Della Malinconia

Uno delle cose più belle che ci ha lasciato Albert Einstein, è il suo famoso scritto sulla crisi, fatto nel 1935, nel mezzo della Grande Depressione:

«… Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza di essa tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.»

Ogni volta che mi sento giù, questo è uno dei pezzi che amo rileggere per darmi una scossa. Soprattutto ricordarmi chi sono.

Anche se, diciamocelo, si ha un bel dire che la crisi è una benedizione. Certo, in un’ottica di ampio respiro ciò è di certo vero, ma nel brevissimo, nell’immediato, è spesso una gran produttrice di malinconia. Lo “Spleen” è una cosa sulla quale continuo ad avere percezioni ambivalenti. Del resto essa stessa non è univoca. Può dare delle soddisfazioni, è vero, ma occorre anche aver la forza e la capacità di non abusarne perchè, quel sentimento che provoca una tristezza costante, se qualora latente è un compagno di viaggio di inestimabile valore, ciò che Victor Hugo chiamava “la gioia di essere tristi”,  quando però prende troppo campo,  provoca gravissime forme di depressione che possono arrivare a costringere a rimanere a letto malati.

In ogni caso, le persone che più ho amato e che più ho sentito vicino alla mia anima, “soffrivano/godevano” di essa.  Perchè io sono come loro. Gli altri,  quelli che non hanno la minima idea di che cosa stia parlando in questo momento non si rendono mica conto di quale tipo di sofferenza è toccato gestire a gente come noi. I “normali”, infatti, quasi sempre, si convincono che la nostra sia una posa. Un modo di metterci in mostra. Non riescono a comprendere che ci sono momenti in cui noi ci si sente quelli che devono reggere sulle proprie spalle tutti i dolori del mondo. Poi, riacquistata un briciolo di serenità ci rendiamo conto che anche milioni di altri esseri umani sopportano gli stessi dolori e vagano nello stesso labirinto. E per un attimo ci sembra di esser meno soli. Persino in equilibrio. O quasi. Fino a quando, proprio come il ciclo delle stagioni, la malinconia riprende piano piano campo e torniamo a essere come Atlante.

E lei, la maledetta, colpisce alle spalle quando meno te l’aspetti.

Capita così che guardi passare una banda di paese con le majorettes improbabili che sgambettano incuranti della loro cellule impazzita o della mancanza di grazia che le permea sin dentro l’anima e che, dopo averci fatto una grassa risata sopra ,vieni assalito dall’“umorismo pirandelliano”.  Il sentimento del contrario. Quello che ti fa piangere e che trasforma la comicità, appunto, in umorismo. E  cosi vedi che proprio accanto a te c’è il fidanzato della “supersized”. Quella che sta in mezzo al gruppetto di smandrappate, la cui ciccia traborda i vestitini da parata, e le cui zampe sembrano quelle di un maiale da squartare per farci il prosciutto. La stessa per cui hai riso di gusto prima. E senti che lo stronzo da fuori le urla che deve muoversi in modo più sexy e ammiccante perchè così proprio non va. E ti giri e vorresti sparargli una papagna proprio sotto il naso per poi suggerire a lui di muoversi un pochino più sensualmente adesso. E invece ti paralizzi e non fai niente che non sia tornare a guardare quella donna con grande disagio. Capisci il suo dramma e ti vengono gli occhi umidi perchè ti vergogni di aver riso di lei. E vorresti fare qualsiasi cosa per poterla salvare da quel destino da bestia da circo che le hanno costruito addosso. E sai invece che non puoi fare niente. E cosi torni a casa e ci pensi. Per giorni. Per quanto ti sforzi di non farlo, quell’immagine torna a farti visita. E stai male. Come un cane. E la gente attorno a te, ti chiede, ma che c’hai? sei scemo?

Yes. I am.

E allora fai il clown. Così che tutti si mettano tranquilli e pensino che sia tutto a posto.

Oppure capita che essa, Mademoiselle Melancolie, ti venga a trovare nel momento che proprio non ti aspetti: la sera di Natale!

Ogni uomo normale aspetta la notte di Natale in gloria.

Perchè tutto è bello quella sera. C’è il cenone e la felicità traborda da tutti i lati dell’universo conosciuto. C’è lo scambio di regali e poi soprattutto, che diamine, siamo tutti più buoni la notte di Natale.

Lo dice anche lo spot della Coca Cola.

Siamo tutti in magica armonia.

Evviva Gesù che nasce.

