No man’s land

No man’s land, la terra di nessuno è un posto in cui molti di noi si ritrovano spesso, troppo spesso, figurativamente, a vivere.

E’ anche il titolo di uno dei film più belli del decennio scorso, scritto e diretto dal bosniaco Daris Tanovic, ambientato nel 1993 durante la guerra serbo-bosniaca. Racconta la storia di due soldati, il bosniaco Čiki e il serbo Nino, che si ritrovano in una trincea tra le due linee nemiche, nella terra di nessuno, appunto. Un terzo soldato bosniaco Cera, creduto morto, riprende conoscenza, ma non può muoversi perché ha sotto di sé una mina balzante, che esploderebbe se lui si alzasse. Un soldato francese della Forza di protezione delle Nazioni Unite interviene per risolvere la situazione, anche se incontra molte difficoltà da parte dei suoi superiori, più preoccupati di rispettare la linea ufficiale di neutralità verso le parti che di aiutare realmente i tre soldati. A raccontare il tutto c’è la reporter inglese Jane Livingstone, che porta a conoscenza del mondo occidentale la situazione e denuncia come gli alti comandi abbiano più interessi di immagine rispetto all’aiuto reale per la gente. Il finale tremendo, che non svelo per non rovinare la visione a chi intendesse vederlo (adesso si trova a gratis pure su You Tube) torna spesso a visitarmi, nella mia mente. A ricordarmi che cosa significhi in fondo vivere nella NO MAN’S LAND.

Spesso ci ritroviamo infatti dentro quella terra a riflettere su quale scelta ci costerà di più. In mezzo a folle sempre inquiete che cercano di portarci dalla loro sponda. E arriviamo perfino a pensare che là dentro possiamo essere immuni da errori e pure dai dolori di una qualsiasi scelta, anche se vediamo le vittime della vita andare e venire davanti ai nostri occhi. Qualcuno che decide di vivere la propria tragedia altre che si fermano a guardare. Quasi tutti che fanno finta di non vedere. Perchè nella No man’s land, non vedere è la regola. E per assurdo diventa anche il posto più sicuro dove stare.

Eppure senza un qualche tipo di rischio, la libertà che crediamo di avere è solo un’illusione. E così capita che a volte il nostro destino ci sembra che sia quello di cercare sempre e non trovare mai, perchè nella notte buia cavalcare l’onda in continuo cambiamento di cui non riconosciamo la cresta, è difficilissimo. Prendere posizioni è la cosa più dura al giorno d’oggi. E alla fine rimaniamo là fuori, nella terra di nessuno a vedere il mondo che ci gira attorno.

Bene allora il mio augurio per tutti è proprio quello di riuscire a scappare da essa e riuscire a trovare la nostra casa.

Se ce l’ha fatta Jovanotti, possiamo farcela anche noi.

Buon anno.

Una X-MAS CAROL per gli auguri

Va bene lo ammetto, volevo fare gli auguri a tutti coloro che in qualche modo passano di qua.

Volevo dire a tutti voi che, per scelta o per sbaglio siete capitati qua dentro Buon Natale e felice anno nuovo e non sapevo come farlo senza risultar banale o scontato. Quindi ho deciso di scrivere una X-MAS carol, una così, venuta dal niente e che lascerà ancora di meno ma che voleva essere raccontata. E ha a me chiesto di farlo. E la dedico a tutti quelli di voi che, pur passando le feste con tante persone attorno si sentono però lo stesso soli. E ovviamente anche a tutti coloro che invece soli lo sono davvero e che darebbero qualsiasi cosa per trovare qualcuno che riuscisse a sentire il loro dolore.

Un grande abbraccio

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L’avvocatone era un tipo abitudinario. La sua vita si svolgeva da molti anni nello stesso identico modo ogni santo giorno. La mattina udienze in tribunale, il pomeriggio attività in studio e la sera cena a casa, da solo, con piatti da asporto presi in rosticceria. A seguire abbrutimento davanti alla televisione fin quando, dopo essercisi addormentato davanti, si risvegliava alle due di notte e si alzava per infilarsi nel letto. Il giorno dopo ricominciava daccapo. Non si era mai sposato perché, nonostante una posizione sociale di assoluto rispetto, il suo aspetto fisico non raggiungeva la decenza minima per poter anche solo pensare di attrarre una donna carina, intelligente e sensibile, che era ciò che desiderava tanto. Molto grasso per costituzione fisica e con una grande attitudine a usare il cibo come valvola di sfogo per lenire i dolori dell’anima, non aveva mai accettato di abbassare le sue pretese sugli standard di bellezza di chi avrebbe dovuto stargli accanto. Si definiva “sceglino” e se ne vantava con i colleghi, anche se era chiaro a tutti che, in realtà, avesse solo una gran paura di vivere una  storia con una donna vera che non fosse immaginaria. Per quante bugie raccontasse, infatti, egli, nonostante avesse oramai superato da un pezzo i cinquantanni  non aveva mai avuto nessuna relazione con alcuna donna. Per anni si era perso dietro Giusy, una sua vecchia compagna di scuola che lo aveva sempre trattato con gentilezza, ma che non gli aveva mai permesso di diventare nient’altro che un buon amico. Quando Giusy si sposò, in lui si ruppe qualcosa. Non credeva che sarebbe potuto sopravvivere a tanto dolore. Eppure non morì. E allorché lei ebbe Anna,  lui le era stato accanto per farle sentire il calore del suo affetto e la presenza di una persona cara. Quando poi, infine, il marito di Giusy si innamorò di un’altra donna e mollò la sua famiglia, l’avvocatone si presentò alla porta della sua vecchia amata e le chiese di sposarlo.

