In memoria di: Andrea Cambi (Firenze 10.1.1962 -Firenze 21.2.2009)

Cosa c’è di più triste di quando muore un piccolo genio?

Beh semplice,  è quando sai che quel maghetto che tanto rispetti se n’è andato senza avere in vita il giusto riconoscimento.

Andrea se n’è andato in silenzio, come fanno le persone per bene.

Faceva parte del movimento di comici toscani che ad inizio anni novanta cominciò la scalata alle vette della ribalta nazionale. C’erano persone che valevano la metà di quanto valeva lui. Alcuni di esse sono ancora ai vertici delle classifiche dei botteghini del cinema o dei programmi Rai.

Andrea però l’avevano mollato da un pezzo. Troppo intelligente. Ero uno che improvvisava e voleva sperimentare con personaggi surreali a volte improbabili.

La sua fragilità con le sue paure di inadeguatezza e la sua difficoltà di vivere e le sue amarezze, lo rendevano speciale. E il vedere come i suoi amici di un tempo lo hanno di fatto liquidato è di una tristezza difficile da poter essere spiegata, con le classiche frasi di circostanza, gli stessi cliché che quand’erano giovani amavano spernacchiare. Niente più che comunicati stampa fatti solo per ricordare soprattutto che anche loro c’erano.

Andrea se l’è portato via il male del secolo, il classico cancro. Niente di speciale. Una beffa rispetto a una delle sue battute più famose:

Hey come va?”

“Un c’è bene” 

“Come? caso mai un c’è male”

“No, no. Il male c’è eccome”.

Dentro di noi porteremo però sempre i suoi personaggi: Normans l’uomo con il tappino incastrato in gola che aveva un fratello che si chiamava allo stesso modo Normans e al quale mancavano tutte le dita della mano all’infuori dei mignoli. E poi ancora la nana della viacard o Bombolino.

Ogni tanto faccio un giro su YouTube solo per rivederti Andrea.

Qualcosa mi dice che se leggessi questa piccola scheda ti vergogneresti perché sei sempre stato un tipo schivo. Diventeresti rosso come un peperone e cercheresti di cambiar discorso e di buttarla sul ridere.

Invece Andrea questo ricordo, piccolo e insignificante, è per te.

Per te che hai donato gioia e voce a chi non l’aveva.

Per te che con quel sorriso ci facevi sentire meno soli in mezzo a questo mondo. Per te che ci mancherai più di quanto saremo mai in grado di dimostrare e di farti davvero sapere.

So long Andrew.

Altro giochino, altra corsa…

Domenica autunnale. Piove a dirotto su tutti i fronti. Lo sfascio regna sovrano. Sul blog siamo rimasti quattro gatti e allora sai che, io ci infilo un’altra minchiata. Così, a spregio.

Altro giochino, altra corsa.

Chiamiamolo il giochino delle effe.

Lo possono fare tutti, pure coloro che quelli di intelligenza o di logica li rifiutano a prescindere.

Solo una regola: vietato barare.

Sull’onore.

Per chi ancora ce l’ha. questa è la promessa più sacra.

Ci si mette una ventina di secondi. I più lenti forse trenta. Senza fogli di carta e senza pensare. Occorre solo contare e ripeto non barare. Leggere e contare.

Allora come funziona?

Io qua sotto adesso posto un frase che va letta UNA VOLTA SOLA e mentre si legge occorre contare quante effe ci sono

ok?

troppo difficile?

no, dai.

Here we go

pronti?

 

questa la frase:

 

FINISHED FILES ARE THE RE-

SULT OF YEARS OF SCIENTIFIC

STUDY COMBINED WITH THE

EXPERIENCE OF YEARS

 

 

 

 

 

 

 

Ci sei? leggi quanto segue solo se hai contato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai davvero contato?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allora sei scemo….:)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No dai, scherzo…..

Insomma quante erano?

tre?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erano tre ammettilo!

Ne hai contate solo tre.

E sai una cosa?

E’ sbagliato. Sono sei, davvero.

Rileggi e poi leggi ancora sotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La spiegazione è semplice: pare che il cervello non riesca a registrare OF

Incredibile non ti pare?

Quelli che ne contano sei al primo colpo o sono dei geni. Oppure barano.

Tre è normale.

Quattro impossibile. Figuriamoci cinque.

