Tre cose più importanti da combattere, prima dell’evasione fiscale!

Ieri sera mi è capitato di argomentare con una persona molto intelligente e culturalmente più avanzata di me riguardo le tasse nel nostro Paese.  Essendo notoriamente un qualunquista quaquaraqua  con tendenze anarcoidi ho scelto di prendere le difese del reietto del ventunesimo secolo e il pezzo forte della mia memoria difensiva risiedeva nel fatto che, com’è sempre successo in tutti i tempi, anche in questo particolare momento storico, caratterizzato dall’abbandono di certezze con tutte le speranze che sembrano essere andate in vacanza al posto nostro, non si può assistere inermi alla crociata dello Stato e dei suoi feroci aguzzini contro il nuovo temibile Saladino: l’ evasore fiscale. Il tipo in questione sarebbe reo, a loro dire, di obbligare tutte gli altri contribuenti a pagare ancora più tasse, come se non si sapesse che questa affermazione non è altro che l’ennesima puttanata della “casta”. Se avessero più soldi, se li magnerebbero proprio come già stanno facendo con quelli che riescono a spillarci in tutti i modi più possibili e immaginabili già adesso. Tuttavia in tutte le trasmissioni televisive che contano, in ogni giornale politicizzato che si rispetti, non c’è giorno in cui non viene condannato il porco contumace, dipingendolo come il nemico della società. Il pericolo pubblico numero uno. Più della mafia e del terrorismo, più del malaffare italico, più dello spread sui titoli di stato che sale perché abbiamo una classe dirigente che fa schifo da decenni. Non importa se il povero tapino cerca di evitare ingiusti e assurdi pedaggi che lo stato-ladro impone e lo fa, quasi sempre, solo per sopravvivere. Non conta se sia invece proprio l’economia sommersa che sta tenendo in piedi questo Paese in cui ti si chiede di pagare le tasse anche per pisciare, l’importante è far si che la santa inquisizione  dei nostri giorni, Equitalia, scovi l’evasore e dopo averlo torturato come si deve nelle loro segrete, esegua la condanna a morte nella pubblica piazza, proprio come succedeva nel Medio-Evo.  In genere i più accaniti sostenitori della caccia all’evasore, sono i dipendenti.  Quelli pubblici in modo particolare. Insomma i parassiti.  Gente che nella maggior parte dei casi è inutile e che sta nel posto che occupa solo perché ha beneficiato del clientelismo dei partiti che hanno elargito stipendi fissi a cani e porci pur di assicurarsi voti. Per ogni dipendente pubblico che lavora decentemente ce ne sono almeno il doppio che se non facessero un cazzo sarebbe meglio. Perché il vero dipendente pubblico non si limita a non fare niente. Troppo facile. Il dipendente pubblico DOC gioca contro. Ti si mette di traverso e nasconde le tue pratiche quando vede che ti stai dando da fare. Dà pareri negativi senza motivo, solo per il semplice gusto di affossare chi ci prova. Inefficiente e inefficace nelle poche ore che passa negli uffici del comune o in qualche ente assurdo parastatale, costui, diventa all’improvviso il più feroce accusatore dell’evasore e gode come un riccio quando un piccolo imprenditore fallisce. Ovviamente non tutti i dipendenti pubblici sono così, ma la stragrande maggioranza si. Vantandosene in privato e negandolo pubblicamente.

La persona con cui discutevo era troppo intelligente per mettersi ad argomentare frontalmente con me. Sapeva bene che sono un panzer armato e sul contradditorio one-a-one, ho pochi concorrenti in grado di fermarmi, quindi ha usato la tattica tedesca e ha aggirato la mia Linea Maginot e mi ha preso alle spalle. Mi ha detto una serie di “si hai veramente ragione” “si è come dici te, ti capisco”, “E’ proprio cosi”  poi però è arrivata la mazzata. “Si c’hai ragione su tutto ma comunque non si fa”. Che è poi ciò che dice qualsiasi genitore sano che vuole insegnare al proprio figliolo discolo che non occorre  barare a scuola anche se tutti lo fanno e la maestra è una stronza culona che meriterebbe di essere cacciata per inefficienza. Quando mi sono accorto che di fronte a un’argomentazione così banale ma fortissima ero andato in crisi, ho cercato di alzare la posta. “No, perchè spiegami devo pagare le tasse, a uno Stato che fa di tutto per prendermi i soldi anche con l’inganno? Mette autovelox dietro le curve per farmi la multa se vado a 60 in un posto dove c’è scritto 50, mi fa pagare per revisioni di auto che nessuno revisiona solo per fare cassa. Siamo pure l’unico Paese al mondo dove si paga per avere i documenti come passaporto e la carta di identità, che lo Stato rende obbligatorio avere addosso altrimenti ti mette in galera. Senza parlare dei servizi che non mi eroga e….” Lei mi guarda è fa “Non si fa è basta. Altrimenti sei come lui”.  Poi ha fatto di più. Mi ha sfidato a dire, quali siano oggi tre cose più importanti della caccia all’evasore fiscale.

E in quel momento, il pagliaccio che alberga in me, ha avuto finalmente la sua rivincita e come sempre accade ho vinto la singolar tenzone perchè gli ho sciorinato nell’ordine le tre cose  che uno Stato con i coglioni (che non siano i cittadini) dovrebbe fare prima di far pagare loro le tasse.

Numero 1: Combattere i Teletubbies

Perchè, vedete, Io penso che abbia proprio ragione padre Livio, quello di Radio Maria che sostiene che a volte il diavolo devasti la mente umana in modo tremendo. L’ideatore dei Teletubbies è sicuramente un indemoniato che ha perso l’uso della ragione e ha deciso di creare miserabili fantocci che distruggono la cervice dei bambini che malcapitatamente li vedono passare dentro il televisore. I protagonisti sono quattro: Tinky Winky, Dipsy, Laa-Laa e Po che vivono a Teletubbylandia, un’abitazione assurda posta in un futuro post atomico immagino a forma di pseudocupola e posizionata al centro di un ambiente che sembra una collina dove è sempre primavera. Visto come si comportano gli abitanti direi che è posta vicino Chernobyl. Ci sono fiori parlanti e gli unici animali sono conigli in libertà e durante i vari episodi compaiono dal terreno degli altoparlanti a forma di periscopio dai quali escono suoni assurdi. Fondamentale la presenza di un sole che compare all’inizio della puntata e che contiene al suo interno il viso di un neonato. Ci sono anche varie altre cose orripilanti come ad esempio la girandola che sembra un normale giocattolo, ma che quando comincia a girare a causa del vento a causa delle puzzette del bambino dentro il sole diffonde sostanze stupefacenti che fa compiere ai teletubbies cose talmente dementi che possono fare solo chi è fatto come un copertone. Sulla testa di ognuno di loro, clamoroso al Cibali, si trova un rettangolo di colore metallico utilizzato come fosse uno schermo televisivo e sulla testa ogni teletubbie porta un’antenna di forma diversa. Il loro linguaggio è primordiale. Si passa da: “Tante coccole” a “Ciao ciao”. Utilizzano colori sgargianti che nemmeno Cristiano Malgioglio ciò nonostante chiunque abbia dei figli che decidono di mettersi a guardare una porcata del genere finisce per addormentarsi dopo pochi minuti colpito da narcolessia fulminante. Posso portare la mia personale esperienza. Tempo fa sono stato infatti ricoverato al pronto soccorso perché sono caduto in un pericolosissimo stato di coma vegetativo e ci sono volute due settimane ai medici per riportarmi alla vita e, ancora oggi, soffro di turbe e manie psico compulsive quando sento Tinky Winkie che chiede “Ancoa, ancoa” coccole a Dipsy. In effetti anche molte altre persone di mia conoscenza hanno avuto gravissimi effetti collaterali.  Carlo Bardonzo ad esempio, il mio migliore amico, padre di tre gemelli che non ne volevano sentire di cambiare canale e l’hanno costretto a guardare quella porcheria per un globale di sei ore filate ha sclerato e ha cominciato a dare di matto comportandosi in modo assurdo. Senza accorgersene e senza capire il perché ha preso a rompere noci con il pene e poi a prendere a testate il primo che passava per strada, fotocopiarsi il culo, pisciare di nascosto nel biberon dei figli. E solo quando ha minacciato anche di marinare il catechismo, la moglie ha finalmente deciso di chiamare la Neuro. All’accettazione quando gli hanno chiesto il nome lui ha semplicemente detto: “Stinky winky”, membro cacciato dal gruppo per i suoi frequenti attacchi di petomania.

