo una di esse assieme al Queens, a Brooklyn, a Staten Island e al Bronx.

Ma perchè amo New York e perchè ogni volta che ci torno mi lascio travolgere dalle stesse emozioni un po’ candide? Perchè mi sorprendo ancora oggi a invidiare chi vive lì? Chi la sera di Natale torna a casa con l’albero sotto la neve di New York? Chi la mattina si affaccia alla finestra di New York?

L’ho già detto, è roba infantile. Alla mia veneranda età e dopo averla vissuta mi emoziona ancora l’idea di girare in carne e ossa per quello scatolone magico di cui conosco ogni angolo attraverso cento libri: da O.Henry a Miller, a Saul Bellow, per non parlare di Simenon che ha scritto uno dei libri più belli di sempre proprio ambietandolo a Manhattan; cento documentari, dal lunedì nero di Wall Street all’ultimo black-out; mille film, da Frank Capra a Scorsese a Woody Allen; diecimila telefilm con Serpico, Kojac, Forrester, NYPD, C.S.I.

Un’analoga emozione l’avrei provata se mi fossi trovato a tu per tu con Marilyn Monroe e Gary Cooper. Sono un provinciale. Mi piace sentirmi un maledetto provinciale, illudermi che la realtà sia come me immagino.

Per questo ancora nel 2012 farei l’emigrante a New York: non cercherei un posto, cercherei un’altra vita.

Rimuovo l’ovvia considerazione che, dopo un mese, facendomi la barba a un trentottesimo di West Side, vista sul Central Park, ritroverei la mia solita faccia, le solite angoscie o noie o brevi speranze come al quinto piano del quartiere S.Anna a Lucca dove vivo adesso.

Poichè l’esistenza mi appare come un disegno comprensibile sospeso in un vuoto incomprensibile mi attira quel capolavoro di non senso esistenziale che è New York. Fendere la folla della Madison, sentirmi un intruso che intralcia quella marea frenetica che corre a vendere a comprare, ad addizionare col calcolatore, a dire O.K., d’accordo così. Osservare una signora in pelliccia che si sbraccia per fermare un taxi.

E all’improvviso avere la netta sensazione che non si sia fabbricato il taxi per servire la signora ma che New York abbia fabbricato la signora per far funzionare il taxi; e che continui a fabbricare esseri umani (ragazzotti in pattini a rotelle e cuffia stereo, genitori-bambini con infante nel passeggino, vecchi tristissimi, fanciulle lentigginose col trequarti trapuntato, madame in visone e zoccoli, negri barboni e negre ossigenate, tipi manageriali ecc.) perchè facciano funzionare ascensori, scale mobili, negozi di elettronica, slot machine, cancelletti girevoli della subway, piastre elettriche trasudanti hamburger, reparti confezioni che mettono il nastrino nel pacchetto regalo.

Il segreto è non spezzare mai questo incantesimo. Non venire mai a vivere a New York.

Passarci una settimana o due l’anno e continuare ad ingannar se stessi: che sogno rifarsi una vita a New York!

Tre cose banali che non sopporto più!

Lo so, stiamo vivendo la più grande crisi economica del secolo.

Abbiamo mille e un problema vero, di varia natura. Dal lavoro alla famiglia, a tenori di vita che sono improvvisamente crollati. Eppure, nonostante il postulato iniziale, anche in periodi come questo, ci sono cose, apparentemente banali, che mi angustiano la vita e che proprio non sopporto più. Cose che odio profondamente con tutto me stesso e contro le quali ho intenzione di fare un’interrogazione parlamentari richiedendo l’immediato stato di calamità naturale.  E, se possibile, il commissariamento.

La prima di tutte, la peggiore in assoluto, è un temibile essere anfibio che procura, solo con la sua esistenza danni cerebrali insospettabili anche a persone che sono nate neurologicamente sane. Uno pensa al punteruolo rosso che distrugge le palme o allo scorpione rosso che paralizza la corteccia cerebrale?

No. Questi pensieri sono gravissimi errori di superficialità. Io sto parlando del peggior pericolo per la nostra pace interiore del fine settimana. La commessa del supermercato.

La commessa del supermercato è più pericolosa per la società di un terrorista di Al Qaeda . Perchè, quello, ci sta che nella tua vita tu non lo debba incontrare mai, quest’altra invece è SICURO che almeno una volta alla settimana incrocerà il tuo destino. Facendoti incazzare come una bestia.

Le loro cugine, le commesse dei negozi, si sbattono dalla mattina alla sera per cercare di vendere qualcosa, sempre in movimento e se non riescono nell’impresa pagano un pedaggio molto salato,  perche il titolare gli fa fare per punizione cento flessioni e il giro dell’isolato di corsa. Invece quelle del supermercato sono nate stanche. Se ti avvicini a una di esse e chiedi un informazione qualsiasi, guardano nel vuoto e ti rispondono “mi spiace ma non è il mio reparto, chieda al banco informazioni” anche se è palesemente chiaro il contrario. Se invece a pelle le stai simpatico si azzarda solo a dirti “provi alla corsia 8″ che ovviamente è sempre quella sbagliata.

Ma la peggiore di tutte è la commessa del supermercato cassiera che gode come una riccia nell’incasinare il tuo conto e far aumentare a dismisura la fila dietro il bancone. E sono quasi certo che tra loro facciano i campionati con ricchi premi e cotillon perchè tutte si impegnano disperatamente per vincere e diventare cassiera dell’anno. La loro caratteristica principale è che sono perennemente con la faccia triste e corrucciata. Non ti sorridono mai e sembrano che siano coloro che ti debbano interrogare come ai tempi della scuola.

