Lo so che stai leggendo…

Qualche anno fa, frequentando un gruppo di pseudo-intellettuali, sono finito a uno di quei dibattiti che amavano organizzare. Il tema a me caro, la questione carceraria in Italia e il sistema delle pene, mi fecero scaldare e partecipai attivamente. Nonostante nel tempo abbia imparato a controllarmi, quando sono in serata, posso dare ancora spettacolo. Quella sera detti il meglio (peggio?) di me. Non fu difficile. Gli uomini dall’altra parte del tavolo erano personalità che il “povero Giannino” (il dadaista più coraggioso di tutti i tempi) avrebbe definito “Miserabili”. In particolare ne conoscevo uno, E.F, da anni, che si vantava di essere un esponente di spicco dell’Italia dei Valori. E, proprio come il suo padrone immobiliarista molisano, diceva cose che un qualsiasi essere umano dotato di una minima empatia verso suo simile avrebbe definito aberranti. Oltre a ribattere punto su punto alle sue puttanate intercontinentali mi permisi di fargli notare che lui, E.F., era stato nel tempo anche “esponente coglione di spicco” del partito liberale prima e della lega nord poi. Lega nord. In Toscana. Coglione superstar. Tu che leggi. Sei un coglione superstar. Lega Nord. Toscana. Basterebbe questo.

La serata finì una specie di rissa.

Transeat.

Qualche settimana fa indovinate in quale lista elettorale trovo il nome E.F. , il coglione superstar?

Esatto. In quella.

Siccome, a quanto pare, non ho imparato un cazzo dalla vita, non sono riuscito a resistere e sono andato a vedere un altro dibattito/comizio del coglione superstar. Giuro che mi ero imposto di non dire niente. Davvero, coglione superstar che stai leggendo, non volevo rovinarti la platea. Volevo solo sentire se avevi cambiato musica, ma all’ennesima puttanata interplanetaria, mi sono sentito in dovere di urlare ricordandoti che eri stato “un esponente di spicco” di PLI, Lega Nord e Italia dei Valori prima di stare con il fascistoide. Mi fu chiesto più o meno gentilmente di andarmene. Usarono la stessa delicatezza che mi fu riservata dai suoi amici nel blog più famoso d’Italia quando dopo aver postato un commento negativo fui insultato e messo alla gogna per giorni da tutti e dopo un po’ vidi cancellato il mio intervento (hanno fatto male pure quello perchè se uno digita sul loro sito il mio nome e cognome,  appare ancora quando  ho scritto. Hanno solo cancellato il contenuto. Pezzenti).

Ieri alle ore 10:32, con numero rigorosamente anonimo E.F. mi ha telefonato per spernacchiarmi e lanciarmi avvertimenti in stile “Ancien Règime”.

Ora, caro E.F., mio adorabile coglione superstar, stai tranquillo non ti denuncio come forse vorresti. E non ti vengo nemmeno a cercare, ma solo perchè ho altri cazzi più importanti che mi rugano al momento.

Io lo so che stai leggendo. Lo so e basta. Ti dico solo una cosa:

Io non ho paura di te.

Anzi due.

Stai attento!

The GREAT CIOFECA BLOG AWARD

Basta.

Un se ne pole più (orribile toscanismo ma ci sta proprio bene).

Mi sono scassato la fava di vedere le migliori menti di WP andare via lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città, essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà e un dio che è morto, 

Insomma basta con le autocelebrazioni pezzenti.

A me MI ( e che cazzo qua obbligatorio) i premi di Blog in cui i relativi bloggers rispondono in modo miserabile a domande patetiche su stessi fa pena.

“Una volta, tanti anni fa, ho preso la medaglia al valor civile perchè ho fatto attraversare una vecchietta sulle strisce pedonali” oppure “Preferisco mangiare l’orata al cartoccio perchè il branzino sta diventando troppo popolare” o anche “Io voto Grillo perchè non ho capito che cosa dice ma lo dice bene” insomma cose così.

Si capisce di essere invecchiati quando si finisce per sopportare (quasi) tutto. Quando ci è chiaro cioè che è del tutto inutile farci il sangue amaro per cose miserabili che solo qualche anno prima ci angustiavano e che all’improvviso cambiano prospettiva e non provocano più quell’uggia tremenda che è causa di turbolenze emotive ma soprattutto relazionali visto che, quando si ha carattere si finisce sempre per tirar fuori la cosa che ti ruga dentro.

Molti di esse arrivano a non toccarti più fino al punto che ci vedi dentro l’involontaria comicità e finisci per sganasciarti dalle risate.

Bene.

BASTA.

Botta di vita giovanile.

Io mi ribello.

E ho deciso di creare il nuovo “THE GREAT CIOFECA BLOG AWARD”

E’ tempo di dire basta al pattume che gira sulla rete. Mettiamo alla berlina BLOG ridicoli e non incensiamo BLOG che fanno pena.

Tuttavia, poi ho avuto un’educazione catto-comunista, mi assale il buonismo ed eviterò, di fare la lista di BLOG miserabili che andrebbero boicottati.

E, tac, qua arriva la genialità (?) della mia idea, il GREAT CIOFECA BLOG AWARD, avrà solo una regola: l’auto-proclamazione.

Insomma io non nomino nessun BLOG di merda e anzi mi autoproclamo io il primo (e finora unico) possessore del nuovo premio che schifa e disdegna tutti gli altri e che si vanta della propria monnezza al punto di metterla nei propri widget a latere del blog stesso.

Tutti coloro che aderiranno dovranno fare la stessa cosa. E’ gradita pure l’aiuto per trovare un logo ad hoc da piazzare. Avevo pensato a un bel cesso con scritta sopra, ma non sono bravo con la grafica.

