I’ll have to say I love you in a song

Non ho mai creduto alle coincidenze. E di nuovo oggi è capitato qualcosa che mi ha fatto pensare che c’è un progetto superiore. O  che ne so, magari è tutto casaccio ma a me piace pensare diversamente.

Stasera sentivo il bisogno di sangue. Sangue vero. Stasera qualcuno, più d’uno, almeno un paio di persone, ha rischiato di venire ucciso. Sono un pacifista convinto ma so che, in determinate condizioni, come tutti credo, potrei uccidere. Anche se in questo caso una delle potenziali vittime sarebbe stata una vittima di se stessa che si fa mettere il guinzaglio e poi si mette a quattro zampe e fa il cane abbaiando ai presenti. Per inciso la stessa che si fa pisciare addosso e di cui mi pare avevo già parlato. Tutto questo non da me, tengo a precisare. Eppure vivendo nelle sue fantasie monomaniacali mi ha complicato una vita già bella incasinata di suo. Sentivo la voglia di far del male a lei al su’ babbo a tutti i suoi fratelli e pure alla polizia se fosse intervenuta e a un paio di amichette sue che si spacciavano anche per mie. Non l’avrei mai detto ma a volte NON scopare qualcuno sembra che sia un reato. Amichette incluse. Ma non voglio parlare di questo. Il punto è un altro.

E’ successo qualcosa che mi ha fatto dimenticare tutti i propositi bellicosi e pensare che chissenefrega di poveracce disperate. Cosa? Mi ha chiamato un amico. Una persona che stimo molto. Uno che aveva voglia di sapere come stavo. Uno dei pochi di questi tempi. Il tipo è uno delle persone migliori che abbia mai incontrato. Ha una testa migliore della mia (lo so ci vuole poco) e un cuore che non ti aspetti. Gli chiedo poi come gli vanno le cose e lui si lascia andare e mi racconta una storia che mi ha fatto piangere. Altro che la povera disadattata psicolabile. Male vero. Mi racconta della storia con sua moglie che dura da 30 anni. La ama ma non riesce piu a star con lei. Perchè lei non vuole dargli la favola. Non più. Lo incolpa di tutto. Anche del freddo che fa spelare le mani di questi tempi. Lo fa sentire una cacca in ogni modo. Mi dice che  tre settimane fa fa crack e decide che è finita ma, ed ecco il gran cuore, poichè la moglie ha una cosa speciale in ballo da vivere con una sua amica decide di ingollare tutto per non rovinarle quel momento che sapeva che lei tanto aspettava e di procrastinare il momento. Adesso però non sa che strada prendere nel bosco perchè deve scegliere e non sa dove andare e che fare. Vorrebbe tutto e il contrario di tutto. Anche lui nella no man’s land. Vorrebbe lanciarle un salvagente per salvare la sua storia e allo stesso tempo mollare gli ormeggi e sparire nel buio.

E all’improvviso ho visto la luce. Nelle sue parole. E gliel’ho pure detto. Io lo invidiavo. 30 anni con la stessa donna. Se fossi al bar con gli amici lo prenderei per il culo e gli direi che è un maniaco e che solo un pazzo può stare con una donna sola tutto quel tempo. Invece nel mio cuore lo invidio da morire. Perchè io di donne non so più nemmeno quante ne ho avute. Sono bruttoccio, incazzoso e squattrinato eppure attiro psicotiche che sembro una carta moschicida. Ho smesso di contarle un secolo fa. Cento? duecento? con onestà non lo so. E dico questo non con l’arroganza di chi se ne vanta al bar ma con la tristezza di chi vorrebbe dire esattamente il contrario. Una. La sola. Gliel’ho detto e l’ho supplicato di non mollare, di non fare la mia fine. Credo che lui non mi abbia preso sul serio. Invece lo ero. Come sono serio adesso a dirne un’altra ancora più grossa. Perchè nella mia folle paranoia io sono convinto di non essere in debito con nessuna di queste donne di cui dicevo. Con tutte loro, tutte, io sono certo di aver dato molto più di quel che ho preso. In termini di energia e sentimento e passione e spinta ad andare avanti. Con tutte loro io mi sento in credito. Immagino che questo valga un po’ per tutti, non lo so, ma io dentro di me ho una mia contabilità e non ho mai chiuso nessuna storia, anche quelle da quattro soldi, fin quando non fossi stato io il creditore. Questa è sempre stata la mia solita unica regola di vita in questo campo. Il resto non ha mai contato.

Con tutte tranne una.

E stasera, no meglio, anche stasera, ho pensato a lei. Una donna speciale. Una donna speciale davvero intendo. La persona che avrei voluto fosse la sola. The one and only. Una che era entrata nella mia vita accettando l’inaccettabile dal suo punto di vista, solo per amore e che io sono riuscito a ferire anche se non era quella la mia intenzione. La sola donna che io abbia davvero mai amato. Lei ogni tanto viene anche a leggere queste pagine sul web e allora anzichè far del male a qualcuno  di cui in fondo non mi importa proprio niente se vive o muore, voglio invece dirle che io la amo ancora e che quando si ama nel modo in cui noi ci siamo amati è per sempre. Voglio farlo con una canzone di Jim Croce che mi scuserà se prendo le sue parole a prestito.

Ma lei sa perchè lo faccio.

Se una notte di inverno un viaggiatore

La quinta legge della Mastercard recita così ci sono cose che non si possono comprare perché sono di qualcun altro, per tutto il resto c’è Mastercard. Ma se proprio vuoi cose che non si possono comprare perché sono di qualcun altro, fatti eleggere Papa.

Ma una cosa che non può fare nemmeno il vicario di Dio è regalare una serata meravigliosa con amici stupendi come è stata quella di ieri sera.

La cena con:

http://en.gravatar.com/elinepal#photo-0

http://en.gravatar.com/wishakamax

e la partecipazione straordinaria emotiva di

http://en.gravatar.com/attendereesperare

è stata una delle cose più belle che mi siano capitate in questi ultimi anni.

Sentirsi a casa con gente speciale mi ha fatto sentire meno solo nell’anima.

Grazie amici, vi porterò nel mio cuore  ovunque andrò e avrete sempre là dentro un posto in prima fila.

Un po’ come l’abbonato Rai.

Siete speciali.

Ah, per chi fosse interessato, al ristorante di Max fanno la migliore (a)matriciana che ho mai mangiato con la ricetta originale di Alda Boni e lui mi ha dato persino la scintilla a per cercare risposte diverse su cose che mi angustiano da secoli. Pure grandissimo teorico della dieta MDM-MDP ha bellissime figlie super intelligenti in età da marito e non è minimamente angustiato da ‘sta cosa. Boh, come minchia farà….

Elinepal invece sa organizzare cose ed eventi come poche volte ho mai visto. Se mai doveste aver bisogno di una professionista vera in questo campo lei è il top. E poi è super gnocca. No per dire. Dormire sul suo divano è stato difficilissimo. Ho provato a entrare di nascosto nel suo letto di notte per fregarla e metterla di fronte al fatto compiuto ma lei, che doveva aver capito le mie intenzioni, s’è chiusa in camera da letto e non è stato possibile mettere in atto il piano segreto.