“Avrò cura di tua figlia come fosse mia. Tu sposami e mi farai l’uomo più felice del mondo”

Giusy invece scelse Tommaso, un uomo robusto come una quercia che lavorava in un’edicola del centro, dal quale poi ebbe un altro figlio, Luca. L’avvocatone le giurò che non l’avrebbe mai perdonata per avergli fatto perdere tutta la vita a sperare di poterla avere. A nulla valsero le argomentazioni di Giusy. Da allora i due non si parlarono mai più.

Quella vigilia di Natale, l’avvocatone, che lavorava in uno studio associato assieme ad altri tre colleghi, rimase in ufficio fino a tardi. I soci gli avevano lasciato le rogne dell’ultimo minuto, per poter tornare il prima possibile, ognuno alla propria famiglia . Lui, del resto, non aveva nessuno, essendo i suoi genitori morti da tempo e non oppose alcuna resistenza né sollevò alcun problema. In fondo  le feste, per lui,  erano sempre state un momento di grande tristezza  e avere da sbrigare affari che lo tenessero impegnato lo faceva stare meglio.  E così, senza che se ne accorgesse si fece, quasi ora di cena. Aveva deciso di andare alla Messa di Natale che tuttavia sarebbe incominciata non prima delle undici e pensò che non avesse molto senso tornarsene a casa per poi uscire di nuovo. Non sapendo come passare quel tempo,  cominciò a  navigare sul Web finendo alla fine in una chat line erotica dove occorreva pagare per poter assistere allo spettacolo che una delle signorine, in genere molto giovani, avrebbe fatto per lui. Era già successo altre volte che avesse visitato siti del genere, ma fino ad allora si era limitato a dare un’occhiata senza andare oltre. Quella sera invece si decise a pagare per avere ciò che necessitava di più: affetto.

Tirò fuori la carta di credito e scelse la ragazzina che più lo attraeva tra tutte quelle che erano in vetrina. Non aveva più di vent’anni, ma c’era qualcosa nei suoi lineamenti che lo attraevano in modo particolare. Dopo aver pagato attivò la web cam e cominciò a dialogarci mentre lei sul suo letto, cominciava a spogliarsi.

“Sai mi ricordi qualcuno” le disse l’avvocatone.

“Ah si brutto porcellone mio. Forse ti ricordo solo la donna dei tuoi sogni”

“E’ possibile. Possiamo parlare un pochino prima?”

“Si certo parliamo. Ma intanto mostrami il tuo arnese. Sei piuttosto robusto quindi devi avere una bella mazza.”

“sono grasso non robusto. Senti ma perché fai queste cose? Sei giovane e carina non dovresti sai?”

“senti nonnino, se vuoi ti succhio l’anima ma non dirmi cosa devo o non devo fare ok?” rispose incazzata la signorina “dai tira fuori il bastone e comincia a toccarti davanti a me su.”

L’avvocatone però non rispose. La sua attenzione era stata catturata da un quadro che era appeso alla parete e che, inizialmente, non aveva notato. Riconobbe in esso quello che lui aveva regalato alla sua Giusy il giorno del suo matrimonio. Gli venne un dubbio atroce.

“Ma tu, tu…” disse balbettando “sarai mica Anna, la figlia di Giusy?”

La ragazzina sbiancò, si rivestì di corsa e gli urlò:

“Ma chi sei tu brutto maiale che non sei altro, depravato di merda? Io ti denuncio sai? Come fai a sapere chi sono? Io adesso chiamo la polizia e facciamo in modo di farti rintracciare.”  E dicendo questo staccò la linea.

Preso dal panico l’avvocatone non sapeva più che dire o che fare. Decise di chiamare la sua vecchia compagna di scuola, la donna che avrebbe voluto sposare. Erano anni che non si sentivano più. Aveva il cuore che scoppiava. Provò a fare il numero, poi pensò che sarebbe stato meglio andarci di persona. Quando suonò il campanello della casa di campagna in cui sapeva abitava, ebbe paura di star facendo la cosa sbagliata. Gli aprì il marito che, con faccia ebete gli chiese chi fosse e cosa volesse. Dal fondo del corridoio la ragazzina che prima era stata in cam con lui cominciò a urlare:

“E’ lui è lui. Il porco è lui”

Sopraggiunse Giusy che prese a ceffoni il malcapitato che voleva avvertirla di come era finita sua figlia:

“Brutto stronzo maiale, ti vuoi far le seghe su mia figlia, porco che non sei altro”

Il marito di lei intanto aveva tirato fuori da chissà dove un bastone e cominciò a darlo in testa all’avvocatone facendolo sanguinare dalla bocca e dalle mani che usava per proteggersi:

“Io ero venuto volevo solo a dirti che Anna era finita su una cattiva strada e…” non finì le parole che la donna aveva cominciato a dargli pedate.

“ma fatti i cazzi tuoi scemo. Certo che so cosa fa mia figlia. Fa pagare porci come te e noi ci viviamo con quei soldi. Sparisci farabutto che noi ti denunciamo per pedofilia”

L’avvocatone fece appena in tempo a riparare in macchina e a mettere in moto per scappare da quel posto. Sanguinava però e si vide costretto ad andare al Pronto soccorso per farsi medicare. La vigilia di Natale non c’era nessun paziente e neppure quasi nessuno di servizio. Solo un’infermiera piuttosto anziana e un dottore che sembrava un po’ sfigato, grassotello e senza capelli. Uno che, appena visto, l’avvocatone pensò facesse parte di coloro che vivevano nella sua stessa tribù. Doveva essere quello al quale toccavano sempre i turni delle feste comandate perchè senza famiglia e senza una donna.  Per un attimo si sentì come se qualcuno si prendesse finalmente cura di lui come quando era piccola e sua madre lo coccolava e gli diceva che ci sarebbe sempre stata e che finche ci fosse stata lei non avrebbe avuto dovuto aver paura di niente.