O tre o sei.

E se mi dici che ne hai contati sei al primo colpo non ci credo.

Come si diceva da ragazzi. Non è ganziale?

Le genialità (con indovinello)

Alla domanda apparentemente banale, sul cosa sia da considerarsi geniale, è proprio  l’articolazione delle risposte che secondo me  dimostra che una persona possegga dentro di se i germi di ciò che può essere considerato geniale oppure no.

Cosa intendo?

Questo:

La differenza fra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti. (Albert Einstein)

Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale. (Ralph Waldo Emerson)

I geni, nelle inaudite profondità dell’assurdo e della storia pura, situati per così dire al di sopra dei dogmi propongono le loro idee a Dio. La loro preghiera offre audacemente la discussione. La loro adorazione interroga. Questa è la religione diretta, piena d’ansietà e di responsabilità per chi ne tenta l’erta. (Victor Hugo)

Ovviamente non si riesce sempre all’altezza di menti del genere e spesso si ricorre a mezzucci più semplici per riuscire a spiegare in modo comprensibile che cosa sia genialità definendola ad esempio come la capacità di trarre profitto dalla propria intelligenza. E ancora intuizione, creatività, “pensiero divergente” libero e trasgressivo. Somma espressione di ingegno e talento. Il Perozzi di “Amici miei”  diceva che “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”.

La vera domanda, almeno secondo me, è invece: ma questo mondo che ci vuole tutti uguali e omologati e sempre pronti a marciare in fila per due con il resto di tre è in grado di stimolare la genialità che insita in ognuno di noi oppure no?

In ogni caso, per puro diletto, vi propongo un indovinello (peraltro abbastanza conosciuto) che ha inventato un tipo strano e niente affatto geniale a inizio del novecento: Albert Einstein. Lui sostenne che solo il 2% della popolazione mondiale sarebbe stato in grado di risolverlo.  La cosa geniale di questo indovinello è che, se lo  rifate a distanza di tempo, occorre comunque lavorarci sopra di nuovo come la prima volta. In ogni caso, per far si che non vi sentiate troppo in imbarazzo nel cimentarvici vi dico che secondo me Einstein fu molto cattivo. Non è infatti impossibile arrivare alla conclusione come si potrebbe pensare e, quindi, non è vero che solo il 2% delle persone mondiale ne sarebbe in grado. Tendo a credere che siano almeno il 20%. La vera differenza la fa il tempo con cui ci si riesce. Per darvi un parametro di riferimento, dico che io (che notoriamente non capisco un cazzo) c’ho messo un’oretta. Però mi sono divertito.

La soluzione non la posto perchè altrimenti ve l’andate a guardare e non ci provate ma comunque è facilmente trovabile sul Web con un minimo di ricerca. Rimane la questione che non c’è nessun trabocchetto ma solo logica.
IPOTESI DELL’INDOVINELLO

In una strada vi sono 5 case dipinte in 5 colori differenti.
In ogni casa vive una persona di differente nazionalità.
Ognuno dei  padroni di casa beve un differente bevanda, fuma una differente marca di  sigarette e tiene un animaletto differente.

DOMANDA

A  chi appartiene il pesciolino?

INDIZI

1.   L’inglese vive in una casa rossa
2.   Lo svedese ha un cane
3.   Il danese beve thè
4.   La casa verde è a sinistra della casa bianca
5.   Il padrone della casa verde beve caffè
6.   La persona che fuma Pall Mall ha gli uccellini
7.   Il padrone della  casa gialla fuma sigarette Dunhill’s
8.   L’uomo che vive nella  casa centrale beve  latte
9.   Il norvegese abita nella prima casa
10.  L’uomo che fuma Blends vive vicino a quello che ha i gatti
11.  L’uomo che ha i cavalli vive vicino all’uomo che fuma le Dunhill’s
12.  L’uomo che fuma le Blue Master beve birra
13.  Il tedesco fuma Prince
14.  Il norvegese vive vicino alla casa blu
15.  L’uomo che fuma le Blends ha un  vicino che beve acqua

 

 

La gara di canoa Italia-Giappone (traditional reprise)

La gara di canoa è un classico che gira da tempo.

A me, però, ogni volta che la leggo, fa sempre sorridere. E, visti i tempi, grami non si butta via niente.

