La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Lo Auord

Reduce dai tre giorni più brutti degli ultimi tempi con febbre a 40, vomito continuo e martello pneumatico in testa, non mi sono ancora rimesso del tutto ma scopro di essere stato nominato per un Award.

Vagabondando per la rete avevo già notato due cose. La prima è che ce ne sono diversi, che si chiamano in vari modi ma che di base hanno sempre il “pattern” Blogger premia Blogger. La seconda è che il Blogger premiato si prende quasi sempre drammaticamente sul serio e disquisisce di sè come se avesse vinto un premio Nobel. Per tutti questi motivi mi ero sempre riproposto di fare, nel caso mi ci fossi imbattuto, il classico “Party pooper“, insomma il Pierino che si mette nel mezzo e cerca di bloccare l’ingranaggio. In realtà contavo nella mia proverbiale antipatia e nella buona sorte per riuscire a scampare a questo supplizio e, almeno  fino a questa mattina, ce l’avevo anche fatta, quando quel birbaccione di Eschedaprile ha voluto preoccuparsi di segnalarmi come “Blog Affidabile”.

Ora, premesso che di affidabile qua dentro non c’è niente e che l’istinto primordiale anarcoide che chiede il sangue e quindi uno sdegnoso rifiuto c’è ed è bello forte, un miserabile senso di educazione che quei disgraziati dei miei mi hanno insegnato mi impone di rispettare la gentilezza di Eschedaprile e se non di accettarlo (come infatti non accetto  non apponendo alcun bollino) quanto meno di farlo girare. Un po’ come la patonza insomma, dai.

E qua arrivano i problemi veri.

Perchè il regolamento prevede che il vincitore debba nominare altri cinque bloggers che lui reputa super affidabili.

E questa cosa mi ha mandato in crisi. Non sto scherzando. Giuro. E’ vero. Perchè penso che non ci sia niente di più brutto per un frequentatore assiduale di un blog scoprire che la persona che ha imparato ad apprezzare manco se lo considera preferendogli altri cinque che magari lui nemmeno conosce. A me questa cosa non va giù perchè mi sembrerebbe di fare un torto a tutti quelli che hanno fatto di questo blog comunque un posto piacevole dove venire a fare un salto per scambiare qualche idea, fare due battute, sollazzarsi un po’, o anche soltanto ascoltando in silenzio. Vi è mai capitato?  Fate un salto in un blog “amico” e scoprite che quello pensa a tutt’altro che a voi. Fa male no? Un pochino almeno…Beh, che vi devo dire, qua non voglio che succeda. Perchè tutti quelli che mi vengono a trovare sono persone alle quali ho imparato a voler bene. Ognuno con talenti diversi, ma proprio con le loro differenze mi hanno arricchito. Come potrei allora continuare a scrivere qua dentro se non ringraziassi Stravagaria per la sua meravigliosa amicizia o Wish aka Max o Mokassino o Albert o Irisilvi o Loredana e il suo canederlo da Bolzano o Penna Bianca o Arsomnia o la mia sister La Disfunzionale o Loretta da Viterbo o Il nastro volante o il vecchio Pakap o il grande Tads o FulviaLuna o Buonaventura o quel genietto di Milla o quello sciallo di Claudiogi. Per non dire di Allegria di Nubifragi o di Carla o Mr Incredible o Trame di pensieri o Betty Pendola o Vomitando pezzi di vita o Harael o 9dropsofink o Arsenica  o l’incommensurabile Banale e sto andando a braccio, così come mi vengono in mente e so che ne ho dimenticati altri e chi non ci si ritrova mi scuserà perchè ho ancora la febbre addosso ma può insultarmi nei commenti. Ecco come posso scegliere tra tutti questi amici e dire lui è più affidabile di quell’altro, senza ferire i sentimenti di persone a cui voglio bene?

Per evitare di fare danni volevo darlo a tre followers americani, perchè si, questo blog vanta pure questo, alla faccia dell’Amaro Lucano. Tre americani che si traducono con i traslator online le minchiate che scrivo. Ma rimango un nazionalista di merda e mi sembrava brutto. Allora mi era venuto in mente di nominare chi invece su questo blog veniva una volta e adesso non viene più. Perchè li ho fatti incazzare. Che è poi la cosa che so fare meglio. In fondo mi mancano perchè avevo imparato a volergli bene anche a loro e poteva essere un buon modo per ricominciare. Credo però che avrebbero preso il gesto come una nuova provocazione e allora eviterò pure quello, ma se per caso qualcuno di loro passasse qua in incognito (non ci crederete ma su questo blog transita una marea di gente in incognito, boh) sappia che c’ho pensato davvero e senza malizia, solo per affetto.

Allora ho fatto un altro lavoro. Ho scartato quelli che hanno già avuto degli Awards e poi dei rimasti ho eliminato chi secondo la mia opinione non gli frega una beata mazza da chi ci potrebbe tenere. E non ci crederete rimanevano ancora troppi.

Alla fine ho optato per l’unica via decente.

Ho scelto blog molto piccoli ma di qualità che hanno necessità di avere un imprimatur che difficilmente gli verrebbe concessa dalla loro attuale audience:

1) icittadiniprimaditutto.wordpress.com – PierGiorgio fa un grande lavoro oscuro ma utile, in genere tutti prendono e nessuno gli dà. Mi sembra giusto che uno sia suo

2) elinepal.wordpress.come – cosa c’è di più affidabile che continuare a mantenere un impegno importante come quello di scrivere ogni giorno di cose importanti ma a volte anche leggere?

3) branoalcollo.wordpress.com – uno dei pochi posti in cui si fa cultura vera.

4) sfoghivirtuali.wordpress.com – perchè si può essere scrittori anche se non si trova nessuno che ha le palle per investire soldi su di te

5) edoardoprimo.blogspot.it – perchè Edo è Edo e come lui non c’è nessuno. Il mio blog è anche il suo. Come si fa a non amarlo?

