Bobo Rondelli

Sabato sera a Cascina, dopo cena, mi sono fatto un’altra pera.

E, come al solito, esagero e sono entrato in overdose per la verità.

Ogni concerto di Bobo mi dà questa sensazione. Assieme a mille altre.

Bobo è un genio. Un sublime cialtrone, intellettuale e ubriacone e testa di cazzo e gentile.

Se non fosse che lui è pure bello come un Dio e ha una voce della Madonna, potremmo anche essere fratelli. O meglio io potrei essere il su’ fratello sfigato intendo.Ma la mi’ mamma era troppo per bene per aver scopato anche con suo padre che, visto lui, doveva essere stato un gran puttaniere. Anche se però non è mi’a detto. In cuor mio in fondo un po’ ci spero. E’ la prima volta  da che so’ nato che spero che la mi’ mammina fosse anche un po’ zoccola.

Bobo è una di quelle persone che quando lo ascolti vai in crisi perchè non capisci più che cazzo di senso abbia il mondo. Insomma perchè minchia deve esserci Antonacci o Ramacciotti in testa alle classifiche e non lui. Perchè non gli facciano fare televisione perchè debbano essere messi sugli altari i Brignano o gli Zalone e tutte le teste di cazzo di Zelig e non uno come lui che il Signore ha investito con tutta la sua potenza donandogli cose che questi ultimi nemmeno si sognano di avere. Proprio quel Signore che Bobo tiene a debita distanza, con rispetto ma  con decisione. Eppure la sua religiosità è evidente a chiunque abbia un briciolo di sensibilità.

La storia di Bobo Rondelli si trova facilmente su internet e non mi va di raccontarla. E’ una piccola grande storia di provincia. Quella di qualcuno che in fondo l’unica cosa cui ambisce è donarsi agli altri regalando tutto se stesso ogni volta che può. Il suo unico modo di star bene. Uno che ai soldi e al successo preferisce la solidarietà e l’integrità morale.

E per tutto questo sta ai margini di un sistema che lo guarda con sospetto. Che si diverte della sua volgarità grassa che lo rende macchietta agli occhi dei benpensanti ma che non si fida della luce che brilla nei suoi occhi perché sa che quel lampo potrebbe prima o poi deflagrare e far da miccia a una rivolta delle menti che il Sistema teme più di ogni altra cosa.

E quindi l’establishment ogni volta che può va a vedere Gigiballa e ci ride e gli fa i versi per incoraggiarlo a continuare a divertire tutti.

Ma andate affanculo teste di cazzo.

Noi ci sa Bobo, voi un c’avete più nemmeno l’anima.

 

a L.G. (ovunque lei si possa trovare oggi)

Stavo guardando un film ieri sera in televisione e all’improvviso l’attrice principale mi ha fatto ricordare te. Il modo in cui si muoveva ma soprattutto il suo modo di sorridere erano proprio i tuoi.

Interpretava una parte che a te sarebbe calzata a pennello e sono anzi convinto che tu l’avresti recitata molto meglio.

Ti confesso che se avessi avuto il tuo numero ti avrei chiamato, anche se so che, in certe circostanze proprio come ieri notte, qualunque cosa si faccia, si sbaglia.

Del resto, anche se sembra come se fosse ieri, e’ stato invece molto, molto, tempo fa.

Tu eri la mia regina, quella con cui ho condiviso i primi piccoli segreti. I tuoi e i miei. Quella che ha scalato  con me le prime montagne. Eravamo giovani, forti e, soprattutto, maledettamente coraggiosi e non ci faceva paura andare di bolina, controvento. Anzi odiavamo chi non lo faceva. Pensavamo che fossero dei senza palle. Noi due saremmo stati diversi. Noi saremmo stati come un lampo fuori controllo e avremmo illuminato la notte di quelli che ci avrebbero incontrato. Avremmo usata la nostra energia  fin quando non ci sarebbe più stato più niente da bruciare e niente da provare a nessuno. Volevamo cambiare il mondo…

E ricordo di quando mi stringevi forte a te e mi giuravi che non sarebbe mai finita. Che saremmo stati assieme tutta la vita e che poi avremmo dovuto inventarci qualcosa per riconoscersi una volta passati di là.

