Prometeo liberato

Ognuno di noi ha i suoi miti.

I gusti sono infiniti. Si svaria da chi nel suo personale altare adora il comunismo o il fascismo, chi Del Piero o Gianni Rivera o chi la Ferrari o Pippo Baudo. Io invece ho sempre amato Prometeo. Ecco se dovessi incontrarlo da qualche parte credo che per lui cambierei anche sponda.

La leggenda è ben nota. Prometeo ebbe l’incarico da Zeus di forgiare l’uomo che lui modellò dal fango e che animò con il fuoco divino. Prometeo però andò ben oltre il semplice compitino che gli era stato affidato. Lui si innamorò infatti  degli uomini e decise di difenderli dall’arrogante stupidità degli Dei.  E così quando, in un grande banchetto al quale partecipavano sia uomini che le divinità, fu portato un enorme toro, del quale metà doveva spettare a Zeus e metà agli uomini, Prometeo ammazzò l’animale, lo tagliò a pezzi e ne fece due parti. Agli uomini riservò i pezzi di carne migliori, nascondendoli però sotto la disgustosa pelle del ventre del toro. Agli dei riservò le ossa che mise in un lucido strato di grasso. Fatte le porzioni, invitò Zeus a scegliere la sua parte, il resto sarebbe andato agli uomini. Zeus accettò l’invito e prese la parte grassa, ma vedendo le ossa abilmente nascoste, si arrabbiò lanciando una maledizione sugli uomini. Fu da allora che gli uomini sacrificano agli dei  le parti immangiabili delle bestie, consumandone la carne; ma i mangiatori di carne,  per questo, rimarranno mortali mentre gli dei saranno per sempre immortali. Lo sfrontato raggiro fu però punito da Zeus che tolse il fuoco agli uomini e lo nascose. Prometeo a quel punto, incurante di ogni pericolo, entrò di nascosto nell’Olimpo, accese una torcia dal carro del dio sole e la riportò agli uomini.  Il padre degli dei punì Prometeo facendolo incatenare, nudo, con lacci d’acciaio nella zona più alta e più esposta alle intemperie del Caucaso e gli venne conficcata una colonna nel corpo. Inviò poi un’aquila perché gli squarciasse il petto e gli dilaniasse il fegato, che gli ricresceva durante la notte, giurando di non staccare mai Prometeo dalla roccia.

Non so perchè  questa storia ogni volta che la leggo mi emoziona. Oggi, come quarant’anni fa, quando la lessi la prima volta.

Cosa è cambiato in me da allora? Forse niente se amo ancora Prometeo come quando avevo dieci anni.

O forse tutto. Perché credo adesso di avere coscienza del perchè lo amo così tanto.

Gli dei (Elohim) erano avversi a che gli uomini divenissero “come uno di noi” (Genesi III,22), ed in possesso della conoscenza del “bene e del male”. Quindi in ogni religione tutti noi vediamo questi dei punire l’uomo per il suo desiderio di conoscere. Prometeo è il logos greco, colui che portando sulla terra il fuoco divino (l’intelligenza e la coscienza) dotò l’uomo di ragione e di mente.

Ma cosa è davvero il bene e il male? chi può onestamente dire che cosa sia il bene e che cosa sia il male?

Si, certo, l’etica è la parte della filosofia che studia il bene, che cos’è, come ottenerlo e come mantenerlo. Il codice di valori etici che accettiamo per vivere, per fare le nostre scelte di comportamento, per giudicare le nostre azioni e quelle degli altri forma la nostra morale. Oceani di inchiostro sono stati versati dalle migliori menti mai incarnate nell’uomo e non starò qua adesso a ricordare le sue leggi soggettive limitandomi alla sola legge del BENE OGGETTIVO, definito come tutto ciò che aiuta l’essere umano a vivere e a migliorare la sua vita SENZA violare la vita e il bene di qualcun altro.

Bello no?

Già.

A parole.

Insomma io credo che Prometeo avrebbe molto da dire in punto.

Per Erich Fromm la vera peculiarità della condizione umana è l’instabilità: l’uomo evolve, che lo voglia o no, in una direzione costruttiva che ricongiunge ed integra perfettamente la sua natura istintuale con quella spirituale oppure in una direzione distruttiva che disintegra queste componenti ed in ultima analisi lo stesso essere umano. E una persona decide quella che per lui è la scelta migliore tra varie alternative in ogni situazione, ma tale decisione è orientata in base alla direzione di sviluppo della personalità.

Io penso invece che tutti noi, uomini, possiamo essere o diventare, con i giusti stimoli, sotto le giuste circostanze, distruttori o costruttori. Nessuno escluso. Sono fermamente convinto che tutti quelli che stanno ancora leggendo questo stupido post intimamente sanno che se stimolati a dovere potrebbero compiere qualsiasi nefandezza o all’inverso creare o fare in modo di creare una nuova vita. Nuova armonia.

