Travelling Soldier

Diciotto anni passati da due giorni, aspetta l’autobus con la sua divisa militare verde.
Nell’attesa siede ad un caffé lì vicino e fa un’ordinazione alla giovane cameriera  che porta un fiocco tra i suoi capelli.

E’ un po’ timido e così la ragazza gli sorride e  lui trova il coraggio di chiederle:

“Ti dispiacerebbe sederti qui per un attimo a parlare con me? Mi sento un po’ giù”.

Lei gli risponde: “Stacco tra un’ora e so dove possiamo andare”.

Così scendono in città e si siedono sul pontile.
Lui le dice:

“Scommetto che hai un ragazzo ma non m’importa. Non ho nessuno a cui mandare una lettera. Ti dispiacerebbe se te ne mandassi una? “.

E io ho pianto, giuro che non stringerò mai più la mano di un altro ragazzo.

Troppo giovane per lui, tutti le dicevano, mentre lei invece continuava ad aspettare l’amore di quel soldato che aveva conosciuto il giorno in cui era partito per la guerra.

Il nostro amore non finirà mai, gli giurò lei, aspettando che quel soldato facesse di nuovo ritorno. Finalmente non sarà mai più sola, specie quando una lettera le dirà che quel soldato sta tornando a casa.

Così giunsero le lettere del ragazzo. Da un campo di addestramento in California prima e poi dal Vietnam.
Lui le scriveva che il suo cuore si era innamorato e le raccontava tutte le cose di cui invece era spaventato a morte.
Diceva:”Quando le cose si mettono male quaggiù, io ripenso a quel giorno in cui ci sedemmo sul pontile. Chiudo i miei occhi e vedo il tuo bel sorriso.  Ora non preoccuparti troppo ma per qualche tempo non riuscirò più a scriverti”.

E io ho pianto, giuro che non stringerò mai più la mano di un altro ragazzo.

Troppo giovane per lui, tutti le dicevano, mentre lei invece continuava ad aspettare l’amore del soldato che aveva conosciuto e il giorno in cui era partito per la guerra.

Il nostro amore non finirà mai, giurò lei, aspettando che il soldato facesse di nuovo ritorno.  Finalmente non sarà mai più sola, specie quando una lettera dirà che il soldato sta tornando a casa.
Un normale venerdì sera ad una stupida partita di  football viene recitato il Padre nostro cantato l’inno nazionale.
Poi un uomo dice:

“Gente, chinate le vostre teste per la lista dei concittadini caduti in Vietnam”.
Lei, tutta sola, piangeva sotto le tribune.

Il primo era un suonatore di ottavino della banda locale ed  il secondo fu solo un nome letto  di cui nessuno si curò
a parte una giovane  bella ragazzina che portava un fiocco tra i suoi capelli.

L’Alieno

Ognuno di noi sa che nella vita, esiste una bella differenza tra persone normali e persone speciali.

La vera difficoltà sta nel trovarle, le speciali, intendo. Spesso è così difficile perchè non si sa nemmeno come descriverle le persone che amiamo definire in questo modo così grandioso.

Speciali.

Usiamo frasi grasse e ridondanti. Superlativi buttati là a cazzo. Parole spesso vuote che raccontano solo del buco che abbiamo dentro la nostra anima. Descrivere emozioni senza risultar banali è così dannatamente complicato.

Personalmente ne ho incontrate pochissime in vita mia. Alcune semplicemente sfiorate. Ci siamo riconosciuti subito. Non c’è stato bisogno di presentazioni o di dire molte cose o tirar fuori carte di identità o peggio ancor curriculum vitae. Ti annusi un secondo, ti guardi di sbieco, ascolti uno spezzone di frase e taaaaac, ci sei. Sei on-air. Sei collegato e niente può staccarti più per quante bischerate si possa fare.

Perchè è questo il punto, per me, una persona speciale è quella con cui capisci che sei a casa. E’ la persona che solo essendo se stessa, senza usare effetti speciali di alcun genere, ti fa sentire, vedere, che non hai bisogno di altro  per provare un senso di pace che in genere non hai mai.E’ quella che  ti parla e ti dice che non sei solo e che in qualche modo il buco che hai dentro forse è davvero impossibile da essere colmato ma forse puoi condividere questa angoscia esistenziale con lei perchè lei ha la stessa voragine. E gli stessi problemi. E quindi non sei più solo. E il miracolo non sta nel fatto che ti parli e che il tuo cervello capisca quello che sta dicendo. No. Il vero miracolo è che è anche la tua anima lo capisce. E solo questo ti fa star già meglio. Solo questo la rende per te speciale. Quindi indispensabile.

E non è nemmeno detto che ci si viva con queste persone speciali. E non è nemmeno detto che si diventi amanti nel senso più classico del termine. E non è nemmeno detto che ci si veda tanto spesso. E non è nemmeno detto che ci si senta tanto spesso.

Tu sai che ci sono, loro sanno che tu ci sei e questo, a volte, basta.

A volte.

A volte no.

Stamattina ho ricevuto una lettera da una di queste persone speciale di cui ho appena detto. E’ una mia amica, la chiamano in tanti modi, a me piace chiamarla “4th of July.” Il giorno dell’indipendenza. Già, perchè “Freedom” è una donna indipendente in tutto e per tutto. E’ una tosta. Una dura, con il cuore tenero è vero, ma che se vuole è capacissima di spaccarci un diamante con la fresa che gli batte in mezzo al petto.  Una che fino ad oggi ha tenuto lezioni di coraggio all’Università della Vita dove è professoressa associata per meriti e pubblicazioni.

Freedom è una schiva che non ama raccontarsi. Un po’ come me che ho aperto questo blog in incognito solo con il mio soprannome e non credo nemmeno che lei l’abbia mai letto. Penso anzi che non sappia nemmeno che ne tengo uno. Se lo sapesse, sono certo, che mi direbbe che sono solo un gran bischero e che la devo smettere di cazzeggiare a questo modo.  Freedom è una persona riservata che ama giocare con le parole, ma oggi invece è stata chiara. Almeno alle mie orecchie. Era un po’ di tempo che non ci sentivamo. Avevo provato a cercarla ma lei mi aveva educatamente dirottato su binari morti. Con la durezza che so essere parte del suo bagaglio.