0==========================================================================================0

Una società italiana e una giapponese decisero di sfidarsi annualmente in una gara di canoa, con equipaggio di otto uomini.

Entrambe le squadre si allenarono e quando arrivo’ il giorno della gara ciascuna squadra era al meglio della forma, ma i giapponesi vinsero con un vantaggio di oltre un chilometro.

Dopo la sconfitta il morale della squadra italiana era a terra.

Il top management decise che si sarebbe dovuto vincere l’anno successivo e mise in piedi un gruppo di progetto per investigare il problema.

Il gruppo di progetto scopri’ dopo molte analisi che i giapponesi avevano sette uomini ai remi e uno che comandava, mentre la squadra italiana aveva un uomo che remava e sette che comandavano.

In questa situazione di crisi il management dette una chiara prova di capacita’ gestionale: ingaggio’ immediatamente una società di consulenza per investigare la struttura della squadra italiana.

Dopo molti mesi di duro lavoro, gli esperti giunsero alla conclusione che nella squadra c’erano troppe persone a comandare e troppe poche a remare.

Con il supporto del rapporto degli esperti fu deciso di cambiare immediatamente la struttura della squadra. Ora ci sarebbero stati quattro comandanti, due supervisori dei comandanti, un capo dei super visori e uno ai remi.

Inoltre si introdusse una serie di punti per motivare il rematore: “Dobbiamo ampliare il suo ambito lavorativo e dargli più responsabilita’ “.

L’anno dopo i giapponesi vinsero con un vantaggio di due chilometri.

La società italiana licenzio’ immediatamente il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti sul lavoro, ma nonostante ciò pagò un bonus al gruppo di comando come ricompensa per il grande impegno che la squadra aveva dimostrato.

La società di consulenza preparo’ una nuova analisi, dove si dimostrò che era stata scelta la giusta tattica, che anche la motivazione era buona, ma che il materiale usato doveva essere migliorato.

Al momento la società italiana è impegnata a progettare una nuova canoa.

 

Il prete

Mi capita molto spesso, di questi tempi, che quando sento parlare di sacerdoti,  mi renda conto che l’unica cosa alla quale si fa attenzione siano le loro nefandezze.  Pedofilia su tutto. Ma non solo. Evasione fiscale, Ior, corvi, merli. Insomma tutta la gamma classica. In un contesto sociale come quello attuale, in cui stiamo per assistere a una delle più grandi rivoluzioni di massa della storia, in cui, secondo me, stanno per essere ribaltati tutti i valori che hanno portato la società occidentale a essere quel che è, la Chiesa, nella sua interezza è uno degli obiettivi principali da abbattere. Non che Lei non ci abbia messo del suo per entrarci di forza in quel mirino poi.  Le scelte oscurantiste sono oggi, come fu già nel medio-evo, il suo punto di forza. L’assurdità con cui combattono cose che sono oramai accettate dalla società, l’omosessualità su tutto, e la fermezza con la quale difendono a volte assurdi comportamenti criminali compiuti da “beati”, la sta mettendo piano piano fuori dalla società del futuro. Credo che se fossi vissuto ai tempi della riforma sarei stato luterano. La riforma era una cosa giusta da fare, allora. E forse pure oggi. A quel tempo c’era il mercato delle indulgenze. Oggi si chiamano in modo diverso ma a me sembra che sia la stessa cosa.

Sono cristiano. Talvolta però ho difficoltà ad accettare razionalmente questa cosa. Il cervello mi impone pensieri obbligati che mi fanno male e la deriva atea mi ha spesso attratto in maniera irresistibile. La ragione mi imporrebbe di non credere. La stessa ragione mi impone però di non pensare che qualcosa che io non capisco, perchè sono limitato, non possa davvero esistere.

Insomma un casino.

La chiesa, anzi la Chiesa, non aiuta quelli come me. Anzi. Se può li osteggia e li invita a togliere il disturbo. Come avveniva in URSS ai tempi del comunismo. I dissidenti fuori dalle palle. All’estero. Perchè, se restano, fanno più danni. Minano la struttura che poi è tutto. E a volte, molte volte, ho pensato ma si, vaffanculo, me ne vado. Però sono ancora qua. E le mie figlie le mando a catechismo sapendo che solo per questo sarò costretto a spiegare a loro, tra un po’, cose che non sono chiare nemmeno a me. Stamattina mi sono chiesto perché mi comporto a questo modo. Che cosa davvero mi spinge a non chiudere la porta dietro di me.