Metto in conto che nessuno mi seguirà in questa follia. E devo purtroppo confessare che non me ne frega una cippa lippa. Sarà in quel caso l’unico e inimitabile auorded

Blog affidabili e inspiring….ma andateve affanculo

Humilitas Occidit Superbiam

Ho sempre snobbato la Storia dell’arte. Da giovane pensavo addirittura fosse solo una cosa per gay e signorine. Gli uomini “veri” dovevano dedicarsi a ben altro. Eccellere in discipline più virili. A scuola come nello sport. Non è un caso che ero un fenomeno (da baraccone) in Storia o Filosofia o Matematica mentre in Storia dell’arte, un minchione qualsiasi. Come giusto contrappasso, il signor Universo mi ha obbligato a sposarmi un’amerikana che si è presa il PhD proprio in Storia dell’arte e che mi ha fatto ricacare tutta la mia immonda superbia imponendomi full immersion penosissime in cui mi massacrava le palle con cose che mi sono sempre state indigeste.

Quel suo coraggioso tentativo di sgrezzarmi ha incrinato alcune delle certezze che avevo e, senza nemmeno rendermene conto, sono diventato uno che, nonostante mi sia poi separato e abbia perso il cagnaccio che mi mordeva il culo, al contrario di quanto pensava un tempo, è finito per convincersi che la Storia dell’arte sia una delle cose più importanti da insegnare a scuola. Non solo. Alla mia veneranda età, sopporto sempre meno di guardare le partite di calcio in televisione mentre potrei perdermi per ore dentro musei a osservare quadri o sculture.

Come tutti gli ignoranti, ho cose che mi piacciono di più e cose che mi piacciono di meno. Cose di cui capisco subito il valore e altre che nemmeno dopo che qualcuno me le ha spiegate, riesco a comprenderne il senso.

Ma ce ne sono alcune che, ogni volta che le vedo, mi tolgono puntualmente il fiato.

Una di queste è il “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio.

Sono consapevole di non essere nessuno per poter dare un giudizio, men che meno autorevole, so solo che ogni volta che osservo quel quadro qualcosa dentro di me si muove. Mentre mi si blocca il respiro. Perché, in quel quadro, c’è, secondo me, l’essenza del genio umano. E’ noto che la testa del gigante ucciso sia un autoritratto di Caravaggio da “vecchio” mentre il Davide è un autoritratto che lo stesso pittore si è fatto, a memoria, ricordandosi di quando era giovane. E questo aspetto, ha sempre suggerito letture in chiavi psicoanalitiche.

Tutte le volte che vedo quel quadro, sento la necessità di effettuare auto-analisi. Chiedermi se anche io, da giovane, avevo su di me il buio che inghiotte la spalla di David e che sembra possedere la profondità delle tenebre dell’inferno, rischiarato appena dalla luce della grazia che colpisce violentemente i tratti stravolti di Golia.

Mi è successo di pensare a quel quadro proprio ieri. Per caso. Anche se poi, forse, mai niente lo è per davvero.

Mi ero messo a vagare. Quando ho le paturnie, io vago. Così alla cazzo di cane. Se fossi ebreo sarei l’ebreo errante. Prendo la macchina e vago. Ad minchiam. E ieri, non so nemmeno come mai, mi sono ritrovato nel parcheggio di fronte alla scuola di mia figlia proprio mentre gli alunni erano tutti fuori per una pausa a giocare. Mi sono così messo là, nascosto dentro la ferraglia a motore, a osservarli e ho cercato di ricordarmi com’ero io alla loro età. Non è stato troppo difficile rivedermi affamato di vita e di successo, niente affatto compassionevole verso gli altri. Pronto ad ammazzare per non correre il rischio di essere ucciso. Hobbesiano direi adesso che ho studiato. In ultima analisi ero un ottimo studente ma un pessimo essere umano. E mi sono commosso. Non certo pensando a questa cosa, ma a vedere invece che mia figlia ha passato tutti quei dieci minuti in cui la classe è restata in giardino,  a cercare di far fare un percorso a ostacoli alla sua compagna di classe down, che ha anche problemi psico-motori, mentre tutti gli altri giocavano, correvano e si divertivano. Non mi sono mai sentito così orgoglioso di lei come in quell’istante. E’ stata là, con pazienza, a far fare piccoli passi alla sua amica, per raggiungere successi che ella avrebbe, sono certo, percepiti però come epocali. Io, ai miei tempi, non ho avuto mai a che fare con nessuna persona disagiata, ma, se ci fosse stata una così nella mia classe, sono certo che, invece, sarei comunque stato con tutti gli altri “normali” a giocare e divertirmi.

E mi sono vergognato.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. La mia superbia doveva essere ancora umiliata.

La sera quando l’ho rivista, era molto preoccupata dalle mie reazioni. La pagella che  ha portato a casa è, a dir poco, bruttina. Insomma, il Masty bambino bastardo, avrebbe detto di lei, se fosse stata una sua compagna, che è una “shampista in pectore”. E su questa cosa non passa giorno che non la massacri. La spingo ad andare oltre i suoi limiti. A cercare di migliorarsi fintanto che le è possibile. Però avevo negli occhi quella scena che avevo visto nel giardino della scuola e quindi, stupidamente, invece che cazziarla perchè in italiano sta facendo schifo, le ho detto che ero orgoglioso di lei. Stupidamente perchè occorre sempre dire i motivi per cui, qualcosa, è buona o sbagliata. Bisogna spiegare perchè qualcuno si inorgoglisce di qualcun altro. Lei infatti non capiva di che cosa stessi parlando. Le ho allora raccontato di aver assistito alla scena di lei che aiuta la sua amica e, cosa per me incredibile, non è cambiato niente. Insomma mia figlia era sempre davanti a me attonita che non capiva i motivi per cui io ero cosi orgoglioso di lei. Sono andato nel panico. Come spiegarle quello che volevo trasmetterle?

A un certo punto, forse perchè ha avuto un flash, ha capito ciò che stavo sforzandomi di dire, mi ha guardato con un’innocenza più luminosa della luce che c’è nel quadro di Caravaggio e mi ha ucciso:

“Ah…quello. Ma quello è normale. Scusa, ma perché sei orgoglioso di me se faccio una cosa normale?”

Credo di non essermi mai sentito umiliato in vita mia come in quel momento. Era lei che mi insegnava qualcosa e non il contrario.

Forse non sarà mai brava a scuola come ero io. Forse farà la shampista o forse no. Di sicuro è un essere umano migliore di me.

