La partita di calcetto

Per togliere ogni dubbio sul fatto che io viva una vita sana, equilibrata e felice, attorniato da gente di alta qualità intellettuale, ho deciso di parlare di uno degli happening più sentiti dal gruppo di amici che frequento: la mitica, inossidabile, imperitura, immarcescibile, immutabile partita di calcetto che pratichiamo da anni con la stessa regolarità con la quale lo Stato chiede i soldi a tutti i cittadini.

Noi però ci mettiamo più passione. Specie nell’insultarci.

Su ogni cosa.

Alla faccia di Kant e Hegel, che tanto amo, ma che, se giocassero a calcetto con me e scoprissi che sono delle pippe, li manderei a cagare senza ritegno senza rifletterci troppo sopra usando la dialettica che Friederich ci ha insegnato:

Tesi: sei una caccola a giocare, Antitesi: il fatto che hai i fulminanti al posto dei piedi non ti scusa, Sintesi: vattene affanculo!.

Siamo dei patetici uomini sull’orlo, non so se di una crisi di nervi, ma di mezza età sicuramente sì. Come s’invecchia male.

Il gruppo nella sua globalità è composto da circa sedici, diciassette persone, tutti trogloditi e degni discendenti di australopitechi al punto che la maggior parte di noi non avrebbe alcuna difficoltà a dare una pacca sul culo a una suora e a urlarle: Vai bella maialona! Qualcuno addirittura si vanta nel declamare le sue crudeli ed efferate azioni che compie come cacciatore e di cui si gloria mettendo pure le foto su Facebook. In posa con il fucile e gli amici vestiti come marines per il grande assalto ai fagiani o ai beccaccini.

Credo che Cesare Lombroso avrebbe molto da dire studiando i nostri tratti anatomici.

La partita si svolge però cinque contro cinque e quindi andiamo a giocare più o meno a rotazione, rigorosamente di lunedì sera. Essendo giunti a fine stagione tutti quanti abbiamo voglia e necessità di partecipare alle partite per incrementare le classifiche che ci vedono protagonisti. Disertare quindi le ultime apparizioni sarebbe oltre modo delittuoso per chi, come me ad esempio, sta lottando nella classifica assist man che quest’anno non dovrebbe finalmente sfuggirmi. Così ieri sera, mentre uno del gruppo stava finendo di versare le sue lacrime sulla tomba del padre crepato due giorni fa, noi ce ne stavamo a tirar calci a un pallone, che negli anni sta diventando sempre più grosso e pesante su un campetto di erbetta sintetica. Mi piacerebbe dire che abbiamo avuto un pensiero per il disgraziato. Oppure che abbiamo fatto, che so, un minuto di raccoglimento per ricordare la figura mitica del padre che ci ha lasciati.

Mammeglio.

Espressione che può essere ostica a chi non conosce il maremmano. Diciamo che noi la utilizziamo per enfatizzare affermazioni negative clamorose. Una specie di stile di vita per descrivere tutto ciò che non può essere descritto pena perdere la sua forza evocativa. L’espressione che rafforza il “mammeglio” e lo rende praticamente perfetto è “Sie” metafora del “Bona Ugo” tanto per capirsi.

Comunque la verità è che, ieri sera, incuranti della catastrofe capitata a casa Nucci, ci siamo abbrutiti subito come canaglie fameliche alla ricerca dell’agognato desiderio sferico di cuoio che rimbalza ogni volta più velocemente e più lontano dalle nostre aree di intervento. Stiamo diventando sempre più simili a un calcio balilla umano oppure a quell’altro gioco di cui non ricordo il nome dove tu premevi la testa del giocatore e quello alzava la gamba per tirare. Ci muoviamo meno e per compensare tutto questo però ci insultiamo sempre di più. L’espressione più gentile che ci scambiamo durante le partite è, infatti “spero tummoia”, della quale credo che non credo ci sia bisogno di dare accurata traduzione.

Ieri in squadra avevo Gildo, che ama giocare per me perché punta alla classifica marcatori e sa che io passo sempre la palla perché invece ambisco a quella dell’ultimo passaggio, il Fisso (detto così perché è sempre ubriaco) e due tizi che conosco a mala pena.

Il primo è un architetto di Napoli o giù di lì, non ho ancora capito bene. Per me, in fondo poi, è tutto uguale.  Ogni tanto sparisce poi riappare e a modo suo, per molti versi, è un tipo interessante. Di sicuro non convenzionale. Il tipo, sulla quarantina, ha  l’aria del risoluto che non si perde in chiacchiere e sembra dotato di spiccato senso pratico e anzi più volte mi è capitato di pensare che fosse del tutto privo di quello teorico.

Neanderthal è la parola giusta. Oppure zotico bestione se preferite.

Lui è quello più amico di tutti del Nucci. Il nuovo orfano. Ciò non di meno ha deciso di non andare al funerale per venire a giocarsi la partita con noi. Nello spogliatoio ci ha poi raccontato che non ne poteva più di partecipare a eventi tristi e si era inventato un impegno di lavoro per disertare il rave party al cimitero. La sua ammissione ha fatto sentire tutti quanti molto meno stronzi. In fondo se gli ha tirato la sòla lui perchè non anche noi?

E’ per questo che ci sta simpatico, perché lo guardi e pensi subito che ci sia qualcuno che può essere sicuramente peggiore di te. Eppure è un bell’uomo, ben messo, solido come una roccia e dai modi affabili anche se quando ti punta con il suo sguardo cattivo ogni tanto ti fa paura e lascia intravedere una carognaggine e più in generale una ferinità che è là pronta a venir fuori. Diciamo che la cosa più evidente dell’architetto Chegia è che, senza forse, è un tipo che se la tira un po’ troppo. E’ di quei tipi sicuri di sé che non hanno mai provato la sensazione di avere la propria autostima ridotta a un mucchietto di caccole. Piace a tutti, specie al genere femminile, anche se è un vero esperto nel parlare tantissimo di nulla montato con panna senza alcuna argomentazione.

O, forse, soprattutto per questo.

Non poteva quindi che essere soprannominato con plebiscito bulgaro: il cardinale Sborromeo.

Ero stupefatto che fosse in squadra con Gildo. Perché è evidente che i due non si sopportano affatto. Una cosa reciproca talmente viscerale che a volte è imbarazzante per chi ha la sventura di trovarcisi nel mezzo. Nonostante non siano più ragazzini più volte se le sono promesse e la cosa che mi infastidisce è che Gildo non perde occasione per provocarlo.

L’altro tizio che giocava con noi è un gorillone semiritardato grosso come Godzilla. Ha più di trent’anni e capacità oratorie pari a quelle di mia figlia che ne ha sette. Essendo forse consapevole dei propri limiti ha deciso di non diventare un garrulo. Però ha esagerato nel limitarsi e, a volte, da quanto è tonto mi sembra addirittura drogato tanto che spesso mi è venuto da suggerirgli di usare il naloxone che forse potrebbe aiutarlo a fargli passare quel torpore che sembra attanagliarli la cervice.

Non c’è nemmeno bisogno di ricetta medica.