Poi gli anni solo lentamente passati e io ho trovato me stesso da solo. Circondato da estranei che credevo amici mi sono ritrovato sempre più lontano da casa. E immagino di aver, a un certo punto, perso anche la strada, ma santo cielo, ce n’erano così tante. Ho vissuto per correre e ho corso per vivere, non preoccupandomi troppo di quanto tutto questo mi stava costando e di come mi stavo indebitando. Cercando di rompere tutte le regole che non si volevano piegare, mi sono scoperto piano piano ad aver paura di quel vento che ti sferza in sfaccia quando vai di bolina.

E ad un certo punto, così, un giorno mi sono ritrovato su una strada sconosciuta, senza sapere nemmeno come ci sono finito qua sopra e quando e come l’ho imboccata. Peggio, mi sono accorto di andare all’indietro. A cercare soprattutto ripari dal vento.

Non saresti fiera di me.

 

Qualcuno mi ha detto che tu invece ti sei sposata con un uomo molto ricco.

Hanno parlato di un matrimonio da leggenda con sfarzo anche pacchiano. Hanno raccontato, ridendo, di una donna che sono certo non eri te. Giuro che non ho creduto a quello che usciva da quelle bocche. Io so bene quello che tu volevi diventare e so che volevi essere diversa da quello che vanno adesso a dire in giro di te e mi piace pensare che ce l’hai fatta. Che almeno te ti sei salvata.

Spero tanto che i tuoi baci sembrino dolci a tuo marito come lo sembravano a me allora anche se, a 15 anni, tutto sembra più saporito e gustoso di quanto non lo sia da vecchi.

Dio, spero solo che il tempo non ti abbia portato via quel sorriso. Quello per il quale avrei scalato ogni montagna.

Che cosa orribile vedere i danni del tempo. Eppure dovrei essere vecchio abbastanza per aver capito che certe memorie andrebbero scacciate via perchè fanno solo male.

Ma sai qual e’ la cosa che mi fa più male di tutto? Quella per la quale stanotte non ho dormito?

E’ che se ti vedessi adesso, se per caso oggi ti incontrassi da qualche parte e dividessimo lo stesso spazio fisico, magari davanti a una fermata del bus, ecco, se succedesse questo, potrei anche non sapere che sei te.

Potrei anche non riconoscerti.

Dirsi addio…

Forse in alcuni momenti da soli, senza nessuno attorno, una strana luce illumina i fatti e li fa apparire in modo diverso, come se ogni cosa che viviamo avesse un suo significato superficiale e uno molto più profondo.

Chiamiamo idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle proprie e così, magari, incontri qualcuno e pensi che stai per iniziare un viaggio solo perchè quello ha le stesse idee strampalate che hai te in testa.  La partenza per un viaggio ha qualcosa di magico in sè, un brivido che ti scuote fin dentro le ossa e fa sussultare.  Un aumento impercettibile di calore che ti fa vedere colori che sono sempre davanti a te e  che non riuscivi a vedere prima e che invece, tutto ad un tratto, ti appaiono così pieni di luce e meravigliosamente lucenti.

La partenza ha qualcosa di magico, ma spesso la si confonde con l’attesa di ciò che si sta per vivere.

E ad allora ho pensato che però, in fondo, è come se noi partissimo tutti i giorni.

Fin dal suono della sveglia iniziamo la nostra sfilza di azioni insignificanti che facciamo in automatico che non vale la pena di ricordare. Cerchiamo invece di ricordare altre cose che reputiamo più importanti.

Oggi per me partire è una di quelle cose.

Mi sono tornati alla memoria molti pensieri legati alla mia vita, alcuni piacevoli altri meno, ma tutti erano legati a una partenza.

Partire da luoghi affollati, altre volte salpare da luoghi più intimi. Isolati.

Alla conclusione della fiera ho capito questo: tutte le volte che ti chiudi la porta di casa alle spalle,  vuol dire partire.  Partire davvero. E, per ogni andata c’è un ritorno, eppure ogni volta è diverso.

Si, io sono in viaggio e non posso fermarmi neanche se volessi…

 

Convention

Oggi sono stato a Firenze, per lavoro. Dovevo incontrare alcuni fornitori ai quali chiedere pietà e, mentre avevo finito con uno, in attesa del secondo sono entrato in un bar di periferia. Uno di quelli in cui non sarei mai entrato in condizioni normali.

