Basta con la storia che ha un cuore. Il pattume è pattume.

Inutile girarci attorno: a me, la raccolta differenziata, sta proprio sui coglioni.

Dai, su, ammettiamolo, la monnezza è monnezza c’è poco da fare. Che cazzo vuoi riciclare? Eppure qua in Toscana mi pare che ce lo stiano eco-mettendo in quel posto obbligandoci a laurearci tutti in “Teoria e tecnica del riciclaggio”. Tra un po’ diventerà più facile riciclare il denaro che le scatole di cartone. L’alternativa, infatti, è assumere un “personal trainer” che spieghi bene come prendere l’oggetto da buttare, scomporlo nelle sue parti essenziali dividendolo per materiale e lavare tutto quello che è zozzo perché, ovviamente, la monnezza va pure consegnata pulita. Come sono certo capiti a molti, io rimango così tante volte con un qualche oggetto in mano, indeciso sul da farsi finendo per fare stupide collezioni. Intendo dire che, per esempio, sono diventato un importante filatelico, specializzato in tappi di sughero, di cui al momento ho una gamma prestigiosa solo perché non ho la più pallida idea di quale sacchetto “differenziato” utilizzare per eliminarli. Per non parlare di quando vai in vacanza o ti devi assentare per qualche giorno e ti ritrovi con sacchi puzzolenti a giro per la casa, di cui non puoi legalmente liberarti e che se lasci incustoditi verranno fatti a pezzi da cani o gatti.

Affanculo la raccolta differenziata. Per me l’umido e la carta devono stare assieme. Avranno tantissime cose da raccontarsi. Così stanotte, alle tre, quando, al solito, mi sono ritrovato sveglio come un grillo, paralizzato nel letto, incapace di muovermi e di fare alcun che tranne che lasciar vagare il cervello, mi è venuto da pensare che l’evoluzione della specie provocherà, prima o poi, la vittoria finale del pattume sull’uomo che, nel frattempo, sarà diventato uno psico-maniaco il cui unico scopo di vita sarà solo pensare al come sbarazzarsi di lei. E, sdraiato e immobile come un tetraplegico, novello San Giovanni Evangelista, ho avuto la visione dell’apocalisse, che verrà provocata dal progresso tecnologico che porterà all’immissione di chips elettronici sui sacchetti della differenziata, per cui ci sarà il solito ispettore-controllore che li aprirà e ti multerà perché a conoscenza che sei stato proprio te a non aver lavato bene il barattolino dei sottaceti che hai imprudentemente infilato nel sacco del ”multi-materiale”.

Confesso a Dio Onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole opere o missioni ma che, anche se non mi impegno troppo nella raccolta differenziata e, anzi, un po’ ci godo nell’incasinarla, io però, il corpo di Mike Bongiorno non l’ho profanato.

Quando rubarono la bara sono certo che i geni che hanno organizzato il tutto si sono ritrovati nella deprecabile situazione di non saper come eliminare il corpo del reato una volta incassato il premio. Sono quasi certo che abbiano pensato di liberarsi del corpo, ma non avevano la più pallida idea di come fare. A mente fredda forse avrebbero solo dovuto smaltirlo legalmente mettendo i famosi capelli fasulli di Mike, nella raccolta di plastica, il suo corpo nell’”Organico”, con il cervello in quello di cartone o in quello non riciclabile. Temo tuttavia che avessero chiaro che, anche senza i chips elettronici, qualcuno si sarebbe accorto che della stupidaggine e alla fine hanno restituito tutto alla famiglia la quale, con la patata bollente in mano è entrata in crisi mistica prendendo la decisione più coraggiosa e cioè decidendo di sparare il tutto nel cosmo. E vai con gli inceneritori. Basta che non siano NIMBY.

Nel mio caso ho una guerra personale con i dementi che vengono a raccattare la monnezza a casa mia. A parte che lo fanno spesso a orari assurdi, quando c’hanno voglia loro, ma spesso mi lasciano fuori sulla strada cose che secondo loro sono nel sacchetto sbagliato. Le merde. Una volta uno spiritosone mi c’ha pure lasciato un biglietto con scritto “Riprova sarai più fortunato”. La senilità mi ha calmato per fortuna i bollenti spiriti e quindi ho evitato di passare alle vie di fatto ma, in cambio, poiche sono vendicativo, mi ingegno per insaccarle ancora più in fondo e nasconderle la volta successiva. Lo so. Non è una cosa ganza. Ma non ho mai detto di essere uno fico. Io sono certo infatti che il mio mito, Jack Bauer col cazzo che fa la differenziata e si sarebbe preso la sua rivincita allo stesso modo.

Stamattina il bue muschiato che passa con il camioncino elettrico che fa tanto Paese scandinavo di sta cippa, mi ha beccato mentre uscivo  e mi ha detto:

“Ah dottò ma se le deve leggere meglio le istruzioni eh?. Così non si va d’accordo”

“Ma chi vuole andare d’accordo con te caro il mio artiodattilo ruminante?”

E’ iniziato allora un simpatico dibattimento sul dove cazzo si deve mettere la carta usata per l’umido. Non è umido ma nemmeno carta. E come si smaltisce le felci tagliate e l’erba del giardino che può essere consegnata nella misura di sacchi due perchè il terzo lo devi pagare, ma lo prendono comunque solo dopo che hai fatto la prenotazione per preannunciare. Dopo dieci minuti in cui lamentavo che erano tre giorni che non si prendevano l’umido a questo ha cominciato a suonare il telefono e mi ha lasciato là come un fesso senza darmi il gusto di finire la diatriba e ha continuato lemme lemme a fare il suo giro. Mi ha solo detto scocciato a mezza bocca: “Vabbè ne riparliamo”

“Ne riparliamo?????????” ho alzato la voce

“No ha ragione” mi fa senza guardarmi più in faccia ” scriva una lettera di reclamo al Comune che poi ci penseranno loro a smaltirla a dovere”.

Il bovino sapeva pure fare ironia.

Sono rimasto là. Come un ebete. Per qualche minuto prima di andarmene. Solo che, se prima ero di umore instabile, oggi sono caduto in una confusione emotiva formidabile.

Per ogni uomo arriva il tempo delle scelte definitive e io, da tempo, ho deciso che nell’eterna lotta tra il bene e il male, mi sarei schierato nella via di mezzo.

E in quanto uomo tutto d’un pezzo, non mi va affatto di non mantener fede al mio giuramento. Ma non mi scassate minchia che tanto tutto ciò che raccogliete differenziandolo finisce nello stesso calderone una volta che lo raccogliete. Solo fumo negli occhi. Nient’altro.

E dai su.

 

Bruce, un amore che dura da una vita. L’unico che non mi ha mai tradito.

La prima volta che l’ho sentito e’ stato alla radio.

