Olimpia

Quando ero ragazzo ero fissato con il calcio. Insomma niente di nuovo, la solita storia di tante, troppe persone. L’unica giustificazione che ho, l’unica che mi sembra ancora ragionevole è che allora il calcio era diverso, profondamente diverso, da quello di oggi. O forse ero semplicemente diverso io, non so. La mia generazione è l’ultima che avrà i ricordi in bianco e nero, con noi scompariranno i dinosauri, e in questo per quanto me ne possa dolere ci sono anche degli aspetti positivi, per esempio si dirà finalmente addio per sempre ai favolosi anni sessanta di Gianni Miniana memoria che proprio non si possono più sopportare nemmeno sentir nominare. Ma scompariranno anche tante trasmissioni che allora erano di culto per noi che ci affacciavamo alla vita. I bambini di oggi si spaventano con horror de paura veri, noi  invece con Belfagor, insomma sembra di parlare del diciannovesimo secolo.

Oggi seguo il calcio con distacco. Ho ancora le simpatie e le antipatie, ma sono legate alle pèrsone e ai fatti, alle circostanze. Mi piacciono soprattutto le storie che ci stanno dietro e quindi mi ritrovo a tifare per uomini o donne più che per le bandiere. E questo vale in genere oramai per tutti gli sport. Le Olimpiadi in particolare su di me hanno ancora il loro fascino. Forse perchè non sono ancora inflazionate e perchè si svolgono ogni quattro anni anche se tra campionati mondiali e simili si potrebbe argomentare che nei fatti questa affermazione non sia proprio corretta. Certo anche le Olimpiadi sono diverse dai miei tempi, i soldi sono, e lo saranno sempre di più in futuro, così preponderanti e le logiche che gli si assoggetteranno sempre più infime, che se mi mettessi a pensar troppo dovrei chiudere il libro e pensare ad altro. Ci sono infatti cose incomprensibili come il vedere partecipare super professionisti che tolgono la platea a coloro che non ce l’hanno mai e che aspettano quattro anni per averne una decente che non sia quella dei loro familiari e amici più cari. Tuttavia purtroppo o per fortuna tutto questo ancora non mi dà la nausea. Non troppa almeno. E le guardo ancora volentieri.

I ricordi che ho delle Olimpiadi sono molteplici e li amo tutti. Ad esempio mi emoziona sempre pensare alla prima volta che ho visto una trasmissione in TV a colori. Era alle Olimpiadi di Montreal 1976. Io un ragazzino che entra in un bar e vede il primo incontro di Boxe a colori della sua vita. Solo a ripensarci ancora adesso mi emoziono. Il senso della maraviglia. Restai come un babbaleo con la bocca aperta di fronte al tappeto blu che avevo fino ad allora visto sempre nero e i pantaloncini e tutto il resto. Oppure di quando facevo servizio militare durante le Olimpiadi di Seul, nel 1988 e il mio capitano venne a svegliarmi per dirmi che Bordin stava per vincere la maratona e che voleva dividere quel momento con me.

Anche quest’anno guardo Londra 2012 con gli stessi occhi del bambino di un tempo alla ricerca però di storie che mi colpiscano di più della sconfitta di Federica Pellegrini. Certo mi dispiace molto per lei perchè capisco che sia una cosa difficile da gestire quando sei così esposta mediaticamente, ma soffro molto di più per l’iraniano che è stato escluso dalle gare di nuoto perchè finito a gareggiare contro un israeliano e la cosa era vietato dal suo governo. Sopratutto, per quanto sia stato bello, da italiano, veder vincere a Valentina Vezzali la medaglia di bronzo a quel modo, sono due giorni che penso alla sua antagonista, la coreana Nam e soffro per lei e penso che la vita a volte è veramente ingiusta.

La Nam è una campionessa di fioretto. Un po’ come dire che la signora Maria Rossi, di Cinisello Balsamo, è campionessa di ping pong. Ora supponiamo che la signora Maria Rossi debba andare a sfidare le cinesi per una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Di per sè, pronti-via, la cosa sembrerebbe già impari. Nel 2008 a Pechino la Nam lo stesso arriva in finalissima dopo aver fatto fuori una italiana in semifinale e perde la medaglia d’oro per una contestatissima stoccata finale della Vezzali.