In genere quando ti vede arrivare con la confezione di acqua minerale, o con qualcosa che la obbliga ad alzare il culo dalla sua sedia per battere sul codice a barre ti fa una di quelle smorfie che sta per “E che palle, ma non c’avevi altro da fare che venire qua oggi?”

E così, per punirti, mentre tu metti gli articoli che hai dentro il carrello sul bancone,  comincia a battere velocemente nemmeno fosse una centometrista le cose che che hai comprato e ad ammassarle in fondo così che quando lei ha finito tu devi ancora cominciare a metterle dentro i sacchetti. E tu, ingenuo, pensi ogni volta “Beh adesso mi aiuterà ad insaccare”

E  puntualmente non ti aiuta. Mai!

No. Lei ti guarda con il sorrisetto come a dire “E adesso sono cazzi tuoi”. E sta là a far niente mentre tu cerchi di mettere i pelati assieme agli affettati e la fila dietro comincia a gonfiare per l’attesa. E così l’ineffabile cassiera comincia a ticchettare le dita sul bancone “Signore sono 123,4 euro” incurante del fatto che tu stai affogando dietro ai prodotti. Tu allora, per la vergogna e per non far perdere tempo alla gente, lasci le cose sparse in fondo al bancone e paghi.

Errore clamoroso.

Perchè lei comincia subito a fare la stessa cosa che ha fatto con te a quello dopo ammassando i suoi acquisti in un’altra piccola zona del bancone finale dove inevitabilmente gli articoli si confondono e si mischiano, generando spesso litigi per dire “No scusi questo è mio, no quest’altro è suo”

E lei ci gode. Ci gode come una riccia. E ricomincia a picchettare all’altro tipo “Signore sono 110, 89 ha la Fidaty card”?

Dio stramaledica la commessa cassiera.

La seconda cosa che non sopporto più sono i POP-UP.

Per popup si intende una finestra del Web browser di dimensioni ridotte che viene visualizzata sopra la pagina del sito Web attiva. Le finestre popup vengono spesse aperte non appena si visita un sito Web e sono in genere create da inserzionisti.

Bene siamo arrivati a un punto che con la vecchia storia del marketing persuasivo e subliminale in ogni sito parte sempre un pop-up che ti rompe immancabilmente i coglioni a dismisura.

E siccome gli artisti del crimine, i pubblicitari intendo, lo sanno,  hanno inventato anche un mezzo bastardo per nascondere la famosa X in alto a destra per chiuderli. Adesso la infilano a tre quarti, mezza nascosta, in modo tale che passano secondi preziosissimi in cui intanto il jingle maledetto ti devasta la mente prima che tu riesca a neutralizzarlo.

E così oramai su tutti i siti che vengono visitati quotidianamente. Da Repubblica e il Corriere fino a You Tube o persino a Virgilio quando vuoi entrare a vedere se qualcuno ti ha scritto alla tua mail.

Io, per vendetta, mi sto elencando i prodotti pubblicizzati e mi sono impegnato a non comprarli mai.

E presto bandirò una crociata pure contro di essi. Movimento di liberazione dai Pop-up attivi.

La terza e ultima cosa banale che non sopporto più, può apparire ancora più fatua e ridicola ma anche contro di essa ho espresso la mia fatwa personale: I surrogati della Coca Cola.

Ora mi rendo conto che per molti la Coca Cola incarna lo spirito americano e imperialista e l’uso smodato di essa nuoce gravemente alla salute. Oltre che educa male le persone e bla, bla bla.

Ma anche i più accaniti oppositori della marca di Atlanta ammetteranno che la Coca Cola e pure la Pepsi che l’ha vigliaccamente copiato ma almeno in modo accettabile, hanno una loro ragion d’essere.

Io però scaglio il mio anatema contro le maledette bibite nostrane alternative. Le maledette “Ben Cola” ad esempio oppure la “Guizza Cola” che costano una mazza e quindi sono appetibili a ogni tasca e che quando vai a casa di amici o peggio in pizzerie di infima qualità ti vendono propinate come originale Coca Cola, pensando che tu sia demente e non senta e capisca la differenza.

Insomma come non si fa a sentire nel palato quel disgustoso sapore di Mastro Lindo, associato al Bactrim per il mal di gola al gusto topicida quando bevi un bicchiere di Guizza Cola?

E secondo me è presente pure Benzenolo citrico e Polonio 210.

Secondo me lo scoiattolo delle pubblicità da Pop-up che spenge gli incendi con le scorregge si alimenta proprio con questi maledetti surrogati.

E allora l’unica maniera per sdrammatizzare è tirar fuori quella vecchia filastrocca che andava di moda quando eravamo dei ragazzi:

Coca Cola, Pepsi Cola, osso duro, vaffanculo!

Per la verità ci sono altre cose che non sopporto proprio più. I Gormiti, i teletubbies, la moviola in campo e pure la Giuventus. Ma aspetto che qualcun altro più saggio di me che mi leggesse mi dicesse le sue cose veramente insopportabili del momento.

As always, good luck and good playing…..

Thunder Road

Ok guys, sit tight and take hold perchè ci aspetta un bel viaggio.

Ieri un amico mi ha chiesto qual è, secondo me, la canzone Rock più bella di tutti i tempi.