 

Numero 2:  Combattere la pausa di riflessione

 

Tra le tanti minchiate che gli esseri umani si propinano l’un l’altro, la pausa di riflessione è una di quelle che può entrare di diritto sul podio delle più demenziali. In realtà anche essa andrebbe eliminata con legge dello Stato che invece la usa anch’esso per vessare meglio il contribuente silenzioso quando vede che sta per tirar le cuoia. Ogni bandito, quindi anche lo Stato, sa perfettamente che occorre che il pollo da spennare sia vivo per poterlo depauperare bene e quindi aspetterà che torni in apparente salute prima di tornare a tosarlo. Per quanto che anche gli uomini la usino a sproposito sono però soprattutto le donne che fanno largo scempio della pausa di riflessione, distruggendo la psiche tarata di ometti pusillanimi che l’accettano supinamente pensando di dare a quel modo una grande prova d’amore, quando invece dimostrano solo la loro bassa autostima. La teoria alla base di essa è che il povero tapino che è soggetto passivo di essa, deve rispettare i tempi della (in genere) troiona che deve riflettere a mente fredda se le piace più l’organo sessuale di lui o quello dei suoi due o tre amanti che intanto continuano a sbattersela allegramente. Naturalmente, la peripatetica che utilizza questa formula vecchia come il peccato, argomenterà in modo diverso facendo leva sui sensi di colpa del marito o fidanzato che, ottenebrato dalla paura di perdere colei che gli stira le camice e gli lava i pedalini, cade in una profonda crisi mistica e religiosa.In realtà la pausa di riflessione è uno dei tanti modi per dirsi addio e viene utilizzata da donne (e uomini) incapaci di dare tagli drastici alle cose che non funzionano. E’ un tentativo vigliacco di temporeggiare per rendere meno drastico un addio anche se dentro si è già decisi a farlo, nella speranza che sia l’altro/a che, incapace di sostenere uno stress come quello che è costretto a vivere decida di togliere le castagne dal fuoco e mandare, giustamente, a cagare l’amato che lo rifiuta. Naturalmente esistono anche molti argomenti a favore di essa, che spesso viene vista come una sorta di riposo per recuperare le energie, offrendo nuove prospettive di coppia aiutando a riflettere sulla propria vita e riportando l’attenzione su di sé e sul perché esistono con l’altro elementi fondamentali affinché il legame duri nel tempo. Così si riscoprirebbe che cosa si apprezza nel partner recuperando quello che aveva colpito all’inizio, sviluppando di nuovo quell’empatia e cercando di capire le ragioni dell’altro. Insomma, stronzate. Perché in realtà non avviene mai una cosa del genere. Per recuperare un rapporto molto meglio confrontarsi in modo diretto. La pausa di riflessione è solo una maschera per nascondere problemi che prima o poi torneranno, come le tasse dello stato-ladro. E’ insomma solo una soluzione di comodo che sostituisce il coraggio di dire basta per paura di ferire o peggio per senso di colpa. E poi dai diciamocelo, la pausa non è mai presa di comune accordo. C’è chi la prende e chi la subisce. Le cose che succedono dopo che lei obbliga il maschio deforme a subirla, è che finirà immancabilmente per scaricarlo dicendogli che non le è stato abbastanza vicino in quel momento di difficoltà. Se invece è l’uomo bastardo ad averla invocata ci sono più possibilità che si risolva con un nulla di fatto. Lo sciagurato infatti, dopo aver trombato a destra e a manca le sue ex e poi quelle che pensava fossero meglio di colei che ha messo in pausa, è altamente probabile che scopra che la disgraziata che tiene in modalità “stand-by” è l’unica in grado di sopportare la sua demenza e può tornare a distanza di tempo veramente dispiaciuto di averla fatta soffrire. E’ altamente auspicabile che quando ciò capiti lei sia scappata con l’idraulico che a sua volta ha messo in pausa di riflessione sua moglie, che nel frattempo si sta facendo lo psicologo che in deroga alla deontologia professionale ha messo in pausa di riflessione la moglie che contemporaneamente sta scopando con il commercialista che senza timore ha messo in stand-by la moglie che senza ritegno si sta scopando il farmacista che intanto……

 

Numero 3: Combattere il Cake Design

 

C’è un fantasma che si aggira per l’Europa. Non è il comunismo. Non più almeno. E’ il cake design. Questa incredibile stronzata che sembra aver fottuto il cervello di migliaia di donne che prima di berselo erano esseri umani con provata cultura e sensibilità d’avanguardia. Tutte queste , nessuna esclusa, adesso sognano un mestiere fatto di progettualità di miniature di zucchero e ghiacce colorato. Proprio come nel film “La finestra di fronte” dove Giovanna Mezzogiorno sognava di cambiare vita preparando torte.E uno pensa: vabbè sono solo delle dementi da evitare, perchè incapaci di aprirsi alla vita se non con prefigurazioni adolescenziali. No. Esistono anche uomini, peggiori di loro, smaniosi di muoversi all’interno di quel mondo assurdo. Un esempio per tutti Carlo Valastro, il famigerato boss delle torte del canale Real Time (ex Discovery channel) che ricostruisce i palazzi di Manhattan con il pan di Spagna. Ammetto che ogni volta che qualcuno riesce a fregare tutti e a fare di una cazzata galattica un lavoro ben remunerato sono molto colpito e pronto a fare i complimenti, però occorre ribadire una volta per tutte, prima che ci diventiamo tutti rincoglioniti che il “cake design” non è arte. Né alta pasticceria. E’ merda! Non si può fare una scorreggia e chiamarla arte. Eppure se cadete nella sua trappola comincerete a spendere soldi per fare corsi dove parlerete dei coloranti liquidi, in polvere e in gel che rendono la pasta di zucchero troppo morbida mentre gli altri le garantiscono colori brillanti. E poi petali di fiore, perle bianche, grandi fiocchi.  Utilirizzerete impasti pesanti, ricchi di burro ai quali aggiungerete ripieni densi ricchi di grassi vegetali, aromatizzati con semilavorati in quanto dato i tempi di preparazione della torta, devono durare a lungo a temperatura ambiente. Stabilizzanti e gomme alimentari.Una cosa inutilmente leziosa e vezzosa che toglie appetiti non solo sessuali a chi la pratica. Perché non importa più il gusto ma solo l’estetica. Una torta non deve, per loro, essere buona, ma solo bella. Ma vaffanculo lo vogliamo dire? Molti di voi che leggete vi dichiarerete dubbiosi. Pensate che non avendo mai assaggiato codeste porcate non potete emettere un giudizio. Mi permetto di dire che non siete neanche mai stati inculati da uno scimmione del Borneo eppure la sola idea credo che vi schifi almeno quanto schifa me. Poi, ci sono anche quelli che dopo essersi bevuto il cervello, si sono fulminati anche le rimanenze di magazzino e cominciano a farsi chiamare: “Sugar artist” che è la classica burinata da italo americani. La vera pasticceria è un’altra cosa. Per fortuna.