E come è scritto sulla spada che tiene in mano David nel quadro qua sotto: Humilitas occidit superbiam

Davide con la testa di Golia

L’amore al tempo di Groupon

Daniela lavora con me. Che poi non è nemmeno detto bene così perché, per la verità, fa quasi tutto lei. E’ quel tipo di donna per cui sentirsi indispensabile è una cosa fondamentale. Dov’era assunta prima proprio per questo motivo l’avevano mobbizzata. Io invece l’ho elevata al rango di responsabile amministrativa. Al contrario del titolare d’azienda precedente, a me non pare il vero, infatti, di poter delegare quanto più possibile a gente in gamba. Con Daniela siamo così giunti a un patto: sul mio tavolo lei fa finire solo le rogne che proprio non riesce a dipanare, non tanto perchè non ne è capace, quanto perchè, per poterlo fare, occorre essere “bastardi dentro”. Prendere per il culo le banche, mendicare con i fornitori, chiedere pietà all’agenzia delle Entrate o fare lotte greco-romane con gli avvocati. Insomma cose così.

Il vero problema di questa situazione è che, adesso, quando lei entra nella mia stanzetta, io so che è solo per portare una notizia di merda. Mai che dicesse, “abbiamo avuto una donazione insperata da un cliente innamorato”. Sempre e solo cattive notizie.  E questo mi indispone nei suoi confronti. E, poiché sono come Lucignolo, gliela faccio pagare facendole piccole porcate che a me fanno ridere, ma che, una volta l’hanno messa in grossa difficoltà. Perchè Daniela non è solo brava ed efficiente. Daniela ha anche un karma malefico con gli uomini. In primis con me, in secundis con il suo uomo e infine con il fratello. Il suo uomo è un coglione super galattico. Rappresentante di un qualcosa che non ho ancora capito, vive per un sacco di tempo in Germania e, oltre a essere un maschilista assurdo è anche geloso in modo del tutto spropositato. La controlla come nemmeno nei film anni sessanta e spesso le fa delle scenate per cui la mattina si presenta al lavoro distrutta per aver passato notti insonni a discutere del nulla montato con panna. Il gonzo, ad esempio, è fissato della posizione del sedile anteriore della macchina. E’ convinto che Daniela possa andare a scopare in macchina di nascosto con qualche amante e quindi, in modo ossessivo e maniacale, ne tiene d’occhio la posizione. Sapendo questo, io, quando salgo sulla sua auto per andare a mensa o da qualche altra parte, per lavoro, mi diverto sempre a spostargli il seggiolino quel tanto che basta perchè un matto lo possa notare. Una volta, però, il coglione ha sclerato di brutto e l’ha buttata fuori di casa perchè il caso ha voluto che avessi fatto quel “giochino” proprio il giorno in cui un suo ex di tanti anni prima, amico di famiglia, in preda ad un assurdo attacco di contrizione  è andato a chiedere scusa all’ometto per la relazione extra-coniugale avuta con Daniela di cui lei s’era pure dimenticata. Ha detto così al povero cornuto che lui non sopportava più il peso di quel tradimento e voleva il suo perdono (è andata davvero così, giuro, non è licenza poetica. La vita reale a volte supera la fantasia.). Il rappresentante incazzato come una bestia è venuto da noi in ufficio ha visto il seggiolino spostato e sono dovuti venire i vicini per sedare la rissa.

Per un po’ Daniela è venuta a stare da me, poi è andata da un’amica, alla fine ha fatto pace con l’idiota, perchè lui, pentito della cazzata, l’ha fatta sentire indispensabile, e lei, pecorella smarrita, è tornata sotto il tetto (ovile) coniugale. Ha però giurato di farmela pagare e ha preteso che per tutto quello che io avevo innestato, la dovessi ripagare aiutandola con suo fratello Renzo, detto Renzino.  Anche se è un bestione che solo il mio amico Mr.Incredible potrebbe affrontare. Renzino, d’altra parte,  ha solo un problema piccolo piccolo. Una cosa da nulla intendiamoci. Renzino è schizofrenico!

Avete presente quel detto che dice “Chi usa il preservativo bestemmia contro Dio, ma solo se si rompe”?

Renzino infatti è una personcina, come dire, un pochino complicata da gestire che, a momenti di lucidità, ne alterna altri in cui ha difficoltà ad articolare i pensieri. Ha allucinazioni, deliri, pensieri disarticolati nonché comportamenti ed eloquio inusuali. Fuma come un ossesso e ha problemi a interagire con gli altri. Ma,  soprattutto, il vero problema che mette tutti gli altri dietro e ne hanno fatto una bomba o orologeria è che, a Renzino, io gli sto simpatico. E’ questo il  casino vero. Perché ha preso a venirmi a trovare in ufficio quando va in paranoia con l’universo. Arriva con la scusa della sorella, che con indubbia classe me lo sbologna bello bello e lui si piazza nella sedia davanti a me e parte con l’ammorbo. Mi racconta di tutto. Di quando con il diluvio universale fuori è partita l’esercitazione nella sede della ASL dove è entrato a lavorare come categoria protetta e lui è stato l’unico che è uscito fuori, come da regolamento. Tutti a dirgli “torna dentro scemo” e lui li insultava da fuori chiamandoli parassiti ma intanto si è “mezzato” persino le mutande, prendendosi un influenza che l’ha tenuto a letto una settimana. O di quando ha visto un pornazzo non so dove. E di quel “film” mi ha raccontato ogni cosa. L’attrice principale nell’ordine si è fatta, un uomo, poi una coppia di uomini, poi un animale e alla fine un negro. La cosa che più l’aveva colpito però era che alla fine di tutto s’è accesa due sigarette. E lui serio mi fa “Certo che c’aveva proprio tutti i vizi quella eh?”.  Quando vedo che non ha voglia di togliersi di torno e c’ho da fare gli dò il mio iphone e lui comincia a giocare a Ruzzle. Ci va matto. In realtà gioca alla cazzo. Digita parole a vanvera con il polpastrello, ma il suono che ne esce fuori lo ammalia e si tranquillizza. Ovviamente a questo modo tutta la gente che mi conosce crede che io sia una super pippa  perchè, giocando con il mio nickname, fa dei punteggi scandalosamente bassi, ma chi se ne frega.