9dropofink ha oggi esame orale e non è venuto ma si è peritato di farci sapere che gli dispiaceva tanto. E’ la prima volta che sono stato contento di non aver visto chi avrei voluto. Se fossi infatti venuto ieri sera sarebbe stato solo perché era stato bocciato allo scritto. E quindi non vederlo arrivare è stata una cosa fantastica.

Assurdo no?

Detto tutto ciò

Vi voglio tanto bene

Grazie del regalo…

Casa dolce casa

Esiste qualcosa di più palloso di una “Premessa”?

Insomma, quando qualcuno comincia con il dire “Voglio fare una premessa….” la prima cosa che, a me, passa per la testa è “ma vattene invece un po’ affanculo..”. Nel mio caso credo che ciò sia imputabile al fatto che, studiando economia, mi è venuta la nausea a furia di sentire i famosi “postulati iniziali”. Mi ricordo la prima lezione  di Economia Politica I. Ero matricola e il professore ci disse che per farci comprendere meglio che cosa fosse questa cosa enorme l’ECONOMIA” il cui studio ci aspettava negli anni a seguire, ci avrebbe raccontato una barzelletta. Che non faceva nemmeno ridere, ma che spiegava bene il concetto. A memoria mi pare facesse più o meno così (un po’ riaggiustata..): Un ingegnere, un matematico e un economista devono spiegare come riusciranno ad aprire una scatoletta di tonno. L’ingegnere comincia a dire che la leva posta sotto il baricentro dell’asse semi-ortogonale del corpo, farà scattare una forza quantistica tale da permettere all’ellissi del pendolo di Foucalt di aprire l’oggetto della questione. Il matematico invece dice che secondo il logaritmo della mi’ fava elevato alla radice quadrata del cervello di Berlusconi (lui c’è sempre stato) se rapportato al Quantum leap potrà creare la formula perfetta per aprire l’involucro di cui si sta discutendo. Arriva l’economista è dice: “Premettendo di avere un apri scatole….

Che voglio dire?

Non lo so. Ma mi piaceva.

Rimane la questione che, a me, le premesse, stanno solennemente sui coglioni. Eppure, adesso, per giusto contrappasso, devo farne una io. Sono una contraddizione vivente, me ne rendo.

La devo fare perchè altrimenti correrei il rischio di essere preso per un megalomane e non vorrei che si creasse un movimento di piazza per fare “Masticone Santo subito”. E io in paradiso ancora non intendo andarci. Insomma amici, non solo non sono un santo, ma sono pure  pieno di difetti ecco. Voglio dire questo. Questa era la premessa di questo post. Non ha caso avevo già scritto “Outing”. L’obiettivo di esso era dire di me. Ammettere che sono un porcone, perché quelle cose le faccio davvero, tralasciando tutti gli altri difettucci che tendo a mascherare per una sorta di pudore. Quali? bah, una marea. Mi cambio poco le mutande e le calze solo quando sono cartonate ad esempio. Dico una marea di parolacce e ogni tanto bestemmio. Sono ansioso e spesso mi scordo che chiedere alle querce di fare i limoni non è un esercizio molto intelligente. Non basta? vado avanti.  Sono pigro e pesante e pedante. Oppure si, ecco: mi piace annusare le scoregge sotto le coperte. AAhhhhhh vi vedo, con la faccia schifata.  Finalmente. Ecco, proprio quella. Vi voglio con quella faccia schifata. Ora, qua, adesso.

Il motivo per cui desidero che abbiate quel moto di schifo nei miei confronti è che sto per parlare di una cosa che può far venire il mal di pancia, alle persone più sensibili. Specie se a raccontarla è uno che ama mostrarsi lindo e pulito. Beh, io non lo sono. Sono zozzo e men che meno uno che ha la coscienza immacolata. Anche se poi non ho mai ben capito che cosa essa sia davvero. Non sono un grillo parlante e non mi piace chi gioca a farlo. Sono solo uno che, come tutti, ha preso a cuore certe cose più di altre. Niente più di questo. Alcuni, ad esempio, credono ancora  nella possibilità di rifondare la Repubblica cambiando la costituzione, altri si impegnano strenuamente per mantenere l’acqua pubblica. Bene, tutti questi hanno la mia massima stima e incondizionato appoggio. Io però sto invecchiando e credo che certe guerre non si vinceranno mai davvero. Forse qualche battaglia qua e là si, ma la guerra è persa perchè quando si raggiungono certi cambiamenti significativi è già tempo che ce ne debbano essere altri.

Ho deciso da tempo di impegnarmi solo per piccole cose, ma che posso vedere sviluppare davanti ai miei occhi. Solo Microeconomia e al diavolo la Macro. Anche se poi non è esattamente vero nemmeno questo perché io sento mio, forte, pesare  dentro la mia anima, un problema che in realtà è una guerra e che si svolge in ogni città, italiana e non. Perché se posso vivere più o meno serenamente anche con una costituzione fuori tempo e per molti aspetti oggi anacronistica o con società private che fanno pagare l’acqua ma che almeno non la sprecano facendo manutenzioni agli acquedotti, non riesco proprio a farlo quando vedo la gente che vive per la strada. A seconda della latitudini, ognuno di questi invisibili viene chiamato homeless o clochard o barbone o pudel, ma la loro esistenza,  si riassume in un’identico risultato finale: la perdita della dignità e del diritto fondamentale alla casa. Ed è uno dei più grandi scandali del nuovo millennio. Una società che si ritenga civile, che ami considerarsi tale, non può e non deve permettere una cosa simile. E non dovrebbe nemmeno fare come Rudolph Giuliani a New York quando nell’arco di tempo del suo mandato li ha fatti sparire tutti, per mostrarla più bella e linda ai turisti, obbligandoli a vivere dentro i tunnel della metropolitane o nelle fogne della città. Lui sosteneva, proprio come il suo amico Ronald Reagan, infatti, che i senzacasa sono quasi sempre persone che volontariamente scelgono di vivere all’aria aperta, sotto un cielo stellato, o che comunque non hanno un lavoro per pura pigrizia.  Per quell’amministrazione la povertà era un vizio. Per quella società è normale che capiti questo.

Noi pensiamo di essere diversi. A noi piace pensarci più evoluti degli americani, attenti solo al profitto o degli estremo orientali che vittime del capitalismo selvaggio post moderno se ne fregano dell’ambiente e dei diritti dell’uomo. Noi, europei, abbiamo l’arroganza di crederci culturalmente superiori e quindi più evoluti anche nella salvaguardia dei diritti degli esseri umani. Eppure, magari non ve ne ne siete accorti perché non fanno notizia e non vengono raccontati, ma anche da noi, con il freddo pungente di queste settimane molti di essi muoiono nel silenzio che ha accompagnato la loro vita di “invisibili”. E tutti quanti facciamo finta di non vedere praticando un amnesia selettiva. Pensiamo che in fondo la cosa ci riguardi, si, ma solo un po’. Eppure, ogni giorno, cadono vittime della loro miseria che non fa notizia,  uomini e donne, vecchi e ragazzini, che diventano vittime di un ordine sociale ingiusto. No. Di più. Mostruoso. E finiscono per vivere in ripari fatiscenti in cui bivaccano, bevendo acqua malsana con carenza di igiene che li espone a malattie che molti di noi si sono pure scordati. Le  immagini degli invisibili sono sempre le stesse per quanto con pose e background e quindi location diverse. E ogni volta mi sale dentro una rabbia tremenda quando li vedo, nelle stazioni o per le strade con la bottiglia di vino vuota, un sacchetto di plastica o un vecchio borsone dove stipare le poche cose, in fila in parrocchia o alla Caritas o su una panchina. Un po’ di cartone per tetto o un po’ di fuoco per riscaldarsi.