Forse però pensandoci bene è solo affetto da afasia anche se però la scommessa migliore rimane che sia un encefalitico letargico. L’unica cosa che so per certo è che è’ sempre appresso al Chegia e dev’essere qualche suo galoppino napoletano che l’architetto si porta dietro per non pagare alcun tipo di contributi come si usa fare dalle sue parti. Viene ogni tanto per far numero quando siamo contati e di solito lo chiamiamo Careca, come il grande centravanti del Napoli scudettato ma nessuno di noi si azzarda mai a dirgli che gioca come una ciofeca per paura che quello ci allunghi un ceffone con quelle pale che tiene al posto delle mani.

Solo il Chegia, che deve esserci molto in confidenza, si permette di fargli delle parti a culo invereconde che, come si usa dire, nemmeno il maiale, al punto che mi è capitato di pensare che Careca lo avrebbe ucciso e mangiato là all’istante.

A volte per umiliarlo il Chegia, ci ordina di non chiamarlo come il grande centravanti brasiliano perché è una bestemmia a Dio.

- Ma che Careca, dovete chiamarlo Speggiorin a questa testa di cazzo – urla come un pazzo.

Ma nessuno di noi si è mai sentito coraggioso abbastanza da provare a farlo e in quei casi cerchiamo allora semplicemente di non chiamarlo mai in nessun modo. E la cosa lo ammetto è veramente difficile specie quando la partita è tirata e ogni azione può essere decisiva.

Ieri sera poi gli animi erano più caldi che mai e c’era un’aria elettrica che si poteva respirare a pieni polmoni. Verso la fine della partita quando eravamo sotto per 5-4, l’ineffabile e rutilante Speggiorin si è mangiato due goal a porta vuota che nemmeno un paraplegico mongoloide avrebbe sbagliato e questo ha mandato fuori di zucca il cardinale Sborromeo che è in lizza per la vittoria finale nella classifica di chi vince di più. La cosa ha innescato una serie di reazioni a catena di insulti anche tra le due squadre circa la fallosità di alcuni interventi pesanti non sanzionati e la situazione a un certo punto stava così degenerando che tutti s’è deciso che era l’ora di farla finita e di andarcene sotto la doccia. Perché in quei momenti ti viene davvero voglia di sterminarli tutti i tuoi avversari, arrivi a pensare che loro bruttezza d’animo crei un danno all’equilibrio dell’universo ed è a causa loro che non sei libero di vivere come meriti. E vorresti qualcosa con cui sbarazzarti di essi in un colpo solo.

Eugenetica è la parola giusta. Oppure frenologia se preferite.

Sotto la doccia con il mio bel costume adamitico che mostra i tatuaggi fatti in epoche lontane ne ammiro uno di un tipo e chiedo dettagli, perchè ne ho due e me ne manca un terzo che non ho mai fatto

- Stai invecchiando Mastica, fattene una ragione. – è la frase più gentile a dimostrazione di quanto da vecchi si tenda a tralignare.

Sono tutti così convinti che oramai i loro capelli o almeno quelli che gli sono rimasti, diventeranno bianchi e che tra un altro pochino si ritroveranno anziani. Simpatici vecchietti che vivranno serenamente gli ultimi anni come si usa fare in provincia. Non sanno, non possono sapere, che a me questo destino sta un po’ sui coglioni e che preferirei esser visitato  dalla signora in nero con la mietitrice in mano, prima del rincoglionimento totale .

E vorrei che quando essa arriverà, mi trovasse ancora vivo.

E con un nuovo tatuaggio sulla spalla.

 

 

Missing persons

C’ è un verbo inglese che mi piace più degli altri.

To miss.

Mi piace perchè permette di dire con la stessa parola, sia cose profonde che altre invece profondamente sciocche. La differenza tra le una e le altre è solo il contesto e il punto di vista, o, a volte, l’intonazione della voce. Un po’ come adoro sempre fare io mettendo in crisi la persona che ho di fronte che non sa mai se sono uno che c’è o che ci fa.

Io, in realtà, ci sono, ma il verbo “to miss” al contrario ci fa. Ci fa eccome.

Cosa c’è di più banale che dire di aver perso un treno (I miss the train)  e contemporaneamente una cosa così bella come  sentire la mancanza di una persona amata (I miss you)?

In realtà si usa “to miss” anche quando si vuol dire di aver mancato qualcosa. Un target ad esempio. Un obiettivo qualsiasi.

E mentre pensavo a questo, stamattina, senza alcun motivo preciso, mi è venuto in mente che “Missing persons” è il modo di dire inglese per definire le persone scomparse. In qualunque modo. Sia quelle che sono sparite nel nulla e che non si sa che fine abbiano fatto, che quelle che sono morte e per le quali si sente la mancanza. La nostalgia.

E ho pensato alle tante persone che ho perso e che mi mancano terribilmente. E pure a tutte quelle che non ho mai incontrato solo perchè ho perso quel treno di cui sopra. E anche a tutte le volte che ho mancato i miei obiettivi di vita, perdendo, con essi, anche la possibilità di condividere pezzi di strada con alcuni amici che poi sono tutti diventati “Missing in Action”.

Ma tra le tante persone c’è n’è una in particolare. Una faccia e un sorriso che mi segue e a volte mi perseguita a tradimento come se volesse dirmi che devo ancora fare qualcosa per lui. E’ quella di Marco, il mio vecchio compagno di banco al tempo del Liceo. Se l’è portato via l’Aids tanti anni fa. L’eroina non gli ha fatto sconti. Eravamo opposti e per questo ci trovavamo da Dio assieme. Lui era un fico con le donne e piaceva a tutti con quel suo modo di fare, indolente e provocatorio. Pur se più intelligente di me, andava male a scuola perchè non studiava mai e sopravviveva grazie a ciò che gli passavo io di nascosto durante i compiti. Io saputello e perfettino che avrei scambiato, allora, la mia vita con la sua. Ci chiamavano Starsky e Hutch, che allora andavano di moda e, anche se forse assomigliavamo più a Gianni e Pinotto noi non ce ne curavamo.

Ho saputo che se n’era andato per sbaglio. Dopo la maturità ci siamo persi. Come capita.

Quando me l’hanno detto non ci volevo credere. Marco amava la vita. Era il più grande succhiatore di vita che abbia mai incontrato. Sono andato a trovare i suoi genitori che distrutti dal dolore mi dissero che aveva avuto una figlia che, dopo la sua morte, era finita a vivere con la madre da qualche parte, lontano da Grosseto dove abitavano.

Non so dire. Ogni volta che ripenso a Marco capita puntualmente che me lo riveda dietro un albero di nascosto mentre sono al parco con le mie di figlie, E ho sempre come la sensazione che voglia dirmi qualcosa.

E stamani in una delle mie allucinazioni, mi sono immaginato che volesse che parlassi con la sua di figlia. Quella bambina che quando lui morì aveva cinque anni, per raccontarle di come era suo padre. Per dirgli di lui. Anche se adesso, a occhio e croce, dovrebbe avere quasi vent’anni e l’innocenza l’ha persa da tempo. Però, mi sono detto, magari ha bisogno di sapere di più.

Credo che se mai la incontrassi le direi che suo padre era un anima gitana, un mascalzone dal cuore d’oro, un saltimbanco in grado di catturare l’attenzione e il rispetto anche di compassati Lord inglesi. Che suonava il rock’n roll e che la musica era il suo angelo custode e il dolore la sua stella polare. Che quelli di noi che allora lo hanno amato, speravano di raggiungerlo proprio laggiù ma che per quanto ci sforzassimo lui era sempre più veloce di noi.  Che cantava benissimo il blues e che la sua voce ha smesso intonare quelle note troppo presto e che da allora, condivide il silenzio con me nella mia mente. Le direi che da quando se n’è andato, il mondo, per me, è un po’ più freddo ma che la sua virilità sarebbe di fronte a me, guardando lei, che gli assomiglierà terribilmente e che guarderà l’universo un po’ come lo guardava lui. Di sbieco e sempre con il sorriso.

