Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  “chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  “retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.

Lo Auord

Reduce dai tre giorni più brutti degli ultimi tempi con febbre a 40, vomito continuo e martello pneumatico in testa, non mi sono ancora rimesso del tutto ma scopro di essere stato nominato per un Award.

Vagabondando per la rete avevo già notato due cose. La prima è che ce ne sono diversi, che si chiamano in vari modi ma che di base hanno sempre il “pattern” Blogger premia Blogger. La seconda è che il Blogger premiato si prende quasi sempre drammaticamente sul serio e disquisisce di sè come se avesse vinto un premio Nobel. Per tutti questi motivi mi ero sempre riproposto di fare, nel caso mi ci fossi imbattuto, il classico “Party pooper“, insomma il Pierino che si mette nel mezzo e cerca di bloccare l’ingranaggio. In realtà contavo nella mia proverbiale antipatia e nella buona sorte per riuscire a scampare a questo supplizio e, almeno  fino a questa mattina, ce l’avevo anche fatta, quando quel birbaccione di Eschedaprile ha voluto preoccuparsi di segnalarmi come “Blog Affidabile”.

Ora, premesso che di affidabile qua dentro non c’è niente e che l’istinto primordiale anarcoide che chiede il sangue e quindi uno sdegnoso rifiuto c’è ed è bello forte, un miserabile senso di educazione che quei disgraziati dei miei mi hanno insegnato mi impone di rispettare la gentilezza di Eschedaprile e se non di accettarlo (come infatti non accetto  non apponendo alcun bollino) quanto meno di farlo girare. Un po’ come la patonza insomma, dai.

E qua arrivano i problemi veri.

Perchè il regolamento prevede che il vincitore debba nominare altri cinque bloggers che lui reputa super affidabili.

E questa cosa mi ha mandato in crisi. Non sto scherzando. Giuro. E’ vero. Perchè penso che non ci sia niente di più brutto per un frequentatore assiduale di un blog scoprire che la persona che ha imparato ad apprezzare manco se lo considera preferendogli altri cinque che magari lui nemmeno conosce. A me questa cosa non va giù perchè mi sembrerebbe di fare un torto a tutti quelli che hanno fatto di questo blog comunque un posto piacevole dove venire a fare un salto per scambiare qualche idea, fare due battute, sollazzarsi un po’, o anche soltanto ascoltando in silenzio. Vi è mai capitato?  Fate un salto in un blog “amico” e scoprite che quello pensa a tutt’altro che a voi. Fa male no? Un pochino almeno…Beh, che vi devo dire, qua non voglio che succeda. Perchè tutti quelli che mi vengono a trovare sono persone alle quali ho imparato a voler bene. Ognuno con talenti diversi, ma proprio con le loro differenze mi hanno arricchito. Come potrei allora continuare a scrivere qua dentro se non ringraziassi Stravagaria per la sua meravigliosa amicizia o Wish aka Max o Mokassino o Albert o Irisilvi o Loredana e il suo canederlo da Bolzano o Penna Bianca o Arsomnia o la mia sister La Disfunzionale o Loretta da Viterbo o Il nastro volante o il vecchio Pakap o il grande Tads o FulviaLuna o Buonaventura o quel genietto di Milla o quello sciallo di Claudiogi. Per non dire di Allegria di Nubifragi o di Carla o Mr Incredible o Trame di pensieri o Betty Pendola o Vomitando pezzi di vita o Harael o 9dropsofink o Arsenica  o l’incommensurabile Banale e sto andando a braccio, così come mi vengono in mente e so che ne ho dimenticati altri e chi non ci si ritrova mi scuserà perchè ho ancora la febbre addosso ma può insultarmi nei commenti. Ecco come posso scegliere tra tutti questi amici e dire lui è più affidabile di quell’altro, senza ferire i sentimenti di persone a cui voglio bene?

Per evitare di fare danni volevo darlo a tre followers americani, perchè si, questo blog vanta pure questo, alla faccia dell’Amaro Lucano. Tre americani che si traducono con i traslator online le minchiate che scrivo. Ma rimango un nazionalista di merda e mi sembrava brutto. Allora mi era venuto in mente di nominare chi invece su questo blog veniva una volta e adesso non viene più. Perchè li ho fatti incazzare. Che è poi la cosa che so fare meglio. In fondo mi mancano perchè avevo imparato a volergli bene anche a loro e poteva essere un buon modo per ricominciare. Credo però che avrebbero preso il gesto come una nuova provocazione e allora eviterò pure quello, ma se per caso qualcuno di loro passasse qua in incognito (non ci crederete ma su questo blog transita una marea di gente in incognito, boh) sappia che c’ho pensato davvero e senza malizia, solo per affetto.

Allora ho fatto un altro lavoro. Ho scartato quelli che hanno già avuto degli Awards e poi dei rimasti ho eliminato chi secondo la mia opinione non gli frega una beata mazza da chi ci potrebbe tenere. E non ci crederete rimanevano ancora troppi.

Alla fine ho optato per l’unica via decente.

Ho scelto blog molto piccoli ma di qualità che hanno necessità di avere un imprimatur che difficilmente gli verrebbe concessa dalla loro attuale audience:

1) icittadiniprimaditutto.wordpress.com – PierGiorgio fa un grande lavoro oscuro ma utile, in genere tutti prendono e nessuno gli dà. Mi sembra giusto che uno sia suo

2) elinepal.wordpress.come – cosa c’è di più affidabile che continuare a mantenere un impegno importante come quello di scrivere ogni giorno di cose importanti ma a volte anche leggere?

3) branoalcollo.wordpress.com – uno dei pochi posti in cui si fa cultura vera.

4) sfoghivirtuali.wordpress.com – perchè si può essere scrittori anche se non si trova nessuno che ha le palle per investire soldi su di te

5) edoardoprimo.blogspot.it – perchè Edo è Edo e come lui non c’è nessuno. Il mio blog è anche il suo. Come si fa a non amarlo?

L’inizio della fine

Ho sempre letto iniziando dal fondo. Un po’ come scrivere da destra a sinistra. Forse sono un arabo e non lo so. Mi piace leggere prima le conclusioni delle prefazioni. Poi leggo anche quelle. Poi. Mai prima. Anche con i romanzi è lo stesso.  Mi piazzo in libreria e leggo le ultime due pagine. Se mi piace compro. Sono mica normale.

Con queste premesse ho già letto la fine che mi aspetta.

Stamani mia figlia che per la prima volta mi dice, con fare contrito, ma molto serio: “Babbo ti dispiace se da adesso ci baciamo solo sulle guance?”

E poi sento la madre di una sua compagna di scuola ridacchiarmi dietro e dirmi: “Pensi che nell’applet di mio figlio ho trovato foto pornografiche. Come crescono veloci eh?”