L’inizio della fine

Ho sempre letto iniziando dal fondo. Un po’ come scrivere da destra a sinistra. Forse sono un arabo e non lo so. Mi piace leggere prima le conclusioni delle prefazioni. Poi leggo anche quelle. Poi. Mai prima. Anche con i romanzi è lo stesso.  Mi piazzo in libreria e leggo le ultime due pagine. Se mi piace compro. Sono mica normale.

Con queste premesse ho già letto la fine che mi aspetta.

Stamani mia figlia che per la prima volta mi dice, con fare contrito, ma molto serio: “Babbo ti dispiace se da adesso ci baciamo solo sulle guance?”

E poi sento la madre di una sua compagna di scuola ridacchiarmi dietro e dirmi: “Pensi che nell’applet di mio figlio ho trovato foto pornografiche. Come crescono veloci eh?”

Le sorrido anche se non sa che con quella frase ha appena cancellato il suo erede da ogni possibile invito a cene o compleanni e, soprattutto a fare i compiti assieme. Io sono un padre moderno perdiana, nessuno lo può negare. Sopporto con pazienza le battute degli amici sul fatto che i loro figli maschi la useranno come nave scuola evitando persino di ricordar loro che c’è anche il caso che, invece, gli possa piacere il compagno di banco piuttosto che mia figlia.

Insomma, accidenti. Virginia potrà fare qualsiasi cosa, con chi vuole.

Quando avrà 45 anni, prometto solennemente che lo potrà.

Lasciarsi al tempo di hip hop

Oggi è uno di quei giorni in cui, sentendo di non avere dentro niente da dare al mondo, avevo deciso di starci lontano. Ho, allora, evitato tutti con l’accortezza che è tipica di chi non vuol dare alcun tipo di spiegazione a nessuno e  sono finito a battere sentieri e strade nuove che inevitabilmente, senza che me ne accorgessi, mi hanno riportato bello dritto proprio dentro a quel mondo che volevo evitare. E così ,dopo essere andato a Pisa a mendicare come un accattone pietà a una direttrice di banca molto più interessata a sentire la collega dirimpettaia di scrivania, che raccontava di come era figo un nuovo locale, piuttosto che le mie lamentele su aiuti finanziari che non aveva alcuna voglia di concedermi, ho deciso che, fanculo a tutte e due, ci sarei andato anche io in quel posto alla faccia loro, almeno  a farci colazione.

Ognuno di noi urla la propria rabbia al mondo in mille modi. Io mangiando brioches alla nutella e tracannando cappuccini alla faccia delle  due bancarie tristi e solitarie. Era la mia botta di vita settimanale.

Decido di prendermela comoda. Le sveltine le lascio ai ragazzini. Se devo godere, devo farlo bene e quindi mi siedo e leggo il giornale. Il posto per la verità è niente di speciale. Un bar di ultima generazione con diversi tavolini in stile Ikea che può piacere solo a chi vive nel mondo super iper giovanile. La musica che sparano le casse ovation che hanno messo tutto intorno alla hall è in realtà rumore per le mie orecchie. Credo che possa essere hip hop, o qualche altra merdata del genere. So solo che mi provoca fastidio. Ci sono diversi avventori, nessuno di loro però cattura la mia attenzione. Mi viene da pensare che guardo gli altri con le lenti tristi del mio attuale stato d’animo. Sto per alzarmi e andarmene, quando mi accorgo che due tavoli più in là si sta consumando un piccolo dramma. Una coppia che sta per scoppiare. Lui, sulla trentina, bel ragazzo con giacca in pelle e capelli lunghi. Faccia da schiaffi. Lei, più giovane, bionda naturale con occhi bagnati che le sciolgono il trucco agli occhi. E’ un po’ sovrappeso. Ha l’aria di una donna che non potrebbe mai essere la compagna di un tipo come quello che le sta di fronte. Se dovessi tirare a indovinare direi che sia stata conquistata per scommessa. Non ci vuole molto a capire chi è che lascia chi. Immagino che la scelta di incontrarsi in quel locale deve essere stata di lui. Si sarà sentito a suo agio perchè lo frequenta la sera e comunque ha l’aria di chi sa molto bene che è difficile fare scenate in mezzo ad estranei. Specie se si è persone educate e sensibili. E la bionda cicciottella lo sembra, eccome.

Non è da gentiluomini farlo, me ne rendo conto, ma ho teso l’orecchio per sentire cosa si dicevano. Doveva essere già un po’ che stavano parlando e lui era stato preso da una strana vena poetica. Sembrava D’Annunzio:

“Prova a pensare in termini di ponti bruciati e di stagioni che devono finire. Il fiume si getta nel mare ma poi rinasce ancora. Non piangere tesoro, ogni cosa deve avere una fine. Anche la nostra storia”

“Io ti amo Michele. Io ti amo e posso farlo funzionare questo amore. Dammi la possibilità di dimostrarlo.Ti prego.”

“Come pensi di poter fare? sei davvero così sciocca da non capire che è impossibile?”

“Perchè sei così crudele? che cosa ti ho fatto?”

Lui si volta verso di me. Non credo nemmeno si sia accorto che li stavo ascoltando. Fa solo scena. Un vero attore. Poi le dice:

“Tu sei come un ospite che è restato troppo a lungo nella mia vita. E adesso è tempo di andartene. Non fare scenate per favore”

“Sono stata l’ultima a capirlo vero? Lo hai detto a tutti. Persino a quella troia che ti scopi da tempo. Pensavi che non l’avessi capito?”

“Quando è stata l’ultima volta che mi hai visto sorridere quando stavamo assieme? te lo ricordi?”