 

 

Io credo ancora alla Befana

E’ brutto dirlo, ma ci sono delle cose che, persone che non hanno mai avuto dei figli, non possono capire. Ad esempio, ogni genitore, anche il più pio, ha sempre saputo che Anna Maria Franzoni era colpevole senza bisogno di perizie e processi e plastici da Bruno Vespa. Eppure, lo stesso, tifava in segreto perchè venisse assolta. Lei infatti ha semplicemente fatto quello che ognuno di noi ha pensato almeno una volta nella vita. Ci sono momenti quando un bambino infante piange a dismisura e non la smette nemmeno se gli canti la ninna nanna in guatelmateco che ti viene da pensare: “Adesso le spiaccico la testa nel muro”. Oppure più in là con l’età, quando cominciano le bizze stupide davanti agli amici, perchè capiscono che in quelle circostanza vige l’impunità, che tu dentro di te ti convinci che una volta  a casa le tirerai il collo come una gallina e lei la pagherà per tutte. Poi ovviamente le persone equilibrate, fumano una sigaretta, fanno una passeggiata, si calmano e gli passa. La Franzoni ha invece pensato “Adesso mi hai davvero rotto i coglioni”. E si è lasciata andare. Poi ha rimosso. Se fosse capitato a me avrei fatto uguale. Resta la circostanza che tutti i genitori sono potenziali assassini. Altra cosa che le famiglie senza figli non sanno è che si può passare dallo stato di handicappato a quello normale senza che nemmeno te ne accorgi. Quando ho provato a insegnare ad andare in bicicletta a mia figlia Virginia, ho creduto per settimane di aver messo al mondo una povera infelice. Dopo un sacco di prove e tentativi ero certo che non avrebbe mai imparato. Ne ero iper sicuro. Già la vedevo gareggiare (e perdere) alle paraolimpiadi in cui in bici si va con le mani, quando all’improvviso, taaac, lei diventa una persona normale e adesso ci sa andare meglio che di me.

Soprattutto le persone che non hanno mai avuto figli non sanno che a volte parlare con loro è qualcosa di impossibile perchè sono capaci di mettere a nudo tutte le tue stupidità e preconcetti che con anni di sapienza e trucchetti tieni nascosti alla maggior parte degli altri adulti che vivono le stesse paranoie.

Oggi  sono andata a prendere Virginia, che ha quasi otto anni, all’uscita del catechismo. Aveva la faccia seria e non mi considerava troppo. In quanto pagliaccio professionista ho cercato di metter su, all’impronta, lo spettacolo comico preferito all’interno del mio repertorio di cagate, dal tit0lo:  “Guarda che babbo scemo che c’hai” che ho messo in scena anche a Broadway e che di solito le fa riconquistare il sorriso. Stavolta però non ha funzionato. Ora, poichè so per certo che, in quanto a stupidità faccio il culo a tutti, vedendo i risultati mi sono davvero preoccupato. La tempesto di domande. La pancia, la testa, il raffreddore, la febbre. Insomma che cavolo c’hai? Lei mi guarda seria e mi fa: “Non è mica che tra un po’, vieni poi a dirmi che anche Gesù, proprio come Babbo Natale, non esiste vero?” Colpo al fegato. Barcollo. Comincio a balbettare. E vai con la menzogna “No certo, che dici. Solo Gesù ti vuole bene come babbo” Lei mi guarda dubbiosa e spara “E poi questa storia dell’angelo custode mi puzza”, “Scherzi?, io ci parlo tutti i giorni con l’angelo custode” , “Babbo vuoi dire che parli da solo come fanno i matti?” (cosa peraltro vera) “Ti dico che ci parlo” “Allora perche quando gli parlo io non mi risponde? non mi suggerisce mai nemmeno le risposte in classe. Che amico è scusa?” . Siamo andati avanti ancora un pochino ad argomentare ma vedendo che non arrivavo da nessuna parte vado sul classico: “Vabbè andiamo a prendere un gelato”

Comprarsi i bambini e zittirli a questo modo è uno dei trucchi che ogni padre imbecille come me impara velocemente. Perchè incasinarsi la vita quando con due euro, a volte uno e mezzo, si risolve il problema? Ogni padre coglione che si rispetti, e tutti quelli separati nessuno escluso, sono dei “Disneyland daddy”. Un gelato, una giostra, una qualsiasi minchiata e il sorriso ritorna.

Oggi però il gelato alla cioccolata non doveva essere molto buono. Mi guarda e mi fa “Perchè mi hai mentito cosi a lungo su Babbo Natale?”. Ora, io non so se il povero figlio di Anna Maria Franzoni, quella drammatica mattina, anziché dirle “buongiorno mamma” le abbia fatto la stessa domanda, so solo che quella vocina dentro che diceva “Adesso mi hai rotto i coglioni” l’ho sentita anche io. “Perchè è bello credere in qualcosa che porta felicità no?”, “Hai mentito”, “Ma amore, non è una bugia. Tutti i bambini credono a Babbo Natale” “Tu mi hai fatto credere che zio Gianni era Babbo Natale per anni, come posso credere adesso che Gesù è figlio di Dio” “Signor barista la prego un gelato anche a me” . Un gelato è meglio di vedere dalla televisione in bianco e nero della cella il criminologo Francesco Bruno a Porta a Porta,  argomentare sul perchè un uomo apparentemente normale ha selvaggiamente fatto a pezzi sua figlia davanti a una gelateria a Lucca. Che poi, a me, Babbo Natale è sempre stato pure sul cazzo. Io amavo la Befana. Io aspettavo la Befana tutte le vacanze di Natale e la sera del cinque gennaio con mio fratello, lo stesso che diventerà Babbo Natale per le mie figlie, aspettavamo trepidanti il suo arrivo. Fin quando che  non abbiamo deciso di vederla in azione. In genere andavamo a letto dopo Carosello e poi, la mattina dopo era la felicità. Quella volta invece, siamo stati svegli in cameretta nostra, in silenzio, impauriti, fino alla mezzanotte e, quando abbiamo sentito rumori sospetti in cucina, siamo usciti quatti quatti, nel corridoio. C’erano uno strano odore di tabacco. Mi sono preoccupato. Forse che la Befana era una tabagista? Senza far rumore siamo entrati all’improvviso dentro la stanza e abbiamo visto nostro padre con i suoi mutandoni ascellari e la sigaretta in bocca che piazzava i suoi regali. Il futuro Babbo Natale Gianni mi guarda e mi dice “Te l’avevo detto”. Odio i te l’avevo detto. E  sono scoppiato a piangere. Non smettevo. Mio padre viene allora da me e mi dice la panzana più grossa che poteva dire “Ascolta, è appena andata via, mi ha detto di salutarti e di dirti che sei stato davvero bravo” “Mi prendi per il culo” “Non dire quelle parolacce” “Stocazzo voglio la Befana” “T’ho detto che è andata via, su smettila. Ha detto che prima o poi una dei prossimi anni verrà a trovarti proprio il cinque gennaio. Tu devi solo aspettarla”