Le sorrido anche se non sa che con quella frase ha appena cancellato il suo erede da ogni possibile invito a cene o compleanni e, soprattutto a fare i compiti assieme. Io sono un padre moderno perdiana, nessuno lo può negare. Sopporto con pazienza le battute degli amici sul fatto che i loro figli maschi la useranno come nave scuola evitando persino di ricordar loro che c’è anche il caso che, invece, gli possa piacere il compagno di banco piuttosto che mia figlia.

Insomma, accidenti. Virginia potrà fare qualsiasi cosa, con chi vuole.

Quando avrà 45 anni, prometto solennemente che lo potrà.

Il mostro di “Vega” (Space Oddity version)

Ogni persona ha un desiderio segreto che non riesce mai, per un motivo o per un altro, a soddisfare. Il mio è  quello di diventare Vegano, o quanto meno vegetariano.  E’ sempre stata una cosa che è in cima alla mia lista dei “to do’s”. Lo vorrei fare per motivi etici. Credo che mangiare la carne di altro essere vivente sia, se uno ci pensa bene, veramente una cosa orribile.  In più, mentre se ancora può essere accettabile il ciclo della vita “cacciatore-preda che può scappare”  trovo aberrante l’idea di allevare per poi scannare polli e maiali. Sembra che, quando un maiale viene ucciso, abbia l’intelligenza di un bambino di 4 o 5 anni e sia in grado di capire che cosa  gli stia capitando. E chiunque sia mai stato vicino a un macello e abbia sentito le urla di quegli animali sa che cosa intendo. Come ebbe modo di dire il grande filosofo Theodor W. Adorno: “Auschwitz comincia quando si vede un macello e si pensa: ‘sono solo animali’”.  E per citare anche Leonardo da Vinci: “verrà un giorno in cui uccidere un animale sarà considerato allo stesso modo che uccidere un essere umano”.

Allora, perchè non riesco a cambiare? Beh, perchè sono un invertebrato, senza palle. La dimostrazione più lampante di come la strada per l’inferno sia lastricata di buone intenzioni. Soprattutto sono un drogato. All’ultimo stadio. Provate a chiedere a uno che ha nelle vene eroina da quando è nato, se si può accontentare di metadone e vedrete. Per gente come me non c’è più speranza.  Solo cercare di limitarsi. C’ho provato almeno cinque volte a disintossicarmi per diventare una persona civile. L’ultima volta ho battuto il mio record: sono riuscito a durare addirittura una settimana.  Una settimana di seitan dovrebbe garantirmi il paradiso. Una settimana di seitan è peggio di un mese a Guantanamo. Una vera tortura.  Sono però crollato davanti al profumo di un panino con la porchetta che un mio amico, vero spacciatore di bovini, mi ha fatto passare sotto il naso dopo che io avevo giurato che avrei resistito a tutte le tentazioni. Il bastardo godeva nel vedermi gemere e poi supplicare per un pezzetto di cotica che lui mi ha regalato con il gusto di Lucignolo che sa di aver riportato Pinocchio sulla cattiva strada. So come si sentiva. Era capitato anche a me la stessa cosa. Una volta ho avuto una storia con una donna buddista. Una vera vegetariana, una pasionaria. Tempo pochi mesi ed ero riuscito a contaminarla. La vestale si lasciò convincere a cucinarmi e poi a mangiare dei succulenti manicaretti a base di porco e cacciagione varia. Avevamo raggiunto un grado di follia tale che, in intimità, anzichè dirci le solite “maialate”, ci eccitava chiamarci l’un l’altra: “Besciamella mia” o “Bella Mousse di mamma” mentre lei mi ricambiava con “Polpettone mio” anche se l’orgasmo lo raggiungevo quando mi sussurrava all’orecchio “sei il mio Ragù di carne”

Scene tratte dal film “Un pesce di nome Masticone”.

Mi è tornato in mente tutto questo ieri, in uno dei momenti più brutti della mia vita.  Ho firmato la proposta di vendita di casa dei miei, quella in cui sono cresciuto. In realtà svenduta solo per fare casa e dare una chance all’azienda. Sarebbe troppo difficile spiegare le sensazioni che mi sono passate nel cuore. Le immagini di mio padre che, per pagare il mutuo che avevano accesso per comprarla, si è spaccato la schiena e si è beccato una depressione formidabile dalla quale non è mai piu uscito e che poi l’ha portato alla tomba e mia madre che faceva qualsiasi cosa pur di tirare la cinghia e risparmiare per farci andare avanti. Perderla, praticamente regalandola, solo per raccattare qualche soldo utile a superare la crisi economica è una cosa che non auguro a nessuno. Ora,già detta così, sarebbe durissima e, nella mia dabbenaggine, ero convinto che Dio si ritenesse soddisfatto di avermi umiliato a questo modo. Insomma, dai,  poteva anche bastare. Invece il signor Universo aveva preparato per me l’effetto speciale. Perchè, in effetti, esiste una cosa peggiore che svendere la casa della tua giovinezza e che è costata una vita di sacrifici ai tuoi.  Proprio così. Ed è vendere quella casa a qualcuno che, in cuor tuo, veramente disprezzi! Per fare un paragone blasfemo è  un po’ come portare personalmente tua figlia a farsi scopare da un mostro, solo per guadagnare quattro soldi per tirare avanti.  Il tipo in questione, in realtà, qualora non lo si conoscesse, potrebbe sembrare anche un innocuo uomo anziano, con problemi di udito, una moglie che non smette un secondo di ragliare e la prostata che gli sta per presentare il conto. Io però so chi è.  P. era un amico del mio vecchio, uno che giocava a carte con lui al bar che mio padre frequentava e che sapeva benissimo i sacrifici che lui aveva fatto e pure le difficoltà che sto affrontando adesso io e, lo stesso, voleva a tutti i costi la casa a quasi metà prezzo. Non sapevo che c’era lui dietro. L’ho scoperto troppo tardi. Di nascosto era andato all’agenzia immobiliare dove l’avevo messa in vendita e abbiamo avuto una lunga trattativa per interposta persona. Ketty, la mia amica agente, una furbettina che conosco da anni, me l’aveva tenuto nascosto.  Pecunia non olet, deve aver pensato. Dopo mesi in cui non c’era stato nessun altro vero interessamento e visto la gravità della mia situazione avevo deciso di dire si all’offerta indecente. Con molto rimorso nel cuore. Non avevo mai pensato che avrei potuto accettare la proposta di qualcuno che ti mette la pistola alla tempia e ti dice “O la casa o la vita”. Quando ho scoperto chi era l’ignoto acquirente, per un attimo ho pensato di mandare tutto a monte. Ero  arrivato già incazzato per come si era comportato durante la trattativa cercando di prendermi a tutti i costi per il collo e, scoprire che era lui, che mi ha visto crescere ed era presente pure al funerale dei miei, mi ha fatto quasi vomitare. Quei quattro soldi che mi avrebbe dato però mi servivano troppo per potermi permettere un atto di orgoglio.

