La partita di calcetto

Per togliere ogni dubbio sul fatto che io viva una vita sana, equilibrata e felice, attorniato da gente di alta qualità intellettuale, ho deciso di parlare di uno degli happening più sentiti dal gruppo di amici che frequento: la mitica, inossidabile, imperitura, immarcescibile, immutabile partita di calcetto che pratichiamo da anni con la stessa regolarità con la quale lo Stato chiede i soldi a tutti i cittadini.

Noi però ci mettiamo più passione. Specie nell’insultarci.

Su ogni cosa.

Alla faccia di Kant e Hegel, che tanto amo, ma che, se giocassero a calcetto con me e scoprissi che sono delle pippe, li manderei a cagare senza ritegno senza rifletterci troppo sopra usando la dialettica che Friederich ci ha insegnato:

Tesi: sei una caccola a giocare, Antitesi: il fatto che hai i fulminanti al posto dei piedi non ti scusa, Sintesi: vattene affanculo!.

Siamo dei patetici uomini sull’orlo, non so se di una crisi di nervi, ma di mezza età sicuramente sì. Come s’invecchia male.

Il gruppo nella sua globalità è composto da circa sedici, diciassette persone, tutti trogloditi e degni discendenti di australopitechi al punto che la maggior parte di noi non avrebbe alcuna difficoltà a dare una pacca sul culo a una suora e a urlarle: Vai bella maialona! Qualcuno addirittura si vanta nel declamare le sue crudeli ed efferate azioni che compie come cacciatore e di cui si gloria mettendo pure le foto su Facebook. In posa con il fucile e gli amici vestiti come marines per il grande assalto ai fagiani o ai beccaccini.

Credo che Cesare Lombroso avrebbe molto da dire studiando i nostri tratti anatomici.

La partita si svolge però cinque contro cinque e quindi andiamo a giocare più o meno a rotazione, rigorosamente di lunedì sera. Essendo giunti a fine stagione tutti quanti abbiamo voglia e necessità di partecipare alle partite per incrementare le classifiche che ci vedono protagonisti. Disertare quindi le ultime apparizioni sarebbe oltre modo delittuoso per chi, come me ad esempio, sta lottando nella classifica assist man che quest’anno non dovrebbe finalmente sfuggirmi. Così ieri sera, mentre uno del gruppo stava finendo di versare le sue lacrime sulla tomba del padre crepato due giorni fa, noi ce ne stavamo a tirar calci a un pallone, che negli anni sta diventando sempre più grosso e pesante su un campetto di erbetta sintetica. Mi piacerebbe dire che abbiamo avuto un pensiero per il disgraziato. Oppure che abbiamo fatto, che so, un minuto di raccoglimento per ricordare la figura mitica del padre che ci ha lasciati.

Mammeglio.

Espressione che può essere ostica a chi non conosce il maremmano. Diciamo che noi la utilizziamo per enfatizzare affermazioni negative clamorose. Una specie di stile di vita per descrivere tutto ciò che non può essere descritto pena perdere la sua forza evocativa. L’espressione che rafforza il “mammeglio” e lo rende praticamente perfetto è “Sie” metafora del “Bona Ugo” tanto per capirsi.

Comunque la verità è che, ieri sera, incuranti della catastrofe capitata a casa Nucci, ci siamo abbrutiti subito come canaglie fameliche alla ricerca dell’agognato desiderio sferico di cuoio che rimbalza ogni volta più velocemente e più lontano dalle nostre aree di intervento. Stiamo diventando sempre più simili a un calcio balilla umano oppure a quell’altro gioco di cui non ricordo il nome dove tu premevi la testa del giocatore e quello alzava la gamba per tirare. Ci muoviamo meno e per compensare tutto questo però ci insultiamo sempre di più. L’espressione più gentile che ci scambiamo durante le partite è, infatti “spero tummoia”, della quale credo che non credo ci sia bisogno di dare accurata traduzione.

Ieri in squadra avevo Gildo, che ama giocare per me perché punta alla classifica marcatori e sa che io passo sempre la palla perché invece ambisco a quella dell’ultimo passaggio, il Fisso (detto così perché è sempre ubriaco) e due tizi che conosco a mala pena.

Il primo è un architetto di Napoli o giù di lì, non ho ancora capito bene. Per me, in fondo poi, è tutto uguale.  Ogni tanto sparisce poi riappare e a modo suo, per molti versi, è un tipo interessante. Di sicuro non convenzionale. Il tipo, sulla quarantina, ha  l’aria del risoluto che non si perde in chiacchiere e sembra dotato di spiccato senso pratico e anzi più volte mi è capitato di pensare che fosse del tutto privo di quello teorico.