Stamattina mi scrive poche righe:

“……..da circa sei mesi il mio utero convive con un alieno che si è amorevolmente incastrato in una parete. insomma un bel po’ di disturbi. lunedì ho fatto il prericovero e il prossimo martedi tenteranno di cacciarlo via tramite isteroscopia. non c’è la sicurezza che ci riescano, proprio perché l’inquilino abusivo è sotto mucosa…..”

Un colpo al cuore.

Mi ha fatto male. Un male terribile. Soprattutto aver chiaro che Freedom ha paura.

Io sento la sua paura, ben camuffata e ben celata dietro le sue maschere che so essere abile a mettere. Una paura che ha scavato un nuovo buco ancora più nella sua anima e lei mi ha chiesto di starle vicino. Mi ha chiesto di condividere con lei la sua angoscia. Mi ha chiesto non chiedendolo ovviamente. Ma ci scommetterei che lo sanno in pochi di quello che le sta capitando.

La prima cosa che ho pensato quando ha parlato di Alieno è stata a Oriana Fallaci. Lei parlava al suo cancro come fosse una persona. Per esorcizzarlo. E lo chiamava appunto “L’Alieno”.

Poi, subito dopo, ho pensato a uno dei nemici giurati della Fallaci. Un suo conterraneo. Tiziano Terzani, che ha scritto uno dei libri più belli che abbia mai letto “Un ultimo giro di giostra” in cui parla proprio della sua esperienza con il cancro e del percorso emotivo e anche tecnico per  cercare una via di uscita da quel dramma. Avrei voluto dirle, “ok adesso ti regalo un libro che voglio tu legga” .  E avrei voluto dirle miliardi di altre cose e invece ho solo detto banalità standard che si dicono in circostanze simili.

In fondo che si può dire a una persona che ha paura di una cosa che gli sta lavorando dentro?

Certo avrei potuto dirle che la amo, e pure avrei potuto cercare di farla ridere, o semplicemente avrei potuto non dire niente e limitarmi a dirle che io comunque per lei c’ero. Se mai avesse voluto. O anche ricordarle che avrei pregato per lei, per quanto poco valesse questa opzione.

Poi ho pensato che le persone che convivono con un tumore hanno bisogno del sostegno di quante più amici e familiari possibili e che questo è un fattore che riveste un’importanza fondamentale nel loro percorso. E quindi ho deciso di scrivere un post, questo, per parlare di lei e perchè, chiunque capita qua dentro e lo legga possa lasciare a Freedom un messaggio, qua sotto in calce. Un messaggio di sostegno e speranza o anche solo di augurio. Un qualcosa che la faccia sentire meno sola. Qualcosa che le faccia avere meno paura di quanto ha adesso. E se qualcuno deciderà di lasciarglielo, troverò anche il coraggio di dirle che sono io quello che ha questo stupido blog e che tutti gli amici e le amiche qua dentro che lo leggono non solo fanno il tifo per lei ma martedì prossimo si concentreranno per mandarle una parte della loro energia.

E forse, chissà, questo basterà a farsi si che l’Alieno venga distrutto.

In ogni caso lei capirà che anche se sta “Correndo sul vuoto e all’indietro” non sta correndo da sola…

A proposito di eroi

Ognuno di noi ha i propri miti.

Io credo che il mito sia indiscutibilmente una creazione dell’uomo perché esigenza primaria e ancestrale. Tutti noi ci costruiamo una mitologia personale, spesso gelosamente custodita alla quale facciamo però continuamente riferimento. E questo a prescindere dalla cultura che, anzi, spesso è pure una barriera.

Molti uomini scelgono come miti i campioni dello sport, oppure i cantanti rock. Altri usano personaggi di cultura come scrittori o artisti. Altri ancora figure familiari come il padre o la madre.

Se io dovessi scegliere una persona, se dovessi fare un solo un nome, direi semplicemente: Albert Sabin.

Lui è il mio mito.

Pronti-via quanti di voi sono in grado di dire chi era o che cosa ha fatto?

Sono quasi certo che solo pochi ne conoscono o ricordano il  nome.

Eppure è uno degli uomini che più ha cambiato l’esistenza dell’umanità. Lui infatti è stato quello che ha debellato la poliomielite che all’inizio del novecento era la causa principali dei decessi dell’essere umano. Sabin ha inventato il vaccino che tutti quanti noi da ragazzi abbiamo fatto (oggi che il morbo è quasi sparito non viene più inoculato) e che ha permesso a miliardi di bambini di guarire o non ammalarsi.

Di per sè già questa cosa lo rende grande di fronte a tutto il genere umano.

Il motivo però per il quale lui è diventato il mio mito è perchè Albert Sabin non ha mai brevettato la sua invenzione come tutti gli chiedevano. Poteva diventare stramiliardario alla faccia di tutti i Bill Gates dell’universo e invece non ha voluto. Le case farmaceutiche potevano farlo diventare l’uomo più ricco del mondo e lui ha rinunciato a quel guadagno.

Quando qualcuno gli chiese il perché, lui disse semplicemente “E’ il mio regalo a tutti i bambini del mondo”

Parlo di lui, perchè oggi Sabin ha compiuto un altro piccolo miracolo.

Stamattina infatti è una giornata storta. Una di quelle che sai che se stai a letto e non entri in contatto con il mondo ci guadagni qualcosa. Un lunedì mattina peggiore di quanto avresti mai potuto prevedere. Un paio di brutte telefonate, qualche mail che ferisce senza magari nemmeno volerlo fare, notizie sconfortanti dal punto di vista lavorativo. Insomma un disastro.

A completare l’opera arriva Francesco, un amico, che mi racconta di nuovo per la venticinquesima volta, di come il padre sia caduto in una depressione tremenda e come lui non riesca a parlarci, come sembri tutto inutile. Si è convinto di essere vecchio e che tutto sia per lui quindi senza senso. Secondo Francesco si sta lasciando morire e alla fine mi dice:

“Masticò, visto che tu sei bravo con le parole, provi a parlarci te una volta dai?”

Evvai con il liscio. Tacabanda.