Ground control to major Masti, Ground control to major Masti Take your protein pills and put your helmet on 
(Ten) Ground control (Nine) to major Masti (Eight) (Seven, six) Commencing countdown (Five), engines on (Four) 
(Three, two) Check ignition (One) and may gods (Blastoff) love be with you

L’ho visto giungere dalla grande finestra dell’agenzia e si muoveva in modo strano. E’ evidentemente un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. Il famoso pezzo di merda P. è  così entrato nella stanza con un passo che sembrava che stesse danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Poi mi ha sorriso e ha aperto le braccia come a dirmi “C’est la vie””. Mi sono sentito una caccola, piu o meno come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori. Ho deciso allora di essere zen e di tenere un contegno. Volevo essere all’altezza del supplizio che il signor Universo mi aveva regalato. Ho sempre ammirato coloro che sul patibolo, per quante mostruosità hanno compiuto nella vita, si comportano come dei galantuomini e così sono diventato coprofago, uno d’annata intendo e mi sono abboffato di lei fino a diventarne satollo. E se non è essere vegano questo…

This is major Masti to ground control, I’m stepping through the door And I’m floating in a most peculiar way And the stars look very different today Here am I sitting in a tin can far above the world

Poi mi ha detto: “Apperò, hai perso altri capelli eh?”. Un vero simpaticone. Un sorriso di plastica sulla mia faccia messo con una fatica indescrivibile non l’ha dissuaso dall’andare avanti: “Secondo me hai avuto un tracollo sai?” e ride. L’ ho guardato con sdegno e gli faccio: “Puoi allora chiamarmi Tracollo Do-no-sor, se ti piace di più”. Lui, ovviamente, non capisce la battuta. Anzi non capisce un cazzo, ma questo non conta.  Pensa allora di tranquillizzarmi:  “Gli affari sono affari. Niente di personale” chiosa serio. E, mentre Ketty scrive la proposta finale che avremmo dovuto firmare , P. si mette a parlare, con la moglie che gli stava accanto, e a discutere di magnate e bagordi straordinari. Di bisteccone e rosticciane e tutta la gamma di serie che, se solo me l’avesse a suo tempo la buddista, sarei venuto senza nemmeno toccarla ma che, detto da lui, mi manda in “bestia”. Giusto contrappasso.  Lui non è vegano. E’ però un mostro di Vega, il pianeta da dove venivano i mostri che attaccavano Goldrake. E sentire i suoi refrain, i magna che ti rimagna, mi ha fatto venire a schifo pure l’amata porchetta. A quella merda  è venuta la gotta al cervello. Ketty gli chiede al volo dei dati e lui, debole all’apparato acustico non capisce. Ketty ripete e lo scemo ride sgangherato senza motivo. Ride grasso come un uomo non dovrebbe mai ridere quando sta rubando qualcosa a qualcun altro, anche se la rapina è legale, e dentro la sua bocca vedo agnelli uccisi con pistolettate di chiodi alla testa e sento maiali che urlano al macello. E il silenzio dei bovini mi chiede giustizia. E allora decido di vendicarli tutti.

Alabarda spaziale.

Lo guardo e gli dico:

«Sai se slasti la zattera?»

«Eh?» risponde il beota.

«Poppa. Perché mi hai fangato la Mara?»

«Eh?»

«Poppa. Scusi ma mi sembra un po’ abnoido, forse anzi sbristi?

«Eh?»

«Poppa. Ibrahimovic?»

«Eh?»

«Oh basta, per Dio» interviene Ketty che pur capendo il perchè lo stessi facendo urla «Masti, ma sei scemo?  ti sembra il caso di fare la supercazzola adesso?» P. con la velocità intellettiva di un bradipo in letargo capisce solo quest’ultima parola e si incazza con lei:

«Lei come si permette di darmi dello scemo e di offendermi?»

«No, guardi, mi scusi io stavo dicendo a lui…» fa indicando me.

«No, no, non faccia la furba. Ho capito benissimo. Lei ha usato anche la parola cazzo, oltre che scemo. Io la denuncio sa?.»

«Ho detto supercazzola, che è diverso..»

«Lei è una maleducata, le va bene solo perche sto facendo un grande affare altrimenti non finiva qua»

Io e Ketty ci guardiamo e abbiamo lo stesso pensiero. Se lo merita, di essere ucciso intendo. E  così gli dico:

«Ma Dersu Uzala ha letto i Prosposi Messi?»

«Eh?»

«Poppa» diciamo all’unisono io e Ketty dandoci il cinque immaginario., per un nuovo patto di sangue e di amicizia, di cui, so bene, presto mi pentirò. Siamo una perfetta coppia di cattivi da hard boiled americano.

Per contrastare il nostro strapotere culturale è intervenuta la moglie del mostro che ha prosaicamente chiesto di firmare il tutto e sciogliere la riunione. Al momento in cui ho preso la penna in mano per apporre la firma che avrebbe sancito la fine dei sogni che furono dei miei tanti anni fa sento un mancamento

Ground control to major Masti, your circuits dead, there’s something wrong 
Can you hear me, major Masti? 
Can you hear me, major Masti? 
Can you hear me, major Masti? 
Can you…..

Firmiamo, senza fiatare, senza parlare senza fare un cazzo.

Quando si muore dentro, si muore quasi sempre cosi.

Esco di corsa. In realtà scappo. La vergogna del fallimento mi prende alla pancia. A furia di magnarmi porchetta e affini mi sono magnato anche l’eredità dei miei. Almeno fossi  bulimico. Mi guardo attorno e tutto si sta muovendo nello stesso modo che poche ore prima. Non frega niente a nessuno. E io mi sono messo a guardarlo decidendo di lasciarmi andare.