E mi è tornato alla mente Padre Piccoli.

Padre Piccoli fu per meno di un anno il nostro insegnante di filosofia. Non so come ottenne quella cattedra. Non era nemmeno particolarmente bravo. Per molto tempo lo prendevamo in giro perché sembrava fuori dal contesto del liceo che frequentavamo. Le sue lezioni erano a dir poco basiche e non dava voti. O meglio, se mostravi interesse ti premiava con votoni se invece no, ti prendevi un sei politico e via.  Motivo per cui, quasi tutti, non facevano un cazzo. Per questo suo modo di fare molti lo criticavano. I genitori di vecchio stampo su tutti, ma anche professori che avevano un’altra concezione del mondo e spinsero tanto per cacciarlo che alla fine ce la fecero. Prima che ciò avvenisse però, capitò una cosa che mi fece cambiare idea su di lui. E che ancora oggi ricordo. Umberto, un mio compagno di classe, al quale volevamo tutti bene, aveva combinato davvero un grosso guaio: aveva messo incinta una compagna di classe. Aveva quindici anni e la scuola, dando il meglio di sè aveva deciso di espellerlo. Umberto si stava un po’ perdendo a quell’epoca. E ricordo che Padre Piccoli si mise di traverso. Fece capire ai suoi colleghi che avevano dei doveri nei suoi confronti. E combattè così gagliardamente che fece ritirare quella sentenza e fece riammettere il mio compagno di classe. E se oggi Umberto è un bravissimo insegnante di sostegno, lo deve, secondo me, principalmente a lui.

Quando in un colloquio  fu chiesto a Padre Piccoli perché  contro ogni regola del tempo, avesse deciso di applicare il sei politico lui rispose: “Saranno giudicati  per tutto il resto della loro vita. Non sarò io uno dei primi a farlo”.

In memoria di…: Enzo Baldoni (Città di castello 8.10.1948 – Iraq 26.8.2004)

Enzo era un personaggio incredibilmente poliedrico, pieno di passioni e di amore. Giocoso e serio allo stesso tempo. Un pubblicista geniale, innovativo e fantasioso dagli slogan fulminanti (“Meglio bastardo che mai”). Un aggregatore di folle e persone specie sul Web dove lui, uno dei primi blogger in assoluto, era capace di radunare chiunque avesse la sua stessa luce interna. Quella perpetua. E poi ancora scrittore, muratore, giornalista e soprattutto idealista. Un uomo che amava tirare fuori il meglio dagli altri e lo faceva offrendo il suo esempio.  Usava il suo tempo “libero” per andare ad aiutare, lui si davvero, le popolazioni che avevano bisogno e anche, credo, per cercar di capire. Nei giorni della sua prigionia che hanno preceduto l’orribile fine è stato insultato in mille modi dai media che lo hanno definito nel migliore dei casi un “Turista per caso”.

Hanno cercato di fare a pezzi la sua immagine perché la gente non sapesse davvero chi egli fosse.

Il pensiero che abbiamo perso un uomo così e che alle Istituzioni non importi nemmeno ricordarlo è veramente nauseabondo.

Sapeva che poteva morire e nel suo blog descriveva così il suo funerale:

«  Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski. »

Zoncker, brutto bastardo, sei stato uno stronzo a lasciarci soli a questo modo in mezzo a tanta gentaglia che “lavora” per la pace.

Sempre il solito egoista di merda.

Ma mi manchi abbestia.

La fine mese (o della disperazione)