Quattro anni dopo a Londra si ritrovano in semifinale tre italiane e ancora lei.

Nella semifinale contro la Di Francisco (che poi vincerà l’oro) a un minuto dalla fine è in netto vantaggio. Black-out improvviso e perde la gara senza nemmeno rendersene conto. Da quanto le rode dentro, mi accorgo dalla televisione che è paralizzata là sula pedana e non riesce nemmeno a scendere. Sa già che ha buttato via un’occasione irripetibile.

Nella finalina per il terzo posto si ritrova contro la Vezzali, che le aveva soffiato l’oro a Pechino in modo quanto meno dubbio. La Vezzali ha appena perso l’imbattibilità ed è a pezzi psicologicamente. La Nam può togliersi la soddisfazione di prendersi almeno una medaglia olimpica e toglierla a una che ne ha già fin troppe. Ci mette il cuore e fa una gara incredibile e perfetta tanto che l’assalto finale sembra deciso e a 20 secondi dalla fine ha un vantaggio abissale, sei o sette stoccate. I telecronisti piangono la loro eroina, dicono che non è giusto che la Vezzali esca di scena a quel modo e giù tutto il repertorio del coccodrillo. Ma qualcosa si rompe dentro la testa della signora Rossi di Cinisello Balsamo che gioca a ping pong contro la campionessa delle campionesse del mondo cinese e che a 20 secondi dalla fine sta stravincendo.

La Nam va infatti in paranoia e prende un parziale assurdo, ingiustificato da qualsiasia altra cosa che non sia un demone che le impedisce di reagire. Come se qualcosa e qualcuno le impedisse di avere una qualsiasi reazione. Resta là completamente persa a guardarsi attorno e vedersi infilare di stoccate ogni secondo e perde di nuovo una gara a quel punto impossibile da perdre. Fuori dal podio. Immagino umiliata poi dai suoi allenatori e dalla sua gente, sopratutto con questa cosa che le resterà dentro per tutta la vita.

Sono due giorni che penso a lei e penso a come nella vita reale ci siano tante/i Nam che perdono occasioni clamorose come quelle  che sono capitate a lei e di come alla fine a nessuno gliene freghi niente. Perchè c’è sempre un altro evento da vedere, altra carne da macello da masticare.

The show must King Kong.

Beh, mia cara Nam io invece sto ancora qua a pensare a te, pensa un po’.

Gigi il matto

E’ dunque questa è la tua vita Gigi?

La tua bassa scolarizzazione ha contribuito in maniera decisiva a farti finire a vivere a fianco dei Rom, che ti considerano quasi della famiglia, parte della loro comunità. Eppure non ci hai pensato un attimo a invitarmi a cena a casa tua stasera. Ti chiamano “il matto” perchè ogni tanto scleri. Ti si chiude la giugulare sul collo e fai scenate che la gente perbene alla fine ha deciso di tollerare come folkloristiche. In fondo, il parcheggiatore abusivo autoctono che fa colore, potrebbe diventare una fonte interessante di turismo. Quindi  di reddito. Stasera mi hai visto particolarmente accigliato e mi hai chiesto cosa non andava.  Ho provato a dirti che avevo scritto un post su un blog che ha fatto incazzare mezzo mondo, amici o presunti tali compresi, e tu mi guardavi con la faccia inespressiva e poi mi ha detto: scusa, ma che è un blog? In quel momento avrei voluto abbracciarti Gigi. E’ che a volte non so nemmeno io perchè mi autolimito. Tu no. Tu non ti sei affatto limitato. Non capivi che cosa succedeva ma mi hai chiesto dove stavo andando. Stasera sono solo, ti ho detto. E tu, senza motivo, mi hai invitato a casa tua. Perchè lo hai fatto Gigi? Quante volte abbiamo davvero parlato io e te? Quante volte ti ho davvero ascoltato? Devi allora aver compreso che cosa mi passasse per la testa. Mi hai semplicemente detto “Mi stai simpatico!”. Ho pensato: Cosa diavolo ti sta simpatico di me amico? I quattro spiccioli che mi piace darti quando ti vedo? cosa esattamente? ti prego dimmelo. Tu invece in quell’istante in cui mi facevo queste domande hai creduto che mi facesse schifo l’idea di passare una serata con te. L’ho visto nei tuoi occhi. Ho visto come sono diventati tristi. Mi ha ferito molto di più quello sguardo che gli insulti che mi hanno regalato nel blog. Perchè tu avevi ragione. Tu si. Avrei fatto qualsiasi cosa per toglierti quell’espressione triste dalla faccia e quindi ho rilanciato “va bene vengo. Però offro io”. Una frase più demente non potevo dirla. La tua faccia non ha cambiato. E’ rimasta triste. Poi, con colpevole ritardo, perchè sono tardo ho compreso che non potevo calpestare la tua dignità, di nuovo, come tutti, e ho cercato di salvare il salvabile: “voglio dire che offro io almeno il dolce ok? prendere o lasciare”