Il dottore  lo medicò senza fare troppe domande. Alla fine, quando ebbe terminato, gli disse:

“Dovrebbe fare denuncia sa?”

“Forse dovrei autodenunciarmi per stupidità invece”

“Qualunque uomo l’abbia conciata a questo modo, non importa perché, andrebbe soltanto che punito”

L’avvocatone sorrise.

“Lei è sposato” gli chiese con voce tremante

“No e lei?”

“Nemmeno io. Ha famiglia?”

“Solo un gatto e lei”

“Io nemmeno quella”

L’avvocatone, stava per uscire quando  improvvisamente si girò e disse:

“Mi scusi dottore, posso restare qua con lei a festeggiare la mezzanotte e la nascita di Gesù, non ho nessuno da cui tornare?”

Il medico sorrise e disse:

“Speravo tanto che me lo chiedesse”.

 

 

 

Fantasmi dal passato

Qualche tempo fa un mio amico, docente di economia all’Università di Pisa, mi chiese un favore. Doveva restarsene un mese in America per corsi di aggiornamento e mi pregò di prendere, per quel periodo di tempo, il suo posto all’Università della Terza età della mia città, dove lui prestava opera di volontariato. Non credo che mi avesse scelto perché fossi particolarmente bravo, ma solo perché,  temo a ragione, sapeva che ero l’unico coglione che poteva accettare una cosa del genere. Ci teneva, mi disse mentendo, a che i suoi “studenti” avessero il meglio. Aggiunse poi che, a suo dire, dopo di lui, il meglio ero io. Non ci credeva manco un po’. Lo disse solo per stuzzicare il mio ego. So riconoscere le menzogne, però ci cascai lo stesso come un pollo. In fondo ho sempre adorato le bugie pietose. Gli chiesi che cosa avrei dovuto spiegare e quel grandissimo figlio di puttana con aria stupita mi rispose:

“Masticò, che diamine Economia Politica che altro?”

“Si ma cosa esattamente? Microeconomia, macroeconomia, politica economica e poi a che punto del programma sei?” Lui però tergiversava. Lo vedevo ridacchiare sotto i baffi e poi minimizzava e io non capivo.

“Si, si, eh certo, microeconomia”

“Accidenti. Devo allora ristudiarmi tutto. Le formule matematiche mi davano fastidio quando le studiavo a 20 anni figurati adesso. Devo prepararmi a dovere.”

E lui ridendo, senza che io capissi:

“Eh beh certo. Devi assolutamente ristudiare ogni cosa. Soprattutto la matematica. Gli integrali te li ricordi?”

“Oh mamma. No. Manco per niente.”

“Le derivate?”

“Oh Gesù mio, no”

“Allora è obbligatorio che tu ti ristudio tutto altrimenti come fai a spiegarle?”

E, poiché sono un tipo a cui non piace fare le cose a cazzo di cane, mi applicai a dovere. Passai nottate a riprendere in mano cose fatte un secolo prima, bestemmiando come un turco perché il mio cervello si rifiutava di andare a trovare nel suo hard disk, le informazioni su di esse che avevo sepolto chissà dove. Fu una cosa straziante. Platone sosteneva che Dio era un geometra e per capire la filosofia è necessaria la matematica. Io però non c’ho mica mai creduto. Quella maledetta zoccola non è mai stata amica mia. Alla fine però, il giorno fatidico, mi presentai, imbottito di sapere. Ero in grado di nuovo parlare il linguaggio economico-matematico che tanto faceva trendy ai tempi in cui credevo contasse qualcosa. Il calcolo differenziale non aveva più segreti. E, come ogni buon coglione che si rispetti, poiché avevo sudato le proverbiali sette camicie per riprenderlo in mano, dovevo far sapere a tutti che lo sapevo parlare e quindi impostai la prima lezione con pochissimi concetti, facilmente spiegabili con meravigliose equazioni matematiche che, gli amanti del genere considerano poesia. Gli studenti, una cinquantina, tutti dai sessant’anni in su, con punte, credo, di oltre ottanta, mi avevano accolto in gran silenzio, come si conviene a un docente pluridecorato per idiozia allo stato liquido. Vidi quel centinaio di occhi su di me che mi chiedevano di renderli edotti su cose decisive e sostanziali e decisi che avrei mostrato tutto il mio sapere. Breve introduzione e poi vai con la “teoria del consumatore”. Linguaggio secco ed espressivo. Poche parole poi alla lavagna e giù quelle meravigliose, inutile, stocastiche formule che fanno la gioia di tutti gli studenti di economia politica del primo anno.

Mentre però, preda del mio delirium tremens, vergavo con il gesso, integrali e derivate che tendevano all’infinito sentii il brusio degli studenti che ben presto divenne rumore.Infine chiasso. Si stavano rivoltando. Un tizio in prima fila, uno che assomigliava a Super Mario Bros, l’idraulico del famoso giochino, alzò la mano. Poteva essere mio padre e alzava la mano per chiedermi la parola. Già questo mi fece male, ma quel che aggiunse dopo mi devastò:

“Scusi professore (mi chiamava davvero così, pazzesco…) ma che cosa sono quei segni?”

“Mi scusi lei è..?”

“Gaetano mi chiamo Gaetano. Ma ci vuole insegnare i geroglifici o cosa?”

Tutti cominciarono a ridere. Come pazzi. Compresi che quel maledetto bastardo del mio amico mi aveva preso per il culo.

“Vuol dire che il vostro professore, il titolare della cattedra, non vi insegna queste cose?”

“Ma che sta scherzando. Lui insegna economia mica egiziano!” e di nuovo tutti a ridere. Ero diventato lo zimbello della classe.  Prendere coscienza della propria coglionaggine è sempre una cosa imbarazzante. Per quanto a me capiti spesso, ancora non c’ho fatto l’abitudine. Insomma solo un demente non avrebbe capito che l’idea che mi ero fatto delle cose da spiegare era assurda. Balbettai qualcosa. Non sapevo come uscire da quella situazione. La voglia era quella di scapparmene via, ma resistetti a quel primo impulso e chiesi a Gaetano alias super Mario Bros:

“Bene Gaetano, mi dica per cortesia, di che cosa avete parlato l’ultima volta con il professore?”