Le direi che  lui adesso è vive dentro di lei e che ogni volta che urlerà una vecchia canzonaccia degli Stones da sola in macchina a tutto volume, sarà lui a cantarla con lei.

Le direi che dovrebbe essere fiera di avere avuto un padre così, come io lo sono  di averlo avuto come amico.

Questo è per te, Marco.

Libero Arbitrio

La cosa che più mi piace dell’Osteria Masticone da dove sto scrivendo, è che qua dentro si riesca a passare da argomenti di una futilità incredibile (il senso della vita ad esempio) a quelli fondamentali per l’esistenza umana (la Topa).

Ieri, ad esempio, mentre con il mio amico Pakap si parlava di You Porn, che è un pilastro fondamentale della vita di ogni uomo sano di mente, quel birbaccione un mi va a stuzzicare su un argomento così importante come il Libero Arbitrio.

Lui, che mi sa essere cattolico osservante (lo deduco dalla pudicizia con la quale ammette a malincuore il suo reiterato uso quotidiano di seghe alle quali nessuno di noi viene meno) sostiene come esista e come è ciò che ci contraddistingua dagli animali. La possibilità che in qualche modo possiamo davvero essere noi a poter decidere le sorti delle nostre vite.

Io, al contrario suo, non ne sono affatto convinto.

Stamattina avevo in mente di trattare la cosa in modo accurato e filosofico, ma mi sono accorto di non averci per niente voglia di cimentarmi in questa cosa. Ciò di non di meno mi va di tirar fuori questo argomento. E allora ho pensato di postare un estratto di un romanzo inedito che ho scritto e che non verrà mai pubblicato, in cui due amici parlano proprio del libero arbitrio. Credo che in queste righe ci sia proprio ciò che io penso in merito.

Ah….dimenticavo due cose: prima cosa ho cambiato la musichina di fondo perchè troppi si lamentavano e voglio vedere adesso chi dice qualcosa del Boss.

Seconda cosa: ora e sempre W la topa! (e che Dio la benedopa)

 

======================================================================================

-  Ricordi quando eravamo giovani e tutto ci sembrava possibile? – mi guardava dritto negli occhi e notai la bellezza dell’intensità che metteva nelle cose. Pensai che nessuno avrebbe mai dovuto spegnere uno sguardo come quello.

- Beh non è mica che siamo poi cosi vecchi adesso.

- Si è vero, ma ricordi il tempo in cui credevamo che noi avremmo potuto cambiare il mondo, che insomma ce l’avremmo fatta? Quando pensavamo che il futuro davanti a noi potesse essere foriero solo di cose belle. Quando avevamo tutto da scoprire?

- Che vuol dire foriero? – chiesi per smorzare i termini della questione. Del resto non avevo voglia di fare il bilancio della mia vita. Da quando ho preso confidenza con la morte ho deciso che quando sarà, vorrei andarmene appellandomi solo alla clemenza della corte perché ogni bilancio sarebbe troppo fallimentare.

- Non vuoi parlarne eh?

- Sul serio io sono un modesto tornitore che sa una sega di termini così forbiti.

- A volte mi guardo allo specchio – fa lui – e mi chiedo se non avessi potuto fare di più. Se davvero non ho sprecato i soldi che mi ha dato Dio, come in quella parabola del nazareno, e non li abbia davvero mai fatti fruttare.

- Ma che dici bischero. Se hai bisogno di sentirti dire che hai fatto qualcosa di buono te lo dico pure. E lo faccio perché ci credo. Penso che tu sia, non solo il mio migliore amico ma anche tra le persone migliori che abbia mai incontrato. Quindi per favore smetti di dir cazzate. E se proprio non ti senti in pace con la tua coscienza perché sei un dannato clericale e il cattolicesimo ti lavora dentro, hai ancora una quarantina d’anni, più o meno, per metterti in pari. –

Lui mi guardò e sorrise stanco. Io mi sentii in dovere di aggiungere.

- Tu e i tuoi pretacci. Eppure la testa ce l’hai bimbo mio, ce l’hai sempre avuta. E ancora pensi che tutte quelle cose che ci insegnavano al catechismo siano vere?

- Perché tu non credi più in Dio? Da giovane eri un fervente catto-comunista –

- Una volta cacavo anche con regolarità se per questo. Adesso so’ diventato pure stitico.

- Si ok va bene. Però tu non te le fai mai queste domande?

- Ti confesso che al momento ho altre preoccupazioni.

- Ma se dovessi incontrare Dio oggi. Immaginiamo che tu lo debba incontrare nel pomeriggio uscito da qua. Che cosa gli diresti? Come giustificheresti la tua vita quando lui te ne renderà conto?

Gli feci vedere che mi toccavo le palle come gesto di scaramanzia. Poi dissi:

- Ma che ne so Giuliano. Che discorsi sono.

- Dai, su spara – incalzò lui – sei sempre stato un creativo voglio sentire come te la caveresti.

- Se proprio insisti. Vediamo – ci pensai su una decina di secondi e poi feci – forse gli direi che ha ragione lui. Forse ha proprio ragione lui non sono riuscito a far fruttare i miei talenti come quello della parabola di cui parlavi tu, ammesso che poi ne abbia davvero avuti. Però se ciò è successo è solo perché non avevo libero arbitrio. E’ stato Lui che non me ne ha dato la possibilità. Ecco questo gli direi. Non esiste il libero arbitrio quindi non è colpa mia. Sono da assolvere. –

Mentre dicevo queste parole mi stupivo di me stesso. In fondo non mi era mai capitato di pensarci sopra sul serio, prima d’allora.

- Fammi capire meglio per favore – fece la Prostata mostrando interesse.

- Scusa Giuliano secondo te qualcuno merita di esser punito perché non è riuscito a fare qualcosa che non poteva assolutamente fare? Insomma sarebbe giusto punirmi per non aver vinto i 100 metri alle Olimpiadi se non ho il fisico adatto per parteciparvi? In altre parole, possiamo davvero comportarci in modo diverso da come abbiamo fatto?

- Interessante devo ammetterlo. Tu sostieni che di fatto non controlliamo niente e non siamo responsabili delle nostre azioni?

- Esattamente. Se ci pensi bene ogni evento, qualsiasi cosa, è generato sempre da cause antecedenti. In ogni istante lo stato del mondo è il frutto del suo stato all’istante immediatamente precedente e da esso si evolve secondo leggi naturali immutabili e noi non possiamo certamente controllare le leggi di natura.

- Sei davvero incredibile, nell’arte dello stupire gli altri. Complimenti davvero. – disse Giuliano.

Avrei voluto dirgli “e non sai come riuscirò a stupirti tra qualche tempo” e invece aggiunsi:

- Il passato controlla il presente e il futuro. Noi non possiamo controllare il passato e non possiamo nemmeno controllare il modo in cui il passato controlla il presente e il futuro. E quindi non possiamo controllare un cazzo. Ne passato, ne presente, ne futuro.