E’ questo tuo figlio Gigi?

questo ragazzino che siede accanto a me, in questa semi baracca arredata con pezzi che definire d’antiquariato sarebbe quasi offensivo. Vestito con indumenti lisi che sembrano i tuoi di quando avevi la sua età. Eppure ha lo sguardo vivace e non sembra uno zombie. Vorrei chiederti perchè cazzo hai deciso di chiamarlo Maicol, scritto esattamente così, ma evito di farlo. So stare al mio posto. Ho studiato io perbacco.

E’ questa tua moglie Gigi?

Questa donna con due bellissimi occhi verdi su un’impalcatura pesante e cerchi e rughe che ha smesso di tentare di nascondere da tanto tempo. Questa donna che ti sorride mentre tu parli e mostra la sua tristezza solo quando tu le volti la schiena. Questa signora che non fa una vacanza da secoli e che ne sogna una sulla costiera amalfitana con te e Maicol e che mi chiede se ci sono mai stato. E mi vergogno di dirle di si e così nego e le dico che è pure il mio di sogni.

E’ davvero questa la tua vita Gigi?

Essere felici perchè un giorno qualcuno ti ha mollato qualche mancia in più e sopravvivere con quello e con i sussidi statali sempre  più miseri che ti consentono di invitare a cena un bischero come me per offrirgli piatti  con cibo che diverse volte ho visto buttar via da persone come rimasuglio di qualcosa di più buono. Che fine hanno fatto i tuoi sogni, e le tue speranze. Chissà se ti ricordi ancora di quando ne avevi. Stai andando da nessuna parte Gigi, lo sai vero? stai andando da nessuna parte a una velocità spaventosa e forse te ne rendi persino conto.  E credo tu abbia imparato la lezione: nessuno gli frega un cazzo di te amico, solo perchè a nessuno frega un cazzo di nessuno alla fine.

Quando me ne sono andato, mi hai salutato dicendomi che era stato bello avermi avuto a casa tua.

No Gigi, è stato un mio privilegio esserci stato invitato.

Ti voglio bene anche se non leggerai mai queste parole.

 

Omofobia

Da tempo oramai ascolto con divertimento il programma radiofonico “La Zanzara” su radio 24. Sono spesso in macchina e la sera, quando va in onda, se posso non ne perdo una puntata. Mi sono affezionato alla sua cialtronaggine e sono ben consapevole che con ciò si dimostra che, in qualche modo, anche la mia gli appartiene. I due conduttori, Giuseppe Cruciani e Davide Parenzo, sono due elementi che starebbero sul cazzo anche a Gesù, ma proprio per questo mi stimolano a diventare una persona migliore nel tentativo di trovare giustificazioni al loro modo, spesso fascista, con cui conducono la trasmissione. Forti con i deboli, cioè i radioascoltatori che intervengono e che spesso vengono ridicolizzati perchè non in grado di sostenere un contradditorio verbalmente  violento, e deboli con i forti, i vip che qualche volta vengono intervistati. E capita così che allora,  spesso, mentre guidi nel traffico che ti riporta a casa, tu ti scopra a immaginare sofisticate forme di tortura per punire le loro aberrazioni stilistiche.

