Il goal più bello della storia del calcio

In genere quando a qualcuno viene chiesto quale sia stata la rete più bella della storia del calcio, quasi tutti fanno riferimento al famoso goal di Maradona ai mondiali del 1986 all’Inghilterra, quando prese palla a centrocampo, fece uno slalom pazzesco scartando tutti, portiere compreso e poi depositò la palla in rete.

Io no.

Io ricordò perfettamente quando e come e, soprattutto, chi ha fatto il più grande goal della storia del calcio..

Era più o meno metà anni settanta. Partita finale del campionato provinciale allievi a Grosseto. Il clima era tesissimo e surriscaldato come mai avevo visto. Eravamo arrivati a quel finale di stagione con la pressione dei tecnici e della società che teneva da morire a quello stupido trofeo. Soprattutto  quell’atmosfera pesante era stata causata da genitori di molti dei miei compagni di squadra talmente ottusi e dementi che ogni volta che potevano ci insultavano pensando di incitarci.  I nostri avversari di quel giorno erano tosti . Li conoscevamo perchè li avevamo già incontrati nel girone di andata ed erano duri e cattivi, non lasciavano spazio alla fantasia e mettevano tutto sul piano fisico.  La partita la arbitrava un uomo che tutti chiamavano “Il pazzo”. Lo conoscevo di vista perchè stava vicino casa mia ed era il classico tipo che la gente scansa perchè riconosce come diverso. La personalità, infatti, era di sicuro una di quelle borderline. Lo guardavi e nei suoi occhi vedevi brillare sempre quella pazzia latente che pensi che prima o poi esploda in qualcosa di clamoroso e per questo ne avevi paura. Di quando in quando c’avevo scambiavo qualche parola e ricordo che usava una cantilena strana, molto lenta. Sembrava quella di Enrico Beruschi che al tempo godeva di grossa popolarita televisiva.  La sua “stranezza” era accentuata anche dal fatto che viveva ancora con i genitori nonostante fosse già un uomo fatto da un pezzo e si diceva facesse l’arbitro perche,  quella era l’unica cosa che riuscisse a calmare “l’urlamento” che sentiva dentro.

Io giocavo come mezza punta e, nel calcio, come poi ho scoperto in tutte le altre cose che ho fatto nella vita, ero bravino ma non bravissimo. Insomma un mediocre. Quella partita si mise subito male. Andammo sotto di un goal, probabilmente in fuorigioco. I genitori sulle tribune cominciavano a rumoreggiare contro di noi e contro l’arbitro. Un altro paio di episodi dubbi e infine un clamoroso fallo in area di rigore a nostro favore non dato, scatenò la rabbia della gente fuori dalla recinzione che guardava la partita. Da lì in avanti gli insulti furono solo per l’arbitro. Una cosa pesantissima anche da ascoltare. Gliene dissero di tutti i colori. E soprattutto ci ridevano come pazzi e ricordo che fu una delle prime volte che provai imbarazzo per qualcosa che facevano altri, di fronte a me.

Secondo tempo iniziato da poco. La situazione era pesante oltre misura. In campo ce le stavamo dando di santa ragione, sulle tribune l’insulto all’arbitro era diventato il gioco a chi la sparava più grossa. Sarà stato attorno al decimo della ripresa che un mio compagno, l’ala destra, fa un gran dribbling sulla fascia ed effettua un cross perfetto che arriva al vertice opposto dell’area scavalcando tutti i difensori e pure i nostri attaccanti, ma è un’occasione favolosa per me che sto arrivando da dietro. Vedo la palla che parte dal piede del mio compagno e cerco di andare dove credo possa arrivare. Di fronte vedo solo e unicamente l’arbitro. Nessun avversario può raggiungerla prima di me. Immagino che lui si sposterà per farmi passare, invece, non solo non fa niente del genere, ma anzi cerca e trova una postura giusta per coordinarsi e colpire al volo la palla di sinistro e infilarla al sette della porta avversaria. Un goal strepitoso. Il goal più bello che abbia mai visto in vita mia. E subito dopo comincia a correre alzando le braccia come si vede fare in televisione ai giocatori di calcio veri. Sembrava un invasato e sul campo scende il silenzio più totale. La gente è incredula. Il tipo però commette un errore madornale: vai a esultare sotto la curva, che in quel caso era la tribuna, facendo a più riprese il gesto dell’ombrello al pubblico e urlando: Tiè, Tiè!

Il dramma.