Here am I sitting in my tin can far above the Moon Planet Earth is blue and there’s nothing I can do

Il cielo stellato sopra di me e Hollywood dentro di me

Quando studiavo all’università, vivevamo in un grande appartamento di otto stanze. Ognuna delle quali aveva due letti. Sedici persone. Praticamente una comune. Venivamo dai posti più disparati e abbiamo dato vita a quanto di più eterogeneo avessi mai potuto immaginare prima di arrivarci. Il primo anno finii per far comunella con Mauro, un tipo particolare, che aveva in comune con me l’amore per la filosofia e la storia. Lui aveva però molti più attributi perché intendeva proprio laurearcisi, mentre io mi ero venduto a “Economia”, per un pezzo di carta più facilmente spendibile. Mauro, tuttavia, non mi trattava come un rinnegato. Diceva che sapere che ci sarebbe stato un nuovo stronzo capitalista che, però, amava la filosofia lo faceva sentire meglio. Perché ovviamente era un comunista che frequentava centri sociali. E così cominciò il mio periodo “alternativo”. Parlavamo solo di massimi sistemi e di rock’n roll. Mai di fica. Eravamo di quella serie di coglioni che riteneva che farlo fosse troppo volgare (con la erre moscia.) Alla fine mi convinse pure a seguire, assieme a lui, un corso al quale partecipava. Uno monografico su Kant. Mi convinse dicendo che il professore era una vera forza della natura. Che poi voleva dire che era un pazzoide. Uno di quegli schizzati che ogni tanto, non si capisce come, riescono a trovare pertugi assurdi e si piazzano in posti in cui tu pensi debbano starci personalità più normali e non così deviate. Il professor Colombo aveva dentro di sè il genio di Dio e la cattiveria del demonio che mischiandosi davano vita a visioni oniriche di follia allo stato puro che poteva far deragliare menti ben più forti della mia. Fu lui a farmi capire, finalmente, il perchè Kant fosse il più grande filosofo di tutti i tempi e quanto del suo pensiero fosse presente nei film pornografici. Ma questa è un’altra storia.

Durante quelle lezioni Mauro conobbe e si innamorò di una disadattata pazzesca che aveva un’amica paranoide, Flavia, perfetta per un allucinato come me. Vestita sempre di stracci con sciarpe e sciarpine e un borsone con dentro ogni cosa neanche fosse un bazar medio-orientale. Passavamo tutte le sere a farci di canne e a sbronzarsi con vino di pessima qualità e a fare discorsi del tipo: “No perchè la Palestina, no cioè Israele è stato canaglia, cioè la Cia ci spia, no cioè la rivoluzione culturale di Mao, no cioè perchè il comunismo di Trockij era diverso…..” bla bla bla. Eravamo sempre fatti come copertoni. Flavia era una dark ante litteram e di sicuro una depressa anarcoide che si eccitava se le parlavo di Bakunin ma che una sera mi disse che non si sarebbe mai fatta scopare da uno che non conoscesse benissimo Ralph Waldo Emerson. E così, per non sbagliare, mi toccò studiare la sua intera opera omnia destando sospetti nei miei che non capivano perchè i libri di economia li schifassi e non preparassi alcun esame. Quel Natale mio padre, dopo il pranzo mi prese da parte e mi fece serio: “Figliolo, sono molto preoccupato per te.” In effetti avevo rotto le palle a tutti con un monologo di tre ore sul genocidio degli Armeni del 1915 e avevo due borse sotto gli occhi acquosi che nemmeno un malato. Se avesse saputo che frequentavo una donna che, quando le chiedevo, “Che fai domani?” rispondeva “Mi suicido” e quando rilanciavo “E domani l’altro?” diceva “Ci riprovo” sarebbe morto all’istante. In ogni caso non durò molto. Dopo qualche tempo Flavia mi disse che non ero un vero rivoluzionario. Ero uno di carta, un mollaccione. E ne aveva trovato un altro molto più tosto di me. Un muezzin siciliano, che aveva due baffetti da sparviero e che cucinava benissimo il cous cous di carne e verdura. Quando cercai di capire cosa minchia c’entrasse il cous cous con la rivoluzione proletaria mi disse che non potevo capire. Non ero un vero fedayn.

Da quel momento cominciò la mia “normalizzazione”. In ogni caso accompagnai Mauro all’esame con Colombo. Quel matto del prof era famoso per farne di veramente assurdi. Era un assertore del fatto che contasse solo la prima domanda. Il resto, diceva lui, era solo Messa cantata. Andava a simpatie e, a volte, cacciava la gente con motivazioni assurde, mentre altre le promuoveva con lo stesso metro. A quello prima di Mauro mise in mano una lampadina e gli chiese quanto, secondo lui, consumasse. Il tipo rispose tranquillo “60 watt”.  Cacciato. “In mano a lei non consuma niente. Deve pensare prima di parlare”.  A Mauro dette un mazzo di chiavi e gli chiese “Mi dimostri che sono le mie”. Lui cominciò a farfugliare: “Aristotele e Platone avevano della proprietà un concetto diverso da quello che Rousseau ha poi ripreso…..”.  Colombo lo incalzò ancora. Mauro non riusciva a tirar fuori nessuna teoria. “Torni al prossimo appello”. Mauro si alzò.  E lui: “Ehi dove va con le mie chiavi?” e Mauro “Ecco dimostrato che sono le sue”. Promosso.

Reincontrai Colombo qualche anno dopo, in un bar dove ero andato a far colazione una mattina. Nei piccoli atenei di provincia come Siena è cosa che può accadere. Sembrava più perso nel mondo delle nuvole che mai. Mi venne di salutarlo e lui mi guardò in modo interrogativo. Pensando di fargli un complimento gli dissi che ero uno dei pochi che, anni prima, aveva seguito un suo corso, così, solo per il gusto di farlo, senza dare poi l’esame alla fine dell’anno. Lui rispose solo “Ah” . Credo che intendesse dire “Povero scemo”. Poi con un tono saccente che non ricordavo mi fece:

“E che cosa crede di aver imparato da esso”. Mi ferì il suo tono e gli risposi allora:

” Che le donne delle pulizie e le bidelle sono sempre fighe. E dopo essersi fatte chiavare selvaggiamente ricominciano a pulire senza battere ciglio!”. Catturai per venti secondi la sua attenzione. E mi disse:

“Lei pensa di essere divertente vero? Eppure se guardasse attentamente anche i film di Hollywood scoprirebbe tanto Wittgenstein e Schopenauer dentro di essi e vedrebbe che il mondo è la totalità dei fatti non delle cose.  Ora, un linguaggio, un’immagine, sembra avere una prevalenza su tutti gli altri linguaggi, su tutte le altre immagini. Questa immagine è l’immagine logica: essa rispecchia perfettamente la realtà. E la rispecchia perfettamente non solo perché il suo fatto  rispecchia perfettamente il nesso di oggetti  ma perché anche esiste un isomorfismo tra i suoi costituenti e i costituenti della realtà. Si potrebbe pensare allora che se l’isomorfismo fosse perfetto, la logica rappresenterebbe perfettamente la realtà”.

Rimasi a guardarlo a bocca aperta. Lui se ne accorse e perse interesse: “Capisco” fece “lei è uno studente di legge. No anzi, lei ha la faccia di uno studente di economia. Però ci pensi sopra almeno”. Non c’erano cazzi. Era semplicemente un genio pazzo.

