Michele ha gli occhi buoni e un cuore più grande di quanto lui stesso creda di avere, ma anche venti chili di troppo addosso e soprattutto un disagio evidente a chiunque parli con lui più di cinque minuti. Una depressione latente che ogni tanto fa capolino e turbe maniaco compulsive psicotiche lo rendono insicuro e incapace di vedere sé stesso come una unità. Anni fa se n’era andato a studiare a Perugia ma un giorno all’improvviso ha fatto crack. La sua psiche si è rotta. Ha deciso allora di tornarsene al paesello suo, in Lucania, ma alla stazione non riusciva nemmeno a salire sul treno. Qualcosa lo bloccava. Rimase tutto il giorno sul binario incapace di montare sopra uno dei tanti treni che passarono. Chiamò il papà che corse a recuperarlo e al quale disse che aveva visto dei calabresi che lo puntavano che avevano aperto il cofano dell’auto per mettercelo dentro.
Una volta a casa è stato messo sotto cura ma per quanto ci abbia provato, non riesce proprio a non farsi del male. E’ incostante ma consapevole. A tratti dolcissimo, a volte irriverente. Gli amici lo chiamano “il gatto” perché, per evitare di ucciderne uno, una volta riuscì a distruggere la macchina che gli aveva prestato il padre che l’aveva comprata vent’anni prima e che fino ad allora aveva tenuto di conto come fosse una reliquia religiosa. A Michele però piace il nome con cui Gianluca e Nicola e gli altri del gruppo hanno scelto per identificarlo e così per rendergli omaggio ha preso davvero a muoversi e a camminare come un gatto. Lento, indifferente, silenzioso. Del resto è indifferente anche a ciò che la gente pensa di lui. Almeno apparentemente. In fondo alla sua anima ha deciso di autopunirsi perché è convinto che tutti i problemi di natura organica e nervosa e di concentrazione se li è cercati da solo sia con l’abuso di sigarette che consuma a pacchi che di caffè. Soprattutto con quello delle droghe.
Anche adesso, nonostante gli psicofarmaci che prende.
Quando racconta del suo periodico peregrinare, delle sue conoscenze temporanee, dei suoi giri e riti oppiacei in macchine sconosciute, della sua deriva in stanze illuminate solo dal suo delirio, non si fa sconti e dice anche ciò che nessuno al suo posto direbbe. Come di quando ad esempio una volta, in Polonia con i suoi amici, questi avessero dell’erba già pronta per l’uso ma che lui invece ne voleva di un altro tipo. Si era fissato che voleva “il fumo” pesante. E così senza conoscere una parola di inglese o di polacco esce di casa e finisce alla stazione dei treni dove trova due tizi ai quali, non si capisce bene come, fa capire le sue intenzioni. Questi gli dicono, “Ok nessun problema”, gli offrono della vodka lo fanno ubriacare bene e poi gli portano via i soldi che lui aveva portato con sé.
La cosa che colpisce è che se n’è frega delle risate grasse che si fa la gente quando ne parla. A lui, che studia ancora la letteratura e che stravede per Bukowsky non importa niente di apparire “lo strano”. E per metterci il carico sopra fa il bis raccontando di come vada a puttane per parlar con loro. Le paga solo per parlarci. Spesso facendole pure incazzare.
Una sera d’estate, Michele non si presenta all’appuntamento con i suoi amici. Poiché è un ossessivo, la puntualità per lui era una mania e tutti cominciarono a preoccuparsi. Il padre andò nel panico quando la sera non tornò a casa. Alla fine dopo cinque giorni telefonò a Nicola e gli disse che aveva passato quel tempo in diverse stazioni adriatiche. Dormito in treno e mangiato alla Caritas. Vagabondato con il suo valigione improbabile , deriso e poi compreso da coloro che avevano tentato di derubarlo. Parlò di Saverio, un sessantenne finito in strada per via degli strozzini a cui doveva ancora dei soldi e per cui mentiva ai figli fingendo inesistenti lavori da guardiano notturno. Parlò di Youssuf, un marocchino che lo aveva invitato su in Trentino per la raccolta delle mele. Parlò soprattutto di risse sventate e di paci rinata grazie a una semplice bottiglia di birra. Parlò di vite rubate incomprensibili a chiunque si limitasse a un giudizio superficiale e di persone squisite e di come queste cerchino di stare a galla dove è oggettivamente difficile poterlo fare
Non ne fece parola con i genitori preoccupati che Saverio, con il quale ancora si sentiva e al quale di tanto in tanto mandava qualche euro, lo avesse in qualche modo circuito e plagiato anche sessualmente.