Nell’immaginario di molte persone la vita di un imprenditore, piccolo o grande che sia, è spesso associata al bengodi, allo sfruttamento, al cercare modi per arricchirsi in modo subdolo e non legale e cose simili. Non nego che sia possibile che ci possano essere alcune persone che siano somiglianti a questo stereotipo ma, per quanto sia difficile crederlo, tutta la gente che conosco io e che fa questo lavoro esso è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà. Sto parlando di piccoli imprenditori come me, il 90% di coloro che fa impresa in Italia. Non di Confindustria e i suoi tycoon.  Parlo invece di uomini soli, in genere contro tutti, che spesso pagano colpe non loro.  Senza nessuno che prende le loro difese, senza sindacati, senza diritto a scatti di anzianità, senza diritto a un cazzo. A volte nemmeno alla pietà. Gente come noi finisce, senza rendersene conto, a vivere seguendo il tempo che ti viene dato dal tamburo delle scadenze. Da quando devi pagare a metà mese i contributi per le paghe dei lavoratori e poi le ritenute d’acconto e a seguire il pagamento dell’IVA. Non hai tempo di respirare un attimo che sei già a fine mese e devi far fronte alle ricevute bancarie dei fornitori e al pagamento delle rate dei finanziamenti che hai preso. E non sai mai come riuscirai a far fronte a tutto perché i crediti che vanti non riesci ad incassarli e sei a corto di liquidità e vai nel panico. Raccatti soldi ovunque ne trovi. Come i drogati vendono oro di famiglia per comprarsi la dose tu vendi tutto ciò che hai per far fronte ai tuoi impegni e chiedi aiuto a chiunque possa aiutarti. E incredibile a dirsi passa anche la fine mese. Non hai tempo di rialzare la testa che arriva però il momento in cui devi giustamente pagare chi ti ha prestato la sua opera, il suo lavoro e cioè i tuoi dipendenti, la parte principale dell’azienda, il nerbo, i quali ogni mese allungano la manina per chiedere quanto gli devi sia che tu i soldi ce li abbia o non ce li abbia. Affari tuoi, pensano loro. Sei o non sei il padrone? Riesci di nuovo sia pur con fatica immane, quasi improba, a far fronte a tutto ciò e quando te ne rendi conto, tra te e te pensi: “Cavolo, non so come, ma ce l’ho fatta!”  E ti senti felice.  Pensi che sei riuscito a fare un’impresa di cui nessuno mai ti ringrazierà. Nessuna medaglia sul petto o fanfare che aprono il passo al corteo per festeggiarti. Niente di tutto questo. In cuor tuo però la sensazione di essere un vincitore ce l’hai,  perché sai che, anche se non potrai mai spiegare a nessuno il miracolo che hai fatto, tu lo hai fatto davvero.I benpensanti moralisti credono che tu e tutti gli altri piccoli imprenditori come te siete gente che ruba, persone che fanno il nero e si comprano appartamenti con i soldi delle tasse non pagate. Affamatori che si arricchiscono alle spalle dei poveri dipendenti sottopagati. A te però non importa di questi stupidi pregiudizi. Perché sei consapevole di aver fatto un miracolo. Hai quasi sempre perso un altro pezzetto delle cose che avevi messo da parte o peggio che ti avevano lasciato i tuoi genitori, ma hai fatto fronte ai tuoi impegni. Hai salvato la tua azienda e anche il posto di lavoro per tante famiglie, in una parola il tuo onore e ciò ti basta per essere fiero di te stesso. Capita però sempre che, proprio mentre ti fai da solo quei complimenti che nessuno ti regala mai, non ti accorga che è già arrivato il tempo di ricominciare a pagare i contributi allo Stato perché è di nuovo metà mese. Ed entri in loop. Un qualcosa cioè che si rinchiude su stesso. Un ciclo infinito tremendo dal quale non riesci ad uscire. Per far fronte a tutto ciò attingi da qualunque risorsa sia possibile pescare. E contrarre debiti è la conseguenza più rilevante di tutto ciò. Poi, dato che non si può giocare sempre in difesa perché altrimenti finisce che il goal te lo fanno, ogni tanto cerchi di fare qualche ripartenza, qualche contropiede per tentare di mettere a segno la rete che ti permetta di vincere