Insomma faceva schifo anche solo respirarci dentro.

Mentre bevevo il classico caffè, non potevo però staccare gli occhi da un tizio, un personaggio bizzarro, che aveva attirato la mia attenzione. Alto e magro e a suo modo elegante, aveva scambiato un paio di battute di politica con il barista che senza esitare gli aveva versato un bicchiere di bianchino. Aveva degli stivaletti rossicci e pantaloni bianchi, un gilet fuori posto ma portava con eleganza un gran naso, una barba non curata, una capigliatura più bianca che grigia, più lunga che trascurata.

Assolutamente unico nel modo in cui era vestito entrava e usciva dal bar. Sembrava avesse qualcosa dentro che lo agitasse come uno frullino. Una sigaretta appena tenuta sulle labbra, fuori a fumare.  E poi di nuovo dentro a prendere un altro bianchino. Ero quasi sicuro di averlo già visto da qualche parte, per quello mi attirava. Ma non riuscivo proprio a capire, nè dove, nè quando.

Passo del tempo a far finta di leggere il giornale ma intanto cerco di ricordarmi chi diavolo fosse. Ma niente. Non c’era vero. Non mi veniva in testa.

Poi lascio il bar e vado all’altro incontro. Di nuovo a chiedere pietà a un altro fornitore. Parlando della crisi e della necessità di allungare dei pagamenti. Solite storie di piccoli imprenditori in crisi.

Finito quell’incontro, prima di ripartire per Lucca, mi ritrovo più o meno inconsapevolmente di nuovo nello stesso bar. E quel signore, quello di prima, era ancora là. Probabilmente aveva finito anche lui le cose da fare  Un altro bianchino, un altra sigaretta. E poi di nuovo fuori. E ancora dentro e poi fuori. Senza posa.

E proprio mentre lo vedevo fumare come un ossesso mi sono ricordato come e quando l’avevo conosciuto.

E’ stato tanti, tanti, anni fa. Quando io per cercare di pagarmi gli studi facevo l’informatore scientifico. Un modo come un altro per raccattare qualche soldo onesto in attesa di partire per la mia avventura alla conquista del mondo. Ricordo che una volta partecipai a una delle  Convention aziendali. Uno di quei posti in cui si fa in modo di dare sniffate di positività alla struttura di vendita, premiando i migliori e umiliando i più scarsi. Dove vige una specie di legge della giungla e dove ti obbligano a urlare il tuo entusiasmo anche se hai il cuore a pezzi. Io ero molto giovane e non me ne curavo. In fondo sapevo che per me non sarebbe stato per sempre. Ma già allora mi era chiaro come queste Convention siano un obbligo per alcuni e un privilegio per altri. Posti in cui ci si prende troppo sul serio.

E’ proprio dentro le Convention che esplodono dinamiche  strane e a volte surreali con le strutture aziendali che fanno finta di nascondersi e invece sono là in bella mostra a far vedere i loro muscoli. Tutti quelli che sono lì, ci sono perchè lavorano assieme, non per altro. E c’era anche quel signore che adesso beveva bianchini in continuazione e che fumava come un ossesso.

Aveva un nome strano che non saprei più dire ma mi ricordo perfettamente che, molto più giovane di adesso fu chiamato sul palco a raccontare della sua esperienza di venditore tra gli applausi dei colleghi di allora. Disse addirittura a un certo punto che lui aveva interrotto le sue ferie per tornare al lavoro e inoltrare un ordine che altrimenti sarebbe passato il mese successivo. Io lo guardavo esterrefatto ma tutti intorno lo osservavano come una specie di eroe aziendale.

E quella convention finì in un modo assurdo. Quel tipo, l’eroe aziendale, fu prima onorato da tutto l’establishment dell’azienda che disse a tutti che proprio lui era l’uomo al quale ognuno di  noi avrebbe dovuto fare riferimento come modello di vita. Lui era il prototipo di come saremmo dovuti diventare noi. Specie quelli come me alle prime armi.