Tu, allora,perchè hai deciso che vuoi essere come gli altri, decidi di regalare tempo ed energia e qualche soldo facendo sacrifici per fare un regalo come si deve alla donna (uomo) che ami. E così, per settimane, pensi a tutte le opzioni possibili e immaginabili che le possano far scaturire quel sorriso che hai conosciuto quando ti sei innamorato di lei. Ti ingegni e fai domande ai parenti più prossimi, ai suoi colleghi e agli amici per capire che cosa possa davvero farla felice e, quando scopri finalmente che cos’è, ti sbatti per giorni per scegliere il pezzo migliore che si può trovare sul mercato compatibilmente con il tuo budget. Con tutto questo bagaglio di esperienza e di emotività arrivi alla sera di Natale pronto a fare il grande scambio.  Sei pompato al massimo dal jingle con l’alberone di Natale e le candele accese e sei convinto che, in quel momento, qualunque cosa possa succedere non cambierà ciò che senti dentro. Cominci però ad avere dei dubbi quando lei scarta il tuo regalo. Il sorriso che aspettavi giunge si. Ma dura poco. Le muore in faccia come un fiore reciso il giorno dopo che l’hai messo nel bicchiere. Non capisci bene, all’inizio. Lei è infatti felice di ciò che le hai fatto. Prova però imbarazzo. E le chiedi che cosa c’è che non va. Ed essa si schernisce:

“No è tutto troppo fantastico. Solo che, ecco, non dovevi. No davvero. Proprio non dovevi. Chissà quanto avrai dovuto ammattire per trovarlo, tesoro. Quanto tempo e quanto impegno c’hai messo”

“Si vabbe ma che c’entra”

“No, hai ragione solo che non dovevi, davvero. Non me lo merito”

E così mentre lei continua a ridere per l’imbarazzo, tu che non capisci proprio di che cosa stia parlando, apri il regalo che lei ti ha portato quella sera, per stare in  magica armonia con te.

E scopri che è un maglione.

Un cazzo di maglione della Upim.

A te, che ami le cose elettroniche, i gadgets, le cose frizzanti e che pensi che il regalo deve essere una cosa inutile altrimenti non è un vero regalo, lei ha regalato una minchia di maglione in offerta speciale, comprato la sera stessa, che fa pure, decisamente cacare.

E pensi mavaffanculo.

E invece sorridi di circostanza, ringrazi come si deve, poi prendi quella merda di maglione e la nascondi in un cassetto che sai che non aprirai mai più.

La malinconia però non sta tanto qua dentro.

No.

La malinconia sta nel fatto che dopo tantissimi anni tu riapra quel dannato cassetto e ritrovi quel maglione regalatoti da una donna che al tempo per te era importante e, guardandolo meglio, pensi che non è poi cosi male. E , nei giorni seguenti, quando hai cominciato a metterlo, ti convinci  che anzi è proprio fico. E che non c’è nessun altro maglione che vorresti metterti se non quello. Perchè è proprio quello che desideri. E lui che ti veste come vorresti sempre sentirti vestito. E pensi che vorresti ringraziare quella donna per ciò che ti ha dato e che tu non sei stato in grado di apprezzare nel momento. Perchè sei uno sfasato e arrivi come il leasing. Sempre dopo. Solo che non sai che fine abbia fatto lei e per quanto ti sforzi di cercarla ti rendi conto che non la potrai più nè vedere, nè abbracciare, nè ringraziare.

Insomma, qual è la morale di tutta questa cosa?

Non lo so. Davvero.

Non ci deve sempre essere una morale, in ogni cosa.

Però mi piace pensare che a volte il Natale non è il Natale e i maglioni non sono sempre maglioni. Possono essere anche esseri umani. E se qualcuno di voi, là fuori, si guarda attorno con occhi consapevoli, forse può fare ancora in tempo a riaprire il suo cassetto e a tirar fuori il maglione che gli fa schifo e che pensa di non mettere mai. Tempus fugit. E magari è più fortunato di me.

E se qualcuno mi chiedesse: ma te Masty, di cosa hai davvero bisogno allora?

I need more cowbells

what else?

:)

Genetica

Non ho mai creduto molto alle leggi della genetica. Cerco di praticare, infatti, quante più forme possibili di resistenza passiva alla “scienza uber alles” che prima o poi dominerà l’intero pianeta. Io lo so. So bene che succederà. E’ solo una questione di tempo. So solo che non sarà il mio.

Eppure, nonostante tutto questo, come sempre, vince lei. Anche quando non ne ha voglia. Anche quando di mostrarmi che lei è Dio, o almeno la sua mano armata è l’ultima cosa che gli passa per la mente. E ancora non è nemmeno detto che l’abbia davvero fatto. Un casino vero? so pure questo.

Ieri sera ero all’ospedale.

Hanno ricoverato mia figlia. Aveva delle convulsioni anomale. Nel taglio indiscriminato di welfare hanno eliminato pure la guardia medica pediatrica e sono finito al pronto soccorso. Quello che tutti conosciamo. Quello “normale”, intasato come pochi da gente come me, con prole annessa, che tra codici gialli, verdi e rossi veniva seguita da medici il cui compito precipuo è stabilizzare esseri umani in fin di vita affinchè possano crepare da un’altra parte. Per come l’ho capita io, con i bambini le loro regole sono basiche: se hanno una febbre imputabile a batteri, antibiotico generico e andare. Se hanno doloretti di ignota natura ma che non suscitano il loro interesse, una qualche minchiata che giustifichi le tre ore di attesa per entrare e un caldo consiglio a vedere il proprio pediatra il giorno seguente. Se infine hanno cose di cui ignorano l’esistenza, ricovero, perche non si sa mai che cazzo ci può essere sotto e non vogliono correre il rischio di essere incriminati da qualche zelante pubblico ministero a decesso avvenuto.