- Certo è vero. – poi mi guarda malizioso e aggiunge – però la tua affermazione è un po’ speciosa e capziosa perché ad esempio io sono qua adesso e posso o non posso alzare la mano. Guarda qua. – rise e mosse il braccio verso di me.

Poi di scatto aggiunse:

- Anzi adesso decido che voglio alzare quest’altra. – e abbassò la sinistra per alzare la destra – No aspetta, ho voglia di alzare di nuovo la sinistra. Ecco lo vedi. T’ho fregato. Ho la precisa percezione di aver controllato il corso degli eventi. Insomma sono libero. Me lo dice la coscienza.

- Oh bravo. Ma quando muovi la mano non sei conscio dell’incredibile struttura causale che rende possibile il fatto che tu ti muova: la muscolatura, la coordinazione, la funzione del cervello o la respirazione. Tutte cose necessarie al punto che se una di queste mancasse non alzeresti più nessun braccio. Senza contare il fatto che lo alzi perché io provocandoti ti ho stimolato a farlo e se non ci fossi qua io non lo avresti fatto. E affinchè io sia qua per averlo potuto fare ci sono stati una marea di altre cause che ha provocato questa circostanza. E ti ho pure condizionato rispetto al fatto di alzare una mano prima e poi di seguito l’altra. E possiamo andare avanti all’infinito.

- Si guarda però che se davanti ad un giudice difendendo un assassino che ha ucciso una madre con i suoi quattro figli un avvocato usasse come strategia difensiva la lacrimevole  storia che quel mostro è così a causa della biologia o della società temo che non avrebbe grandi chance di vincere. Non ho mai sentito uno che ha fatto sua l’equazione tra crimine e malattia.

- Ma per l’amore del cielo – mi venne da dire – un soggetto agisce liberamente solo se può fare davvero altrimenti. Ma il modo in cui viene cresciuto, educato, plagiato o plasmato, manipolato gli evitano di essere padrone del proprio destino. Il settaggio che riceve nel passato non lo rende libero di agire in modo diverso da come poi agisce realmente nel presente.

- Il destino è destino – sospirò la prostata.

- Esatto. Hai finalmente colto il punto. Il futuro è già stabilito dall’indefinita catena di eventi che il mondo ha già attraversato. Quindi rassegnamoci e accettiamo all’idea che ogni nostra azione è priva di senso.

- Eh allora perché non vestirci anche di arancione e cominciare a cantare inni ad Are Chrisna? Are Rama Are Rama – ride Giuliano.

- In effetti loro chiamano tutto questo karma. Più o meno. Te la ricordi la canzone di Roberto Vecchioni, Samarcanda no? La logica è più o meno quella.

- Fammi capire tu stai tirando fuori tutta questa cosa dalla canzoncina di Vecchioni?

- Guarda che non è mica sua la storia. E’ una famosa parabola indiana o islamica, non sono sicuro. La Morte aveva visto nella sua lista il nome del prescelto prima, ed è questo il vero punto, capito bene? PRIMA che questi decidesse di fuggire. Il tipo sarebbe morto ovunque si trovasse. Ecco perché la sua fuga è inutile.

- E sti cazzi vogliamo dirlo?

- Fatalismo, my dear, semplice fatalismo. Cercare di influire sul futuro è inutile tanto quanto cercare di farlo con il passato

- Se Dio la pensasse allo stesso modo allora se ne starebbe a guardare i nostri sforzi e a sbellicarsi dalle risate. E non mi sembra tanto credibile amico.

- E’ solo il bambino Giuliano che è in te, manipolato dai preti in fase adolescenziale che ti fa pensare il contrario. Comunque mi hai chiesto cosa direi a Dio giusto? Beh questa sarebbe la mia argomentazione. Caro Gesù ti voglio bene ma tuo padre mi ha tolto la possibilità di essere davvero libero, quindi non rompere le palle e dammi il passaporto per il paradiso che s’è fatto tardi e m’è venuta fame e la cucina mi hanno detto che chiude presto.

Dissi questo proprio nel mentre che la simpaticissima cameriera ci portava quanto ordinato e finalmente ci saziammo anche di roba buona e non solo di parole.

Avevo dimenticato quanto mi divertiva argomentare con la Prostata.

Record e TAGS

Non credevo avrei mai postato robaccia come questa.

Insomma, scrivo tanto pattume è vero, ma per lo più è cosa inconsapevole.  E questo almeno mi scusa ai miei occhi.

Stavolta invece so già che l’immondizia che sto partorendo andrà smaltita adeguatamente nella raccolta differenziata dell’umido, prima che cominci a puzzare.  I motivi per cui ho deciso di alzare l’asticella della minchiata è che, rullino i tamburi, ieri è stato battuto il record di clicks in questa merda di blog che il mio ego smisurato mi obbliga  tenere.

768 clicks giornalieri. Più di 1400 negli ultimi due giorni.

Una follia. Soprattutto se si pensa che gli avventori di questa osteria di blog avrebbero potuto essere, con ben più godimento, su You Porn o similari invece di stare qua a leggere le mie allucinazioni.

I record si sa, sono fatti per essere battuti, ma questo miei cari, mi sembra assolutamente impossibile che possa essere anche solo avvicinato e quindi festeggio la vostra (e mia) stupidità con questo Post senza un minimo costrutto, che nasce con l’obiettivo dichiarato di screditare questa Blog che rischia di prendersi troppo serio o, peggio,  di diventare serioso. Se fossi su Striscia la Notizia mi alzerei e applaudirei il mio pubblico. Invece, dato che a me Ricci e soci stanno sul cazzo, faccio il contrario, scrivo su un po’ di merda in modo da allontanarvi tutti via. E rimarranno solo i migliori. Gli eletti. Quelli che mi seguivano come visionari quando è nato. Gente come “Claudiappì” che è stata la mia prima follower, la mia prima fidanzatina. Adesso sono più o meno 130. Ma conto sul fatto che alla fine di questa lettura ne rimarranno molti meno.

Per cacciare via la gente basterebbe parlare di cultura, di letteratura e di quei libri che nessuno ha mai letto ma che tutti commentano. O di cose inerenti alla politica e via di seguito. In genere questo fa calare la palpebra in pochissimo tempo e rompe i coglioni ai più che, felici di non capirci un cazzo, possono andarsi a fare una sega su You Porno  con la coscienza pulita. Purtroppo il mio livello kulturale è pari a quello di un muezzin cresciuto a pane e loto e quindi devo rinunciare a questa tecnica e sono obbligato a usarne un’altra.  Allora, poichè alcuni di voi, gente come il mio amico Edoardo ad esempio, si saranno stufati di masturbarsi con il catalogo di “Intimissimi”, nell’interminabile attesa che il ciuchino finisca di scaricare un pornazzo,  parlerò  di una delle cose più insulse che siano mai state create: i TAG.

Il TAG, secondo me, ha senso in Nazioni culturalmente sviluppate che abbiano un senso civico vivido e che rispettino l’ambiente. Da noi no. Alle nostre latitudini il TAG è preso sistematicamente per il culo da dementi, come il sottoscritto, incapaci di vivere una sana relazione di rispetto nei confronti del prossimo e della Natura.