Invasione di campo inevitabile e tentativo di caccia all’uomo da parte di tutti. Dirigenti (?) delle società compresi. Lui si barrica negli spogliatoi. Il custode del campo cerca di tenere a bada la massa e poichè  mi conosceva bene mi urla “si mette male. Vai nell’ufficio e chiama la polizia”. Eseguisco con grande perizia. Al 113 provo a spiegare cosa è successo ma il centralinista sembra non prendermi troppo sul serio, mi chiede il nome e tergiversa. Allora non sapendo che fare urlo “c’è mio padre assediato nello spogliatoio vi prego venite subito. Ho tanta paura”. Devo aver detto qualche parola magica perchè nel giro di pochissimo arriva una pattuglia che disperde i facinorosi e fa uscire “il pazzo” e se lo carica nella volante non prima di aver gridato “Dov’è il figlio? dov’è il figlio?” Vigliacco come pochi non mi faccio avanti, finchè non mi rendo conto che l’agente si sta spazientendo “dov’è quello che ci ha chiamati?” Urla tre volte. “Dov’è …..”  chiamando il mio nome. Alla fine non posso esimermi e faccio un passo avanti verso di lui e verso l’ignominia degli sguardi. Fortuna mio padre vero non c’era. Mi caricano in macchina con loro e ci portano via. L’arbitro è praticamente una sfinge. Non proferisce parole. E’ in stato narcolettico. Gli agenti provano a parlargli e lui non reagisce a nessuno stimolo. Mi chiedono che cosa è successo a mio padre e provo a raccontargli la verità. Ho detto che l’avevo dichiarato solo perchè non mi sembrava mi prendessero sul serio. Provano allora  ancora a farlo parlare ma lui niente. Decidono di portarlo al pronto soccorso perché immaginano sia in stato di choc e mentre i due tipi vanno a cercare un medico, il pazzo per un attimo si sveglia dal torpore si volta verso di me e mi dice con la voce da Beruschi:

“Bella quella storia del padre. Ti ho notato sai? hai stoffa, diventerai qualcuno!”

Poi quando ritornarono a prenderlo rientrò nel suo stato vegetativo e buona notte.

Ho saputo, tempo dopo, che era stato radiato dalla Federazione e che gli era stato assegnato un certo stato di infermità con accompagnamento. Non credo si sia più ripreso da quel giorno.

Ieri ero a Grosseto perchè dovevo fare alcune commissioni. Ogni volta che torno nella mia città natale passo del tempo a bere a pieni polmoni di lei. Mi piace la sua aria e quell’odore di tiglio e acacia che si sente solo in Maremma in primavera. E mi piace ogni volta farmi un giro nei posti che sono stati importanti in quella che era la mia vita di allora e che adesso sembra lontana un secolo. Ad un certo punto senza accorgermene mi sono ritrovato davanti all’oratorio dove ho cominciato a tirar calci al pallone e sono rimasto come un babbeo per un tempo indefinibile là davanti. Vedevo scorrere davanti a me immagini di un tempo che non c’è più. Facce di amici che chissà dove saranno adesso e di altri che ogni tanto incontro ancora e che oggi sembrano essere dei vecchi nati vecchi ma che allora erano invece pieni di vita.

Dopo un po’ mi accorgo di una cosa che prima non avevo notato. Accanto all’oratorio c’è l’ospizio dei vecchi della città. E’ una giornata calda e ci sono molte persone nel giardinetto, si fa per dire, del posto più temuto da quelli che hanno una certa sensibilità. E vedo un tizio che mi sta puntando senza smettere e mi sembra anche che sia anche un po’ che lo sta facendo. Mi avvicino meglio e lui fa lo stesso e arriva fino alla ringhiera.

Lo riconosco. E’ lui. Il vecchio arbitro che fece il goal più bello della storia del calcio. Adesso è totalmente calvo e rugoso, si regge a malapena sulle gambe è magro finito e i suoi occhi sembrano quasi normali. Però la sua voce ha la stessa cantilena di un tempo e mi dice:

“Sai che ti ho seguito? Sapevo che avevi stoffa e sei davvero diventato qualcuno. Sono orgoglioso di te”

Prima che potessi dire qualcosa arriva di corsa un infermiera che mi sorride e mi fa: “Scusi sa. E’ pazzo non sa quel che dice. Adesso lo riporto dentro”.

Lui mi ha sorriso.

E a me invece sono solo spuntate le lacrime perché ho sentito la bellezza di qualche grazia profonda e mi sono sentito ubriaco come un bambino del latte della mamma.