Da qualche tempo i suoi pensieri sono più ingarbugliati che mai. Dice che si è innamorato. Per la prima volta il bestione Renzino, sostiene di aver perso la testa per una donna. Una sua collega che lavora all’accettazione, una occhialuta come la definisce lui e che una volta pare gli abbia detto che ha proprio gli occhi belli. E’ bastato quello per fargli perdere la trebisonda. E ha cominciato a chiedermi consigli sul come poterla approcciare. Dice che solo io posso aiutarlo, che lui si vergogna troppo e che non sa come o cosa dirle. Pensando che fosse una cosa passeggera e che gli sarebbe passata nel giro di qualche giorno gli ho consigliato di scriverle una lettera. E lui per un po’ veniva e si metteva di là a provare a scrivere qualcosa ma poi se ne andava via quasi subito. Era come se aggiungesse sempre una riga o una parola. Non ho mai guardato quella lettera.

Pensavo fosse finita là.

Ieri, mentre ero in riunione con alcuni fornitori venuti personalmente a esigere quanto gli dovevamo ai quali stavo chiedendo di avere ancora più pieta della pietà fino ad oggi mostrata, sento confusione nell’altra stanza. Momento di sbandamento. Ho di fronte della gente incazzata che vuole soldi e nell’altra stanza sento un matto che si agita. Esco fuori e lo vedo che sbuffa come una mantice. Capisco che è in uno dei suoi momenti. Dice frasi senza senso, poi mi chiede di scaricare alcune “app gratis” con cui giocare. Non ho tempo da dedicargli, gli apro l’account, gli mollo l’ iphone e torno dentro a dare il deretano agli uomini cattivi che si stavano già imbufalendo. Mentre sto per perdermi nel vortice di sesso ho ancora la lucidità di pensare che non sento alcun suono tipico di Ruzzle. Tuttavia non faccio in tempo a chiedermi che cosa minchia starà facendo Renzino, che il cattivone, l’uomo al quale dobbiamo dei soldi, pretende che lo soddisfi in natura…

Non so quanto tempo passa, ma quando finisco “il servizio” e torno di là, Renzino non c’è più. Penso che forse è meglio così, perchè fare la puttana è un lavoro che stanca e ho bisogno di riposarmi un attimo. Ma dopo poco arrivano strane notifiche che non capisco. Prenotazioni curiose su tal Groupon.

Groupon? che cazzo è Groupon?

Faccio un giro su internet e mi piglia male.

Chiamo Renzino e gli chiedo spiegazioni. Lui, serafico, mi dice che mi ha iscritto al programma Groupon ma che devo star tranquillo, perchè con l’iscrizione c’era un bonus da poter spendere per andare al ristorante gratis e lui ha intenzione di invitare l’oggetto del suo desiderio a uscire con lui. Cerco di mantenere la calma e non di urlargli qualcosa di brutto per poi vedermelo ripiombare in ufficio e gli chiedo perchè non l’ha fatto con il proprio cell. La risposta è ovvia: il suo cellulare è vetusto e non gli permetteva di farlo. Gli ho chiesto se ha fatto altri danni di cui dovrei essere messo a conoscenza. Lui mi sorride e mi dice che mi prendo troppo sul serio e che ho solo bisogno di svagarmi un po’. Nel giro di qualche ora scopro così che Renzino mi ha regalato due massaggi Shiatsu  al prezzo favoloso di 20 euro e una straordinaria dieta a ridotto contenuto calorico con visita iniziale a 59 euro anzichè 300. Li mortacci sua. E da ieri mi stanno tampinando per fissare la data dell’incontro con il dott. Marco Castellazzi, con la signorina al telefono mi dice ogni volta che ho fatto bene ad abbandonare il metodo fai da te per affidarmi a professionisti del settore.

Ma che si facesse una peretta per favore.

Per sfogarmi ho detto a Daniela che andasse a fanculo lei con tutti i suoi disadattati e che con me avevano chiuso. Poi, per sbaglio, mi è finita tra le mani la lettera d’amore, mezza scarabocchiata, che Renzino Shrek sta scrivendo alla sua orchessa.

Leggo testualmente:

“Tutta la mia vita, senza dubbio io ti darò tutta la mia vita, ora e per sempre fino al giorno della mia morte. Io e te condivideremo tutte le cose in questo mondo che cambia e che sarà in grado di offrirci. Allora io canto e sarei felice di restare così, ogni giorno della mia vita con te. C’è stato un tempo che ero convinto avrei perso la mia mente per sempre e poi tu sei arrivata e hai fatto brillare il sole. E io so che inizieremo il nostro cammino e metterò il passato lontano da me. E per tutta la mia vita io ti porterò con me e ogni ora di tutti i giorni che passeranno starò con te.”

E allora, come in “Un pesce di nome Wanda” sono salito sul mio caterpillar, pieno di cerotti e con il portafoglio sgonfio ho cominciato a urlare:

“Vendetta…..Vendetta….Vendetta…”

Ho preso la lettera, l’ho chiusa in una busta e sono andato alla Asl dove lavora. Ho visto un’occhialuta e, chi cazzo se ne frega se è quella giusta oppure no, gliel’ho mollata specificando che gliela manda Renzino in persona.

E mo’ so cazzi sua.

L’esame di maturità

E’ successo di nuovo.

Non so. E’ una specie di maledizione. Una cosa che, per quante terapie abbia fatto in vita mia (molte…e costose),  non riesco proprio ad eliminare.

Ho di nuovo sognato l’esame di maturità.

Cazzo.

Capita quando mangio pesante o quando viva periodi di forte stress come quello attuale. Quando lo sento arrivare, nel sonno, è come se fossi cosciente. Solo che non posso fare niente per evitare di (ri)vedere l’horror de paura. Obbligato a riviverlo. Tutto. Per intero e fino in fondo.

Mi sono convinto che sia il mio inconscio che mi riporta indietro quasi a  dirmi “dai bischero, non te la prendere, sei abituato alle figure di merda, quindi perchè lamentarsi di come ti va la vita  oggi? Era già scritto”.