“Ma che c’entra, sei un bastardo. Adesso te ne vai da lei e mi lasci qua, da sola. Dopo che mi avevi giurato che sarebbe durata per sempre.”

Lui decide di non risponderle più. Non ha più parole da regalarle, nè voglia di consolarla. Lei ha letto tutte le pagine del libro di lui e le conosce oramai a memoria. Arriva la parte più difficile. Lui deve andar via e si alza come a dire “Beh è tutto.” Allarga le mani e va sul patetico “Non ti scorderò mai”. Il vaffanculo che segue è ampiamente meritato. Lui incassa felice, quel gesto di reazione gli dà la forza di fare una cosa che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a compiere. E la lascia là. Lei scoppia a piangere a dirotto. Lui non si volta. Lei si e urla il suo nome. Lui tira dritto ed esce senza pagare, facendo cenno al barista che lo farà la biondina dopo.

“Stronzo pezzo di merda” sussurra lei.

Parte un’altra canzone che trovo aberrante. Vorrei far qualcosa per consolare quella ragazzina. Vorrei dirle che tra qualche tempo si sarà scordata di come si sente in quel momento. Sarà tra le braccia di un altro ragazzo a dirgli quanto è più bravo e più fico di quello che l’ha piantata in un bar con arredamento svedese, nel centro di Pisa. Vorrei dirle che ognuno di noi ha i suoi cimiteri interiori che ogni tanto visita, anche fuori orario e che ,una nuova lapide al suo interno, non lo renderà più orribile di quanto già non lo fosse prima. Vorrei poterle dire tante altre cose, ma se solo mi avvicinassi penso che qualcuno potrebbe pensare che sono un pedofilo in  azione camuffato da cicisbeo. Allora non faccio niente. Niente di niente. A parte alzarmi andare alla cassa e pagare. Pagare anche per lei intendo e per per il suo ex ragazzo. E poi esco.

Non faccio che una decina di metri che sento una voce che mi chiama:

“Signore, ehi signore” mi voltò e vedo la ragazzina che non piange più. Anzi, mi sorride, e un po’ rossa in volto mi dice:

“E’ stato veramente gentile sa? il primo gesto gentile che ho ricevuto da stamattina. Grazie di cuore. Mi fa stare un po’ meglio”.

Il suo sorriso è contagioso. Quel suo sorriso mi entra dentro e mi fa scordare, la banca, la crisi, i casini e persino l’hip hop.

“Grazie a te invece. Prima di vedere il tuo sorriso ero triste, adesso lo sono meno. You made my day” le dico pensando che riuscisse a capire che cosa intendevo. Lei mi guarda invece con faccia interrogativa. Penso che va bene così. Inutile darle spiegazioni.

“Sappi che, anche se adesso ti sembra impossibile, ce la farai. Ce la fanno tutti.” le dico.

E lei sorride ancora, questa l’ha capita.

Spero solo di farcela anche io.

Omofobia

Da tempo oramai ascolto con divertimento il programma radiofonico “La Zanzara” su radio 24. Sono spesso in macchina e la sera, quando va in onda, se posso non ne perdo una puntata. Mi sono affezionato alla sua cialtronaggine e sono ben consapevole che con ciò si dimostra che, in qualche modo, anche la mia gli appartiene. I due conduttori, Giuseppe Cruciani e Davide Parenzo, sono due elementi che starebbero sul cazzo anche a Gesù, ma proprio per questo mi stimolano a diventare una persona migliore nel tentativo di trovare giustificazioni al loro modo, spesso fascista, con cui conducono la trasmissione. Forti con i deboli, cioè i radioascoltatori che intervengono e che spesso vengono ridicolizzati perchè non in grado di sostenere un contradditorio verbalmente  violento, e deboli con i forti, i vip che qualche volta vengono intervistati. E capita così che allora,  spesso, mentre guidi nel traffico che ti riporta a casa, tu ti scopra a immaginare sofisticate forme di tortura per punire le loro aberrazioni stilistiche.

Ogni tanto poi vanno in fissa. Capita su argomenti che nella loro demenza ritengono fondamentali e scassano la minchia con quelli per ore e guai a chi gli dice che avrebbero anche rotto i coglioni. In queste settimane, ad esempio, si sono fissati con l’omofobia. Non importa se il Paese va a puttane, se non si arriva a fine mese, se la gente si suicida, se scappa, se sta maturando uno dei più grandi cambiamenti degli ultimi secoli. No. Loro si sono fissati con la questione omosessuale e perciò si attaccano su tutto quanto possa fare verdura. Quindi giù con Cassano, Rosy Bindi, Giovanardi, Totti,  il manuale dei carabinieri e qualunque altra cosa pur di tenere alta la questione omofobia.

Ovviamente essendo dei (falsi) progressisti, condannano senza se e senza ma la questione. In altre parole non si può discutere. L’omofobia è da condannare a prescindere da qualsiasi cosa e qualsiasi argomentazione.

Perchè sostengo che siano dei falsi progressisti?

Beh, perchè semplicemente, per come vedo le cose io, la loro presa di posizione è la più banale. E’ facile. Sopratutto facilmente difendibile perchè politicamente corretta. Come stare su una collinetta e sparare con una mitragliatrice a tutti gli assalitori che cercano di ammazzarti con zappe e forconi. Messa come la mettono loro è di una banalità assurda.

So perfettamente che è difficile e pericoloso esporsi su questi temi e l’essere politicamente corretto è la soluzione più semplice per chiunque non voglia aver rogne. Però, secondo me, la questione non è invece proprio così banale. Insomma la questione della devianza sociologica non si può mica relegare a quattro dogmi da ripetere a memoria come fa la Chiesa per altre cose simili.