“Senti, oggi è una giornatina. Magari un’altra volta….volentieri”

Francesco però insiste. E’ chiaro che questa cosa proprio gli ruga dentro. Per attaccarsi a uno come me a cui chiedere di parlare al padre, doveva essere alla frutta. E io ho rispetto di quelli che lo sono. Sono uno di loro per molti aspetti. Poi volevo uscire un attimo e prendere aria sperando che il fato capisca che c’avrei anche le palle piene e che forse un segnale di pace, qualcosa che mi faccia capire che mi concede una tregua, sarebbe stato molto ben accetto.

Il tipo vive vicino al mio ufficio e quindi decido di accontentarlo e quando mi trovo di fronte il vecchio rugoso, mi viene male. Non so che dire. Vedo la delusione negli occhi di Francesco e un triste senso di acquosità in quelli di suo padre.

Mi sento terribilmente impotente, perchè proprio non riesco a dire niente di decente. Nessun modo in cui possa stimolare la sua curiosità, qualcosa che possa spingerlo a muoversi. A reagire.

Mi guardo intorno e vedo che ci sono un sacco di libri. Legge. Il vecchio rugoso legge. Ad un certo punto, forse imbarazzato più di me dalla piega che avevano preso le cose, ha una reazione e finalmente parla. E dice solo:

“Sono vecchio. Lasciatemi stare. Sono solo un vecchio che vuole essere lasciato in pace”

In quel momento mi viene l’illuminazione.

Che cos’è il genio? come diceva il Melandri di Amici miei “…È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione..”

Prendo il mio moleskine che mi porto sempre dietro per scrivere appunti di viaggio quando ne sento la necessità e dove metto note  di vita che mi capitano e vado alla pagine dove avevo annotato un pensiero di Sabin, uno che mi aveva colpito e che ogni tanto rileggo da solo. Così, come uno scemo. E ogni volta mi fa venire i brividi. E ho pensato che magari poteva far venire i brividi e quindi dare una scossa anche al padre di Francesco.

Gli dico

“Senta non intendo dirle niente e la lascio in pace, però mi faccia il favore, visto che amava leggere, adesso legga solo questa cosa che ha scritto Albert Sabin”

e gli passo il block notes:

“La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo, che consiste in una certa forma della volontà. In una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva nel prevalere dell’audacia sulla timidezza, della sete dell’avventura, sull’amore per le comodità. Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandonano i propri ideali. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, le rinunce all’entusiasmo li traccia sull’anima. Essere giovane significa conservare a sessanta, a settant’anni, l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e i pensieri luminosi, le sfide intrepide lanciate agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole e lieto dell’esistenza. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà riceve i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio, di grandezza, di forza che vi giungono dalla terra da un uomo o dall’infinito. Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio aver pietà della vostra anima.”

Ora, io non so se al vecchio siano venuti i brividi come a me adesso che lo rileggo per la 123 millesima volta.

Però ha sorriso.

E questo basta per farmi dire che Sabin ha fatto un altro piccolo miracolo.

Dal fato però, alcuna news.

Vabbè.

Romanticismo

Roberto ha pochi anni più di me. E ha anche un sorriso fantastico che gli ho sempre invidiato. Uno di quelli che quando li vedi pensi che è bello che possano esistere persone così.

Roberto ha anche un’altra cosa che gli invidio: Sabrina, sua figlia, che si è sposata oggi. Una donna pazzescamente incredibile.

Nella sua stronzaggine.

E’ sempre stata una bambina tremenda. E’ diventata una donna micidiale.

Una capace di fare dei ragionamenti talmenti fini che si spezzano da soli. Un’intelligenza talmente pura che fa paura nella sua brutale forza che le è stata fornita dal  darwinismo che l’ha portata a essere così evoluta. Così più forte della massa di persone che ha intorno. Anche più di me.

Lo so, non ci vuole molto, ma fa comunque male ammetterlo.

Fa paura però perchè è soprattutto  un’anoressica dell’amore. Una narcolettica del romanticismo. Una per cui “Giulietta e Romeo” è solo il nome della pizzeria in via Roma. O che ne so una alla quale se un uomo le dice “Ti amo” lei risponde “Ok”, oppure “Grazie”. Una volta, ricordo un suo ragazzo che le portò in regalo al suo compleanno un mazzo di fiori e lei non  ebbe alcun ritegno nello sparargli, abbracciandolo, un rutto in faccia perchè aveva appena bevuto due bicchieri di Coca Cola.

Insomma una bestia.

Mi chiama zio. Io invece per prenderla per il culo spesso la chiamo “San Marzano” perchè il suo nome mi ricorda la confettura di pomodori che mia madre comprava quando ero piccolo. E lei si incazza e ogni volta mi dice “Zio tu saresti il mio uomo ideale se solo non fossi così,  come dire?, così carino ecco”

Perchè sa che questo fa sbroccare me.

Tuttavia siamo sempre andati d’accordo nonostante fossimo così diversi. Per me l’amore romantico infatti è tutto. E’  sempre stato una cosa stranissima,  per me. come mai a un certo punto, arriva una persona che in qualche modo altera il mio ritmo circolatorio. I suoi movimenti accelerano e rallentano la velocità del mio sangue, più o meno come il traffico e i terremoti. E poi questo pezzo di mondo si diffonde negli strati oscuri del tuo cervello e si mette a spostare i blocchi dei miei pensieri. E succede un casino dentro la testa con i neuroni che fanno le loro tracce. Nuovi tracciamenti, nuova vita. Le cosiddette nuvole chimiche dei nostri umori.

In questo modo io credo che alla fine tutti noi diventiamo sacchi pieni di pezzi di mondo buttati dentro a caso. A seconda della fortuna. Se sei sfortunato e non fai gli incontri giusti, diventi un sacco pieno di frattaglia morta, se sei fortunato, diventi un sacco pieno di belle cose.

Io, oggi, mi sento un uomo fortunato.

Sabrina invece,  non ha mai avuto in testa un uomo ideale. Per lei gli uomini sono sempre stata merce da usare quando e come gli andava. Una rapace, molto maschia nel suo femmineo. Una che non si è mai fatta scrupoli perché ha sempre saputo che nessuno se ne sarebbe mai fatti con lei. Un’anima in pena che spesso ha tolto quel sorriso meraviglioso dalla faccia del padre.

