La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.

Noè era un imbroglione e pure un ausiliare del traffico

 

«Babbo scusa ma me lo dici quante pecore c’erano davvero sull’arca di Noè?» mi chiede Virginia  alzando la testa dal quaderno dove sta scrivendo.

Io la guardo e, finalmente dopo tanto tempo, mi sento tranquillo nel risponderle.

Un padre deve saper essere padre, cazzo. Deve poter insegnare alla propria discendenza la sua cultura e tutto il know-how che ha appreso in lunghissimi anni di studio matto e disperatissimo sui banchi di scuola.

«Certo che te lo dico io. C’erano due pecore, come erano due le coppie di animali che si portò a bordo sull’arca  Lo insegnano anche a catechismo no?» gli faccio con truce baldanza sfoggiando il mio sorriso stagionato, ma che fa sempre la sua porca figura.

«Infatti è quello che ci ha detto il prete. Però vedi, io volevo esserne sicura e mi sono andata a leggere la Bibbia e nel libro della Genesi che lui ci ha citato c’è scritta una cosa ben diversa e quindi, adesso, sono confusa.»

«Impossibile, le faccio io» rimanendo stranamente calmo.

Credo di essermi oramai abituato a questa soglia di dolore tipico di chi sa solo fare flop nei momenti che davvero contano nella vita «la Chiesa non sbaglia mica così grossolanamente. Ovvia, Virginia non prendermi in giro come fai sempre.»

«No, no, davvero babbo» dice lei seriosa «nella Genesi c’è scritto che, Dio, impone a Noè di prenderne solo una coppia quando parla degli animali immondi, mentre di quegli altri, quelli puri, quelli che si possono mangiare, doveva prenderne sette paia. Ora mi sembra che le pecore siano animali mondi, giusto? Insomma gli ebrei le pecore se le mangiano no?»

«Beh, si, in effetti, mi sembra che il kebab se lo facciano anche loro» rispondo imbarazzato.

«Appunto allora sull’arca di Noè c’erano quattordici pecore e non due come m’ha detto il prete. Sbaglio?»

«Ci deve essere un’altra spiegazione dai, per forza.»

«Ah si? E quale» fa quell’impertinente.

«Giuro che studierò a fondo la questione Virginia. Davvero.»

«Allora, già che ci sei mi puoi dire anche un’altra cosa che proprio non riesco a comprendere?»

«Sentiamo» faccio sconsolato.

«Ecco, secondo te, i pesci, Noè li ha lasciati ad arrangiarsi da soli con il Diluvio o doverosamente se li è portati a bordo costruendo un mega acquario?»

La guardo e penso che la vita a volte è proprio ingiusta. Insomma, non poteva prendere un pochino da me e provare a vivere con più leggerezza, invece che di rompere i coglioni a questo modo, spaccando sempre il capello in quattro?

«Virgi, ma giocare un pochino con le bambole e con gli smalti e i trucchi come fanno le altre bambine no eh? Guarda, capisco che la play station e fare i tornei di calcio sarebbe stato chiedere troppo, è vero, ma non mi sembrava che sperare di avere una bambina che pettinasse Barbie e sognasse di Ken fosse chiedere la luna.»

«Ken è finocchio babbo, lo sanno tutti, come posso sognare di lui?»

«Si, vabbè, ciao core.»

Un colpo così tremendo alla mia invulnerabile cultura doveva essere lavato con l’alcool. E così ho fatto un salto giù al trogolo. Per bere come Dio comanda alla faccia di Noè e del budello di su’ mà.

Nonostante che nel tempo abbia provato di tutto, io rimango un grande fan del “Negroni“. Il Negroni fa il culo a tutti. Ogni tanto va bene anche il “Negroni sbagliato”, ma Lui, quello vero, è il vero nettare degli Dei. Se lo ingozzi dopo esserti fatto un “Americano” puoi anche riuscire a capire  il senso di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin. Lo so, lo so,  “l’Americano” è da signorine o da fighetti radical-chic che vogliono darsi un tono ma odiano perdere il controllo, ma se dopo ci piazzate un bel “Negroni” come si deve, eh beh, signori, cambia tutto. E se trovassi un pazzoide che mi segue e se ne facesse un altro a seguire potrei anche declamare versi socialisti con una sporta di plastica in mano all’angolo della strada chiedendo l’elemosina senza vergognarmi.

Tutto questo per dire che mi sono imbenzinato come si deve ed ero pronto a un qualunque soliloquio contro lo stress della vita moderna. Ho provato così a parlare della stronzata del migliore dei mondi possibili di Leibniz ma nessuno sembrava impressionato dal mio verbo, mentre erano tutti in ammirazione della scimmia che stava prendendo posto sulla mia spalla. E così, narcisista come sono, mancandomi un’audience adeguata, ferito a morte ho deciso di andarmene via  dal trogolo pronto a riaffrontare quella merda di Noè con ben altro cipiglio.

Quel bastardone ha però chiesto aiuto al suo amico Dio. E come al solito, con chi gli pare, Geova risponde sempre presente.

La prendo larga.

Chiunque abbia mai letto L’Idiota di Dostoevskij, e abbia visto agire il principe Myskin, sa che quel libro è una grande apologia della stupidità umana. Seicento pagine per consacrare l’idiozia a suprema categoria dello spirito, sinonimo di irriducibile purezza d’animo, di epilessia emotiva, causata dall’estenuante forte sentire e capire, propri di ogni creatura spiritualmente superiore. A me,  però, è bastato molto meno per apostrofare, allo stesso modo del principe Myskin, il maledetto ausiliare del traffico che mi ha fatto trovare una, volta uscito, bello carico, una multa sulla macchina. Ero così felice per aver dimenticato per un po’ i miei guai e quel maledetto idiota dell’ausiliare del traffico mi ha fatto subito perdere il buonumore. Loro sono la vera feccia della società. Sono bastardi dentro. C’hanno questa vena, non lo so perché, amano nascondersi e far finta di niente. Sono tra noi e tu non lo sai. Potrebbero essere chiunque, si fanno passare per semplici passanti, aspettano che ti allontani e come lo fai, taac, ti lasciano il loro fogliettino. Sono di sicuro degli avanzi della polizia stradale, scartati nelle prove psico-attitudinali per manifesta demenza e bassa attitudine alla socialità. E nessuno può insultarli perché non è politicamente corretto. La nostra società, basata oramai sul buonismo imperante, mette ribrezzo e non sarà mai redenta perché non sa più da che parte voltarsi senza essere colpita dall’americanismo che la governa, partendo dalla classe politica fino ai vari programmi culturali. Siamo diventati degli ovini istruiti da un pastore analfabeta, idolatri del luogo comune più bieco. Io invece, che parlo ancora potabile, forse perché appartengo a un’altra era geologica rispetto alla contemporaneità, urlo a squarciagola “Morte all’ausiliario del traffico”,  terrorista per noi, molto più pericoloso degli agenti di Al Qaeda.

L’ausiliario del traffico è una delle prove dell’esistenza di Dio e della sua malvagità.

E affanculo anche Tony il parcheggiatore abusivo che dopo avermi ciucciato i due eurini all’entrata ha visto bene di sparire non appena quello si è materializzato.

Quando mangiare significa sprecare a prescindere


Adesso vi spiego cos’è la stupidità.