Provo a spiegarmi meglio, mettendo però in risalto subito, perché non ci siano fraintesi, che io credo che gli omosessuali debbano avere tutti i diritti civili che hanno gli eterosessuali. Perché infatti non è questa la questione sul piatto. Tutti i diritti civili degli eterosessuali ho detto, non quello di avere figli, che non è un diritto civile. Ma questo è un altro discorso ancora che amplia e complica la questione, quindi lasciamolo da parte.

Tornando indietro nel tempo a quando sostenni l’esame di Sociologia all’Università, mi sembra di ricordare, se la memoria non mi inganna, che per devianza (da un punto di vista sociologico) si intende comunemente ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che violi le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a una qualche forma di sanzione. In altre parole per devianza si intendono quei comportamenti che non sono consoni nella società. Per il famosissimo sociologo francese francese Emile Durkheim ”un atto è criminale perché urta la coscienza comune” e non viceversa.

Il punto fondamentale tuttavia è che bisogna tener conto del fatto che le risposte della collettività a uno stesso atto variano nello spazio e nel tempo: per questo motivo si parla di relatività dell’atto deviante rispetto a contesto storico/politico/sociale; all’ambito geografico; e alla situazione.

Un atto può quindi essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socio-culturale in cui ha luogo. La devianza è il non assoggettarsi al ruolo che il sistema di valori della PROPRIA società si aspetta Quindi per definizione è una cosa relativa.

E’ indubbio che parlando di omosessualità stiamo parlando di questo.

Da un punto di vista sociologico se si decide allora di fare una battaglia politica a favore dei deviati, intesi nel modo in cui ho appena detto, si deve anche essere onesti intellettualmente nel farla, allo stesso modo, per tutti gli altri oppure lasciar perdere, perchè altrimenti si finisce per perdere il connotato di politicamente corretto. Insomma i paladini del politically correct farebbero nascere deviati di serie A e deviati di serie B? In altre parole se Cruciani e Parenzo avessero le palle e non fossero i soliti coglioni dovrebbero avere la forza per difendere allo stesso modo ad esempio i pedofili e tutti altri “deviati” sessuali. Soprattutto tenendo conto che nell’antichità i più grandi filosofi e pensatori che ci fanno studiare a scuola erano usi praticarla allo stesso modo in cui praticavano l’omosessualità.

Oppure dire semplicemente che a loro piace giocare al locomotore e al trenino tra di loro e hanno bisogno di essere autorizzati dalla mamma a farlo.

Filosofia della masturbazione

Mi sono convinto che per quanto possiamo essere bravi nel nostro lavoro, come persone siamo un fallimento.

E aggiungo anche che la maggior parte di noi percepisca benissimo questa cosa. Il fallimento intendo. E con esso l’angoscia, il dolore e la disperazione che vivono sotto la superficie. E quelli più forti, i duri, quelli con i coglioni non si arrendono e si alzano ogni mattina decisi a vincere la debolezza e a superare le angoscie.

In fondo, dai, ammettiamolo ci sarà un motivo per cui gli unici libri che si vendono davvero sono quelli che insegnano a come migliorarsi o a come fare una certa cosa.

La cosa che trovo terribilmente divertente è che il dolore, quello che sentiamo quando interrompiamo la nostra vita frenetica e ci  prendiamo il tempo per respirare e sentire e lo accettiamo, proviamo anche piacere. Far fronte al nostro vuoto interiore riesce a realizzarci. Insomma andando a fondo nella disperazione scopriamo la gioia.

E poi si può diventare dipendente da un certo tipo di tristezza.

E la paura spesso domina incontrastata. Corriamo per non sentire. Abbiamo paura di sentire. Corriamo indaffarati per non affrontare noi stessi. Abbiamo paura della vita e allora la controlliamo e la dominiamo pensando che essere trasportati dalle emozioni sia nocivo e pericoloso. Molti ammirano persino chi agisce con calma senza emozionarsi.

Agire senza emozionarsi. Siamo una generazione attiva: fare di più, sentire meno!

E così tanti finiscono per diventare lobotomizzati dalla noia e portate alla distrazione.Grattando la superficie della vita. Non succede niente ma è facile tenersi impegnato quando ti dici che stai viaggiando sulla giusta rotta.

Stanotte ho sognato un portone che si apriva su qualunque cosa. E lo raggiungevo. Fluttuando all’indietro. E anche una donna. Una donna speciale credo. La donna del destino. Una donna che urlava “smetti di aver paura di sentire”.  ”Lasciati andare e perdi il controllo. Fallo per me. E poi resisti per me. Non mollare”

Cazzo, quante cose devo fare PER TE, avrei voluto dirle.

Ma temo che non avrebbe capito l’ironia della battuta.

E così mentre pensavo a cos’altro dire o fare mi sono svegliato.

Ovviamente incannato. E….tacabanda….!

E adesso ho difficoltà a leggere quello che sto scrivendo. La devo finire porca troia….

E in culo i libri sul come migliorare se stessi, vado a Torino al Salone del Libro e mi accatto qualcosa che mi prenda la pancia. Se qualcuno fosse in zona si faccia sentire, sarebbe bello incontrarsi.

La perfezione (o della bellezza)

Che cosa è la perfezione?

Quante persone illustri nei secoli si sono fatte questa domanda.

Tralasciando i discorsi religiosi che portano su inevitabilmente  al “Boss” (che ebbe due figli Gesù e Bruce che ne ha poi preso il nickname), nessuno ha mai dato la soluzione ultima finale.

Qualcuno ha sostenuto che la perfezione non è essere perfetto ma tendere continuamente a essa (Fichte). Qualcuno altro ha detto che la forma dell’uovo rappresenta di per sè la perfezione sia nella forma che nella funzione. E c’è anche chi ha detto che “Io sono nessuno. E nessuno è perfetto!” (Alfredo Accatino)

A me invece ha sempre attratto l’idea della perfezione dell’uovo perchè se ci pensate bene, lui, l’uovo intendo, è fatto dall’essere più demente che c’è sulla terra. La gallina.