Ogni tanto poi vanno in fissa. Capita su argomenti che nella loro demenza ritengono fondamentali e scassano la minchia con quelli per ore e guai a chi gli dice che avrebbero anche rotto i coglioni. In queste settimane, ad esempio, si sono fissati con l’omofobia. Non importa se il Paese va a puttane, se non si arriva a fine mese, se la gente si suicida, se scappa, se sta maturando uno dei più grandi cambiamenti degli ultimi secoli. No. Loro si sono fissati con la questione omosessuale e perciò si attaccano su tutto quanto possa fare verdura. Quindi giù con Cassano, Rosy Bindi, Giovanardi, Totti,  il manuale dei carabinieri e qualunque altra cosa pur di tenere alta la questione omofobia.

Ovviamente essendo dei (falsi) progressisti, condannano senza se e senza ma la questione. In altre parole non si può discutere. L’omofobia è da condannare a prescindere da qualsiasi cosa e qualsiasi argomentazione.

Perchè sostengo che siano dei falsi progressisti?

Beh, perchè semplicemente, per come vedo le cose io, la loro presa di posizione è la più banale. E’ facile. Sopratutto facilmente difendibile perchè politicamente corretta. Come stare su una collinetta e sparare con una mitragliatrice a tutti gli assalitori che cercano di ammazzarti con zappe e forconi. Messa come la mettono loro è di una banalità assurda.

So perfettamente che è difficile e pericoloso esporsi su questi temi e l’essere politicamente corretto è la soluzione più semplice per chiunque non voglia aver rogne. Però, secondo me, la questione non è invece proprio così banale. Insomma la questione della devianza sociologica non si può mica relegare a quattro dogmi da ripetere a memoria come fa la Chiesa per altre cose simili.

Provo a spiegarmi meglio, mettendo però in risalto subito, perché non ci siano fraintesi, che io credo che gli omosessuali debbano avere tutti i diritti civili che hanno gli eterosessuali. Perché infatti non è questa la questione sul piatto. Tutti i diritti civili degli eterosessuali ho detto, non quello di avere figli, che non è un diritto civile. Ma questo è un altro discorso ancora che amplia e complica la questione, quindi lasciamolo da parte.

Tornando indietro nel tempo a quando sostenni l’esame di Sociologia all’Università, mi sembra di ricordare, se la memoria non mi inganna, che per devianza (da un punto di vista sociologico) si intende comunemente ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che violi le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a una qualche forma di sanzione. In altre parole per devianza si intendono quei comportamenti che non sono consoni nella società. Per il famosissimo sociologo francese francese Emile Durkheim “un atto è criminale perché urta la coscienza comune” e non viceversa.

Il punto fondamentale tuttavia è che bisogna tener conto del fatto che le risposte della collettività a uno stesso atto variano nello spazio e nel tempo: per questo motivo si parla di relatività dell’atto deviante rispetto a contesto storico/politico/sociale; all’ambito geografico; e alla situazione.

Un atto può quindi essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socio-culturale in cui ha luogo. La devianza è il non assoggettarsi al ruolo che il sistema di valori della PROPRIA società si aspetta Quindi per definizione è una cosa relativa.

E’ indubbio che parlando di omosessualità stiamo parlando di questo.