la partita. Le ripartenze, nel modo imprenditoriale, si chiamano investimenti. Ci sono tanti modi per definire un investimento. Io credo che essi siano essenzialmente soprattutto una sfida al mercato, per cercarvi la sopravvivenza. In un ambiente dove la saturazione è la regola, esistono però  opportunità per chi è disposto a rischiare e, parte dell’alea, consiste appunto nell’aumentare il proprio livello di indebitamento. Succede però che ti possa dire male anche se sei uno preparato e ti sei comportato in modo ineccepibile e professionale. Perché sei convinto di essere una persona seria e con la testa sulle spalle. Le cose a cazzo di cane non ti sono mai piaciute. Sei uno deciso, uno che valuta con attenzione ogni cosa e poi una volta convinto si butta anima e corpo dentro il progetto, perché non sei mica un cacadubbi e di sicuro pensi di non essere nemmeno troppo babbuasso. Hai pianificato ogni cosa, hai fatto tutte le analisi che dovevi, hai ben considerato tutte le minacce e le opportunità collegate ad esso e le forze e le debolezze e hai fatto pure le controanalisi per non sbagliare e non c’è niente che tu non abbia preso in considerazione. E quando sei convinto di aver preso la decisione giusta, BANG, ti arriva tra capo e collo la peggiore crisi economica mondiale dal tempo della grande depressione del 1929 e buona notte  ai suonatori. E pure ai pifferai.E anziché vivere nella tua città ti sembra di essere piombato all’improvviso in una incredibile gigantesca Cafarnao. Casinò royale è la parola giusta. Oppure pastiche de Dieux se preferite. E ti viene da pensare che questo sculo che ti porti dietro sia dovuto a qualche marachella che hai fatto da bambino. A qualche peccatuccio che non hai mai confessato, tipo quando di nascosto hai fatto i bisogni nella fonte battesimale, o magari di quando hai detto una bestemmia credendoci. Anche se però, pensandoci bene, negli anni a seguire mi sono comportato anche peggio: ad esempio ho barato a nascondino per il puro gusto di farlo e sono stato convinto che Maria de Filippi e Maurizio Costanzo avrebbero potuto generare l’Anticristo. Comunque sia, ecco qua che alla fine, la tua piccola società, il gioiellino che  hai tanto curato come fosse un essere umano per far si che crescesse e che da neonato al quale pulivi il sederino merdoso diventasse un bell’uomo distinto e forte  in grado di prendersi cura di chi gli ha voluto bene, si ritrova con un debituccio che non hai la minima idea di come potrai mai estinguere.  Non viviamo in una democrazia, ma in una culocrazia. Il potere non ce l’ha il popolo ma la fortuna sfacciata che ti può o non può arridere. E’ vero, in natura la legge del caso la fa sempre da padrona, dato che per farcela devi nascere forte e sano e in un ambiente non troppo ostile. Ma qua stiamo superando tutti i limiti e alla fine tu, che credevi di poter piegare le leggi immutabili del Menga e del Volga, non sai più come diamine fare perché ti sei succhiato tutte le risorse disponibili. Hai  sperato che la crisi che devasta l’economia mondiale terminasse, senza aver però fatto i conti con il fatto che quella stronza è più tenace della tua volontà di sopravvivere. E senza accorgertene diventi anche un coprofago. E ne mangi in quantità industriale senza alcun ritegno, fin quando non ne sei satollo. E questa cosa ti lavora ai fianchi e cominci a barcollare perché non sai come venirne fuori e soprattutto con chi e come parlarne. Perché i tuoi amici hanno, anche giustamente, i cazzi loro e alla fine non comprendono fino in fondo le mezze verità che racconti per evitare di sputtanarti del tutto. La tua famiglia al contrario forse potrebbe essere più proclive, ma tu non vuoi rovinare la loro esistenza allo stesso modo in cui è già rovinata la tua e quindi ti maceri dentro e covi rabbia e delusione e bile e bruci ogni giorno un po’ della riserva di speranza che avevi messo da parte per i momenti bui. E quando non ne puoi più le scelte che hai davanti non sono mica tante.