“Ah beh, dei soldi”

“Ovviamente” sorrisi io “E cosa in modo particolare, dei soldi?”

Si alzò, una vecchietta con i capelli azzurrini che veleggiava tra i settanta e gli ottanta anni.

“A che cosa servono i soldi. Di questo parlavamo”

Non c’è niente di più drammatico, per uno che vuole mostrare il suo sapere matematico quantistico integrale che dover discutere di una cosa così banale.

“Beh professore, ci dica lei meglio, a che servono i soldi? non potremmo farne a meno?”

Ebbi un intuizione. Affanculo la matematica. Dissi: “Facciamo un gioco?”  La classe si zittò come all’inizio. I vecchi sono come i bambini, quando si parla di giocare rispondono sempre presente. “Organizziamo due parti. Una che fa l’avvocato difensore dei soldi e una che invece li accusa di rovinare la società. Poi scegliamo tra di voi anche la giuria e io mi metto nel mezzo e faccio il giudice e vi interrompo se durante la vostra discussione state dicendo cose sbagliate. Fu un delirio. Un meraviglioso delirio. Organizzarono tutto loro. Formarono le squadre degli avvocati e la giuria e partirono dicendo cose sensate che nessuno gli aveva spiegato ma che avevano dentro come buon senso. Chi doveva dimostrare che i soldi sono la rovina della società parlò del baratto e chi invece li difendeva sostenne che non si poteva portare dietro un attaccapanni per comprare un po’ di pane e via di seguito. Mi divertivo come un matto a vederli ragionare e talvolta sragionare su quella cosa che li appassionava tanto. Rimasi senza dir niente per quasi un’ora fino a quando uno che doveva attaccare i soldi disse:

“Ma perchè non si può vivere in un mondo in cui ognuno dà alla società quel che può e prende indietro ciò che necessità e basta? Insomma non sarebbe bello andare al supermercato e non pagare perchè si paga con ciò che si fa per gli altri?”

Questa obiezioni mandò in crisi i difensori dei soldi che dopo averci pensato sopra ammisero che sarebbe stata la cosa migliore per tutti. Il comunismo, in quell’aula, aveva vinto. Ma, come si sa, quando capita dura sempre poco perché prima o poi arriva sempre un reazionario che rimette le cose a posto. In quel caso ero. Tutti si erano voltati infatti verso di me affinché gli dessi un aiuto per andare avanti e io dissi semplicemente:

“Supponiamo di vivere in un mondo come quello che vuoi avete descritto. Cosa pensate che farebbero gli uomini?”

Con questo piccolo suggerimento, non gli ci volle molto per arrivare a capire che in un mondo con quelle regole, tutti avrebbero cercato di fare cose facili che non fossero faticose e che, quindi, il lavoro incorporato dentro era una cosa indispensabile per dare valore alle cose. Le cose, per la cui produzione o realizzazione, occorreva più lavoro dovevano valere di più di quelle che invece erano più semplici. In altre parole erano giunti alla “teoria classica del valore lavoro” che si studia, in genere, al terzo anno nella facoltà di economia. E lo avevano fatto, praticamente da soli. Mi commossi.

Visto il successo che aveva avuto la formula che avevamo adottato, la usammo tutto il mese che rimasi con loro per analizzare  cose che per loro erano interessanti da affrontare. Sceglievano loro, solo loro, gli argomenti da trattare e, quando rientrò dall’America il mio amico e riprese il suo posto ammetto che mi dispiacque molto lasciarli. Poi, come capita sempre, passi oltre e ti scordi anche delle cose belle. Stamattina però, mentre ero a fare benzina a un distributore mi sento chiamare da una faccia che proprio non ricordavo:

“Professore ehi professore”

Ho visto nei suoi occhi la tristezza di chi comprende che l’interlocutore non ha la minima idea di chi abbia di fronte.

“Sono Gaetano, si ricorda, l’Università della terza età, i processi che facevamo ai soldi e al monopolio e alle cooperative?

Non potevo riconoscerlo. Super Mario Bros si era tagliato i baffoni e i capelli se n’erano andati tutti. Ci salutiamo con affetto. Mi racconta che ha perso la moglie da poco e ha smesso di seguire i corsi perché fa fatica a spostarsi con la macchina fin dentro la città e a piedi è impossibile. Mi fa tenerezza. Poi mi dice:

“senta però, mi deve fare un favore, me lo deve spiegare lei bene che cosa è sto Spread perchè io l’ho mica capito sa?”

E così gli ho offerto colazione e ho passato un’ora con lui a raccontargli cose nel modo pomposo che so fare io. Parlavo e capivo che stavo sbagliando ma non riuscivo a cambiare modalità. Alla fine, quando ci siamo salutati mi ha detto con un sorriso:

“Professò, non ho capito niente ma è stato bello stare con lei almeno una volta ancora”

Outing

Ognuno di noi ha delle perversioni, più o meno sordide, con le quali deve fare i conti. Qualcosa di cui un po’ si vergogna, ma alla quale non può proprio rinunciare. Chi ha nozioni, anche solo basiche, da strizzacervelli le chiamerebbe “coazioni a ripetere”. C’è, ad esempio, una persona che mi segue  sul blog (non dirò mai nè il suo nome nè se è un uomo o una donna ) a cui piace farsi orinare addosso. O forse, chissà, me l’ha scritto in privato, solo per vedere che reazione avrei avuto nel saperlo, anche se tendo a credere che dicesse la verità. Uno che, invece, so per certo  fa sul serio è il mio amico Massimo B., un uomo che se lo incontri ti innamori di lui anche se non sei gay da quanto è brillante e intelligente, ma che pratica lo scambismo. Lo scambismo vero intendo. In realtà, la grande parte degli scambisti si prende per il culo a Vicenza. Ognuno “affitta” una mignotta, poi si incontrano e se la scambiano e tutti e due pensano di scopare la moglie dell’altro mentre in realtà si fanno la meretrice pagata dal sodale. Massimo B. no. Massimo B. gioca pulito e se ne vanta. Lui porta la moglie vera perchè le regole sono regole e  non vuole essere additato come uno che sgarra.