E così siamo finiti nel reparto di Pediatria dove mi è stato chiaro che il timore che avevano tutti era che potesse essere meningite fulminante. Me l’hanno detto come si dice a qualcuno che incontri per caso: “Hai visto che luna piena c’è stasera?”

Routine.

Insomma erano preoccupati ma “con judicio” avrebbe detto il Manzoni. In altre parole solo una rottura di coglioni da evitare.

Quando hanno preso la bimba per portarla a fare analisi particolari di cui ignoro pure il nome sono rimasto in silenzio davanti al lettino della sua stanza non so per quanto tempo. Ho quasi perso la percezione del tempo e dello spazio. Vedere soffrire qualcuno di così caro per un tempo ingeneroso è quasi insopportabile. E mi è tornata alla mente la fine di mia madre che, da lucida, avrebbe voluto le venisse praticata l’eutanasia nel caso fosse diventata quel che diventò, ma che finì il suo tempo su questa terra come una pianta arida senza linfa vitale a cui i medici si sforzavano di dare acqua comunque in ogni caso. Ho continuato a fissare il lettino vuoto davanti a me e sono ripiombato in un vortice di frammenti di memoria. Davanti agli occhi ho rivissuto i flash che più hanno impressionato la pellicola della mia anima durante quegli anni di inferno. Ho composto con la mente un DVD di emozioni indimenticabili e nonostante tutto mi sono sentito di essere un privilegiato solo per il fatto di averle vissute in prima persona, cosa che non è capitata a mio fratello. E poi sono andato ancora indietro nel tempo e ho rivissuto le strette dei suoi abbracci più caotici, risentendo nitidamente il calore che riusciva a trasmettermi. Ho rivisto davanti a me il suo volto scosso da un mare di emozioni intrigantemente altalenanti per le cose, non tutte belle, che mi sono capitate. Emozioni che lasciano il raschio in gola, corde vocali e Santi sollecitati all’unisono. Un cortometraggio che è arrivato a sfiorarmi abissi d’intimità per cui nutro pudore e gelosia. Mi sono emozionato quando sono giunto alla consapevolezza che, nonostante l’assistenza finale, senza dubbio sono sempre io ad essere in debito con quella donna che adesso chissà dov’è, per tutto ciò che mi aveva donato prima. La vista si è fatta umida e le labbra aride, l’imbarazzo mi ha costretto a scendere dal treno dell’emotività. Mi sono rifatto il trucco e ho spento il televisore dentro la mia testa. O meglio stavo  per spengerlo quando il pensiero è andato a ripescare un particolare che contraddistingueva mia madre. Mi sono sorpreso a ricordare che lei usava storpiare le parole e soprattutto a mescolare le poche parole di inglese che ero riuscito a insegnarle con i suoi idiomi italiani su cui  costruiva le sue frasi. Ad esempio, dopo che ero riuscito a passarle che “Vaffanculo”, in inglese, si dice “Fuck off”, lei, per anni, ha continuato a dire, pensando di essere nel giusto “Ma va a Facoffe”. Sono quasi certo che per essa, questo posto, Facoffe, dovesse essere un paesino sperduto nello Utah dove si viveva da cani. Quello che dalle mie parti chiamiamo Monculi scalo.
All’improvviso riportano mia figlia. E’ mezza scombussolata da tutto ciò che le hanno fatto. C’ha una faccia lunga che non rammento di aver mai vista. Il medico però sorride. Mi dice che è una peste ma che hanno escluso la meningite e quindi si tratta di una qualche forma influenzale strana. In altre parole rientra nelle casistiche di cui sopra. Un lieve antibiotico e andare con il suggerimento di chiamare l’indomani subito il pediatra di famiglia.

La guardo e per tirarla su la prendo un po’ in giro. Tanto per farla ridere. E così per giocare le dico:

“You are a weirdo baby”

Lei con un ghigno mi risponde:

“Uirdo sei te babbo e pure ‘sti medici sono super uirdi peggio di te.”

Non riesco a trattenermi e la abbraccio forte, perchè, che Dio mi fulmini, se non funziona la genetica!!!

A testa in giù

E mi dispiace.

No. Davvero.

Tuttavia, poichè oramai manca pochino alla mia completa distruzione psico-fisica-somatica-attitudinale-lirico-inguinale e un lavoro non avrò più e poichè la mia carriera di scrittore non è mai manco decollata e quella da porno star mi crea problemi perchè comincio a essere riconosciuto troppo spesso e quindi la devo finire là, ho deciso che mi butto sulla musica.

Ho scritto una canzone che arriverà in cima alle classifiche del mio condominio ma con il vostro aiuto posso pure puntare a vincere il disco d’oro della circoscrizione dove abito, nella quale c’è il maledetto ferramenta che continua a diffidare di me.

E’ dedicata a una donna.

S’è mai vista in fondo una canzone, troiaio che fosse, che non lo sia?

Certo che se fossi gay sarebbe tutto più facile.