E’ successo anche oggi.

L’uomo che l’aspettava all’altare è un bravo ragazzo. Un ingegnere che lavora in una società a Livorno. Uno preciso, senza grilli per la testa. Uno che piace proprio tanto al mio amico Roberto e a sua moglie. Il classico uomo-cavallo che ha bisogno del morso di una donna forte per dare il meglio. Un uomo-femmina che giustamente si è accoppiato con una donna-maschio.

Matrimonio perfetto.

Quando Sabrina è entrata in chiesa sotto braccio a Roberto mi sono commosso. La ricordo bambina e vederla bella e splendente, nel suo giorno più felice, mi ha fatto lacrimare. Specie vedendo il sorriso fantascientifico del mio amico. Ho pensato che forse davvero Dio esiste e che, affanculo tutti gli atei, oggi era la prova della sua potenza.

Sabrina e il padre hanno fatto lentamente tutta la navata fino all’altare e i brividi non mi volevano abbandonare.

Poi lui la lascia al marito, la dona all’uomo che prenderà il suo posto nella vita della figlia come fa ogni padre e torna a sedersi accanto alla moglie.

Ma il suo sorriso è sparito.

Non me ne curo troppo. Penso che insomma, forse si è commosso anche lui. Che deve essere stato difficile lasciar andare Sabrina anche se è il momento e se sai che è pure la cosa giusta da fare e quindi non mi sono dato troppo pena.

All’uscita mi sono avvicinato a lui che continuava a tenere il broncio e ho cominciato a giocare e a scherzare pensando di tirargli su un po’ il morale.

Lui però non ci sta.

Insomma sembra insofferente. Poi mi prende sotto braccio serio e mi allontana da tutti e mi dice:

“Masticone sai che mi ha detto mentre stavamo andando all’altare?”

“Che ne so, Roby. Che era felice?” butto là

“No, magari. Invece mi ha detto – Babbo non penserei mica che io con questo ci passo davvero tutta la vita assieme eh?”

Il mio eroe

Oggi non era in programma un post.

Credo di aver scritto troppo in questi giorni. La gente si sta cominciando a stufare o, peggio, comincia a insultarmi etichettandomi nei modi più svariati. E poi ho notato che molti che c’erano una volta adesso non seguono più essendosi cancellati.

Insomma avevo in mente una bella Laura Pausini di riflessione.

Ma ieri sera è capitato una cosa che sento il bisogno di raccontare o condividere con qualche eroe che continua a leggermi.

Stanotte ho dormito poco e male. Succede ogni volta che qualcuno o qualcosa mi obbliga a guardarmi allo specchio e ciò che vedo mi impone di cambiare se non voglio fare la fine di Dorian Gray.

Perchè ieri sera ho fatto i conti con una cosa che mi sta qui. Vedete. proprio qui. E mi sta qui perchè non ne vado particolarmente fiero.

Facciamo così, per spiegarvela propongo una specie di gioco. Una cosa semplice.

Provate a pensare un attimo e concentratevi sulla vostra immaginazione.  Perchè è proprio di questo di stiamo parlando. L’immaginazione. Allora, ci sono le persone speciali e quelle normali, i vigliacchi e i coraggiosi, i buoni e i cattivi, i leader e la truppa che segue senza pensare.

Bene, adesso tocca a voi, provate a immaginarvi un soldato della truppa, uno un po’ vigliacco, vagamente malvagio, l’avete immaginato? ok, mettetelo da parte e fate spazio. Adesso provate a immaginarvi un eroe invece, un capo, un condottiero, coraggioso e fondamentalmente buono. Ce l’avete in mente, più o meno?

Ottimo. Adesso metteteli a confronto. Scommettiamo che il primo il soldato è venuto fuori un po’ gobbo, brutto e sporco. Il secondo invece è venuto fuori bello, alto, fiero, luminoso.

E’ così no?

Non so se è un retaggio della nostra parte animale. E’ forse anche un fatto culturale. Platone diceva che tutto ciò che è bello è anche vero ed è buono. E l’eroe è l’insieme del buono, bello e buono. E tutti gli Dei prima pagani e poi cristiani sono sempre belli. E i cattivi sono brutti. Ce l’abbiamo nel cuore e nella mente.  Quindi le persone di qualità devono essere necessariamente belle altrimenti qualcosa dentro di noi ci dice che forse non lo sono.

Possiamo far finta che non sia così. Ma è solo sforzandoci che possiamo cambiare questa cosa.

Ieri sera avevo una cena con alcuni amici. Le chiamiamo le cena del Bar Sport perchè il livello culturale delle stesse è veramente infimo. Il calcio è l’argomento principale. L’automobilismo a seguire poi, quando ci siamo stufati si passa a parlare di topa. Culi e tette con i soliti narratori di cose improponibili che hanno la loro serata sotto i riflettori.

Partecipo perchè non voglio passare per asociale ma le sopporto sempre meno e cerco di disertarle il più possibile perchè, anche se so essere cazzaro quando voglio, preferisco parlare di libri o cinema o arte in generale. Trovare amici che hanno queste inclinazioni è quasi impossibile specie in provincia, quindi bere o affogare, finisco per essere complice di queste abomini.

Sono andato al raduno in macchina con Nicola a cui voglio bene ma con cui, a parte lo sport e il mangiare, ho poco da condividere. Lui ad esempio non ha la minima idea, proprio come tutti gli altri che ci aspettavano, che a me piace non solo scrivere ma anche leggere. E che amo la letteratura russa e anche quella della beat generation ma che ho una specie di fissazione per Kurt Vonnegut che reputo uno dei più grandi geni del secolo scorso. Se provassi a parlare a Nicola di Kurt Vonnegut, sono certo mi direbbe che è un pilota di rally finlandese.

Visto che eravamo in anticipo ci fermiamo in autostrada a prendere un caffè e lui mi dice che vuole prepararsi  per la serata che sta per iniziare e che vuole leggersi meglio alcuni articoli della Gazzetta dello Sport perchè ha intenzione di crocifiggere i milanisti del gruppo che soffrono per la paura di essere buttati fuori dalla Champions League visto che gli è capitato come sorteggio il Barcellona.