E sapete una cosa? Io da allora, ogni anno, il cinque gennaio sera, il bicchiere del latte sul tavolo per la vecchia megera lo metto sempre. E sono certo che prima o poi verrà a dirmi che le sono mancato.

Ah, Virginia?

beh, facile. Un biglietto per il circo di domani si è comprato Gesù, l’angelo custode e tutti i tre re Magi.

E’ arrivato l’arrotino

Sono dichiaratamente un romantico andato a male. Ho un debole per gli sfigati e i perdenti in generale e per tutti quelli che non capiscono che il loro tempo è finito. Non farei guerre di religione, nessuna crociata nemmeno per le tasse e il magna magna che fa parte della nostra cultura e che proprio non sopporto. Ho smesso di firmare per referendum, non voto da decenni che mi faccio quasi schifo da solo, mi annoiano le trasmissioni di approfondimento culturale di massa e oramai leggo solo giornali online. Sono diventato però un fervente attivista dei diritti politici e sociali degli sfigati. E combatto seguendo  la concezione americana. Mi spiego. In America chiunque lotti contro la pena di morte sa perfettamente che nella sua astrattezza è una guerra persa, ma caso per caso si può ancora vincere qualche battaglia. Nessuna organizzazione che si rispetti pensa cioè che sia realmente possibile che essa possa venire cancellata dai codici penali. Le battaglie che vengono svolte sono limitate a pochi casi conclamati in cui si cerca di sconfiggere il sistema inchiodandolo alle sue responsabilità. Allo stesso modo, io so che non è possibile vincere la guerra degli sfigati e dei perdenti contro il mondo dei furbetti del quartierino che oramai domina le nostre vite, però ogni tanto combatto per la salvezza di qualcuno di loro (compreso me stesso).

Ad esempio, quando sento arrivare, sempre più di rado purtroppo, la macchina con l’altoparlante sopra che segnala che sta passando l’arrotino, cascasse il mondo io scendo e gli porto ad affilare ogni cosa sia a portata di mano: coltelli ma anche forbici o qualsiasi altra cosa penso che possa essere usata. Lo faccio anche se non ne ho bisogno, solo perchè mi fanno una tenerezza tremenda. Pensano di vivere ancora negli anni sessanta e settanta. Per loro Cristo si è fermato a Eboli. Solo che non sanno che quando è successo, Gesù pare abbia chiesto agli apostoli “ma che cazzo di fine ha fatto l’autogrill?” Mi piace come mi sorridono quando gli chiedo i loro servizi, adoro la gioia che sprizza dai loro corpi quando si affannano nel darsi da fare per dimostrare che hanno ancora un valore e un ruolo sociale che intendono difendere. E mentre lo fanno mi parlano e mi raccontano le loro esistenze, stupendosi che a me piaccia ascoltarli. Sfoggiano vocabolari spesso terroni, ma a seguito di numerosi incroci che hanno subito non disdegnano dialetti dell’Alta e della bassa Padana. Quando se ne vanno, felici di essere ancora produttivi, mi fanno sentire un uomo migliore. Sento di aver fatto qualcosa di buono.

Allo stesso modo ho deciso da qualche giorno di combattere per i diritti sociali di un’altra vittima del sistema. L’ausiliaria del traffico di fronte alla scuola delle mie figlie. La signora, attempata ma sempre dinamica, è sempre stata un pilastro della comunità. Tutte le volte che c’è l’entrata e l’uscita degli studenti lei si mette paletta in mano a fermare le macchine e far passare il via vai della gente. Con piglio e determinazione. Con il freddo e con la neve. Sempre. Piove? Diluvia? non importa, lei è là. Stolida e garrula.  “Altolà” urla quando può alle macchine, ma anche ai passanti. “Mi costringe a chiamare la Polizia” a qualcuno che se ne frega di lei, “Qua le vittime siamo noi” è il pezzo forte del suo repertorio, quando qualcuno le urla dal finestrino di andarsene affanculo. Ho deciso di combattere per lei, perché il Comune ha commesso un’imperdonabile leggerezza. L’assessore alla viabilità  ha offeso la sua sensibilità e ha causato un danno difficilmente riparabile nella sua testolina delicata. Da quest’anno davanti all’edificio scolastico funziona, infatti, un semaforo. Dramma. Da quando è ricominciata la scuola, la rutilante ausiliaria del traffico è là che continua a venire, ma non sa più che fare. Nessuno le ha comunicato che non deve più presentarsi o, se è successo lei deve aver pensato a uno scherzo e quindi all’appello con  la stessa diligenza di sempre risponde presente. Purtroppo non le è più possibile sfoggiare la paletta o dare dritte o bloccare il traffico se doveva passar qualcuno che le stava più simpatico di altri. Allora, vero genio,  ha deciso che il suo nuovo ruolo sarà  quello di pigiare il tasto di avviso che in teoria (molto in teoria) deve far tornare velocemente di nuovo verde il semaforo per i pedoni. Se ne sta là a premere quel tasto in continuazione non avendo capito che basta toccarlo una volta e continua a smanettare con la faccia triste e sconsolata, spernacchiata da tutti che se ne fregano di lei e che adesso, se possono, passano quando vedono che c’è la possibilità . Lei  gli urla sommessamente che non devono comportarsi così. Si lamenta che non ci si comporta a questo modo e che non è giusto. Io ho allora deciso che, anche se non c’è nessuna macchina che passa, attenderò il verde e accetterò che sia lei a dirmi quando posso iniziare ad attraversare la strada. Capita così che decine e decine di persone passino avanti e indietro e io me ne stia là da solo con lei che continua a premere furiosamente il tasto. Non ci guardiamo nemmeno in faccia. Una scena surreale, io e lei accanto guardando l’orizzonte, con un mondo che sfreccia avanti e indietro fregandosene di noi, poi ad un certo punto lei mi dice “Può andare” e io vado.