Ho vissuto gli ultimi anni in modo disperato. Non c’è bisogno di essere un artista per vivere una vita da artista. Una bruciata. Una volta i cantanti o gli scrittori maledetti si strafacevano di droghe e alcool. Oggi ci si sballa in modo diverso. E più si ha sensibilità più si perde il controllo e come quando guardi sotto il balcone e provi un’incredibile attrazione-repulsione per il vuoto. Una parte di te sa che devi fare un passo indietro e un’altra pensa “tu puoi farcela. Tu puoi volare”. E mentre sei in volo e sai che ti stai perdendo hai la forza di vedere le facce di tutti coloro che ti sono passati accanto. Soprattutto in quel momento tu entri in contatto con loro. Con le loro vere intimità. La loro essenza. E in un modo incredibile, riesci persino a leggere i loro pensieri. Diventi messianico. Leggi dentro le loro menti anche ciò che non ti dicono. Lo so, lo so, vi siete persi, ma non me ne frega un cazzo. Voi siete ancora là sul balcone a pensare, io mi sono già buttato da un po’. E nel volo, in quei secondi che precedono lo schianto, passa una vita. Forse ne passa più d’una. Passano i volti di tutte quelle persone che ti dicono ti amo e poi quando tu hai bisogno di loro fanno spallucce e ti salutano con le loro paure e con le presunte gentilezze ti augurano pure buona fortuna, poi quelle di coloro che parlano di rispetto e di valori e che poi sono i primi a rubarti la tua energia di cui hanno bisogno per sopravvivere dandoti in cambio le loro briciole. Quelle che ti vogliono perchè fa fico o solo perchè sei carne marcia da poter mostrare in un salotto o in un blog, quelli che ti rubano i sogni perchè pensano che solo loro abbiano diritto ad averne così grandi e che non hanno la minima idea del perchè stai male incatenato su un monte del Caucaso con un palo su per il culo e un aquila che ti mangia il fegato che la notte ricresce pronto a essere rimangiato. E di quelli che ti promettono cose che sanno non potranno mantenere e di quelli che usano le tue debolezze per farti del male a gratis così, tanto per il gusto e di quelli che giudicano e di quelli che criticano e di quelli per i quali sei costretto tutte le mattine a rimetterti la tua bella maschera pirandelliana e mostrare che dentro di te non c’è alcun abisso. Che sei un tipo normale. Come loro. Uno tranquillo. Loro che non vogliono nemmeno provare a guardare che cosa c’è fuori dal balcone. Figuriamoci a lanciarsi.

E la cosa più dannatamente divertente è che a tutti questi tipi qua sopra,  a tutti quelli che ti hanno rubato dentro e devastato l’anima, a tutti quelli che hanno preso un pezzo di te come souvenir a tutti le buone fatine o a tutti i predatori o agli gnomi della foresta o alle maestrine di scuola o agli eroi dello sport, ecco, a tutti loro tu vuoi ancora bene. A tutti. Nessuno escluso. Tu figlio di Prometeo senti di amarli tutti anche se tra pochi istanti ti schianterai per terra. Forse perché sai che anche tu li hai presi per il culo, forse perchè anche tu hai rubato, abusato, violentato, insultato, fatto del male gratis. Si certo, ti fa star meglio pensare che in fondo con ognuno di essi tu sei in credito. Perchè in cuor tuo sai che hai dato davvero molto più di quel che hai preso. Ma sai anche in un barlume di lucidità, prima che lo sballo sia totale, che (quasi) tutti questi potrebbero dire la stessa cosa di loro stessi. E capisci le loro bassezze, perchè sono le tue bassezze e comprendi il loro pattume perchè è la stessa immondizia che alberga da sempre dentro di te e finisci per amare tutti coloro che sono delle troie come sai di essere te.

Io sono una troia che ha fatto qualsiasi cosa solo per il gusto e non per denaro e se ho mai ferito qualcuno beh credetemi se dico che non è stato mai fatto in modo consapevole e spero che un giorno vorrà perdonarmi come io perdono tutti coloro che l’hanno fatto a me, perchè se come Prometeo mi ha insegnato sono uomini come me, l’hanno fatto solo per il gusto e non per denaro.

Mi sono rotto le palle di questo post e la finisco.

E mi sono rotto le palle anche di questo blog. Non so se e come e quando ci tornerò.

Che la vita (non la terra) vi sia lieve.

O.

Angeli caduti

Si dice che si sono ribellati a Dio e all’ordine cosmico da lui costruito .

L’esistenza del male deriverebbe dunque dalla ribellione, consumatasi nella notte dei tempi?

Non so, forse perchè ho la tendenza a trovare interessante chi ha personalità, faccio fatica a coniugare la parola MALE a quello di ribellione. Che poi vuol dire libertà. Ammesso poi che davvero ne abbiamo, di libertà intendo. La vecchia questione sul libero arbitrio…

Di recente ho avuto modo di incontrare alcune persone che  mi sono sembrate tali (compreso il mio amico Angelo che è cascato dalla bici e si è fratturato il malleolo). La cosa che mi ha colpito in tutti  è che più o meno consapevolmente passano tutto il loro tempo in cerca di una seconda possibilità, in cerca di quella cosa che metterebbe tutto a posto e che gli farebbe far pace con Dio che hanno fatto incazzare. Trovano sempre ragioni per non sentirsi bene, sempre alla ricerca di una pace che non raggiungeranno mai per quanto possano a volte credere di averla trovata in qualche angolo oscuro, in un lavoro socialmente utile o in qualche letto o più banalmente in qualche matrimonio riparatore. Vorrebbero essere vuoti e leggeri, di nuovo senza peso e aerodinamici e si ritrovano invece sempre più pesanti e sempre più legati alla forza di gravità terrestre che non gli permette di spiccare  quei voli come sapevano fare un tempo. Vorrebbero essere estratti dai rottami delle loro fantasticherie silenziose e nettati di tutte le bugie che raccontano per inventare ciò che gli manca, ma dentro le loro anime il temporale continua a infuriare.

E hanno anche paura a frequentare i loro simili, che annusano e percepiscono allo stesso modo in cui l’Highlander sentiva la presenza di altri immortali. Temono, credo, che se Dio li scoprisse in un assemblamento di due o tre, potrebbe scattare la denuncia di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. E di nuovo cacciati e si ricomincia. Un karma che intendono spezzare.

Capita così che Freedom ad esempio, rifiuti di prendere un caffè assieme al concerto di Bruce a Milano, perchè è con il nuovo fidanzato che pare sia stato mandato direttamente da Dio a salvarle l’anima. Hai visto mai che cambi idea se la vede con me che in fondo mi sono solo permesso di fare il tifo per lei contro di Lui che la voleva stecchita? Si è pure ben guardata dal dire altro, che so, una minchia di incoraggiamento a cercare anche io la salvezza, perchè, credo, temesse che se l’avesse fatto sarebbe incorsa di nuovo in peccato mortale. Non le ho detto che non era affatto mia intenzione sedurla in alcun modo facendole perdere la via di ritorno per il paradiso. Sarebbe stato inutile, tempo sprecato. Spero almeno che possa aver finalmente trovato un po’ di pace. Finchè dura almeno.