Analizzando i TAG che hanno portato questo ridicolo Blog ha raggiungere il suo massimo storico, al numero uno,  re incontrastato, non poteva che essere lui: SESSO. Sesso, amici, fa il culo a tutti. E’ il vero imperatore della galassia Web. Grazie a lui ho gabbato migliaia di ignari viaggiatori virtuali che pensavano di trovare sani racconti di scopate o similari e invece si sono ritrovati a leggere le mie puttanate intercontinentali. Nonostante il senso civico non sia il pezzo forte del mio repertorio e, anzi, faccia decisamente cacare, mi sento un po’ in colpa e prometto prima o poi di scrivere qualcosa su di lui. Davvero intendo.

La vera sorpresa per me è stato invece scoprire che al secondo posto, clamorosamente c’è un TAG veramente assurdo. Insomma il mio amato RIFLESSIONI veleggia attorno al quindicesimo posto e il sano PENSIERI è solo quarto. Al secondo posto invece c’è, udite udite, niente popò di meno che PIPPO BAUDO. Cazzo ragazzi, vi siete davvero pipati il cervello. Insomma io ho una marea di gente che viene nel mio BLOG cliccando Sesso e Pippo Baudo. Domani mi suicido.

Se vi chiedete chi c’è al terzo, vi accontento, POPPAMELO, che però ammettiamolo è il cugino sfigato dell’imperatore al numero uno. BERLUSCONI fa la sua porca figura al quinto posto mettendo in riga MINCHIATE 1 livello, TOPA e CALVIZIA.

Sono molto deluso dal fatto che alcuni TAG che molto amavo e che pensavo mi avrebbero dato soddisfazioni non sono nemmeno entrati in classifica: GIGLIOLA CINQUETTI ad esempio e la stessa ORNELLA VANONI

Trovo anche incredibilmente interessante le parole chiavi digitate su Google da chi poì è entrato qua dentro.

I migliori:

Tube.Porno. con Animali – mi vuole bene ma scopa con altri – quanto resta una raccomandata in giacenza – il tipo di occhiali da intellettuale di sinistra – You Porn signore con ragazzini  - qual è il cancro di Donna Summer – Tavernello -

e il mio preferito: mi hai davvero rotto i coglioni con il tuo silenzio superbo stronzo!

E dunque per chiudere in bellezza, chiedo a voi, Gabbati dall’idiota che scrive, suggerite pure nuovi TAG e vi prometto di inserirli nei post a venire.

Questo ve lo devo.

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Spesso in queste settimane di passioni, intese come tribolazioni, ho pensato a che cosa avrei davvero voluto fare per tirare a campare. Insomma al lavoro perfetto. Ero indeciso su alcune tipologie molto adolescenziali e quindi, consapevole della stupidità dell’idea ho abortito l’idea di venirne a capo. Questo almeno sino a stamattina quando, prendendo la bretella per andare a Lucca ho pagato il pedaggio a un essere che per prendere il dovuto e ridarmi il resto, non mi ha nemmeno guardato in faccia, preso com’era dal cruciverbone che lo appassionava tanto, mentre poco più in là la musichina di UNO mattina con le belle facce accoglienti di personaggi televisivi noti gli faceva compagnia.

Ecco, io avrei tanto voluto fare il casellante.

Il casellante autostradale è il lavoro più fico di tutti. Ti fai i cazzi tuoi e puoi, mentre svolgi il lavoro con il 2,3% del tuo cervello, fare con il rimanente qualsiasi cosa ti aggrada. Leggere un libro, guardare la tele, farti una sega di nascosto, andare su You Porn. Persino fare il cruciverbone della settimana enigmistica. Quello di Bartezzaghi.

In fondo oggi mi sento così.

Leggero. Insostenibilmente leggero. Pronto a fluttuare, etereo, nel mondo di Alice nel Paese delle meraviglie.

Sarà che in questi ultimi giorni mi sono capitati diversi incontri più o meno ravvicinati con persone che assomigliavano a Humpty Dumpty, al re Bianco alla lepre marzolina e via di seguito che ho come la sensazione di esserci entrato senza rendermene conto.

Ieri sera ad esempio, dopo la sempre più triste partita di calcetto del lunedì, un mio amico dice  a tutti che si è innamorato pazzamente di una donna. Prima che gli dicessi che era fortunato, aggiunge che la prescelta ha anche tre figli ed è felicemente sposata e pur trovandolo interessante ed essendo coinvolta da lui, gli ha chiesto di smammare. Mi veniva da ridere però vedevo che soffriva e quindi ho evitato di parlare. Che vuol dire che è coinvolta però ama qualcun altro? avrei voluto chiedergli. Un cazzo.

O invece si. Forse tutto. Pensavo proprio a questo stamani di fronte al casellante che non mi guardava. Pensavo alla generosità del mio amico che ha deciso di non disturbarla più nonostante sapesse che forse quell’amore folle è ciò che desiderano entrambi. Ha detto che che non voleva turbare il suo equilibrio così faticosamente conquistato. Che l’amava così tanto da volere il suo bene e non il proprio. Non so se io avrei fatto la sua stessa scelta e odio scoprire persone così spudoratamente migliori di me.

Che cosa farei io se trovassi una donna con dei figli e un marito che ama tutti? credo che me ne fregherei. Del marito intendo.

E il malessere di fondo che mi accompagna in questi giorni si è così acuito. In realtà io me ne frego dei mariti ma non delle donne. Mi è capitato di abortire storie d’amore travolgenti che sarebbero diventate plot da film d’autore solo per evitare alle malcapitate la sofferenza della via crucis che in qualche modo devo percorrere. In cuor mio speravo in realtà che queste avrebbero detto qualcosa come “amore mio, ti aiuto io a portare la croce”. Ma il Cireneo, si sa, era uomo e non donna. E forse avrei dovuto nascere frocio per ambire a tanto. Proprio stamani mattina poi, per una serie di eventi casuali e fortuiti, ho scoperto anche che una di queste colpite dalla mia “benevolenza” ama adesso follemente un altro uomo.  Ho cercato di combattere il primo senso di disgusto e di repulsione con il pensiero del mio amico di ieri sera. Insomma, cazzo, posso migliorare anche io?, mi sono chiesto, e , pian piano è subentrata la serenità. Sono felice che lei sia felice. Non mi va di dirglielo, so che oltre tutto suonerebbe stonato, però si, se lei è felice e innamorata di quest’uomo così speciale per lei io lo sono con lei.

Quindi la risposta è si. Posso migliorare anche io.

Forse.

Di sicuro mi sono ricordato un passo che mi aveva colpito, di Milan Kundera, letto tanti anni fa. E non c’è mai stato momento della vita che lo abbia sentito più vicino alla mia anima, di stamattina:

È un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin. Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? Ha mai amato qualcuna più di me? Mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dell’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.”

Della Calvizia

Quando L. mi ha detto: - Sei davvero simpatico. - Ho per un attimo temuto che stesse cercando di dirmi che non ero il suo tipo. Insomma, la solita vecchia storia: sei carino, piacevole e simpatico. Un modo decente per dirti “no grazie”. Anche gli uomini dicono la stessa cosa. Lo so bene.  S’è mai vista una strafica, super intelligente e gnocca oltre che porcona che sia definita soltanto “simpatica”?

Mai!

Io però, babbeo fino in fondo, mi sono illuso che, per la legge del simpatico, io fossi la classica eccezione. E’ stato allora che L. per farmi capire meglio che cosa intendeva  mi ha dato la mazzata finale:

- Senti ma….ecco …si , com’eri da normale?