Quando ho conosciuto Michele ho provato una forte empatia con lui. E la cosa deve esser stata reciproca perché ieri sera si è messo a raccontarmi delle storie che gli giravano nella testa e che, mi ha detto, voleva dividere solo con me, perché, a suo parere, solo io potevo davvero capirlo.
Mi ha raccontato così che gli sta sulle palle il grillo parlante di Pinocchio. Un essere pettegolo e senza pudore, senza un filo di cervello. Mi ha detto che proprio non poteva credere che il grillo fosse la coscienza di Pinocchio. Pinocchio, per lui, aveva una coscienza immacolata mentre il grillo ha tutti gli scheletri nell’armadio dei piccolo borghesi.
«Ma scusa» mi fa, «Lucignolo passa a chiamare Pinocchio per andare assieme nel Paese dei balocchi e insieme si dirigono al primo bar del paese, giocano a carte e a biliardo e si ubriacano come maiali. Ottimo Pinocchio, non sei d’accordo? E invece arriva quel rompicoglioni di quell’insetto parlante che gli dice in tono pacato che sta invece facendo male. Una volta pinocchio voleva prendere un po’ di fumo e si recò nel bosco. Ti incontra due e gli sgancia venti euro e questi gli dicono di aspettare. Poi se ne vanno. Cose che succedono. Il povero Pinocchio è troppo buono e pure quella sera rimane senza una canna. Ma non solo. Arriva lui, il grillo, e lo rimprovera di essersi allontanato da casa, di frequentare brutta gente e poi non pago accusa Pinocchio di far soffrire il padre. E Pinocchio povero ingenuo si fa venire i sensi di colpa. Sventurato. Lui, Pinocchio che non fa altro che mostrarsi al vecchio genitore per quello che è: un burattino troppo buono per tenere nascosti certi segreti al proprio padre. Lui si dà al padre tutto, anche i suoi vizi e i suoi difetti e lo fa soffrire, certo con le proprie azioni e tuttavia Geppetto, lui che si che dovrebbe conoscere bene la propria creatura e questo grazie a lui, grazie al burattino e in cuor suo non fa che ringraziare il Signore per essere un padre, sotto tutti i punti di vista. E alla fine caro burattino sei diventano umano di pelle e ossa mentre altri, che nascono bambini, col tempo finiscono per diventare inutili pezzi di legno, legno della specie peggiore e saranno soprannominati “spaccalegna” ma questa è un’altra storia»
Lo lasciai davanti a casa sua ad asciugarsi le lacrime e ad accendersi un’altra sigaretta.
Stamattina era tornato quello di sempre. Distratto e bonario, improbabile e mezzo alcolizzato. Sembrava aver rimosso. Prima di salire sull’aereo che mi riportava indietro, dentro la mia vita di sempre, gli ho chiesto dove se ne sarebbe andato lui. E serio, tremendamente serio, mi ha risposto che avrebbe camminato fino a Paperopoli.
Per tutto il volo avevo una gran voglia di piangere e se non l’ho fatto è stato solo perché non volevo preoccupare lo sconosciuto che mi sedeva accanto.
Come arrivo a Pisa mi arriva un suo sms con su scritto:
«I vari Tolstoj, Dostoevskij, Carlo Levi e via dicendo mi ritornano come un divisione senza resto, netta. Nella vita si ha bisogno di aiutare gli altri. E’ vita e si spera con questo anche di poter affrontare chi è dalla parte della morte»
Brutta bestia la depressione, sopratutto se non hai amici e parenti sinceri che ti sostengono, gli psicofarmaci servono a poco, certo calmano momentanemente, ma a parte che rovinano altri organi, non risolvono i problemi di base..:( augurissimi a Michele (F)
Buona domenica masticone e in anticipo buon inizio settimana, con amicizia Carla
è un racconto straordinariamente bello, non saprei cosa dirti a parte questo…
Leggere col la propria faccia riflessa nello schermino di questo coso. Leggere sotto un sole sfacciato do alta montagna che fa scottare gli irgani interni.Vedere con gli occhi di un altro. Leggere tutto. Anche quell’acca sulla preposizione che sembra messa li apposta. You’re a fucking genious.
“Lui si dà al padre tutto, anche i suoi vizi e i suoi difetti”
Un gran bel pensiero.
Ciao,..
e quel che ancor più bello è che Geppetto li accetta e ama Pinocchio per quel che è.
Senza dubbio anche quello è un pensiero molto piacevole, ma lo trovo meno intenso.
Geppetto dimostra comprensione ed amore, Pinocchio un coraggio, candore e soprattutto estrema fiducia.