Poi l’eroe chiamò sul palco una serie di persone e attaccò in testa a ciascuno di loro una fascia dove c’erano scritte i nomi di alcune molecole, tipo HDO, oppure colesterolo , progesterone, queste cose qua. E la scena seguente era che vedevi signori di cinquanta o sessant’anni con magari famiglie e figli, una loro dignità umana e professionale che si aggiravano vestiti da colesterolo trasportavano piccolo sfere di plastiche che rappresentavano l’ossigeno o i grassi o chissà che, con la faccia triste di chi sa che deve essere messo alla gogna come gioco di ruolo della società per la quale lavoravano.

E l’eroe bello e spavaldo rideva di gusto.

Prima di uscire non ho potuto fare a meno di interrogare il barista che evidentemente lo conosceva bene. E così mi ha detto che quel signore distinto dal profilo importante non lavora più, moglie e figli l’hanno lasciato e lui gira sempre là attorno. Aveva un ufficio importante, sembra che fosse diventato un pezzo forte di una grande multinazionale e poi aveva fatto una carriera politica interessante ed è arrivato perfino a diventare assessore di qualche cosa da qualche parte.

Fino a quando lo hanno beccato mentre si prendeva una bella bustarella…

 

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La crisi

Per non essere travolti dalla valanghe occorrerebbe imparare dagli stambecchi.

Questi animali sanno come muoversi benissimo, sanno dove non è opportuno andare e soprattutto aspettano che la neve si sia ben assestata prima di avventurarvisi. Qualcuno ha studiato e ha osservato che gli stambecchi si muovono nel raggio di cinquanta metri dai loro ripari, anche per più giorni, dopo che è avvenuta una nevicata abbondante. Anche per la scelta dei pendii sono attenti a quelli che utilizzano. In estate vanno ovunque, ma in inverno scelgono sempre e comunque quelli esposti a sud che sono quelli dove il manto nevoso si stabilizza prima.

Ecco perchè per prevenire il rischio di valanghe occorrerebbe studiare gli studiare gli stambecchi e applicare le loro teorie anche alle nostre vite. Quelle di tutti giorni.

Lo sapete come funziona una valanga?

Una grande massa si stacca dalla montagna e inizia a scivolare a valle travolgendo qualunque cosa incontra sul proprio cammino. La velocità a cui viaggia la neve raggiunge e talvolta supera i 300 chilometri all’ora. E la massa aumenta notevolmente durante questa discesa a valle. Fino a raggiungere dimensioni gigantesche e una forza distruttiva incredibile. La massa aumenta perchè scendendo la neve stacca e porta con sè anche tutto ciò che incontra trascinandolo con sè in questa corsa folle.

Non so se vi è mai capitato di vedere una valanga. Una dal vivo intendo.

A me è successo. Su un canalone dall’altra parte della valle mentre ero su una pista da sci.

E me ne sono accorto per il rumore. Perchè una valanga che scende lungo il fianco di una montagna fa un rumore inimmaginabile specie se si considera che alla fine è solo pulviscolo di acqua ghiacchiata.

E così da allora quando sento usare la parola crisi, a me viene in mente quella cosa lì. Mi viene in mente il rumore e quella sensazione di inarrestabilità che proviene da un mucchio di neve che cade da una montagna a quella velocità.

E travolge tutto, senza rispetto. Alberi, rocce ogni cosa.

Case no. Le case non vengono quasi mai travolte.

In genere cioè non si costruisce dove è possibile che possano arrivare valanghe.

Ecco questo però è un accorgimento che non sempre prendiamo nella vita di tutti i giorni. Non sempre quando viviamo, lavoriamo diamo noi stessi tutti i giorni, stiamo attenti a non costruire casa dove potrebbe scendere una valanga. E il più delle volte lo facciamo perchè pensiamo che lì una valanga non potrebbe proprio cadere. Non prendiamo nemmeno in considerazione l’idea che possa succedere. Perchè in tanti casi non sappiamo nemmeno cosa sia una valanga.

Perché quando siamo travolti dal fascino del lavoro e del denaro, o semplicemente di una donna, non prendiamo misure di sicurezza.