Forse non lo sapete ma pure questo è amore.

Ti ricordi ancora di me?

Ognuno di noi ha un suo proprio modo di raccontare la vita. La bellezza della diversità nasce dal fatto che ad esempio se facciamo un viaggio da qualche parte con tre amici, alla fine ognuno ne parlerà in un modo diverso, dando più accento a cose che per lui sono stati importanti  e tralasciando altre parti che  lo sono state meno, ma che al contrario hanno magari colpito la vita di un compagno. C’è chi preferisce vedere, chi ascoltare, chi provare. Lo stesso viaggio qualcuno lo riporterà dicendo che ha visto paesaggi mozzafiato, un altro che davanti a quegli scenari ha sentito il suono del vento e il rumore delle foglie un altro ancora che ha provato l’emozione di essere in contatto con la natura o con Dio. Penso che anche con la musica valga più o meno lo stesso principio. Chi non ha mai pensato che una certa canzone avrebbe potuta scriverla lui? Non importa se è bella o brutta se è una Hit o se invece è una canzone da balera. La senti e ti risuona dentro con le stesse note e con le stesse parole che gli avresti dato te se l’avessi scritta. E ti senti in grandissima sintonia con quell’autore e pensi che lui è riuscito a dare voce alla tua sensibilità e per quante altre canzoni stupende possono uscire tu quel refrain e quelle note proprio non riesci a scordarle.

Bene a me questa cosa è capitata diverse volte, ma una in particolare è stata intensissima per le mille dinamiche che la circondano. Per ciò che viene detto e quello che non viene detto. Per le allusioni e i doppi sensi. A tutt’oggi “Drops of Jupiter” dei Train è non solo una delle mie canzoni preferite, ma quella che avrei voluto scrivere se mai ne potessi scegliere una. Questa canzone coniuga in modo perfetto tutto ciò che  a me piace della comunicazione: la semplicità con la profondità. L’apparenza con quello che in realtà si vuol dire a chi ha la forza di andare oltre le apparenze. Pat Monahan,  ha raccontato di avere avuto in sogno la visita della madre. Era molto legato a lei che era morta qualche anno prima di cancro ai polmoni poichè era un’accanita fumatrice e ne sentiva la mancanza in modo molto forte. Si svegliò una mattina con la precisa percezione che lei fosse tornata proprio là, da lui, “back in the atmosphere”. E così comincia a parlarle e le chiede del suo viaggio e  a fare considerazione su di lei, su cosa ha fatto su quello che è adesso e in qualche modo ne è affascinato ma ne ha anche paura perchè comprende che niente è più come prima e teme anche il suo giudizio. Ma la canzone può essere interpretata anche come la scoperta del viaggio che deve fare lui per arrivare a dove adesso è lei. La differenza tra cose con le bollicine e quelle che davvero contano perchè a volte ciò che dà piaceri effimeri è sopravvalutato.

Ecco una mia libera (molto libera) traduzione del testo:

Adesso che è tornata qua da me dopo aver fatto il viaggio in tutta la galassia, con quelle stupende gocce di Giove sui capelli è così diversa. Riesce a comportarsi come si fa in estate ma a muoversi con attenzione come quando piove. Mi rendo conto che viene prima o poi il tempo del cambiamento per tutti. Da quando è tornata dal suo viaggio sulla Luna,  riesce persino ad ascoltare come fa la primavera ma mi parla come fosse giugno. Dimmi la verità, ce l”hai fatta ad attraversare il sole come hai sempre desiderato? sei riuscita ad arrivare in fondo alla Via Lattea per vedere tutte le luci spegnersi? E magari hai pure scoperto che il paradiso è sopravvalutato.

Tell me did you fall for a shooting star, one without a permanent scar. E’ uno dei versi più belli che siano mai stati scritti. In un contesto come quello di cui stiamo parlando infatti la traduzione più banale e letterale è quella di dire: dimmi ti sei innamorata  di una stella cadente? Una che non lascia cicatrici permanenti. Questa traduzione sia chiaro che va bene . Ma per me il significato è più profondo. La stella cadente è metafora di un amore che trascina. Più avanti nella canzone lui le ricorda di quando lei aveva necessità di innamorarsi di un uomo. In altre parole, secondo, me in questo verso dal triplo significato lui le chiede: Dimmi, ti finalmente innamorata di un uomo che non ti ha ferito?

e sopratutto ti sono mancato quando eri là fuori a cercare te stessa? Adesso che è tornata dalla sua vacanza dell’anima attraverso le costellazioni riesce persino ad ascoltare Mozart e questo mi fa davvero capire che si può crescere e migliorare se ce l’ha fatta lei può farcela chiunque. Però ho paura che così com’è diventata possa aver perso la stima e l’amore che ha per me. Magari mi vede come sono davvero e si accorge che sono troppo impaurito per volare e così proprio per questo non potrò mai sapere che gusto può dare l’atterrare. Dimmi, era davvero tutto cosi perfetto lassù come pensavi sarebbe stato? sei riuscito finalmente a danzare con la luce del giorno

Venus blow your mind è un altro stupendo doppio/triplo senso. Venere ti ha soffiato sulla testa. Ci sta bene perchè si parla di cosmo e costellazioni ma può voler anche dire, l’amore ti ha parlato? o anche hai capito davvero se sei etero o bisex. Un vero universo di significati.

Ed era tutto come pensavi che avresti trovato? Dimmi la verità, ti ricordi almeno i tempi di quando stavamo assieme? quando non c’era nessuno che ti amava a parte me e ci mangiavamo pollo fritto la sera a cena e io prendevo sempre le tue parti e ti difendevo anche quando sapevo che avevi torto. Riesci a ricordare il primo ballo che mi hai insegnato e l’amore e l’orgoglio che ci univa e le lunghe telefonate di cinque ore che facevamo quando non ero a casa? E il latte di soia? Ma soprattutto ti ricordi ancora di me?

 

Crossroads

La vedo e mi innamoro a prima vista. Solo chi ha provato un emozione così sconvolgente può davvero capirmi. Se ne sta là, in piedi, appoggiata a un pezzo di legno che fa risaltare ancora di più la sua bellezza. Accanto a tante altre che le assomigliano, ma non sono lei. Perché lei è semplicemente perfetta. Seducente con l’alterigia di chi sa di essere speciale. Perdo la testa e mi avvicino senza badare alle etichette. Profuma di buono. Mi guarda e sento che vorrebbe le mie mani addosso. Certe cose, un uomo, le capisce al volo. L’accontento e la abbraccio senza chiedere il permesso. A quasi cinquant’anni voglio fare come Denim l’ uomo che non deve chiedere mai. La stringo forte e comincio a pizzicarla. Ci sta. Sento che si vuole aprire a me. Poi le tocco il culo e mugola un suono strano. Mi preparo a fare una sveltina e a godere di lei, quando una voce mi urla:

“Ehi che fa? Non sa che e’ proibito prendere le chitarre senza il personale che autorizza? Quella poi e’ costosissima”