E puntuale come la morte arrivano infine le fine mese come quella di oggi. Quelle in cui non hai più un cazzo di niente alla quale aggrapparti.

Ieri sera ho staccato il cellulare presto perchè arrivavano messaggi più o meno minatori di chi avanza dei soldi e poi una persona a me cara mi aveva ferito non capendo alcune cose che mi sembravano lapalissiane, insomma, fatto sta che per qualche ora ho vissuto come se davvero fossi sulla Luna. Lontano dal mondo. Extraterrestre portami via, cantava Finardi. Un posto che un mio amico, chiama  “Il buco” . E come i bambini mi sono illuso che non arrivasse mai mattina perchè in quel buco ci stavo proprio bene, ma il potere di fermare il tempo ce l’aveva solo Giosuè e quello stronzone non ha mai spiegato che minchia di trucchetto avesse utilizzato. E così stamattina, l’unica cosa ragionevole da fare, era andare a chiedere pietà in banca. Le richieste di grazia vengono sempre respinte, ma per non lasciare niente di intentato sono finito in quella con cui mi sembrava potessi avere una minima chance di successo. Arrivo all’Istituto di credito prestissimo e passo dalla camera “iperbarica” che mi fa entrare e uscire tre volte, per depositare gli oggetti metallici in un armadietto. Già questo mi innervosisce.  Una volta dentro, come mi guardo attorno, sparisce subito anche l’ultima speranza che mi aveva accompagnato fin là, quella cioè che oggi gli Dei fossero, almeno un pochino, simpatetici con il mio dramma. L’aria è pesante. Lo si percepisce dalle facce degli impiegati e pure da quelle dei clienti in fila davanti alle casse. Non vola una mosca. E’ come se un senso di catastrofe annunciata, stesse per deflagrare rumorosamente dentro quei locali, arredati in modo dozzinale che pure quelli dell’Ikea sembrano di pregio, pieni di polvere perché, per risparmiare, devono aver tagliato anche su chi gli fa le pulizie. Davanti a solo due casse aperte c’è già una fila incredibile di persone e un vecchio mezzo sdentato, inveisce contro l’attesa che deve sembrargli insopportabile: «Quando c’era il Duce, non c’erano tutti questi briganti!». No, idiota, c’erano ugualmente, ma tu eri giovane e non avevi bisogno di implorarli. Non ho nemmeno voglia di regalargli un sorriso e mentre sto guardando dove andare, fermo in mezzo alla sala, una donna mi viene addosso e senza alcun motivo plausibile  mi rimprovera aspramente di intralciare il traffico. Così ha detto, giuro. Non le rispondo nemmeno perché sarebbe tempo sprecato vista la classica faccia da zombie che si ritrova. Una, per capirsi, che se qualcuno le chiedesse “Ha mai provato l’orgasmo?” risponderebbe “No, mi trovo bene con Nuovo Dash”. Finalmente arrivo davanti all’ufficio della direttrice e vedo tre altri in fila per parlarle. Ci guardiamo l’un l’altro. Non c’è bisogno di parole. I condannati a morti si rispettano l’un l’altro. Il fatto però che arrivi velocemente il mio turno è un bruttissimo segnale. Le espressioni di chi è uscito del resto non dava speranze. La porta è aperta, ma io, per educazione, busso lo stesso e mi presento. Il locale è grande ma privo di sole. La signora che ci vive prigioniera è veramente brutta. Ingobbita con lo sguardo freddo e duro come il ferro, non conosce la voce del verbo sorridere. La definizione più gentile che mi viene per lei è: Rutto di Dio. Ha la forma di un pezzo di prosciutto rimasto tra i denti. Mi fa cenno di sedermi sulla sedia di fronte alla sua scrivania. Non posso evitare di notare i suoi capelli rosso menopausa, che si è tinti, sono certo, da sola in modo pacchiano nella tristezza di un cesso, dove scommetterei che ci sia solo il suo spazzolino slabbrato e nient’altro. Sulla sua destra in una libreria piena di libri, intravedo che, tra trattati di contabilità aziendale e libri di diritto commerciale, ce ne sono alcuni di poesia di Carducci e Pascoli. Nel tentativo di cercare un briciolo di empatia per rompere il ghiaccio, le chiedo se, visto che sembra apprezzarla così tanto, avesse mai provato a scriverne qualcuna anche lei, di poesia.

«Io vivo nella poesia» mi risponde seria, «Da sempre. E’ una vita che vivo nella poesia»