Ho pensato che avesse scoperto la mia natura sociopatica e il narcisismo che mi fa molto Dr.Jekill e Mr.Hide e stavo per confessare che normale non lo sono mai stato, quando lei vedendomi in ambascie ha chiarito meglio:

- Insomma com”erano i tuoi capelli?

Ed è stato là che, ricordandomi che anticamente l’uomo aveva più organi sessuali, stavo per risponderle “ma che cazzo vuoi?”

Ma prima che aprissi bocca, senza accorgermene sono ripiombato nel solito vecchio dramma.

I capelli.

E ho rimpianto pure i tempi di quando mi incazzavo perchè mi dicevano “Oh lo sai che stai perdendo i capelli?” Quei dementi forse credevano che non avessi specchi in casa? Sapevo non solo che li avevo persi, ma perfino dove fossero caduti. Eppure, adesso che non me l0 dicono più ,sono ancora più triste di prima. perche ho capito di essere passato dalla condizione di “cronico” a quella di “terminale”.

La prima volta che mi accorsi del dramma che stavo vivendo ero un giovanotto. Mi specchiai a lungo e alla fine presi coscienza del dramma che mi aveva assalito a tradimento e corsi in cucina dalla mi’ mamma piangendo: Mamma, mamma sto perdendo i capelli!!!” e Lei: ” Ti levi di ‘ulo ho appena spazzato!!”.

Del resto tutti sanno che per arrestare la caduta dei capelli non basta chiamare i carabinieri.

Quel coglione di Socrate ostentava la sua calvizie, sostenendo che “l’erba non può crescere sulle vie molto battute”; in altre parole, secondo lui, la sua calvizie sarebbe stata un segno evidente della sua intensa attività cerebrale

La condizione di Pelato, quasi calvo, la vivo ancora con sofferenza. A volte mi rado a zero che sembro proprio tanto carino e quei quattro peli che ho, una volta che sono cortissimi fanno sembrare che quella sia una scelta di vita e non un obbligo imposto dal buon gusto. E  sono così tonto alla fine pure io me ne convinco e allora lascio ricrescere i vari cespugli  che ancora resistono al disserbante dell’età nella speranza che sentano aria di primavera e che si siano rafforzati e ogni volta, puntuale come le tasse e la morte, arriva qualcuno che ti fa una domanda come quella di prima.

Mavvaffanculo!

Noi dell’associazione “Sani e Calvi” presieduta da Italo Calvino abbiamo creato un Comitato per i Diritti del Pelato che difende i Calvi da ogni discriminazione, ovunque e per sensibilizzare tutti a integrare i Calvi come loro simili.

Viviamo, è vero. più a lungo mangiando calvoidrati e la maionese Calvè. Però non spendiamo un soldo per shampoo e balsamo, e non andiamo mai dal barbiere. E quindi se l’economia non gira è solo colpa nostra!

Ma per quanto me la racconti è meglio un pomodoro oggi che un Pelato domani.

Detto tutto questo:

L. poppamelo!

 

Io, Anna staccato Lisa, mia nonna e Kurt Vonnegut

Capita a volte che mentre sei impegnato a sparare cazzate o a fare il bagno nelle tue paturnie e nei tuoi piccoli, grandi, drammi giornalieri, qualcosa ti prenda e ti porti via. Schiaffeggiandoti prima, per farti svegliare dal torpore in cui sei caduto e poi facendoti fare un percorso obbligato dove piano piano riprendi coscienza di cose che già sapevi ma che spesso, troppo spesso dimentichi.

Capita cioè che una blogger (Wolkerina) venga a trovarti e ti parli di tutt’altro (Salone del Libro) e ti apra a un mondo che non conoscevi (i malati di cancro).

Cioè si, li conosci. Per sentito dire. Ho pure delle amici che ci sono cascati dentro. Penso a Freedom ma anche a Alter Logos che spesso viene qua a trovarmi. Ma, per quanto voglia raccontarmela, non sono per niente certo di capire minimamente cosa gli ruga dentro l’anima a queste persone. E capita anche che attraverso Wolkerina faccia la conoscenza di una ragazza che amava firmarsi Anna staccato Lisa perché tutti in passato sbagliavano con il suo nome.

Ho detto amava.

Già. Perchè il 4 ottobre dell’anno scorso Anna staccato Lisa è morta.

Non so dire perchè, ma ho passato gli ultimi giorni a rileggermi tutto il suo blog (http://annastaccatolisa1.wordpress.com/) con la gioia di fare la sua conoscenza e la tristezza di averla  irrimediabilmente perduta. Ho pianto e ho sorriso e ho tifato per lei e ho gioito e sofferto con lei. Era, è, come se non se ne fosse mai andata e fosse ancora qua. Curioso diventare amici di una persona che non esiste più. Non nella dimensione di mondo che conosciamo almeno.

Era una donna giovane, attaccata alla vita. Voleva fare tante cose. Sognava un bed & breakfast tutto suo e una fattoria con due asinelli, due caprette, due maiali, due mucche, due papere, due pappagalli, due pecorine, due conigli, due cinghiali, tante galline, tanti gatti, due cani e tante, tantissime api.

Era attaccata alla vita. E aveva ragione.

Ora, io non mi capisco. Davvero, giuro che non ce la faccio. Pochissimi neurochirurghi al mondo forse ci riuscirebbero, ma, fatto sta, che Anna staccato Lisa mi ha fatto ricordare mia nonna. Ero poco più che un ragazzo e lei invece era nel suo letto di morte e, al tempo, a me sembrava vecchissima. Si lamentava in continuazione e ricordo che un giorno la mamma, stufa di sentirla discorrere a quel modo le disse di smetterla. Le disse che la sua vita lei l’aveva vissuta e che in fondo c’era chi stava molto peggio di lei senza avere una speranza di vita nonostante fosse ancora molto giovane e che non aveva diritto di lamentarsi troppo a quel modo.

La nonna allora stupì tutti e si sollevò sul letto e rispose, ricordo ancora, in modo fermo e deciso:

“Che cosa c’entrano l’età e la vita, la percezione che ognuno di noi ha della propria malattia e della propria sofferenza è totale e non lascia spazio per considerare quella di un altro. Non può essere paragonata da un individuo a un individuo.”

Poi mi guardò e sorridendo amaramente aggiunse:

“La voglia di vivere è identica a 14 anni come a 80.”

E aveva ragione lei. Ora lo so. Perchè solo per il fatto che uno ha 80 anni deve rinunciare ad avere la speranza di una vita lunga e senza sofferenza? Una persona a 80 anni può avere ancora una straripante voglia di vivere.

E di nuovo la mia testa è presa a vagare. Così senza costrutto. E mi sono ricordato che ognuno di noi quando nasce ha un’aspettativa di vita. Secondo l’Istat e quindi per il sistema pensionistico e assicurativo italiano è di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne. E fare il conto è stato facile. A me restano 30 anni di vita. In altre parole un cazzo di niente. O poco più. Ricordo ancora com’ero 30 anni fa. 30 anni fa ho fatto la maturità e a me sembra appena ieri l’altro. E alcuni dei miei compagni di allora se ne sono già andati. Questo vuol dire che tra un paio di giorni sarò a 79 anni e anche io dirò tanti saluti al mondo.

E allora ho ripensato a Anna staccato Lisa e pure a mia nonna e ho fatto la lista delle cose che vorrei fare nel tempo che ancora mi è dato, teoricamente, di vivere.