L’esame di maturità è stato uno dei momenti più bui della mia vita. La prima grande debacle. Io che, nell’opinione comune di quelli del mio condominio ero “la speranza bianca”, l’uomo che avrebbe cambiato l’ordine delle cose, scoperto la cura per il cancro, viaggiato alla velocità della luce, fallii miseramente la prima grande prova scoprendo che non so reggere nè la tensione, nè lo stress, come ogni buon italiota che si rispetti.

In realtà oltre alla mia incapacità di sostenere il peso della crisi le mie crepe e tutto il resto, vanto delle giustificazioni che non possono però essere portate come attenuanti di fronte alla Corte che le riterrebbe inammissibili. Eppure esse hanno due nomi e cognomi: Paola L. (il mio primo amore e che credevo avrei sposato) e il mio amico Marco (che poi è questo Marco).

Adesso è difficile raccontare tutto per filo e per segno. E pure noioso. Dico solo che il giovane Masticone era un 60 nemmeno quotato (al tempo i voti erano ancora in sessantesimi). Insomma nessuno avrebbe scommetto una lira sul fatto che non potessi prendere un punto di meno del massimo. A scuola sono sempre stato bravo. La gioia dei professori. Bambino e poi ragazzo modello. Insomma uno di quei coglioni dai…, ci siamo capiti. Paola L. era in una sezione diversa dalla mia. Stavamo assieme da un anno e non s’era mai combinato niente. Cominciavo a stancarmi. Ragazzo per bene si, ma insomma basta petting. Lei invece continuava a dire che non poteva, non ci riusciva e che dovevo capire, che c’era qualcun altro nella sua vita che gli diceva di non lasciarsi andare e di vivere una vita casta per lui, che la stava aspettando per quando sarebbe stata pronta. E io che sentendo questi discorsi mi incazzavo come una biscia facendo il fidanzato geloso. “Chi è il bastardo? dimmelo..”. Quando parlavo di coglionaggine non scherzavo mica. Mi preparai così per la maturità studiando come un pazzo. Come ho sempre fatto. Commisi però l’errore di diradare gli incontri con Paola L. che voleva studiare con me, ma che non me la dava. Ho sempre preferito farlo (studiare) da solo (anche se l’autoerotismo dopo una sessione pesante su Hegel non ha prezzo). Arrivai super preparato al giorno fatidico e con un curriculum scolastico extra-ordinario. Ero bello. Vincente. L’idolo del mio membro interno. Niente poteva andare storto. Gli scritti infatti andarono come da programma. E questo mi spinse a fare il galletto. Tornai alla carica con Paola L. a cui avevo passato pure un pezzo di traduzione per cercare l’agognato premio. Lei però in cambio del mio aiuto mi nega pure lo struscio classico. Insisto più volte, senza ottenere risultati. La sera prima dell’orale la vedo di nuovo. Lei si nega. Io corro a casa sua. Lei scende e sale in macchina. Io cerco un posto isolato e ci riprovo. Un augurio, vaticinio, così lo chiamai per l’esame del giorno dopo. Lei mi rifiuta e mi schiaffeggia. Capisco che le cose stanno prendendo una piega sbagliata. Sbarello. Scenata. Slow-motion: Io che urlo e le dico che è una zoccola e che ho visto come guarda Sansone il più figo di tutta la scuola che l’ha abbracciata davanti a tutti all’uscita dagli scritti.  Lei che piange e che dice che non capisco. Sansone è amico di famiglia e sa già tutto. Io che urlo  di nuovo per avere spiegazioni. Lei che dice che non può dirmelo in quel momento perchè ho l’esame il giorno dopo. Io che solo perchè lei mi dice che non può dirmelo allora insisto perchè deve essere una cosa grossa e dolorosissima e che quindi devo saperlo immediatamente. Il tutto per quasi tre ore. Alla fine lei si decide (sono sempre stato molto convincente, questo si):

“Volevo dirtelo alla fine degli esami ma se insisti a questo modo lo faccio adesso. Ho deciso di diventare suora di clausura. Ecco ora lo sai, contento?”

Pensai che mi volesse prendere per il culo. Le urlo che non deve permettersi di dirmi quelle puttanate. Lei piange come una pazza e mi dice che a me vuole solo bene ma ama di più Gesù e che quindi ha deciso che quella sarà la sua vita. Le quattro ore successive nelle quali cerco di convincerla che io sono molto più fico del Figlio di Dio le ho completamente rimosse. Il mio inconscio non è stronzo fino al punto di farmi ricordare ogni singola merdata che ho fatto.

La mattina seguente sono uno straccio. Una cosa assurda. Non ho chiuso occhio. Il dolore per la perdita della donna che amavo era stato drammatico. Non riuscivo nemmeno a mettere assieme un pensiero positivo. Corro dal mio amico Marco. Lui è sempre stato uno che “faceva la vita”. Gli chiedo qualcosa che possa aiutarmi. Lui mi conosce e mi dice di non fare cazzate. Io gli dico che la voglio a tutti i costi. Che il dolore che sento è insopportabile. Lui mi urla che sono uno che non ha preso niente e che sbarellerei di brutto. Gli urlo che è un amico di merda e che mi stava abbandonando nel momento del bisogno. Pure lui alla fine si commuove e mi dà una delle sue pillole magiche. Una del cazzo. Non so cosa minchia ci fosse dentro. Pensavo mi avrebbe fatto stare meglio e invece sento il vento nella testa. Un lungo sibilo, come il vento tra gli alberi. Bocca impastata e il cervello come fosse quello di un altro. Non era più il mio. Qualcun altro si era impossessato pure della mia bocca. Dicevo cose senza che lo volessi davvero. Forse era la pillola della verità. E ho preso a ridere di brutto. Non smettevo. Era un giornata afosissima. Un luglio di fuoco. Quaranta gradi all’ombra. Poco prima dell’una. Ci può essere un qualche spettatore al Santiago Bernabeu all’una di una giornata torrida di luglio se il Real Madrid gioca contro il Lumezzane? ovviamente no. Il risultato è scontato 50 a zero. Quindi perchè pagare il biglietto? E invece si sono persi uno spettacolo fantastico. Solo davanti alla commissione che pensava già a come e dove andare a mangiare ho dato il peggio di quel che potevo dare. Presentato a tutti dal membro interno come un giovane super brillante e con due scritti di qualità tutti erano ansiosi di parlare con me. E io gli ridevo in faccia dicendo cose insensate. Non capivo nemmeno bene le domande. E vidi l’imbarazzo nei loro occhi. Questa cosa mi disturbò oltre misura. Mi venne allora in mente, tra una risata e un’altra, che volevo far loro capire che mi stavano esaminando senza sapere un cazzo non solo di me ma anche delle cose che contano davvero. E così quando la professoressa esterna di italiano mi disse che gli avevano detto che conoscevo bene la letteratura inglese e questa cosa l’aveva impressionata cominciai lo show:

“Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio alla fine della tempesta, c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola cammina nel vento cammina nella pioggia anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola.”