A distanza di secoli ho rivisto Flavia qualche tempo fa. E’ venuta a una presentazione di un libro. Raccontò che era di passaggio in Italia, aveva letto qualcosa ed era curiosa, tanto curiosa, di rivedermi. La prima cosa che mi disse fu “Ma ti vesti ancora da straccione?”. In effetti lei era perfetta nel suo bel vestito di Gucci le scarpine di marca e un make-up che la facevano molto più diva del cinema che pasionaria per i diritti di qualcuno. Mi spiegò che si era sposata con un diplomatico ed era importante il “look”. E poi era così orgogliosa di rappresentare l’Italia nel mondo e che io non avrei mai potuto credere quanto lavoro ci fosse dietro l’impegno dello staff di un Ambasciata. E venne fuori che, comunque, preferiva stare a Washington D.C. che a Damasco.  Pagai io il caffè al bar ma Flavia conosceva le buone creanze e fece la finta di volerlo pagare comunque lei e tirò fuori un portafoglio di pelle che fece accapponare la mia. Se ne accorse e arrossendo disse

“Si, ma è eco sostenibile”.

Pensai, mavaffanculo. Però le dissi con tristezza:

“La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in sé stessi ne è la piena antitesi.”

Lei reagì stizzita.

“Che frase assurda che tiri fuori. Puoi fare di meglio sai?”

“Non è mia Flavia. E’ di Ralph Waldo Emerson.”

Quell’esame con il professor Colombo è stato uno dei pochi che invece Mauro abbia mai superato. Non si è mai laureato e adesso vive a Pinerolo, in provincia di Torino e fa il dipendente comunale. E mi fa stare meglio sapere che c’è almeno un dipendente pubblico che ama la filosofia. Mi ha scritto stamani per dirmi che ha saputo che Colombo è morto. E’ crepato come ha vissuto. Come un folle. O forse no. Ha parcheggiato la macchina su un area di parcheggio vicino a un cavalcavia, si è spogliato di ogni cosa, ha piegato i vestiti in modo quasi perfetto e s’è buttato giù senza lasciare alcun messaggio. O forse quei vestiti piegati lo erano. Chissà magari deve averne parlato in qualche altro corso. E allora in onore di quel folle genio, voglio dire a tutti quale filosofia di vita ho capito dai film di Hollywood. E questo grazie a quel disgraziato che amava i film porno.

In primo luogo  non occorre preoccuparsi troppo se si ha di fronte un numero elevatissimo di nemici in un combattimento di arti marziali. Essi, infatti, aspetteranno pazientemente di attaccarti uno alla volta, danzando educatamente, in maniera gentile e garbata ai lati dello spazio dove si svolge lo scontro, fino a quando tu non hai atterrato il loro predecessore. Oppure devi ricordarti che puoi sopravvivere a qualsiasi cruenta battaglia in ogni possibile guerra, anche la più sanguinosa e terribile, quella dove c’è la peggiore feccia umana mai venuta sulla terra. Si, ce la puoi fare, purché non tu non faccia il clamoroso errore di mostrare a qualcuno la foto della tua famiglia a casa che ti aspetta. In quel caso sei fritto e nessun super eroe potrà mai salvarti. E ancora, se sei un poliziotto onesto non rischi mai la vita tranne che quando sei a due o tre giorni dalla pensione dove sei sempre immancabilmente sparato. E allora forse è il caso di sapere che, qualora facessi quel mestiere, occorre prendere delle ferie in arretrato proprio da usare in quei momenti. Per non dire, infine, che la tosse è di solito il segnale di una malattia terminale e che, soprattutto, i cani sanno sempre chi è il cattivo della situazione e quando lo incontrano gli cominciano a latrare contro mentre il loro padrone non capisce mai il perché.

Ma cosa minchia ci sia in tutto questo di Wittgenstein lo devo ancora capire.

 

Lasciarsi al tempo di hip hop

Oggi è uno di quei giorni in cui, sentendo di non avere dentro niente da dare al mondo, avevo deciso di starci lontano. Ho, allora, evitato tutti con l’accortezza che è tipica di chi non vuol dare alcun tipo di spiegazione a nessuno e  sono finito a battere sentieri e strade nuove che inevitabilmente, senza che me ne accorgessi, mi hanno riportato bello dritto proprio dentro a quel mondo che volevo evitare. E così ,dopo essere andato a Pisa a mendicare come un accattone pietà a una direttrice di banca molto più interessata a sentire la collega dirimpettaia di scrivania, che raccontava di come era figo un nuovo locale, piuttosto che le mie lamentele su aiuti finanziari che non aveva alcuna voglia di concedermi, ho deciso che, fanculo a tutte e due, ci sarei andato anche io in quel posto alla faccia loro, almeno  a farci colazione.

Ognuno di noi urla la propria rabbia al mondo in mille modi. Io mangiando brioches alla nutella e tracannando cappuccini alla faccia delle  due bancarie tristi e solitarie. Era la mia botta di vita settimanale.

Decido di prendermela comoda. Le sveltine le lascio ai ragazzini. Se devo godere, devo farlo bene e quindi mi siedo e leggo il giornale. Il posto per la verità è niente di speciale. Un bar di ultima generazione con diversi tavolini in stile Ikea che può piacere solo a chi vive nel mondo super iper giovanile. La musica che sparano le casse ovation che hanno messo tutto intorno alla hall è in realtà rumore per le mie orecchie. Credo che possa essere hip hop, o qualche altra merdata del genere. So solo che mi provoca fastidio. Ci sono diversi avventori, nessuno di loro però cattura la mia attenzione. Mi viene da pensare che guardo gli altri con le lenti tristi del mio attuale stato d’animo. Sto per alzarmi e andarmene, quando mi accorgo che due tavoli più in là si sta consumando un piccolo dramma. Una coppia che sta per scoppiare. Lui, sulla trentina, bel ragazzo con giacca in pelle e capelli lunghi. Faccia da schiaffi. Lei, più giovane, bionda naturale con occhi bagnati che le sciolgono il trucco agli occhi. E’ un po’ sovrappeso. Ha l’aria di una donna che non potrebbe mai essere la compagna di un tipo come quello che le sta di fronte. Se dovessi tirare a indovinare direi che sia stata conquistata per scommessa. Non ci vuole molto a capire chi è che lascia chi. Immagino che la scelta di incontrarsi in quel locale deve essere stata di lui. Si sarà sentito a suo agio perchè lo frequenta la sera e comunque ha l’aria di chi sa molto bene che è difficile fare scenate in mezzo ad estranei. Specie se si è persone educate e sensibili. E la bionda cicciottella lo sembra, eccome.