Accumuliamo le cose come se quella fosse l’unica ragione di vita. Più abbiamo fame e più mangiamo e più mangiamo e meno siamo sazi. Poi però arriva un momento impercettibile in cui si alza la temperatura anche di pochissimo, anche di mezzo grado. Oppure arriva un’onda d’urto che è provocata da qualsiasi cosa. Ecco e all’improvviso, senza preavviso, si crea una crepa minuscola.

E la valanga viene giù.

E non viene giù per gradi e non viene giù solo la parte inutile, quella in sovrappiù. Quella che avevamo accumulato in maniera dissennata. No, no.  Viene giù tutto. Sin dall’origine, fin dall’inizio, fino nella parte buona.

E io non lo so come nascono le crisi personali o di coppia e non ho mai capito quali siano le dinamiche che stanno alla base di queste crepe che si formano in strutture che fino ad un attimo prima sembrava fossero perfette e solide. Quello che so però è che l’effetto non è gentile. Non è dolce.  L’effetto è sempre devastante. Sempre totale. Perchè ogni crisi è come una valanga che non dà scampo e non chiede permesso. Ma soprattutto non dà alcun preavviso.

La cosa però che ho imparato e che un po’ mi rincuora è che nel novanta percento dei casi è proprio l’uomo a innescare la cascata della neve. Come dire che le valanghe non è che vengano giù proprio per caso ma per quanto improvvise c’è sempre una causa che le scatena.

Questo ovviamente non mi mette al riparo dalle crisi nè tanto meno dalle valanghe ma almeno so, che se è colpa mia, posso trovare un modo per muovermici, senza per forza fare franare tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nemico

Ieri sera mi era presa male.

Ripensavo a tutte le persone che in qualche modo mi hanno ferito e a quelle che, più o meno volontariamente, ho ferito io.

Troppe. In entrambi i casi.

Persone alle quale hai dato il tuo cuore o la tua amicizia e loro ci hanno cucinato un favoloso dessert-pappone per i cani e quelle che hanno dato le stesse cose a me e che io non sono stato in grado di tener di conto.

Ho scoperto una cosa che una persona normo-dotata sa benissimo sin dalla tenera infanzia.

Ero cioè bravissimo a trovare scuse e giustificazioni ai miei comportamenti, per i quali riuscivo sempre a trovare la “ratio” che li aveva determinati, riuscendo alla fine ad assolvermi agli occhi della mia coscienza, ma quando si trattava degli altri la cosa non funzionava affatto così. Loro erano ingiustificabili. Erano nemici. E ai nemici non si perdona niente, specie in tempo di guerra.

Ho pensato alla donna che mi diceva ti amo la mattina per scopare con un altro il pomeriggio o all’amico che mi aveva abbandonato quando avevo bisogno della sua presenza e a tutti quei tradimenti minori, fatti di piccoli gesti quotidiani mancati che piano piano scavano solchi che senza accorgertene ti fanno allontanare da una persona senza sapere nemmeno bene perché.

E mi montava la rabbia. Non so dire se era rabbia unidirezionale, in parte era pure rivolta verso me stesso per non essere stato in grado di gestire e controllare processi apparentemente semplici che sapevo mi avrebbero fatto male. Lo sapevo, ma lo stesso non riuscivo a gestirli. Una cosa devastante per un presuntuoso di merda come me.

Poi è successo che ho ricevuto una mail.

Era di una donna che qualche tempo fa mi aveva fatto molto male. Era un po’ che non ci sentivamo. La apro con circospezione come si fa con tutti in pacchi che arrivano dal “nemico” e scopro che lei mi parlava d’altro, come se quello che era successo tra noi non fosse mai capitato. Una cosa del tutto estranea alla vita che ci aveva in qualche modo legato. E ne parlava con leggerezza. Con la dolcezza di una bambina che aveva voglia di condividere con me una cosa del tutto insignificante.

Mi sono messo a ridere come un matto.

Perchè non volendo quella donna mi aveva fatto capire che lei non era il mio nemico. Che lei sono certo aveva pure trovato le sue belle giustificazioni a quello che mi aveva fatto, ammesso che se ne fosse mai davvero accorta. E che non ha senso provare rancore o odio o anche solo fastidio al pensiero per qualcuno che ha incrociato la strada con te. Forse chissà, quello era il suo modo per dire “Pace”, la vita è breve inutile farsi del male inutilmente provando rancore.