Ascoltavo sempre un “notturno”, in una delle prime “private” della mia città. Avrò avuto si e no quattordici anni. Tiziano P., il DJ, era il “Lupo solitario” che me lo fece conoscere. Non riesco ancora a capire come quel farabutto sia riuscito a procurarsi quel bootleg che mi ha cambiato la vita. Era il tempo degli anni di piombo e internet una parola di cui nessuno conosceva il significato. I giornali specialistici dell’epoca, “Mucchio Selvaggio” su tutti, parlavano delle gesta di questo nuovo eroe della working class, ma che la RAI non passava mai sui suoi canali ufficiali. E così, poichè non avevo i soldi per poter comprare i suoi dischi, la sera facevo le ore piccole con il mio transistor a cui ero collegato nel buio della notte con auricolari luridi ascoltando “Rosalita” che era la canzone storica che, allora, chiudeva i suoi epici concerti e che Tiziano aveva mutuato per finire il suo show radiofonico.

Qualche tempo dopo riuscii ad avere in regalo una cassetta, una di quelle che oggi vendono ai mercatini dell’antiquariato, una C-60, dove Piero, un ragazzo di dieci anni più grande di me, mi aveva registrato “Born to run”. Ci eravamo conosciuti un’estate mentre lavoravamo per cogliere le pesche. Un modo come un altro per tirar fuori qualche soldo per toglierci qualche sfizio dato che i nostri genitori non potevano farlo. Lavorare nei campi è una cosa molto più dura di quanto una persona abituata a stare in città può credere. Ho imparato ad aver rispetto per i contadini sudando come un animale in quelle estati dove invece i miei compagni di scuola più abbienti se la godevano al mare o in vacanza da qualche parte. Di bello ci fu che proprio in una pausa per il pranzo in mezzo ai campi scoprii che anche Piero amava Bruce quanto me e diventare suo amico risultò facile come bere un bicchiere d’acqua. Del resto era un vero fico. Gran lavoratore instancabile, quando aveva un po’ di spazio, riusciva a raccontare storie che lasciavano tutti a bocca aperta. Nonostante la differenza di età mi prese a ben volere e anche quando ritornammo alle nostre vite spesso mi invitava a casa sua ad ascoltare la musica di cui leggevo ma che non riuscivo a sentire.

Fu sempre Piero a invitarmi con due altri suoi amici al primo concerto europeo di Bruce. Palasport di Lione, 1981. Avevo appena compiuto diciotto anni. Mi disse che sarebbero andati in macchina e viaggiato tutta la notte per rientrare guidando a turno e che io non potevo non venire. Quando dissi ai miei cosa avevo intenzione di fare mancò poco che gli venisse un infarto. Fu lo stesso Piero allora a venire a parlare con il mio vecchio. Gli disse che si sarebbe preso cura di me come fosse stato mio fratello maggiore ma che, l’amore che sentivo per quella musica e l’impegno che mettevo negli studi meritassero una ricompensa adeguata. Ora non so ancora bene come fece, ma usò un tono e parole che convinsero i miei a lasciarmi partire con loro. Fu la mia prima avventura vera. E anche la primissima volta che uscivo dall’Italia. La macchina, una vecchia Fiat 128 sulla quale oggi non sederei mai per alcun motivo, in quei due giorni mi sembrò una “Pink Cadillac” . Lucio e Stefano, gli altri due, avevano la stessa età di Piero ma un’attitudine più marcata alla vita sedentaria. Avevano studiato ed erano riusciti a trovare un posto come impiegati in qualche ente parastatale mentre il mio amico continuava ad arrabattarsi con lavoretti stagionali per tirar su uno straccio di stipendio. Il viaggio di andata fu uno spasso ascoltando le storie di quei ragazzi, già uomini. Parlavano di cose e problemi che nè io nè i miei amici di allora sentivano come tali. E dicevano che Bruce nelle sue canzoni dava voce alla loro rabbia. Le delusioni, le speranze distrutte, il sogno americano che alla fine non è diventare ricchi ma soltanto riuscire a vivere una vita decente. E quando finalmente partì il concerto io cominciai a piangere. Come quel bambino che ero. L’emozione fu così intensa che non riuscì a trattenere le lacrime mentre urlavo le parole mandate a memoria di “Badlands” un inno per tutti quelli della mia generazione.

Piero se ne accorse e mi disse:

“Masty ma sei scemo? devi essere felice, devi sorridere alla vita. Lasciati andare ed entra in sintonia con l’universo”

E così feci. E riuscii a sentire tutta l’energia che può arrivare dal cielo. E uscii da quel palasport con la consapevolezza che non mi sarei mai potuto staccare da Bruce e dalla mia gente. Quella che in una notte di un inverno freddo in una cittadina francese, urlava con me la sua gioia e la sua rabbia allo stesso tempo.

Fu facile così andare a San Siro il 21 giugno 1985. Il suo primo concerto italiano.

Eravamo tutti cresciuti.

Io oramai facevo l’università e Bruce era diventato una superstar internazionale. In pochissimi anni era cambiato tutto. Non più musicista di nicchia per gente che aveva qualcosa dentro da sputare fuori, ma vera icona dello star system. Dio tra gli dei. Tuttavia, nonostante questa sua trasformazione, rimaneva, per quanto possibile, vicino alle sue origine. E quindi, sia pur con grande difficoltà, anche a noi fans della prima ora. Certo gli shows erano diventati più organizzati e meno lasciati all’improvvisazione, erano spariti classici che per noi era imprescindibili ma tutto questo era il prezzo minimo da pagare viste le circostanze. I ricordi di quel 21 giugno sono indelebili. Forse il più bel concerto che io abbia mai visto. In assoluto. Faceva un caldo boia. E io stavo con alcuni amici sul secondo anello mentre il palco era montato sotto la curva dell’Inter. Piero era riuscito a entrare nel PIT, il suo sogno. Una particolare area del prato che ha assunto per i più tenaci seguaci di Springsteen il ruolo di una vera e propria terra promessa, essendo il punto più vicino in assoluto al palco. Io non so che cosa successe quella sera, so soltanto che non mi sono mai più sentito vicino a Dio come capitò in quelle ore. Max Weinberg, batterista della E-street banda dirà in proposito: «Si parla tanto della comunita del rock ‘n’ roll, quel momento in cui si abbattono tutte le barriere fra il pubblico e la band. Bè, è quello che è successo quella sera a Milano. Qualcosa di speciale».

Arrivò poi il mio periodo americano.

La prima volta che atterrai a New York pensai solo a vedere quale diavolo di concerto ci fosse al Madison Square Garden rimanendo deluso dal vedere che Bruce c’era passato solo qualche settimana prima. Quando Jennifer, la donna che sarebbe poi diventata mia moglie, mi chiese che cosa volevo fare o vedere non ebbi alcun dubbio: voglio andare a Freehold, New Jersey. La cittadina operaia dove lui era vissuto da ragazzo e dove aveva messo su la sua mitica band. Lei mi guardò di sbieco. Pensava stessi scherzando. Non mi prese sul serio. E fu il primo litigio della nostra storia travagliata. Il primo di una lunga serie. Ma questa è un’altra storia. Comunque so solo che alla fine riuscì a trascinarla al numero 87 di Rundolph Street dove restai in adorazione che nemmeno quelli che vanno a San Giovanni Rotondo da padre Pio possono capire. Mi risvegliò dall’estasi solo la voce gracchiante di Jennifer che disgustata bestemmiò: “Ma è solo rock’n roll. Voi avete Verdi e Puccini e tu stai qua per un bifolco del quale non capisco nemmeno io bene le parole quando parla?”