Non è da gentiluomini farlo, me ne rendo conto, ma ho teso l’orecchio per sentire cosa si dicevano. Doveva essere già un po’ che stavano parlando e lui era stato preso da una strana vena poetica. Sembrava D’Annunzio:

“Prova a pensare in termini di ponti bruciati e di stagioni che devono finire. Il fiume si getta nel mare ma poi rinasce ancora. Non piangere tesoro, ogni cosa deve avere una fine. Anche la nostra storia”

“Io ti amo Michele. Io ti amo e posso farlo funzionare questo amore. Dammi la possibilità di dimostrarlo.Ti prego.”

“Come pensi di poter fare? sei davvero così sciocca da non capire che è impossibile?”

“Perchè sei così crudele? che cosa ti ho fatto?”

Lui si volta verso di me. Non credo nemmeno si sia accorto che li stavo ascoltando. Fa solo scena. Un vero attore. Poi le dice:

“Tu sei come un ospite che è restato troppo a lungo nella mia vita. E adesso è tempo di andartene. Non fare scenate per favore”

“Sono stata l’ultima a capirlo vero? Lo hai detto a tutti. Persino a quella troia che ti scopi da tempo. Pensavi che non l’avessi capito?”

“Quando è stata l’ultima volta che mi hai visto sorridere quando stavamo assieme? te lo ricordi?”

“Ma che c’entra, sei un bastardo. Adesso te ne vai da lei e mi lasci qua, da sola. Dopo che mi avevi giurato che sarebbe durata per sempre.”

Lui decide di non risponderle più. Non ha più parole da regalarle, nè voglia di consolarla. Lei ha letto tutte le pagine del libro di lui e le conosce oramai a memoria. Arriva la parte più difficile. Lui deve andar via e si alza come a dire “Beh è tutto.” Allarga le mani e va sul patetico “Non ti scorderò mai”. Il vaffanculo che segue è ampiamente meritato. Lui incassa felice, quel gesto di reazione gli dà la forza di fare una cosa che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a compiere. E la lascia là. Lei scoppia a piangere a dirotto. Lui non si volta. Lei si e urla il suo nome. Lui tira dritto ed esce senza pagare, facendo cenno al barista che lo farà la biondina dopo.

“Stronzo pezzo di merda” sussurra lei.

Parte un’altra canzone che trovo aberrante. Vorrei far qualcosa per consolare quella ragazzina. Vorrei dirle che tra qualche tempo si sarà scordata di come si sente in quel momento. Sarà tra le braccia di un altro ragazzo a dirgli quanto è più bravo e più fico di quello che l’ha piantata in un bar con arredamento svedese, nel centro di Pisa. Vorrei dirle che ognuno di noi ha i suoi cimiteri interiori che ogni tanto visita, anche fuori orario e che ,una nuova lapide al suo interno, non lo renderà più orribile di quanto già non lo fosse prima. Vorrei poterle dire tante altre cose, ma se solo mi avvicinassi penso che qualcuno potrebbe pensare che sono un pedofilo in  azione camuffato da cicisbeo. Allora non faccio niente. Niente di niente. A parte alzarmi andare alla cassa e pagare. Pagare anche per lei intendo e per per il suo ex ragazzo. E poi esco.

Non faccio che una decina di metri che sento una voce che mi chiama:

“Signore, ehi signore” mi voltò e vedo la ragazzina che non piange più. Anzi, mi sorride, e un po’ rossa in volto mi dice:

“E’ stato veramente gentile sa? il primo gesto gentile che ho ricevuto da stamattina. Grazie di cuore. Mi fa stare un po’ meglio”.

Il suo sorriso è contagioso. Quel suo sorriso mi entra dentro e mi fa scordare, la banca, la crisi, i casini e persino l’hip hop.

“Grazie a te invece. Prima di vedere il tuo sorriso ero triste, adesso lo sono meno. You made my day” le dico pensando che riuscisse a capire che cosa intendevo. Lei mi guarda invece con faccia interrogativa. Penso che va bene così. Inutile darle spiegazioni.

“Sappi che, anche se adesso ti sembra impossibile, ce la farai. Ce la fanno tutti.” le dico.

E lei sorride ancora, questa l’ha capita.

Spero solo di farcela anche io.

L’assurda banalità della normalità del ciclo della vita

Lucca deve essere una città cara agli angeli, visto che piove sempre. Oggi però è un giorno più cupo e triste delle nuvole che venendo dal mare in genere si schiantano sui colli che la circondano.

Stamattina è morta Chiara.