La perdita del lavoro è una delle tre cause principali della “discesa” in questo mondo: le altre due sono la separazione da un coniuge o dai figli e una cattiva condizione di salute. In alcuni casi, gli homeless hanno vissuto tutt’e tre queste esperienze. Ogni “senza fissa dimora” ha una storia diversa, ma per tutti arriva  nello stesso punto: la strada. E, quando si sta seduti sul marciapiede rimettersi in piedi è molto difficile. E poi ci sono delle vergogne nazionali che tutti sappiamo ma che ci tacciamo solo perché è brutto parlarne. Perché sono certo che anche voi sappiate che chi non ha fissa dimora non ha diritto alla sanità pubblica. E non pensate che sia un’aberrazione che non può essere accettata da persone che hanno una sensibilità verso gli altri appena tollerabile? Sapete di sicuro anche che chi non ha fissa dimora non ha diritto ad avere il rinnovo dei documenti, peraltro obbligatori. E che quindo può essere arrestato anche solo per questo.

E soprattutto sapete che solo la metà dei servizi che offrono prestazioni necessarie alla sopravvivenza fisica dei senzatetto ricevono finanziamenti pubblici?

Non sono qua a sbandierare alcun vessillo. Nè a dire che dovete unirvi a me, a noi, ai tanti che credono che la battaglia per difendere queste persone sia una delle priorità di questi anni. Un individuo ha il dovere di aiutare queste persone, non per compiacersi, ma per dare la possibilità a tutti di camminare con le proprie gambe, di andare avanti e superare le difficoltà, di rientrare dalla marginalità per ritrovarsi di nuovo protagonisti della comunità. Come? Facendo piccole cose. Alcune di buon gusto. Innanzi tutto mi piacerebbe che provaste a boicottare le aste giudiziarie. Provo un’antipatia innata contro gli sciacalli che si approfittano delle disgrazie degli altri. Ho subito personalmente un pignoramento di Equitalia e so di che tipo di violenza si tratta. Con grandissime difficoltà ho bloccato la vendita giudiziali di ricordi di famiglia.  Molte delle persone che sono per strada hanno avuto esperienze simili, finite peggio della mia. Conosco un tipo che, ad esempio, vede ogni giorno un notabile distinto che fa bella mostra  di cose che gli appartenevano e che per disastri economici gli sono stati portati via. Poi se provaste a essere meno spocchiosi con gli immigrati che vi chiedono di lasciargli l’eurino che è dentro il carrello quando andate a far la spesa non fate mica peccato sapete? e se ogni tanto offrite un pasto caldo a chi vive di panini con la mortadella magari potete anche pensare di essere stati davvero utili almeno per qualcuno, che è molto di più di quanto possa dire la maggior parte degli esseri umani.

E se proprio non vi va, non avete tempo da donare o avete altri problemi che vi impediscono di fare attività sul territorio provate a innamorarvi di qualcosa che lo faccia per voi. Progetti come questi ad esempio:

http://www.progettoarca.org/PA/info/home0.cfm

http://www.homelessworldcup.org/

http://clochardallariscossa.org/

ma ne potete trovare quanti ve ne pare.

Perchè i sogni di quando eravamo bambini a volte finiscono dentro scatolette e vendute alle aste giudiziarie e comprate da brillanti economisti che sanno fare affari di conto ma che non hanno alcuna idea di dove trovare l’apriscatole per aprirle e lasciarli liberi di circolare di nuovo

E come recita uno dei blues che più amo, scritto da Bessie Smith, non puoi mai sapere quando e come cadrai e quando succede, stai sicuro che faranno di tutto per far finta di non sapere chi sei o chi sei stato.

Stai attento…

Chiunque si diletti o ami la “teoria dei giochi” psicologici, sa perfettamente che uno dei più noti e devastanti per la psiche di ogni essere umano è quello conosciuto con il nome:

“Stai attento.” - “Te l’avevo detto”

Non sto qua ad ammorbare tutti con i suoi dettagli e per chi fosse interessato rimando al libro oramai cult “A che gioco giochiamo?” di Eric Berne, che, a modesto parere del cazzaro che vi scrive è uno dei “must” imprescindibili da leggere e da avere sugli scaffali  della libreria di casa nell’attuale cultura contemporanea. Se solo infatti riuscissimo a fare nostro il dieci percento di ciò che vi è spiegato la nostra vita migliorerebbe in modo esponenziale. Per sintetizzare ai minimi termini dico solo che, in genere, questo “gioco” si svolge allor quando qualcuno, che in un certo  contesto assume natura genitoriale, si rivolge a qualcun altro indicandogli in modo perentorio di “Stare attento” a fare qualcosa, riempiendo così di significati gli spazi che sono di competenza di un altro, instillando, spesso, dubbi e fisime che portano al fallimento. E quando poi avviene il disastro, conclude con il rafforzativo  “Te l’avevo detto”  che completa la distruzione dell’autostima dell’altro non rendendosi conto invece che il fallimento è stato creato dal clima di sfiducia e che è solo l’aspettativa dell’errore a generare poi, di fatto, l’errore stesso, e non tanto la reale incompetenza .

E’ classico l’esempio del bambino che cammina bene senza problemi in un posto dove occorre mantenere l’equilibrio ma che, non appena la madre gli urla “Stai attento che cadi” lui puntualmente casca e si fa male, rafforzando nell’adulto la convinzione di avere avuto ragione, senza accorgersi che è stata in realtà la sfiducia a creare il malestro. E così, proseguendo sul falso sentiero, sempre più spesso colui che si si erge ad “adulto” comincia a preannunciare e predirre ciò che deve accadere, offrendo al bambino (o all’amico) una realtà sempre più impregnata del pensiero e dell’azione di qualcun altro.

Avendo tutto questo ben chiaro in testa, o almeno così pensando, mi sono dovuto trovare ad affrontare una situazione di crisi simile,  a quella di JFK quando i russi volevano mettere i missili a Cuba. E , mi sa, che anche io ho avuto la mia bella disfatta alla baia dei porci.

Ieri sero ero con mia figlia Virginia e gli ho chiesto che cosa le piacesse di più del programma natatorio in piscina che fa con quelli della scuola che frequenta. Mi aspettavo che mi dicesse, che so, ” i tuffi” o  il fatto che stesse imparando a nuotare bene o cose simili. Lei invece se n’è uscita con:

“Beh guardare negli spogliatoi di nascosto il sedere e “il pipo” dei compagni di classe”

Super GUUUUULP, fumetti in TV-uuuu.

Salivazione azzerata. Le reminiscenze della lettura di Berne mi strozzano in gola la cosa che vorrei urlarle “Stai attenta  perchè se continui così diventi una mignottazza in tre balletti e senza nemmeno passare dal via…” Mi limito così a chiedere una cosa che peraltro mi è chiarissima. Così, solo per farmi male.