Rispondergli è stato facile perchè ho sempre pensato che, a dispetto delle più rinomate Imagine, Starway to Heaven eccetera eccetera sia proprio Thunder Road di Bruce Springsteen la canzone più bella del secolo scorso. E ho così deciso di scriverci un post. Un modo per dedicarlo a tutti i miei amici di un tempo che con me l’hanno amata e a quelli di oggi che impazziscono per altre hits.

Thunder Road è la prima traccia dell’album che lo ha reso famoso in tutto il mondo nel 1975, Born to run.

Per Bruce era un momento decisivo. Uno di quelli da dentro o fuori. Veniva da due album acclamatissimi dalla critica ma che avevano venduto pochissimo. Il suo futuro nel mondo del rock era assolutamente da inventare.

Il titolo iniziale della canzone era “Wings for wheels” quando fu suonata la prima volta live, ma se questo verso fu poi tenuto, il titolo finale che conosciamo tutti fu cambiato quando Bruce entrando in un teatro vide un poster di un vecchio film del 1958 di Robert Mitchum, appunto Thunder Road, e decise che cosi si sarebbe dovuta chiamare la canzone.

In un “bootleg” del 1978 “Passaic” il Boss racconta una storia molto affascinante sul come e dove trasse ispirazione per scriverla, parlando di una casa in deserto con fuori una grande immagine di Geronimo e un cartello con su scritto “Questa è la terra della pace, dell’amore e della giustizia ma anche una terra senza pietà”.

Il testo descrive una donna, Mary,  il suo ragazzo e  la loro “one last chance to make it real” . Il tema della nostalgia è un tema molto caro a tutto l’album “Born tu run”, ma in Thunder Road acquista un potere evocativo micidiale. Thunder Road è un invito a rompere con il passato e con la paura e con il terrore di non essere in grado di provare a trovare qualcosa di meglio.  Non solo in termini di proprietà privata ma soprattutto di mentalità, di attitudine mentale a non restare paralizzati anche se crediamo di esser vecchi. Il protagonista, sa di non essere un eroe, ma vuole qualcosa di meglio e ci vuole provare lo stesso scappando da quella città di perdenti e offre la chance di seguirlo alla sua donna, sulla loggia della casa di lei.

Dove andranno non è dato saperlo ma sarà di sicuro un viaggio durissimo su una strada tremenda. Appunto Thunder Road.

E’, come dire, un grande, grandissimo invito alla gente, a chi è interessato almeno, a concepire un lungo e importante viaggio alla scoperta di se stessi e del mondo, magari in compagnia di qualcuno che ami, in cerca di un posto e di un luogo che ti faccia sentire di essere finalmente arrivato a casa.

Nella canzone Bruce rende anche omaggio anche ad alcuni miti della sua infanzia come il grande Roy Orbison, quando dice che “Roy Orbison is singing for the lonely” ricordando la più grande hit di Orbison “Only the lonely” e alla sua educazione presa alla scuola cattolica dove fu mandato dalla madre di origini italiane e dal padre irlandese “…Waste your summer praying in vain for a saviour to rise from these streets”

Nelle sue versioni live Bruce ha cantato Thunder Road in mille modi diversi, com’è giusto che sia: con tutta la band, da solo, acusticamente, elettricamente o con il solo piano di Roy Bittan sotto. Perfino cambiando il tempo e rendendola ancora più lenta, ma il risultato non cambia. Rimane una canzone che fa venire i brividi e scattare la lacrimuccia, specie invecchiando.

Nel 2004 la rivista  Rolling Stones l’ha collocata all’84 simo posto nella classifica delle 500 canzoni Rock di tutti i tempi.

Bruce ha cantato questa canzone anche a diversi funerali. A quello di  James Berger, che lavorava al World Trade Center che aiutò molta gente a uscire dall’edificio prima di rimanere uccise dal collasso della struttura. Berger era un grande fan di Springsteen e Thunder Road era la sua canzone preferita e Bruce la dedicò ai suoi figli. E poi anche a quello di Tim Russert, un famoso analista politico americano, anch’egli suo grande fan e amico e Springsteen in tour in Europa il 18 giugno 2008 canto in via satellite una versione acustica della canzone al funerale dell’amico.
Questo il testo definitivo e sotto ancora il video da uno dei concerti più belli di Bruce.
Enjoy
Thunder Road

The screen door slams, Mary’s dress waves
Like a vision she dances across the porch as the radio plays
Roy Orbison singing for the lonely
Hey that’s me and I want you only
Don’t turn me home again
I just can’t face myself alone again
Don’t run back inside, darling you know just what I’m here for
So you’re scared and you’re thinking that maybe we ain’t that young anymore
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty, but hey you’re alright
Oh and that’s alright with me

You can hide ‘neath your covers and study your pain
Make crosses from your lovers, throw roses in the rain
Waste your summer praying in vain for a saviour to rise from these streets
Well now I’m no hero, that’s understood
All the redemption I can offer, girl, is beneath this dirty hood
With a chance to make it good somehow
Hey what else can we do now
Except roll down the window and let the wind blow back your hair
Well the night’s bustin’ open, these two lanes will take us anywhere
We got one last chance to make it real
To trade in these wings on some wheels
Climb in back, heaven’s waiting down on the tracks

Oh oh come take my hand
Riding out tonight to case the promised land
Oh oh oh oh Thunder Road, oh Thunder Road, oh Thunder Road
Lying out there like a killer in the sun
Hey I know it’s late, we can make it if we run
Oh oh oh oh Thunder Road, sit tight, take hold, Thunder Road

Well I got this guitar and I learned how to make it talk
And my car’s out back if you’re ready to take that long walk
From your front porch to my front seat
The door’s open but the ride it ain’t free
And I know you’re lonely for words that I ain’t spoken
Tonight we’ll be free, all the promises will be broken
There were ghosts in the eyes of all the boys you sent away
They haunt this dusty beach road in the skeleton frames of burned-out Chevrolets
They scream your name at night in the street
Your graduation gown lies in rags at their feet
And in the lonely cool before dawn
You hear their engines roaring on
But when you get to the porch they’re gone on the wind, so Mary climb in
It’s a town full of losers, I’m pulling out of here to win

Indovina chi l’ha detto

Inauguriamo una nuova rubrica che di tanto in tanto ci verrà a trovare: Indovina la minchiata!