Oppure al contrario, capita che un altro Angelo si innamori del diavolo che la scopa bene ma che non la vuole amare come lei vorrebbe. O meglio che la ama come sa amare il diavolo, solo scopando bene. Lei, più emancipata di Freedom, chiede persino aiuto a tutti quelli che sanno che cosa significa la parola disagio. La richiesta è subdola perchè ne nasconde un altra: vuole essere convinta, meglio convincersi da sola con un piccolo aiutino, che in fondo amare un demonio non è mica la fine del mondo! Insomma c’è di peggio…In fondo il sesso funziona….

E poi incontri gli Angeli che sono impegnati nel sociale pensando che è a quel modo che troveranno la salvezza e la redenzione. Il sociale è quasi sempre la loro famiglia, i figli su tutti ma anche genitori malati oppure mariti o mogli che non sopportano più ma a cui vogliono bene (?) e per i quali si immolano. Più sentono il sangue in bocca degli schiaffi che prendono dalla vita e più credono che Dio avrà pietà di loro e gli permetterà di ritornare in paradiso.

Tutti questi sono Angeli Caduti che credono di poter ottenere la redenzione. Non sanno come, ma credono di potercela davvero fare.

E poi ci sono quelli che invece io preferisco. I matti. O meglio coloro che hanno un disturbo della personalità che è caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dal crearsi un mondo che non esiste e in cui loro sono l’unico Dio (oltre che l’unico abitante). Quelli come me. Potrei benissimo essere uno dei personaggi del  libro “Soffocare” di Chuck Palahiuk. Nel libro, c’è questo Viktor Mancini, un’erotomane pazzesco, fissato con il sesso sempre e comunque e che segue un corso per disintossicarsi dal sesso. Victor Mancini, si innamora di una dottoressa del manicomio dove lavora una dottoressa, Paige Marshall e alla fine del libro però scopre che la dottoressa Paige Marshall, che si aggira tra i reparti del manicomio vestita come un dottore a fare visite a tutti i matti, altro non è che anch’essa una matta internata come  tutti gli altri là dentro e alla quale i medici veri lasciano giocare quel ruolo nel tentativo di tenerla calma, perché altrimenti diventa pericolosissima.

Anche io vorrei tanto conoscere la dottoressa Paige Marshall. Vorrei tanto scappasse dal libro è entrasse nella mia vita, se capitasse sono certo che mi direbbe  “scappa con me sulla Luna. Assieme ce la possiamo fare.”

In fondo anche io come lei sono  un Angelo caduto. E con la dottoressa Paige Marshall e tutti gli altri  dissociati come noi dividerò il mio destino.

La canzone di Michele

Michele ha gli occhi buoni e un cuore più grande di quanto lui stesso creda di avere, ma anche venti chili di troppo addosso e soprattutto un disagio evidente a chiunque parli con lui più di cinque minuti. Una depressione latente che ogni tanto fa capolino e turbe maniaco compulsive psicotiche lo rendono insicuro e incapace di vedere sé stesso come una unità. Anni fa se n’era andato a studiare a Perugia ma un giorno all’improvviso ha fatto crack. La sua psiche si è rotta. Ha deciso allora di tornarsene al paesello suo, in Lucania, ma alla stazione non riusciva nemmeno a salire sul treno. Qualcosa lo bloccava. Rimase tutto il giorno sul binario incapace di montare sopra uno dei tanti treni che passarono. Chiamò il papà che corse a recuperarlo e al quale disse che aveva visto dei calabresi che lo puntavano che avevano aperto il cofano dell’auto per mettercelo dentro.

Una volta a casa è stato messo sotto cura ma per quanto ci abbia provato, non riesce proprio a non farsi del male. E’ incostante ma consapevole. A tratti dolcissimo, a volte irriverente. Gli amici lo chiamano “il gatto” perché, per evitare di ucciderne uno, una volta riuscì a distruggere la macchina che gli aveva prestato il padre che l’aveva comprata vent’anni prima e che fino ad allora aveva tenuto di conto come fosse una reliquia religiosa. A Michele però piace il nome con cui Gianluca e Nicola e gli altri del gruppo hanno scelto per identificarlo e così per rendergli omaggio ha preso davvero a muoversi e a camminare come un gatto. Lento, indifferente, silenzioso. Del resto è indifferente anche a ciò che la gente pensa di lui. Almeno apparentemente. In fondo alla sua anima ha deciso di autopunirsi perché è convinto che tutti i problemi di natura organica e nervosa e di concentrazione se li è cercati da solo sia con l’abuso di sigarette che consuma a pacchi che di caffè. Soprattutto con quello delle droghe.

Anche adesso, nonostante gli psicofarmaci che prende.

Quando racconta del suo periodico peregrinare, delle sue conoscenze temporanee, dei suoi giri e riti oppiacei in macchine sconosciute, della sua deriva in stanze illuminate solo dal suo delirio, non si fa sconti e dice anche ciò che nessuno al suo posto direbbe. Come di quando ad esempio una volta, in Polonia con i suoi amici, questi avessero dell’erba già pronta per l’uso ma che lui invece ne voleva di un altro tipo. Si era fissato che voleva “il fumo” pesante. E così senza conoscere una parola di inglese o di polacco esce di casa e finisce alla stazione dei treni dove trova due tizi ai quali, non si capisce bene come, fa capire le sue intenzioni. Questi gli dicono, “Ok nessun problema”, gli offrono della vodka lo fanno ubriacare bene e poi gli portano via i soldi che lui aveva portato con sé.