Da un punto di vista sociologico se si decide allora di fare una battaglia politica a favore dei deviati, intesi nel modo in cui ho appena detto, si deve anche essere onesti intellettualmente nel farla, allo stesso modo, per tutti gli altri oppure lasciar perdere, perchè altrimenti si finisce per perdere il connotato di politicamente corretto. Insomma i paladini del politically correct farebbero nascere deviati di serie A e deviati di serie B? In altre parole se Cruciani e Parenzo avessero le palle e non fossero i soliti coglioni dovrebbero avere la forza per difendere allo stesso modo ad esempio i pedofili e tutti altri “deviati” sessuali. Soprattutto tenendo conto che nell’antichità i più grandi filosofi e pensatori che ci fanno studiare a scuola erano usi praticarla allo stesso modo in cui praticavano l’omosessualità.

Oppure dire semplicemente che a loro piace giocare al locomotore e al trenino tra di loro e hanno bisogno di essere autorizzati dalla mamma a farlo.

Lucinda

Andavo a ballare a Chandlerville,
e giocavo a carte a Winchester.
Una volta ci scambiammo i cavalieri
al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che arrivassi a sessant’anni.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,
curavo il giardino, e alla festa
andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,
e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,
e molti fiori ed erbe medicinali—
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai a un dolce riposo.
Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,
e ira, scontento e speranze cadute?
Figli e figlie degeneri,
la vita è troppo forte per voi—
ci vuole vita per amare la vita.

La carriera al contrario

Arturo ha fatto un passo indietro.

Almeno così dicono tutti quelli che lo conoscono da tanto tempo. Moglie compresa.

Si è laureato con me tanti anni fa ed ha fatto una carriera brillante. Da un’azienda all’altra, s’è fatto tutta la gavetta, per poi arrivare in una multinazionale che lo ha proclamato manager dell’anno. Quando ci rivedevamo non mi sembrava felice di sbattere in faccia a tutti la sua posizione sociale. Al contrario un po’ se ne vergognava. Era come se si sentisse un privilegiato rispetto a coloro che non riuscivano a trovare per intero la loro strada, me compreso. Non ha mai voluto lucidarsi le mostrine e non voleva mostrare i suoi muscoli di uomo arrivato. O comunque non con noi che lo conosciamo da quando se ne andava a giro con i calzoni corti. Ogni volta che gli chiedevamo del suo lavoro, lui minimizzava. Diceva e non diceva. La moglie però no. La moglie se ne vantava eccome invece. Era lei, che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, a raccontare a tutti quanto fosse in gamba il padre dei suoi figli. Premiato alle convention aziendali, viaggi premio a iosa, portato a esempio a tutti per impegno, sacrifici e risultati. Ogni volta che lei ne parlava a quel modo a me stava un po’ sul cazzo, perchè mi sembrava evidente che per Anna, la moglie, lo status sociale era tutto ciò che realmente interessava e non c’è niente di più eccitante, per lei che sbattere in faccia a tutti la loro grandezza mentre gli altri a mala pena sanno come arrivare a fine mese. Poi però guardavo Arturo e lo vedevo imbarazzato e questo mi bastava per perdonarlo per la moglie che s’è scelto. E poi mi piaceva da matti il fatto che nella sua opulenza aveva mantenuto fede a un vecchio patto che avevamo fatto da ragazzi: mai comprare un SUV!

Le persone che comprano un SUV , sono sudicioni. Lo pensavo allora e lo penso ancora. E  nonostante la sua indole da martire, Arturo aveva resistito alle pressioni della moglie arrivista che ne pretendeva uno e per questo ho sempre pensato che meritava il successo che stava ottenendo.

Ho rivisto Arturo e la sua famiglia qualche settimana fa ed era tutto cambiato.

Non era difficile capirlo. Non vestiva più con vestiti di marca, non era più sbadato nell’usare i soldi offrendo tutto a tutti, e anzi era attento a non sprecare. Senza che nessuno chiedesse niente la moglie si è affrettata a raccontare che avevano deciso che la qualità della vita era più importante dei soldi e del successo e che quindi lui si era dimesso dal lavoro che lo impegnava oltre misura in quella multinazionale per farne un altro che gli desse più tempo per stare con lei e con i due figli. Quando lei raccontava questa storia  con la stessa enfasi con cui ha sempre fatto, mi sono accorto che Arturo guardava per terra, ma non gli ho detto niente. Non ce n’era alcun motivo. Nè c’era motivo di chiedere di più sul nuovo lavoro sul quale avevano glissato con grande classe. Mi aveva colpito piuttosto invece, nel proseguo della serata di come la moglie fosse molto più fredda con lui di quanto non lo fosse mai stata prima. Se non avessi saputo che si amavano da anni, avrei detto che lo trattava con astio. Nei suoi occhi avrei giurato di poter riconoscere il rancore e la tristezza e il dolore di colei alla quale è stato tolto qualcosa. Fosse anche un sogno.