A me, di leggere la Gazzetta con lui, proprio non mi va e come spesso mi capita in Autogrill, mi fermo a dare un’occhiata al reparto libri. Mi piace l’odore del libro e della carta e adoro tenerlo in mano anche se non è il luogo dove in genere deve stare, la libreria intendo. Sfogliare un libro in libreria è come fare l’amore a letto. Bellissimo, niente da dire. Sfogliarlo in un autogrill è come farlo in macchina o su un prato. Emozioni diverse ma entrambe molto forti.

Vabbè sto divagando.

Incredibilmente all’autogrill di Serravalle scopro che hanno anche un  libro di Kurt Vonnegut “Mattatoio nr.5″ e, anche se l’ho letto almeno tre volte in fasi diverse della mia vita, lo prendo in mano e comincio a farci l’amore.

Ad un certo punto mi si affianca una signora abbastanza anziana brutta. Molto brutta. Bassa e tozza, aveva occhi, naso e orecchie sproporzionatamente più grandi di quelle che avrebbero dovuto essere, rispetto alla bocca, piccola e distante dal mento. Uno sguardo acquoso e una leggera torsione a sinistra del collo.

La sensazione immediata che ho avuto è stata quella di allontanarmi da lei. Di andarmene proprio. Ma c’era qualcosa nel sorriso che mi ha fatto che mi ha paralizzato e sono rimasto.

Ad un certo punto mi dice:

“Anche lei ama Vonnegut. Complimenti, del resto si vede che lei è una bella persona”

La cosa mi imbarazza oltre misura. Io vedo un mostro e lui vede in me una bella persona. Allora minimizzo e farfuglio qualcosa.

“Ah, uh, grazie. Vonnegut non piace proprio a tutti.”

e lei rilancia

“Kurt è un tipo che fa incazzare gli esteti che considerano le sue trovate strampalate e assurde, ma il suo genio assoluto viene fuori proprio così. Lui inserisce dati bislacchi e apparentemente senza significato o importanza che si accumulano. E alla fine c’è qualcosa che rimette insieme tutto, una luce improvvisa che dà al tutto dei colori seducenti e del tutti unici. “

Quel mostro parlava e la sua voce, un po’ sgradevole, suonava una melodia assurdamente eccitante per la mia anima.

Avrei voluto continuare a parlare con lei, ma dopo qualche minuto ha preso con gentilezza congedo e se n’è andata.

Torno da Nicola che nel frattempo si stava bevendo le news sulle squalifiche e infortuni che mi dice che vuole finire quella parte perchè è convinto che nessuno sappia che ci sono giocatori che sono sotto diffida e vuole stupire la platea con queste news e quindi vuole ancora un po’ di tempo prima di andare.

Decido di andare in bagno a pisciare.

Entro nella toilette e seduta su una sedia vicina a un tavolino con sopra un cestino con i soldi delle mance dei clienti, rivedo lei. La donna che conosceva Kurt Vonnegut meglio di me e con la quale avevo parlato dentro al bar. Mi sorride e arrossisce leggermente. Io di sicuro divento rosso peperone.

In tutti questi anni che ho visto le donnine che puliscono i cessi negli autogrill mi sono sempre incazzato. Trovavo umiliante per loro ma anche per chi doveva espletare bisogni fisiologici dover chiedere di pagare. Una specie d’elemosina forzata. E infatti non ho mai pagato una lira ne un centesimo da che ho memoria.

Passo oltre, ma mentre sto con il mio migliore amico in mano a svuotare la vescica mi assale la rabbia. Cazzo, come poteva una donna che conosce la letteratura meglio di un saccente borioso come me, pulire i cessi in una merda di autogrill?

Dovevo fare qualcosa. Dovevo sovvertire l’ordine delle cose. Così esco e le chiedo di raccontarmi la sua storia. Com’è che è finita là una che potrebbe insegnare al liceo. Lei mi sorride e dice:

“perchè a casa sua lei non pulisce mai il bagno? quando arriva qualche amico in visita le piace farlo andare in un bagno sporco?”

“si si, certo, ma perchè lei? Insomma una che pulisce qua deve per forza essere una che non ha studiato che non ha altre possibilità”

“In effetti non ho altre possibilità. Sono vecchia e nessuno assumerebbe una donna come me adesso. Ho una pensione che non basta ad andare avanti perchè mia figlia è gravemente ammalata e ha bisogno di cure costose e così ho deciso che lei era più importante del mio stupido orgoglio e sono qua a cercar di tirar su qualche soldo senza vergognarmi di fare cose che non pensavo avrei mai fatto”

La rabbia di prima era, se possibile, cresciuta dal fatto che mi sentivo impotente. Non sapevo che cosa fare. Che dire a una donna così che non fossero le solita banalità del caso?

Ho deciso di non dire niente. Sono stato zitto, le ho sorriso e mi sono frugato in tasca. Avevo con me solo 50 euro. Quelli che mi servivano per la cena e gliel’ho dati. Le ho detto di prenderli e basta e quando lei ha cercato di protestare ho solo aggiunto “diciamo che pago a lei tutte le volte che nella mia vita non ho dato un soldino a quelle che fanno il suo lavoro”

E in quel momento è stata lei a sorridermi.

Esco da là dentro e mi ricongiungo con Nicola. Saliamo in macchina e piano ci riavviamo. Passiamo lentamente davanti all’entrata dei cessi e vediamo la signora uscire e con un sorriso grande mi urla “Buona fortuna”

Nicola allora dice:

“ma chi è quel cesso ambulante? Adesso ti metti a rimorchiare puttane sfondate nei cessi degli autogrill brutto maiale?”

Avrei voluto tirargli un ceffone. Ma mi sono limitato a dirgli:

“Quel cesso ambulante che dici te è il mio eroe ma questa è una lunga storia. La cosa che ti deve interessare è che stasera la cena me la offri te e questa cosa non è negoziabile”

 

Sesso e (piccole) soddisfazioni

La fine dell’infanzia arriva sempre senza preavviso in un momento imprecisato tra i dieci e i tredici anni.