Anzi no. Sarebbe troppo lungo e difficile. Però una piccola fotografia dalla mia terra mi piace mandarla. Perchè ci sono cose che proprio non reggo più.

Io, un giorno si e l’altro pure, vado a pranzo alla Mensa comunale di Capannori. Che è poi dove vivo e lavoro. Adesso lo sapete. Quindi se volete unirmi al mio desco sarete super very welcome, quando e come volete.

Come fare per riconoscermi? E’ facile. Sono l’unico là dentro che litiga. Tutte le volte.

Eppure odio farlo. Insomma sono un tipo mansueto e oramai addomesticato. Un perdente che sa di esserlo.

Perché lo faccio allora?

Solo perché la rabbia ogni tanto va sputata fuori.

Dall’inizio di quest’anno il genio del male, lo scienziato che sovraintende alla stesura dei prezzi, ha deciso di incentivare quelli che loro chiamano “pasti strutturati” a danno del “pizzico-pizzicone” di chi, di mangiare primo-secondo-contorno acqua e frutta” a pranzo non c’ha proprio voglia.

Detto così non vuol dire molto, ma se si va nello specifico arriva il famoso genio italico che ci ha resi famosi “all over the world”: la stupidità liquida!!!!

Cosa succede?

Se uno prende:

a) primo, contorno, acqua e frutta paga sei euro

b) primo, secondo, contorno acqua e frutta paga otto euro

E fino a qua niente di strano.

Ma se decidi di prendere ad esempio, Primo, acqua e frutta, oppure secondo e contorno e basta, uscendo dal “pasto strutturato” finisci per prendere meno e pagare di più

E  io, che prendo “Primo, acqua e frutta” mi ritrovo puntuale la signora bella rubiconda alla cassa che mi chiede sette euro.

Poichè questa cosa mi irrita non poco le faccio notare ogni volta che si sta sbagliando. E lei, proprio come film di Troisi e Benigni comincia la litania. Nel suo caso mi risponde sempre “Non ha preso il contorno è fuori dal pasto strutturato”.

Mi scusi, le faccio notare,  capisce da sola l’assurdità di prendere apposta il contorno per buttarlo via per poter pagare sei euro anzichè sette no?

e lei

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

No, davvero, signora cicciona, bella piena all’amarena, non può obbligarmi a prendere il contorno e a buttarlo via per risparmiare un euro. E’ un insulto alla povertà. Facciamo che lei ha visto che l’ho preso e poi l’ho ridato indietro e mi fa pagare sei euro no?

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

Ora, so che non ci credete, ma è davvero così. Giuro E io allora blocco la fila. Il mio modo di protestare. Ci litigo ogni volta fintanto che, quelli dietro, non ne possono più e mi urlano di togliermi di torno con il contorno che nel frattempo l’altra signora preposta mi ha fatto avere il piatto di contorno e che a spregio tutte le volte mi fa: “Ci faccia quel che le pare, lo mangi, lo butti, lo dia in pasto al cane a noi non importa”

Mi guardo indietro e vedo operai, impiegati comunali o cazzoni come me affamati come lupi, mi commuovo e lascio perdere.

Prima di andarmene non rinuncio alla catechesi e chiedo a Ciccia Amarena perchè non prova una volta ogni tanto, non  sempre è, solo una volta ogni tanto a usare la sua testa senza rifugiarsi nello stereotipo del “io non decido niente, faccio solo il mio lavoro”

E lei, pazzesco, non si scompone di un millimetro. E’ veramente una donna incredibile. Non si sposta di un appoggio. Ma proprio nemmeno uno e mi ripete, con fare impassibile, il suo mantra preferito:

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

ma vafangulo

I gotta feeling…

Ci sono diversi  sognatori che urlano parole di cui nessuno sembra accorgersi.

Parlano di un mondo migliore. Più giusto. Di Libertà e di solidarietà unite e non divise ideologicamente. Sembra però che esse siano una musica stonata e che la gente preferisca la rumba quotidiana dello scontro dritto per dritto. Il tanto peggio tanto meglio. Il vecchio classico standard: troppo giovani per vedere prima, troppo vecchi per combattere poi.

Chissà, forse un giorno sarà diverso. Quelle parole saranno ascoltate dalle generazioni future che utilizzeranno le autostrade che noi stiamo faticosamente costruendo per poterci riuscire. E magari, forse, loro riusciranno a capirle meglio.

Nel frattempo io ho la sensazione che tutto mi stia sfuggendo di mano.

Da anarcoide individualista ho sempre combattuto l’autorità in ogni forma e luogo. E come tanti prima di me ho sempre perso. A lei piace arrivarti sempre in faccia e sorriderti in modo garbato e cercare di dimostrarti che sei sempre, in ogni luogo e condizione, il solito coglione che non capisce. Adora addomesticare le sue vittime. Non importa la divisa che indossa, nè il distintivo che ti mostra prima di iniziare il sermone. E’ sicuro infatti che qualcuno che ha studiato meno di te e che ha potere sulla tua vita, decida prima o poi di darti lezioni di filosofia o di etica o di educazione civica spicciola che ha imparato nel bignamino per fare il suo bel concorsone truccato. Ed è scritto che tu debba anche ascoltare in religioso silenzio senza replicare. Perchè, se non lo fai, il tuo calvario può essere molto più lungo e doloroso. Stamattina ad esempio è stato l’esimio ragionier G. che, dentro uno spettacolare doppio petto sormontato da una cravatta con un nodo che se non sta attento finirà per soffocarlo, a tenermi mezzora inchiodato alla poltrona del suo studio per cercare di chiarirmi che le autocertificazioni che avevo prodotto per ottenere un rateizzo con Equitalia, non avevano alcun valore nella sua personalissima interpretazione della legge. Ho provato a usare una normalissima dialettica, piuttosto basica, per scelta, in modo da cercare di dimostrare l’insensatezza della sua posizione e lui, non solo non ha capito una mazza ma è partito all’assalto con il pippone etico. L’esimio ragionier G., che non ha la minima idea del significato e da cosa derivi la parola “Etica”, mi ha costretto a subire la violenza di doverlo ascoltare in silenzio annuendo come un qualsiasi pirlone. Perchè mi era chiaro che avrebbe deciso lui comunque e che, soprattutto, sentiva forte il bisogno di schiacciare il povero beota che sta scrivendo, che da parte sua sta solo cercando di sopravvivere a Equitalia che lo incalza e alle banche che lo braccano.  Lo zelante burocrate G. è, per l’amministrazione pubblica, come il Papa in materia di fede: infallibile.