Questa cosa mi ha così colpito che ho deciso che voglio chiedere “Pace” a tutti i miei “nemici”.

Ovviamente la lista è lunghissima e quindi non sarà possibile farlo subito. Ma volevo fare un gesto, un qualcosa che nel mio immaginario, potesse permettermi di dire ai miei “nemici”: Pace fratelli!

E mi sono allora ricordato di un racconto che ho letto quando avevo, non so, forse dodici o tredici anni, una vita fa e che allora mi aveva colpito tantissimo e al quale avevo continuato a pensare per anni ma che poi era svanito nel nulla.

Fino a ieri sera.

Ieri sera è tornato prepotente nella mia testa e ho deciso di farci un post per farlo leggere a chiunque passa da qua.

E’ famosissimo e quindi è probabile che la maggior parte dei naviganti che si ferma su questo porto lo conosca già, ma lo stesso mi emoziona oggi come allora e chissà magari anche a voi potrebbe portare delle emozioni e farvi dire “Pace” con i vostri di nemici.

Il suo titolo è “Sentinella” l’ha scritto nel 1954 Friedrick Brown, breve e agghiacciante, ribalta gli schemi della fantascienza  il soldato solo nella terra aliena, coperto di fango e immerso nell’orrore della guerra, non ha colore né razza né bandiera. Ancora oggi questo racconto shock conserva intatto il suo messaggio.

Pace a tutti.

 

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“Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato.

Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto.

Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.

E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.

Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…

 

Riconoscenza

Ieri ho incontrato una persona. Una bella persona che è di fronte a un bivio nella sua vita.

Uno dei tanti che di volta in volta ci troviamo ad affrontare. Quello che deve affrontare adesso però è più difficile  perchè questa persona  non ha ben chiare nè le sue potenzialità, nè cosa deve fare per compiere il volo che la vita gli chiede di compiere.

Io mi sono comportato come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Niente di particolare. Ho ascoltato e poi ho fatto lo specchio di ciò che vedevo e ho provato a mostrare come si possa re-incominciare a battere le ali. Che poi è come andare in bicicletta. Se uno, un giorno l’ha imparato, è entrato nel suo DNA e quindi, all’occorrenza, torna fuori quando lo si chiama in ballo.

Ieri sera, del tutto inaspettato mi arriva un suo sms.

C’era solo scritto “Grazie”

Non so perchè ma questa cosa mi ha fatto tornare in mente una cosa che mi è successa un paio di anni fa.

Doveva essere all’incirca di questi tempi. Inizio o metà primavera. Una nidiata di uccellini urlanti era nata proprio vicino alla mia finestra. La cosa non mi dava fastidio e anzi mi teneva compagnia. Però uno di loro fece una stupidata. Sporgendosi troppo è caduto dal nido. Non si è fatto male perché sotto c’era un prato, ma era piccolo piccolo e non sapeva ancora volare. Sono sceso e l’ho visto là, un po’ spaesato. Non sapevo cosa fare. L’ho accarezzato e alla fine ho deciso di metterlo su una cassetta di scarpe aperta sperando che la sua mamma lo vedesse.

Ora lo so che la natura non è tanto generosa con i più deboli e che le mamme devono occuparsi di chi ha speranza di vivere e non possono stare dietro a tutti, ma stavolta lei si è accorta del piccolo caduto e ha iniziato a nutrirlo regolarmente anche se guardinga della mia presenza.  Rimaneva un problema però, l’uccellino doveva imparare a volare e sua mamma non avrebbe di certo avuto la forza di sollevarlo. Allora poiche si era abituato anche a me, ho incominciato a prenderlo in mano e lanciarlo delicatamente in aria per poi riprenderlo per fargli aprire le ali.

La cosa è andata avanti qualche settimana e ricordo che lui si attaccata con le zampette alla mia mano per paura di cadere.

Poi però ha incominciato a fare progressi e dei piccoli voli. Una sera il volo si è prolungato un po’ e l’uccellino è andato a finire in un prato vicino che aveva l’erba alta. Non mi è stato possibile riprenderlo.

Ero terrorizzato perchè immaginavo gia i gatti del quartiere pronti a farci uno spuntino con i fiocchi. E io non potevo fare niente.

Forse però era arrivato il momento di staccarmi da lui.