La cosa che colpisce è che se n’è frega delle risate grasse che si fa la gente quando ne parla. A lui, che studia ancora la letteratura e che stravede per Bukowsky non importa niente di apparire “lo strano”. E per metterci il carico sopra fa il bis raccontando di come vada a puttane per parlar con loro. Le paga solo per parlarci. Spesso facendole pure incazzare.

Una sera d’estate, Michele non si presenta all’appuntamento con i suoi amici. Poiché è un ossessivo, la puntualità per lui era una mania e tutti cominciarono a preoccuparsi. Il padre andò nel panico quando la sera non tornò a casa. Alla fine dopo cinque giorni telefonò a Nicola e gli disse che aveva passato quel tempo in diverse stazioni adriatiche. Dormito in treno e mangiato alla Caritas. Vagabondato con il suo valigione improbabile , deriso e poi compreso da coloro che avevano tentato di derubarlo. Parlò di Saverio, un sessantenne finito  in strada per via degli strozzini a cui doveva ancora dei soldi e per cui mentiva ai figli fingendo inesistenti lavori da guardiano notturno. Parlò di Youssuf, un marocchino che lo aveva invitato su in Trentino per la raccolta delle mele. Parlò soprattutto di risse sventate e di paci rinata grazie a una semplice bottiglia di birra. Parlò di vite rubate incomprensibili a chiunque si limitasse a un giudizio superficiale e di persone squisite e di come queste cerchino di stare a galla dove è oggettivamente difficile poterlo fare

Non ne fece parola con i genitori preoccupati che Saverio, con il quale ancora si sentiva e al quale di tanto in tanto mandava qualche euro, lo avesse in qualche modo circuito e plagiato anche sessualmente.

Quando ho conosciuto Michele ho provato una forte empatia con lui. E la cosa deve esser stata reciproca perché ieri sera si è messo a raccontarmi delle storie che gli giravano nella testa e che, mi ha detto, voleva dividere solo con me, perché, a suo parere, solo io potevo davvero capirlo.

Mi ha raccontato così che gli sta sulle palle il grillo parlante di Pinocchio. Un essere pettegolo e senza pudore, senza un filo di cervello. Mi ha detto che proprio non poteva credere che il grillo fosse la coscienza di Pinocchio. Pinocchio, per lui, aveva una coscienza immacolata mentre il grillo ha tutti gli scheletri nell’armadio dei piccolo borghesi.

«Ma scusa» mi fa, «Lucignolo passa a chiamare Pinocchio per andare assieme nel Paese dei balocchi e insieme si dirigono al primo bar del paese, giocano a carte e a biliardo e si ubriacano come maiali. Ottimo Pinocchio, non sei d’accordo? E invece arriva quel rompicoglioni di quell’insetto parlante che gli dice in tono pacato che sta invece facendo male. Una volta pinocchio voleva prendere un po’ di fumo e si recò nel bosco. Ti incontra due e gli sgancia venti euro e questi gli dicono di aspettare. Poi se ne vanno. Cose che succedono. Il povero Pinocchio è troppo buono e pure quella sera rimane senza una canna. Ma non solo. Arriva lui, il grillo, e lo rimprovera di essersi allontanato da casa, di frequentare brutta gente e poi non pago accusa Pinocchio di far soffrire il padre. E Pinocchio povero ingenuo si fa venire i sensi di colpa. Sventurato. Lui, Pinocchio che non fa altro che mostrarsi al vecchio genitore per quello che è: un burattino troppo buono per tenere nascosti certi segreti al proprio padre. Lui si dà al padre tutto, anche i suoi vizi e i suoi difetti e lo fa soffrire, certo con le proprie azioni e tuttavia Geppetto, lui che si che dovrebbe conoscere bene la propria creatura e questo grazie a lui, grazie al burattino e in cuor suo non fa che ringraziare il Signore per essere un padre, sotto tutti i punti di vista. E alla fine caro burattino sei diventano umano di pelle e ossa mentre altri, che nascono bambini, col tempo finiscono per diventare inutili pezzi di legno, legno della specie peggiore e saranno soprannominati “spaccalegna” ma questa è un’altra storia»

Lo lasciai davanti a casa sua ad asciugarsi le lacrime e ad accendersi un’altra sigaretta.

Stamattina era tornato quello di sempre. Distratto e bonario, improbabile e mezzo alcolizzato. Sembrava aver rimosso. Prima di salire sull’aereo che mi riportava indietro, dentro la mia vita di sempre, gli ho chiesto dove se ne sarebbe andato lui. E serio, tremendamente serio, mi ha risposto che avrebbe camminato fino a Paperopoli.

Per tutto il volo avevo una gran voglia di piangere e se non l’ho fatto è stato solo perché non volevo preoccupare lo sconosciuto che mi sedeva accanto.

Come arrivo a Pisa mi arriva un suo sms  con su scritto:

«I vari Tolstoj, Dostoevskij, Carlo Levi e via dicendo mi ritornano come un divisione senza resto, netta. Nella vita si ha bisogno di aiutare gli altri. E’ vita e si spera con questo anche di poter affrontare chi è dalla parte della morte»

Il goal più bello della storia del calcio

In genere quando a qualcuno viene chiesto quale sia stata la rete più bella della storia del calcio, quasi tutti fanno riferimento al famoso goal di Maradona ai mondiali del 1986 all’Inghilterra, quando prese palla a centrocampo, fece uno slalom pazzesco scartando tutti, portiere compreso e poi depositò la palla in rete.

Io no.

Io ricordò perfettamente quando e come e, soprattutto, chi ha fatto il più grande goal della storia del calcio..