Se fossi stato un vero uomo le avrei tirato il collo di gallina in quel momento e mi sarei risparmiato un sacco di problemi futuri.  Invece il cattolico che alberga dentro di me mi obbligò a offrirle di redimere i suoi peccati costringendola ad andare in macchina fino a Boston, Massachussets, dove era previsto un concerto di Bruce che però non riuscì a godermi fino in fondo perchè quella grandissima scassapalle giocò tutto il tempo a fare la “party pooper” instillandomi sensi di colpa pazzeschi.

Negli anni novanta la mia vita è salita sulle montagne russe e mi è stato impossibile seguire Bruce dal vivo come avrei voluto. In realtà alcuni suoi album del tempo avevano tracciato un solco molto grande con la musica degli esordi e faticavo a ritrovarlo vicino a quello che ero diventato da adulto. E’ stato l’attentato alle torri gemelle e il successivo “The rising” ad avermelo fatto reincontrare. E così il 28 giugno 2003 sono di nuovo a San Siro perchè LUI mi ha chiamato. Ha semplicemente detto “Sono tornato, se vuoi sono qua.”

E io sono andato.

Da solo.

Era un periodo di grandi cambiamenti nella mia vita. Mi ero separato da poco. Cambiato lavoro e “The rising” sembrava scritta per me. Il concerto iniziò sulle note di “C’era una volta in America” di Ennio Morricone e quando l’armonica di Bruce attaccò “The Promised Land” fu il delirio. Dopo un po’ in cielo iniziarono a farsi vedere i primi lampi, mentre giù nella terra un uomo stava facendo impazzire sessantamila persone.  E quando attaccò “The River” scoppiò impietoso e provvidenziale il diluvio. Impietoso perché si rovesciò con sadismo sulle persone del prato, me compreso, provvidenziale perché Bruce lo trasformò in un evento memorabile intonando “Waitin’ on a Sunny Day” e “Who’ll Stop the Rain” sotto la pioggia battente correndo da una parte all’altra del palco mandando in delirio i presenti riuscendo a far ballare anche le fondamenta dello stadio. E alla fine spiazzò tutti intonando Rosalita, la canzone che una volta chiudeva tutti i concerti ma che in Europa mancava dal 1985. Le lacrime che scesero sulle mie guance si mischiarono con la pioggia.

Ho rivisto poi Bruce nella sua tournee con la Pete Seeger session band a Bologna nel 2006 e l’ anno scorso quando fu back to back.

Milano e Firenze.

A distanza di pochi giorni l’uno dall’altra.

Il primo solo io e il mio amico Nicola, il secondo con le donne e altri amici che non si sarebbero mai fatti tanta strada per lui.

E lunedì prossimo io sarò ancora là a chiedere a Bruce di darmi la forza e l’energia per superare un momento difficile nella mia vita. Di farmi sentire di nuovo come quando lo vidi a 18 anni in un palasport a Lione tanti anni fa. Lucio e Stefano, che erano in macchina con noi, non so che fine abbiano fatto.

Piero invece non c’è più. Se n’è andato l’anno scorso. In silenzio. Come tutte le persone per bene.

L’ultima volta che l’ho sentito mi disse che si stava preparando per il grande viaggio. Il male del secolo lo aveva scavato dentro. Si preoccupò di farmi sapere che non dovevo pregare per lui o di dire Messe cantate, ma che se proprio avessi voluto fare qualcosa per ricordarlo avrei dovuto bere una birra in sua memoria al prossimo concerto di Bruce.

Ed è quello che farò amico.

Per te.

Per tutti coloro che non ci sono più.

Perchè io non dimentico.

Santa Claus is coming to town

Lo so.

Natale è passato da quasi cinque mesi e il prossimo è ancora lontano.

Ma  è vero. Santa sta tornando.

Per la verità è gia arrivato a Napoli, ma io lo aspetto nel posto che è il suo salotto preferito.

SAN SIRO, lunedi 3 giugno 2013.

Bruce tornerà per la QUINTA VOLTA (recordo assoluto) a San Siro.

Nessun big ha mai suonato cinque volte in quell’arena. Bruce sarà il primo.

Non è un concerto qualsiasi.

Non è qualcosa per giovani o per vecchi o per curiosi o per guardoni.

E’ una TRANSUSTANZAZIONE  tra gli Dei e gli umani

Bruce è come Prometeo.

Ha rubato qualcosa dall’Olimpo e l’ha portato a noi.

E noi dobbiamo solo dirgli grazie.

 

Perchè dico tutto questo?

 

Perchè quando sento Santa che si avvicina io mi eccito. E non c’è fascino femminile che possa distrarmi. E non c’è film o politico o libro o lavoro o tristezza o povertà o demoni nell’anima che tengono. Io rispondo sempre: PRESENTE!!!!!!!

 

Stavolta mi piacerebbe condividere questa emozione, questa dolcezza, passione, tenerezza, con qualcuno di voi.

In altre parole se qualcuno di voi che leggete venite a San Siro, fate toc-toc e ci prendiamo una birra tutti assieme e scartiamo i regali che Santa ci porterà come fossimo una famiglia. Ma se non venite ma abitate a Milano o zone limitrofe, venite lo stesso. Là fuori. Non fa male.Bruce dona energia anche da lontano. Anche a chi non vuol pagare. E ci abbracciamo e ci diamo forza l’un l’altro.

Io spero davvero di potervi incontrare…

 

perchè quando arriva Santa, la famiglia si riunisce.

 

 

 

Il guardone

Fin da piccolo ricordo che quando c’erano i fuochi d’artificio, invece di tenere lo sguardo fisso al cielo, rivolgevo la mia attenzione a coloro che assistevano allo spettacolo. Mi è sempre piaciuto osservare le espressioni delle persone di nascosto. Vedevo chi gridava e chi restava a bocca aperta. Chi cercava di calmare il pianto di un bambino impaurito e chi invece si capiva che era capitato là per sbaglio ma avrebbe voluto essere proprio da tutt’altra parte. Confesso che ancora oggi mi piace rivolgere lo sguardo nella “zona d’ombra”. Perfino quando andavo allo stadio non riuscivo a restare a lungo attento al vivo dell’azione. Al contrario mi ritrovavo a osservare le persone accanto a me sugli spalti, oppure il bordo del campo o la zona cieca alle telecamere. E alla fine mi sono convinto che c’è più profondità quando osservi senza essere visto. Una profondità vera. Quasi intima. Un po’ come se si riuscisse a capire cose diverse, proibite agli altri mentre il futuro è là, pronto a cambiarci tutti.