Nessun’altra fase dell’esistenza umana si rivelerà mai altrettanto ricca di successi e soddisfazioni personali, soprattutto mai più potrà avere la totale irresponsabilità di fronte alla legge degli uomini e alla propria coscienza.

La mia finì, purtroppo, troppo presto perché ho conosciuto il trauma della sessualità e dell’autoerotismo già alle elementari, quando mi innamorai perdutamente di una bimbetta precocemente popputa che mi ritrovai poi in classe al liceo con la quale mi feci avanti solo alla gita scolastica dell’ultimo anno. Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…e poi…poi niente.

Gli amori romantici sono sempre stati uno psico-dramma senza pop corn per me.

Insomma scoprire di essere bruttoccio e, pertanto, di non essere attraente per il sesso femminile è stato un trauma difficile da gestire.

I miei amici erano tutti bellissimi e super fichi. A loro è sempre bastato fare così con un dito per trovare donne interessate a copulare ferocemente con i loro corpi statuari e ben curati. I soprannomi, che dalle mie parti sono cosa del tutto naturale, rispecchiavano lo stato di fatto delle cose: Antonio era “Lo Stallone”, Pietro “Il Gladiatore” ,  Carlo “Il Pretoriano”, Francesco “Mandingo” e via di seguito.

Io, per tutti, ero “Il Re”.

Mi chiamavano anche Masticone è vero, ma per tutti ero comunque Il Re, perchè dicevano (a ragione) che avevo il fisico da regnante che si vede nei film. Uno normale. Insomma non tanto alto, non tanto fico, non tanto muscoloso, non tanto e basta…..

Re senza regno e senza corona ho dovuto sudare le proverbiali sette camicie per riuscire a trovare donne minimamente interessate alla merce di scarto che ero in grado di offrire. I brutti si sa, devono ingegnarsi molto più dei belli. E quindi a me sono sempre state vietate le storie di puro sesso e carnassa. Come e quando mi proponevo come amante, nei modi che usavano tutti i miei amici del tempo, la risposta era sempre la stessa “Ripassa un’altra volta”.

Le pochissime donne che ho avuto quindi, sono state tutte donne che si sono innamorate follemente di me e che volevano sposarmi. E le nostre storie sono sempre state di un melodrammatico unico, come solo i romantici andati a male come me sanno mettere in piedi.

Un giorno, ai tempi dell’Università, incontriamo e frequentiamo un gruppo di donne tra le quali ce ne era una di una bellezza feroce. Di sicuro la donna più bella che abbia mai visto dal vero in vita mia. Ovviamente Mandingo e tutti gli altri sono partiti in tromba alla ricerca del piacere carnale che erano sicuri avrebbero ottenuto da lei che invece uno dopo l’altro li ha mandati a stendere. E anzichè scegliere quei corpi memorabili, quella dea della bellezza ha invece cominciato a uscire con me facendomi diventare un mito nel gruppo che non credeva affatto ai miei racconti in cui dicevo che eravamo solo amici e che non combinavamo niente.

Io ovviamente mi innamorai di lei che era pure intelligente e poichè  sembrava  essere una delle poche donne che apprezzava le cose che io potevo mettere sul piatto in cambio del suo amore, mi dichiarai da manuale. Lei mi guardò sorridendo e mi disse:

“Masticone mi spiace io non ti amo e so che la mia vita non potrà essere con te. Però mi fai sesso da morire e se vuoi possiamo essere amanti e finchè dura ci divertiamo”

M’avesse dato uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male.

Tutto quello che avevo sempre pensato di essere, i miei valori, il mio modo di essere, la mia simpatia. Tutto ciò che credevo di valere per lei non contavano. Lei mi voleva solo come amante.

Le dissi che non mi avrebbe mai avuto a quel modo e che se non mi amava, preferivo non vederla più.

E così fu.

Lei allora scelse di uscire dal gruppo in cui stavamo e prese la sua strada. Io invece diventai lo zimbello di tutti i miei amici che non credettero mai a questa storia e se ne prefigurarono molte altre, tutte assurde ma che non ho mai provveduto a smentire. Sarebbe stato fiato sprecato.

Questa donna ha poi fatto una luminosa carriera nel mondo della moda, modella prima e manager poi, entrando anche nel mondo del cinema dalla porta principale.

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una sua intervista su una rivista online.

Il giornalista le faceva domande sulla sua vita e lei non si risparmiava nel raccontarle la sua vita glamour e avventurosa.

Ad un certo punto l’intervistatrice le chiede quanti uomini ha sedotto in vita sua.

Lei le ha risposto, testuali parole:

“Non so con quanti uomini sia stata. Un numero imprecisato. Ho avuto e sedotto tutti coloro che ho desiderato. Tutti tranne uno. Uno che gli amici chiamavano “Il Re” “

Newsletter

Quando ero un ragazzo avevo un amico. I genitori lo avevano battezzato in Chiesa come Giulio ma tutti quanti noi lo chiamavamo “Agonia” perchè la sua caratteristica principale era che ci appariva come uno dei più grandi depressi della storia dell’umanità.

Giulio aveva infatti sempre questo broncio tremendo e non sorrideva mai. Sembrava impossibile strappargli un sorriso e  aveva sempre l’aria triste come se qualcuno lo avesse appena preso a calci in culo.

Dopo qualche tempo cominciarono anche a spuntare fuori storie pesanti sul fatto che portasse male e che  fosse uno jettatore e che  fosse meglio per tutti tenerlo ai margini della sfrenata socialità del tempo. Non dispiacque quindi a nessuno quando Giulio anziché seguirci nella strada che ci portò prima al liceo e poi all’Università decise di deviare la sua per diventare Odontotecnico. Anche se non era affatto scemo quella sua attitudine alla negatività lo faceva andare male anche a scuola e qualcuno disse ai suoi genitori che a fare il tecnico dei dentisti avrebbe guadagnato bene e fu facile per loro manipolare “Agonia”.

Per un po’ rimanemmo in contatto, poi, come sempre avviene, ci allontanammo progressivamente. Agonia divenne però un mito di cui parlare tra noi teste di magnolia che ci sentivamo più ganzi di lui perchè, visto da lontano, Agonia sembrava fosse ancora più depresso e moscio di quello che ci pareva quando usciva con noi.