Neanderthal è la parola giusta. Oppure zotico bestione se preferite.

Lui è quello più amico di tutti del Nucci. Il nuovo orfano. Ciò non di meno ha deciso di non andare al funerale per venire a giocarsi la partita con noi. Nello spogliatoio ci ha poi raccontato che non ne poteva più di partecipare a eventi tristi e si era inventato un impegno di lavoro per disertare il rave party al cimitero. La sua ammissione ha fatto sentire tutti quanti molto meno stronzi. In fondo se gli ha tirato la sòla lui perchè non anche noi?

E’ per questo che ci sta simpatico, perché lo guardi e pensi subito che ci sia qualcuno che può essere sicuramente peggiore di te. Eppure è un bell’uomo, ben messo, solido come una roccia e dai modi affabili anche se quando ti punta con il suo sguardo cattivo ogni tanto ti fa paura e lascia intravedere una carognaggine e più in generale una ferinità che è là pronta a venir fuori. Diciamo che la cosa più evidente dell’architetto Chegia è che, senza forse, è un tipo che se la tira un po’ troppo. E’ di quei tipi sicuri di sé che non hanno mai provato la sensazione di avere la propria autostima ridotta a un mucchietto di caccole. Piace a tutti, specie al genere femminile, anche se è un vero esperto nel parlare tantissimo di nulla montato con panna senza alcuna argomentazione.

O, forse, soprattutto per questo.

Non poteva quindi che essere soprannominato con plebiscito bulgaro: il cardinale Sborromeo.

Ero stupefatto che fosse in squadra con Gildo. Perché è evidente che i due non si sopportano affatto. Una cosa reciproca talmente viscerale che a volte è imbarazzante per chi ha la sventura di trovarcisi nel mezzo. Nonostante non siano più ragazzini più volte se le sono promesse e la cosa che mi infastidisce è che Gildo non perde occasione per provocarlo.

L’altro tizio che giocava con noi è un gorillone semiritardato grosso come Godzilla. Ha più di trent’anni e capacità oratorie pari a quelle di mia figlia che ne ha sette. Essendo forse consapevole dei propri limiti ha deciso di non diventare un garrulo. Però ha esagerato nel limitarsi e, a volte, da quanto è tonto mi sembra addirittura drogato tanto che spesso mi è venuto da suggerirgli di usare il naloxone che forse potrebbe aiutarlo a fargli passare quel torpore che sembra attanagliarli la cervice.

Non c’è nemmeno bisogno di ricetta medica.

Forse però pensandoci bene è solo affetto da afasia anche se però la scommessa migliore rimane che sia un encefalitico letargico. L’unica cosa che so per certo è che è’ sempre appresso al Chegia e dev’essere qualche suo galoppino napoletano che l’architetto si porta dietro per non pagare alcun tipo di contributi come si usa fare dalle sue parti. Viene ogni tanto per far numero quando siamo contati e di solito lo chiamiamo Careca, come il grande centravanti del Napoli scudettato ma nessuno di noi si azzarda mai a dirgli che gioca come una ciofeca per paura che quello ci allunghi un ceffone con quelle pale che tiene al posto delle mani.

Solo il Chegia, che deve esserci molto in confidenza, si permette di fargli delle parti a culo invereconde che, come si usa dire, nemmeno il maiale, al punto che mi è capitato di pensare che Careca lo avrebbe ucciso e mangiato là all’istante.

A volte per umiliarlo il Chegia, ci ordina di non chiamarlo come il grande centravanti brasiliano perché è una bestemmia a Dio.

- Ma che Careca, dovete chiamarlo Speggiorin a questa testa di cazzo – urla come un pazzo.

Ma nessuno di noi si è mai sentito coraggioso abbastanza da provare a farlo e in quei casi cerchiamo allora semplicemente di non chiamarlo mai in nessun modo. E la cosa lo ammetto è veramente difficile specie quando la partita è tirata e ogni azione può essere decisiva.

Ieri sera poi gli animi erano più caldi che mai e c’era un’aria elettrica che si poteva respirare a pieni polmoni. Verso la fine della partita quando eravamo sotto per 5-4, l’ineffabile e rutilante Speggiorin si è mangiato due goal a porta vuota che nemmeno un paraplegico mongoloide avrebbe sbagliato e questo ha mandato fuori di zucca il cardinale Sborromeo che è in lizza per la vittoria finale nella classifica di chi vince di più. La cosa ha innescato una serie di reazioni a catena di insulti anche tra le due squadre circa la fallosità di alcuni interventi pesanti non sanzionati e la situazione a un certo punto stava così degenerando che tutti s’è deciso che era l’ora di farla finita e di andarcene sotto la doccia. Perché in quei momenti ti viene davvero voglia di sterminarli tutti i tuoi avversari, arrivi a pensare che loro bruttezza d’animo crei un danno all’equilibrio dell’universo ed è a causa loro che non sei libero di vivere come meriti. E vorresti qualcosa con cui sbarazzarti di essi in un colpo solo.