Purtroppo non ho la fortuna di IntesoMale, Edoardo terzo, WishakaMax, Mr.Incredible, Allegria di Nubifragi, Luca, Eddus, Speakermuto e tutti gli altri. Vi invidio cari amici uominisessuali. Vorrei essere come vuoi ma proprio per quanto mi sforzi ancora un mi riesce.

Chissà magari, nella prossima vita.

Chi fermerà la pioggia?

Ci sono giorni in cui, per salvarsi la vita, uno dovrebbe semplicemente far finta che il mondo là fuori non esista. Per rimanere in piedi e non sprofondare in una depressione ancora più profonda occorrerebbe rimanere a letto per un “Bed-in” no-stop in cui non fare altro che dormire, farsi un paio di seghe, leggiucchiare qualcosa di poco impegnativo, sognare a occhi aperti facendo piani per il futuro impossibili da realizzare, ma che hanno funzione oppiacea permettendo l’entrata in una dimensione onirica alternativa che, a volte,  è meglio dei vecchi “francobolli” all’ LSD.

Oggi era uno di quelli.

L’ho sentito subito. Ho un sesto senso per queste cose. Solo che sono talmente fava che sottovaluto il mio istinto.

Mi sono svegliato di nuovo alle quattro di notte, come mi capita oramai da mesi a questa parte e mi sono detto “Ti prego Masty riaddormentati e svegliati domani l’altro, ‘un’è aria. Prenditi un sonnifero quadruplo e chiudi la porta che oggi è un casino.”

E invece niente, il senso del dovere è una delle malattie degenerative peggiori che possano colpire un essere umano. Andrebbe curato con farmaci esenti da ticket.

Il piano della giornata, infatti, prevedeva, oltre alla solita visita dal commercialista che sta cercando di aiutarmi a cercare sentieri nella giungla infestata da Dayaki incazzati che vogliono la mia testa da mettere in cima a una picca, anche una piacevole gita fuori porta al Tribunale di Pistoia dove ero stato convocato da un giudice cazzuto che, sono quasi certo, si sarebbe un poco alterato se avessi fatto “forca” senza avere alcuna giustificazione plausibile. Ai tempi della scuola ho fatto morire mio nonno una decina di volte ma questo trucco, l’unico che mi ha mai funzionato , stamani non era onestamente praticabile pena vedersi accompagnare in forma coattiva da un caramba. E invece alle cinque e mezzo mi chiama proprio la stazione dei carabinieri e chiede di me. Trasecolo. Ma come, ho sempre pensato che gli uomini della “Beneamata” fossero persone, è vero, integerrime, ma di non elevatissimo standing intellettivo e al contrario mi dimostrano che sono brillanti al punto da leggermi nel pensiero? Non faccio in tempo a dir loro che stavo scherzando e che non intendevo davvero non rispondere alla convocazione del magistrato che avevo avuto solo un momento di debolezza che il maresciallo mi precede:

“C’è stata un’altra rapina nella sede della sua azienda. E’ suonato l’allarme ma non siamo arrivati in tempo, forse è bene che venga anche lei perchè è tutto aperto adesso, non mi sembra il caso che ce ne andiamo lasciando tutto così.”

Il bestemmione da premio Oscar che ho tirato deve averlo un po’ disturbato perchè ha troncato la comunicazione chiedendomi in modo brusco di far presto. Nel tragitto in macchina fino alla sede, dopo aver recitato il Santo Rosario alla maniera di coloro che albergano all’Inferno ai quali ben presto mi unirò, ho pensato che Lui, il Signor Universo, è davvero una merda. Adesso è ufficiale. Insomma si può permettere di far rubare a dei disperati come noi? Ci vuole una gran faccia a culo. No, dico, lo stronzo, non poteva guidare la sua mano invisibile e portare i ladruncoli drogati che hanno fatto man bassa di tutto ciò che aveva un minimo di valore da qualcuno che i soldi ce li ha davvero? No. Il numero UNO, ha fatto di peggio. Eh già. Non gli bastava mica. Ha permesso che quei due o tre cazzoni che si sono intrufolati e che forse erano gli stessi che erano già venuti a trovarci l’anno scorso, portassero via anche il mio portatile. Di per se un PC di merda qualsiasi. Peccato che dentro c’era tutto il mio passato. E non parlo solo di lavoro. Parlo di cose che avevo scritto e che mi servivano, parlo delle fotografie delle mie figlie e dei loro compleanni. Tutto andato. Perchè il mentecatto con un Q.I. da invertebrato invalido civile che sta scrivendo, non ama fare i back-up, tanto, statisticamente, un nuovo furto era poco probabile.

Questo a dimostrare che io sarò anche un demente, ma LUI, eh beh, si, LUI magari è pure uno e trino, ma è anche molto ma molto succulento. Come una rosticciana per capirsi meglio.