Lo so amico, vorrei dirgli,  so bene che non si fa così, invece farfuglio qualche stupida scusa per non dirgli che non ho resistito al desidero di pomiciare con la Martin D 45 . Il mio sogno segreto. La desidero abbestia. Peccato costi sei mila euro. Se solo per sbaglio la rigassi dovrei prendere un mutuo per ripagarla. Quando sono depresso, un giro dentro un negozio di chitarre mi ridona attimi di serenità. La chitarra è una delle poche femmine che sa ripagare le attenzioni che le regali e che può capire come stai e seguirti negli abissi dove ti sei infilato o celebrare con te i momenti di esaltazione. E poi è maestra di vita. Ti può insegnare molto se tu sei attento. Ad esempio, chiunque prende in mano una chitarra sa perfettamente che, non ci sono cazzi, da qualche parte c’è qualcuno che la sa suonare meglio di te. A meno che tu non abbia stretto il patto con il diavolo come Robert Johnson, il più grande blues-man della storia. La leggenda la conoscono tutti: Johnson era un chitarrista come tanti, poi una notte va a Clarksdale, appena fuori dall’incrocio tra la Highway 61 e la Highway 49, dove incontra il diavolo che, in cambio della sua anima, gli accorda la chitarra in modo da farlo diventare il migliore di tutti. Da allora vivrà pochi anni facendo una vita incredibile, trombando come un matto donne stupende (nane comprese) e scrivendo le migliori canzoni blues di tutti i tempi. Eric Clapton gli ha pure dedicato un disco solo per ricordarlo. Se invece sei un comune mortale devi prendere atto che suonare la chitarra è sacrificio e dedizione e che, come ogni donna che si rispetti, la devi  coccolare oltre misura. Ama essere viziata e se ti dà qualche godimento immediato tu, per ricambiarle il favore, devi sudare come un matto e hai bisogno di tempo. Molto tempo. Lei in cambio però continua a darti nuove lezioni di vita: la sinistra fa fare virtuosismi, ma senza la destra non si va da nessuna parte. Se sbaglia la sinistra si può rimediare ma se sbaglia la destra sei fottuto. E tu ci pensi sopra mentre ti fai i calli alle mani. E piano piano impari che dentro ognuno di noi c’è una scintilla divina che troppo tecnicismo può soffocare e che alla fine l’ unica accordatura che conta davvero e’ quella che risuona con la tua anima. Quella che porta mente e corpo e spirito insieme nell’armonia. Riesci cioè a liberarti dell impazienza e dalla frustrazione perchè altrimenti lo spirito gracchia come una radio mal sintonizzata. Ed è solo il momento in cui il tuo spirito si eleva quello che conta.

La chitarra mi ha aiutato a socializzare nel tempo. C’è chi lo fa giocando a carte nei bar, chi con corsi di cucito chi leggendo i tarocchi. Io suono la chitarra. Oramai sono diventato abile anche nel capire il pubblico che ho di fronte. Una volta ero intransigente oltre misura, adesso solo un pochino. Neanche troppo. Se trovo un vecchio rocchettaro con la buzza e i capelli con il codino dietro e la pelata davanti gli suono Pinball Wizard e lui mi offre una birra. Se invece uno più giovane e magari ancora in carriera Hootie and the Blowfish sono perfetti per farlo sorridere e dirmi che non sono mica tanto male, nè troppo banale. Con le donne ancora più divertente. Una vecchia romantica nostalgica degli anni settanta e delle gite della scuola? facile: Pezzi di Vetro di De Gregori ed è pronta ad accettare un invito a cena. Intellettualoide che ama il particolare? Blower’s Daughter di Damien Rice suonata con la pelle del pollice per renderla soffice come solo lui sa fare. Intransigente con se stessa? Mercy Street e le spunta la lacrimuccia. Una che sogna ad occhi aperti? il trittico Wish you were here, Here comes the sun e Ventura Highway la mette in ginocchio. Potrei continuare per ore. Poi però, immancabilmente, ogni volta, ogni maledettissima volta, puntuale come il peccato, arriva, in genere al decimo della ripresa, quando s’è presa confidenza e si pensa di poter dire tutto, la classica richiesta. Ci sono poche cose che mi irritano più di “sei piacevole” o di “quanto sei gradevole”. Una di queste è “Che la conosci mica Hotel California?”. Mi sono rotto le palle di suonare Hotel California. Mi sta sui coglioni Hotel California. Per anni, inseguendo la figa, l’ho fatto. Adesso basta. E, a spregio, quando qualcuno me la chiede io parto con “New England” di Billy Bragg che non conosce nessuno e ha come obiettivo quello di scremare. Pensi di avercela fatta e di aver eliminato ogni dubbio ma sai dentro, nel profondo della tua anima, che c’è su di te c’è una tremenda maledizione. In cuor tuo speri che finalmente l’incantesimo si sia rotto e che nessuno mai lo farà più, ma ti prendi per il culo da solo, perchè la/o stesso di prima ti guarda e con aria severa ti fa “Vabbè, me la fai allora More than words?” .  Aspetta che mi pitturo le dita come Nuno Bettercourt e poi se ne riparla.

E comunque tutto questo mi fa ripensare al fatto che io, tanti anni fa, quando vivevo in America, a Clarksdale, Mississipi, ci sono stato davvero. In pellegrinaggio. In realtà, volevo davvero fare lo scambio con Monsieur Louis Cypher. Volevo diventare il numero uno. Se qualcuno di voi andrà mai a Clarksdale sappia che è una cittadina come tante altre nel sud degli States. Un cesso. C’è nato però Morgan Freeman che ci ha investito un po’ di soldi. Mi ricordo che nel niente c’era un grande bar, il Ground Zero con graffiti e poco altro. Alla fine, con pazienza, con la mia chitarrina in mano arrivai nel famoso Crossroad di Robert Johnson. Ci andai di notte come era giusto che fosse e mi aspettavo un luogo solitario e isolato circondato da grandi distese di campi di cotone molto buio. Il posto dove arrivai era invece un’intersezione ben illuminata con una serie di fast food intorno con un fiume  di traffico e un’insegna con due chitarre incrociate con la scritta Crossroads. Tirai fuori la chitarra e aspettai il diavolo che venisse ad accordarmela così che, appena dopo, sarei stato eternamente dannato ma incredibilmente talentuoso. Già immaginavo il successo le prime posizioni in classifica. E pure le nane. Enormi camion continuavano a svoltarmi pericolosamente vicino. Vendere l’anima al diavolo e’ una questione intima, personale e quel posto non mi sembrava il più consono. Cercai di suonare qualcosa per attirare il demonio, ma il rumore del traffico copriva ogni suono. La speranza arrivò nelle sembianze di un bestione alto e nero che gironzolava attorno. Poteva essere davvero Louis Cypher con il suo cappello da baseball sugli occhi e con l’aria di uno che sta per ucciderti solo usando lo sguardo. Venne verso di me e disse:

“Ehi signore fammi  indovinare stai vendendo l’anima al diavolo!”