Vorrei farci entrare un viaggio in Islanda, uno in Australia e uno in Polinesia. Vorrei suonare in un concerto davanti a tante persone. In 30 anni ci stanno a malapena sette campionati mondiali di calcio e forse è anche possibile che riesca a vederne vincere un altro all’Italia. Non credo però di avere alcuna possibilità di vedere la Fiorentina vincere il terzo scudetto.  Vorrei incontrare tutti quegli amici che non ho mai trovato e che so essere là fuori a cercarsi l’un l’altro. Vorrei imparare un po’ di più e dimenticare un po’ di meno. Vorrei non smettere di pensare che in fondo un motivo per andare avanti c’è sempre. E ricordarmi aveva ragione mia nonna, che per vivere degnamente e con speranze non occorre guardare l’età, che la vita non invecchia mai. Posso riempirli di cose buone, questi 30 anni che mi rimangono davanti, ma posso anche buttarli via, ma spero proprio di non farlo. Anzi nei prossimi 30 anni smetto pure di essere un ipocondriaco.

Poi stamattina, di nuovo la mia testa ha ricominciato a dare i numeri. E ripensando a Anna staccato Lisa e a mia nonna, mi è tornato in mente un genio. Un uomo che ho tanto amato. Uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi Kurt Vonnegut. E mi sono ricordato di un famosissimo discorso che lui ha tenuto all’Università di Syracuse quando aveva 85 anni a dei giovani che si stavano per laureare e ho deciso di postarlo. Ben sapendo che forse è una leggenda metropolitana (si dice infatti che non sia suo ma erroneamente attribuitogli, ma chi se ne frega, a me piace pensare che sia invece proprio suo) e che da esso è stato tratto il monologo finale del film Big Kaluha.

Su una cosa però sono certo. Che a parte qualche evidente e giusta banalità inserita dentro, sia Anna staccato Lisa che mia nonna sarebbero stati d’accordo con esso e che avrebbe dato loro qualche momento di felicità e che spero lo diano a chiunque lo rilegga.

==================================================================================

Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole!
 
Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza.
Comunque eccoli.
 Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza.
Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!
 Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.
 I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.
 Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.
 Cantate.
 Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.
 E non perdete il vostro tempo con la gelosia.
 Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.
 Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.
 Conservate le vecchie lettere d’amore.
 Gettate via i vecchi estratti conto.
 Stiratevi spesso!
 Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso.
Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!
 Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.
 In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.
 Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.
 Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.
 Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.
 Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.
 Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!
 Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.
 Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.
 Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.
 Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.
Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.
 Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.
 Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.
 Ah!
Rispettate i vostri genitori.
 Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.
 Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!
 E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene.
Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva.
 
E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!”

Salone del Libro o Salone di Bellezza?

Non ho ancora chiaro se il Salone del libro di Torino sia il più bel Paese dei Balocchi del mondo oppure l’anteprima del girone infernale che ci toccherà di vivere come castigo eterno dopo la fine del Giudizio Universale.

Probabilmente entrambe le cose.

Per chi, come me, ama i libri e tutto ciò che sta attorno alla cultura, è qualcosa di unico e grandioso. Ma la sensazione di essere capitato in mezzo alla più grande Babele che sia mai esistita l’ho provata. Un mix di avvenimenti, incontri, radio nazionali che facevano dirette non stop e poi luci e colori. Vai al bar e prendi il caffè con a fianco Cacciari che parla con Odifreddi mentre di là ancora uno sconosciuto tampina con successo una zoccoletta incontrata per caso pensando di essere un gran figo e comincia a pomiciarci al bancone fintanto che questa non si dichiara “Escort” e lui si ritrae con sdegno insultandola davanti a tutti obbligandomi a prendere le difese della donna.

Insomma una follia.

Mercanti nel tempio, direbbe un purista, o magari solo un super mega “Hair show” americano, un salone da parrucchiere nel quale apparire è l’obbligo assoluto.

E su tutto un rumore di fondo che alla fine ti entra in testa come quel suono sud africano ai mondiali. E non ti molla più e ti devasta l’anima. Una mega vuvuzela  umana che ti fa pensare che prima o poi ti appaia sul mega schermo Enrico Varriale a intervistare qualche giocatore della nazionale.

Ci sono tre o quattro padiglioni immensi e comunicanti in cui è cosi per 5 giorni. Follemente iper attivo. In ognuno dei padiglione ci sono altrettanti spazi aperti per gli incontri con gli autori o qualche saggio o dibattito. Si parte dallo spazio più grande riservato alle star, poi uno meno grande, un altro ancora e infine quello microscopico dove presentano i giovani autori.

Lo chiamano  “Incubatore”.

Una volta ci sono stato anche io. L’anno scorso ero là. A 48 anni finalmente nell’Incubatore. Presentavo il mio libro assieme a uno scrittore della mia stessa casa editrice. Facciamo quasi cent’anni in due ed eravamo nell’incubatore.

Quest’anno invece vago, formica tra le formiche, tra gli eventi con la disinvoltura di un veterano che sa come muoversi e mi perdo dietro la bellissima dentiera della contessa Marina Ripa di Meana che risalta imperiosa tra le sue rughe che le danno l’effetto incartapecorente che tutti conosciamo e poi ancora dietro le tristi parole di Sepulveda che mal si sposano con la fila, due passi pù in là accanto, di persone in attesa di una forma di Fabio Volo, che sembra raccogliere molta più gente di Ammanniti.

Mi sbagliavo, non è una Babele è Sodoma e Gomorra.

Faccio un giro allo stand dell’editore e trovo vecchi amici. Invecchiati e tristi. Credo che loro pensino la stessa cosa di me e ci prendiamo per il culo a vicenda raccontandoci che stiamo proprio bene. Che noi ce la faremo nonostante questa crisi e che affanculo tutto, viva la Topa. Sul fatto poi che più del 99,99 percento,  delle persone che sono entrate al Salone del Libro non sappia nemmeno che esistiamo ce ne importa anche una ricca e aromatica sega.

Incredibilmente comincio a firmare autografi sul libro. Il primo è per Enzo che sta lottando contro una brutta malattia. Mi lascio coinvolgere, voglio sapere di più. Ma la macchina infernale in atto si macina tutte le migliori intenzioni del mondo e il povero Enzo viene risucchiato dalla marea di altre persone che sgomitano e insultano e palpeggiano di nascosto al riparo nell’anonimato del fiume umano che scorre e non ammette che brevissime soste pena l’annegamento.

Non molto distante trasmette in diretta la RAI e sfilano vip in continuazione che ovviamente non ti degnano di uno sguardo fintanto che quando passa un volto noto della televisione qualcuno lo insulta dandogli del barista da strapazzo. “Cameriere sarà lei” la sua risposta. Nasce un parapiglia. Il vip per non andare all’inferno, anziché la Madonna, decide di insultare la Maremma.

Questo no. Non lo accetto. Insulta tutti, pure mia mamma, ma non la Maremma. Non transigo.

Intervengono gli stewart a separarci e l’uomo, una volta al sicuro dalla mia rappresaglia scarica di nuovo il suo veleno su di me e sulla mia terra. Non sa che sta rischiando di brutto: ho ucciso per molto meno in gioventù. Per onore potrei pure farmi ammazzare. La solidarietà della gente attorno placa la mia ira funesta e mi ritrovo al bar a prendere un caffè con qualche amico e rivedo la Escort che la mattina pomiciava con il tipaccio che mi s’avvicina con un sorriso, mi riconosce e mi dice che potrebbe farmi lo sconto e che anzi, in via eccezionale, in virtù della mia gentilezza del mattino potrebbe pure farmi un regalino speciale.