Stamattina stavo prendendo un caffè al bar e ho notato in un angolo una coppia che si stava baciando teneramente. Per evitare di imbarazzarli  mi sono sforzato di guardare fuori dalla porta e senza nemmeno rendermene conto mi sono ritrovato a sbirciare il parcheggio dove ho occhieggiato una donna che stava scendendo da un’auto tedesca di grossa cilindrata. Non l’avevo vista prima. Ho pensato che dovesse essere di passaggio. Bionda, sui venticinque anni, vestiva con una t-shirt di un cantante che non ho proprio riconosciuto. Quel che mi  ha colpito di più però era il suo sguardo. Duro come il ghiaccio verde di certe giornate invernali quando vai a sciare sulle montagne dell’Appennino. L’ho seguita con lo sguardo lungo il piccolo tratto che doveva fare per entrare.

“Bella fica””  mi fa il barista che si è reso conto che la guardavo e che doveva aver pensato che avessi su di lei, le stesse mire che vedevo nei suoi occhi “scommetto che è dolce e miagola come una gattina.” ha aggiunto con complicità tutta maschile.

Io, invece, se avessi dovuto scommettere qualcosa, avrei detto che era una dura. Una di quelle che se hai contro è meglio se stai attento perchè potresti finire per farti male. Ho evitato però di dirglielo per evitare un dibattito di cui non sentivo proprio la necessità. La tipa, appena entrata, si è diretta verso il bancone. Le ho sorriso. Lei ha accennato una smorfia con la bocca. Credo fosse un modo tutto suo per ricambiare la gentilezza. Il barista era già pronto ad attaccar bottone ma lei, togliendosi gli occhiali tondi da sole, si è accorta della coppietta che si stava baciando all’angolo del locale. E ho visto cambiare il suo sguardo. All’improvviso ha perso completamente la sua forza vitale. Sembrava confusa. Una cosa che non avrei mai detto. Un po’ come se ti capitasse di incontrare Sigourney Weaver e quella ti confessasse che non sopporta i bacherozzi. Uccide gli Alien con una facilità irrisoria, ma le bachere nere proprio no, non può davvero nemmeno vederle.

I due amanti, intenti a scambiarsi effusioni e attenzioni al limite della decenza, non si sono manco accorti di lei che, invece, senza ordinare niente, ha girato i tacchi e se n’è andata.

“E che cazzo le sarà preso?” mi fa il barista “non mi puoi mica spaventare sempre le clienti migliori Masty però eh.”

In quel momento mi sono sentito come un regista che non sa da che parte puntare la telecamera. Avrei voluto vedere meglio la faccia del barista e capire se ci è o se ci fa, ma avrei voluto anche osservare i dettagli dei due piccioncini che gettavano lo sguardo verso di noi pensando che stessimo parlando di loro e che ci sorridevano come a dire “mi spiace, oggi è il nostro turno, a voi toccherà un’altra volta”. Decido invece di mettermi a guardare la donna che era appena uscita. L’ho vista camminare verso l’auto. Da dietro sembrava molto meno sicura e arrogante di quando l’avevo vista arrivare. Si è passata una mano tra i capelli senza un reale motivo per farlo. Un gesto istintivo. Come se avesse voluto cacciare via i pensieri dalla testa. Poi ad un tratto si è fermata. Non era ancora arrivata alla macchina e se ne stava là, in mezzo al parcheggio. Immobile. Riuscivo a sentire il suo disagio. Non sapeva se andare avanti con la sua vita oppure no. Qualche forza la tratteneva dal proseguire, ma, lo stesso, non riusciva a invertire la rotta. E questa battaglia la paralizzava. Il barista stava già pensando ad altro e la radio raccontava di un oroscopo assurdo. Un paio di altri avventori cazzeggiando sul Milan, mi hanno chiesto se, secondo me, c’era il rigore ieri sera.

Non  ho risposto. Ero anche io paralizzato a osservare, o meglio, cercare di capire, la battaglia che si stava combattendo dentro quella donna che,  ferma in mezzo a un’area abominevole piena di cemento, non riusciva a decidere cosa fare di se stessa. Un cartone animato che muoveva le ruote o le gambe in continuazione ma non riusciva a fare un centimetro in avanti. Di nuovo una mano tra i capelli. Lo sguardo si è voltato di lato. Niente.

“Insomma, scusi, le abbiamo fatto una domanda. Per lei il rigore del Milan c’era o no?”

E’ passata una macchina e le ha suonato. L’insulto soffocato dell’autista che non riusciva a parcheggiare in qualche modo l’ha scossa.

“Ah ho capito lei dev’essere uno di quelli che hanno a schifo il calcio e pensa che gente come noi che nel parla non valga niente.”

Ho visto un brivido che le ha attraversato la schiena e avuto la sensazione che avesse metabolizzato ciò che doveva fare.

“Ma lascialo perdere, non vedi che è tonto?”

Si è voltata di scatto ed è tornata indietro. Con cattiveria. Sigourney Weaver doveva aver saputo che qualche Alien era dentro il barrino e si stava preparando a entrare e a farli fuori tutti. Ha aperto la porta ed è andata verso i due amanti. Lui, quando se lè trovata davanti alla fine si è accorto di lei, ma non ha fatto in tempo a evitare lo schiaffo che lei gli ha tirato.

“Sei un bastardo” ha urlato con voce stentorea, catturando l’attenzione di tutti che hanno smesso di fare qualunque cosa per prestare attenzione alla baruffa che  stava per scatenarsi, che è diventata “main event” , perdendo quindi attrattiva ai miei occhi. E così mi sono rivolto ai due gonzi che mi avevano dato del tonto e dico:

“Il rigore è inventato ed è un modo come un altro per dimostrare che siete come la Juve. Berlusconi e Galliani sono proprio come la Juve. Ladri.”

I due però non mi hanno considerato di pezza, intenti com’erano a vedere gli sviluppi dell’azione della donna con una T-Shirt che, se solo avessi saputo chi rappresentava, avrei fatto giornata. Rimango attratto dalla giugolare dell’uomo che mi sta piu vicino. Quello che mi aveva interpellato. Erano grosse come corde. Aveva un sorriso stampato sulla faccia che vedevo di lato mi faceva pensare che era uno di quelli che gode quando parte un Gran Premio e qualcuno si fa male alla prima curva. L’altro invece aveva la faccia triste di chi ama chiosare per giorni sulle cattive abitudini delle persone.

“E comunque il mio presidente sarà sempre Vittorio. Questi ciabattini che c’hanno fatto fallire e che si lamentano sempre possono andare a cagare con Berlusconi e tutti gli altri” dico per cercare di attrarre la loro attenzione.

“Si, si, va bene” fa il primo “però adesso non mi rompere i coglioni” che devo godere in altro modo” è il sottinteso.