Ho deciso di farmi sodomizzare dalle sue parole. Se avessi interagito con il caprone, lui avrebbe messo davanti a me la giungla degli appelli e dei ricorsi, quelli in cui non sai mai come finisce. E così sono stato passivo, fedele al vecchio adagio sulla violenza sessuale che devo aver letto da qualche parte. E per mezzora il ragionier G. mi ha violentato. Era come se sapesse che poteva farlo. Se avessi alzato la testa e gli avessi detto ciò che pensavo della sua cultura da quattro soldi e delle argomentazioni buttate senza un principio logico di causa ed effetto, lo avrei fatto godere di più. Cosa che ha comunque fatto peraltro. Per cercare di non cadere in tentazione, mi ero fissato nel guardare il suo pomo d’Adamo che entrava e usciva dal collo umidificato della camicia con uno scatto improvviso in uscita e un extra lavoro per l’entrata. Alla fine della sua lectio magistralis, quando finalmente è venuto, si è adagiato sulla poltrona esausto. Ho fatto allora la cosa più razionale potessi fare al momento: ho chiesto  pietà al mio violentatore. Tu hai il potere, tu sei Dio, io mi ti faccio inculare quando vuoi sopportando ogni cosa, ma abbi pietà di me. Accetta la mia richiesta perchè altrimenti scadono i termini e mi salta ogni cosa. E come tutti i signori medioevali che si rispettano, l’esimio ragionier G. ha detto ok. Mi hai fatto godere, quindi ok. Ti ho dominato, stuprato la tua intelligenza, posseduto la tua anima eversiva e questo mi basta. Per adesso. E quando mi sono alzato per andarmene ha inteso fare “la seconda”:

“Come non mi dice “Grazie”?”

Io non so come sia possibile. Il bambino Masty non me lo perdonerà mai, ma il vecchio che sono diventato ha detto “Grazie” all’uomo che oggi mi ha violentato.

Si, ho come la sensazione che tutto mi stia sfuggendo di mano.

Ho persino dimenticato che “La Confessione” è un sacramento. Ieri mia figlia mi dice che dovevo andare a parlare con il prete del catechismo per la prima comunione che voleva a tutti i costi vedermi. Non mi era chiaro di che cosa volesse discutere con me il vecchio satrapo, ma, per educazione, mi sono fatto forza e ho aspettato la fine della Messa. In genere ci accompagno la bimba e tanti saluti a mamma.

Era molto che non ne seguivo una. Me le ricordavo meno pallose. Insomma, alla fine vado da Don Diego della Vega che è diventato parroco della parrocchia più scalcinata della piana e lui mi fa la tiritera sul fatto che è indispensabile che anche i genitori si facciano vedere in chiesa per aiutare i figli in un momento così delicato. Tralascio di dire che ha citato una mezza dozzina di volte San Paolo e pure Cicerone alla cazzo di cane solo per impressionarmi e che, di nuovo, ho abbozzato per carità di patria. Quando gli chiedo  in modo del tutto innocente di quale momento delicato stia parlando Don Zorro mi fa la zeta sul culo:

“Oh Signor Masticone, ma stiamo scherzando o cosa? La CONFESSIONE”. E’ una cosa fondamentale. Lo capisce?”

E là ho fatto la cazzata della settimana perchè, completamente dimentico che trattasi di un sacramento mi sono permesso di dire:

“E che sarà mai la Confessione…”

E vai con un altro pippone etico-cattolico-esistenziale, con me che davanti a mia figlia non potevo certo pensare di dire all’uomo mascherato che mi stava massacrando le palle in modo del tutto inopportuno:

“Lei mi dica. Da quanto tempo non si confessa eh? Non la vedo mai in Chiesa. Scommetto che saranno anni”

Se gli avessi la verità e cioè che si parla di decenni, si sarebbe incazzato come una biscia. Ho solo chinato la testa in segno di sottomissione. E lui allora avanti di nuovo con San Paolo. Confesso che se fossi stato un ateniese sarebbe stato più facile. Mi ha chiesto di farne una subito con lui per togliere il grosso dei miei peccati subito e andare di fino poi, nelle sessioni successive. Pensavo fosse una battuta e mi sono messo a ridere. Se l’è presa a male. L’aggressione davanti ai tuoi figli non è una cosa particolarmente facile da accettare. Insomma un conto è farsi sodomizzare dal Ragionier G. al comodo e nella tranquillità del suo ufficio. Un conto davanti a tua figlia che ti ricorderà sempre come una capra che si fa sbattere da un pretaccio di provincia. E così m’è toccato dirglielo, cercando di non essere, allo stesso tempo troppo pesante per evitare l’effetto contrario.

“Senta, padre, io mi confesso da solo. Non ho bisogno di lei. Se voglio parlare con Dio ci parlo senza intermediari. Mi piace comprare all’ingrosso.”

Anatema. Penitentia agite.

“Signor Masticone lei sta parlando come un sacrilego. Non è da cattolici e credo che sua figlia abbia diritto a un’educazione migliore di quella che le sta dando”

Quando è troppo è troppo. E’ scattata inevitabile la rappresaglia:

“In effetti avrebbe diritto a vivere senza le minchiate che la Chiesa racconta, solo che, poichè non ho la forza di farla crescere sana e libera, permetto che venga qua, lei però non si approfitti della situazione perchè se lo fa ancora non la vede più.”

E  me ne sono andato.

Come faccio a non provare più questa sensazione in cui sembra che tutto mi stia sfuggendo di mano?

Le persone alle quali vuoi più bene che ti dicono che in qualche modo la tua assenza è più importante della presenza e che non è mai abbastanza ciò che fai per farle felici, quelle con cui lavori che pretendono tu inventi un sistema nuovo per salvare la vita a tutti e tu sai di non essere di certo Thomas Edison, gli amici che ti chiedono di essere sempre “brillante” neanche tu ti chiamassi Recoaro.

Ma sapete, tutti quanti, i’cchè c’è …?

I gotta feeling….

Take a load down “Sally”

Corinne ha gli occhi grandi. E due labbra carnose naturali che farebbero invidia a una movie star. Dimostra quasi dieci anni in meno di quelli che risultano all’anagrafe. Sta con un uomo molto più grande che lei chiama “compagno” e che vive a Montecatini, ma quando ne parla sembra quasi che non provi affetto per lui. In realtà, molto più semplicemente, non si fida. Sa bene che, con ogni probabilità, anche questa storia finirà, come è successo con suo marito prima di lui e con tutti gli altri che le hanno detto che l’accettavano così com’è senza pretendere di cambiarla, salvo poi mollarla dopo qualche mese di convivenza.  O si è come lei o è difficile starle accanto.

Perchè Corinne è una canara.

Per questo, senza nemmeno saperlo, veste una divisa da super eroina che non si toglie mai e che la contraddistingue dappertutto. Per lei come per le tante canare sparse per il territorio nazionale, tutte volontarie, quest’hobby è giunto ad avere orari quasi da lavoro e non è più solo e semplicemente un passatempo. Si accollano la gestione degli “stalli” ad esempio. Quando cioè un canile non è più in grado di accogliere animali esse le prendono in casa loro in attesa di trovare adozioni adeguate. E mentre si tengono in contatto tra loro cercando una giusta collocazione, non è raro che finiscano per trovarsi ad avere sei o sette cani a cui badare come fossero dei bambini. Le donne come Corinne, e sono tante, hanno creato organizzazioni fenomenali in tutto il Paese.

La migrazioni dei cani, così come degli uomini funziona da Sud a Nord. Mai il contrario.

Mani premurose raccolgono cucciolate di cani abbandonati persino nei cassonetti o in mezzo alle strade di tutte le regioni del mezzogiorno. Credo che questo aspetto del carattere della gente del sud, sia quello che meno sopporto di loro. Il permettere che il randagismo diventi uno stato di fatto contro cui non si può far niente. A Nord di Roma non succede, ma a sud di essa esistono branchi sterminati di randagi che nel migliore dei casi diventano i “cani di paese”, ma che il più delle volte non sanno proprio come cavarsela.