Le formalità del caso sono stato uno strazio e, alla fine, in clamoroso ritardo, sono corso a Pistoia in autostrada, rendendo per tutto il viaggio, grazie al nome Suo, che, non essendo sportivo, se l’è presa a male e ha deciso che quindi non era abbastanza. In realtà il problema è che una persona già di per sè poco dotata che per tutta la vita i Tribunali li ha visti solo in televisione, ogni volta che varca la soglia di uno di essi va in paranoia. Non so spiegarlo meglio. E’ come se una palla da tennis ti bloccasse la bocca dello stomaco e poi piano piano scendesse giù per l’intestino provocandoti la sensazione di una defecatio isterica mentre un’altra palla si ripiazza alla fine dell’esofago pronta a ricominciare il giro. Un loop tremendo che solo chi c’è passato, credo, possa capire. E così, con il culo stretto perche sentivo una cacarella che spingeva nonostante avessi evacuato già quattro volte e una nausea che mi chiedeva di vomitare succhi gastrici, mi sono perso. Lo so. Lo so. Faccio pena pure a me stesso. Insomma non riuscivo a trovare l’aula perchè oggi per non so quale cosa strana di cui non mi importa nemmeno di capire la ratio, hanno fatto dei cambiamenti provvisori di cui tutti sembravano sapere, tranne io. E ho cominciato a rimbalzare da una parte all’altra con le palle da tennis in corpo e una rabbia al limite dell’esplosione termo-nucleare. Alla fine, per caso, becco un usciere o simil tale al quale chiedo lumi. Il coglione stava giocando con un cagnolino da passeggio che sua moglie gli aveva portato chissà poi perchè, a fargli visita. Il tipo continuando a trastullarsi con il cagno mi dà indicazioni di cui non capisco il senso. Gli chiedo più precisione e quello riparte con la solita tiritera senza darmi attenzione. Sono super in ritardo e decido, seduta stante, che lo voglio morto. Se devo andare in galera sarà per una buona causa. Toglierò dalle strade un essere inutile come quello che mi sta di fronte. E così alzando la voce gli urlo che mi sta facendo incazzare. Il mio nome non è Leggenda.  Mi chiamo Rasputin. E se non mi diceva dove cazzo dovevo andare avrei inculato a sangue lui e tutte le faccine di merda che intanto si erano messe a giocare con il cagnolino. E, se rimaneva tempo, pure la bestia che nel frattempo mi rompeva il cazzo abbaiando senza soste.

L’uomo rimane di sasso. Capisce che ho perso il senno e pure io mi rendo conto che ho esagerato e mi preparo mentalmente alla sua rappresaglia che però non arriva perchè un donnone giunonico che doveva aver assistito alla scena interviene a calmare le acque dicendo a tutti che ci penserà lei ad accompagnarmi nell’aula giusta. L’uomo del cane rinuncia alla sua rivincita e torna a rubare lo stipendio giocando con il quadrupede. Io ,come tutti gli scolari monelli ,con la coda tra le gambe e un paio di bellissime palle Dunlop da terra rossa che chiedono di uscire dal retto seguo in silenzio la donnona che si è dichiarata disponibile ad aiutarmi. Non è particolarmente bella, chiattona e tendente all’overloaded ha però due tette mostruose. Grosse come non ho mai visto, non avrei saputo  dire se fossero vere o false. Qualcosa di lei mi ricorda la tabaccaia di “Amarcord”. Di sicuro la furbacchiona si era vestita in modo tale da mettere la merce in bella mostra, con una scollatura vertiginosa, impossibile da non essere notata. Capisco alla fine che fa l’avvocato e che vuole prendersi un piccolo vantaggio sui suoi avversari. I giudici si sa, prima di essere tali, sono uomini. Più di ogni altra cosa la donnona puzza di femmina alfa lontano un miglio e non sento alcuna necessità di mettermi a discutere con un essere simile in una giornata come oggi. E poi ho deciso di entrare in periodo di astinenza e quindi basta donne per i prossimi due o tre anni come da fioretto fatto a Lui, si proprio a quello che m’ha mandato i ladri. Lo stronzo. La tipa è ilare e parla molto, la sensazione è che voglia attaccar bottone. Io invece non ne ho alcuna voglia e rispondo a monosillabi al procace avvocato che mostra un’interessante capacità dialettica. Vorrei chiederle che cosa la spinge a non tenere chiusa quella bocca e a dirmi soltanto dove cazzo andare ma, per gentilezza, evito. Arriviamo alla fine davanti all’aula. E’ deserta. Non c’è nessuno.  Il donno sfruguglia tra le carte che sono appese sulla porta. In effetti c’era scritta anche il nome della causa di cui sono parte. Poi entra dentro e ne guarda delle altre sul bancone. Si volta e mi dice che le udienze del giudice preposto sono state rinviate a causa di un trasferimento e che non ho ricevuto comunicazione perchè è capitato solo all’ultimo momento. Mentre parla mi si piazza davanti. Sarà alta almeno dieci centimetri piu di me. Ho come la sensazione che voglia dominare la situazione. Sento forte il desiderio di scapparmene via ma prima che possa andarmene via, mi fa, seria:

“Perchè mi sta guardando le tette?”

Ora. Posso giurare su quanto ho di più caro al mondo che, per quanto non sia esente dal fascino di tale attributo femminile, mi stavo sforzando con tutto me stesso di non lasciar cadere l’occhio su quelle bocce da Bowling. Balbetto scuse improbabili:

“No, veramente, io… no.. guardi le giuro che proprio no. Adesso devo andare…”

“Lei mi sta guardando le tette da quando mi ha vista. Non sono mica scema. Lei mi sta spogliando con lo sguardo.”