Nessuno merita di morire, ma qualcuno meno di altri. Chiara apparteneva a questo gruppo. Era malata da tempo, il male l’aveva logorata un pezzo alla volta. Gli aveva portato via uno dopo l’altro pezzi di vita. Prime le speranze e le aspettative poi parti del suo corpo. Uno dopo l’altra. Aveva un tumore dentro la testa che sembrava un mandarino, dopo che glielo avevano tolto un altro dal seno e dalla schiena. Lei però lottava come una guerriera. Aveva deciso di scriverci un libro che si era autopubblicato su ilmiolibro di Repubblica. Lo faceva, mi disse, solo perchè le dava conforto far sapere chi fosse e che cosa le stesse capitando a quelli che vivevano la sua condizione. Era certo che avrebbe vinto e voleva aiutare gli altri a fare lo stesso e perchè voleva aiutare a finanziare la ricerca sul cancro. “Io ci metto due soldi e se qualcuno lo compra forse possiamo aiutare a sconfiggere questa bestia. Io non voglio un centesimo” Alla sua presentazione, in libreria, non si poteva entrare. C’era un muro di folla. Solo per farsi fare un autografo da lei dovetti aspettare venti minuti di fila e quando alla fine lo fece si mise a ridere perchè, mi disse, lei era una mia fan accanita e non poteva credere che proprio io ne chiedessi uno a lei. In realtà io non valgo l’unghia del suo alluce. Quando ho presentato i miei tutta quella gente me la sono sognata. Questo perchè Chiara era più di una scrittrice. Chiara era una gran donna.  Tutti lo sapevano. Una che dava conforto agli altri senza chiederlo per sè. Era la madrina di una delle mie figlie e aveva preso quella cosa con serietà. Andava spesso a trovarla perchè diceva che voleva starle vicino, almeno finchè poteva. Essendo molto intelligente sapeva a cosa andava incontro e con ironia ci scherzava sopra. Aveva persino detto al marito che avrebbe capito se lui avesse fatto altri progetti. Eppure non mollava un centimetro. Voleva a tutti i costi lavorare. Stava attaccata alla vita con ogni sua fibra. Non accettava che le si parlasse di pensionamento anticipato o messa in malattia permanente. Lei ambiva a essere trattata come una persona normale. Diritti e dovere inclusi. Era convinta che ce l’avrebbe davvero fatta ed era stata così brava che aveva convinto tutti. Poi qualche settimana fa le cose si sono aggravate. Aveva bisogno dell’ossigeno. Sempre e comunque. Non riusciva più a far niente senza la bombola. Aveva capito che era entrata in una strada a senso unico e lo stesso non mollava. Le sue nuove condizioni deficitarie hanno impedito il proseguimento delle terapie come la chemio e la radio e questo ha accellerato il processo degenerativo. E poi contemporaneamente è morta una sua cara amica che aveva conosciuto in ospedale, una che combatteva con lei e questa cosa le ha tolto sicurezza. E ha cominciato ad aver paura. Cazzo. E me lo raccontava pensando che io potessi reggere l’urto. Mi raccontò di come, quando si sdraiava, sentisse che non poteva respirare e provava la sensazione di affogare. Una volta, facendo la tac, dentro quel toboga sentì arrivare la fine ed ebbe il terrore di non uscire da quel buco fin quando non le infermiere non la tolsero da là e la abbracciarono per decine di minuti per tranquillizzarla. Non poteva più far le scale, ogni giorno poteva fare sempre qualcosa di meno. Mi ha detto oggi la madre che da venerdì non dormiva più. Porca di quella troia maledetta. Aveva deciso di non dormire più. Aveva paura che se si fosse lasciata andare non si sarebbe più svegliata. E così se ne stava seduta sulla poltrona, attaccata alla vita che la voleva abbandonare. Fino a quando ha cominciato ad aver problemi di respirazione anche da seduta e supplicava la madre “Aiutami mammina, ti prego, aiutami”. Cosa si fa quando tua figlia sente che sta per morire e tu non sai che fare? mi ha chiesto la donna sperando che potessi darle una risposta. Ha chiamato il medico che le ha detto solo di starle vicino. Lei s’è incazzata e ha chiamato l’oncologo che l’ha fatta ricoverare e l’hanno bombata di morfina, stordendola. E lei in ospedale, ancora seduta, ancora attaccata alla vita, senza alcuna volontà di addormentarsi. Poi, ha chinato la testa e ha detto: “Vieni qua e dammi un bacino, mamma” e se n’è andata.

Stamattina sono andato a trovarla. Per l’ultima volta. Oggi però a Lucca ci sono anche i Comics. L’evento dell’anno. Duecentomila persona che invadono la città vestendosi da ogni cosa. Da Star wars a Pendragon da Gatto Silvestro a martyn Mistere. Un esplosione di gioia, per chi ama quel genere di cose. Avevo il cuore a pezzi e le lacrime che non volevano smettere di scendere e sono rimasto ingabbiato nel traffico congestionato della città in mezzo a tanti vestiti come Obi one kenobi o da Johnny Depp pirata dei caraibi o da Batman. E mi stavano sui coglioni. Tutti, indistintamente. Ho suonato il clacson per farli muovere e uno Spider-man di merda mi ha mostrato il dito. Mi è presa voglia di scendere di macchina e scatenare la rissa. Poi non so, qualcosa mi ha fermato. Ho pensato a quando un cane o un gatto scagazza in casa e tu per insegnarli come si vive e come si deve comportare lo prendi per la testa e gliela sbatti sulla merda che ha fatto finchè lui non capisce che deve farla nella lettiera se è un gatto o chiedere di uscire se è un cane. Forse Dio si stava divertendo a fare lo stesso con me. Forse ha preso la testa di cazzo che ho sulle spalle e me l’ha sbattuta nella merda di ogni giorno per farmi capire che è l’assurdo normale banalissimo ciclo della vita che continua da migliaia di secoli allo stesso modo. Una vita meravigliosa ci lascia e gli altri se ne fregano perchè non sanno nemmeno che è esistita.

Caro Dio, io non so se esisti davvero, ma porca di quella zozza se davvero ci sei mi devi dare delle spiegazioni quando ci vediamo sai?

In ogni caso, a me piacerebbe vedere il libro di Chiara in cima alle classifiche. Lo è stato per un po’, in quella di ilmiolibro. Se qualcuno avesse voglia di rinunciare a una pizza con gli amici per regalare tutti i soldi alla ricerca contro la bestia potete farlo

http://ilmiolibro.kataweb.it/categorie.asp?act=ricerca&genere=tutte&searchInput=chiara+conti&scelgoricerca=nel_sito

sarà il nostro modo di darle anche noi un bacino,

a Chiara.

(Scuole) Primarie

Ho deciso che anche questa volta non voterò.

Sai che novità.

So che molte persone ritengono che sia una scelta da qualunquisti. A volte piace giocarci sopra anche a me, ma non è affatto così. Mi spiego meglio. Il dovere del voto fu una cosa che i celeberrimi “padri costituenti” misero in bella mostra e sottolineato con tanto di obbligo sanzionabile, perchè il Paese veniva dal ventennio fascista e occorreva abituarlo a forme di democrazia in cui la partecipazione popolare era indispensabile per poter giustificare il potere che comunque una classe di oligarchi si sarebbe presa.

Sono passati quasi settant’anni da allora e le cose sono (parzialmente) cambiate. Oggi il dovere di andare a votare è anacronistico. Soprattutto illegittimo. Insomma è come dire a un vegetariano di dover per forza scegliere tra un gustoso piatto di  porco arrostito con olio Bunga Bunga e un vitel tonnè in salsa romagnola. Uno ha anche il diritto di dire “Nessuno dei suddetti”. Anzi mi era pure venuto in mente di creare una lista con questo nome, raccogliere le firme e partecipare alla prossima tornata elettorale. Sono quasi certo che sarei finito in Pappamento e mi sarei sistemato una volta per tutte.

L’obiezione standard dei “nudi e crudi” i/le pasionari/e  a questo approccio mentale è sempre lo stesso da secoli “Non voti? allora non puoi parlare nè hai diritto di lamentarti”. Allo stesso modo in cui, allo stesso vegetariano di cui sopra, si rispondesse “stai crepando di fame? allora o ti ingozzi di suino o non rompere i coglioni”.