Poi ci sono i cacciatori. I più bastardi. Loro hanno il vizietto di non far sterilizzare le cagne perchè sperano che tra la decina di cuccioli che usciranno ce ne possa essere almeno uno buono da usare per la caccia. Gli altri, gli inadatti, o li ammazzano o li abbandonano. In mezzo a tutto questo scempio, esistono però piccole eroine (sono quasi sempre donne), che decidono di combattere per salvare la vita di questi poveri animali. Si appoggiano a qualche veterinario compassionevole per le prime cure del caso e per la microcippizzazione e poi spediscono al nord attraverso vari canali. Non ho ancora ben capito dove trovano i soldi per fare tutto. Se esistono delle sovvenzioni, dei mecenati o se è solo tutto di tasca loro, ma alla fine i cani arrivano nelle case di altre eroine che se ne prendono cura in attesa di farli adottare da famiglie. Anche se, per la verità, molto più spesso finiscono dentro i canili del florido centro-Nord che, forse non saranno i lager come lo sono alcuni loro simili del meridione, ma rimangono di una tristezza infinita.

Chiunque sia mai entrato in un canile sa bene di cosa sto parlando.

Io vivo in Toscana. Senza volermela tirare troppo mi limito a dire che è uno dei posti  più ambiti in cui poter vivere, almeno nell’immaginario comune. Noi siamo la culla della civiltà. O almeno così ci piace pensare. Il Rinascimento è nato qua. Già. Eppure, lo stesso, se entrate in un nostro canile comunale vi viene il volta stomaco. E non aggiungo altro per non incorrere in azioni giudiziarie. Mi limito solo a dire che lasciare la gestione dei cani spesso a persone socialmente disagiate che devono essere riabilitate loro, prima di prendersi cura di qualche animale, non è una cosa particolarmente intelligente. Stop. Di buono però c’è che esiste una marea di gente che ama dare anche solo una mano e, per questo, ogni giorno, ci sono cittadini/e insospettabili che vanno ai canili solo per far fare una passeggiata esterna ai cani che vi sono dentro.

Ho educato le mie figlie a essere proprio a quel modo e, quando la loro richiesta di avere un cane è stata pressante e non più procrastinabile, non abbiamo dovuto discutere nemmeno un secondo se prendere, pagando, un cucciolo di razza pura in qualche allevamento, oppure un meticcio da un canile.

L’unica cosa che volevamo era che il cane scegliesse noi. Non il contrario.

E così ho chiamato Corinne.

A lei non è parso vero di cominciare “a sbattersi” per una nuova adozione. Vederla in azione è stato uno spettacolo. Un moto perpetuo, pieno di passione e proposizioni. Ho scoperto che in genere la gente si innamora delle fotografie e quindi l’iter standard prevede che tu guardi un bel po’ di foto fino a quando non ne trovi una che “ti parla”. E lei ne ha mandate a dozzine. E poi tantissime altre si trovano su internet dove, nuova scoperta, ho appreso qualche “trucchetto” che, a fin di bene, le canare usano. Il più classico è quello di chiamare le adunanze a casa di una di loro perchè è in arrivo una cucciolata “simil qualcosa” che, quando ci vai, di quel qualcosa non hanno niente. Siamo stati allora a cucciolate simil Labrador o simil Golden Collie dove i cucciolotti forse avevano avuto qualche secolo fa un qualche avo e niente di più. La cosa straordinaria però è che tutti essi erano lo stesso erano adorabili. Tanto quanto gli altri già grandi, quelli “difficili” da adottare.

In queste settimane abbiamo così vissuto diverse  micro esperienze molto belle in cui, però, l’unico neo era che nessun cane ci aveva davvero scelto.

Questo fino all’altro giorno dove, in una casa di una canara nel Mugello, direttamente dalla provincia di Trapani dove era stata abbandonata in campagna da qualche farabutto, abbiamo incontrato Sally, una splendida meticcia, affettuosa che se solo gli umani che conosco lo fossero la metà vivremmo in un mondo migliore ma che, soprattutto, si è presa la briga di dirci che aveva fatto tanta strada per arrivare fin quassù, solo e unicamente perchè voleva stare con le mie bimbe.

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Grazie Sally

Come si lavorano questi pellegrini…

Credo che dovremmo un po’ più di rispetto agli spagnoli.

Insomma, dai, ammettiamolo. Gli italiani hanno una supponenza di base con loro allo stesso modo in cui i francesi l’hanno con noi. E gli inglesi con i mangiarane. Credo che derivi da quella che io chiamo la sindrome del terrone. Insomma, chi è a sud (non solo geograficamente) è per definizione, peggiore. O dicendolo in modo politicamente corretto “in via di sviluppo.”

Noi, va detto a onor nostro, siamo, per fortuna, mediamente più cialtroni e meno spocchiosi dei polentoni del nord Europa, però, lo stesso,anche se sorridiamo e godiamo della presenza di spagnoli nelle nostre vite, sotto sotto, pensiamo: si vabbè, però siamo meglio noi!

La dimostrazione di quanto falso possa essere un pensiero così sottilmente diffuso io ce l’ho sotto gli occhi tutti i santi giorni.

Doverosa premessa: non l’ho mai fatto (not yet I mean…) , ma ho letto molto sul cammino di Santiago. So, ad esempio, che gli spagnoli lo hanno organizzato benissimo, facendolo diventare una specie di cult internazionale al punto che non è più solo una meta per cattolici praticanti in cerca di remissione dei peccati ma anche di atei che detestano i libri di Coelho (come me..) e che lo fanno anche solo perchè è semplicemente bello (per chi fosse interessato c’è un divertente libro di Liebig Etienne “Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela”). Mi sono così, alla fine, fatto l’idea di una cosa piena di passione e di vita, anche e soprattutto nei confronti della natura. Tra sacchi a pelo, ostelli, rifugi d’emergenza, amicizie improvvise ed infortuni di viaggio, il Cammino pare una cosa diversa da persona a persona. Camminare dalle sei alle otto ore al giorno, con il rischio di finire l’acqua e non potere bere, con il dolore alle gambe che ti piega ma che devi superare con le tue forze per proseguire. Partire ogni mattina per fare trenta chilometri con dieci chili di zaino sulle spalle senza spesso vedere una casa o un centro abitato per ore riporta alla condizione umana del vivere, quella condizione che si perde nella vita caotica e frustrante di ogni giorno e nelle vacanze preconfezionate da villaggio turistico. Si attraversano torrentelli d’acqua passando da un ciotolo all’altro proprio come facevano una volta i pellegrini. E poi, camminando tra bellissimi e superbi paesaggi, spesso incontaminati, si conoscono nuove persone in continuazione, ognuna con la propria storia da raccontare e spesso vogliose di conoscere la tua, fatto strano considerato che l’abitudine è spesso che non ci si ascolti nella vita quotidiana neppure tra amici, persi nella mediocrità di una vita stereotipata. In genere, si dice che l’ideale sarebbe partire in solitudine e aspettare che il tempo porti nuove persone nella tua vita. E, le amicizie che nascono sul Cammino sembra non si dimentichino mai.

Noi che c’entriamo?

Beh, la verità è che a noi ci piace taroccare.