Ieri sera ricevo una telefonata. Era Arturo. Aveva voglia di parlare. Mi ha detto che non se la sentiva di prendermi per il culo. “Non te”,  ha detto. Mi ha così confessato che la sua azienda, mesi fa, lo ha cacciato. Dall’oggi al domani, senza apparente motivo. “Solo” perché la crisi in corso imponeva dei drastici tagli di personale, loro hanno semplicemente scelto tra quelli che costavano di più e che in prospettiva avrebbero reso meno. L’eroe aziendale, l’uomo che le aveva fatto guadagnare un sacco di soldi era diventato semplicemente un ramo secco. Altri giovani manager le sarebbero costati meno e avrebbero lavorato di più e per questo avrebbero preso il suo posto. In quanto dirigente non aveva diritto ad alcun supporto sindacale nè al reintegro. Arrivederci e grazie per l’impegno, le auguriamo ogni fortuna. E liberi la scrivania entro mezzogiorno.

La fine del lavoro è coincisa con la quasi probabile fine del suo matrimonio. La crisi sopravvenuta con esso l’ha convinto che sua moglie abbia trovato un amante. E comunque non hanno più rapporti sessuali nè intimità di alcun genere.

Mi ha detto di aver provato a riciclarsi in qualche azienda più piccola, ma nessuno vuole assumere un uomo di cinquant’anni, non importa quanto grande possa essere la sua professionalità e sono bastati pochi mesi per mandare in crisi tutta la famiglia. Pensando che non avrebbero avuto difficoltà nel trovare un altro impiego, non hanno abbassato immediatamente il loro livello di vita e questo li ha portati vicino al crack totale. La famiglia della moglie lo ha tartassato e lui alla fine, giunto alla canna del gas, è stato costretto ad accettare di lavorare come aiutante di un elettricista che ripara ogni cosa. Il tipo, un amico del padre, gli ha offerto il posto solo in memoria del vecchio genitore che un tempo lo aveva aiutato. E adesso ogni mattina, Arturo, prende la sua pandina usata che il tipo gli ha dato in uso e parte a fare cose che solo qualche anno fa non credeva di poter mai fare.  Tutte le mattine il capo gli dà il lavoro da fare e gli dice in quanto tempo lo deve fare e lui, che un po’ se la cavava con le cose manuali, non c’ha messo troppo a imparare le  cose che non conosceva. Ma santo cielo, voglio ben dire, era uno dei migliori studenti che abbia mai conosciuto.  Mi ha detto che comunque riparare cose elettriche non è male come lavoro. Alla fine guadagni sempre un sorriso dal cliente e questo gli basta, almeno quasi sempre, per mandare giù la vergogna di aver perso il suo status sociale. Mi ha detto che incontra persone buffe e strane. Extra comunitari stipati in appartamenti in cui non credeva si potesse vivere o neo separati all’inizio di una nuova vita. Dice che non si annoia mai. E poi è sempre a giro con la sua pandina. A volte fa freddo, a volte piove. A volte un SUV di merda gli passa davanti e lo spinge sulla proda. Quando capita però lui non lo maledice come faccio ancora io. No. Lui sorride e scuote la testa.  Quella piccola utilitaria è diventata il posto dove passa un sacco di tempo. L’ha pure personalizzata mettendoci una radio che prima lei non aveva, qualche vestito per quando piove e fa freddo e persino un kit per il pronto soccorso che non si sa mai. Mi ha detto che ci tiene dentro anche qualche libro per i momenti morti e mi ha chiesto persino qualche consiglio in merito. La parte intellettuale del suo lavoro precedente gli manca un po’ e pensa di sopperire con questo al mancato uso del cervello che è costretto a subire. I libri, mi ha detto, gli placano quella sete mentale che nel suo attuale lavoro non è richiesto. Certo l’orgoglio è un po’ ammaccato e forse perderà anche la famiglia ma la musica a palla che ogni tanto mette in macchina per stordirsi, la stessa che ascoltavamo trent’anni fa, riesce a portarlo via ai tempi in cui credevamo che noi ce l’avremmo fatta.