Oggi cominciamo con

Indovina chi l’ha detto:

“Questi ricchioni ancora non hanno deciso con quale pallone si gioca?”

a) Papa Ratzinger al torneo inter-parrocchiale della diocesi di Roma
b) L’ex ministro Giovanardi nelle pause dell’ultimo congresso UDC
c) Celentano in un fuori onda nel back stage di Sanremo
d) Il mio amico Gennaro prima della partita di calcetto con gli amici dove immancabilmente pascola a metà campo.
e) Josè Mourinho

 

I vincitori parteciperanno all’estrazione mensile di una mentina già succhiata dal disturbatore televisivo Paolini!

Gli intellettuali di sinistra

Lo confesso, anche io un tempo ci credevo. Credevo cioè nella possibilità di poter cambiare il mondo e renderlo più giusto e solidale lottando contro tutte le discriminazioni.

Insomma ero uno di sinistra.

Qualcuno del resto ha detto che se da ragazzo non sei di sinistra significa che non hai un cuore.

Ha poi aggiunto che se da vecchio non sei però di destra, significa che non hai la testa.

Io sono peggio di tutti. Sono un disilluso. A me, francamente, non frega più niente di niente da molto tempo. Non voto da anni e credo che nulla e nessuno potrà mai cambiare qualcosa in questo dannato Paese dove viviamo se non, forse, lo scorrere inesorabile del tempo e corsi di educazione civica fatti costantemente per generazioni. Qualcuno direbbe che sono diventato qualunquista. Uno che ignora l’aspetto politico del vivere associato.

Ammetto che non avrei mai pensato di poter cambiare così. Eppure è successo. A un certo punto, ho smesso di volere ciò che avevo sempre voluto, e ho smesso di sputare su ciò che avevo sempre disprezzato. Improvvisamente, mi sono guardato allo specchio e ho scoperto di essere un altro.

Franza o Spagna purché se magna!

E non nego che è terribile specchiarsi e non riconoscersi più, mentre la vita continua imperterrita senza fare sconti. Credo che potrei essere tranquillamente incriminato per omissione di soccorso ai miei ideali di una volta e per non vergognarmi più nemmeno per la morale a forma di latrina che mi si è incancrenita dentro.

E’ cominciato tutto quando ho deciso di provarci. Provare a non essere il solito parassita dello Stato, evitando concorsi più o meno truccati per diventare dipendente di qualche Ente inutile e  tentando invece di fare l’imprenditore.

Sono bastati pochi mesi per comprendere che se uno vuole davvero provarci nella vita, deve fare i conti con la rigidità mentale degli uomini di sinistra. I burocrati. Gente messa dentro gli uffici statali, ad esempio, solo a cercare di mettere i bastoni tra le ruote a coloro che in qualche modo credono di poter costruire qualcosa dal niente. I burocrati. E ci godono pure. Se uno vuole fare qualcosa in Italia deve chiedere permesso a chi non fa un cazzo. Già questa cosa è di per se un ossimoro. Non parliamo dei sindacati poi per i quali non importa se tu prendi meno dei tuoi dipendenti, o anzi, a volte non prendi proprio, perché, per loro, comunque rimani “il padrone”.

Si, di sto cazzo.

Comunque, a causa di tutto ciò inevitabile l’approdo a destra.

L’intellighenzia di destra è altro ossimoro degno di nota. Tuttavia se si vuol frequentare l’uomo di destra occorre ricordare che egli trova la sua concrazione nel più classico machismo da bar: calcio e topa! mentre le donne di destra, più reazionarie, sono in genere credenti ma non nella Chiesa che distorce il pensiero di Dio. Si appassionano da morire a casi politici eclatanti che scuotono le coscienze collettive e molto meno di quelli che invece toccano quotidianamente i poveri Cristi che vivono per le strade dove sono costrette a camminare. Il loro sogno erotico è di vivere in uno Stato dove i treni tornano finalmente ad arrivare in orario come quando c’era Lui.

Divertenti sul breve, alla lunga i destrorsi, sono pallosi  e quindi, visto che sei un animale sociale, cominci a  pensare che se il portafoglio batte a destra il tuo cuore però rimane a sinistra e quindi cerchi di riavvicinarti ai vecchi paladini di un tempo che fu. Del resto che diamine l’Intellighenzia è per definizione di sinistra.

E qua arrivano i guai.

L’intellettuale maschio di sinistra ad esempio è il classico tipo che ammette di credere in qualcosa senza sapere cosa. Ti dirà di sentire una forza che però non riesce a capire, crede, si, ma a modo suo e solo in un qualcosa di indefinito. E’ un convinto assertore e difensore del ruolo del parroco nella società, ma non accetta il concetto di chiesa in sé per sé. Ovviamente tutto questo non significa un cazzo, ma se glielo si fa notare, ti risponde che semplicemente “Voi non capite”.  Che è il pezzo forte del suo repertorio. “Voi non capite” te lo sbatterà in faccia ogni due per tre. Specie quando va in crisi di argomentazioni. Ama andare al cinema d’essai e adora tutto ciò che di incomprensibile sia mai stato girato, considerando geniali tutti i film che durino meno di cinque minuti o più di quattro ore. Adora i sottotitoli, anche se non legge abbastanza in fretta da seguire la trama come si deve. Il suo abbigliamento passa dal volutamente minimalista all’iper ricercato.