Anche io ho la mia perversione con la quale devo fare i conti e stavolta ho deciso di svelarla.

Ammetto di essere imbarazzato nel fare outing. Non è proprio semplice raccontare le proprie bassezze morali. Nel mio caso però, nonostante provi grande imbarazzo a parlarne, esse non sono di natura sessuale. Sessualmente sono mediamente banalotto. Mi piace fare l’uomo e basta. Pochi giochini strani. Insomma, ammettiamolo, sono una palla dai. La mia vera  immondizia, quella che mi rende porco, è ben altro.  Essendo però un maiale evoluto cerco di trovare per essa improbabili giustificazioni, ammantando il  tutto di una specie di aura magica, cercando di rendere la cosa una mitica battaglia di principio quando, in realtà, so bene, che stiamo parlando di vera e propria perversione. Vabbè, la faccio corta e  lo dico papale papale. Io lordo.  Si, è così, io macchio, sozzo, sporco, lercio, imbratto. Non lo faccio sempre e comunque. No. E’ una cosa estremamente selettiva. Io ho una mia guerra privata con Expert. Quello degli elettrodomestici. Il simbolo del capitalismo più bieco e ottuso (ehm ehm, questa è l’aura mitica di cui parlavo). Il fatto che io sia un maniaco compulsivo si dimostra con il fatto che, a lordare Mediaworld, Trony o Euronics, cosa che essendo un immorale  ho comunque fatto, non mi dà lo stesso gusto che farlo con quelli di Expert. Sarà quella musichina di merda che senti sempre e dovunque su ogni radio o televisione, ma io, Expert, proprio la odio. Per me Expert è il male assoluto. E mi vendico.

Come?

Facilissimo ed estremamente gratificante. Io, ogni volta che ho qualche monnezza da smaltire, che so, ad esempio il bicchierino della granitina che si prende in estate a passeggio, o quello del frappè, la coppetta del gelato e via di seguito, entro dentro la Expert, mi guardo attorno, stolido e attentissimo, osservando ogni persona che passa, potenziale gendarme in borghese e poi mi avventuro nel reparto elettrodomestici. E, immerso in quel mondo, ho la sensazione di essere finito nel Paese dei Balocchi. Guardo tutti quei pezzi di ferro con cupidigia. Tutti loro mi chiamano e sento che vorrebbero le mie attenzioni. Io, però, ho una predilezione particolare per i frigoriferi. I frigoriferi mi eccitano. Abbestia. Specie quelli americani che fanno anche le soda e il ghiaccio. Come ne vedo uno entro in fibrillazione ventricolare. Mi avvicino, quatto quatto, apro l’agognata porta e taaaaac ci mollo dentro la monnezza, richiudo e me ne vado. Raggiante, come un vero porcone. Tuttavia, essere così  depravato,  dissoluto, immorale, turpe e vizioso non mi provoca alcun rimpianto se non quello di non sozzare mai come Dio comanda.

L’altro giorno è poi successo una cosa che mi ha gettato nella confusione più totale. Sono entrato da Expert con la mia bella bottiglietta vuota di Coca Cola che intendevo regalare al nuovo combinato Siemens di classe A+++, un gioiellino della tecnica che ha pure l’easy lift per le bottiglie più grandi e semplici e precisi tasti touch control e scongelamento rapido: tecnologia low frost e poi il crisper box e pure il flexshelf. Già pregustavo il gusto dell’essere il primo a imbrattarlo quando, una volta aperto le maniglie robuste e integrabili il dramma:  davanti ai miei occhi sbarrati vedo un contenitore usato, ancora pieno di sale, che una volta conteneva patatine di Mc Donald con bicchierozzo di cartone e cannuccia ancora inserita.  Un altro maialone mi aveva preceduto. Questa cosa mi ha eccitato a tal punto che, dopo aver donato la bottigliazza della Coca Cola a un più vile Whirlpool NFSM Silver, sono uscito per meditare sul da farsi. Se fosse  stata una donna avrebbe potuto essere la mia anima gemella e, se invece fosse stato un uomo, un fratello di sangue che aveva capito la guerra di liberazione che sto combattendo, (lo ammetto) da anni contro l’impero del male, il dannato Expert. Dopo averci riflettuto a lungo ho deciso che avrei dovuto recarmi più spesso nel tempio pubblicizzato dal Jingle più scassacazzi che si sia mai sentito dai tempi di “mix così max è il Cinzanino” nella speranza di cogliere in flagranza il mio alter ego. Ieri sera quindi, nell’ora di punta, sono entrato nel tabernacolo del capitalismo schiavista che fa produrre utensili inutili da bambini del Biafra (si lo so, sono melodrammatico e  non c’entra un cazzo, ma i bambini del Biafra denutriti fanno sempre commuovere tutti) e mi apposto nel reparto elettrodomestici. Mi sentivo un po’ triste però perchè non avevo avuto l’accortezza di portare niente con me per lordare qualcosa. E, mentre provavo il desiderio irrefrenabile di pisciare nella lavastoviglia Rex Electrolux, vedo un uomo che si aggira con andatura indolente e sospetta. E lo riconosco. Lui è  il mio idolo. Il mio unico vero idolo. Alcuni hanno scelto come proprio eroe il Papa, altri un calciatore famoso o una rock star. Io no. Io ho sempre avuto lui. Il tizio è salito alla ribalta della cronaca locale (forse c’è ancora qualcosa sul web) anni fa  facendo una cosa così demente che me lo ha fatto diventare caro al mio cuore. E’ un gigante di due metri per, almeno, centocinquanta chili che, in preda a una crisi di gelosia, anni fa si era attaccato al campanello di una casa  cercando a tutti i costi la sua fidanzata che si negava dalla sera precedente. L’unico problema era che aveva sbagliato portone. All’interno dell’appartamento, infatti, c’era una giovane coppia che non aveva niente a che fare con lui che intanto, di fuori, continuava come un ossesso a bussare e suonare per entrare, sacramentando e urlando di voler parlare a tutti i costi con la sua donna. Alla fine i due, impauriti dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti, dopo aver tentato invano, in pigiama e da dietro il portone di casa, di persuadere il gorillone cercando di fargli intendere che lì dentro non c’era  chi stava cercando, hanno deciso di alzare il telefono e chiamare il 113 per porre fine a quella spiacevole situazione. Sul posto intervennero due agenti della polizia che lo denunciarono per disturbo della quiete personale. La sera dopo però, Magilla Gorilla, tornò allo stesso indirizzo per scrivere con uno spray su quello stesso portone , un liberatorio “Suca”. Un vero genio. Riconosciuto dai passanti fu arrestato e  ha dovuto pagare non so quanto per tirarsi fuori da guai.