Mi è venuto da ridere. Ho lasciato un euro sul bancone facendo cenno al barista che, intanto, era andato a dirimere la rissa in fondo al locale tra le due donne che continuavano a litigare per un u0mo che a me pareva insulso. Sono salito in macchina con un pensiero fisso in testa che mi faceva pulsare il cervello. Avevo ansia e uggia per questo. Ho riavviato il tutto per andarmene da qualche parte a far finta di lavorare, quando passando davanti all’entrata del bar, vedo che la donna venticinquenne stava uscendo. Si era rimessa gli occhiali e sembrava più cazzuta che mai. Mi sono fermato davanti a lei. E’ lunedì mattina e si preannuncia una settimana di merda. Non poteva cominciare così male. Con il cervello che mi pulsava a duecento bit al minuto senza avere risposte. Abbasso il finestrino e le dico”

“Scusi signorina, mi scusi se la disturbo, ma è una cosa che proprio non mi dà pace. E se non mi aiuterà lei passerò una giornata terribile a pensarci e poi starò male e saliranno i succhi gastrici e l’ulcera si farà viva e insomma, la prego, mi aiuti””

La bionda mi guarda interdetta. Non sa se ci sono o ci faccio. Vorrei dirle “tranquilla, amica mia, ci sono ci sono, non ci faccio mica”. Mi fa di nuovo una smorfia come dirmi di sputare il rospo e io allora dò fiato alle trombe Turchetti:

“Senta mi dice per favore chi è il cantante della sua T-shirt? mi sembra di averlo visto da qualche parte ma non ne sono sicuro. Ho bisogno di saperlo, la prego.”

“Ma vai a cagare pirla.”

Controsensi di un Paese assurdo

E se al posto di Kabobo, a Niguarda, ci fosse stato un italiano, il PDL avrebbe invocato lo stesso l’invio dell’esercito?

Se anzichè un ghanese che come Giovanna D’Arco sentiva le voci di Dio ci fosse stato il sciur Brambilla che impazzito perchè il Milan forse non andrà in Scempio Lig, avesse preso a badilate tutti gli juventini che incontrava,  i pidiellini avrebbero tirato fuori di nuovo la storia degli immigrati cattivi da ghettizzare?

Ma per non farsi mancare niente, di là, fanno pure peggio.

Ilda Boccasini decide di mostrare a tutti come si buttano via straordinariamente bene i soldi pubblici, che tanto ce l’abbiamo tanti.

Nella requisitoria contro Berlusconi, in un italiano che quello di Di Pietro sembra da letterato dell’Accademia della Crusca, riesce a dire (cito testualmente, prego controllate) :

 “…..la minore extracomunitaria, persona, lo ripeto, intelligente e furba. Di quella furbizia proprio orientale delle sue origini, sfrutta ….riesce….in una…. a sfruttare la propria essere extracomunitaria….”

Ora, se una cosa come questa l’avesse detta Borghezio, lo avrebbero (giustamente) fatto a pezzi tutti. Invece oggi si parla di gaffe. Di scivolata di Ilda la rossa.

La cosa più clamorosa, almeno per me, e che nessuno (e mi chiedo perchè…) ha fatto notare è che in quella frase sopra citata in neretto la Boccassini ha ammesso (oltre ad essere ignorante perchè il Marocco non è oriente) una cosa pazzesca che invalida tutto il processo: dice infatti che la Ruby Rubacuori, oltre a essere una furbetta extracomunitaria, SFRUTTA il suo essere tale. In altre parole è la Boccassini stessa a dire che è lei la sfruttatrice e non Berlusconi.

Praticamente è la stessa PM a dichiarare che il processo è sbagliato.

E comunque siamo sempre qua.

Anzichè dire a Berlusconi di vergognarsi per i danni che ha fatto al Paese, per i ministri incapaci che ci ha costretto a sopportare, per la faccia tosta di non accettare le Istituzioni democratiche (nemmeno Andreotti è mai arrivato a tanto. Nonostante tutte le sue malefatte non hai mai detto di essere vittima di un complotto) siamo ancora qua a cercare di condannarlo perchè è un puttaniere.

Però di bello c’è che il PD ha deciso di dare finalmente un immagine di cambiamento al proprio elettorato. Ha detto che è l’ora di mostrare a tutti che esiste una gran volontà di rinnovamento e ha eletto segretario Epifani.

Epifani?

Quasi quasi mi faccio tatuare una bestemmia in fronte.

 

                                                    

 

Un po’ di qualunquismo. Così. Tanto per gradire.

Il qualunquismo è l’ultimo baluardo della vera cultura italiana. Quella non ancora imbarbarita dagli immigrati che, piano piano, stanno cambiando tutti i nostri costumi. Una vera e propria religione dogmatica, che riesce a far concorrenza persino alla Chiesa cattolica.I postulati fondamentali che regolano il suo catechismo sono che, in primo luogo, il mondo va sempre peggio e non esistono più le mezze stagioni, perché, forse, se l’è rubate il governo ladro. E che, in secondo luogo, qualunque cosa tu possa fare per migliorare le cose, esso si rivelerà inutile, in quanto, comunque sia, il mondo andrà sempre peggio.

Un vero italiano che si rispetti, infatti, ha la netta e chiara impressione che tutto vada costantemente in merda, qualunque cosa si faccia.

I luoghi di culto deputati per professare questa onorevole fede sono, in genere, i bar, i treni e tutte quelle situazioni in cui non si ha niente da dirsi l’un l’altro. Cene con gli amici e parenti incluse.

Il Comune di Lucca dove mi sono recato stamattina per l’ennesimo problema burocratico che allieta queste giornate di primavera non fa eccezione. Il vecchio impiegato che avrebbe dovuto provare a sbloccare la mia pratica incagliata in modo, a mio parere, ingiustificato/cabile non appena mi siedo davanti a lui riceve una telefonata e, incurante della mia presenza, ulula a quello che l’ha chiamato:

«Non so cosa sia, ma è di sicuro la solita presa il culo!».

Sono certo che se avesse studiato un po’ di più, avrebbe cambiato solo la prima parte della sua affermazione e non la seconda, ammettendo cioè di conoscere l’argomento, ma ciò nonostante, il verdetto rimarrebbe sempre lo stesso. E chi può dargli torto. In fondo, da noi, è tutto un magna-magna generale.

«Io me ne sto per andare in pensione» continua l’impiegato  parlando dentro la cornetta, facendo una smorfia contrariata con la bocca e scuotendo la testa con gli occhi rivolti a terra  «ma quello là è un perfetto idiota patentato e non c’è alcuna speranza. Tanti auguri a voi che restate»

Me ne sto ad ascoltare inebetito il troglodita e ammiro la sua capacità di sopravvivere a tutto. Deve aver vissuto una vita in cui ha conosciuto dirigenti e colleghi di ogni genere eppure era ancora là a fregarsene con il distacco di chi sa che, comunque vada, ce la farà sempre. Io, invece, provato nel fisico e nel morale mi sentivo come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori.

Stranamente non ricevo da un po’ alcuna notizia dal pellet, che non deve essersi accorto di quel che mi sta capitando. La palpebra ballerina è tornata però a farmi visita. Non credo che sia legata a nessuna malattia particolare. Fa sintomo a sé, un po’ come la provincia autonoma di Bolzano.

Decido di non incazzarmi.

Chi se ne frega.