Tutti a bocca aperta. La schioppettona commossa disse: “Shakespeare vero?”

“Ma che dice, ovvia. E’ “You’ll never walk alone” l’inno del Liverpool. E giù risate. Non smettevo

Gelo.

Il membro interno balbettò qualcosa sul fatto che io fossi sempre stato un personaggio sopra le righe. Intervenne l’altro prof che per uscire dall’empasse disse:

“Masticone ho visto che lei ha vinto un concorso per un saggio sull’umorismo pirandelliano ed è stato invitato al Convegno annuale sul grande scrittore ad Agrigento. ce ne vuol parlare?”

E lì è nato quello che nel tempo è diventato uno miei cavalli di battaglia e che tiro fuori ogni volta che sono in difficoltà. Così. Alla cazzo di cane. Perchè spiazza sempre tutti. E ho cominciato a parlare di Carlo Airoldi. Uno dei miei idoli. Il più grande podista di fine ottocento. Uno che partecipò alla corsa a piedi Milano-Barcellona. Nell’ultima tappa della corsa,  quando era a un chilometro circa dal traguardo, riuscì a superare il suo rivale francese ormai stremato, ma a pochi metri dal traguardo, voltandosi indietro per vedere quanti metri di distacco dal francese avesse, lo vide a terra; con grande sportività tornò indietro, caricò sulle sue spalle il suo avversario e tagliò il traguardo  assieme a lui, vincendo i pochissimi soldi che erano stati messi come premio. L’anno seguente era il grande favorito per la maratona della prima Olimpiade dell’era moderna (1896 a Atene). Non aveva però i soldi per andare in Grecia e così decise di arrivarci a piedi attraverso l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano . Un viaggio avventuroso che lo obbligò a percorrere settanta chilometri al giorno per trovarsi in tempo ad Atene. Una volta giunto là gli organizzatori gli dissero che avendo lui preso soldi (quattro palanche) alla gara Milano-Barcellona non poteva essere considerato atleta olimpico e, nonostante tutto quel che aveva fatto per arrivare fin là, non gli permisero di correre perpetrando una delle cose più crudeli della storia.

Quando finii vidi la commissione tutta a bocca aperta. Il professore si riprese e mi disse:

“Si è una cosa fantastica, ma cosa c’entra con la domanda mi scusi?”

“Ah, mi faccia capire” gli risposi “lei forse avebbe preferito che le dicessi di quella vecchia storia di Pirandello e della mignottazza che produce prima comicità e poi umorismo perchè il sentimento del contrario arriva dopo. Ma vuol mettere la storia del mignottone con quella di Airoldi, ovvia, su.”

E giù risate.

Il Lumezzane era passato in vantaggio a Madrid.

Il membro interno mi invitò ad andarmene e io sghignazzando allegramente augurai a tutti di incontrare il loro Spyridon Louis l’uomo che rubò a Carlo Airoldi il primo oro olimpico e poi mi avrebbero saputo dire meglio se si trattava di comicità o umorismo.

Quando uscirono i quadri il risultato fu impietoso: 54/60. Con il membro interno che mi disse che per farmelo avere aveva dovuto sudare le proverbiali sette camice e che avrei dovuto essergli grato per la vita. In realtà quello che avvenne per molti mesi dopo fu difficilissimo. Il dover spiegare i propri insuccessi è una cosa che dovrebbe essere vietata dalla Costituzione. Chiunque mi incontrava mi diceva “E’ impossibile. Che cazzo hai fatto?” Per un po’ ho provato a dir qualcosa per giustificarmi poi mi sono detto “ma che cazzo me ne frega” e mi sono limitato a dire la verità, a dire cioè che ero drogato. Ovviamente non creduto perchè tutti hanno sempre pensato che stessi scherzando.

Il caso ha voluto che dopo lungo girovagare io sia finito a vivere a Lucca. Dove c’è anche il monastero delle carmelitane scalze. Paola L., o meglio, suor Maria di qualcosa come si chiama adesso, vive là dentro. L’ho saputo per sbaglio, dopo molti anni che ero qua. Ho pensato fosse un segno del destino. Vicini ma mai troppo per esserlo davvero. Una volta sono andata a trovarla. Sentivo che glielo dovevo. E’ stata una delle cose più devastanti della mia vita. In tutti i sensi. Per entrare devi passare una serie di sbarramenti che non si possono raccontare. Poi spiegare chi e cosa e perchè sei là. Insomma ti scoraggiano ad andare avanti. Alla fine ti mettono in una stanza disadorna senza niente e aspetti per un tempo lunghissimo. Poi si apre un cancelletto, come fosse un garage e da dietro una grata, come fosse un confessionale, appare la suora. Una grata che ci divideva, non potevano nemmeno toccarci le mani. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. la vidi dentro il suo vestito nero, nell’immagine che tutti abbiamo delle suore. La primissima cosa che mi disse non potrò mai scordarla:

“Ti dò cinque minuti per ridere. Poi parliamo”

A me però veniva da piangere. Lei se ne accorse:

“Non devi essere triste Masticone” disse “Io sono felice sai.”

Mi raccontò della sua vita. Una cosa che non credo sia comprensibile per chi non ha ricevuto la chiamata. Vive di preghiera per 10 ore al giorno dalla mattina alla sera con piccoli intervalli di lavoro manuale. Sette giorni su sette Si alza alla sei e va a letto alle dieci. E prega. E non possono ricevere visite di nessuno in quaresima o in avvento. Io pensavo di consolarla ma fu lei a consolare me. Quando fu il tempo di andare mi disse “Tranquillo. Pregherò per te, sappilo”. Credo fosse il suo modo per dirmi di non tornare più. Mi stava dicendo addio. Mi voltai un ultima volta prima di uscire e aggiunse:

“Certo quella storia di Airoldi solo te potevi tirarla fuori, bestia che non sei altro”.