A questo punto però mi chiedo, si può parlare di fiducia? O Pinocchio è semplicemente troppo ingenuo per preoccuparsi?
rispondo alla tua ultima domanda.. Pinocchio è un BAMBINO.
Anche questo è vero.
C’è da dire che tra i bambini come tra gli adulti ci sono soggetti più o meno ricettivi.
straordinario , molto bello…
Del resto la rilettura di Pinocchio , secondo Michele; è la più plausibile ed attuale: Pinocchio era un creativo e un buono, al quale si vogliono mettere le briglie ed inculcare falsità e malizie..
Come sempre mi hai emozionato. Grazie.
Saluti a Michele da me ammiratrice.
hai un dono e le persone che hanno un cuore ti riconoscono a pelle
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Credo che nel cambiamento del cuore di Pinocchio che diventa da legna ad umano ci sia il desiderio che emerge quando si accorge di essere voluto bene e di voler bene al padre. Anche noi siamo così se ci accorgiamo che siamo voluti desideriamo vivere.
Io credo che quello ‘giusto’ sia lui. Sicuramente più di me….
Mi sa che quando il grillo parlante ha finalmente abbandonato Pinocchio ha messo radici nella mia testa… È una vita che mi dà il tormento
Mi piace tanto come scrivi: te l’ho già detto? Buon inizio settimana
Mi viene subito in mente “la canzone di Marinella”…Come dire, le persone più fragili sono quelle che pagano per primi il conto a questo mondo. (Ecco dov’eri finito:-))
scusate, ma io sono dalla parte del grillo parlante, perché è lui alla fine che salva il culo _ di legno – di Pinocchio…ma si sa, i cattivi attraggono…
La frase clou:
“E alla fine caro burattino sei diventato umano di pelle e ossa, mentre altri che nascono bambini, col tempo finiscono per diventare inutili pezzi di legno, legno della specie peggiore… ”
Così è la vita…
Loredana
Buona settimana e dolce serata (F)
http://img21.dreamies.de/img/776/b/smqxwauj7px.gif
ella questa storia, la depressione è una brutta malattia e non è facile stare accanto a queste persone ammalate, un giorno sembra tutto bene e l’altro un disastro…..
Ah anche a me non piace il grillo parlante
Triste e vera la tua favola… il vero mostro, ciò che fa più paura, non credo sia la malattia ma la solitudine in cui viene lasciato il malato,
Lo allontaniamo per paura di essere isolati come lui, oppure semplicemente ci stimiamo impotenti, incapaci di “raggiungerlo”, di farci ponte tra il suo e il nostro sentire.
L’amore però ha strade semplici, molto più semplici di quanto si creda.
Spero che Gatto ne trovi, e che nel tuo cuore sensibile resti “gatto”, non “matto”.
Sono contenta che sei ancora tra noi, ciao!
Masticone, mi sono commossa, l’ho già letto quattro volte, straordinaria!
Dacci ancora di queste cose.
cazzo… cazzo, cazzo. Cazzo.
Buon mercoledì, un abbraccio e un sorriso, con amicizia Carla
Come vedi sono tornato. Grazie ancora, è una bella storia, ben scritta ed ispiratrice. Io credo tu lo abbia capito, anche se sembri oscillare. Michele non è malato, Michele è semplicemente vivo. Sono gli altri, quelli che si burlano di lui, che pensano che sia un poveretto, un alcolizzato, un disadattato, e che gli appiccicano mille idiote etichette, a essere malati, quasi-morti. La maggioranza su questo pianetino. Michele se ne fotte del giudizio degli altri, e fa molto bene. Michele ha conservato la sua Sensibilità Naturale, che certo lo fa soffrire, ma lo fa anche godere, come i cosiddetti “normali”, i veri burattini, non potranno mai. Non esiste solo un modo di essere “sano”. Per fortuna.
I malati, se sono la maggioranza, è ovvio considerino malato, “anormale”, chi non è come loro. Non c’è ne da stupirsi, ne da condannarli. I cosiddetti normali, per ritornare ad un altro mio commento al tuo profondo “Le cose assurde…” sono quelli che vivono ingabbiati, intrappolati, soprattutto dai loro schemi, dalle loro assurde convinzioni che considerano la realtà, e che non sono altro che… Indovina?
certo che non è malato…
non so dire cosa sono
se posso cerco di evitare l’uso del verbo essere
con loro come con tutti
Forse mi sono espresso male, non mi riferivo a loro, agli ingabbiati, quanto alle loro assurde convinzioni che considerano realtà e che sono solo schemi vuoti, programmi, giochi, circoli viziosi. Eppure servono anche questi. Prima o poi impareranno, o meglio, disimpareranno anche loro. Speriamo presto, che me so rotto!