Quando sai di avere, professionalmente parlando, il cancro e con esso un tempo finito prima di tirare le cuoia non ti affanni più dietro cazzoni come lo stronzo che dalla parte di là della scrivania faceva segno con la mano, come per dire, “Aspetta eh. Abbi pazienza. Non è mica colpa mia”.  Li guardi e apprezzi la loro inconsistenza che, anzi, ti affascina. E pensi al monumento che gli costruiresti. Una grossa merda a rotoloni con dedica: All’impiegato comunale ignoto! E mi è venuto in mente di quando Warren Zevon, uno dei miei autori preferiti, intervistato dopo che gli era stato diagnosticato un canchero inoperabile al fegato, alla domanda se nelle sue condizioni avesse una qualche conoscenza sulla vita e la morte che nessuno aveva ancora capito rispose: “Non credo, tranne il fatto che ho imparato a gustarmi ogni panino che mangio”. E così, nonostante avessi il fuoco al culo per le scadenze non rispettate e le banche che mi inseguono per portarmi via anche le mutande, ho messo il cellulare in modalità “aereo” e ho fatto cenno allo stronzo di continuare pure a discutere di niente come stava facendo che tanto io non c’avevo un cazzo da fare e per me andava pure bene così. Lui era il mio panino.

E  mi ha preso in parola.

Mi sono imposto di fare un’esercizio zen e di non dare segni di uggia. I lavoratori dipendenti pubblici hanno dei diritti, perbacco. E chi sono io per agitarli, con uggia fuori posto? Dò allora un’occhiata a fuori dalla finestra e l’unica cosa che riesco a intravedere sono due gatti che si stanno ingroppando su un albero. Buongiorno tristezza. All’improvviso nella stanza piomba Luigi, il mio avvocato, che avevo chiamato ore prima per un’altra rogna che mi è capitata e a cui avevo detto che, nel caso, avrebbe potuto trovarmi là. Avrei voglia di abbracciarlo e di sentire un po’ di calore umano, ma la sua faccia mi sconsiglia di fare un qualsiasi tentativo per vedere se esiste qualche margine di manovra al riguardo.

«Ciao Masty» dice con freddezza, cominciando una disamina dell’ennesima rottura di cazzo che devo affrontare proprio quando lo zelante impiegato comunale finisce la telefonata e con grande serietà, dopo essersi reso conto che non ci sono apparentemente altre persone in fila con aria accomodante mi fa:

«Vabbuò, signò, restate pure qua tranquilli a parlare, io me ne esco qui fuori, in corridoio, a fumarmi una sigarettina»

L’australopiteco che dovrebbe risolvermi la bega per cui sono finito davanti a lui, della legge che lo vieterebbe, se ne sbatte. Lui sa sopravvivere pure a essa. Avrei voglia di chiedergli quanto tempo gli manca alla pensione. Perché, che diavolo, sulla scorta dei miei studi, lui sta rischiando di fumarsi l’ultima, di sigarette. La sua vita è in pericolo e può essere sparato in qualunque momento. Deve assolutamente prendere dei giorni di ferie. Cazzo, dai, lo sanno tutti. (sto parlando del fatto che nei film i poliziotti che stanno per andare in pensione vengono sempre e comunque uccisi prima della fine della pellicola.)

Non faccio in tempo a dirgli che con l’avvocato posso parlare anche dopo, che quello è già uscito.  Luigi, che è sempre con i minuti contati e che non ha imparato ancora a rallentare quando la vita te lo chiede sembra invece felice dell’opportunità di sbrigare le cose con me velocemente. Mi fa firmare al volo quattro fogli non dandomi la possibilità di leggere cosa minchia c’ha scritto, mi impapocchia con tre cosucce per tenermi buono e mi dice che si farà vivo lui. Che poi significa “non mi rompere i coglioni che ho anche da fare altre cose”. Lo so bene. In fondo per quanto lo pago c’ha pure le sue ragioni.

Con l’umore sotto i tacchi, l’ autostima che segna rosso e una gran voglia di scappare da qualche parte dove nessuno mi conosca aspetto che rientri il glorioso impiegato comunale dalla sua pausa sigaretta. Come lo vedo arrivare penso di esser finito in qualche Candid Camera. L’alternativa a questo è che il tipo sia un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. L’homo erectus a cui il Comune paga un generoso stipendio rientra infatti nella stanza con un passo che sembra che stia danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Si siede e gli esce un rutto che soffoca solo in parte.

“Ah che palle, signore mio” mi fa con tono complice “Lei non sa che cosa vuol dire aver a che fare con un padre anziano degenerato.”

Sono paralizzato. Non so come comportarmi. Se gli dicessi che non me ne frega una cippa di suo padre porco rischierei di mettermelo contro, con il pericolo che insabbi definitivamente la mia pratica. Se invece mi mettessi ad ascoltarlo potrei vomitargli in faccia la cena di ieri sera che devo ancora digerire.

“E’ che lui non vuole arrendersi all’età e tenta di farsi tutte le “badone” dell’est che trovo per dargli una mano”

Gli sparo un sorriso più falso di una moneta da tre euro.

“Eh si è un problemone. Capisco.”

«A volte penso che sia un vero mostro. Sul serio eh. Una volta però era diverso. Era tutto diverso!”

Mi arrendo. Basta. Mi vuoi qualunquista?

Sarò il tuo qualunquista preferito:

“Eh si” gli faccio “si stava meglio quando si stava peggio.”

“Eh già, i giovani di oggi non hanno più valori di una volta. Quelli come noi rispettano i genitori e gli anziani. Mica loro.””

“Proprio così. E questi politici prima o poi ci uccideranno tutti”.

“Quanto è vero ciò che dice. Poi adesso qualche genio ha pure inventato  i cibi biologici. Ma che cazzo sono questi cibi biologici?”

“Prima la pecora clonizzata adesso i cibi biologici.”

“Bene, vedo che ci intendiamo, come posso aiutarla?”

Ora. Io non so se è stato questo scambio di opinioni “profonde”  a dargli carburante, ma il tipo si è messo “di buzzo buono”  e si è sbattuto oltre misura per aiutarmi a risolvere il problema che mi aveva portato fin là. Per tutto questo mi sono sentito in dovere di ringraziarlo come si deve, nella lingua che egli sembrava parlare meglio.

“Grazie davvero. Ma non sente che caldo? E’ proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni”

“Dovere. Eh si. E’ come dice lei. E mi raccomando si faccia forza che questa crisi è peggiore di quella del 29″

“Per me è colpa dei cinesi”

“Oh anche io la penso così. E poi cucinano anche i gatti”

“E non muoiono mai”

“Oh ma la pensa proprio come me, su ogni cosa eh?”

“Eh si”

“Bene signor Masticone, auguri e figli maschi. Femmine non ne faccia, perchè sono tutte zoccole”.

Ecco, brutto stronzo, questa non dovevi dirla.

Hai rovinato tutto.

E io che stavo per cominciare a pensare che anche tu fossi un sapiens-sapiens.

                           

Nemesi

Incontro Frezzolini, al solito posto, il ristorante-bar “Da Drugo” nel vialone che da Altopascio porta verso l’alta lucchesia. E’ un punto di ritrovo piuttosto conosciuto, oltre che meta di camionisti inconsapevoli che Walter, il titolare ex picchiatore di estrema destra, lo ha chiamato così solo per omaggiare il film “Il grande Lebowsky” che considera il capolavoro della cinematografia del secolo scorso.