“I’cchèèè???????”

“Il pipo o come tu lo chiami babbino?” – No, io chiamo la tu’ mammaccia e gli dico che è l’ora di farla finita con questo permissivismo del cazzo – penso – e penso pure che mai ridondanza sia mai stata più orribile – ma taccio e mi sforzo di sorriderle. Caspita, sono uno che ha imparato a controllare gli scatti di rabbia. Metto su una faccia che deve essere stata la stessa che aveva mio padre quando, secoli fa, gli dissi “Babbo, babbo, ho scoperto un nuovo gioco ganzo un casino”

“E com’è?”

“Beh se mi struscio sul materasso a pancia sotto ho scoperto che avviene una specie di mutamento nel corpo che mi piace tanto e che poi mi provoca espulsioni di cose liquide e appiccicose è vero, ma è davvero ganziale, credimi.”

“Ah si, la transustanziazione ” fece il mio vecchio “lo conosco anche io. Però dammi retta, giocaci quando proprio non puoi farne a meno. Fa male.”

Io però mica gli ho dato retta. Io c’ho giocato eccome. Anzi c’ho preso cosi gusto che pure da vecchio se mi capita…

Comunque, sapendo che non era il caso di dire a Virginia di non guardare “i pipi” dei suoi compagni perchè era la volta buona che ci si sarebbe messa di impegno a farlo, ho creduto saggio fargli il discorsetto romantico che pensavo fosse d’uopo, non avendo minimamente chiaro che lei non era proprio in grado di seguirmi:

“Vedi amore, ricordati sempre, che quando fai certe cose, di metterci un po’ di cuore. Non importa altro che questo. Sforzati di usare il cuore sempre e comunque e di non farle solo  per il gusto.”

“Si ma quando uso tanto il cuore poi mi spinge la pancia e mi viene sempre da ruttare.”

“Ecco, proprio cosi, hai capito tutto. Rutta amore, rutta che ti fa bene.”

Nel frattempo incontriamo uno dei compagnucci suoi, uno che viene adorabilmente appellato dagli amici con un vezzeggiativo che lo descrive alla perfezione “Filippo la Teppa”.  Faccia da marrano, modi da buzzurrone, sguardo burroso. Potrei portare il suo già bel curriculum vitae  e accettare scommesse su cosa possa diventare da grande. Mi limiterò a dire solo che non è esattamente, il primo della classe.  Atmosfera molto friendly. Troppo friendly. Il ragazzino è con la famiglia.  La mamma, una bionda sfiorita che sono certo negli anni ottanta mieteva vittime su vittime tra gli uomini ma che si muove come se non avesse compreso che sono passati 30 anni da allora, mi sorride e fa:

“Rischiamo di diventar parenti sai?”

Faccio finta di non capire. Cerco di trovare il modo per sgattaiolare via perchè ho brutte sensazioni addosso. Il padre invece,un energumeno con la voce e i modi che un camallo che lavora al porto di Livorno sembrerebbe un gentleman inglese, mi incalza.

“Sapere che Filippo ha imparato il bacio cin-cin da tua figlia mi rende orgoglioso sai?”

Sangue alla testa.

Ufo Robot, Ufo Robot Ufo Robot, Ufo Robot- Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole fra le stelle sprinta e và…

Guardo Virginia e gli dico a voce bassa, guardando per terra, sperando in una sua bugia pietosa.

“Cosa è esattamente il bacio cin-cin tesoro?”

E lei non sapendo che avevo già armato l’alabarda spaziale mi mostra un movimento secco della lingua stile serpente.  Essa che entra e esce dalla bocca. Naturalmente dura a lungo. Filippo il marrano gongola allo stesso modo cinguettando Cin-cin, cin-cin, cin-cin. L’idiota.

Lancia laser che sembran fulmini, è protetto da scudi termici sentinella lui ci fà…quando schiaccia un pulsante magico lui diventa un’ipergalattico lotta per l’umanità…

“Beh vorrà che usciremo una sera tutti assieme così ci conosceremo meglio…” fa la mamma del piccolo maialino a cui vorrei estirpare il pipo prima che ne faccia un uso sbagliato.

“E’ un periodaccio..”

“No dai, ci farebbe tanto piacere.”

“Non appena possibile”

“Si dai, anche i ragazzi sarebbero felici..” rilancia il padre-bestione.

“Appunto, quindi sto-cazzo” – questo però non glielo dico.

“Adesso vediamo…”

Adoro l’espressione “Vediamo”. Sembra che al suo interno ci sia tutto e invece non c’è niente. Come dentro di me.

Piu tardi in macchina, riacquistato il controllo mi decido a sfogare la mia rabbia su mia figlia e a brutto muso gli urlo:

“Stai bene attenta sai, perché se cominci a giocare con i baci cin-cin poi si passa ai baci cin-cion e non va bene. E se me ne accorgo ne buschi. E non mi dire che poi non te l’avevo detto…”

E come amava dire il grande Nick Carter:

“E l’ultimo chiuda la porta”

Le cose assurde che cambiano la vita

Difficile negare che i giovani, oggi, vivano con l’assillo di molti problemi. Per loro fortuna sono almeno dispensati  da una cosa che toglieva la serenità a quasi tutti quelli del mio tempo: il servizio militare. Inutile farne la storia ed elencare i suoi (pochi) benefici e i (tanti) disagi.  Quando fu il mio turno ero già grandicello e questa cosa aggravava il malumore nell’avvicinarmi ad esso. Tutti coloro che andavano all’Università, infatti, avevano il terrore di doversi sottoporre, a 25/26 anni, al nonnismo idiota di ragazzini dementi che magari appena 18enni, spesso, manco avevano la proscienza elementare. Mi sembrò così di sognare quando scoprii che avrei potuto farlo, invece, con relativa facilità come ufficiale di complemento in Guardia di Finanza.  Detta facilità consisteva nel fatto che i posti erano riservati unicamente a laureati in economia o giurisprudenza e questo tagliava fuori una marea di gente. Soprattutto però,  l’esame per entrare era solo per titoli. Nessun esame. In altre parole contava unicamente il voto di laurea. Per quelli come me, con la lode, l’accesso in accademia era, quindi, di fatto, matematico. Si trattava solo di superare delle prove fisiche e dei test psico-attitudinali. Insomma una pura formalità.

Si. Per gente normale.

Non per un Minus Habens come sono io.

Perché io, se ho una qualità, è quella di incasinare le cose semplici. In quello sono un vero asso. E’ più forte di me. C’è chi nasce con il pollice verde, chi pescatore, chi giocatore di calcio. Io nasco testa di cazzo. Sopraffina, è vero, ma questo non è per niente consolante. Non so, davvero. Credo che sia una specie di cromosoma sbagliato, quello che mi impone di andare a cacciarmi in toboga di merda dai quali ne esco sempre, immancabilmente, ammaccato.