E dai su. Inutile negarlo. Il tarocco da noi gode di una straordinaria popolarità che in altre latitudini non potrà mai raggiungere. Siamo molto inclini, ad esempio, a comprare cose falsamente griffate per strada da chi non ha diritto a svolgere attività commerciale, o prodotti alimentari che “assomigliano” agli originali ma che costano molto meno e ci importa poco se sono sani oppure no. Per diversi anni la scheda Tarocca Sky era il massimo sfoggio di italianità. Un modo come un altro per mostrare fieri l’appartenenza alla nostra terra e cultura.

Così, per non smentirci, abbiamo inventato anche la versione tarocca del Cammino di Santiago: la via Francigena!

La storia di essa è facilmente trovabile su Internet. Era uno dei percorsi di pellegrinaggio medioevali. Parte (iva) da Canterbury per arrivare a Roma.

Avendo notato che il cammino di Santiago in Spagna stava diventando una grande attrazione turistica, quindi potenziale fonte di guadagno, qualcuno da noi s’è messo in mente di proporre una versione alternativa dello stesso e ha tentato di organizzare una cosa simile. L’ha fatto all’italiana. Cioè alla cazzo di cane. In altre parole non c’è un progetto d’assieme che lega il tutto. Piuttosto esiste una sperimentazione a macchia di leopardo. Una serie di zone, spesso distanti tra loro, che non hanno guardato al progetto nella sua totalità ma si sono limitati al solo al bieco tentativo di attrarre turisti per la propria Pro Loco.  Due aree su tutte: il Lazio e l’alta Toscana.

Ora, lo so che deve essere difficile da credere per chi ha davvero fatto il Cammino di Santiago, ma la sua versione tarocca made in Italy, passa proprio davanti casa mia. Non in senso figurato intendo. Passa FISICAMENTE davanti casa mia. Proprio sul marciapiede davanti al mio cancello. E prosegue lungo una meravigliosa arteria ad alto scorrimento automobilistico dove se si respira a pieni polmoni, con un po’ di impegno, si può pure prendere il canchero ai polmoni per lo smog che si respira. Sempre che non si muoia prima venendo arrotati dagli autotreni che sfrecciano veloci come lippe. E così, in primavera, comincia il flusso dei pellegrini che convinti di esser tali, vestiti con scarponi da montagna e di alpenstock e zaini superpesanti mi passano davanti, ridicoli come solo chi è davvero ridicolo può essere. In genere, essendo anch’essi amanti del tarocco, arrivano in autobus fino a Lucca per gabbare tutta la strada che avrebbero dovuto fare in precedenza pensando poi di passare per boschi o posti leggendari venendo invece dirottati sulla via Romana Ovest dove, se avessero delle comode scarpe da passeggio anzichè armamentario da scalatore, avrebbero molte più possibilità di sopravvivenza.

In genere capiscono l’inculata dopo un paio di giorni e, infatti, credo che la gran parte di essi una volta usciti dal territorio lucchese decida di prendere un altro autobus o treno per arrivare a Roma. Anche se il sospetto che ci riprovino da un’altra parte del percorso ce l’ho. Come anche la sicurezza che verranno accolti dagli altri italioti nello stesso modo.

Prima di uscire dalla mia terra hanno però la fortuna di passare davanti a uno dei più grandi monumenti nazionali, protetto dal Ministero dei Beni Culturali molto più che gli scavi di Pompei o del Museo degli Uffizi. Sono veramente orgoglioso di questo e del fatto che disti solo pochi chilometri da dove abito. Sto parlando della mega sede centrale della SNAI.

Vuoi mettere una sana scommessa su una partita di cartello con un pallosissimo paesaggio mozzafiato in cima a un passo pure difficile da scalare?

Non di rado, quando ci passo in macchina ci vedo entusiasti pellegrini che, essendosi rotti gli zebedei di camminare in mezzo alle macchine decidono per un bel pit-stop fatto a base di panini con la porchetta dell’ambulante abusivo mentre si godono i video dei principali eventi sportivi.

Stamattina mi ci sono fermato anche io per comprarmi  un panozzo come si deve da portare via perché, stiamo mica a scherzà, Tonino l’ambulante napoletano sa il fatto suo. Mentre attendevo il mio turno mi sono messo a parlare con uno di loro. Un americano che con la moglie, vestito come da copione con tanto da cappellaccio da boy scout, era in fila con me. Il fatto che parlassi in inglese mi è sembrato per lui una liberazione. Poteva finalmente sfogare la sua frustrazione in madre lingua. Mi ha detto che venivano da Austin, Texas, e che volevano fare una cosa che assomigliasse al Cammino di Santiago ma che non fosse così difficile. La Via Francigena gli era sembrato un’ottima alternativa. La realtà però li stava un po’ deludendo ma che, riuscire almeno a vedere la partita di baseball dei Texas Ranger sui televisori della Snai li aveva messi di buonumore. Gli ho detto che se avevano bisogno di qualche informazione particolare o di un aiuto  glielo avrei dato. Lui,  ringraziandomi, mi ha chiesto dove trovare un bancomat funzionante perchè i due che aveva incontrato (sulla via Francigena…) erano “out of order” e stava meditando di mollare una volta raggiunto Altopascio e di riprendere la corriera fino a Firenze. In funzione di un imprecisato senso di appartenenza alla Pro-Loco Italiana mi sono sentito in dovere di incitarli a continuare. Non so nemmeno bene io perchè. Forse stavo parlando piu a me stesso che a loro. Immagino che utilizzassi quella famiglia come transfert per parlare a me stesso. Nella lunga attesa (Tonino sarà bravo ma è indolente come pochi…) gli ho detto della necessità di non mollare. Di provarci ancora. Di resistere. Che quello era il senso del pellegrinaggio. Non importa se l’immaginario andava in una direzione diversa da come si presentava la realtà. Non si doveva mollare, punto e basta.

Mentre parlavo, mi è venuto in mente che stavo blaterando solo una serie di merdate inutili. E fasulle. E pure fuori luogo. Ma prima che potessi correggere il tiro (avevo già pensato di pagare pegno accompagnandolo direttamente ad una banca vicina) Tom, così si chiama, mi guarda serio e mi fa quasi paura. La moglie mi sorride e lui mi allunga la mano e stritola la mia quando gliela porgo:

“Ok Buddy” mi fa “you’ve convinced me. We won’t stop. We’ll give another chance at the Via Francigena”. ha detto pronunciando quel “frenchigina” in modo tale che non ho potuto fare a meno di sorridere, provando allo stesso tempo un grosso imbarazzo perchè non so mica se gli ho fatto un favore.

Prima di risalire in macchina gli ho augurato buona fortuna e mi è venuto anche in mente di chiedergli se avevano, come fanno sempre gli americani, un desiderio segreto associato al pellegrinaggio. Lui sorride e so di aver colpito nel segno:

“The World Series for the Texas Rangers. What else?”

Qualcosa mi dice che però che se quella franchigia vuole vincere il campionato di baseball sarà bene che non conti sul fatto che Tom e Mary raggiungano Roma a piedi da Lucca perchè altrimenti anche quest’anno andranno in bianco.