“Ecco veramente io…”

“Il diavolo deve essersi stancato di giovanotti che cercano di saltare le loro lezioni di chitarra. Sarai il quarto questo mese. Dico, puoi prendere una lezione di chitarra piu economica da me. Tu mi paghi una birra e io ti mostrerò come suonare Muddy Waters e’ facile credimi.”

Ritornai in Europa molto piu sgonfio e certo che sarei sempre stato una mezza sega di chitarrista. Ma in qualche modo ero sollevato di essere ancora in possesso della mia anima. E sapevo anche suonare Mannish boy di Muddy Waters

Scuola media

Esiste qualcosa di più triste della scuola media?

No, ditemi. Esiste qualcosa che solo a pronunciare il nome dia più tristezza di quanto non facciano queste due magiche paroline di merda? Provate con me ad alta voce. S C U O L A  M E D I A. Se lo fate per tre o quattro volte evocherete lo spirito del Natale della X-mas Carrol di Charles Dickens che vi dirà non come vivrete i prossimi tre anni, ma come avete vissuto quei maledetti tre. Vi ricorderete come eravate brutti/e impacciati, di come il naso vi era cresciuto prima dell’orecchio e una gamba più lunga dell’altra (ho visto pure quello). Le scuole elementari sono belle, gioiose, ti apri alla vita, scopri il mondo, sei ancora innocente e puro e tutto finisce con la TV dei ragazzi alle cinque. Il Liceo è una merda per lo più, ma comunque cominci a razionalizzare il mondo, capisci come funziona, cosa puoi o non puoi fare. Le tue capacità sono oramai evidenti e pure, drammaticamente, anche tutte le tue incapacità che proverai a cambiare per tutti gli anni a venire senza mai riuscirci davvero.

Ma la scuola media??????

Cominci ad avere sbalzi ormonali, l’adolescenza ti ha rubato l’innocenza. Inizi a sfinirti di seghe (cosa che peraltro non smetterai mai di farti anche se allora pensi che sia una cosa momentanea), ti vengono più brufoli di un uomo con il vaiolo, devi cominciare a studiare davvero, devi imparare che il mondo non è il Paese dei Balocchi in cui tutti sono gentili con te perchè sei carino e simpatico. Perchè non sei più carino e simpatico. Sei uno con la voce assurda in un corpo in trasformazione che non sa che cosa  gli sta succedendo.

Se devo ricordare la mia scuola media, riduco il tutto a tre semplici paradigmi. Il primo è Applicazioni tecniche. Ecco io non ho mai capito a che cazzo servivano le applicazioni tecniche in cui i bambini venivano divisi dalle bambine che facevano i dolci e le cose da femminucce mentre noi ci rompevano le palle con le proiezioni ortogonali e, peggio, con lo studio di minchiate stratosferiche come il tremendo processo che portava alla formazione di una Biro.  Il secondo è Disegno. Ecco, non per vantarmi, ma io a scuola andavo benino. In tutto tranne che a disegno dove ero proprio una lernia. Non mi veniva da disegnare altro che donne tettute che piacevano solo a me. I tulipani che dovevo invece fare mi garantivano l’unica insufficienza che ricordo e che brucia ancora perchè una volta venni sbeffeggiato davanti a tutti come lo scemo del villaggio che anzichè disegnare quei fiori della mia fava che il maestro aveva posto sulla cattedra, avevo dipinto, con grazia che nessuno ha mai davvero apprezzato, le magnifiche poppe di Lorella B. che vedevo nella giusta prospettiva.

Il terzo paradigma è proprio Lorella B. Il mio primo amore.

Lorella è stata la prima donna per cui ho perso la testa. Non capivo che cosa mi stesse succedendo. Non troppo bene. Non come mi è chiaro ora comunque. Sentivo questa pulsione animale verso di lei precocemente popputa, ma anche per la sua anima. Era la prima della classe. Ho sempre avuto un debole per le donne più intelligenti di me. Era fantastica. Leggiadra, volitiva, splendida in ogni cosa che faceva e mi trattava come un essere umano. Insomma mi considerava mentre tutte le altre erano già perse per quelli più grandi. Non sono mai riuscito a dirle cosa provavo per lei. Ce ne sono state altre dopo, ma con lei ho scoperto qualcosa di me che non conoscevo. Reazioni emotive e fisiche che non riuscivo a capire. Dopo è stata  solo routine. Cercavo di essere interessante rendendomi ridicolo ma allora non me importava e pur di stare con lei facevo cose che non avrei mai pensato di fare. A lei piaceva fare le battaglie navali durante la ricreazione e io, pur di stare con lei, accettavo quella rottura di coglioni incredibile invece di andare a giocare con gli altri amici ai giochi più “fisici” che ci garbavano allora. E lei mi ha ripagato con solo sorrisi. Mai un bacio, nemmeno per sbaglio. Solo sottomarini e incrociatori. Una cosa di cui mi vergogno a bestia anche oggi.

Come capita sempre poi c’è stato l’oblio. Sparita nella notte dei tempi. Solo un bel ricordo niente di più.

Questa estate per caso seguivo un telegiornale locale e parlavano di un, non ho capito bene cosa, relativo alla scuola, in cui dicevano che una tale Lorella B. aveva inventato un sistema sperimentale importante e bla bla bla. Incuriosito sono andato a vedere di chi si trattava e dalla foto la babbiona che vedevo non mi diceva niente. Ho deciso di scrivere una lettera a quella signora che sembrava un’omonima giusto per sicurezza e lei mi risponde dicendo che  invece si, era proprio la Lorella della mia adolescenza. Decidiamo di prendere un caffè assieme. Come la vedo penso ad un errore. Non poteva essere lei. Di fronte avevo infatti una vecchia signora, sfatta, che poteva essere la mi’ nonna e non la ragazzina che ricordavo. Dai suoi occhi vedo che, di me, deve aver pensato la stessa identica cosa. Solo che lei non si trattiene e mi fa:

“Ma i tuoi capelli?”

Non so perchè, ma solo questa battuta mi ha indisposto. Insomma cara Lorella B., vogliamo parlare delle tue tette con cui adesso pulisci per terra e che ti ciondolano come il pendolo di Foucalt?

Decido di essere urbano e mi limito a recitare il solito copione. Gli stessi clichè di sempre. E gli altri? e te? e io? e tutti? e che palle….

Poi penso che devo riuscire a cavare qualcosa da questa occasione e che il vecchio Masticone bambino, avrebbe tanto voluto che le dicessi ora che cosa era stata per me a 11 anni. E così ho messo su la faccia più bella e simpatica che ho e le ho detto tutto. Con il cuore. Con tutto l’amore che so trasmettere adesso. Con tutte le tecniche ho imparato in anni e anni e anni di corsi di formazioni teorico-pratica in merito. Lei mi sorride. Io le sorrido. E penso, ma si dai, in fondo è valsa la pena. Poi mi dice:

“Che carino (aridaje!) che sei. Pensa che io invece avevo una cotta pazzesca per Luciano. Te lo ricordi Luciano? era già un figo della Madonna a quei tempi, non è vero?”

“In effetti, ripensandoci si. Forse hai ragione te.” Il fumetto sopra la mia testa però diceva qualcosa di diverso.