Come tutti gli ansiosi che si rispettano sono arrivato in anticipo. Il problema di noi ansiosi è che quando si arriva sul posto, più precisi dei puntuali, non c’è mai nessuno che possa apprezzarlo. Frezzolini, che è un aggressivo, si è fatto invece attendere una mezzoretta. E’ una tattica studiata a tavolino. Lo so bene. Eppure lo stesso mi colpisce al fegato e mi mette subito in difficoltà. Lui è uno dei miei fornitori. Uno cattivo. Uno di quelli con i quali sarebbe meglio non avere a che fare. Se solo si potesse ancora scegliere intendo. Tuttavia fa prezzi così bassi che è impossibile resistergli. Il problema è che avanza crediti da tempo e io, che sono vicino alla canna del gas, continuo a mandarlo in bianco con i pagamenti menando ogni volta il can per l’aia. E così ha deciso di partire all’attacco e ha chiesto un incontro. Ero preoccupato perchè ha già fatto fallire un paio di persone che conosco che non lo hanno pagato nei tempi concordati. Gli stessi con i quali lo avevamo soprannominato “The Mind” perché, il fesso, vanta anche una lusinghiera apparizione TV  al quiz “Chi vuol essere milionario” in cui è riuscito nella non facile impresa di farsi buttare fuori alla seconda o terza domanda. La domanda complicatissima era “Qual è stato il sequel del romanzo “I tre moschettieri di Dumas?”. Frezzolini ha giustamente scartato le risposte Promessi Sposi, Vent’anni dopo e il Visconte di Bragelonne per accendere “I quattro moschettieri”. Un vero genio.

Sono stato indeciso se accettare il suo invito a “discutere” del problema fino all’ultimo. Poi ho pensato che accettare di parlarci era il minimo che potessi fare. Gode di pessima reputazione e non mi piaceva  affatto l’idea di vedermelo arrivare a casa con qualche sgherro una di queste sere. Il posto che continua a scegliere per i nostri incontri, ogni volta mi dà il mal di pancia. Frezzolini lo sa. E’ per questo che mi chiede di raggiungerlo sempre proprio da Drugo. Come cultura sta a zero ma è uno sveglio. Ama partire in vantaggio e conosce i trucchi del mestiere. Non abbiamo ancora cominciato e siamo già due a zero per lui. Il locale è vuoto e Walter ci fa un cenno di saluto. Dopo pochi istanti entra un marocchino vestito in modo abbastanza lercio che parla malissimo. Sostiene di aver avuto cinque euro di resto in meno quando ha comprato le sigarette un’ora prima. Dice di essersene accorto solo quando è arrivato a casa. Walter, un uomo che, non solo è in evidente sovrappeso ma è dalla pinguedine che fa paura al solo nominarla, inizialmente non capisce di cosa stia blaterando l’extra-comunitario, poi realizza e comincia a urlare.

“Come faccio a sapere che è vero? Dovevi dirlo prima di uscire dal bar. Così non va bene.”

Se ci fosse stato un picchetto che lo quotasse, avrei scommesso qualsiasi cosa che stava per partire l’insulto e, a seguire, la litania contro i negri e tutti gli stranieri, gli zingari e chiunque venga qua a fare i comodi loro. Invece, mentre mi preparavo a prendere le difese dello stolto che aveva deciso di venire a combattere una guerra assurda per quattro spiccioli, Walter mi sorprende. Apre la cassa e gli dà cinque euro. Quel ciccione, quel bastardo ciccione di merda, quasi si è vergognato della mia faccia ammirata. Gli ho sorriso e l’ho come ringraziato di avermi fatto sbagliare. Come il marocchino si dilegua, ci sediamo su un tavolino in mezzo al niente che serpeggia dentro il locale e gli racconto tutto. Il tutto si riassumo nel semplice assunto:”Frezzolì, sono nella cacca più purulenta. Io voglio pagarti ma devi aver pazienza altrimenti porto i libri in tribunale e non becchi un euro.”. Vedo la sua faccia sbiancare in volto due o tre volte e, quando finisco, non reagisce come pensavo avrebbe fatto. Ero certo che mi avrebbe aggredito con parole e minacce ed ero pronto a una rappresaglia di pari livello come si conviene in questi casi ma, al contrario, mi fa una faccia triste e ammette che, in fondo, mi capisce.

“The mind” che mi capisce? Un vero ossimoro.

Dice che si rende conto di come io mi senta solo adesso perchè anche lui ha appena scoperto di soffrire di una strana solitudine che da qualche tempo lo accompagna e che non vuol proprio lasciarlo. Aggiunge che vorrebbe, a volte, non aver bisogno di nessuno ma si sta scoprendo ogni giorno di più un mendicante di parole che nessuno gli dona mai, perchè tutti passano, lo guardano, magari salutano, ma se ne vanno. Se non sapessi che è uno stronzo mi farebbe quasi tenerezza. Mi guarda con gli occhi tristi da italiano in gita (si ok, lo so, gli occhi erano allegri, quelli di Bartali intendo ma mi piaceva st’immagine) come a chiedermi aiuto.

E sia mai che io non aiuti qualcuno che me lo chiede. E voilà, come ogni puttana che si rispetti gli dò esattamente ciò che mi chiede.

Vuoi parole? Te le dò io le parole, dove sta il problema? E infatti gliene regalo a iosa. In cambio di una dilazione di pagamento avrei fatto qualsiasi cosa. Figuriamoci parlare. Così gli chiedo di lui e della sua famiglia. E Frezzolini non vede l’ora di raccontarmi la sua storia triste. Quella di sua moglie che lo ha mollato perchè lui continuava a chiederle di parlargli. Di comunicare davvero. Lei, mi dice, sa fare solo televisione. Parlare senza dire niente, specifica. E’ interessata solo a vivere in modo superficiale. E Frezzolini, eh beh, Frezzolini vuole di più. Vuole un rapporto speciale. Non gli bastava più uno basico, basato solo sul sesso che, ci tiene a dire, funzionava bene. E alla fine quella, ossessionata dal suo modo di fare che a volte diventa violento, ha preso armi e bagagli e se n’è andata con i due figli.

 Mentre lo ascoltavo stavo per stabilire il record olimpionico di vomito. Non riuscivo proprio a essere simpatetico con il suo dramma. Sembrava infelice e la cosa mi piaceva. Perchè è un bastardo che puzza da cravattaro. Lo conosco bene. Ha fatto bene la moglie a trovarsene un altro. Che sono sicuro c’è. Tuttavia dovevo trovare un modo per compiacerlo altrimenti si sarebbe incazzato e non avrei saputo come affrontare i pagamenti. E così per impressionarlo ho dato sfogo al mio estro da Cagliostro de noarti e gli ho detto :

“Le parole del cuore sono la fellatio degli Dei.”

Non so come m’è venuta. E’ uscita così. Plop. Come un rutto. Mi sembrava una bella cosa per impressionare un bischero del genere. Misteriosa e porca nello stesso tempo pensavo avrebbe fatto presa sulla sua cultura da Radio Scuola Elettra di Torino che sono certo ama declamare con gli amici al bar. Un guizzo nei suoi occhi però mi fa sudare freddo. E’ colpito, questo è certo, ma come tutti coloro che sentono gli “animal spirits” non si fida. Mai.