La donna intellettuale di sinistra, invece è in genere buddista o Wiccan, non si sfugge. Crede nella madre terra, nel Karma, nella vita precedente, nell’ipnosi, nella reincarnazione e nella legge del tre. Le piace tutto ciò che parla di scopate con poesia, gli Afterhours, i Subsonica e Marlene Kuntz, e tutta la musica underground alternativa che “la fa smettere di pensare”, come se poi avesse mai cominciato! Si prodiga in tentativi di ascolto di musica classica, perché fa figo, ma dopo cinque minuti deve spegnere perché il suo cervello comincia a riempirsi di troppe informazioni. Considera Paulo Coelho e Baricco dei geni indiscussi, compra dalle bancarelle equo-solidali pagando con soldi tirati fuori dal portafoglio di Gucci, chiedendosi perché il tipo aveva fatto una faccia strana dandoli il resto. Seguirà una scrupolosissima dieta macrobiotica, che non sa assolutamente però che significhi e amando il freddo, tutto ciò che possiede, è iperscollato e leggero e i colori sono sobri e spenti. Indossa occhiali a goccia anche di notte o occhiali da vista con lenti di vetro che non le servono dato che le mancano 0,2 gradi, ma le danno un’aria da maestrina sexy niente male. Veste infine l’immancabile baschetto si trucca con colori tipo verdone, arancio, fucsia in alternativa a tre centimetri di eye liner.

Rutto di Dio è la parola giusta, oppure Peto atomico se preferite.

Però cari amici intellettuali dovreste sapere bene anche voi che Dio c’è.

Lo vediamo scritto tra l’altro su ogni cartello dell’Anas con la vernice spray.

Ed è sì uno e trino, ma a volte, purtroppo molto spesso, è anche molto, ma molto, più succulento.

 

Sciare

Quando Nicola e Gennaro mi avevano chiesto di andare a fare una giornata assieme di sci perchè la neve che è venuta quest’anno con l’ondata di gelo siberiano, era più unica che rara, ho detto subito di si.

Erano almeno sei anni buoni che non sciavo e questa mi sembrava l’occasione giusta per ricominciare a farlo. Due amici, neve fresca, bel tempo, poca gente. In culo la crisi, per un giorno si sarebbe provato a vivere e non a sopravvivere come succede da troppo tempo.

Il giorno deputato per il gran rientro era ieri. La meta da raggiungere è stata negoziata nel Cimone. Negoziata perchè Nicola voleva a tutti i costi andare sull’Abetone, che da Lucca è più vicino, mentre Gennaro voleva qualcosa di meno difficile da affrontare perchè anche lui veniva da molti anni di inattività. Il Cimone è stata la soluzione votata. Avremmo dovuto scollinare dall’Abetone e risalire ancora. Una mezzora in più di macchina.

Nicola non era affatto contento, ma l’amicizia prima di tutto.

Ma dalla notte prima qualcosa ha cominciato ad andare storto. Alle quattro di notte, mi sveglio come un grillo e sono pieno di mille angoscie. Insomma tutta la tracotante sicurezza dei giorni precedenti era svanita. Le crepe che sentivo dentro di me diventano voragini: “ma chi me lo fare?” “Fa freddo e se poi mi faccio male?” “Costa troppo e bisogna risparmiare” e via di seguito.

Ho cercato tutti i modi per trovare una via di fuga e inventarmi una scusa per non partire. Ma alle sette puntuali come le tasse e la morte i due hanno cominciato a strombazzare sotto casa mia e a quel punto è stato impossibile dir loro che mi era venuta la febbre o che un impegno improvviso mi inibivano di partire con loro.

Il viaggio è stato divertente. Cosa c’è di più bello di avvicinarsi a una cosa che in fondo in cuor tuo vuoi davvero fare? E così mi sono scordato delle paturnie pre-partenza, ascoltando le gesta passate dei due miei amici, che vantavano gloriose avventure sciistiche di vario tipo e genere. Abbiamo scollinato l’Abetone senza problemi, le strade erano pulite e nessun problema se non Nicola che faceva pressione per fermarci lassù e non perdere tempo prezioso per arrivare sul Cimone. Alla fine però ha prevalso il buon senso e abbiamo deciso di seguire la tabella di marcia prevista. Passiamo Pievepelago e poi Riolunato e su su fino alle Polle, la base del Cimone, versante lucchese.

Manca meno di un chilometro all’agognata metà. Siamo in perfetto orario, tutto sta andando alla perfezione quando ci accorgiamo che l’ultimissimo tratto della strada non è pulito e la macchina di andare su proprio non ne ha la minima voglia.

E’ uno di quei momenti in cui daresti qualsiasi cosa per essere da un’altra parte.

E’ già, perchè c’è qualcosa di peggio che arrivare sul più bello ed essere costretti a perdere tempo per mettere le catene.

Si.

E’ non essere in grado di mettere quelle stramaledettissime catene.