Era più o meno metà anni settanta. Partita finale del campionato provinciale allievi a Grosseto. Il clima era tesissimo e surriscaldato come mai avevo visto. Eravamo arrivati a quel finale di stagione con la pressione dei tecnici e della società che teneva da morire a quello stupido trofeo. Soprattutto  quell’atmosfera pesante era stata causata da genitori di molti dei miei compagni di squadra talmente ottusi e dementi che ogni volta che potevano ci insultavano pensando di incitarci.  I nostri avversari di quel giorno erano tosti . Li conoscevamo perchè li avevamo già incontrati nel girone di andata ed erano duri e cattivi, non lasciavano spazio alla fantasia e mettevano tutto sul piano fisico.  La partita la arbitrava un uomo che tutti chiamavano “Il pazzo”. Lo conoscevo di vista perchè stava vicino casa mia ed era il classico tipo che la gente scansa perchè riconosce come diverso. La personalità, infatti, era di sicuro una di quelle borderline. Lo guardavi e nei suoi occhi vedevi brillare sempre quella pazzia latente che pensi che prima o poi esploda in qualcosa di clamoroso e per questo ne avevi paura. Di quando in quando c’avevo scambiavo qualche parola e ricordo che usava una cantilena strana, molto lenta. Sembrava quella di Enrico Beruschi che al tempo godeva di grossa popolarita televisiva.  La sua “stranezza” era accentuata anche dal fatto che viveva ancora con i genitori nonostante fosse già un uomo fatto da un pezzo e si diceva facesse l’arbitro perche,  quella era l’unica cosa che riuscisse a calmare “l’urlamento” che sentiva dentro.

Io giocavo come mezza punta e, nel calcio, come poi ho scoperto in tutte le altre cose che ho fatto nella vita, ero bravino ma non bravissimo. Insomma un mediocre. Quella partita si mise subito male. Andammo sotto di un goal, probabilmente in fuorigioco. I genitori sulle tribune cominciavano a rumoreggiare contro di noi e contro l’arbitro. Un altro paio di episodi dubbi e infine un clamoroso fallo in area di rigore a nostro favore non dato, scatenò la rabbia della gente fuori dalla recinzione che guardava la partita. Da lì in avanti gli insulti furono solo per l’arbitro. Una cosa pesantissima anche da ascoltare. Gliene dissero di tutti i colori. E soprattutto ci ridevano come pazzi e ricordo che fu una delle prime volte che provai imbarazzo per qualcosa che facevano altri, di fronte a me.

Secondo tempo iniziato da poco. La situazione era pesante oltre misura. In campo ce le stavamo dando di santa ragione, sulle tribune l’insulto all’arbitro era diventato il gioco a chi la sparava più grossa. Sarà stato attorno al decimo della ripresa che un mio compagno, l’ala destra, fa un gran dribbling sulla fascia ed effettua un cross perfetto che arriva al vertice opposto dell’area scavalcando tutti i difensori e pure i nostri attaccanti, ma è un’occasione favolosa per me che sto arrivando da dietro. Vedo la palla che parte dal piede del mio compagno e cerco di andare dove credo possa arrivare. Di fronte vedo solo e unicamente l’arbitro. Nessun avversario può raggiungerla prima di me. Immagino che lui si sposterà per farmi passare, invece, non solo non fa niente del genere, ma anzi cerca e trova una postura giusta per coordinarsi e colpire al volo la palla di sinistro e infilarla al sette della porta avversaria. Un goal strepitoso. Il goal più bello che abbia mai visto in vita mia. E subito dopo comincia a correre alzando le braccia come si vede fare in televisione ai giocatori di calcio veri. Sembrava un invasato e sul campo scende il silenzio più totale. La gente è incredula. Il tipo però commette un errore madornale: vai a esultare sotto la curva, che in quel caso era la tribuna, facendo a più riprese il gesto dell’ombrello al pubblico e urlando: Tiè, Tiè!

Il dramma.

Invasione di campo inevitabile e tentativo di caccia all’uomo da parte di tutti. Dirigenti (?) delle società compresi. Lui si barrica negli spogliatoi. Il custode del campo cerca di tenere a bada la massa e poichè  mi conosceva bene mi urla “si mette male. Vai nell’ufficio e chiama la polizia”. Eseguisco con grande perizia. Al 113 provo a spiegare cosa è successo ma il centralinista sembra non prendermi troppo sul serio, mi chiede il nome e tergiversa. Allora non sapendo che fare urlo “c’è mio padre assediato nello spogliatoio vi prego venite subito. Ho tanta paura”. Devo aver detto qualche parola magica perchè nel giro di pochissimo arriva una pattuglia che disperde i facinorosi e fa uscire “il pazzo” e se lo carica nella volante non prima di aver gridato “Dov’è il figlio? dov’è il figlio?” Vigliacco come pochi non mi faccio avanti, finchè non mi rendo conto che l’agente si sta spazientendo “dov’è quello che ci ha chiamati?” Urla tre volte. “Dov’è …..”  chiamando il mio nome. Alla fine non posso esimermi e faccio un passo avanti verso di lui e verso l’ignominia degli sguardi. Fortuna mio padre vero non c’era. Mi caricano in macchina con loro e ci portano via. L’arbitro è praticamente una sfinge. Non proferisce parole. E’ in stato narcolettico. Gli agenti provano a parlargli e lui non reagisce a nessuno stimolo. Mi chiedono che cosa è successo a mio padre e provo a raccontargli la verità. Ho detto che l’avevo dichiarato solo perchè non mi sembrava mi prendessero sul serio. Provano allora  ancora a farlo parlare ma lui niente. Decidono di portarlo al pronto soccorso perché immaginano sia in stato di choc e mentre i due tipi vanno a cercare un medico, il pazzo per un attimo si sveglia dal torpore si volta verso di me e mi dice con la voce da Beruschi:

“Bella quella storia del padre. Ti ho notato sai? hai stoffa, diventerai qualcuno!”

Poi quando ritornarono a prenderlo rientrò nel suo stato vegetativo e buona notte.

Ho saputo, tempo dopo, che era stato radiato dalla Federazione e che gli era stato assegnato un certo stato di infermità con accompagnamento. Non credo si sia più ripreso da quel giorno.