Le prove fisiche furono in effetti una cosa ridicola. Il test psico-attitudinale lo sarebbe stato se solo avessi dato retta al buon senso del buon padre di famiglia che avevo pure studiato negli esami di diritto. C’erano un centinaio di domande volte a comprendere lo stato psicologico del candidato. Era del tutto evidente che avevano bisogno di pezze di appoggio per dimostrare che i futuri ufficiali fossero delle persone quanto meno equilibrate.  Era composto con delle frasi lasciate a metà e noi dovevamo finirle aggiungendo il nostro pensierino. Cose del tipo: “Le persone alle quali voglio più bene nella vita sono…….”, oppure “Se incontro due individui per la strada che litigano io……” e via di seguito. Mentre stavo pensando all’enorme perdita di tempo e alla noia che mi era presa, inserendo pensierini dementi sul fatto che “se faccio un incidente stradale….farò  di tutto perchè si possa  compilare amichevolmente il Cid”, mi imbattei in una frase che mi fece profondamente incazzare. Proprio dentro.

Era questa (giuro su qualsiasi cosa) :

“Merita di morire chi………..”

Andai in bambola. A  quel tempo non ero in grado di gestire bene la rabbia. Non che oggi sia diventato un maestro, ma allora era peggio. Molto, molto peggio. Lasciai lo spazio bianco e finii tutti gli altri pensierini. Mancavano ancora quaranta minuti alla consegna. E per quaranta minuti mi sono logorato nel pensare cosa scrivere che non fosse una cosa che andasse contro i miei principi. Alla fine presi la decisione: feci un rigone con la penna sopra quella cosa e scrissi “Vergognatevi: secondo me, nessuno merita di morire”. E consegnai. Dovevamo aspettare il responso. Gli idonei sarebbero stati lasciati uscire subito, i rimandati avrebbero fatto anche gli orali. Inutile dire che fui rimandato. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere in vita mia. Non una bella sensazione. Il peggio però doveva ancora venire. L’esame orale era davanti a un capitano e a uno psicologo. Mi fecero sedere e mi mostrarono il  “compito” che avevo consegnato e il capitano mi disse:

“Ma si rende conto cosa ha fatto?”

Ora. Ecco. Brutto testa di minchia. secondo te? – pensai. Mi limitai solo a rispondere: “In effetti, lo ammetto, il rigone è venuto storto. Mi scusi”

Mi massacrò. Una serie di contumelie difficili da incassare. Lo psicologo accanto a lui, guardava da un’altra parte, credo per l’imbarazzo e spero, vergogna. La voglia di saltargli addosso era tanta e, forse, chissà,  fosse ciò che voleva. Rimasi zitto. Mi ricordai che mia madre mi aveva insegnato, da piccolo, che una bocca zitta ne zitta cento. Non dissi una parola. Continuò dicendo che non era importante cosa pensavo, ma solo che ubbidissi. Non importava se ero a favore o contro la pena di morte dovevo solo rispondere e ubbidire. Cancellando la frase era, per lui, come se avessi fatto un colpo di stato. Ero diventato un pericoloso sovversivo. Mi ero messo contro il sistema. Se ci penso oggi mi viene da ridere ma in quel momento schiumavo rabbia.

“Lo ammetta Masticone, lei è un anarchico di merda. Lo dica chiaro. Mostri coraggio una volta e non si nasconda come fate sempre voi altri” . Era troppo.

“Solo se lei ammette che sarebbe voluto entrare nei Parà della Folgore che però l’hanno scartata ed è venuto qua a selezionare solo uomini che le assomigliano”

Diventò rosso come un peperone. Lo psicologo spostò dietro la sedia e, non visto dal capitano, mi faceva segni di star zitto e non dir niente. Come a dire “non ti preoccupare, poi dopo ci penso io”.

Ci pensi te un cazzo, stronzo.

Il capitano urlò: “poteva scrivere che merita di morire chi tradisce la patria, chi ammazza i genitori, chi stupra bambini, chi sta male e non può guarire, un animale ferito perché non soffra più, una gallina per farci il brodo, il maiale per mangiare il prosciutto, persino chi non crede in Dio, ma doveva rispondere”

“Chi non crede in Dio???????” feci “ma lo sa che le Crociate sono nate per via di persone intolleranti come lei?”

La discussione si spostò allora  sul ruolo delle Crociate. Lo psicologo con le mani tra i capelli. Io e quel coglione a discutere se le crociate fossero state giuste o sbagliate. Alla fine mi urlò che non mi avrebbe escluso solo perché sapeva che, con tipi come me avrebbe avuto solo che da rimettere, perché avrei impugnato l’esclusione e ci sarebbero stati ricorsi e contro ricorsi e un frocetto  come me non aveva niente da perdere ma lui si.

Amen.

Pensai che fosse finita là. Ma scordai una cosa che tutti gli ebrei sanno sin da quando hanno l’età della ragione. Gesù, infatti, sarà stato pure l’uomo più buono della Storia, ma suo padre però, eh beh, come dire,  è si, suo padre è un tantinello vendicativo, ecco. Insomma, quella cosa delle Crociate con cui avevo argomentato, mi sa che proprio non gli era andata mica tanto giù. E presentò il conto.

Per una sorta assurda e incredibile di coincidenze e di omissis che non sto a raccontare, molti mesi dopo, sia pur per un brevissimo periodo, fui assegnato sotto il comando proprio di quel tizio. Che, non solo si ricordò di me, ma decise di farmela pagare alla sua maniera. Fui assegnato a una scorta di un prigioniero, che doveva essere tradotto in un carcere.  Fatte le ovvie, dovute, proporzioni, mi sentii come quei tenentini imberbi che venivano mandati a combattere in Vietnam senza sapere un cazzo di ciò che poteva succedere. Feci l’unica cosa ragionevole che mi venne in mente. Presi il sottufficiale in carriera assegnato, uno scafato,  e gli dissi “Si fa come dice lei.”. Lui capì. Non dovevo essere il primo coglione a passare quelle forche caudine. Dopo che ebbe impartito tutte le disposizioni, ne dette una anche a me: “Mi raccomando signor Tenente, non dia nessuna confidenza”.

Non saprei ancora bene dire come ma, quel viaggio, è stata una delle cinque cose che mi hanno cambiato la vita. Se dovessi fare una lista lui sarebbe sicuramente dentro. Eppure non successe nulla. O, come invece mi piace pensare, tutto. Il tipo in questione era un pluri condannato. Una cosa di mezzo tra un terrorista e un mafioso, non ricordo bene.  Non ricordo nemmeno il suo nome. Il suo volto si, però. Il suo volto non lo scorderò mai. Ogni tanto torna a trovarmi persino di notte. Senza che parlassimo tra noi due si instaurò un rapporto. Non so dire meglio. Eravamo là dentro e senza dire una parola abbiamo parlato per ore. O forse era solo la mia immaginazione, non so. Ad un certo punto mi disse:

“E’ la prima volta vero?”