Qualcuno ci disse che una volta preso il diploma Giulio aveva pure tristemente capito che il pezzo di carta non sarebbe bastato a farlo lavorare specie se in mancanza di uno studio tecnico già avviato. Quindi per riciclarsi divenne addetto alla sedie di un dentista. Ma Giulio, di mettere le mani in bocca alla gente proprio non c’aveva voglia. Diceva che gli faceva schifo. E questo, se possibile, lo rese ancora più depresso e insopportabile al genere umano senziente fatto di gente come me che credeva di avere la verità in tasca.

Per anni poi ci fu l’oblio.

Qualche mese fa è capitato che mentre cenavo e guardavo distrattamente il telegiornale mi è capitato di vedere una di quelle immagini che spesso passano sullo schermo. C’era una nave di Green Peace che cercava di assaltare una baleniera nel tentativo di salvare un cetaceo e  su di essa veniva scaricata  una marea di acqua con gli idranti usati come cannoni. Insomma niente di che, cose già viste.

La novità consisteva però nel fatto  che uno dei bei tomi che stava sul gommone di Green Peace mi sembrava proprio Giulio. Non ne ero sicuro ma avrei detto che fosse proprio il vecchio Agonia. La cosa però mi sembrava proprio impossibile.

In preda a febbrile curiosità scimmiesca faccio un salto al vecchio bar di un tempo e facendo finta di chiedere altre cose chiedo che fine avesse fatto Agonia, se insomma era ancora dal dentista a mettere le mani in bocca ai clienti. Il barista, sorride e mi dice che in effetti è molto tempo che si era licenziato e che adesso lavorava per Green Peace e che in effetti era proprio lui in televisione la volta che l’ho visto io. Visto che insistevo nel chiedere mi ha pure dato il suo cellulare e io ho deciso di telefonare e alla fine l’ho pure trovato.

Al telefono sembrava un’altra persona: sbrigativo, incisivo, volitivo e soprattutto entusiasta. Aveva poco tempo da dedicarmi perché stava preparando qualcosa di speciale che non volle dirmi. Del vecchio tipo depresso e scarico e mentalmente prostrato che ricordavo, nemmeno l’ombra.

Gli chiedo allora come diavolo è arrivato a fare le cose che fa. E lui mi racconta che negli anni in cui viveva in modo sciatto e sgangherato come addetto alla sedia del dentista era arrivato ad un’alienazione tale che si era messo a rispondere a leggere e a rispondere a tutte le newsletter che gli arrivavano via mail. Proprio quelle che tutti noi esseri intelligenti cancelliamo senza nemmeno aprire non appena le vediamo. Una volta tra queste ne aveva trovata una di Green Peace che diceva che cercavano personale e lui aveva presentato la propria candidatura e che era stato assunto. E la sua vita era incredibilmente cambiata. Era risorto e assunto in cielo ed ora è la persona più felice del mondo. Mi ha poi salutato con un grande in bocca al lupo senza alcuna acrimonia.

Da quel momento, io, quando apro la mail e trovo una newsletter, non la cancello più e me la leggo tutta.

Hai visto mai che una di queste riesca a cambiare anche la mia, di vita?

A mio padre

Frugando in mezzo ad alcune fotografie che ho trovato in fondo a un cassetto, sono stato colpito da una dove c’eri te.

Per la verità ce n’erano anche altre che so che sono certo ti sarebbero piaciute di più, ma, secondo me, in quelle non era stato catturato davvero il tuo spirito. In questa invece ti si vedeva mentre ti stavi girando per guardare che ci fosse dietro di te e io, che l’ho fatta, sono riuscito perfino a catturare quel tuo sorriso che tanto amavo, in un momento di sorpresa, rendendolo così naturale e ancora vivo.  Anche se, adesso che la riguardo, posso vedere meglio anche le tracce di tristezza che c’erano nei tuoi occhi.

Ricordo anche bene quando e dove è successo. Ero poco più di un bambino ed eravamo in un grande parco. Io, allora, ero ossessionato dalle statue e sognavo che un giorno ne avrebbero costruita una apposta per me, per ricordare a tutti che grande uomo fossi stato nella mia vita. Ne volevo una con un bella aiuola intorno, dell’acqua e la scritta “Guardate quest’uomo!”

Tu cercasti inutilmente di farmi capire la mia stupidità del tempo in modo dolce, senza farmi sentire sbagliato.

Dicesti che non avrei dovuto fare miracoli o muovere le montagne. Non era necessario che vincessi un Premio Nobel per meritare il rispetto degli altri.  Provasti a insegnarmi a non accettare mai un business a perdere: cedere e perdere amore in cambio di una qualsiasi gloria perchè,  provasti a dirmi, alla fine sarebbe stato solo un brutto affare per me.

In fondo tu guardavi alla vita solo attraverso l’amore che puoi dare e ricevere e null’altro. E mi hai insegnato ad andare avanti in questo modo, tenendo duro e non vergognandomi delle lacrime che avrei dovuto versare per il dolore che questa scelta di vita avrebbe potuto causare.

Poi gli anni, lentamente ma in modo inesorabile, se ne sono andati lenti e ho finito per trovare me stesso e la mia vita da solo. Circondato da estranei che pensavo fossero amici, mi sono trovato sempre più lontano da te e dalla mia casa di allora.

Immagino di essermi perso in mezzo alle tante vie che avrei potuto prendere.

Ho vissuto per correre e ho corso per vivere e non mi sono mai preoccupato del prezzo che ho dovuto pagare per questo o di quanti debiti ho contratto per la strada, correndo come un pazzo e rompendo e distruggendo regole alle quali non mi sono mai piegato.

Fin quando non mi sono scoperto a cercare, ogni giorno di più, rifugi per ripararmi dal vento e posti dove riposarmi e dove riprovare quella sensazione di allora, di quando stavamo assieme. La sensazione di casa.

Tra non tantissimo tempo avrò gli anni che avevi te quando te ne sei andato ed è una sensazione strana perchè solo adesso riesco a capire cose di cui mi parlavi e che allora mi sembravano impossibili da comprendere. Persino che le statue servono solo come cesso per i piccioni e per i cani.