      

Uomini e/o caporali (ovvero Emma poppamelo)

Dopo averci meditato sopra per anni mi sono convinto che il culmine del piacere sia, quasi sempre, la pura e semplice distruzione del dolore.  Cosa che sostengono molto bene pure i membri dell’associazione nazionale anestesisti e rianimatori ospedalieri. Eppure io sono uno delle poche persone al mondo in grado di riuscire allo stesso tempo sia a godere provando un singolare senso di onnipotenza quando una donna mi confessa che, qualche giorno prima, ha indossato quel vestito particolare proprio per me, sia a soffrire lo stesso come un cane perché non ricordo assolutamente di quale vestito si tratti.

Niente. Nemmeno il colore.

Emma, l’inquilina che sta sopra il nostro ufficio e che incrocio ogni tanto al portone o al bar qua di fronte è una donna che si fa notare. Ama, infatti, citare film, sbagliandone puntualmente  il regista o la pronuncia inglese, che però le piace tanto ostentare. E poi, Signore Iddio, usa di continuo  l’espressione ”piuttosto” assolutamente a caso, mettendola in mezzo alle frasi, così, come si lanciano i coriandoli a carnevale, spesso adoperandola alla stessa maniera di un “o” congiuntivo.

In modo non del tutto sorprendente, nonostante l’evidente sciatteria mentale è comunque una donna felicemente sposata con due figli adolescenti grossi come Bud Spencer che se solo mi avvicinassi a lei in modo non appropriato mi scorticherebbero vivo. Eppure, la nobildonna, si diverte lo stesso a prendermi per il culo ammiccando a doppi sensi per il mero gusto di provocarmi. Le piace giocare e, si sa, con me trova terreno fertile, essendo, per natura, predisposto geneticamente alla cazzata goliardica. Fino a oggi pensavo però che il gioco fosse fine a se stesso. Insomma dai, solo un po’ di colore in mezzo alle classiche giornate grigie della provincia italiana. Invece ho capito che c’era il trucco. La furbina lo faceva perche era ben consapevole che prima o poi le sarei stato utile. Stamattina, infatti, è scesa trafelata in vestaglia, piombando nell’ufficio e gettando lo scompiglio in tutti noi. Piagnucolando alla maniera delle sciantose napoletane ha detto a Daniela che le ha aperto la porta che aveva assolutamente bisogno di aiuto perchè la caldaia le si era rotta e fa ancora piuttosto freddo. Sosteneva di avere la  febbre  alta e che non poteva uscire. Sola in casa, con i figli a scuola e il marito a lavoro aveva pensato che solo io potevo aiutarla a risolvere la situazione.

Ora,  non è che non volessi aiutarla,  solo che, avendo la piena consapevolezza di essere mediamente handicappato nelle cose manuali, e quindi sapendo che sarebbe stata l’ennesima occasione per mostrare di nuovo la mia inettitudine alla conduzione di un’esistenza capace di confrontarsi con i mille problemi pratici che la quotidianità ci sottopone in modo impietoso, ho fatto lo gnorri.

Lei non ha mollato la presa:

“Ti prego, ti prego, ho un febbrone pazzesco aiutami.”

“Eddai bestia, che ci stai anche a pensare? Forza.” ha ululato Daniela.

Tirato per la giacchetta decido di sputtanarmi in maniera definitiva e accetto l’incarico.

Entro così nel suo appartamento e, in effetti, fa molto freddo. Tergiverso ravanando tra i radiatori, girando le manopoline da una parte all’altra come un qualsiasi babbeo e lei sta per mangiare la foglia. Mi guarda torva e mi fa:

“Oh bella, quello la so fare anche io!” .

Le ricambio lo sguardo d’odio e penso: “Quello che non sai fare te, amica mia, è però il “Pretender”.  Mo’ ti cardo io.”

Faccio la faccia offesa e, sdegnato, le chiedo di farmi strada presso la caldaia, in terrazzo. E là parte il Buster Keaton che alberga dentro di me.  Comincio ad armeggiare facendo finta di capirci qualcosa, nazzico un po’ con i pulsanti, così, a vanvera, apro e chiudo l’acqua dentro la caldaietta, controllo con aria saccente tubi di cui non ho la minima idea quale sia la funzione nè che cosa stiano a fare là e alla fine metto su una faccia da laureato in ingegneria termonucleare e confermo che si, ha proprio ragione, proprio non funziona. Occorre tuttavia necessariamente chiamare un tecnico autorizzato dalla ditta, perchè, certo, potrei anche farlo io senza problemi, le dico senza guardarla negli occhi, ma la bassa manovalanza è tuttavia obbligatoria dato che se ci mettessi sopra le mani perderebbe le garanzie che ha grazie ai controlli periodici che ha fatto fino a quel momento e sarebbe molto peggio. Emma rimane inebetita di fronte al mio sproloquio al punto che mi sarei dato il cinque da solo da quanto l’ho sparata grossa ma, mentre sto per tornare felice alle mie cose, mi chiede se ho almeno una stufetta o qualcosa per consentirle nel frattempo di riscaldare la stanza. Tiro un sospiro di sollievo perchè penso che stavolta posso finalmente fare un figurone a costo zero. In magazzino infatti avevamo una vecchia stufaccia ante-guerra, che Zaira ogni tanto si accende perchè è una giovane nata vecchia. Scendo, la prendo e penso che niente stavolta può fermarmi.

Errore di valutazione clamoroso.

Quando rientro nell’appartamento mi accorgo che l’unica presa disponibile per attaccare il ferrovecchio è gia super occupata da una miriade di altre cose. Stereo, TV, lampade, radiosveglia, caricabatterie del cellulare e un altro paio di arnesi di cui ho avuto paura a chiedere. Da buon maschio pragmatico propongo di staccare tutto e, affanculo il resto, adesso si va con la stufetta.

Lei no.

La stronza che fa?

Un sorrisino bastardo e dice:

“Ma no dai, come faccio se togli tutto? Piuttosto fammi una cortesia personale.  Vai a comprare una prolunga e la attacchiamo di là e vedrai che sistemiamo ogni cosa. Vuoi?”

La bestia che è in me voleva urlarle il più canonico degli “Stocazzo“, ma il senso di colpa di chi lascia sempre le cose a metà e che molla quando il gioco si fa duro che mi perseguita da “illo tempore” mi impone di assecondare la sua mostruosa richiesta. Lei infatti non aveva la minima idea di quel che mi ha chiesto. Quale immane tortura avrei dovuto sopportare per poterla soddisfare. Eh si. Perché, per colpa sua, sono stato obbligato ad andare in un posto in cui non mi sono mai recato da solo ma sempre accompagnato da un genitore e solo previo certificato di sana e robusta costituzione del medico di famiglia. Un luogo oscuro, massonico e messianico,  i cui riti segreti sono custoditi gelosamente da sacerdoti drughi che, invasati di sapere, tramandano la loro scienza, di generazione in generazione, per via orale affinché non vada persa, ma solo e sempre ai figli maschi e che si guardano bene dal far conoscere qualcosa ai non iniziati.

La Ferramenta.

Io odio le Ferramenta. Più o meno come le infradito e i Suvve. La Ferramenta è là per dire a tutti gli handicappati del mondo, quelli come me per capirci, che sono delle mammolette incapaci e che la devono smettere di spacciarsi per uomini veri. Uno e due. Quelli che non devono chiedere mai. Noi che abbiamo nel DNA un cromosoma sbagliato, bisogna chiedere sempre e comunque altro che. Anzi, spesso pure supplicare.