Lo guardai e non risposi. Non con le parole almeno. Nei suoi occhi c’era quel “qualcosa” che è stato poi ciò che mi ha cambiato. Potrei descriverlo in mille modi e lo stesso tutti non sarebbero sufficienti a rendere l’idea. Dirò allora solo che dentro di essi era stramaledettamente chiaro il disprezzo per la divisa che indossavo e il ruolo che ricoprivo, ma allo stesso tempo il grande rispetto per la mia persona. Sentivo che se avesse potuto avrebbe ammazzato l’ufficiale, ma salvato l’uomo. Lo so. Sono pazzo. Però questo è ciò che avvertii. Comunque non risposi niente e, lui dopo un altro po’, aggiunse:

“Ti dico una cosa…… Non ti ci abituerai mai”

Mi sembrò un complimento o qualcosa del genere. E credo avesse ragione. Fare il carceriere di altri uomini è, per me, contro natura. Non può esistere uomo, nella mia concezione di mondo, che possa davvero pensare di poterlo fare a lungo. Oppure, chissà, proprio la natura fa in modo che una piccola parte di noi sia predisposta davvero ad andare contro la sua specie. Io di sicuro no. So che verrò insultato per questo e mi scuseranno i secondini, ma prima di dover fare quel lavoro per campare, io andrei a rubare.

Poco prima del carcere gli chiesi:

“E tu ti ci sei abituato?”

Sembrava un duro. Uno di quelli con i quali è bene non avere a che fare. Ma sempre quel qualcosa nei suoi occhi mi rispose che no, nemmeno lui c’era riuscito ad abituarsi a vivere così. In una scatoletta. Quando entrammo dentro la galera avvenne la mia trasformazione finale. Successe quando sentii chiudermi dietro il grande portone e avvertii il senso di dove ero finito e  mi venne da vomitare. Una sensazione di panico totale. Di smarrimento. Di cattiva percezione della realtà. Dovetti correre in bagno e scatenai i risolini delle altre guardie che vedevano “il pischello” non avere gli attributi giusti per reggere il colpo. L’unico che comprese cosa provavo fu solo quell’uomo. Mi guardò a lungo mentre lo portavano dentro, stava cercando di farmi forza. Lui a me. L’unico che capiva cosa stavo provando. Ed era un carcere normale. Non uno di massima sicurezza.

Come è cambiata la mia vita? E’ che finito il servizio militare in carcere sono tornato. Come volontario. Molte volte. (a proposito si può pure donare il 5 per mille ad associazioni come AVOC, volendo…). E, anche se non ho più vomitato, quel senso di angoscia l’ho sempre provato. Ogni volta. Ogni singola volta che ho varcato la soglia tra la libertà e la cattività. Soprattutto ho compreso benissimo il perché  in carcere, si può impazzire o togliersi addirittura la vita. Ho sentito la percezione di disgusto verso gli altri e verso se stessi che regala una qualsiasi permanenza dentro una gabbia. Nessun uomo dovrebbe stare a lungo dentro una gabbia. E neppure nessun animale  e occorrerebbe abolire pure gli zoo, da subito.  Ho maturato molte forte dentro di me che, non solo, la pena di morte è una cosa assurda ma allo stesso modo è orrendo l’ergastolo. Condannare un uomo all’ergastolo è un abominio. Non importa cosa abbia fatto. E per far incazzare tutti aggiungo ancora che il 41-bis è l’abominio tra gli abomini. Che è tortura legalizzata. Che la sopportiamo perchè crediamo che non possa mai capitare a persone perbene. Ma gli occhi di quell’uomo, quel giorno, mi hanno fatto capire che possiamo disprezzare cosa hanno fatto e i loro ruoli nella società ma occorre salvare le persone. In carcere, per me, non ci sono persone malvagie, ci sono solo PERSONE. E basta. (Ed evito di parlare di Guantanamo e affini perchè non voglio essere bannato dagli Usa).

Non voglio tirar fuori Beccaria e il Panopticon di Bentham. Voglio dire che io mi incazzo profondamente quando sento che qualcuno dice: “Gli hanno dato solo dieci anni a quello”, oppure “Meritava molto di più”. Provate a starci una settimana in galera e poi mi dite. Il tempo è tutto ciò che abbiamo su questa terra e, fatti salvi i diritti della comunità di vivere in standard di sicurezza decenti, la stessa società ha il DOVERE di recuperare coloro che hanno trasgredito alle sue leggi, financo con delitti di sangue e comunque di fargli scontare la pena in condizioni umane. Ecco perchè la protesta di Marco Pannella è sacrosanta e perchè, essa, mi ha convinto a tornare a votare dopo quasi 15 anni e, come è sempre successo ogni volta che l’ho fatto (tranne una volta che votai l’Ulivo di Prodi per poi incazzarmi con D’Alema), voterò di nuovo per i RADICALI. Che sono teste di cazzo, voltagabbana e pezzi di merda ma che sono gli unici con cui mi sento davvero a casa. Oggi come allora, quando ero giovane e ci credevo davvero.

Perchè anche io, in fondo, sono proprio come loro.

Gambetto di donna all’intelligenza collettiva

Mio padre è sempre stato un gran giocatore di carte. Forse era la cosa che più mi rendeva orgoglioso di lui. In realtà c’era anche come faceva il “Mercante” nel “Mercante in fiera” natalizio che ci regalavamo a casa dei nonni, ma, quando lo vedevo trionfare nei tornei da barrino con i suoi amici, mi sentivo così orgoglioso di essere suo figlio. Non avevamo molto in comune, io e lui. Nemmeno quelle cose. A me, i giochi di carte, hanno sempre fatto tristezza. Quando mi insegnò a giocare a tressette non ci mise molto a capire che non sarei mai stato un uomo da bar. Mi disse: “Figliolo, cercati un altro ruzzo per passare il tempo. Le carte non so’ per te.”

Fu così che mi avviai verso una promettente carriera di giocatore di scacchi. Dio quanto amo gli scacchi. Il gioco più violento che esiste. Non c’è paragone con il football americano. A scacchi ci si fa molto più male. A scacchi i dolori alle ossa non passano che dopo settimane perchè la violenza del cervello è dieci volte superiore a quella dei bicipiti dell’avambraccio foss’anche quello di Mike Tyson. Chiunque sa giocare a quel perfido, meraviglioso, gioco sa bene di cosa sto parlando. Sa che esiste una sorta di godimento perverso nell’infliggere all’avversario una lunga e tremenda agonia. Nessun giocatore di scacchi vuole davvero  finire subito quello strazio e ambisce a veder sguazzare l’avversario nella palude contorcendosi nel tentativo di salvarsi mentre lui lo tortura lentamente come usava fare la Santa Inquisizione. Il dramma è acuito dal fatto che non c’è giocatore che non si renda conto che sta perdendo. E che non sappia che senza un po’ di “spazzatura”, ovvero mosse sbagliate, da parte dell’altro non potrà mai più risollevarsi. E’ questa la vera perversione che sta tra le righe degli scacchi. Uno distrugge l’avversario mostrando che la spazzatura non gliela dà perchè il suo cervello è migliore. E, quando fai partite che durano quattro ore (due ore a testa), il tormento può essere indicibile. E, inevitabilmente, si finisce per essere, a volte carnefici e a volte vittime.