In altre parole la perfezione viene fuori dal culo dell’essere più demente dell’universo. Questa cosa l’ho sempre trovata di una bellezza sconcertante e, quindi, terribilmente attraente alle mie orecchie. Per anni ho cercato di provare a dimostrare scientificamente questo assioma e, dopo tanti fallimenti forse, ieri sera, sono giunto a un punto di svolta nella mia ricerca.

Sono andato con le mie figlie a trovare una famiglia che ha un bimbo autistico, compagno di scuola della mia maggiore. Del tipo di quello del film Rain Man interpretato da Dustin Hoffman. Con me ho trascinato anche il mio amico “Gildo”, la gallina, nonostante questi avesse manifestato disgusto alla sola idea. Per convincerlo ho dovuto cedere su qualcosa.

Il fascistaccio mancato, infatti, si era presentato a casa mia con un’idea precisa in testa:

- Masticone, mi regali i tuoi dischi in vinile dei Queen che mi mancano per finire la loro discografia?

- Te lo scordi.

- Dai per favore, almeno uno. Ti dò in cambio l’originale di Donna Summer, I feel love, te lo ricordi?

- Gildo, poppamelo,  ma sei drogato o cosa? Pensi che possa cambiare un originale dei Queen con Donna Summer?

- Va beh dai, hai vinto ti dò i Boney M, quelli di Ma’ Baker.

- Sai qual è la cosa triste amico?

- No, ma immagino di stare  per scoprirla.

- E’ che tu davvero credi davvero in queste cose. Pensi che queste cazzate galattiche che dici possano davvero realizzarsi.

- E che ho detto mai scusa? Solo che ti davo i Boney M  per i Queen e che cazzo… ..Ultimissima offerta, guarda mi rovino, ti do gli Chic…

- Gildo, per favore.. -

Poi all’improvviso mi viene in mente che magari una persona che mi faccia compagnia dopo non mi sarebbe dispiaciuta e quindi rilancio

- Però se m’accompagni dalla famiglia di Tommaso si può almeno intavolare la trattativa e la facciamo mentre le bimbe giocano con lui.

- Dallo “strano”?

- Un’è strano Gildo. Lo strano sei te. Allora li vuoi i Queen o no?

Alla fine ho visto l’acquolina nella sua bocca e, obtorto collo, ha detto si.

Quando siamo a destinazione le bimbe sono saltate al collo di Tommaso abbracciandolo. Guardandolo meglio Tommy è più basso della media di quelli della sua età ma abbastanza robusto e massiccio perché decisamente sovrappeso. Direi piuttosto tozzo. Sembra avere un’aria un po’ assonnata ed è vestito alla marinara,  come si usava ai tempi dei nostri nonni. Francamente lo trovo ridicolo e provo pure pena, meglio, tenerezza, per quel ragazzo che non si rende conto naturalmente di nulla. Ci accomodiamo in casa e faccio le presentazioni per gli adulti che non si conoscono mentre i ragazzi si mettono in un angolo della sala usando i giochi di Tommaso che mi sembra iperattivo e che ho come l’impressione che non riesca a trovar mai pace.

Ad un certo punto la mamma di Tommy decide di fare delle fotografie. Sento il click che mi fa per un primo piano a tradimento per immortalare la mia faccia disgustata. L’ennesimo istante stupido da far durare per sempre. Poi punta i ragazzi e ne scatta tre o quattro a fila, con il flash che parte a ripetizione, Tommaso comincia a battersi il capo con il pugno e ad assumere posture bizzarre mentre continua a ripetere in continuazione:

- Luce fa paura e voglio spengerla. –

La mamma va per accarezzarlo lui la allontana e corre a guardarsi nel grande specchio all’ingresso e di nuovo:

- Luce fa paura e voglio spengerla.

Il papà di Tommaso sembra non essere molto impressionato dalla scena. Immagino che ci sia  abituato e  infatti ci tranquillizza:

- Si,  Tommaso ha spesso delle reazioni forti come questa a certe sollecitazioni come la luce del flash. A volte capita anche con dei rumori come  le sirene o i cigolii. Altre volte si fissa a guardare l’acqua che scorre e si mette a versarla da un bicchiere all’altro senza smettere. Ma alla fine si calma sempre.

Per la verità di farsela passare Tommaso non ne aveva proprio voglia visto che continua a urlare davanti allo specchio:

- Luce fa paura e voglio spegnerla – senza soluzione di continuità.

- Cazzo, ma chi è Forrest Gump? – mi fa Gildo a bassa voce.

Virginia, la mia bimba più grande, gli si avvicina  lo prende per mano e gli dice:

- Vieni Tommaso ci sono qua io non ti succede niente. – e, incredibilmente, quel bambino si tranquillizza

- Bene io direi che potete anche guardare un po’ di cartoni animati così vi rilassate un attimo che dite? – faccio io

- Siiiiiiiii- urlano tutti

- Classifica cartoni animati Numero uno: Futurama, numero due: Gigi la Trottola numero tre: Kiss me Licia numero quattro: Hallo Spank…..- fa  Tommaso

Gildo mi guarda interdetto e mi sento in dovere di dirgli:

- No, sai che a lui piace fare le classifiche di tutto. Se uno gli chiede qualche classifica gliela fa. Così su due piedi. E’ una sua fissazione.

- Eh beh certo è chiaro – mi risponde. Poi aggiunge. – Cioè vuoi dire che se io gli chiedo di farmi una classifica all’improvviso di qualsiasi cosa lui la fa?

Non rispondo e guardo il papà nella speranza che questi possa rispondere e lui  mi accontenta:

- Se conosce l’argomento e credetemi ne conosce molti più di quanti possiate pensare vi fa la sua classifica.