Non ho mai capito perchè producano catene da neve assurdamente difficili da montare. Fatto sta che l’ottimo feeling che si era creato diventa aperta ostilità. Nicola che ci accusa di essere noi la causa di tutto questo perchè non ci siamo voluti fermare all’Abetone, Gennaro che si mette a fare il teorico e a studiare le istruzioni facendo finta di capirci qualcosa e io che maldestramente provo a fare il boy-scout, senza raggiungere alcun risultato.

E intanto le macchine passano e per ognuna di esse parte una contumelia di Nicola e un vaffanculo di Gennaro. Io mi sento molto zen. In fondo c’è di peggio nella vita, penso. Propongo di tornare indietro e sciare, a quel punto tardissimo all’Abetone, quando all’improvviso una macchina, ovviamente insultata dai miei due amici eroi, si ferma. Escono tre tipi grossi e brutti come il peccato e penso “Ecco adesso dobbiamo anche fare a botte. Alla nostra età a menarci su una strada ghiacciata”.

I tre si avvicinano e il più cattivo di essi ci dice “Ragazzi avete bisogno di una mano?”

Il mondo a volte regala delle inspiegabili soddisfazioni.

Ovviamente i tre animaloni, sono abilissimi e riescono a incatenare le ruote in cinque minuti e dopo i canonici rituali di ringraziamento siamo di nuovo in sella si riparte. Arriviamo al resort e Nicola che si è ripreso benissimo dall’incazzatura e sembra tarantolato dalla voglia di sciare si ferma in un parcheggio che a me pare sia riservato agli handicappati. Gli dico che forse non è il caso. Lui non sente ragioni

- “E’ tardissimo, il parcheggio è pieno. Non sale più nessuno oramai, a chi vuoi che serva e poi guarda ci sono altre tre posti liberi”

- Si ma non è giusto lo stesso – ribadisco io, ma lui non sente ragioni. Gennaro mi guarda e dice “ma si dai a quest’ora quassù chi cazzo di handicappato vuoi che venga?”

Passiamo una giornata di sci sulla quale taccio per non annoiare troppo.

Alla fine, verso le quattro e mezzo stanchi come non avrei pensato rientriamo alla base. Le gambe tremano, i muscoli bruciano, la faccia bruciata dal sole e sferzata dal vento cerchiamo l’auto per toglierci i maledetti scarponi che fanno un male bestia.

La felicità negli occhi di Nicola svanisce come vede il multone di 80 euro sulle spazzole del vetro. Le imprecazioni le sentono in tutta la valle e il ricordargli che perderà anche due punti sulla patente aumenta l’eco dei suoi vaticini contro il Papa e il suo titolare d’azienda.

Evito di dirgli “te l’avevo detto” anche se odio quanto getta l’esca del “si divide anche questa”.

Ma me lo merito. Insomma è ladro sia chi ruba ma anche chi regge il sacco. Non sono stato in grado di convincerlo quindi è giusto che anche io sia punito.

Ma cosa c’è di peggio che arrivare a pochi passi dalla metà e non saper mettere le catene e poi beccare un multone di 80 euro mentre sei stracco e non ne puoi più pure dei tuoi amici?

Facile. Non essere in grado di toglierle. Le catene intendo.

Eh si perchè, con abili manovre Gennaro nel tentativo di sganciarle riesce a far incastrare le catenelle ai freni del disco della ruota di destra facendolo aggrovigliare tutto intorno e rendendo impossibile la ripartenza.

Sfilano di nuovo le macchine. I soliti vaffanculo. Stavolta non si ferma nessuno.

Siamo in pieno dramma.

Se chiamiamo aiuto al soccorso ACI questi arriveranno a tarda notte e ci prenderanno per il culo tutta la vita.

Ho un’intuizione. Prendo il cric e alzo la macchina e comincio a nazzicarci un pochino. Mission impossible IV con Tom Cruise sarà molto più semplice del compito che ho di fronte. Gennaro si fuma bellamente una sigaretta. Ha mollato. E’ chiaro che ha deciso di accettare la morte. Nicola riparte con il refrain che è colpa nostra che non ci siamo voluti fermare all’Abetone, ma alla fine, non so cosa tocco, con un gesto assolutamente casuale e che non saprei nemmeno descrivere nè ripetere, riesco a sganciare la catena che magicamente cade a terra e ci libera da una situazione insostenibile.

Ripartiamo e stavolta il silenzio fino a Lucca regna sovrano.

Ci odiamo l’un l’altro con tutto noi stessi.

Una volta arrivati dico:

“Nicola facciamo opposizione a quella multa. Noi avevamo tutto il diritto di starci nel posto degli handicappati. Quello era il nostro posto”

Tavernello

Il turista anglo-sassone sprovveduto che capita per la prima volta nel nostro amato Belpaese crede che il genio italico si esprima soprattutto attraverso le arti nobili come la scultura o la pittura, oppure attraverso il riconoscimento che la nostra storia è la vera storia d’Europa. Quindi del mondo.

Siamo un popolo di santi, poeti e navigatori (Schettino è di sicuro figlio di immigrati) e quindi il viaggiatore si bea del nostro grande patrimonio e si gusta la qualità della vita, che a differenza di quanto capita da altre parti, nonostante le normali inefficienze del sistema Italia, rimane di gran lunga superiore alla loro.

Gode di mille cose come il cappuccino o le tagliatelle di Nonna Pina.

Ma raggiunge l’estasi solo quando scopre che il nostro estro italico ha inventato il prodotto più incredibile che sia mai stato concepito da cervello umano: Il Tavernello!

No vi prego. Non fate quella faccia disgustata che già vedo attraverso il monitor. Lo so, lo so. Il Tavernello sembra che faccia schifo ma non è così. Lui è il vero simbolo del genio italiano che ci fa conoscere da tutti per l’importanza delle scoperte scientifiche delle nostri migliori menti.