Non ho dormito tutta la notte pensando a lui. Pensando che potrebbe essere la stessa fine che capiterà a me. La storia di chi aveva ottenuto tanto, o abbastanza, ed è costretto a ridurre tutto. Ogni cosa. Ma le cose che fa tutti i giorni adesso e soprattutto il modo in cui me li ha raccontati mi hanno spiazzato per l’umiltà  e la dignità e per il modo in cui è onesto e cristallino.

Da qualche parte ho letto che se tutti noi facessimo il nostro lavoro con attenzione e dedizione il mondo funzionerebbe meglio.

Questa affermazione in parte è giusta ma in parte sembra essere  conservatrice. Cioè è come se sottintendesse che è meglio che ciascuno continui a fare quello che fa senza pensare di poter fare altro. Io penso che i lavori migliori sono quelli che ci si inventa. Quelli quei mestieri che fino a quando non li abbiamo sperimentati noi non esistevano. E anche nel fare l’avvocato o il medico o il commerciante si possono sperimentare modi nuovi e per questo innovativi. Modi che lo fanno appartenere un po’ di più, quel lavoro, alla persona che lo fa.

Ecco forse sta tutto qui. Tutto sta nel riuscire a trovare un modo proprio, personale e distinguibile in ogni lavoro che facciamo, per farcelo sentire un po’ più vicino.  Un po’ come dire che se siamo solo in prestito a un certo lavoro lo faremmo molto peggio e che lui ci sarà molto più pesante di come potrebbe essere se fosse un pochino più nostro.E comunque trovare un equilibrio rimane la cosa fondamentale perché occorre pensare che noi non siamo solo il lavoro che facciamo. Non è giusto essere identificati o identificarsi con la propria competenza professionale. Credo che sia sano essere soprattutto qualcos’altro, oltre alla nostra dimensione lavorativa. Insomma siamo quello che facciamo ma anche quello che ci concediamo di non fare quando potremmo farlo.

Ma stamattina il sole si è alzato presto e Arturo avrà preso la sua pandina con le scale sul tettino e sarà partito per una nuova giornata di incontri. Mi piace pensare che si sia appena acceso la radio e stia ascoltando un programma che gli porti via la testa.

E che sia in pace con se stesso!

 

 

 

 

Rino Tommasi è vivo e lotta assieme a noi

Il virtuale frega.

Il virtuale amplifica ogni cosa. Il bello e il brutto.

Capita così che si possano incontrare persone decenti e pensare che siano fantastiche oppure persone di basso spessore che diventano improvvisamente miserabili. In realtà non è vera nessuna delle due asserzioni. Tutti possiamo essere tutto sotto le giuste circostanze e con gli stimoli appropriati. E’ solo che, chi ci mette un po’ di cuore, qualche volta può anche restarci male.

Alcuni dei commenti che sono stati postati ad esempio sono stati veramente colpi bassi che pensavo di non meritare. Ammesso mai che qualcuno meriti qualcosa poi. Alcune persone che hanno sentito la necessità di dirmi che cosa e come deve essere un blog. Soprattutto più d’uno mi ha accusato di scrivere il blog per esibizione (a codeste persone faccio umilmente notare che se fosse stato per quello bastava metterci nome e cognome e dire comprate i miei libri. Cosa che in genere qua dentro in genere fa chiunque, persino se si autopubblica). Poi mi hanno definito pallonaro, vecchio decrepito, pelle ammuffita, satiro, satrapo, pesce balla, coglione, pasturatore, millantatore, puttaniere. In fondo ci stanno tutti quante queste amorevoli descrizioni.  Non ne rinnego nemmeno una. Ognuna ha un suo perchè. Ma, se posso dire, è l’indifferenza che mi ha colpito. Persone che passavano per essere, nel caso peggiore, buoni vicini di casa che semplicemente spariscono. Insomma chi se ne frega che fine fai. Cambi casa? te ne vai? hai un tumore? hai perso il lavoro? muori?