Ieri ero a Grosseto perchè dovevo fare alcune commissioni. Ogni volta che torno nella mia città natale passo del tempo a bere a pieni polmoni di lei. Mi piace la sua aria e quell’odore di tiglio e acacia che si sente solo in Maremma in primavera. E mi piace ogni volta farmi un giro nei posti che sono stati importanti in quella che era la mia vita di allora e che adesso sembra lontana un secolo. Ad un certo punto senza accorgermene mi sono ritrovato davanti all’oratorio dove ho cominciato a tirar calci al pallone e sono rimasto come un babbeo per un tempo indefinibile là davanti. Vedevo scorrere davanti a me immagini di un tempo che non c’è più. Facce di amici che chissà dove saranno adesso e di altri che ogni tanto incontro ancora e che oggi sembrano essere dei vecchi nati vecchi ma che allora erano invece pieni di vita.

Dopo un po’ mi accorgo di una cosa che prima non avevo notato. Accanto all’oratorio c’è l’ospizio dei vecchi della città. E’ una giornata calda e ci sono molte persone nel giardinetto, si fa per dire, del posto più temuto da quelli che hanno una certa sensibilità. E vedo un tizio che mi sta puntando senza smettere e mi sembra anche che sia anche un po’ che lo sta facendo. Mi avvicino meglio e lui fa lo stesso e arriva fino alla ringhiera.

Lo riconosco. E’ lui. Il vecchio arbitro che fece il goal più bello della storia del calcio. Adesso è totalmente calvo e rugoso, si regge a malapena sulle gambe è magro finito e i suoi occhi sembrano quasi normali. Però la sua voce ha la stessa cantilena di un tempo e mi dice:

“Sai che ti ho seguito? Sapevo che avevi stoffa e sei davvero diventato qualcuno. Sono orgoglioso di te”

Prima che potessi dire qualcosa arriva di corsa un infermiera che mi sorride e mi fa: “Scusi sa. E’ pazzo non sa quel che dice. Adesso lo riporto dentro”.

Lui mi ha sorriso.

E a me invece sono solo spuntate le lacrime perché ho sentito la bellezza di qualche grazia profonda e mi sono sentito ubriaco come un bambino del latte della mamma.

Elogio del Bukkake

Era già da un po’ che pensavo di fare un post sul sesso.

L’avevo promesso per ripagare tutti i cialtroni che ho turlopinato con i Tag a lui riferenti e che invece arrivano qua, entrano nell’Osteria-bar, Masticone e trovano gente che ride o piange o spara cazzate a go-gò ma di sesso nemmeno a pensarci sopra.

Inizialmente pensavo di scrivere delle mie fantasie erotiche, ma poi ho deciso che sono troppo banale anche da quel punto di vista. Insomma, ammettiamolo, a me piace fare le cose normali, in condizioni normali con persone normali. Non mi piacciono le orge, sono geloso della mia donna, non mi piacciono i privè e non amo praticare lo scambismo. Insomma una vera palla, lo ammetto. Sullo scambismo poi ho una mia idea tutta personale. E cioè che gli uomini che lo praticano vadano a raccattare una mignotta da qualche parte e arrivino felici nei luoghi di scambio arrapati come licantropi perche pensano che si stanno per fare la moglie di un altro che fa, di nascosto, tuttavia la stessa cosa. E quindi i bellimbusti finiscono per scoparsi le rispettive puttanazze credendo di fottere la mogliettina del babbeo che ha accettato lo scambio.

Tutti fanno così. Tutti tranne il mio amico Massimo, ma questa è un’altra storia. E no. Gli voglio bene e quindi non ve lo presento.

Con queste premesse non sapevo più a che santo votarmi per tirar fuori qualcosa sul sesso che sia minimamente interessante quando stamani a Radio 3 (proprio lei) la radio più acculturata che esista mentre sono in macchina sento la minchiata del mese. Un tizio, non ricordo nemmeno il contesto, tira fuori la storia per cui sembra che sia stato calcolato che il getto di sperma esca dal pene ad una velocita’ di circa 17 km/h. E tutto il giorno che questa cosa mi fa morire dal ridere. Ci penso e rido da solo. Ho anche deciso che la prossima volta che mi faccio una sega, me la voglio fare davanti a un’autovelox per calcolare il mio spruzzo.

E a furia di pensare alla corsa di velocità spermatica, mi è venuto in mente che potrei scrivere del Bukkake che trovo singolare e divertente. Il Bukkake è davvero un’antichissima tradizione giapponese un antico rito di fertilità che veniva compiuto dopo un matrimonio, per garantire una lunga a prosperosa discendenza alla coppia. La sposina veniva ricoperta di sperma da tutti i convenuti al matrimonio, che in tal modo dichiaravano di accettare la fanciulla come donna adulta e non più come bambina, con tutti i diritti e i doveri che ne conseguivano. La quantità di sperma indicava simbolicamente la lunga e prosperosa discendenza che i partecipanti al matrimonio auguravano alla coppia.

Del resto è’ provato che la semeterapia porti ad un allungamento della vita da parte delle donne.ll liquido è caratterizzato da pH alcalino, colore bianco-giallastro, consistenza viscosa. Contiene in particolare fruttosio, zinco, magnesio, numerose proteine nobili con funzione enzimatica. Le virtù naturali attribuite al seme sono molteplici: effetto tonificante, antidepressivo e ansiolitico, proenergetico, stimolante il sistema immunitario.Spesso una donna si chiede come fare per soddisfare pienamente il suo partner dal punto di vista sessuale, ebbene la risposta è molto semplice: è sufficiente bere il suo seme. Questo è quanto l’uomo istintualmente cerca nel corso della sua vita, anche se forse non lo sa, o non avrà mai il coraggio di chiederlo. Il sistema più semplice è quello di praticare la semeterapia all’interno della coppia; il seme può essere semplicemente assunto nel corso di un rapporto orale, oppure se il sapore non è gradito, è possibile raccoglierlo in un recipiente di vetro, mescolarlo con un po’ di succo di frutta e berlo subito dopo. I maggiori benefici si ottengono con il liquido fresco, appena raccolto. La conservazione è possibile in frigorifero, in un recipiente di vetro ben chiuso, per un massimo di 12 ore. E’ consigliabile l’assunzione 1 o 2 volte alla settimana.