No, dico, provate voi, con una palla da tennis su per il culo a provare a spiegare a una femmina alfa che si sta sbagliando. Che delle sue tette non me ne importa niente.

“Le giuro che non le ho proprio notare. Cioè si, le ho notate, ma non nel modo che intende lei”

“Non dica bugie che in un aula di tribunale vengono sanzionate pesantemente. Io scommetto anzi che lei le vorrebbe anche vederle meglio da vicino. Non è così?”

Ho riconosciuto la tecnica. Una volta la mia amica Adele, di cui ho già parlato, quella delle due lauree di cui una recentissima in psicologia, anch’essa femmina alfa mi disse che una sera, dentro l’androne del suo palazzo fu avvicinata da uno di quei maniaci esibizionisti che si aprono l’impermeabile e mostrano il loro pipo ritto alla malcapitata. Quella volta Adele, con grande no-chalance gli disse: “Ah ok, va bene, vieni su che scopiamo dai”. Il tipo se la dette allora a gambe levate. Deve aver fatto lo stesso scatto che ho fatto io, sentendo in lontananza l’eco di un “Porco” che ancora mi risuona nella testa.

E adesso sono qua a pensare quale razza di maleficio mi ha colpito. Insomma la vita sta infierendo su di me come Maramaldo fece con Ferrucci.  Gli uomini, gli amici, le donne. Uno strazio infinito. Gli amici che si ricordano di te quando li fai divertire. Le donne invece che ricordano solo frasi inutili da rinfacciare, date, numeri di telefono, facce e scarpe.

Alla fine se ne sono andati tutti. Amici e donne.

Le palle da tennis no.

Sono ancora là.

E come premerò il tasto “Pubblica” per questo post di merda, di una giornata di merda, andrò a cercare di evacuare la decima pallina da stamattina. E poichè mi sento triste vi obbligo a una postfazione ancora più abbietta della giornata che vi ho descritto confidandovi che una delle sane abitudini che ancora amo coltivare con cura, oramai da tempi immemori, è quella di leggere sulla tazza del water del cesso. Da ragazzo mi leggevo solo le etichette dettagliate dei detersivi e dei saponi che mia madre piazzava a un braccio, un braccio e mezzo, se mi sporgevo dal w.c.  Credo di aver letto le etichette di tutti i bagnoschiuma, deodoranti e cosmetici che avevo sul mobile del bagno. Senza dubbio avrei potuto diventare direttore delle indagine di mercato di qualche multinazionale del settore. Da adulto invece ho creato un vera e propria libreria atta all’uso di lunghe e proficue sedute evacuative. Sono certo infatti che defecando si arriva a uno stato di coscienza superiore e tal volta, se si è fortunati, si può arrivare a illuminazioni sconvolgenti che possono cambiare la vita. La cacata infatti è un esercizio di meditazione spirituale, di purificazione e di elevazione dello spirito. Come tanti anni fa mi insegnò il mio vecchio insegnante di filosofia, affinchè nulla si perda quel che essa mi dà io rendo in merda.

San Purgazio è la parola giusta. Oppure enteroclisma se preferite.

Se siete stitici mi dispiace tanto per voi.

                                                                                                      

L’uomo che cercava il paradiso

Suo padre amava raccontare che quando era un bambino era impossibile da tenere.

Agitato, si affannava a far fracasso e poi rideva tutta la notte, anche nel sogno, terrorizzando l’intera famiglia. Ascoltava però tutte  le storie che gli venivano raccontate e credeva sempre in quello che gli veniva detto, soprattutto quando riguardava campi nomadi, barboni e arcobaleni d’oro. Aveva più o meno un milione di domande ma capì ben presto che erano troppo difficili per coloro che lo circondavano, perchè tutti gli dicevano “stai zitto bimbo, pensa a giocare” . Non fu quindi una sorpresa quando lasciò la sua casa, così giovane, alla ricerca del paradiso che sapeva esistere, là fuori, da qualche parte.

Non fu, in realtà, una libera scelta. Non c’era altra cosa che avrebbe davvero potuto fare.