Bene. Cazzi tuoi. Me ne sbatto. Evito anche di mandare un telegramma di condoglianze.

Il tema dell’indifferenza non è nuovo e so di sfondare porte aperte, qua, come nella vita, vera. Credi di aver creato, magari pure malamente, una piccola, banale, community alla quale però in qualche modo assurdo tieni. E invece ti accordi che, come nelle migliori tradizioni è pura finzione. Come quasi qualsiasi altra cosa. Prendiamo dove ci va, quando ci va e diamo indietro qualche cosa, come ci va, quando ci va. Nessun obbligo di legge. Niente. Solo una convivenza, un DICO, nel quale chi c’è c’è e chi non c’è, chi se ne frega. “Amici” che vanno, altri che vengono per poi andare di nuovo. Persone che pretendono attenzioni, ma che non sono mai disposte a darne in cambio se non quando e come vogliano loro.

Banalità. Lo so. Le solite triste storie banali che capitano in ogni città del mondo e che nel virtuale amplificano i loro effetti. Devastanti per le anime più sensibili. Puttanieri included.

Qualcuno (lo stesso che sostiene che ho aperto un blog per esibizione) ha spiegato in modo approfondito che il blog è condivisione. La cosa che non comprendo ancora è come si possa ritenere più nobile condividere le proprie insensate e orripilanti poesie piuttosto che il gusto per la cazzata in quanto tale che è il motivo per cui tarocco (dichiarandolo) i TAG. Cambiare i TAG è uno stile di vita, una filosofia di pensiero di coloro che credono che non sia sano prendersi troppo sul serio.

La differenza tra quelli che pensano come me e quelli che “condividono” poesie di ‘sto cazzo? Beh, l’ha messa in bella mostra qualcun altro al quale ho imprudentemente chiesto come stava in un commento sul suo blog e mi ha risposto dicendo che il suo blog è sacro e non può essere sporcato da domande personali come quella. Blog in cui, per inciso, posta le foto della sua città neanche fosse la locale Pro-Loco. Bah, mistero!

Di recente poi ho notato che un’anima in pena che si è iscritta al blog con la mail tarocca braccio@diferro.it, ha preso dimora in questo posto abbandonato sparando su tutti e facendo saltare i nervi a qualcuno. La cosa che più mi ha divertito è vedere come io sia stato accusato pure di essere lei/lui in incognito. Per la verità mi hanno accusato anche di essere Edoardo e non so chi altro. Il virtuale amplifica ogni cosa.  Pure la demenza. Ma questa cosa mi sa che l’ho già detta.  Per quanto sia assurdo che lo debba precisare, confesso che non mi sono mai postato sul mio blog con altro nickname. E paranoia per paranoia credo che sia qualcuno conosciuto che si diverte a massacrare ogni cosa. E comunque ne ha diritto. Tanto quanto ne hanno avuto gli “amici” che si sono dati, sparendo nel nulla. Però cara/o Silver Silvan, lasciami stare Dolce Uragano e EDO che sono stati gli unici a rompersi le palle per venire qua a salutarmi di quando in quando, ricordando che esistevo. Mi stai simpatica/o, quanto meno non sei banale, però ti prego, se puoi, non esagerare con l’insulto. E se proprio devi massacrare qualcuno spara su di me, tanto oramai manchi solo te…

E comunque alla faccia di Ombradiunsorriso, ho deciso che non solo tarocco i TAG, ma per questo ritorno tarocco pure il titolo del post. E affanculo tutto il resto…