Il Tavernello è un, come definirla?, una bibita (?) composta per il sessanta percento da acqua della fogna di Milano per il sette percento da polvere fini del traffico del Grande raccordo anulare di Roma, per il cinque percento di diesel della pompa Q8 di via Merulana e per il resto di un misto di: acquarelli di Maurizio Costanzo, crema della barba usata di Massimo Gilletti, unghie dei piedi trifolate di Bruno Vespa, formaggia dei piedi di Maria De filippi, forfora di Michele Santoro e una spruzzatina di colorante al sapore di vino.

E, incredibile ma vero, grazie al nostro grandissimo talento siamo riuscito a piazzarlo al numero uno di tutte le classifiche di vendita di vini.

Il Tavernello dà assuefazione e gabba l’ignaro bevitore occasionale al punto che l’ingenuo turista anglo-sassone di cui sopra si stupisce nello scoprire che mentre a New York i barboni bevono come randagi da un sacchetto di carta dell’orribile whiskey di pessima annata, i nostri barboni dagli stessi sacchetti tracannano del sano Tavernello novello.

E non sanno che esso viene usato anche nelle operazioni per dare anestesia giusta a coloro che subiscono interventi e che  con un litro di Tavernello si possono fare anche 50 chilometri con a manetta a 180 in autostrada.

Una cosa geniale!

Certamente non bisogna abusarne altrimenti si incorrono in problemi di diarrea e allucinazioni in cui la moglie vi dice che vi ama ancora nonostante che voi la picchiate da 20 anni con la cinghia,  visione di creature mostruose, compresa Mamma Ebe, che  vi insegnano a parlare con gli animali come il dottor Dolittle.

Oltre a quelle organolettiche il Tavernello ha anche notorie capacità transustanzazionali e infatti la Chiesa lo usa per intingere le ostie e farle diventare corpo di Cristo, poichè la leggenda narra che fu lui stesso a usarlo per la prima volta nell’Ultima Cena. Cosa quest’ultima ampiamente dimostrata da Giacobbo nell’ultimo Voyager quando nella sua 575sima visita a Rennes le Chateau ha provato che i Templari si sono estinti perchè si sono tutti ubriacati di Tavernello trafugato in Terrasanta e portatovi da Piero Angela, abile commerciante vinicolo prima e Messia televisivo poi, con la prima Crociata.

Il prezzo ancora contenuto del Tavernello lo rende appetibile a tutte le tasche e si trova in ogni mensa. Persino a quella dei poveri e dei senza tetto.

Da esso scaturisce il vecchio detto “Se sei ricco donne e champagne, se sei un miserabile seghe e Tavernello”

Prosit.

Superquark

Non è vero che il terzo segreto di Fatima sia già stato rivelato.

E, soprattutto, non è vero che i segreti fossero solo tre.

Il quarto, infatti, era la formula segreta della Coca Cola, ma il terzo, quello che ha tenuto in ansia tutti i credenti per quasi un secolo è stato finalmente svelato ieri da Sandro Giacobbo che si è voluto vendicare del suo padre putativo che non l’ha mai adottato.

Il noto presentatore di Kazzinger, infatti, ha dichiarato che, dopo attente e scrupolose ricerche, ha scoperto che a Suor Lucia, la Madonna, ha svelato la vera età di Piero Angela che, pare, sia nato nel 1567 avanti Cristo.

Ed è per questo che sa tutto di tutto e non sbaglia mai.

Dopo essersi ben documentato Giacobbo ha scoperto che Angela è stato re degli Assiro-Babilonesi dai quali ha avuto un’educazione completa in campo astronomico che ha spiegato nei secoli a venire, da par suo a Copernico prima e Galileo poi e infine sembra che sia stato colui che abbia tirato in testa a Newton la famosa mela perchè questi non riusciva proprio a capire la legge di gravitazionale universale che lui cercava di spiegargli.  Ucciso in duello da lord Byron che s’era stufato di sentirlo predicare la verità assoluta anche in tema di letteratura romantica, è resuscitato nel 1911 in uno scavo archeologico egiziano condotto dal figlio.

Perchè è noto che Piero Angela è anche il padre del movimento nepotista italiano, che si candiderà alle prossime elezioni.

La leggenda narra che dopo l’uscita del suo libro sull’evoluzione della specie, sia riuscito persino a far bestemmiare il Papa.  Che lo ha fatto di nascosto perchè sembra che Dio stesso abbia preso ripetizioni dal buon Piero.  In cambio il Signore gli ha dato la possibilità di poter prevedere facilmente il futuro. Siccome però Dio è un burlone, spesso lo gabba e gli fa fare figure di merda intergalattiche.

La notizia della scoperta di Giacobbo sta facendo il giro del mondo e sta per essere convocata una commissione di inchiesta congiunta russo-americana per esaminare la verità. L’unico vero ostacolo è che persino i funzionari di Putin nutrono dubbi sull’autorevolezza di Sandro Giacobbo che, ahimè, è riuscito a perdere la stima persino dei suoi vicini di casa, dopo anni di minchiate raccontate con incredibile sagacia e imperitura arte.

Eppure Voyager, ingiustamente accostato a programmi satirici e barzellettieri, ha scoperto in precedenza cose clamorose ed eclatanti. Come l’origine extra terrestre di Gravellona Toce e la natura mistica della trippa di Giuliano Ferrara.