Ho passato alcuni giorni a pensare solo a come poteva essere finita la storia dell’uccellino a cui stavo insegnando a volare.

Finchè una domenica mattina ho sentito davanti alla cucina un gran battere di ali. Un suono inusuale. Sono uscito e c’era il mio uccellino sul davanzale della finestra e anche la sua mamma che volava a girandola come per richiamare l’attenzione.

Ho preso in mano il piccolo e gli ho fatto ancora qualche coccola. Lui è rimasto un po’. Poi ha preso il volo e non è più tornato.

Io non sono un etologo ma sono certo che si trattasse di riconoscenza.

O non lo so. Forse sono io che sono troppo romantico.

Non importa. Qualunque cosa fosse, mi ha fatto stare bene!

 

 

 

Lezioni di vita

Stamani ho preso e sono salito in macchina per vagare.

Molte persone quando hanno le paturnie, l’umore sotto i tacchi o le palle girate fanno altre cose. Guardano un film, si fanno una sega, chiamano un amico.

Io vago.

Metto lo stereo a palla che non sento nemmeno il cellulare e parto, così. Ad minchiam. Se fossi un ebreo sarei l’ebreo errante.

Ad un certo punto mi accorgo che la nafta sta finendo, vedo un distributore davanti al quale sarò passato un miliardo di volte senza mai fermarmi perchè fanno dei prezzi assurdi e decido di fare il pieno là. Così’, per farmi un po’ male.

Scendo e dal casottino vedo sbucare un ometto vecchio come il cucco con in testa un cappellaccio di paglia. Sembrava uscito dal film “Buena Vista social Club”. Mi sta simpatico e gli sorrido stanco. Lui mi guarda e dice:

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo”

Trasecolo, non posso credere alle mie orecchie. Lui non se ne cura e va giù:

“Vuoi il pieno vero? Vedrai che quando alla fine devi pagare te lo faccio cacare io il cazzo che hai dentro co’ sti prezzi” .

Pensa di essere divertente e ride. Adesso mi fa sta facendo incazzare.

“Senti nonno”

“Ivo, mi chiamo Ivo”

“Senti nonno Ivo….”

non mi fa finire.

“Hai appena scoperto che la tua donna scopa con un altro vero?”

“Ivo, io ho rispetto per la tua età ma..”

“No è che hai la faccia di uno che si innamora sempre delle donne sbagliate.”

Come dargli torto? anche se lui però non può saperlo.

Decido di lasciarlo andare libero, ma chi se ne frega. Lui però se ne approfitta.

“Fammi indovinare….. è sposata e ti vuole bene ma scopa bene e con gusto con il marito?…no anzi non è sposata ma ha altri tre o quattro cazzi che se la risuolano meglio di te che invece le parli d’amore?…oppure semplicemente si è rotta le palle di uno come te e ti ha detto sayonara…”

“Ivo, c’hai una fissa sai? Ho solo problemi di lavoro, casini vari, dormo male la notte, Equitalia…”

“Non dirmi che sei frocio sai…sarebbe peggio eh”

“No, ma che c’entra? senti tieniti i tuoi 50 euro e tanti saluti, è tardi devo andare”

“Ma ‘ndo vai chiucolo, vieni là nel gabbiotto che ti faccio assaggiare una cosa che ti riporterà il sorriso”

Se fosse partita in quel momento Cielito Lindo sarei stato davvero sicuro di essere nel film di Win Wenders.   Ma non c’è nessuno sulla strada e di continuare a vagare mi sarei anche rotto le palle. Penso anche che da nonno Ivo posso raccattare un po’ di materiale per scriverci sopra un racconto o qualcosa di simile e quindi accetto.  Lui esce con una bottiglia di Rum e una scatola di sigari.

“Oggi sono qua perchè mio figlio è voluto andare a festeggiare non so che con quel finocchio del suo amico e mi ha chiesto di sostituirlo per un giorno, ma mi sono già rotto i coglioni. Per fortuna mi sono portato dietro questi sigari e questo nettare. Tieni prendine uno, vedrai che ti passa tutto”

“No, grazie come se avessi accettato, non fumo e poi a quest’ora è presto per me per bere. Forse è meglio che adesso però vada….”