Come molte antiche tradizioni giapponesi anche il bukkake ha subito l’influsso occidentale: quello che un tempo era un rito carico di significati simbolici è diventato uno sport in cui quello che conta sono gli arbitri e i punteggi. E sono nate nuove tecniche di Bukkake che manifestano lo stile e cultura dei nostri tempi:

1) a colpo secco–

Alle volte è difficile trovare un gruppo di uomini per una seria sessione di bukkake. Occorre portare il partner vicino all’orgasmo alcune volte prima di farlo eiaculare. Questo processo arriva da un antica usanza tantrica che aumenta la quantità di sperma eiaculato. Lo scopo è di riempire la faccia del/della “ricevente” con successive eiaculazioni. se il “donatore” è solo uno potete usare il suo pene come un pennello e spargere lo sperma su tutta la faccia così da avere una “copertura totale”.

2) colora le sopracciglia– 

Una tecnica eccellente è quella della colorazione delle sopracciglia. Occorre controllare un po’ il vostro orgasmo così da avere almeno due “spruzzi”.  Con il primo spruzzo partendo dall’esterno di una delle sopracciglia si cerca di “imbiancarla” tutta (la sopracciglia) per poi passare all’altra, cercando di evitare di spruzzare sul naso. 

3) famossimo “cornhole”

Al posto dei soliti Facial, questa tecnica permette di eiaculare in altre parti della testa della ricevente.per la precisione nell’orecchio. la tecnica consiste nell’eiaculare ne padiglione auricolare della ricevente fino all’ultima goccia dell’orgasmo, così da far sembrare l’orecchio una specie di tazza o di bicchiere per sperma.

4) Spray Nasale–

abbiamo tutti avuto il raffreddore e provato la spiacevole sensazione di liberazione nel soffiarsi il naso. Questa tecnica consite nel posizionarsi per l’eiaculazione nella narice della ricevente e poi venirci dentro, in seguito, con gli altri schizzi, riempire l’altra narice. Tutto sarà poi liberato da un delizioso starnuto.

5) Gel bollito–

Un’altra buona tecnica che consiste nel dare il giusto nutrimento ai capelli della ricevente. Tutti sappiamo quanto faccia bene lo sperma alla pelle e sappiate che fa anche meglio ai capelli! Se il viso è già tutto incremato spostatevi verso la sommità del capo della ricevente e venite dall’apice dello scalpo in dietro lungo i capelli. 

6)   La cremina sul caffè–

oltre ad eiaculare sulla ricevente potete dare un po’ di sperma anche nel suo caffè o nel drink che sta bevendo. Molte donne adorano la crema sul caffè, è piena di proteine! L’estremizzazione di questa tecnica consiste nel riempire un bicchiere di sperma e farlo bere alla ricevente. Potete anche condire qualsiasi cibo con il vostro sperma così da dare un gusto in più e aumentarne il potere nutritivo.

Sopratutto, incredibile ma diesel, esistono delle gare di Bukkake. E’ presente pure la Federazione Italiana Gioco Bukkake e già si parla di farlo diventare sport olimpico.

E pare che il team di Bukkake del Vaticano si eserciti quasi esclusivamente su fanciulli minorenni.

 

La presentazione

Come (quasi) tutte le cose del mondo, anche parlare in pubblico ha delle regole.

Non importa se devi parlare di fronte ad un’Assemblea dei soci o in quella del condominio, se hai di fronte elettori indecisi se darti il voto o meno oppure solo invitati ad un matrimonio che attendono il tuo discorso da amico, qualora si voglia avere un briciolo di successo occorre  seguire quelle regole. E quindi figuriamoci se un (ex) perfettino del cazzo come me non vi si attenga anche in condizioni di disagio intellettual-emotivo, per motivi che sarebbe lungo spiegare, come ieri sera.

La teoria sostiene in primo luogo che l’incipit ha un’importanza notevole. Insomma adattare la prima frase al pubblico che ascolta è un vecchio trucco da imbonitori e cabarettisti. Un po’ sfruttato, ma sempre efficace. Quando ero ancora giovane e naif pensavo tutto questo si potesse soddisfare con il racconto di una barzelletta. Se avete presente nei film, fanno sempre cosi. La vita però non è un film. Una volta infatti capitò che, pur essendomi preparato come si deve per raccontarla con disinvoltura, il risultato fu deludente. Infatti questa tecnica richiede subito il massimo di sicurezza e invece, in quella occasione, trovandomi di fronte un pubblico più numeroso del previsto e con un atteggiamento disinteressato e poco cordiale, iniziai in modo niente affatto brillante. La mia barzelletta non fece ridere nessuno. La situazione fu per me molto imbarazzante. Cominciato male il discorso, il seguito, dato lo stato d’animo in cui mi trovavo, fu ancora peggiore. Non riuscii a riemergere dalla buca che mi ero scavato con quella maledetta barzelletta!

L’esperienza che mi sono fatto in questi anni mi ha portato allora a pensare che  il modo migliore per iniziare un discorso in pubblico sia condividere subito qualcosa di personale. Credo sia perché mi sono convinto che ciò provochi emozioni e stimoli gli altri a condividere le cose che vuoi raccontargli. E così ieri sera ho iniziato dicendo che nonostante non fosse presente LEI, la donna che mi ha fatto perdere il sonno e pure l’appetito, ero felice di stare in loro compagnia che erano, ai miei occhi, molto più belli e simpatici dell’uomo con cui la signora si stava probabilmente intrattenendo nello stesso momento.