Ma quello per il quale Giacobbo è più famoso e per il quale ha vinto il premio Pulitzer è  la scoperta dell’esistenza del grande Chupacabra, l’animale mezzo cane mezzo coyote dalle dimensioni e forme orribili che devasta la pianura messicana facendo da secoli stragi di galline e papere.

E non si è fermato a questo. Infatti il nostro grande eroe ha addirittura spiegato abilmente la stretta relazione tra il pericolosissimo Chupacabra e i Templari concludendo poi, alla sua maniera:

““È probabile che la teoria più veritera sia questa. Certo, può anche darsi anche che non lo sia. Ma probabilmente lo è. O forse è del tutto errata. Ma che importa! Tanto non lo sapremo mai!””

Sembra che per porre fine a questa querelle tra le due vedette televisive italiane sia stato chiesto dai funzionari Rai a Piero Angela di porre tre domande importanti alle quali Sandro Giacobbo sarà obbligato a rispondere se vorrà che gli rinnovino il contratto per la prossima edizione di Voyager. E Piero non si è lasciato sfuggire l’occasione per dimostrare che lui ne sa e ne saprà sempre di più del suo pessimo imitatore chiedendogli:

1) Gli Ufo fanno la raccolta differenziata?

2) I templari hanno partecipato alla costruzione della Piramide di Cheope?

3) Il disastro della Costa Crociera è stato causato dagli Ufo?

Il mondo trema alle rivelazioni che presto saranno fornite da Giacobbo.

Oroscopone

Ovvero l’amore e il sesso al tempo del colera.

Cioè il nostro tempo. Il nostro intendo di esseri umani (più o meno) senzienti che si avviano sul viale del tramonto.

Quando eravamo giovani e baldi le cose erano diverse. Più “smooth” per usare un termine di moda. Erano gli anni dei soft porno e, appunto, dell’Oroscopone di mezzanotte di fantozziana memoria.

Fino a mezzanotte di sera niente. Non ci facevano vedere niente. Poi sulle prime reti private (RTV 38 su tutte) cominciarono a comparire i famosissimi soft porno che hanno dato un impulso mostruoso al peggioramento della nostra cecità adolescenziale.

La regola base del soft porno era che c’era anche una trama. A dirlo oggi dove la meccanicistica regna sovrana e dove Internet ti regala, a pagamento e non, qualsiasi porcata possibile e immaginabile sembra impossibile, ma allora anche il porno aveva un trama. Ed era mica una cosa così. Erano trame a volte pure sofisticate, che le commedie di oggi gli fanno….. si insomma quella cosa lì, tanto per restare in tema.

Adesso invece se giri distrattamente su canali del digitale terrestre all’ora di cena puoi incontrare di tutto e non ci fai nemmeno caso. Fillippine e orientali che fanno giochi equestri tra loro o con animali, russe e slave in genere che fanno cose inimmaginabili. Buongiorno tristezza. La bellezza di certe cose nascosta da azioni che private del contesto sono pura ginnastica e niente di più.

Ieri sera però, sono stato a cena fuori con amici e come sempre mi capita in questi casi ho esagerato nel bere e sono tornato a casa e avevo un drago che sputava fuoco dal mio stomaco e di andare a dormire proprio non mi andava.

E alla fine, nonostante tutte le premesse, ci sono cascato pure io.

Mi sono sdraiato sul divano in salotto a guardare la televisione e poiché a tarda notte non c’è molto da scegliere ho deciso di provare il solito spettacolo falsissimo che va in onda su canali periferici del digitale terrestre. Si, proprio uno di quelli in cui vedi donne meravigliose che si fanno tra loro le peggio cose e ti aizzano a chiamare numeri ai quali promettono di dirti le più grandi maialate che hai mai sentito e che invece sono solo numeri acchiappa citrulli da spennare.

In genere mi stufo dopo una decina di minuti perché sono programmi sempre ripetitivi e non c’è  mai niente di particolare che li differenzia l’uno dall’altro, però ieri notte ce n’era uno che proprio non riuscivo a smettere di guardare.

Il vero protagonista era un  brutto bacarozzo, vecchio decrepito che poteva essere il fratello sfigato di Emilio Fede che, dopo aver banchettato con il Cialis, si sbatte allegramente una dietro l’altra cinque o sei mignottazze a denominazione d’origine controllata.

Un tipo veramente ascetico. Era il mio idolo.

Quando stavo già esultando perché nello schermo erano apparse due gemelline thailandesi tutte maculate e già pregustavo lo scempio che quel mostro ne avrebbe fatto una volta che avesse finito di paciugare con la russa che intanto si stava avidamente trinciando, quel laido non mi va mica a morire stecchito colpito da infarto fulminante?

La cosa che il corpo umano sia una macchina perfetta, va bene fino ad un certo punto. Nel senso che è perfetta finché va tutto bene ma al minimo intoppo, per usare un inglesismo e riassumendo il tutto, sono cazzi.

A ogni buon conto, non appena se ne accorge, la nobildonna moscovita, abilmente doppiata, si è sentita in dovere di dire a tutti noi maniaci che la stavamo guardando in quel momento che, testuali parole: Se scegliete me, vi farò morire di piacere!!!

E a seguire un numero di telefono al quale chiamare.

Parafilia è la parola giusta, oppure petopornografia se preferite

Non posso negare che questa cosa mi ha colpito profondamente e continuo a pensarci sopra anche stamattina. Mi sembra infatti un ottimo modo per togliersi dai coglioni. Consono alla mia classe e al quale credo di potermi adusare con serena rassegnazione. E quindi mi sono annotato quel numero.

Hai visto mai.