Chiunque abbia un po’ di familiarità con You-Tube sa che è prassi comune, in quel luogo, fare video in risposta a qualcun altro che ne ha fatto uno prima di te. C’è addirittura una funzione nel motore che regola quel grande Circo Barnum che consente di evidenziare questa cosa.
Allo stesso modo questo POST è fatto (e dedicato) in risposta a un altro di una cara amica che ne ha recentemente scritto uno.
Questo è il suo: http://dearmissfletcher.wordpress.com/2012/02/27/new-york-new-york/
Per la verità è stata proprio Miss Fletcher a chiedermi di scriverlo. Personalmente non mi sarei mai permesso di scriverle sopra alcun che. Lei è un fenomeno di bravura e quel suo articolo qua sopra che vi consiglio di leggere è di una bellezza talmente raffinata e onirica che andava proprio bene così.
Però lei è una tipa tignosa e ha talmente insistito perchè voleva sapere da me le mie impressioni meno fantasione e più reali poiché, per alcune circostanze curiose della mia vita, New York l’ho davvero vissuta e dove sono stato moltissime volte, che alla fine ho deciso di dirle di si.
L’ho fatto per paura. Poiché, voi tutti sapete, che Miss Fletcher (la signora in giallo) è pericolosissima. Ovunque lei vada muore qualcuno. Non ci sono cazzi, arriva lei e ci scappa sempre il morto ammazzato. Quindi per evitare che venisse a Lucca da me a convincermi di farlo, eccoti accontentata cara Miss.
Comincerò dicendo che io amo New York.
Chiunque abbia dentro di se i germi del mondo occidentale e non si sia già lasciato conquistare dal potere di Siddharta non può che amare la città che non dorme mai. Forse è roba da ragazzi. Ancora oggi, come quando ero piccolo e guardavo le foto dei grattacieli o leggevo le storie e i libri su di lei, penso che forse “over there” ce la si possa davvero fare a conquistare quel sogno americano che tanto ossessiona, più o meno inconsciamente, tanti di noi.
La prima volta che sono sceso dall’aereo al JFK, uno degli aeroporti peggiori e più pericolosi della terra, la prima sensazione che ho avuto, la primissima in assoluto, la ricordo ancora: era tutto grosso il doppio di quanto avevo in mente io nella nostra cara Europa! Le macchine, le strade, le insegne, persino gli uomini e le donne. Tutto over-size.
E poi vieni immediatamente catapultato in un formicaio umano dove il cartello “Adesso sono cazzi tuoi” è messo in bella vista affinchè tu non ti faccia soverchie aspettative su ciò che ti aspetta. Homo homini lupus di hobbesiana memoria è stato scritto e pensato in funzione della grande mela. E capisci il senso del famoso detto “se ce la fai qua, puoi farcela ovunque”
Eppure, nonostante questo, cominci a percepire dopo poco tempo che, per assurdo, la vita a New York non è più alienante di quanto non lo sia in metropoli come Milano o Roma. Perchè New York non è America. New York è New York. E’ la capitale del mondo. Gente di ogni razza e censo e milioni di immigrati, spesso clandestini, sono là a correre con te. Non contro di te.
Non sempre almeno.
Quello che noi chiamiamo New York poi è l’unione di cinque (mega) città diverse che vivono separatamente e che stanno assieme unite con lo sputo: Manhattan, l’isola che quasi tutti fanno coincidere con l’idea di N.Y. è solo una di esse assieme al Queens, a Brooklyn, a Staten Island e al Bronx.
Ma perchè amo New York e perchè ogni volta che ci torno mi lascio travolgere dalle stesse emozioni un po’ candide? Perchè mi sorprendo ancora oggi a invidiare chi vive lì? Chi la sera di Natale torna a casa con l’albero sotto la neve di New York? Chi la mattina si affaccia alla finestra di New York?
L’ho già detto, è roba infantile. Alla mia veneranda età e dopo averla vissuta mi emoziona ancora l’idea di girare in carne e ossa per quello scatolone magico di cui conosco ogni angolo attraverso cento libri: da O.Henry a Miller, a Saul Bellow, per non parlare di Simenon che ha scritto uno dei libri più belli di sempre proprio ambietandolo a Manhattan; cento documentari, dal lunedì nero di Wall Street all’ultimo black-out; mille film, da Frank Capra a Scorsese a Woody Allen; diecimila telefilm con Serpico, Kojac, Forrester, NYPD, C.S.I.
Un’analoga emozione l’avrei provata se mi fossi trovato a tu per tu con Marilyn Monroe e Gary Cooper. Sono un provinciale. Mi piace sentirmi un maledetto provinciale, illudermi che la realtà sia come me immagino.
Per questo ancora nel 2012 farei l’emigrante a New York: non cercherei un posto, cercherei un’altra vita.
Rimuovo l’ovvia considerazione che, dopo un mese, facendomi la barba a un trentottesimo di West Side, vista sul Central Park, ritroverei la mia solita faccia, le solite angoscie o noie o brevi speranze come al quinto piano del quartiere S.Anna a Lucca dove vivo adesso.
Poichè l’esistenza mi appare come un disegno comprensibile sospeso in un vuoto incomprensibile mi attira quel capolavoro di non senso esistenziale che è New York. Fendere la folla della Madison, sentirmi un intruso che intralcia quella marea frenetica che corre a vendere a comprare, ad addizionare col calcolatore, a dire O.K., d’accordo così. Osservare una signora in pelliccia che si sbraccia per fermare un taxi.
E all’improvviso avere la netta sensazione che non si sia fabbricato il taxi per servire la signora ma che New York abbia fabbricato la signora per far funzionare il taxi; e che continui a fabbricare esseri umani (ragazzotti in pattini a rotelle e cuffia stereo, genitori-bambini con infante nel passeggino, vecchi tristissimi, fanciulle lentigginose col trequarti trapuntato, madame in visone e zoccoli, negri barboni e negre ossigenate, tipi manageriali ecc.) perchè facciano funzionare ascensori, scale mobili, negozi di elettronica, slot machine, cancelletti girevoli della subway, piastre elettriche trasudanti hamburger, reparti confezioni che mettono il nastrino nel pacchetto regalo.
Il segreto è non spezzare mai questo incantesimo. Non venire mai a vivere a New York.
Passarci una settimana o due l’anno e continuare ad ingannar se stessi: che sogno rifarsi una vita a New York!