Pensa che palle. Credevo fosse una cambiale. Invece era un haiku. Non faccio in tempo a finire la mia richiesta di aiuto straordinario causato dalla contingenza di mercato e dalla crisi che non concede tregua che lei, come un automa, parte con il ritornello che doveva aver già fatto a quelli prima di me e mi comincia a ripetere i motivi del perché non può assolutamente fare niente perchè le politiche dell’Istituto sono diventare ferree e in questo contesto è impossibile erogare nuovi finanziamenti a chiunque e quindi a causa di un rozzo egualitarismo, non può fare nessuna eccezione per me. Più la guardo e più convinco che l’industria del porno andrebbe considerata anche da un punto di vista clinico-riabilitativo, anche se capisco che non è facile entrare in un ordine di idee tanto metaforico. Inizio ad immaginarmi nerboruti attori di porno che la rifiutano come partner, invocando diritti sindacali, protestando e picchettando. Mi dice che la banca deve fare raccolta e non impieghi, deve prendere i soldi alla gente e non darli e che quindi la cosa che potrebbe fare al massimo è che, se io comprassi un migliaio di azioni del loro Istituto  che ha bisogno di nuovi soci per un valore globale di 50 mila euro, lei potrebbe allora metterle a garanzie per darmene indietro la metà come finanziamento.   La guardo e mi viene da ridere. Un riso isterico, venuto su spontaneo. Non riuscivo a smettere, perché se lo avessi fatto si sarebbe tramutato in pianto. Lei però, si offende e mi dice che non devo permettermi di insultarla a quel modo e che le ho dimostrato solo la mia scarsa cultura e il mio poco rispetto per il prossimo, soprattutto per la banca . E fortuna che vive nella poesia. Mi ricompongo e provo allora timidamente a cercare di spiegarle che se avessi 50 mila euro non le darei di certo a lei per comprare della merda e averne indietro 25 mila, le metterei tutti in azienda direttamente e che a proporre cose così era capace anche il “mi’ povero nonno in carriola quando era già stato colpito dall’ictus”. Lei, è irremovibile. Sorridendo in modo sarcastico mi sputa dietro, con livore, il fatto che l’economia italiana è in crisi per colpa di gente come me che non capisce l’importanza di operazioni così basilari che portano alla salvezza degli Istituti di credito e quindi di tutti coloro che hanno dato i soldi in gestione a loro.La guardo senza parole, come si può ammirare un prete che pontifica da un pulpito. La vice direttrice Grilli purga, depura, censura e castra, facendosi di fiori di Bach e catechismo. Ma, per guardare dall’alto qualcun altro, bisogna prima di tutto starci, in alto, intendo. E lei, che si dimostra così scolastica e gessosa, con un’idea di cultura che riviene dagli appunti di citazioni da primo anno della facoltà di economia che ha frequentato, è molto più in basso di me, nella mia personalissima classifica. La differenza tra una iena e questa maledetta? Che la iena ogni tanto almeno ride, cazzo!

«Vede signor Masticone non è una questione di cattiveria nei suoi confronti. Noi abbiamo l’obbligo di difendere i nostri azionisti e di far si che essi massimizzino i loro risultati grazie alla nostra professionalità e se non fossimo rigidi in casi come il suo tutto ciò non potrebbe accadere.»

I bastardi hanno la natura paradossale che, più sono merde, e più pongono attenzione a dimostrarti che non lo sono davvero, anzi a volerti convincere che sono proprio persone degne di alta stima e che, se te lo mettono in culo, è, se non per il tuo bene, almeno per quello della comunità allargata. Irreprensibili come sono, confessano la necessità di fregarti e la chiamano correttezza. Sempre a fare porcate e sempre a dare lezioni di buona condotta. E stecco dopo stecco, piano piano, nel culo, ti ci infilano tutta una fascina. Poi mi dice: “certo potremmo però smobilitare quel libretto che ha fatto per le sue figlie”. “Già, credo che potremmo” “Se prendesse  in considerazione che comprarci poi azioni del nostro istituto è un vero affare a questi prezzi credo che riuscirebbe a recuperare questi in soldi in poco tempo…”. E’ bastato uno sguardo per non farla andare oltre. E così è volato via un altro pezzo di me e dei sogni e degli impegni. E probabilmente non servirà a niente lo stesso.

If you are happy and you know it, clap your hand.

Clap, clap.

Non ho intenzione di rispondere ai commenti, quindi se qualcuno fosse interessato a sapere come sto adesso lo scrivo qua. Mi sento come il protagonista di “The Wrestler”, Mickey Rourke. Non sono bello come lui, ma sonato allo stesso modo si. Soprattutto mi sento come canta la canzone di Springsteen che gli fa da colonna sonora: “….se hai visto un uomo con un braccio solo dare cazzotti al vento, allora hai visto me, che busso a ogni porta e che me ne vado sempre senza qualcosa che prima di entrarci c’avevo. Sono però sicuro che sorridi quando vedi il mio sangue che tocca il pavimento. Dimmi, “fan”, puoi davvero chiedere qualcosa di più?….”