Forse però una barzelletta era meglio….

Tuttavia, oramai sono scafato e capace di riprendermi da debacle ben peggiori. E quindi, con una classe che fino a qualche tempo non credevo avere, ho messo il pilota automatico e sono andato via liscio liscio,in modalità velocità di crociera. Sembravo il comandante Schettino. E così è stato un bellissimo e ben argomentato intervento formale, sciolto, serioso, enfatico, scanzonato, avendo ben chiari i punti di forza in modo che il pubblico capisse perfettamente e rimanesse coinvolto, concentrando tutti i concetti basi nei primi minuti ben sapendo che la soglia dell’attenzione cala drammaticamente al decimo minuto. Quindi variando l’intensità e la modulazione della voce, controllando la gestualità senza tenere le braccia conserte ed evitando posizioni curve che è sintomo di insicurezza. Fissando una persona a metà platea, che fa sembrare a tutti che si stia parlando con ognuno singolarmente. E la persona che vedevo tra tante facce era LEI.

“Signori e signore, alla vostra sinistra potete ammirare le famose coste dell’Isola del Giglio. E stiamo facendogli un inchino, salutate con il braccino i poveri pescatori”

E mentre brindavamo alla faccia del parroco del Giglio porto che suonava le campane a festa, anche io ho incontrato le rocce che hanno squarciato la mia nave.

E’ stato quando, chiedendo se qualcuno volesse intervenire, una donnina ha alzat0 una mano e ha detto, canticchiando benissimo il motivetto tanto da sembrare Nada Malanima “che colpa ne ho, se il cuore è uno zingaro e vaaaaaaa….” , scatenando l’ilarità generale e facendomi arrossire come un peperone. Il mio cervelletto, grippa ma allo stesso cerca una rappresaglia immediata. Penso che potrei mandare l’aviazione a colpire con i miei missili il campo profughi che stazionano nella cellulite che la attanaglia e che le impone di vestirsi di nero per smagrarsi. Oppure potrei dirle che la vecchiaia non ha infierito su di lei perchè i brutti non invecchiano mai. Ma temo ritorsioni da parte del pubblico che anzichè essere interessato a tutte le cose fantastiche che gli ho appena raccontato, pare molto più interessato al simposio: Masticone becco ma non solo. Pure bastonato!

Prendo tempo. Rifiato. I libri sui quali ho studiato non prevedeva tra i tanti “troubleshooting” una cosa del genere. Penso a LEI e credo che se vedesse ciò che sta succedendo, non sarebbe affatto simpatetica con me, ma anzi si sganascerebbe dalle risate e la cosa, incredibilmente, mi fa incazzare e mi eccita allo stesso tempo. Sono eccitato? Stupirmi eccitato nel pensare a LEI che ride di me entrato dentro una situazione simili a causa sua è da malati pervertiti. Ah beh, allora sono ancora normale. Nella mia diversità intendo.

Entra più gente, incuriosita dal casino che sta venendo fuori e chiede lumi a quelli in ultima fila. Li vedo intenti a fare il riassunto delle puntate precedenti mentre io sto annaspando tentando di arginare un’ultima difesa possibile, sulla linea gotica, mettendo in campo il peggio del mio repertorio: frizzi, lazzi e peppèquaqua perepè. Ma non attacca. Di nuovo quella malefica mano in ultima fila si alza. La odio. So benissimo che cosa sta per dire e la ignoro. Ma il resto della comunità scientifica riunita in simposio pare molto attenta nel valutare gli studi analitici dei propri colleghi, le urla: “dica, dica. parli pure, signora”.

E lei riattacca: “…catene non ha, il cuore è uno zingaro e vaaaaaaaa”

Le risate stavolta sono grasse. A me invece viene da piangere. Ma vorrei anche dire alla signora grassa in nero dell’ultima fila dov’è che dovrebbe andarsene lei. Non LEI, lei. Perchè LEI non c’è, purtroppo. Vabbè mi sono incartato.

Ma al peggio non c’è mai fine.

Un uomo pensando di farmi cosa gradita mi dice “Non si preoccupi amico, siamo tutti cornuti. Occorre saperle portare con classe. E lei mi sembra che ne abbia da vendere”

Lei invece no. Vorrei dirgli. Lei mio caro signor Cervo, le porta male. Dovrebbe farsele spuntare, perchè sono veramente cespugliose.

“Su, ovvia, oramai che siamo in confidenza, ci racconti di LEI. Che donna è”

” Come siamo in confidenza?”

“Si, si, ci dica di questa donna che la fa star così male”

“Io sto benissimo. Non sto affatto male.”

“Non menta. La vediamo che sta male. Su su, ci dica di LEI”

“Non ci penso nemmeno”

Quella maledetta mano in fondo della grassaccia fasciata di nero si alza di nuovo. Mi convinco allora a seguire il populismo imperante:

“va bene avete vinto. Vi parlerò di LEI”.

“Si dai. “

“LEI è la ragione per cui Dio ha creato le donne”

“Boom” fa il signor cervo. Ma capisco di averlo toccato dentro.

“Vi parlerò di LEI, citando un brano di Italo Calvino dalle “Città invisibili” “

Si fa silenzio. Mi accorgo che anche la grassona è finalmente interessata a quanto sto per dire.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà. Se ce n’è uno è quello che è già qui. L’inferno che abitiamo tutti i giorni che formiamo stando assieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno. E farlo durare e dargli spazio…………. Ecco LEI non è inferno”

Mi zitto e per la prima volta da inizio serata vedo tutti davvero concentrati su di me.

Poi scatta incredibile un applauso.

Anche la ciccia in nero sembra commossa.

Io no. Io sono vendicativo e quella balenottera la voglio vedere allo zoo marino di Cesenatico.