Diventò uno studioso, anche se non era veramente mai andato a scuola e vagò per le vie del mondo. Galere e puttane furono le università che lo formarono di più. E con loro prese molte lauree. Sapeva poco, ma di tutto, e aveva sviluppato una particolare capacità nel riuscire a immaginare il resto. Imparò che non tutti i giorni si riescono a superare le paure e anche a capire cosa intendesse davvero dire la gente quando gli parlava. Per questo piaceva alle persone che incontrava. Tale abilità, non gli permise tuttavia di sputare fuori la tristezza, la stessa che c’è quando muore un albero di Natale, che aveva fissa dimora nella sua anima. Non trovò mai un vero amico e con le donne andò ancora peggio. Ogni volta era una nuova speranza, ma alla fine si convinse che quella dei suoi sogni non era ancora nata e che si sarebbe accontentato anche di trovarne solo una che non diventasse il suo incubo. Ma non successe. Questi fallimenti però non diminuirono la sua capacità di sognare. Tutti gli uomini sognano, è vero, ma non tutti allo stesso modo. C’è chi lo fa di notte negli angoli bui della sua mente ma, quelli che lo fanno invece di giorno, sono pericolosi, perché possono agire. Possono provare a vedere il loro sogno con occhi aperti per renderlo possibile. Lui ci provò. Tentò con tutte le sue forze di trovare il posto che credeva sarebbe stata la sua casa.  La maggior parte delle persone corrono in cerchio, lui invece ha corso lungo una vera e propria linea retta. Non avrebbe voluto lasciare quelli che gli hanno voluto bene indietro come capitò. Se successe fu perchè si convinse che, pure a essi, piaceva soltanto la puzza dei propri stronzi. E tutti loro, per non fargli pensare che aveva torto, lo lasciarono andare senza fare davvero molto per trattenerlo con la scusa che era uno difficile a cui star dietro. E la cosa confondeva tutti. La sua folle ricerca del paradiso perduto, del resto, non appassionava mica nessuno .

Cominciò così a detestare ogni cosa avesse la gente perchè credeva che quando si finisce a fare o possedere le cose che fanno tutti si diventa proprio come loro. Alla fine, la sua unica vera ambizione fu quella di diventare nessuno, perchè era passato accanto a migliaia di persone senza riuscire a vedere un solo essere umano.

Il suo non riuscire a trovarlo da nessuna parte lo portò alla decisione finale.

Ora, forse non voleva davvero farlo, ma dall’alto di una grande scogliera su cui era salito vide il vuoto sotto di lui e ne sentì forte il richiamo. Bastò spostare il peso un po’ in avanti e tutto il resto venne da solo. Era un tipo che voleva attraversare ogni linea e saltare ogni recinto. Anche l’ultimo. E per cercare il suo paradiso pensò di dover andare fino all’altro mondo.

L’unica cosa che quelli che l’hanno conosciuto si chiedono ancora è se mai fosse riuscito a riprendere fiato tra la sua nascita e la sua morte.

 To unpathed waters, undreamed shores. (William Shakespeare)

Thank you

E cosi stiamo invecchiando assieme.

Chi l’avrebbe mai detto eh?

I nostri “sweet teens” sono solo un ricordo sbiadito e la forza di gravità ha gia procurato devastazioni evidenti anche a occhio nudo.

Si dice che, in genere, la vena artistica duri al massimo, se sei davvero bravo intendo, una decina d’anni. Poi ti ricicli. Ti ripeti. Ti arrabatti per cercare di continuare a cavalcare l’onda anche se quelli dietro cominciano a spingere per chiedere che tu lasci loro posto.

Eppure, ieri sera, ho pensato che tu vuoi dimostrare che anche questa idea è l’ ennesimo luogo comune da sfatare

In mezzo a un energia potente che mi avvolgeva mi sono vergognato di aver avuto dei dubbi nel venire fin lassù a Milano per rivederti ancora una volta con tutti i problemi che mi attanagliano e mi impediscono, a volte, persino di respirare, per le paure e il terrore che vivo in questa fase della mia vita.

Rivederti a urlare sopra quel palco mi ha stretto il cuore. Entrambi avevamo trent’anni meno la prima volta. Come in fondo a un buco che dà nel tempo. E la gente intorno non lo sapeva e non era nemmeno importante perchè, per me, ogni tuo concerto è  come quando vai al mare in inverno. Già. Perchè, d’estate, sulla spiaggia, ci và quasi sempre solo chi vuol prendere qualcosa. Rubare per incassare gratis cose  che non può  avere ne gli apparterranno mai. In inverno no. In inverno quando cammini sulla spiaggia tutte le facce degli sconosciuti che incontri e che, sono venuti fin là come te a fare la stessa cosa, diventano magicamente quelle di fratelli e sorelle. Vengono per scambiare energia. Donarti la loro, per mischiarla con la propria. Una famiglia di sconosciuti che ti incita a non mollare.

Ecco, Bruce, tu sei ancora il mio mare in inverno. E la gente che ti segue, blood brothers, nati dallo stesso nucleo originario. E così cercando di incollare paura e amore, ho tentato di trovare scuse qualunque per non parlare agli amici che erano con me, perchè se mi avessero guardato in faccia e avessero visto le mie lacrime cosa diavolo gli avrei potuto raccontare?

Tu sei bello come eri allora e ti muovi sul palco con la stessa grazia, solo con più malizia, come si addice a chi sa di poter ammaliare perchè dotato di fascino speciale. Sembravi un padre che parla ai propri figli disegnando con un bastone figure su una spiaggia in inverno. Ed è stato tutto così potente e lieve allo stesso momento, come quando arriva il sole dopo una pioggia violenta e avrei voluto urlarti: “Ehi sono io…” Dirti. Guardami bene come sono cambiato eppure non ti ho lasciato.  Sono ancora qua. Dirti, suona piano, ti prego, non te ne andare, prova a fermare il tempo, fallo per me. Non lasciare che arrivi domani. Finchè puoi stiamo assieme. Anche se so che il futuro è già stato e non cambierà. E’ solo che ho la sensazione che il tempo mi passi sopra e mi abbia tradito. E fa freddo e vorrei solo dormire. E se non mi svegliassi più forse pure meglio.