Gildo come al solito si lascia prendere la mano e rivolgendosi a Tommaso gli dice:

- Scusa Forrest mi fai la classifica delle gnocche, si insomma, delle donne più belle dei cartoni animati?

- Numero uno: Sheila di Occhi di Gatto, numero due Eva di C’era una volta Pollon, numero tre Daphne di Scooby Doo, numero quattro Lamù…

- No, no no aspetta e dove la metti Margot di Lupin terzo – gli fa Gildo

- numero cinque Margot di Lupin terzo, numero sei……

Gildo mi guarda e mi fa:

- Cazzo, Forrest Gump è un grande! – poi guarda Tommaso e gli chiede.

- Scusami mi dici anche la classifica dei personaggi più intelligenti dei cartoni animati?

- Numero uno: Bugs Bunny, numero due: Il detective Conan, numero tre Lisa Simpson dei Simpson

- Siiiii dai anche io avrei detto Lisa Simpson – dice quella fava brematurata del fascista.

E così, di classifica in classifica, vanno avanti per un’ora. Gildo completamente perso a giocare con Tommaso e le mie bambine.

E io li guardo da fuori e mi viene da sorridere.

La scena, surreale, è di una bellezza sconvolgente.

Vedere la mia gallina preferita fare l’uovo con il ragazzo autistico è di una dolcezza che non so dire se rasenti o no la perfezione ma che, ai miei occhi, è di una bellezza senza pari.

E comunque i Queen, con il cazzo che glieli dò….

Riconoscenza

Ieri ho incontrato una persona. Una bella persona che è di fronte a un bivio nella sua vita.

Uno dei tanti che di volta in volta ci troviamo ad affrontare. Quello che deve affrontare adesso però è più difficile  perchè questa persona  non ha ben chiare nè le sue potenzialità, nè cosa deve fare per compiere il volo che la vita gli chiede di compiere.

Io mi sono comportato come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Niente di particolare. Ho ascoltato e poi ho fatto lo specchio di ciò che vedevo e ho provato a mostrare come si possa re-incominciare a battere le ali. Che poi è come andare in bicicletta. Se uno, un giorno l’ha imparato, è entrato nel suo DNA e quindi, all’occorrenza, torna fuori quando lo si chiama in ballo.

Ieri sera, del tutto inaspettato mi arriva un suo sms.

C’era solo scritto “Grazie”

Non so perchè ma questa cosa mi ha fatto tornare in mente una cosa che mi è successa un paio di anni fa.

Doveva essere all’incirca di questi tempi. Inizio o metà primavera. Una nidiata di uccellini urlanti era nata proprio vicino alla mia finestra. La cosa non mi dava fastidio e anzi mi teneva compagnia. Però uno di loro fece una stupidata. Sporgendosi troppo è caduto dal nido. Non si è fatto male perché sotto c’era un prato, ma era piccolo piccolo e non sapeva ancora volare. Sono sceso e l’ho visto là, un po’ spaesato. Non sapevo cosa fare. L’ho accarezzato e alla fine ho deciso di metterlo su una cassetta di scarpe aperta sperando che la sua mamma lo vedesse.

Ora lo so che la natura non è tanto generosa con i più deboli e che le mamme devono occuparsi di chi ha speranza di vivere e non possono stare dietro a tutti, ma stavolta lei si è accorta del piccolo caduto e ha iniziato a nutrirlo regolarmente anche se guardinga della mia presenza.  Rimaneva un problema però, l’uccellino doveva imparare a volare e sua mamma non avrebbe di certo avuto la forza di sollevarlo. Allora poiche si era abituato anche a me, ho incominciato a prenderlo in mano e lanciarlo delicatamente in aria per poi riprenderlo per fargli aprire le ali.

La cosa è andata avanti qualche settimana e ricordo che lui si attaccata con le zampette alla mia mano per paura di cadere.

Poi però ha incominciato a fare progressi e dei piccoli voli. Una sera il volo si è prolungato un po’ e l’uccellino è andato a finire in un prato vicino che aveva l’erba alta. Non mi è stato possibile riprenderlo.

Ero terrorizzato perchè immaginavo gia i gatti del quartiere pronti a farci uno spuntino con i fiocchi. E io non potevo fare niente.

Forse però era arrivato il momento di staccarmi da lui.

Ho passato alcuni giorni a pensare solo a come poteva essere finita la storia dell’uccellino a cui stavo insegnando a volare.

Finchè una domenica mattina ho sentito davanti alla cucina un gran battere di ali. Un suono inusuale. Sono uscito e c’era il mio uccellino sul davanzale della finestra e anche la sua mamma che volava a girandola come per richiamare l’attenzione.

Ho preso in mano il piccolo e gli ho fatto ancora qualche coccola. Lui è rimasto un po’. Poi ha preso il volo e non è più tornato.

Io non sono un etologo ma sono certo che si trattasse di riconoscenza.

O non lo so. Forse sono io che sono troppo romantico.

Non importa. Qualunque cosa fosse, mi ha fatto stare bene!

 

 

 

A mio padre

Frugando in mezzo ad alcune fotografie che ho trovato in fondo a un cassetto, sono stato colpito da una dove c’eri te.

Per la verità ce n’erano anche altre che so che sono certo ti sarebbero piaciute di più, ma, secondo me, in quelle non era stato catturato davvero il tuo spirito. In questa invece ti si vedeva mentre ti stavi girando per guardare che ci fosse dietro di te e io, che l’ho fatta, sono riuscito perfino a catturare quel tuo sorriso che tanto amavo, in un momento di sorpresa, rendendolo così naturale e ancora vivo.  Anche se, adesso che la riguardo, posso vedere meglio anche le tracce di tristezza che c’erano nei tuoi occhi.