Entro e il titolare sta parlando con un uomo. Capisco subito che non si tratta di uno stimolante simposio di un gruppo di intellettuali che sta cercando di aprire le vie per un nuovo pensiero filosofico che si opponga a quello di Kant. In effetti parlano una lingua a me completamente sconosciuta: gruppo elettrogeno, cavo coassiale, smerigliatrice angolare, utensili Festool, distanziometro laser. A onor del vero va detto che ho sempre saputo che quelle “cose” esistono, ma mi ero convinto che, nella vita vera, ci sarebbe stato qualcun altro in grado di usarli al posto mio. Spazzola fili acciaio ottonato curva, Pitoneria ganci rampini, schiume poliuretaniche. Insomma qualcosa mi dice che sono piombato in uno dei miei peggiori incubi. Io però voglio soltanto una prolunga e, quando arriva il mio turno, lo ripeto come un robot, perché, in macchina, avvicinandomi alla loggia massonica, mi ero preparato a dovere. E che cazzo. Sono mica uno così. Io so studiare. E quindi vado con la poesia imparata a memoria

“Vorrei una prolunga da almeno 2000 watt di portata”

Durante il percorso, facendo le prove da solo in macchina, che la gente che mi vedeva da fuori chissà che avrà pensato, mi ero convinto che si trattasse di  una bella frase ad effetto, sufficiente a millantare competenze che non ho. Attività in cui, lo ammetto, mi piace eccellere fin dai tempi dell’esame di diritto commerciale, quando gabbai l’ignaro professore con un abracadabra che ha segnato la mia esistenza facendomi pensare che spesso apparire conti più dell’essere. La risposta del tamarrone però mi colpisce alla schiena.

“Allora le devo dare un filo di almeno 1,5 millimetri di spessore, se non 2, in aggiunta ad almeno due connessioni di…”

Si, vabbè, ciao nini. Crollo come quel miserabile che sono.

“Senta,  ho freddo e devo attaccare la stufa. Fuori ho visto una prolunga  c’è scritto 3600 watt, va bene quella?”

“Lei si sbaglia”, si oppone e mi spiega in modo dettagliato una formula segreta inventata da Mago Merlino con cui, secondo il capo della loggia massonica, dovrei costruirmi da solo il tutto con il materiale radioattivo che mi avrebbe venduto lui e che avrei dovuto trattare con una tuta d’amianto per evitare di essere contaminato. Ovviamente la mia curva dell’attenzione è durata cinque secondi. Al sesto i miei due neuroni erano già impegnati a capire a come uscire vivo da quell’inferno. Ho puntato l’uscita di sicurezza e mi sono detto “Vai, più veloce della luce, e non voltarti indietro.”

L’orgoglio però è una brutta bestia. Ho visto in faccia all’uomo con i denti di metallo, lo schifo di superiorità di  coloro che si rendono conto di star comunicando con qualcuno appartenente a una razza inferiore e, quando mi ha detto con fare scocciato “Vuole che glielo rispieghi più lentamente perchè non ha capito?” con un  sussulto di dignità ho preso di peso quell’uomo e l’ho portato di fronte alla prolunga che avevo visto all’entrata:

“Ma quella non va bene. E’ è una prolunga con che si riavvolge”.
“Eh allora scusi?.
“Non cambi le carte in tavola mei lei mi ha chiesto una prolunga, non una prolunga con riavvolgitore”.
“Ah beh, mi scusi tanto, non volevo offenderla mi creda”.
“Se vuole usare quella prolunga, sappia che la deve svolgere tutta”.

“No? davvero?”

Inutile dire che l’ho comunque accattata di corsa con grande soddisfazione e senza pensarci su due volte sono scappato da quel lager. Tornato nell’appartamento dalla malata ho attaccato il tutto e chiuso finalmente in gloria una cosa che non credevo avrei pensato di poter mai risolvere ed Emma prima che me ne uscissi mi ha detto con voce suadente.

“Quando mi sentirò meglio, ti prometto che non ti offrirò solo un caffe. Piuttosto mi rimetterò di nuovo quel vestito che ti piace tanto. Lo farò apposta per te!”

Si. E’ veramente una cosa fantastica.

Se solo riuscissi a ricordarmi qual è.

Il nemico è in agguato

Non ho mai capito bene la “ratio” che sottende a quella famosa regola per cui i gesti romantici degli altri sembrano sempre nuovi e affascinanti e i tuoi, invece, cretinate di basso livello. Eppure essa racconta una verità apodittica. Sarà perché l’uomo è cacciatore e la donna pescatrice, ma con certi esseri umani di sesso femminile, a volte, è proprio difficile riuscire a tirar fuori la propria mascolinità. Ammesso e non concesso di avercela ancora, intendo. Oggi, ad esempio, avevo  deciso di arrivare in ufficio con alcuni fiori di campo che a me sembravano molto belli che volevo regalare a Daniela e Zaira, le due colleghe che lavorano in amministrazione. Gli idealisti come me hanno un’idea aristocratica dell’amore. Una cosa oligarchica, con tanto di araldica greca, ma troppo spesso non considerano le ingenti sacche di povertà che pascolano il verde praticello del nobile sentimento. Mi sembrava di aver fatto un bel gesto e credevo che potesse essere un buon modo per provare a rimettere in sesto quel qualcosa tra noi che si è un pochino incrinato a causa della crisi. Ci aspettano momenti a dir poco drammatici e quindi, ho pensato, tanto vale che li affrontiamo assieme come un’invincibile armata romana.

Invece, come mi hanno visto arrivare con quel mazzo di “verdura” in mano,  Daniela mi ha detto con faccia seria:

“Cos’hai combinato stavolta?”

“No, giuro, niente.” ho balbettato io  “Volevo solo farvi un pensiero dolce, ricordarvi che vi voglio bene…”

“Seee. Furbino.” fa la iena “Guarda che tanto prima o poi lo scopro, quindi tanto vale che me lo dici subito. Forza, sputa il rospo.”

Stavo per argomentare una controffensiva con i fiocchi, quando Zaira è arrivata s’è preso il “mazzolin di fiori” e ha cominciato a piangere, dando una spinta eversiva alla situazione.

Io e Daniela abbiamo decretato una tregua armata e lei si è sentita allora in dovere di raccontarci la delusione che la attanaglia perché lo stronzo con il quale esce, ha deciso di rivedersi con quella che lui considerava ex, ma che ufficialmente non lo era. Pare che ieri sera il tipo, candidamente, le abbia detto:

“Tesoro, domani vado da lei per vedere che effetto mi fa”.

“E che cazzo di effetto gli dovrà mai fare? Non è mica una striscia di cocaina.” sosteneva lei.

In effetti sarà semplicemente una che gli vorrà bene. Evidentemente non conoscendolo. Zaira però continuava a starnazzare che lei lo ama tantissimo e che  farebbe ogni cosa per farlo felice. Io mi sono ben guardato dal dirle che non c’è niente di più inquietante, per un uomo, che trovarsi di fronte un’invasata che lo ama in feroce orgasmo proiettivo, incurante di lui. La cosa metterebbe a disagio e urterebbe i nervi di chiunque. Poi, per cercare di commuoverci ci ha comunicato che, lunedì prossimo, lo mollerà per vedere che effetto gli farà questo, aggiungendo però che lo riprenderà subito dopo perché non può proprio farne a meno.