Rendermi conto che proprio lui poteva essere il mio fratello di sangue mi ha galvanizzato. Mi sono allora avvicinato e gli ho detto raggiante, con fare complice:

“Ehi complimentoni davvero” Lui mi guarda con occhio acquoso e vitreo e capisco che non è di buon umore.

“Che cazzo vuoi?” mi risponde atonico. Poi apre il frigorifero dove io avevo lasciato la bottiglietta di Coca il giorno prima e fa “se becco il porcello che fa queste cose gli spezzo le gambe”.  Poi si volta di nuovo verso di me “Allora si può sapere chi cazzo sei?”

Avrei voluto spiegargli che ero un suo grande fan e che speravo che saremmo diventati fratelli di sangue ma il buon senso mi impone di dirgli l’amare verità:

“Mi scusi mi sono sbagliato, l’avevo scambiata per un altro”

Buon Natale un cazzo

Quando continua a piovere dentro la tua vita e a nessuno frega niente delle alluvioni che ne derivano perchè ognuno pensa alle proprie,   Buon Natale un cazzo
Quando, come esci di casa trovi solo gente che si lamenta perché le cose non vanno a posto da sole con un semplice scatto dell’interruttore , Buon Natale un cazzo

Quando tutti hanno fretta e ognuno si preoccupa solo di sè stesso   Buon Natale un cazzo

Quando qualcuno invece pensa che occorra impegnarsi e ti dicono che devi scegliere tra Berlusconi, Bersani/Vendola/D’Alema, Grillo o Monti,  Buon Natale un cazzo

Quando ci si sente traditi da quel vecchio bacio di Giuda, beh, la mia mamma me lo diceva sempre: Buon Natale un cazzo!

Quando hai bisogno di risposte vere e incontri solo opportunisti che ti regalano altre bugie, Buon Natale un cazzo

Quando tutte le parti del puzzle che avevi cominciato a costruire anni fa si staccano e ti impongono di ricominciare da capo, Buon Natale un cazzo

Quando ti accorgi che quasi tutti quelli che corrono accanto a te sono scrocconi venuti a rubacchiarti qualcosa, Buon Natale un cazzo

Quando i sindacati si indignano e difendono il comandante Schettino che è stato licenziato dalla Costa Crociere, ma non per il cancro tra le famiglie di Taranto perchè qualche morto qua e là non è niente rispetto al lavoro di tanti, beh la mia mamma me lo diceva sempre: Buon Natale un cazzo!

Quando ti senti come un cane zoppo che cerca di attraversare una strada trafficata di TIR che corrono all’impazzata, Buon Natale un cazzo

Quando ti accorgi che i tuoi sogni sono stati calpestati senza che tu abbia potuto far niente per evitare che succedesse, Buon Natale un cazzo

Quando ti ritrovi a dare pugni al vento e a parlare con gli animali perchè pensi che siano gli unici in grado di capire come ti senti davvero, Buon Natale un cazzo

Quando il tuo governo ti tassa anche per pisciare e ti dice che non potevano fare niente di meglio ma che potrebbe anche andare peggio e capisci che si tratta ,alla fine, solo di una scelta tra realtà e finzione, beh mi ricordo sempre che la mia mamma mi diceva, Buon Natale un cazzo!

Quando vedi  uomini che lavorano per vivere ma altri che, invece, vivono per lavorare, Buon Natale un cazzo

Quando vedi che ce ne sono alcuni che lo fanno per quattro soldi ma altri che invece non lavorano affatto, ma se ne vanno sempre in vacanza ai Caraibi, Buon Natale un cazzo

E io, per quanto mi riguarda sono felice di cantare le lodi al figlio di Dio, anche se vorrei chiedergli solo una volta una domanda che è tanto tempo che c’ho in gola: “Da che parte stai Signore? Io non l’ho mica capito sai.”

E comunque, caro Gesù, Buon Natale un cazzo anche a te!

De puttanieri eloquentia

Tutti quanti abbiamo incontrato,  nella vita, persone che vivono all’interno di quei consessi sociali “particolari” che strappano, a seconda delle volte e delle circostanze, sorrisi o moti di disgusto. La normalità è una brutta bestia che ti spinge all’omologazione più bieca e irresponsabile e, quando qualcuno per intimo piacere o necessità ne esce, sporcandosi la fedina morale, finisce additato con un qualsiasi epiteto, in genere non particolarmente lusinghiero, che serve a marchiarlo davanti a tutti.