Marco invece se n’è andato qualche anno fa. A forza di “fare la vita” l’Aids se l’è portato via. Quando vado a Grosseto passo dal cimitero a salutarlo. E me lo immagino sempre in qualche angolo a cercare di spacciare qualche merda per sopportare la vita da morto agli ultimi arrivati. E ogni volta che lo salutò rimbomba dentro di me questa canzone che fu l’inno della nostra giovinezza.

 

P.S.: questo pezzo è dedicato a Lidia Zitara che me lo aveva espressamente chiesto!

Er passero ferito – Natale Polci

Il mio amico IntesoMale, mi ha chiesto (giustamente) di far penitenza della mia dabbenaggine.

E quindi per rimediare ai miei sbagli ecco qua. Un tributo a tutti quanti voi che amate “de magna bene e de beve meglio” ma che ogni tanto vi inchinate al genio de li artri. Perchè io so’ come voi.

Posto questa stupenda poesia erroneamente attribuita a Trilussa, in realtà di Natale Polci.

Scritta nel 1951 è stata pubblicata nel 1968 nel libro”NER CAMPOSANTO DE LA VERITA’“.

La versione che trascrivo è l’originale. Nel tempo infatti molti hanno tentato di appropriarsene facendola diventare persino una barzelletta. Alcuni hanno tradotto le parole in romanesco in un improbabile italiano. Altri cercando di lanciare un film (orribile) di Natale l’han fatta diventare uno stornello toscano quando non lo è. Per rendere onore al poeta Natale Polci, ripropongo quello che lui ha scritto davvero.

Tuttavia, poichè la vita è fatta anche di ingiustizie e nel porcile tutto si introgola, posto anche il super famoso intervento di Bocelli da Fiorello alla radio che la ripropose alla grande per quanto lui, riprendendo la vulgata, la recitò modificandola e aggiungendo due sestine finali non presenti nell’originale.

Er passero ferito
Era d’agosto e un povero ucelletto
ferito da’ la fionna d’un maschietto
s’agnede a riposà co’ un’ala offesa
su’ la finestra aperta d’una Chiesa.
Da le tendine der confessionale
un prete intese e vidde l’animale,
ma dato che lì fori
c’ereno… nun so quanti peccatori
richiuse le tendine espressamente
e se rimise a confessà la gente.
Ma mentre che la massa de persone
diceva l’orazzione,
senza guardà pe’ gnente l’ucelletto,
’n omo lo prese e se lo mise in petto.
Allora, nella chiesa, se sentì
un lungo cinguettio: “Ci! Ci! Ci!”
Er prete, risentenno l’animale,
lasciò er confessionale
poi, nero nero, peggio de la pece,
s’arampicò sur purpito e lì fece:
“Fratelli! Chi ha l’ucello, per favore,
vada fori dar Tempio der Signore”.
Li maschi, tutti quanti in una vorta
partirono p’annà verso la porta.
Ma er prete, a quelo sbajo madornale,
“Fermi! – strillò – che me sò espresso male!
Tornate indietro e stateme a sentì:
qua chi ha preso l’ucello deve uscì!”
A testa bassa e la corona in mano
cento donne s’arzorno piano piano
ma mentre se n’annaveno de fora
er prete ristrillò: “Ho sbajato ancora!
Rientrate tutte quante fije amate,
ch’io nun volevo dì quer che pensate.
Io già v’ho detto e ve ritorno a dì
che chi ha preso l’ucello deve uscì,
ma io lo dico a voce chiara e stesa
a chi l’ucello l’abbia preso in Chiesa!”
In quelo stesso istante
le moniche s’arzòrno tutte quante
eppoi, cor viso pieno de rossore,
lasciarono la casa der Signore.

La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Scene da un trogolo di provincia italiano

No, perchè mica tutti i maiali sono uguali.

Ci sono i maiali evoluti, quelli come me per intendersi, che hanno ben chiaro la loro natura e amano intingersi nel trogolo per non rischiare di rimanere prigionieri di torri d’avorio, ma anche maiali allo stato brado, inconsapevoli di esserlo, ma felici di esser nati porci e fieri di poterlo raccontare. Differenze? nessuna. Puzziamo allo stesso modo e se i grugniti sono apparentemente diversi, un orecchio attento può capire subito che invece tutti quanti noi siamo suidi addomesticati dell’ordine Artiodattili Suiformi. Il maschio si chiama verro e la femmina scrofa, o più raramente troia. 

Quando entro dentro il locale, un barrino sgangherato che ci fa anche mangiare il lunedì sera allorchè decidiamo di prenderci un extra-time assieme, mi viene sempre da sorridere. Lo so, questa cosa non depone a mio favore, ma ci trovo ogni volta cose nuove e spunti per riflettere.  Di sicuro un’assurda quanto improbabile umanità varia, in salsa mista. Perché, là dentro, convivono in modo che non è possibile raccontare, figuriamoci da credere, vincitori e perdenti, fumatori incalliti e ubriaconi. Yuppies datati che ancora pensano di poter risollevare le loro carriere del cazzo andate a ramengo e motociclisti sonati che amano fare le corse per le strade di notte. E le donne che lo frequentano sono sempre vestite in modo assurdo, come fossero dive del cinema, credendo che, solo per questo, possono riuscire ad attrarre di più. In altre parole, nel porcile, trovi di tutto, impiegati, camionisti, venditori, operai, ballerine e forse qualche prostituta anche se nessuna e là per cercar clienti. Solo pace. Per un po’.