Grazie per avermi fatto ricordare che, da qualche parte, esistono anche se sembra impossibile, persone che senti vicino al tuo cuore. Che si può essere anche un buon musicista senza essere un fenomeno ma che, un mucchio di buoni musicisti può inspiegabilmente lo stesso diventare assieme la miglior Rock band della storia.

E “Thank you” anche a Nicola e Gennaro, che non leggeranno mai queste note, perchè non sanno manco che ho questo cazzo di blog, ma che non mi hanno fatto sentire solo quando si sono opposti alla mia rinuncia paventata al viaggio milanese per sopravvenuti motivi di forza maggiore. E mi hanno trascinato a Milano. Giuro che un giorno ve lo urlo in faccia quanto vi amo. Grazie a Piero che c’era anche se non c’era. Grazie a Chiara che è venuta ad abbracciarmi anche se aveva gli affari suoi a cui pensare e un marito incidentato a casa che la stava aspettando, solo per dirmi “ti voglio bene, non mollare”. Sappi che fare un pezzo di fila all’entrata assieme a te per poi lasciarti andare è stato un grande privilegio. Grazie a Federico che c’ha provato ma che è arrivato tardi perchè le donne, a volte, possono fare anche incazzare. Voglio che tu sappia che sapere che comunque c’eri, là dentro intendo, mi faceva stare bene. Grazie a Elena e Loredana e Viviana e suo marito Alberto che  si sono sentite in dovere di farmi sapere che avrebbero voluto raggiungerci ma che erano bloccate da altre parti. Così come Luca che mi ha promesso che quando sarà un attore famoso si farà perdonare della mancanza di ieri sera. E grazie a tutti/e coloro che nel loro cuore avrebbero voluto esserci ma che per mille e un motivo non sono potuti venire. Le energie e i flussi energetici a volte prendono sentieri che non si possono ben comprendere. Ma arrivano. O, se arrivano.

Mentre ero in macchina con i miei due pards, bloccato dentro un parcheggio impossibilitati a uscire dalla congestione del traffico post concerto mi sono ritrovato a pensare che, quando si legge un libro, qualsiasi lettore cerca sempre se stesso all’interno della pagine che sta avidamente sfogliando. Si affanna nel ritrovare qualcosa che ha perso e che vuole assolutamente riprendere. E sono giunto alla conclusione che questa cosa vale anche nella musica o in concerti come quello di ieri sera. Perchè se devo dire il momento in cui ho sentito il cuore che mi batteva così forte e che aveva voglia di uscire fuori e di battere i tamburi di Max Weimberg ancora più forte è stato quando hai cantato “Wrecking balls”. La tua ultima creatura. Più o meno. Io, fan della prima ora, che piangevo per una canzone scritta quasi quarantanni dopo le canzoni che me lo hanno fatto amare. Alla faccia della vena artistica decennale. I “Wrecking ball” sono quelle grandi palle di acciaio utilizzate per demolire strutture. Arrivano e fanno devastazioni. A volte per ricostruire. Molto spesso no. Solo per abbattere.

E così quando mi hai imposto di urlare ritmando in modo ossessivo come un mantra per un tempo indecifrabile che: “ hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go….” beh ecco, io ho capito che ce la posso fare. Di nuovo mi hai parlato amico. Grazie per avermelo ricordato.

E quindi te.

Si parlo proprio a te Signor Universo.

Dai su vieni e porta il tuo “Wrecking balls” nella mia vita.

Ti sto aspettando.

Non ho più paura di te.

C’mon

So if you got the guts mister, yeah if you’ve got the balls, if you think it’s your time, then step to the line, and bring on your Wrecking ball

Come on and take your best shot, let me see what you’ve got

Bring on your wrecking ball

e poi vattene  affanculo stronzo.

Quizzone cippone

Oggi m’è presa male.

Ho dormito poco. Ansia. Tremore e allucinazioni da delirium tremens.

Poi pomeriggio di un giorno da cani che evito di raccontare per pieta verso me stesso.

Volevo scrivere qualcosa ma mi vengono solo merdate.

E allora il genio maremmano della favata cosa va a pensare?

A un quiz ammorbante.

Ho preso la chitarrina ho messo davanti il cellulare (ridico, IL CELLULARE e si sente..) e ho fatto di fila quindici INTRO di canzoni pop/rock (alla cazzo di cane, avendo per l’appunto il cagno che mi scassava la minchia mentre suonavo e avendo come unico assunto il “buona la prima” perchè non mi andava di smarronarmi le palle a rifare quando sbagliavo) e il giochino adesso è: vediamo chi le riconosce.

Alcune sono semplici da capire (anche se io c’ho messo del mio per farle diventare irriconoscibili) altre meno.

Chi vuol partecipare, avendone riconosciuta una o due, deve premere il tasto per prenotarsi.

Nel nostro caso basterà urlare, cioè scrivere: “Ciapa la galena…. coccodè”

o in alternativa

“Casssssela….”