Eugenetica è la parola giusta. Oppure frenologia se preferite.

Sotto la doccia con il mio bel costume adamitico che mostra i tatuaggi fatti in epoche lontane ne ammiro uno di un tipo e chiedo dettagli, perchè ne ho due e me ne manca un terzo che non ho mai fatto

- Stai invecchiando Mastica, fattene una ragione. – è la frase più gentile a dimostrazione di quanto da vecchi si tenda a tralignare.

Sono tutti così convinti che oramai i loro capelli o almeno quelli che gli sono rimasti, diventeranno bianchi e che tra un altro pochino si ritroveranno anziani. Simpatici vecchietti che vivranno serenamente gli ultimi anni come si usa fare in provincia. Non sanno, non possono sapere, che a me questo destino sta un po’ sui coglioni e che preferirei esser visitato  dalla signora in nero con la mietitrice in mano, prima del rincoglionimento totale .

E vorrei che quando essa arriverà, mi trovasse ancora vivo.

E con un nuovo tatuaggio sulla spalla.

 

 

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56 pensieri su “La partita di calcetto

  1. Ma quanto è bello leggerti!
    Se non altro le vostre partite non sono truccate ;)
    Ps. A proposito della teoria dell’eugenetica io è da anni che sogno di possedere uno “svaporizzatore” sai mica dove si comprano?

  2. Seduta sulla poltroncina del commercialista, come se fossi dal dentista, capisco che di calcio o calcietto, non ne capisco nulla, come di tatuaggi d’altronde. Osservo una banda di debosciati assatanati che di gettano su di una sfera, l’ultimo, l’unico episodio ludico rimasto? Forse. La riconosco questa scena. Basta convertirla alla specie femminile davanti all’oggetto del desiderio per antonomasia: un paio di scarpe! Potremo uccidere per loro.
    ( c’entra na mazza? Mi e’venuta cosi’)

  3. Noi le abbiamo il martedi sera le partite. E sono di calcio a 11. Quindi non puoi mai mancare alla parola data poichè faresti venire un prolasso rettale agli organizzatori che si troverebbero costretti a raccattare gente in giro per Roma alle 9 e mezza.
    Comunque appoggio totale per il terzo tatuaggio.
    Cerca di raggiungermi prima di trovarti a pisciare dentro un tubicino di plastica con qualcuno che tenendoti la mano ti ricorda come ti chiami.

  4. ti scrivo perché ho letto di Edoardo Primo. l’avevo “perso di vista” dai tempi di splinder.
    sempre che sia quell’Edoardo Primo.
    e sempre che si ricordi di me.

  5. Gran bella squadretta, assortita piuttosto bene, direi. E questa allegra “fauna” (inteso affettuosamente, ovvio) ha un nome? VIRTUS, presumo. Insomma lo vedrei meglio che “Scapoli” o “Ammogliati”. Non può che farvi bene alla salute rincorrere la palla. Qualcosa mi dice che sia previsto anche il terzo tempo, anche se per il calcetto non è contemplato.
    Ma le partite non sono truccate, nevvero? O avete ceduto anche voi alla vil moneta?
    Susanna

    • La squadra si chiama “I debosciati”. In realtà volevamo chiamarci “Mister Fritz e i suoi doberman” ma sembrava il nome di un complesso rock…
      E si.. la magnata a seguire è il pezzo mejo…
      nessun trucco… no…
      anche se forse qualcuno la bombetta per me se la prende lo stesso..:)

  6. io ho un amico toscano che capisco che ha giocato perché ha qualcosa di rotto: un occhio gonfio, il ginocchio spaccato… cercherò di controllare se ha anche i tatuaggi…

  7. Me ne starei a bordo campo alla prossima partita, con qualcosa da sgranocchiare, come si fa con i film più belli, e rimembrando il tuo scritto sorridere guardandovi giocare… Eh si ne avrei voglia!!

    Magari con il tatuaggio sul collo del piede che desidero tanto!!

  8. Meno male è arrivato un bicchiere d’acqua fresca nel finale per farmi tirar giù questo mappazzo! Per me è il tuo post più noioso, Masticone.Spero comunque che con questo cipiglio di sincerità non sia finita la nostra storia. ;-)

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