Dandomi la vita tu mi hai fatto un regalo che io non potrò mai ripagare, tuttavia a vedere bene, vorrei tanto che qualcuno ti dicesse ovunque tu sia adesso, che la mia vita è stata solo un povero, miserabile, tentativo di imitare la tua grandezza che nessuna statua potrebbe mai mostrare al mondo. E che il tuo sangue e la tua energia continua a vivere nella mia penna e nelle cose che porto dentro la mia anima.

Grazie per tutta la musica che mi hai fatto ascoltare e per le storie che mi hai raccontato e per la libertà che mi hai concesso quando arrivò il tempo di lasciarmi andare e per la gentilezza che hai avuto nel non dirmi mai che “me lo avevi detto”.

E invece, papà, io non penso di averti detto mai “Ti voglio bene” abbastanza volte.

I love you dad.


			

Valzer delle Candele

Stamani una persona a me cara mi ha raccontato di alcune cose che si porta dietro dai tempi della scuola. Paure e regole tanto strane e curiose, quanto evidentemente efficaci se ancora ci si attacca e che hanno caratterizzato la sua vita da allora fino ad oggi. Mi ha colpito la sua piena presa di coscienza mista alla confusione che inevitabilmente, vista da fuori, sembra ancora regnare dentro quella testa pensante così piena di colori.

Non so perchè ma mi venuto in mente una cosa che mi è capitata qualche tempo fa, poco prima di Natale. In fondo niente è per caso.

Avevo rincontrato al parcheggio di un supermercato la mia vecchia fidanzatina dei tempi del liceo. Erano almeno 30 anni che non la rivedevo. Nevicava e faceva un freddo bestia.

Lei non mi ha riconosciuto e così mi sono parato di fronte, in silenzio. Prima mi ha guardato con un misto di paura e curiosità, poi piano piano ho notato che stava cercando dentro la sua testa un file che potesse identificarmi e quando lo ha trovato ha gettato i pacchi della spesa a terra e mi ha abbracciato e abbiamo cominciato a ridere come pazzi. E a piangere, allo stesso tempo.

Un secondo dopo che ci siamo fatti e dette le solite cose, noiose e banali, di circostanza, è subentrata una specie di strano imbarazzo che faceva male. La conversazione languiva. Ho allora deciso di invitarla a prendere un caffè assieme ma tutto intorno non c’era un bar aperto e all’improvviso mi è venuto in mente che forse avremmo potuto tornare giovani ancora per qualche ora.

Per una volta avremmo potuto fregare il tempo.

Ho tirato fuori due birre dai miei pacchi della spesa le ho preso la mano e l’ho accompagnata verso la mia macchina e dopo che siamo saliti ci siamo ritrovati seduti a bere birra negli stessi modi e con la stessa intimità che avevamo allora.

Ci siamo fatti una bevuta in onore dei vecchi tempi e dell’innocenza di quei giorni e a quello che siamo diventati oggi cercando di sfuggire l’alienazione che ci stava assalendo.

Mi ha detto che adesso è sposata con un commercialista che la tiene al sicuro da tutti i guai che la crisi economica sta causando alla gente che ha problemi di soldi. Ha aggiunto che avrebbe anche voluto dire che lo ama ma non le è mai piaciuto mentire e quindi avrebbe evitato di cominciare allora.

Le ho detto che gli anni sono stati clementi con lei e che i suoi occhi erano bellissimi e pieni di calore oggi come lo erano al liceo e che questo voleva dire che in qualche modo non si era persa.  Guardandola mentre le dicevo  questo, quegli stessi occhi non so se mi trasmettessero più dubbi su quello che stavo dicendo o gratitudine.

Lei mi ha detto che ha letto il mio libro e che gli è piaciuto tantissimo e che mi aveva riconosciuto dentro di esso e che mi trovava in forma e che le sembrava che me la passassi bene.

Ho deciso di non raccontarle che in realtà è proprio il contrario, in fondo stavamo facendo un brindisi alla nostra innocenza e non c’era proprio bisogno di appesantire la situazione.

E così ci siamo raccontati tutto ciò che ci era capitato dai tempi di Jack & Diane in poi.

E senza accorgersene la birra è finita e la lingua è diventata secca e, poco dopo, sono finite pure le cose da raccontarci. Mi ha sorriso ed è bastato. Era il nostro modo. Ci sono tanti modi di dirsi addio, quello era il nostro.

L’ho riaccompagnata alla macchina, mi ha dato un bacio sulla guancia e poi è andata, nel buio mentre io sono rimasto a guardare il vuoto.

Per un momento sono tornato ai tempi della scuola e ho risentito proprio quel vecchio dolore che provavo allora e che ancora evidentemente mi era familiare.

E come poi ho anche io preso la via di casa, mi sono accorto che la neve si stava trasformando in pioggia….

Nashville

Frequentate mai la malinconia?

Vi capita mai di essere arpionati a tradimento da un’inspiegabile tristezza? Magari stai prendendo un caffè…magari non hai ragioni per sentirti meno che sereno….

Ma poi qualcuno, invisibile ti strega il cuore e non lo molla piu.. qualcuno ti strattona forte e ti porta lontano da te..tra le cose vissute,  gli amici conosciuti, le passioni esplorate…ti senti meglio per un momento ti sembra di stare a casa la piu grande casa dell’uomo…: la memoria…

Pensi che forse sei arrivato a casa e poi all’improvviso rientri in te e ti ritrovi circondato dalla stessa negatività diffusa che avevi dimenticato dove il gioco preferito è affossare i sogni degli altri.Alla fine sto smettendo anche di cercare sguardi complici perchè stanco di vedere pupille da rettilario nelle facce di chi ho di fronte. Chissà un giorno in paradiso magari sarò accontentato.

Se dovessi immaginare un paradiso, ne sognerei uno che racchiuda le sue virtù in una sola parola. E credo proprio che questa parola sia “tolleranza” la piu facile da pronunciare:  una parola che scivola giù come una caramella, è piena di promesse e di sapori. Eppure è la piu difficile da praticare, la compagnia piu sgradevole a volte per passare 5 minuti di vita in una qualunque città…

Raccogliamo l’immondizia e mettiamola sul marciapiede, gli uomini della differenziata passano oggi per ritirarla.