Ho smesso di fare tornei proprio per questo. Parlo di tornei veri, quelli riconosciuti dalla FSI, quelli dove hai di fronte fisicamente il tuo avversario, perchè, quando vincevo, mi sentivo una specie di semi-Dio, imbattibile, un condottiero che poteva ammazzare chiunque con la forza del proprio cervello ma, quando perdevo, ero certo di essere una caccola indicibile. Avvertivo un dolore lancinante che mi portavo dietro per un sacco di tempo. Troppo tempo. So che è difficile da credere, ma è così. Quando sono giunto al massimo delle mie potenzialità e ho capito che giocavo quasi sempre solo con gente migliore di me e quel dolore di cui parlavo mi stava rovinando l’esistenza,  inquinando la vita vera intendo, ho detto basta. Stop. No more. Quando c’è solo dolore e nessun godimento non ne vale più la pena. Il sadomasochismo non fa per me.

E così ho preso a giocare sul Web. Ed è cambiata la musica. Il web è meraviglioso perchè è in grado di curare quel dolore che i tornei veri ti lasciano. Quando esci da una partita di quattro ore in cui sei pieno di ferite e di sangue, devi aspettare settimane, a volte mesi, prima di rivedere una faccia da sfidare per provare a gustare “il potere”. Il web invece ti permette di farlo subito. E questa è la cura incredibile che, come la bomboletta magica che si usa con quelli che si fanno male nel campo di calcio, aiuta ad anestetizzare qualsiasi cosa. E poi puoi fare partite di pochissimi minuti, a volte anche solo di due o tre minuti e, quando perdo con qualche sconosciuto (e già il fatto che non lo veda in faccia è un gran benefit) mi basta accettare subito dopo la sfida con un altro e, se perdo, con un altro ancora e via di seguito. Insomma alla fine uno peggio di me lo trovo sempre e mi scollego felice come una Pasqua. Più o meno.

E, in questo contesto, partecipai anche io, nel 1999 alla grande partita tra Garry Kasparov e il resto del mondo.

Fu la Microsoft ha organizzarlo. L’idea peraltro non era nuova. Qualche anno prima, un altro grande, Karpov, ne aveva già giocata una uguale vincendo facile in pochissimo tempo. Quella di cui invece sto parlando fu incredibile e lo stesso Kasparov (per me il più grande giocatore di tutti i tempi nonchè persona che stimo per la sua attività anti-Putin) la definì “la più grande partita a scacchi di tutti i tempi”. Credo che esagerasse, ma ciò non di meno fu stramaledettamente avvincente.

L’idea di base era che, chiunque sul pianeta, potesse andare sul sito web della partita e votare la mossa successiva. In media una mossa veniva votata da sei/settemila persone, e nel corso dell’intera partita, votarono migliaia persone di quasi cento Paesi diversi. Il World Team decideva una nuova mossa ogni ventiquattro ore; la mossa eseguita era quella che aveva ricevuto più voti. Dopo sessantadue mosse di gioco scacchistico innovativo, in cui l’equilibro della partita cambiò diverse volte, il World Team alla fine si arrese. Il campione russo disse che, durante la sfida, spesso non aveva saputo dire chi stesse vincendo e chi stesse perdendo e  solo alla cinquantunesima mossa l’equilibrio si era spostato decisamente in suo favore. Noi, anche se  potevamo contare su alcuni dei più grandi scacchisti al mondo, non avevamo nessuno che fosse all’altezza di Kasparov, e la qualità media dei giocatori era molto più scarsa di qualsiasi gran maestro. Eppure nel complesso il World Team giocò molto meglio di quanto avrebbe fatto qualsiasi singolo giocatore della squadra. Non solo ma, siccome gran parte delle decisioni strategiche e tattiche del World Team veniva presa in pubblico, Kasparov era libero di usare quelle informazioni a suo vantaggio. Immaginate non solo di giocare contro Garri Kasparov, ma di dovergli anche spiegare il ragionamento che vi ha portato a una certa mossa! C’era un vero e proprio forum dove discutere della partita, e alcuni dei più grandi giocatori al mondo a ogni mossa pubblicavano sul sito le loro raccomandazioni prima della chiusura della votazione, in modo che le raccomandazioni potessero influenzarne l’esito.  Il risultato finale fu che  il World Team si dimostrò molto più forte dei suoi singoli membri, e probabilmente più forte di qualsiasi giocatore della storia – a parte Kasparov al suo apice, ovviamente. Ognuno dei partecipanti a quella super mega squadra avrebbe perso in pochissimo tempo, ma tutti assieme demmo da torcere al più grande campione di scacchi di tutti i tempi al suo apice.

Per molto tempo mi sono chiesto come fosse  possibile che. migliaia di scacchisti, per la maggior parte dilettanti, competere contro un Kasparov al suo massimo. Era stata solo fortuna o qualcos’altro? Racconto tutto questo perchè ho appena finito di leggere un libro appassionante:  La saggezza della folla, di James Surowiecki che spiega come grandi gruppi di persone possano a volte eccellere nel problem-solving. Ne avevo sentito parlare molte volte ma non l’avevo mai comprato ma in tempo di crisi me lo sono accattato come regalo di Natale. Mi sono così letto finalmente le sue teorie per le quali i grandi gruppi sono più bravi di una persona sola, per quanto qualificata ed esperta. Surowiecki porta un sacco di esempi divertenti come quello di uno scienziato inglese che ad inizio novecento stava partecipando a una fiera nella campagna inglese, dove tra le attrazioni c’era una gara di «Indovina il peso» (in quel caso il peso di un bue). Lo scienziato si aspettava che la maggior parte dei concorrenti sarebbe stata molto imprecisa nelle sue stime, e rimase stupito nell’apprendere che la media di tutte le ipotesi (cioè 1197 libbre) differiva dal peso corretto (1198) di appena una libbra. In altre parole, facendo una media delle stime, collettivamente, il pubblico della fiera era andato vicinissimo ad azzeccare il peso del bue.

Certo, ci sono anche un marea di teorie contrarie con cui molti autori mettono alla berlina quest’idea affascinante dell’intelligente collettiva. Lo stesso Surowiecki sostiene che essa vale solo se ci sono regole che, nella vita reale, non sempre sono applicabili perchè i media troppo spesso influenzano i giudizi. In parole povere è evidente che esiste un rischio di influenza sociale che dipende dal tasso di informazioni che abbiamo dai media e che può tradursi in convinzioni personali sbagliate circa la realtà.

Detto tutto questo chi vuole sfidarmi a scacchi mi cerchi su http://www.scacchisti.it che gli dò una bella ripassata.

E, se perdo.

Gioco subito con un’altra pippa.

La democrazia del Corinthians

Nel 1982 ero un ragazzotto stupido e arrogante. Soprattutto ignorante. Come tutte le persone con queste caratteristiche ero fissato con il calcio. In quell’estate ci furono i campionati mondiali in Spagna e ricordo come fosse ora il giorno in cui la nostra nazionale formata da pedatori di ventura vinse una partita rocambolesca contro la squadra di calcio, forse, più forte di tutti i tempi. Il Brasile del 1982 era un team fenomenale, pieno di grandi giocatori. Finì 3-2 per noi con Paolo Rossi che sembrava fosse stato toccato da Dio. Fece una tripletta  che sapeva di incredibile nella sua assurdità. Se quel giorno i brasiliani avessero fatto cinque goal, noi ne avremmo fatti sei. Gli Dei si erano seduti dalla nostra parte del tavolo. E, come tutti i gonzi di Riace della mia risma, scesi in piazza a sfilare e a urlare la mia gioia.