Ricordo anche bene quando e dove è successo. Ero poco più di un bambino ed eravamo in un grande parco. Io, allora, ero ossessionato dalle statue e sognavo che un giorno ne avrebbero costruita una apposta per me, per ricordare a tutti che grande uomo fossi stato nella mia vita. Ne volevo una con un bella aiuola intorno, dell’acqua e la scritta “Guardate quest’uomo!”

Tu cercasti inutilmente di farmi capire la mia stupidità del tempo in modo dolce, senza farmi sentire sbagliato.

Dicesti che non avrei dovuto fare miracoli o muovere le montagne. Non era necessario che vincessi un Premio Nobel per meritare il rispetto degli altri.  Provasti a insegnarmi a non accettare mai un business a perdere: cedere e perdere amore in cambio di una qualsiasi gloria perchè,  provasti a dirmi, alla fine sarebbe stato solo un brutto affare per me.

In fondo tu guardavi alla vita solo attraverso l’amore che puoi dare e ricevere e null’altro. E mi hai insegnato ad andare avanti in questo modo, tenendo duro e non vergognandomi delle lacrime che avrei dovuto versare per il dolore che questa scelta di vita avrebbe potuto causare.

Poi gli anni, lentamente ma in modo inesorabile, se ne sono andati lenti e ho finito per trovare me stesso e la mia vita da solo. Circondato da estranei che pensavo fossero amici, mi sono trovato sempre più lontano da te e dalla mia casa di allora.

Immagino di essermi perso in mezzo alle tante vie che avrei potuto prendere.

Ho vissuto per correre e ho corso per vivere e non mi sono mai preoccupato del prezzo che ho dovuto pagare per questo o di quanti debiti ho contratto per la strada, correndo come un pazzo e rompendo e distruggendo regole alle quali non mi sono mai piegato.

Fin quando non mi sono scoperto a cercare, ogni giorno di più, rifugi per ripararmi dal vento e posti dove riposarmi e dove riprovare quella sensazione di allora, di quando stavamo assieme. La sensazione di casa.

Tra non tantissimo tempo avrò gli anni che avevi te quando te ne sei andato ed è una sensazione strana perchè solo adesso riesco a capire cose di cui mi parlavi e che allora mi sembravano impossibili da comprendere. Persino che le statue servono solo come cesso per i piccioni e per i cani.

Dandomi la vita tu mi hai fatto un regalo che io non potrò mai ripagare, tuttavia a vedere bene, vorrei tanto che qualcuno ti dicesse ovunque tu sia adesso, che la mia vita è stata solo un povero, miserabile, tentativo di imitare la tua grandezza che nessuna statua potrebbe mai mostrare al mondo. E che il tuo sangue e la tua energia continua a vivere nella mia penna e nelle cose che porto dentro la mia anima.

Grazie per tutta la musica che mi hai fatto ascoltare e per le storie che mi hai raccontato e per la libertà che mi hai concesso quando arrivò il tempo di lasciarmi andare e per la gentilezza che hai avuto nel non dirmi mai che “me lo avevi detto”.

E invece, papà, io non penso di averti detto mai “Ti voglio bene” abbastanza volte.

I love you dad.


			

Gildo

Stamani sono arrivato trafelato in macchina e ho parcheggiato in piazza del mercato, proprio sotto le mura.

Ero in netto ritardo sulla tabella di marcia e nella fretta di far presto ho rischiato anche di grattare la macchina, una Megane che avrà pure visto giorni migliori, ma alla quale tengo ancora tantissimo.Dovevo andare a fare qualche commissione in centro. L’idea originaria era di passare prima dal commercialista per sistemare alcune cosucce e poi in un paio di banche. Qualche direttore, infatti, ha chiamato pregando di fare un versamento perché sono troppo fuori dai fidi che ci ha concesso.

Gli venisse un bene.

All’improvviso me lo vedo parare di fronte. Imponente nel suo bel gessato di gran classe di un blu cobalto che non ricordo di aver mai visto. Mi fa il saluto fascista e urla:

- Camerata Masticone. A noi!

Mi fermo per lo spavento, lo guardo un attimo e poi dico:

- Ma te ne vai a cacare testa di cazzo? Mi hai fatto venire uno stolzo.

- Oh grullo – mi urla – non ti devi mica vergognare di essere uno di noi.

- Non lo sono per niente caro mio – rispondo ricominciando a camminare.

- Ma si invece. E’ solo che hai studiato un po’ di più e ti sei stupidamente convinto che la democrazia possa funzionare. Quando altro non è che la dittatura dell’imbecillità.

- Il pensiero non pagò mai debito. – gli rispondo.

- Finiscila ghiozzo – mi fa – dentro di te non sei diverso da noi. Ti conosco bene ormai. Non sei certo un comunista di merda.

- Su questo hai ragione. Ma non sono nemmeno fascista quindi finiscila di fare il bischero. – ordino perentorio.

- Oh Tattameo, abbassa i toni sennò ti sfiocino di nocchini sai? – intendendo dire, credo, che avrebbe usato le nocche delle dita per percuotermi la testa. Il “nocchino” è sempre stato diverso dal “biscotto” che è elargito con l’unghia dell’indice disposta di piatto, spesso a tradimento.

- Eia Eia baccalà – gli faccio per spernacchiarlo un pochino.

- Questa non fa ridere nessuno ed è più vecchia del cucco mio caro. – mi risponde.

Faccio finta di comprendere che cosa volesse dirmi e non chiedo altro, anche se non ho mai davvero capito bene chi cazzo sia sto “cucco” che tutti qua citano ogni due per tre.

– Sei fortunato – dice ancora. – Io non metto le mani addosso alle persone anziane e a quelle con cui madre natura è già stata severa. Quindi sei salvo.

- Sta zitto altrimenti ti prendo per un orecchio e ti scarto come una Golia.- rilancio a tono minacciandolo con un dito.

Quel fenomeno si mette allora di fronte a me in posizione da combattimento.