La guardo e le dico semplicemente: “Grazie. Come se avessi accettato.”

L’ho sempre detto che chi nasce storto non può morire dritto.

Lezione di Rimorchio numero uno

Questo post (articolo – meglio – lectio legis) era stata scritta su espressa richiesta di Albert 1. e doveva essere inserita nel famoso (e bel) blog 2010: Fuga da Polis, dove mi aveva invitato a partecipare come autore. Il blog si è ribellato e non mi vuole (giustamente) tra i suoi  scrittori e quindi sono costretto a postarlo qua, perchè si sa, del maiale non si butta via niente.

======================================================================================

 

Il post pilota del mio arrivo in questo luogo ameno, il famoso numero zero, non poteva che essere una porcata.

E quindi provvederò a regalare al mondo il peggio di me con la prima lezione sul Rimorchio di donne.

Comincerò la mia inutile lezione con il sottolineare una cosa che ritengo fondamentale. Occorre saper distinguere tra una donna già conosciuta e una che invece è stata avvistata in qualche ambito e che ci ha fatto salire il testosterone.

La conosciuta in genere si abbindola peggio perché in grado di reperire più informazioni su di te e quindi occorre molta cautela nel raccontare merdate che invece possono essere elargite a piene mani con le disgraziate che ancora non conoscono la tecnica dello sparare cazzate a raffica. Occorre naturalmente avere stile nel farlo ed è caldamente consigliato anche di essere dell’umore giusto perchè non c’è cosa peggiore che essere costretti a mentire quando si sta pensando a tutt’altro e si può correre il pericolo di dire cose che poi si possono scordare dando luogo pericolosi litigi in fase di post vendita, insomma in quella di manutenzione del rapporto. In altre parole mantenere alta la concentrazione.

Lo studio della preda è una pietra miliare della tecnica del Rimorchio selvaggio.

Il professionista non improvvisa e, se lo fate, sappiate che state buttando via energia preziose quando invece con un po’ di attenzione potreste essere molto più efficaci ed efficienti.

Per quanto sia difficile riuscire a definire l’ampio spettro di possibilità che potete trovarvi di fronte io direi che le vittime del vostro ambizioso piano di conquista possono essere all’incirca inquadrate in queste otto categorie:

1) Porcona

2) Sognatrice

3) Intellettualoide e nervosetta

4) Paranoide complessata

5) Maschiaccio

6) Donna decisamente intelligente o decisamente demente

7) Complessata

8) Buona e cogliona

Ovviamente è possibile anche trovarne di altre ma è con questa tipologia che di universo femminile che il professionista del Rimorchio si trova a confrontarsi.

Poichè il tempo è tiranno e in questo prima lezione non posso spiegare dettagliatamente ogni tecnica da usare con ognuno del sopra citati gruppi sociali. Mi permetto, per rendervi subito operativi e far fruttare in pieno questa lettura, di consigliare un approccio generico che se usato con attenzione può risultare efficace con ognuna delle donne di cui abbiamo parlato.

Lo chiameremo “assalto dinamico ma fluido”.

La regola aurea consiste nel far parlare molto la preda. Non esiste donna che non ami raccontare ogni cosa di se. Qualsiasi puttanata le sia capitata da quando ha cominciato a pensare fino a ciò che le è successo la mattina dell’incontro. Difficile che una donna non sia una logorroica che non riesce a fermarsi anche se volesse. Durante il suo monologo assecondatela su ciò che dice anche con la mimica facciale e se pensate ai cazzi vostri fate in modo che lei non se ne accorga.  Date importanza ai punti più dementi di quello che racconta perchè credetemi, sono proprio quelli a cui lei tiene di più. Siate cauti e interessati senza esagerare. E ora la parte più difficile: Fatele credere che quello che vi dice vi interessi davvero!!! Ogni tanto cercate di smontarla, così per farle capire che avete ascoltato. Non vi preoccupate di cosa dite tanto lei non ascolta mica. Voi ditele soltanto all’improvviso: “su questa cosa non sono poi tanto d’accordo. Forse ci sono altri punti di vista” E senza rendervene lei conto lei vi farà la lista della spesa degli altri 989 punti di vista possibili spiegandovi (mentre voi state pensando a come risuolarla dopo) il perchè il suo è l’unico che funzioni.

Quando arriverà a parlare dei suoi problemi è il segno. Ti sta dando il messaggio segreto. Ti sta chiedendo il piacere di fotterla e tu devi assolutamente affondare il colpo.

E se non capisci il messaggio se sei indeciso o ti vengono scrupoli di coscienza rassegnati a restare irrimediabilmente un segaiolo a vita.

Filosofia della masturbazione

Mi sono convinto che per quanto possiamo essere bravi nel nostro lavoro, come persone siamo un fallimento.

E aggiungo anche che la maggior parte di noi percepisca benissimo questa cosa. Il fallimento intendo. E con esso l’angoscia, il dolore e la disperazione che vivono sotto la superficie. E quelli più forti, i duri, quelli con i coglioni non si arrendono e si alzano ogni mattina decisi a vincere la debolezza e a superare le angoscie.

In fondo, dai, ammettiamolo ci sarà un motivo per cui gli unici libri che si vendono davvero sono quelli che insegnano a come migliorarsi o a come fare una certa cosa.

La cosa che trovo terribilmente divertente è che il dolore, quello che sentiamo quando interrompiamo la nostra vita frenetica e ci  prendiamo il tempo per respirare e sentire e lo accettiamo, proviamo anche piacere. Far fronte al nostro vuoto interiore riesce a realizzarci. Insomma andando a fondo nella disperazione scopriamo la gioia.

E poi si può diventare dipendente da un certo tipo di tristezza.

E la paura spesso domina incontrastata. Corriamo per non sentire. Abbiamo paura di sentire. Corriamo indaffarati per non affrontare noi stessi. Abbiamo paura della vita e allora la controlliamo e la dominiamo pensando che essere trasportati dalle emozioni sia nocivo e pericoloso. Molti ammirano persino chi agisce con calma senza emozionarsi.

Agire senza emozionarsi. Siamo una generazione attiva: fare di più, sentire meno!

E così tanti finiscono per diventare lobotomizzati dalla noia e portate alla distrazione.Grattando la superficie della vita. Non succede niente ma è facile tenersi impegnato quando ti dici che stai viaggiando sulla giusta rotta.

Stanotte ho sognato un portone che si apriva su qualunque cosa. E lo raggiungevo. Fluttuando all’indietro. E anche una donna. Una donna speciale credo. La donna del destino. Una donna che urlava “smetti di aver paura di sentire”.  “Lasciati andare e perdi il controllo. Fallo per me. E poi resisti per me. Non mollare”

Cazzo, quante cose devo fare PER TE, avrei voluto dirle.

Ma temo che non avrebbe capito l’ironia della battuta.

E così mentre pensavo a cos’altro dire o fare mi sono svegliato.

Ovviamente incannato. E….tacabanda….!

E adesso ho difficoltà a leggere quello che sto scrivendo. La devo finire porca troia….

E in culo i libri sul come migliorare se stessi, vado a Torino al Salone del Libro e mi accatto qualcosa che mi prenda la pancia. Se qualcuno fosse in zona si faccia sentire, sarebbe bello incontrarsi.