“Allora lo vedi che sei davvero un frocio? Non bevi, non fumi, non trombi …”

“Senti Ivo, adesso vado è…. ciao”

“No…No…viene qua ti insegno io a trattare le donne vieni qua, fammi compagnia che non passa un’anima e io voglio parlare con qualcuno. E poi figlio mio, tagliati quella cazzo di barba che ti invecchia e pure i capelli tienili più corti che altrimenti fai ridere è per questo che ti sfanculano tutte”

Non so come mai ma quell’essere buffo improbabile e assurdo mi intrigava da morire e non riuscivo proprio ad andarmene via. Lui allora trangugia un sorso dal bicchiere che intanto si è riempito e comincia a cantare:

” Regola numero uno, prendi una donna trattala male, spezzagli la spina dorsale….”  sulle note di Teorema di Marco Ferradini

“Ivo, si dice spezzaLe, non spezzagli.. è femminile” ribatto senza pensare

“lo vedi? sei un perfettino di ‘sto cazzo, per questo lei tromba con un altro. Tu sei palloso. Nessuna donna sopporta i pallosi a lungo. E tu amico sei palloso.”

“In effetti non l’avevo mai vista sotto questa angolazione” gli dico per dargli corda.

“Io li conosco quelli come te “amore, tesoro, salciccia e pomodoro”, ma che bacini e bacini Porco (bip), mettiglielo in mano invece…”

“Ivo è Pasquetta te lo ricordi?”

“E allora Madonna (bip) che cazzo significa Porco (Bip) tu mettiglielo in mano e vedrai che tutto cambia”

“Io ho problemi con Equitalia e…”

“Maledetta quella (bip) (bip) chi cazzo se ne frega di Equistacippadicazzo? Tu pensa alla topa e tutto si aggiusta. Però fallo bene, senza innamorarti sempre delle donne sbagliate”

“Che sarebbero?”

“Quelle che non te la danno e vanno con altri. Cioè tutte, a vedere da come sei imbranato…”

“Sono solo sfortunato, tutto qua”

“La sfortuna è stata per quella povera donna di tua madre che chissà quanto l’hai fatta penà” Poi mi guarda di sbieco e rilancia “Sicuro che non sei frocio vero?”

“Fino a prova contraria”.

Mentre sto per chiedergli se aveva altre cose da insegnarmi arriva un’altra macchina. Esce un tipo distinto che mi ci sarei cambiato e Ivo gli fa

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo””

Questo lo guarda e gli dice “Ma sei scemo?” e quel pazzo di Ivo riprende

“Non ti preoccupare che con i soldi che costa la benzina il cazzo in culo piano piano te lo faccio scendere io” e ride

Il gentiluomo si avvicina minaccioso a Ivo e mi tocca intervenire. Il cliente pensa che io sia suo figlio e mi minaccia. Io lo prego di far finta di niente e mi picchetto la tempia con l’indice, per dirgli “E’ matto non ci star a perdere tempo”

Alla fine scocciato il tipo decide di andarsene non senza aver detto ad alta voce cosa pensava di Ivo e della sua famiglia, che in quel momento ero Io.

Mi sento sollevato e persino Ivo mi ringrazia di averlo aiutato.

Sto per risalire in macchina e vedo che mi guarda e mi dice:

“Siamo sicuri che non sei frocio, vero?”

Pasqua

E anche quest’anno il Capo ce l’ha fatta a stupirci con i suoi trucchi che sembra quasi David Copperfield

Il trucco della resurrezione colpisce sempre molto  pure gli insensibili bastardi come me.

Insomma se fosse davvero come ci insegnano penso che potrei anche tornare a votare per Gesù alle prossime elezioni dopo che sono quasi dieci anni che ho smesso di farlo.

Ho smesso anche tante altre cose. Ad esempio di capire perché anziché applaudirlo per il numero a effetto che ha fatto noi continuiamo a festeggiarlo aprendo uova di cioccolato con sorpresa (in genere sempre portachiavi).

Ho smesso di capire anche perohe persone che si vogliono bene e che si cercano finiscano per allontanarsi

QualcunoLa chiamerebbe entropia.

E allora per rendere grazie al Capo proviamo a impegnarci a combatterla

Buona Pasqua amici