In quel grande Brasile giocavano però anche dei grandi uomini. Grandi davvero intendo. Non solo marionette. Uno di loro era un tipo allampanato altissimo “Brasileiro Sampaio de Sousa Vieira de Oliveira”, che tutti chiamavano semplicemente Socrates. Uno di cui Pelè ebbe a dire “Giocava di spalle meglio di quanto la maggior parte dei suoi colleghi giocasse di fronte”.  Socrates era tuttavia anche un filosofo che aveva formato il suo pensiero sui testi di Platone, Hobbes e Machiavelli e un uomo di scienza, perchè si era laureato pure in Medicina. E lui fu l’anima di un movimento straordinario che non ha eguali nella storia del calcio. Un’altra rivoluzione senza fucili (la prima, la vera, forse l’unica, fu quella di Allende). Quella che è nota oggi come la democrazia del Corinthians.

In quegli anni il sudamerica era vittima di terribili dittature. Tutti ricordano Pinochet e il “Garage Olimpo” in Argentina, ma in Brasile le cose non è che fossero migliori. I militari al governo avevano tolto molti diritti civili e la gente viveva sotto la paura delle squadre della morte o nella paura di essere tradotte in carceri dai quali non si usciva con facilità. In questo contesto nella prima metà degli anni ottanta avvenne un miracolo. Il Corinthians, il Timao come viene chiamato dai suoi tifosi, decise di rompere le regole. Nonostante fosse una squadra di incredibile talento (tutti assieme c’erano gente come Socrates, appunto, ma anche Wladimir, Walter Casagrande – che poi giocò anche nel Torino, Biro Biro, Zenon, Leao ecc. ecc.) decise di proclamare l’autogestione.  La squadra si rifiutò di riconoscere l’autorità dell’allenatore e per tre anni mise in piedi una sorta di “autogestione” che venne definita “democrazia corinthiana”. Qualcuno la chiamò anarchia. In realtà decisero tutti assieme che da un certo momento in poi, la democrazia, alla quale tutti nel Brasile, anelavano l’avrebbero messa in pratica loro. Avrebbero votato e deciso su qualsiasi cosa. Anche le più insignificanti. E il voto di ognuno valeva lo stesso di qualsiasi altro. Quello del magazziniere come quello del presidente. Che poi era un altro filosofo e pure rivoluzionario: Waldemar Pires. E votavano su tutto, dal menù del giorno alle strategie di gioco e di mercato. Persino in bus, durante le trasferte stabilivano per alzata di mano se fermarsi o meno per le necessità fisiologiche. Qualunque cosa diventava di interesse collettivo, compresi i contratti individuali, ragionavano valutando con attenzione le disponibilità economiche del club. E per la prima volta nella storia del calcio brasiliano, sulle maglie del Corinthians apparvero anche le scritte pubblicitarie. Ma non si trattava di marche e loghi per prodotti di consumo, ma di invocazioni perché venisse posto fine alla dittatura militare “Elezioni dirette subito” oppure “Io voglio votare il presidente”.  E infine scrissero sopra la parola magica: DEMOCRAZIA. La meravigliosa democrazia del Corinthians, di giocatori che lottavano rischiando del proprio per rivendicazioni sociali  non solo sul campo, ma anche nelle piazze.

Quando vinsero il campionato entrarono tutti in campo con un grande striscione: “Non importa se sul campo vinci o perdi, importa solo se lo fai in democrazia”

Questi erano quegli uomini.

E mi piace pensare che sia stato anche grazie a loro che nel 1985 finalmente quello che avevano sempre cercato è arrivato. Mi piace pensare che sia stato proprio Socrates con i suoi compagni a dare la spallata finale a quella merda di dittatura militare. In un’intervista il “dottore” ebbe a dire: “La libertà è una cosa che genera responsabilità, bisogna saper amministrare questi due aspetti. Il calcio è l’unica azienda nella quale il lavoratore è più importante del padrone. Il calciatore può essere osteggiato, limitato, ma alla fine è lui ad avere le carte migliori per cambiare lo stato delle cose. Questa certezza si cementò nello spogliatoio del Corinthians, radici che nessuno è più riuscito a estirpare. Ed è stato un processo che ha aiutato i brasiliani a sollevare la testa e a liberarsi dopo vent’anni dell’oppressore”.

Certo le cose sono molto cambiate adesso. Il Corinthians non è più solo la squadra del popolo com’era sempre stata. E’ diventata cara anche ai poteri forti. I più informati tra di voi forse saprà che ha avuto sponsorizzazione favolose da parte di banche centrali e agevolazioni statali incredibili grazie agli appoggi di Lula in persona. Stadio nuovo finanziato in modo poco chiaro. Per non dire come a livello federale sia stata agevolata in modo clamoroso (vedi partecipazione alla coppa intercontinentale del 2000). Insomma adesso forse è una specie di Juventus del sudamerica. Ma nel suo DNA rimane i germi di quella democrazia che è stata unica nel suo genere. E, per inciso, quando il Grande Torino si schiantò a Superga, il Corinthians giocò in suo onore con le maglie granata. E queste cose non si possono scordare per quanti “affari” stiamo combinando gli attuali dirigenti.

Socrates venne poi in Italia a giocare nella mia Fiorentina per un anno. Nel 1984. La sua personalità e il suo modo di fare non potevano resistere a lungo da noi. Troppo pulito e generoso. Dissero che era lento per il nostro campionato. Non faceva per noi una persona che giocava usando anche la testa. Lo incontrai un giorno a Firenze. Non era difficile. Era uno che non si nascondeva come i giocatori di oggi. Stava in mezzo alla gente. Era circondato da tanti bambini con cui giocava a pallone per strada. A qualcuno disse che non faceva dichiarazioni pubbliche alla stampa perchè non si fidava dei montaggi. Sarebbe andato a qualsiasi trasmissione in diretta a dire ciò che voleva ma non voleva farsi registrare.

Quando ha smesso di giocare è infine tornato a fare quello che più amava. Curare ammalati e prendersi cura di chi aveva bisogno. Paolo Rossi invece si vede ancora in televisione su Sky a dire cazzate senza senso.

Vaffanculo.

Vaffanculo al giovane Masty che quel giorno di un’estate magica, tifava contro un grande uomo a favore di un coglione che era stato squalificato due anni per aver venduto delle partite.

Perchè adesso quando vedo Paolo Rossi io cambio canale, ma quando guardo l’omaggio che i tifosi e i giocatori del Corinthians hanno dedicato a Socrates quando è morto mi commuovo. Ogni volta. Ogni cazzo di volta che pigio il tasto play. Tutti, giocatori e pubblico, avversari compresi con il pugno destro chiuso. Che poi era anche il modo in cui lui festeggiava ogni suo goal fatto. Ve lo immaginate se lo avessero fatto anche a Firenze? (che lo ha ricordato con il classico lutto al braccio) che cosa avrebbero detto giornali e politici e politicanti? Ve lo immaginate Jovetic o Montolivo o Luca Toni o Andrea della Valle  con il pugno chiuso?

Anche da vecchio sono rimasto stupido e arrogante ma, per fortuna, un pochino meno ignorante e allora quest è per te CAMPIONE

Obrigado Doutor

e si

sissignori

Io tifo Corinthians