Le perversioni sono così tante e varie che sarebbe inutile raccontarle tutte.

Tra di esse ce n’è una che mi ha sempre fatto pisciare dalle risate. Lo so, detta così fa schifo, ma è la verità perchè l’ho sempre abbinata a un mio amico che ne rappresenta in tutto e per tutto l’emblema. Il puttaniere. Il vero puttaniere non è quello che comunemente viene additato come lo “sciupa femmine” di turno. No, il vero puttaniere è uno che non resiste all’impulso di pagare per soddisfare i propri bisogni anche se non ne ha alcun bisogno. Per far capire meglio è uno come Hugh Grant che può entrare in un qualsiasi bar di tutte le città del mondo e schioccare le dita per portarsi a letto chi vuole, ma decide invece di pagare un troione da paura su Sunset Boulevard che poi lo ricatta e lo sputtana in technicolor in tutto il mondo. Ogni volta che qualcuno del genere ci casca tutti a dire “è impossibile” , “lo hanno incastrato…” e bla e bla e bla. Chiunque ne ha conosciuto uno vero sa che ,invece, è una vera e propria malattia.

Conosco Roberto da quando avevamo dieci anni. Boy scout assieme e tutta la gavetta su su nella vita. E’ sempre stato uno bellino e pure molto intelligente. E’ diventato alla fine ingegnere elettronico e, al momento, è professore universitario tra i più stimati. Chi lo conosce superficialmente lo considera un uomo irreprensibile. Serio, pacato, come si compete a chi svolge il suo ruolo. Anni fa, in una cena, raccontò che diverse studentesse molto avvenenti gli avevano fatto capire che sarebbero stati disponibili a qualsiasi cosa pur di avere un bel voto e lui non aveva mai ceduto di un millimetro, le aveva addirittura fatte fatte piangere per la vergogna. Perchè a Roberto non sono mai interessate le donne belle o intriganti o sensibili o aggressive. No, a lui l’ ha sempre fatto uscire di testa pagare per avere il “servizio”. E’ sempre stato così fin dalla notte dei tempi.  Questa cosa è sempre stata un problema tra di noi perchè io, al contrario, nonostante non abbia mai avuto niente contro chi “fa la vita”, non mi sono mai avvalso delle loro prestazioni avendo sempre preferito, in caso di carestia, il vecchio evergreen del “fai da te”. Roberto invece è sempre stato un assatanato al limite del buon gusto. Ricordo di un volta che andammo in vacanza assieme nell’allora Cecoslovacchia e, poichè eravamo dei coglioni, rimanemmo chiusi la sera dentro il carcere dello Spielberg. Una cosa che, peraltro, non auguro a nessuno. Non sto a raccontarla tutta mi limito a dire che venimmo salvati da Olga, la bellissima figlia del custode del carcere che, manco a dirlo, non mi si filò di pezza innamorandosi del mio amico puttaniere. Il quale, ovviamente, la schifò preferendole mignotte doc praghesi che lo spolparono fino all’osso di ogni suo avere mentre la povera Olga che ci aveva seguito pensando di convincerlo a tornare sulla retta via, continuava a chiedermi perchè il suo amato Roberto le preferiva donne di tale fattura a lei che avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui.  Olga disse che avrebbe rinunciato a qualsiasi cosa per Roberto. Gli propose di seguirlo in Italia e di vivere per sempre assieme ma lui non sentì ragioni. Mi disse poi che non era in suo potere avere controllo su questa cosa che lo divorava dentro. Olga e tutte le altre che cercavano di salvarlo proprio non le vedeva e non gli provocavano alcuno smottamento inguinale, nè dell’anima. Anni dopo, convinto da qualcuno, aveva pure tentato la via del matrimonio. Si era scelto una super donna, da tutti i punti di vista, ma era durata pochissimo. E’ difficile da credere, ma un genietto della matematica come lui non sopportava il modo non scientifico in cui lei metteva i piatti e i bicchieri dentro la lavastoviglie. Un sera davanti a una birra mi confessò che di tutta la sua esperienza matrimoniale l’unica cosa che ricordava con piacere era stato l’addio al celibato, organizzato dal fratello, che conoscendolo gli aveva portato un menu di puttanoni che lo aveva mandato fuori di testa, perchè il fratellino, aveva avuto il colpo di genio di far pagare tutta la festa al festeggiato.

L’entropia poi è calata su di noi e ci siamo persi, come capita quasi sempre.

L’ho rivisto ieri sera per caso. Ero a Montecatini Terme, per lavoro e l’ho incrociato mentre stava uscendo da  un albergo in pieno centro. Ancora un gran bell’uomo, molto ben vestito, non si era accorto della mia presenza fin quando non l’ho chiamato. In quel momento è come se tutti questi anni si fossero azzerati e siamo tornati, per un attimo, a com’eravamo ai tempi del carcere su a Brno. Ha preteso che io lo seguissi in un bar e gli raccontassi della mia vita e io parlavo, parlavo ma, all’improvviso mi è venuto come un flash e ho capito. Montecatini Terme non è una cittadina qualsiasi. E’ un posto di plastica famoso per le terme dove fanno in modo di farti cacare l’inverosimile (da qui il detto “chi visse sperando mori a Montecatini”) ma sopratutto è la capitale del sesso in Toscana. Quello d’alto bordo. Il bunga bunga, per capirci, l’hanno inventato qua. Russe, slave, marocchine, scandinave, c’è di tutto. Basta pagare. Puttan town, la chiamiamo. Lo guardo e gli chiedo, balbettando: “Ma tu……, qua…..” E’ ingegnere e capisce al volto. Mi sorride e mi dice: “E certo scusa. Occorre razionalizzare. Montecatini è il Paese dei Balocchi per quelli come me.” Decido di non approfondire il discorso. L’avevamo fatto così tante volte che non valeva la pena farlo di nuovo. Lui però aveva voglia di dimostrarmi il suo punto di vista. Era chiaro che ne sentisse proprio la necessità.