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44 pensieri su “Il goal più bello della storia del calcio

  1. ti rubo le ultime due righe -da lacrima sei tu, caro mio mastichello!-, un condensato di dolcezza che conviene aver in scorta per i giorni amari.
    Naturalmente ho anche riso, come sempre.
    Che belle le tue storie, sai davvero come farle vivere… thanks!

      • Ciao Straf, tranquilla!! Eccomi.
        Sono molto impegnato per questo ho chiuso il Blog, ma di tanto in tanto mi faccio vivo. Adesso sto leggendo questo post dell’Alieno, sorseggiandomi il mio bicchierino di Glen Grant. Ti stimo. Edo

      • Ciao Katia, sei straordinaria!!
        Ti dedico due versi di A. Manzoni, recita:

        Regala un sorriso quando tu hai voglia di piangere.
        Produci serenità dalla tempesta che hai dentro.
        “Ecco, quello che non ho te lo dono”.
        Questo è il tuo paradosso.

        Ti accorgerai che la gioia
        a poco a poco entrerà in te,
        invaderà il tuo essere, diventerà veramente tua nella misura in cui l’avrai regalata agli altri.

        Con affetto, Edo

  2. Questo è il Mastico che (un poquito) riconosco,sei Tu, colui che sa dosare come un abile pasticcere, dolcezza,allegria, nostalgia e ricordo …l’arbitro al borderline oltre alla follia, sapeva riconoscere il valore delle persone, quindi aveva una sensibilità e intelligenza sotto quella scorza nera ….mi è piaciuta questa storia ….ciao

  3. Ciao Mast,
    chapeau,
    questo post tocca i sentimenti più reconditi.
    Mast ma perché non rispondi ai commenti. Ti sei chiuso in un convento di clausura?

    Ti racconto una barzelletta:

    Apollo:

    La maestra chiede a Totti: «Francesco, chi era la madre di Apollo?».

    Totti risponde: «La madre di Apollo …? A gallina». Ahahahahahaha!!!!!!

    Adesso finisco il mio Glen Grant sulle note di ‘She’ di Elvis Costello, favolosa.
    la dedico a tutte le “Signore che frequentano questo Blog.

    Un abbraccio, Edo

  4. Bella storia “Fratello”!. E da “vecchio” giocatore del Grosseto (Condors) ho sentito leggendo l’odore delle acacie e dei tigli. Fantastica terra.

    Comunque….”Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui!” (Nietzsche)

  5. Ieri cercando “cose banali” qua e là mi sono imbattuta nel tuo blog, stamattina ho letto tutti i post in archivio. Posso dirti che era un pò che ci pensavo, ma grazie a te mi sono convinta ad aprire un blog tutto mio…

  6. Il bello è che la vita da un’occasione a tutti. Tutti, anche quelli piu’ strani e incredibili hanno il loro momento di gloria. Hanno la possibilità di fare il loro goal della vita. Magari è solo un’occasione, un attimo che scappa via e non si ripresenterà mai piu’. Ma è quell’occasione per cui ogni vita è degna di essere vissuta.
    Gran bel post Masticazzo.

  7. non ci sto capendo un granchè….perchè Masticone non risponde ai commenti??? oghei..mi facico i ca..voli miei…poi..perchè risponde edo al posto suo, o è il suo di lui , cioè tuo?? e perchè poi Edo lascia i commenti?’ saranno due Edo?? non mi sembra,.,,,,ufffffffffffffff……..

  8. Una vicenda raccontata bene, con sentimento. Una storia che trasporta: ti viene voglia di prender l’arbitro a calci, con quel goal a tradimento. a Te piccino di scompigliarti i capelli dopo che hai detto “è mio padre”. E poi si vede questo tifo esasperato, manco fosse la coppa uefa…
    L’ultima parte è commovente, per quello che senti quando sei a Grosseto, per l’incontro che hai fatto, per le parole e gli sguardi.
    A volte mi chiedo se la follia sia sempre quella rinchiusa al di là della ringhiera…
    Davvero un bel post.
    Un caro saluto
    Ars

  9. Nell’ordine spero che tu sia: innamorato, in vacanza, intento in occupazioni doverose ma piacevoli e che l’assenza dal blog non sia dovuta a contrattempi spiacevoli. A presto su questo schermo…

  10. Ciao Mast, fratello
    ti volevo chiedere una cosa: come sta la nostra cara amica Freedom?
    Se la vedi darle un abbraccio per me.
    Ti lascio due versi di Sergio Bambarén, recita:
    “I veri amici amano condividere i momenti
    preziosi che la vita riserva loro,
    come le piccole cose dell’esistenza
    per cui vale la pena di vivere ogni giorno”.

    Ti auguro un sereno week-end, Edo

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