E mi obbliga a parlare di Luciano, facendo incazzare il bambino Masticone di nuovo che ha deciso di chiudersi a riccio chiedendomi il piacere di giocare solo di sponda. In altre parole di non dire altro e lasciarla parlare di lei. Solo di lei. Come amano fare le donne sole e/o egocentriche, in cui tutto il mondo ruota solo e unicamente intorno a loro. E la dolce e fantastica Lorella B. ha parlato per un’ora solo di se stessa. Di quanto è brava e bella e affascinante e di come ha successo nel suo lavoto e di come tutti quanti ancora le fanno la corte e perchè porta bene i suoi anni. Io la guardavo e annuivo sorridendo pensando solo ai cazzi miei, ma per spirito di servizio non ho detto niente. Non mi andava nemmeno di discutere. All’improvviso mi fa:

“Però adesso che ti guardo meglio non stai proprio tanto male, anche se sei pelato”

“No guarda, non ti lasciar ingannare è solo che è  buio.”

“No, no. Sembri più interessante di allora. Però non mi hai detto niente di te!”  (ndr altro classico…che minchia dovevo dirti hai parlato solo te!)

“Poco da dire in fondo.”

“Senti ma se ci vedessimo ancora? insomma mi piacerebbe frequentarti. Che ne pensi?”

La guardo ma non capisco. Non capisco bene. Lei se ne accorge e specifica.

“Beh, io ti piacevo allora, tu potresti piacermi adesso. Che ne pensi proviamo?”

La guardo negli occhi. Leggo sincerità, sento che si è aperta finalmente a me. Sento che è pronta a buttarsi in una grande storia d’amore e merita rispetto e reciprocità.

“No. Non proviamo affatto. Per niente. Ma se vuoi possiamo giocare a battaglia navale via mail. Chissà magari ci divertiamo ancora.”

Lei, va detto,  ha incassato con classe, mentre il Masticone Bambino l’ho sentito uscire dal guscio e urlare la sua gioia che neanche a un goal della viola.

E’ solo che da quel momento odio ancora di più le scuole medie.

SCUOLA MEDIA, SCUOLA MEDIA, SCUOLA MEDIA,

che karma malefico

 

Alle spalle….di Dio

Quasi tutti quando assistono a un evento si concentrano su quello che si svolge al centro della scena. E’ una cosa normale direi. Forse pure sana.

Io no.

A me piace il contorno. A me piace vedere le facce di chi sta soffrendo per una partita di calcio o tremando per un film o di chi sta ascoltando un comizio o una lezione. Insomma di chi guarda. Mi piace allora sorprenderli alle spalle e vedere le loro espressioni naturali. Vedere come si emozionano o si accalorano. Mi intrigano i riflessi che non si controllano, quelli con i quali viene fuori il tuo vero io.

E allora a volte penso: e se anche a Dio o agli extra terrestri piacesse la stessa cosa? E se fossimo un mega  Matrix, se la nostra cultura non fosse altro che un super mega Truman Show dove qualcuno altro ci spia e ci controlla e fa passare la pubblicità fra una stronzata e un’altra che ci capita? Forse qualcuno da Nibiru, il pianeta che non esiste per gli astronomi ma che gli appassionati di astrologia considerano la casa degli Dei. E’ un periodo strano. Mi sta prendendo la vena mistica. Il senso della morte viene a fare colazione con me spesso in questi giorni e poi visto che si trova bene torna pure per la merenda. Il senso del mistero mi avvolge. Vorrei essere più sereno, ma proprio non mi riesce. La morte del Cardinal Martini mi ha colpito molto. Era una morte annunciata da tempo. Lo sapevano tutti. Pure lui. Mi ha colpito la lettera che ha scritto sua nipote oggi sul Corriere. Mi ha colpito al cuore. Ho pianto come uno scemo perchè in quelle poche righe c’erano tutto il dramma di un uomo che aveva un cuore e una tolleranza difficilmente riscontrabili di questi tempi. C’è scritto che aveva paura non della morte, ma dell’atto di morire. Accidenti, è la mia paura. Esattamente quella. Il cardinal Martini aveva terrore di morire soffocato perché i catarri gli impedivano di respirare e la malattia gli aveva bloccato alcuni muscoli del petto. Aveva perso il controllo del suo corpo. Ha chiesto di essere sedato.

Avrei voluto vedere le facce di quelli che erano là, di nascosto, come faccio sempre e spiare le loro reazioni. La nipote ha detto che tenendogli la mano ha avuto modo di fare pace con lui e di aiutarlo nel viaggio.

Ma c’è un viaggio poi?

Tutti (quasi tutte) le persone più intelligenti del mondo rifiutano questa ipotesi. Insomma, siamo solo polvere di stelle e that’s all folks. In effetti se vedessimo qualcuno pregare per Giove Pluvio o per Apollo o Giunone, lo prenderemmo per un pazzo. per non parlare degli dei egizi. Vi immaginate che so un papa polacco che invoca il dio Ra? o un cardinale tedesco che racconta dei verdi pascoli di Manitù dove cacciare bisonti …sai che risate….

Eppure..eppure… non so… Ci deve essere un cromosoma sbagliato o forse solo il vecchio catechismo che ha lasciato qualche seme ma io il senso del mistero lo sento.

E allora mi chiedo che cosa succede dopo? si sparisce del tutto o si va subito all’inferno? Per non farmi mancare niente mio sono letto qualcosa dei veggenti di Medjugorie e devo dire che un film dell’horror fa meno paura. Forse meglio niente davvero. Poi l’idea di starmene al chiuso in una bara dentro un fornetto o sei piedi sotto terra, con i vermi come unici amici non è che mi faccia impazzire. Farsi cremare mi fa paura. Si lo so, sono ridicolo. Ma cazzo, metti che sono vittima di una morte apparente risvegliarmi dentro un altoforno non è che mi piaccia tanto. Ho letto che i funerali tibetani il corpo viene fatto a pezzi e lasciato mangiare dagli uccelli. Fa schifo anche quello.

Una volta, tanti anni fa, m’è capitato di essere stato in bilico tra la vita e la morte. Brutto incidente. Beh, io quella cazzo di luce che dicono quelli che sostengono che c’è il paradiso non l’ho mica vista. Magari a Nibiru erano in sciopero quel giorno o forse non ero nella lista degli invitati. Però la vita che scorre veloce quella si, quella me la ricordo. Mi lasciò una grande impressione. Sopratutto ricordo il dolore per le cose sbagliate, intese non giuste che vedevo avevo fatto. Forse c’è davvero un nastro dentro di noi da qualche parte che è là per ricordarti quanto sei stato stronzo. O forse non c’è una minchia di niente e il cervelletto è andato per conto suo inventandosi una bella favola.

Io comunque, visto che sono amico di Blaise Pascal, un salto in chiesa ad accedere una candela per il cardinal Martini l’ho fatto. E visto che, insomma, magna magna marescià, ho pure chiesto qualche piccolo favore al boss. Così, almeno che possa dire a tutti che esiste e che ogni tanto ascolta.

Chissà che risate si sono fatti alle mie spalle su Nibiru.