“Vedi Masticone, il potere di far fare a una donna qualsiasi cosa tu le chiedi senza coinvolgimenti emotivi è una cosa che non ha eguali”

“Si, si, certo capisco.”

“No, tu non capisci. Non hai mai capito un cazzo. Senza offesa eh? Tu non comprendi il potere di far fare a una donna quello che vuoi senza averla come schiava, ma anzi pagandole il servizio che ti rende”.

“Ti giuro, l’ho capito.”

“Naaa, sei la solita fava, dici così solo perchè non ti va di discutere con me e ammettere che  costa più a te mantenere una qualsiasi relazione con donna “normale” che a me fare il beato porcone con donne “speciali””

“Guarda che se rinasco voglio fare il puttaniere anche io. Ti invidio”

“Mi prendi per il culo lo so. E io ti dimostro il potere che ho.”

In quel momento ci raggiunge al bar una super mega figona russa che avrebbe potuto benissimo fare la Bond girl. Si vedeva che era in confidenza con Roberto. Insomma doveva essere un cliente abituale.

“Svetlana ti presento il mio amico Masticone.” La donna mi guarda per una trentina di secondi. Un check-up completo e sono certo che comprenda che io non potrei mai permettermi nemmeno una sveltina con una come lei e mi sorride con la supponenza di chi si sente superiore. Vorrei ribellarmi e dirle qualcosa di brutto ma suonerebbe falso e risulterei ancora più ridicolo quindi taccio sforzandomi di non guardarla nonostante sia una di quelle dalle quali togliere gli occhi di dosso è veramente difficile. Roberto che aveva capito ogni cosa mi guarda e mi fa: “Adesso ti mostro il potere del soldo” Poi si gira verso Svetlana e le dice: “Per cortesia, adesso usciamo e tu fai una pompa al mio amico Masticone ok? Offro io.” La signorina non si scompone per niente e china la testa come a dire “messaggio ricevuto”. Poi mi prende per mano e mi fa “Vieni con me”. Sottintendo, “che te lo faccio vedere io il mondo al quale tu non potrai mai avere accesso”. Le scosto la mano, le sorrido e le rispondo, balbettando:

“Grazie mille, guardi, davvero. Come se avessi accettato.”

La donna guarda Roberto con fare interrogativo. Lui si sta sganasciando dalle risate “Oh, ma sei sempre il solito finocchio!”

“Che vuoi, chi nasce storto non può mica morir dritto” gli rispondo.

Ci lasciamo poco dopo raccontandoci che ci saremmo rivisti il prima possibile, sapendo invece che non sarebbe affatto successo. L’ho visto allontanarsi sotto braccio alla donna che gli costerà un’occhio della testa ma che sembra farlo così felice. Tornando a casa mi è tornata in mente Olga. Adesso sarà sposata con un contadino e avranno tre o quattro figli, soffriranno gli effetti della crisi economica e arriveranno a stento a fine mese. Eppure mi sa che gli è andata di lusso e, in fondo in fondo, ha avuto un gran culo a vivere in quel modo.

 

 

I miss you

Frequentate mai la malinconia?

Vi capita di essere arpionati a tradimento da un’inspiegabile tristezza?

Magari stai prendendo un caffè. Magari non hai ragioni per sentirti meno che sereno. E poi capita che all’improvviso ti venga in mente una persona che per te è speciale, lo è stata e sempre lo sarà e che non sai che fine ha fatto. Nè perchè ha deciso di cacciarti dalla sua vita. Non sai nemmeno perchè non è là con te a sorriderti e a dirti qualche stupidaggine solo per farti star bene. E ti manca in modo tremendo e che non sai come farglielo sapere. E cosi te ne rimani con la tazzina del caffè in mano, con la faccia ebete di chi sa di aver perso qualcosa che nessuno gli potrà mai ridare con la barista che ti chiede se per caso va tutto bene perchè la preoccupa la faccia di cazzo che nel frattempo hai messo su. Non che prima fosse migliore, ma il fatto che una rincoglionita con il grembiule si senta in dovere di preoccuparsi per te è sintomo che devi proprio star male. E quel qualcuno, adesso invisibile, ma che un tempo è stato a fianco a te e che ti ha stregato il cuore, oggi ha deciso di non mollarlo piu. E ti strattona forte e ti porta lontano. Tra le cose vissute,  gli amici conosciuti, le passioni esplorati. E per un momento ti senti meglio, per un momento ti sembra di stare a casa, la piu grande casa dell’uomo: la memoria.

E pensi anche che, dovunque sia con chiunque sia, qualunque cosa faccia, forse, per una serie causale di eventi sta forse pensando a te nello stesso momento con la stessa intensità. E allora vai fino in fondo seguendo il demone della tua follia e pensi che, se lo scrivi, da qualche parte forse il signor Universo farà in modo che quella persona per una sorta di assurda coincidenza legga queste stupidaggini e capisca che sono per lei e che riconosca dietro un nick assurdo qualcuno che è stato importante e che la sta chiamando. Solo per dire “Ehi brutta merda, mi manchi sai, sei stato stronzo ma mi manchi da morire?” E che cosa ci sarebbe di più fantastico che dopo non arrivasse anche un fenomenale e banalissimo “Ma sai, testa di cazzo, che anche tu manchi a me?”.

Ma qualcosa mi dice che non arriverà proprio un bel niente invece.

Perchè ,al signor Universo, i fratelli Grimm e Andersen stavano profondamenti sui coglioni.