Le Primarie poi sono quanto di più nefasto possa esserci, date le circostanze. Hollywood oramai, dopo averci venduto Jerry Lewis e American Pie, c’ha sbolognato pure quest’altra americanata che è quanto di più ridicolo possa esistere in Italia. Un po’ come quando negli anni sessanta e inizio anni settanta, le famiglie italiane per un po’ di tempo, imbarbarite dalla televisione yankee bevevano a tavola il latte come nei Blockbuster perchè faceva fico. Ci sono voluti anni per comprendere che era una stronzata galattica. Perchè dico che in Italia non possono funzionare  le Primarie? perchè noi siamo europei cazzuti e non fricchettoni sportivi come quelli dalla parte di là dell’Oceano. Da noi, quando si insulta qualcuno, si insulta per davvero. Insomma non si possono fare (a meno che non siano fatte per finta com’è stata l’ultima volta per il PD quando serviva a incoronare con plebiscito bulgaro Bersani, prendendo cioè per il culo tutti) perchè se i leader del partito tirano fuori tutto il marcio che c’è nell’armadio dell’avversario come sta avvenendo adesso nel PD, dopo rimetterli assieme per dire che sono uniti per la vittoria a noi ci fa ridere. Gli americani sono più ingenui e naif. Loro sanno che in fondo dire al tuo rivale nelle Primarie che è un pedofilo o un maniaco sessuale  o un frocio, fa parte del grande gioco e che se dopo, quelli che prima si scannavano, si mettono d’accordo è normale. Noi no. Noi siamo più cattivi. E ci mettiamo a ridere e li mandiamo a cagare.

E poi dai. Che cosa cazzo si può votare davvero oggi?

A sinistra fanno ridere. La gioiosa macchina da guerra che vincerà le elezioni per NON governare perchè non troverà accordi è composta dalle stesse persone. Insomma hanno cambiato quanti? cinque nomi al partito: PCI, la quercia, l’ulivo, DS, PDS (e forse ne ho scordato qualcuno) e le facce sono sempre le stesse e le argomentazioni pure. Un disco rotto. E vabbè, allora uno dice: vota Renzi. Beh, Matteo Renzi a me sta simpatico. Tutti i furboni sono simpatici. Lui è un volpone diretto da Gori un leader nella comunicazione che lo dirige come una marionetta e lo sta portando dritto dritto a Palazzo Chigi se solo puta caso vincesse le Primarie. Però uno che il suo programma lo va a dire solo in televisione e non lo spiega al suo partito nemmeno alla direzione regionale dove è iscritto d’ufficio e non partecipa mai a una riunione mi sta un po’ sui coglioni. Anche perchè se dice anche poi che i rapporti di forza che dovranno essere valutati all’interno di quel partito stesso dovranno essere misurati in forza di quanti voti lui prende al di fuori di esso è da cacciare via subito. Non lo fanno perchè hanno paura. Ma uno che ha queste modo di pensare può fare danni anche senza avere (come infatti non ha) nessuna idea vera in testa che non sia la classica Fuffa. Gli altri? vogliamo parlare di Civati che era un rottamatore amicone di Renzi e poi dopo che hanno litigato per una questione di bottega non si parlano quasi più? ma dai…

A destra non fanno più nemmeno ridere. Insomma finchè c’era Silvio dai, ammettiamolo, era uno spasso. Che piaccia o non piaccia verrà studiato nei secoli a venire come un uomo normale, possa aver preso per il culo un Paese che si ritiene civile per 20 anni. E la forza di Silvio era che faceva ridere. E a chi fa ridere, qualche volta, si perdona ogni cosa. Adesso c’è Alfano. No dico. Ma chi è il pazzo che pensa che Angelino Alfano possa essere uno che può tenere in mano il timone di un Paese allo sfascio come il nostro? se c’è si faccia avanti o taccia per sempre. In alternativo a Angelino, c’è la Santanchè. Devo dire altro? basta il nome. Santanchè. L’ho vista ieri sera in televisione e parla sembra una statista. Non muove più il labbro superiore da quanto botolino s’è iniettata e gli zigomi sono così appuntiti che romperebbero (oltre che le palle) qualsiasi cosa gli sbattesse addosso. Però dice cose che sembra Evita Peron. Sembra che stia sui coglioni oramai anche a Sallusti che non ne pole più. Con lei il PDL si aggirerebbe in una forbice tra il 2 e 3 percento. Il terzo incomodo è Tabacci. No, voglio dire: BRUNO TABACCI. Cazzo, mi sta simpatico abbestia, parla bene, dice cose sensate, ha cultura e pure ben 201 followers su twitter. Ne ho più io su questo blog. Uno dice: ah, ma parli come Gasparri allora. No perchè Gasparri è un altro che potrebbe far ridere molto meglio di me e potrebbe essere un ottima alternativa ai tre suddetti, ma non si candida perchè ha paura che l’unione europea gli imponga un’operazione agli occhi camaleontici che si ritrova. Purtroppo Formigoni l’hanno fermato prima, sennò vinceva lui. Pare che fossero già pronti pacchetti vacanze costruiti apposta per lui dalle agenzie viaggi romane.

Vogliamo parlare poi di Grillo?

Grillo è un vero fenomeno. Se qualcuno si azzarda ha dirgli “Scusi signor Dio, lei sta dicendo una cazzata” lui lo sbatte fuori dal movimento a cinque stelle. Non vuole nessuno dei suoi in televisione a parlare. Puoi andarci solo lui. A vendere i suoi spettacoli deliranti. E il suo amico Di Pietro? l’indagine di Report l’ha messo finalmente a nudo. Una persona normale aveva già compreso che Di Pietro è il pericolo pubblico numero uno per una democrazia vera. Un giustizialista come lui nemmeno Tognazzi nel film “Tutti dentro”. Ma adesso è venuto fuori che prima di entrare in politica era un uomo normale, con un patrimonio normale, che viveva in  modo decente e adesso è invece, dopo 20 anni di politica un uomo ricco. S’è pure accattato il miliarduccio che la vedova Borletti gli aveva donato come eredità per portare avanti le sue battaglie. La signora Borletti aveva destinato soldi a lui e a Prodi. Il professore, con dignità, li aveva versati nelle casse del partito. Di Pietro s’è comprata una villa. Insomma un vero figo.

In Sicilia ha vinto Crocetta, lanciato da Lombardo che è stato uno dei peggiori amministratori degli ultimi decenni assieme a Cuffaro. Uno che ha fatto delle sconcerie talmente vergognose che lo stesso suo partito PD l’ha sconfessato e ha detto che il PD siciliano ha scelto un’autonomia di cui i dirigenti centrali non sapevano niente. Ovviamente. Crocetta che non ha una maggioranza ha detto che la cercherà su ogni proposta che porterà nel Consiglio Regionale. Che significa che tra cinque mesi in Sicilia si va a rivotare.

Il 50% percento dei siciliani però, anzi di più, ha urlato a tutti loro, non andando a votare: ma andatevene un po’ affanculo tutti!

E io farò lo stesso il prossimo aprile. Perchè tanto, a maggio, ci si ribecca un Mario Monti bis che fa comodo a tutti. Li mortacci loro.