E così c’è Gastone che s’è giocati tutti i risparmi degli ultimi anni in una mano di poker maledetta in una bisca clandestina e non sa come raccontarlo alla moglie e Gennaro che si perde in locali per soli uomini tutte le notti, perchè non ha una famiglia a cui tornare e poi il Michi, operaio specializzato che è stato licenziato e non sa come tirare avanti con due figli piccoli sulle spalle. Ma anche Claudione, un pittore che sta per diventar famoso, omosessuale, al quale il Grassi, puttaniere incallito e fascista a parole ma solo perchè gli piace pensare di esserlo anche se non lo è nei fatti, gli chiede sempre se, almeno lui, è riuscito a “beccare” qualcosa. Dice che non riesce più a trovare una donna che è una manco a pregare e vuole dritte sul come comportarsi. E l’artista gli risponde ogni volta che sono passati quei tempi. La chiusura dei cinema porno gli ha tolto la riserva di caccia e che adesso, per rimediare qualcosa, deve prendere la macchina e andare alle Cascine a Firenze. Insomma, fatica. E Guido che ha vinto col gratta e vinci quattro soldi e gli piace pagare da bere perchè, dice, la fortuna va divisa con quelli a cui si vuole bene e Sharon, una donna-maschio con la sua donna-donna di cui nessuno sa il nome perchè non parla mai. Katia invece di uomini ne ha conosciuti molti ma a nessuno ha dato il cuore perchè le hanno sempre chiesto altro.  E Bitty, un uomo a cui Dio ha fatto uno strano scherzetto: gli ha tolto un pezzo di cervello e glielo ha messo in mezzo alle gambe. Risultato quoziente intellettivo da minorato e batacchio gigante che fa paura quando ci fai la doccia assieme dopo il calcetto. Per tutti, adesso, è  l’uomo-nerchia. Il Generale in pensione che racconta delle sue cicatrici e suo figlio che vuole diventare avvocato di successo. Il Loi, commercialista che sa tutto dei numeri ma che non sa parlare a una donna da quanto è timido e non si accorge che Angela muore per lui, dopo essere morta per altri cento prima, pensando ogni volta che è finalmente arrivato quello giusto.

E poi ci sono io. Il loro clown. Mi accettano per questo. Perchè li faccio sentire meglio. Sono il perfetto attore non protagonista delle loro vite e, a modo loro, mi vogliono bene. E per me ha un valore.

La legge del trogolo è solo una: non devi essere palloso. Il resto non conta. Chiunque sia noioso, petulante, querulo è fuori. I cazzi mosci, come li chiamiamo noi (l’alternativa è palle secche – ndr), sono Out. Va bene la polemica, va bene  il cazzeggio su tutto, la bestemmia o la preghiera, persino il politically in-correct, tutte le idee sono rispettate, basta che vengano esposte in modo brioso. E’ una grande palestra. provate a tenere alta l’attenzione in un porcile di fronte a tanti vostri simili pronti a sbranarvi se non siete all’altezza e poi mi dite. Certo gli argomenti non sono sofisticati e il qualunquismo è il sovrano incontrastato del regno ma, proprio per questo la sfida è più interessante. E succede anche che la gente non capisca di star vivendo in un mondo assurdo perchè il salto fuori dall’acquario (meglio, del porcile) è impresa titanica per un suino come noi. O che Gastone e l’uomo-nerchia decidano di iscriversi a una gita organizzata di MARTEDI, pagando una follia, per andare a Torino in pullman (quattro ore di viaggio più altre quattro per il ritorno)  a fare il Tour dello Juventus Stadium, vuoto. Solo per vedere com’è. E quando gli dico:

“Cazzo ragazzi, ma siete scemi???”

Loro mi rispondano:

“No lo scemo sei te che non capisci. Se ci si va di martedì si può vedere anche il museo della Juve…”

“Hai ragione, scusa. Questo non lo sapevo. Imperdibile…”

E loro:

“Vabbè sei perdonato per questa volta va, ma smetti di dire cazzate eh.”

No, perchè, vedete, mica tutti i maiali sono uguali.

Ci sono anche quelli che, pur avendo le capacità di capirlo, non sapranno mai di esserlo.

Perchè quando  mi capita di finire in salotti-bene, o presunti tali, il puzzo che sento è quasi sempre peggiore di quello del mio bar. I luoghi deputati all’arte e alla kul-tura sono spesso frequentati da Sus scrofa domesticus L. inconsapevoli di esserlo proprio come quelli allo stato brado a cui voglio bene. Gli atteggiamenti e le invidie e i pettegolezzi  e le piccinerie di taluni scrittori o scultori o peggio critici d’arte che credono di essere depositari di verità assolute è nauseabondo. L’alterigia e la prosopopea di alcuni editori o galleristi o di falsi mecenati, spesso insopportabile. Finta cultura che crede di poter insegnare un catechismo il cui scopo è indottrinare solo per mostrare una forza che in realtà non esiste. Non nelle idee almeno. E in questa cerchia di benpensanti, a volte affermati autori ma molto più spesso scribacchini che scrivono invece cose illeggibili che pensano siano capolavori o uomini di scienza o professori autoproclamatisi luminari dell’accademia italiana, mi accorgo che mi è molto più facile ipnotizzare con le minchiate che racconto. Perchè loro non hanno cuore. E gabbare gli occhi è molto più semplice che stringere  il cuore delle persone. I discorsi che vengono intavolati sono molto meno qualunquisti all’apparenza, lo sono però molto di più nella sostanza. E sono sempre immancabilmente noiosi. E saccenti. Spesso noiosi e saccenti assieme. E i giullari come me sono accettati solo fintanto che restano sullo sfondo ad applaudire alle loro esistenze. E se non sei utile a qualcosa, se non puoi aiutarli a diventare ancora più famosi e rispettati spesso si scordano di te e del fatto che tu magari, credendo che fossero amici gli hai pure raccontato cose  che non dici a nessuno. Perchè se uno nasce fava come me c’è mica cura che può cambiarlo.

E così sto finendo per frequentarli sempre meno. Perchè, la verità, è che mi trovo molto più a mio agio nel trogolo dove ogni cosa so come va trattata senza dover temere fregature e dove il rispetto ci si guadagna cercando di non essere pallosi  e cercando di evitare di sbattere in faccia agli altri ciò che si crede di sapere. Perchè, chi lo fa, trova sempre, prima o poi, qualcuno che ne sa più di lui che lo rimette al suo posto.

La vecchia cara legge della strada.