“Chi l’ha detto?” mi chiede brutalmente, pensando di intimidirmi.

“Apollinaire” bluffo spudoratamente. Tanto sa un cazzo lui di Apollinaire.

Infatti incassa la stronzata con classe, anche se continua a guardarmi di sbieco. Qualcosa di me proprio non gli va a genio anche se non saprebbe dire bene che. Questa è la mia forza. Disoriento gli idioti. Riesco comunque a percepire che ha un fottuto bisogno di condividere  una qualsiasi cosa che gli permetta di giustificare quel curioso buonismo che ha deciso di regalarmi. Non sapendo come intortarlo nè come tenerlo buono, non trovo di meglio che di raccontargli di quando rividi la mia ex all’Ikea, in mezzo a un nugolo di clienti che amano farsi maltrattare da commessi brutali e afasici e di come ebbi la consapevolezza della facilità con cui si diventa estranei. La percezione del distacco. Il dolore dell’allontanamento. L’avvelenamento di qualcosa di grande che scivola via. La faccia di Frezzolini si è allora distesa.  Il fatto che anche io sia stato mandato a cagare lo ha fatto stare meglio. E’ di quei personaggi idioti del mal comune mezzo gaudio. Avrei voluto allora dirgli un sacco di cose sul come penso che si svolgano i rapporti tra due esseri umani che si amano, ma non sono convinto che sarebbe riuscito a capire. Gli avrei voluto dire, ad esempio, che come dice il grandissimo Dr.Cox le relazioni non sono come quelli che si vedono al cinema in cui due persone soffrono per aversi per circa un’ora e mezzo, a volte due e poi sono felici per sempre. No. Non funziona così.  Nella vita vera nove su dieci i due si mollano perchè non sono bene assortiti sin dall’inizio e più della metà di chi si sposa divorzia comunque. Le coppie che funzionano davvero sguazzano in mezzo alla stessa merda di tutti gli altri con la sola piccola, grande, differenza che non si lasciano sommergere. Uno dei due, a turno, si farà forza e, ogni volta che occorre, lotterà per quel rapporto. Se è giusto e se sono molto fortunati, uno dei due dirà qualcosa, farà qualcosa, che porterà avanti la relazione. Lui e la moglie sono semplicemente nella media. Come tutti gli altri. Era già scritto.

Invece, dando per scontato che non avrebbe capito una minchia di tutto questo, vado sul classico che so funzionare come un evergreen e  gli dico che con gli ex c’è sempre una gara. Si chiama “chi dei due morirà disperato?“, evitando però di fargli notare che lui la sta perdendo alla grande. Il bastardo allora si fa serio e confessa, di punto in bianco, che in tutta la sua vita si è masturbato una manciata di volte perchè quella cosa proprio non gli piace farla. E sta cosa lo fa star male.

“Anche io mi sono masturbato si e no cinque o sei volte in vita mia. ” gli rispondo. E penso:  Si, se la mia vita fosse cominciata qualche giorno fa.

Alla fine cala le braghe in modo vergognoso e confessa che non ha ancora metabolizzato la separazione e ora non fa altro che  pensare a come riavere indietro la sua famiglia.

E a me è venuto da ridere.

E che cazzo. Aveva appena detto che non era felice con sua moglie che non “parlava” con lui e che più o meno coscientemente aveva fatto di tutto per mandarla fuori dalle palle e adesso le mancava da morire solo perchè voleva scopare? Prima fai il forte e poi la mammoletta?

Insomma dai, su,  Frezzolini sei una barzelletta. E’ tutto un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui le donne a volte si sa sono scontrose o forse han voglia di far la pipì. Ho pensato così che da Gerry Scotti era andata male ma si sarebbe potuto iscrivere nel nuovo programma di  Maria de Filippi “C’è Potta per te!”. Se stava zitto forse una qualche demente poteva fregarla.

E ho riso.

Errore imperdonabile. Non sono ancora la puttana che vorrei essere. Devo applicarmi meglio.

Non era come essere tornati indietro ad inizio incontro. Piuttosto essere andati avanti in un’altra direzione. Quella sbagliata. La sensazione era di quando spingi forte una porta in cui c’è scritto sopra “Tirare”. E così mi spara un ruvido:

“Tu mi ricordi il dottor House. Un uomo tanto intelligente, quanto perennemente immaturo, capace di salvare vite umane e di restare sul cazzo a tutti quelli che ha intorno allo stesso tempo.»

“A me il Dottor House sta simpatico.»

“E certo. Lui sei te, stronzo. A me stanno sulle palle i tuoi sorrisini da saputello invece. Allora se ami ridere così, tira fuori i soldi che mi devi.”

Era tornato quello che conoscevo. A mali estremi, estremi rimedi.

«Aiutami dai, ti prego. Abbi pazienza. Non intendevo ridere di te, ma della situazione.»

Come so umiliarmi io, nessuno mai. Nemmeno House, altro che.

Passiamo un altro po’ di tempo a discutere di questa cosa e alla fine si lascia convincere e mi concede un altro mese per raccattare i soldi che gli devo.

Prima di andarsene mi fa:

“Quella frase…”

“Quale?”

“Quella dei pompini e degli Dei, non l’ha detta Apollinaire vero? te la sei inventata te per infinocchiarmi.”

Resto in silenzio. Non mi va di infierire. Lui scuote la testa e mi fa:

“Sei proprio una merda. Quasi peggio di me. Ci si vede House, stammi bene, porta i soldi la prossima volta però, altrimenti sono guai!”

Lo lascio andare e decido di festeggiare questa conquista insperata di tempo con un bel Negroni alla faccia di tutti. E poichè quel fascista di merda di Walter mi aveva sorpreso con l’immigrato l’ho preso da lui e, non l’avrei mai detto, ma quel buffone sa fare cocktail da urlo e così ho fatto il bis.

Secondo errore fatale della giornata.

Perchè, bello imbenzinato, io posso fare dei danni mica da niente. E infatti, uscendo, passo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte. Lei piriforme e con il viso a sobbalzi. Sembravano felici, mentre stavano per entrare da Drugo, progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura, ma ero certo che non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno. Mi ricordo della discussione con Frezzolini sul rapporto di coppia e di come esso può finire e così sento la necessità di dirgli:

«Dovete rischiare qualcosa , insieme ce la potete davvero fare, ma dovete rischiare qualcosa, cazzo»

L’uomo mi guarda preoccupato. Pensa che sia una minaccia e se ne sta in guardia alta. Pochi istanti e comprende che sono solo un innocuo cialtrone, i suoi occhi si velano di pietà. Io allora lo incalzo.

«No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, va bene, ok, ma dovete guardarvi e sorridervi e capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che sicuramente fa danza classica, perché non ha compreso un cazzo di quel che ho appena detto, mi sorride e dice al mostro che la accompagna di darmi un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

Volete andare al cine, stronzetti?

ok al cine e affanculo vacci tu. Io sto qua e aspetto Bartali.

E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai…
e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro
tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano
C’è un po’ di vento, abbaia la campagna
e c’è una luna in fondo al blu…