Per me era abbastanza.

E’ chiaro che è una rapace, ma ama stare al sicuro, e non lo lascerà mai perché è anche una bella opportunista e come tutti le opportuniste, vigliacca e discretamente porca.  Così ho deciso che me ne sarei andato a far colazione dal mio amico Fabrizio che è un po’ che mi aveva chiesto di farlo. Anche se, lo ammetto, ripensandoci meglio adesso, “Ho deciso lo mollo” è una frase elegantissima da dire. Molto antidepressiva, a suo modo signorile, che recide e snobba.

Fabrizio è in pensione già da un po’ e vive vicino a un posto particolare. Per descriverlo occorre fare un po’ di toponomastica di Lucca.

Toponomastica.

Che brutta parola. Deriva dal greco. Topos vuol dire Topa. No-Mastica, significa “non c’è per Masticone”. Insomma “Niente topa per masticone”. E’ un periodo difficile anche in quello. Penso che toponomasticamente dovrei chiamare il blog “lo scacciatope”. Comunque, Fabrizio, vive vicino all’argine del fiume Serchio, quello che bagna la città (assieme alla pioggia, poichè Lucca è notoriamente il pisciatoio d’Italia) e dove hanno fatto un bellissimo parco fluviale nel mezzo al quale vive una “effervescente”  comunità di Rom. Voglio che si sappia che, Via della Scogliera a Lucca, è ciò che causerà la rivoluzione in Toscana. Sarà il nostro “Boston Tea Party”. Ricordatevelo quando accadrà. Io l’avevo predetto. Perchè a queste latitudini la gente, in genere, sopporta quasi tutte le minoranze. Insomma è mediamente tollerante, ma lo zinghero rimane zinghero. Non che peraltro gli amici Rom abbiano mai fatto molto per dare, a quei pochi di noi me compreso che ancora li difendono, argomenti spendibili a loro difesa, evitando in modo accurato di rendersi minimamente simpatici in alcun modo. La costruzione del super mega figo (e inutilmente dispendioso) parco fluviale che ha, in modo demente, inglobato nel suo cuore il luogo che da più di un secolo è la sede dei Rom ha fatto traboccare il vaso. Per non so quante volte il Comune ha provveduto a far sgomberare coattivamente la comunità usando mezzi coercitivi di una violenza assurda e, sempre con puntualità disarmante, dopo pochi giorni, taaaaac, magicamente l’area si ripopola ogni volta. Con la scusa che la popolazione è esasperata dai furti e dalla sporcizia la polizia effettua pattugliamenti continui con l’obiettivo di trovare appigli per appiccicare fogli di via a chiunque gli capiti a tiro. Tutte le volte che ho discusso sulla legittimità di questi atteggiamenti Fabrizio, come tutti gli altri che conosco mi rispondono con il classico “sai una sega te…” preludio ad altri attestati di stima reciproca che finiscono sempre con “Se ne devono andare fuori dai coglioni e se non la smetti pure te…”

Oggi l’appuntamento era dopo la corsetta che lui si fa tutte le mattine sul parco fluviale. Al barrino sul ponte.

Come arrivo vedo un nugolo di persone intorno a un uomo che riconosco come il mio amico e mi preoccupo. In realtà il più agitato è proprio lui. Racconta che mentre era immerso nella sua musica dentro le cuffiette e aveva trovato un buon passo non si era accorto che un grosso dobermann di proprietà degli zingheri lasciato libero di andare, lo aveva seguito e senza un apparente motivo aveva preso a mordergli il culo. Non c’era nessuno in zona e quindi raccontava di essersela vista brutta e di essersi molto impaurito. Poichè è un tipo che sa difendersi gli ha tirato anche una serie di calci per cui anche il cane stesso doveva averne buscate tante. In effetti Fabrizio aveva dei bei segni sul sedere e sui polpacci che indicavano che la colluttazione era davvero avvenuta e dal dolore non riusciva a star seduto. Mi sono offerto di portarlo al pronto soccorso per le cure mediche ma lui in preda a desiderio di vendetta ha preteso di chiamare i vigili e di accompagnarli a cercare il cane. Mancava nel popolo che si era radunato qualcuno che gridasse “Morte agli zingari” e poi s’era tutti. Mi era chiaro che se avessi detto una qualsiasi cosa avrebbero scaricato su di me la loro rabbia e ho preferito non dargliene motivo e mi sono limitato a seguire la triste processione una volta che gli ineffabili sceriffi della Contea sono arrivati pronti a far giustizia sommaria del primo bischero che gli capitava davanti.

Dopo un bel po’ siamo giunti nei pressi piccolo centro ippico che è adiacente all’area Rom e Fabrizio ha cominciato a urlare: “E’ lui, è lui…” .

In effetti si vedeva il cane in lontananza con una ragazza che gli stava accanto e lo coccolava. I due gagliardi Pecos Bill in divisa hanno tirato fuori le armi e un coro si è alzato dagli astanti: “Ohhhhhh”.

Ho detto a quello che mi stava più vicino:

“Ma so’ scemi???”

Quello non m’ha nemmeno risposto. Mi ha guardato nello stesso modo in cui si guarda una cacca scoperta nel proprio giardino appena pulito.

Una volta arrivati più vicini assisto a uno dei drammi kafkiani più divertenti e tragici allo stesso tempo che mi sia mai stato dato di vedere in vita mia.

La ragazza che coccola il “povero” cagnaccio preso a pedate da Fabrizio è nientepopodimenoche sua figlia, Monica, abile cavallerizza, che rimane a dir poco basita dall’arrivo del manipolo di vendicatori. Fabrizio non sa più che dire o pensare e balbetta qualcosa. Monica non capisce. I vigili sempre pistole in mano.

“Ma che succede babbo?” gli urla

“No dimmelo te. Che ci fai con quella bestiaccia?”

“E’ il cane del centro ippico è uscito da recinto perchè avevo chiuso male il cancellino ma qualcuno lo ha pestato. Guarda qua come sanguina. Se scopro chi è lo denuncio….”

Un nuovo “Ohhhhhhhhhhhhh” del commando fa da coro alle affermazioni di Monica.

“Sono io il cattivo. Ma mi stai dicendo che quello non è il cane degli zingari?”

“Ma certo che no. Si chiama Bonnie. E’ dolcissima. Non fa mai male a nessuno. Come hai potuto pestarla a questo modo?”

La discussione prosegue per altri dieci minuti ma l’evidente calo della tensione e la chiara impossibilità di fare a pezzi, almeno oggi, uno zingaro fa desistere quasi tutti dal continuare a seguire la questione. Rimaniamo solo io, Fabrizio e i vigili che gli chiedono se vuole sporgere comunque denuncia. Monica gli dice che era lei la responsabile del cane e che se denunciasse il centro ippico e gli venisse garantito un risarcimento del danno loro si rifarebbero su di lei. Il mio amico che non ancora non si è riavuto dallo choc, spara la minchiata della giornata: “Siamo sicuri che non è degli zingari?”

“O mai sei di coccio.” fa Monica “ho detto che è del centro ippico e caso mai dovrei essere io a denunciare te…”

Mi guardo con i vigili e quatti quatti, ce ne andiamo in silenzio.

Fabrizio e sua figlia stanno ancora là a discutere