E’ totalmente svitato, faceva proprio sul serio.

Mi tocca dribblarlo lasciandolo sul posto con un bel doppio passo alla Biavati urlandogli:

- Dai cretinetti un c’ho voglia di ruzzare su. Ho un bel po’ di problemi che tu nemmeno ti immagini. Devo andare in banca che aspettano un versamento e non ho più il becco di un quattrino – gli dico sperando che si togliesse dalle palle velocemente.

- Vien via merdaiolo, sempre a piangere. Ti conosco da quanto? 30 anni? E sempre a piangere, sempre la stessa solfa. Oggi come allora. Chissà dove tu te li nascondi i guarini. Sono sicuro che li hai messi dentro il materasso – prende fiato mentre cerca di starmi a fianco – poi aggiunge – e per le tue mignottazze so’ sicuro non te li fai mai mancare di certo.

Mi giro un attimo e lo guardo negli occhi. A chiunque altro mi avesse detto una cosa simile avrei tirato una labbrata senza nemmeno dire una parola. Ma a Filippo Mastelli, in arte Gildo, posso perdonare tutto, perchè è uno dei pochi amici che mi rimangono della mia infanzia.

E pensare che da ragazzi lo trovavo insopportabile. E’ più giovane di me di qualche anno ed è figlio del proprietario di un paio di farmacie in città. Non ha mai avuto problemi di soldi e l’università l’ha vista con il cannocchiale anche perché ha ottenuto il diploma di ragioniere solo al terzo tentativo e da privatista.

Un vero crognolo.

A  fo’o è la parola giusta. Oppure abbestia, se preferite.

Negli anni settanta, quando davvero ancora esistevano le ideologie, lui era già così com’è adesso. Un folle esaltato di destra, nostalgico di un ventennio che aveva vissuto solo nei documentari in bianco e nero dell’Istituto Luce. Ed essere di destra in Toscana, per di più se estrema, non è mai stato semplice per nessuno.

Ci fu un periodo in cui nella sua incoscienza, lui con qualche altro gaglioffo della stessa risma cercava costantemente la rissa con le persone, cosiddette di sinistra, che frequentavano i medesimi posti: biblioteche, oratori, discoteche.

Io ero uno degli “altri”. Insomma da ragazzo ero un idealista e quindi finii inevitabilmente nelle fila di quelli che la gente come il Mastelli insultava con la formula classica de “i pelosi”. Non ho però mai amato menar le mani e quindi quando le cose si mettevano male, trovavo sempre la maniera per svicolare.

Lo chiamavamo Gildo perché, come nel famoso film interpretato da Rita Hayworth, Mastelli ci sembrava terribilmente eccessivo nei tentativi di fare sempre lo splendido. La sua spacconeria, i suoi atteggiamenti provocatori, sembravano rappresentare solo un tentativo di risolvere il conflitto tra la persona reale e la maschera che invece ci appariva. Gildo naturalmente non ha mai amato questo soprannome e solo sentirselo sussurrare a mezza bocca lo faceva scattare e il gioco stava proprio nel far sì che ciò accadesse.

Quando, anni dopo, ho poi cominciato a fare l’imprenditore e ho iniziato a vedere le cose da un’altra prospettiva e, soprattutto, quando ho dovuto imparare a relazionarmi con la follia del mondo sindacale non ho potuto che abbandonare le mie idee di sinistra. L’inevitabile arrivo dell’età della disillusione ha poi dato la mazzata finale ai miei sogni giovanili. Ed è stato allora che con Gildo abbiamo stretto i rapporti anche perché, prima di tutto, pure lui aveva raffreddato i bollenti spiriti. Si sa, con l’età anche i vecchi nemici finiscono per amarsi

Ogni tanto per farlo star meglio gli dico qualcosa che lui possa interpretare come l’ammissione dell’abiura dei miei vecchi ideali. E’ per questo che s’è convinto che io sia diventato fascista come lui.

In realtà a me francamente non frega più niente di niente da molto tempo. Qualcuno direbbe che sono diventato qualunquista. Uno che ignora l’aspetto politico del vivere associato.Ammetto che non avrei mai pensato di poter cambiare così. Eppure è successo. A un certo punto, ho smesso di volere ciò che avevo sempre voluto, e ho smesso di sputare su ciò che avevo sempre disprezzato. Improvvisamente, mi sono guardato allo specchio e ho scoperto di essere un altro.

Franza o Spagna purché se magna!

Gildo invece è sempre convinto che alla fine arriverà qualcuno che sistemerà tutto e ci salverà dall’entropia che ci sta portando lentamente alla deriva. Anche se forse non userebbe proprio questa parola perché ho motivo di credere che non ne sappia nemmeno il significato non essendo esattamente un “Maitre à penser”. Immagino che, molto più prosaicamente, direbbe soltanto che arriverà qualcuno che farà sì che i treni arrivino di nuovo in orario.

Stamani però non avevo voglia di restare a sparare cazzate con quel brindellone. Mi aspettavano due incontri che al solo pensiero mi era già venuto il mal di pancia e poi dovevo cominciare a prendere qualche informazione sul come mettere in pratica i miei propositi.

Lui però sembrava non aver per nulla voglia di mollare l’osso. Mi fa:

- Andiamo Mastica – gli piace chiamarmi così a quella fava di fuca – su, non farti pregare troppo, prendiamo un caffè assieme. Devo dirti un po’ di cose che mi puzza tu ancora non sappia.

- Dai, stai sereno, tanto ci si vede lunedì al calcetto. Si va a mangiare una pizza dopo e mi racconti tutto quello che vuoi adesso vado di corsa.

- Se ti dico che è roba forte mi puoi credere no? – dice ammiccando l’occhio destro

- Quanto forte? – lo sfidai

- Più dell’aceto.

- Sì, Bona Ugo. Ci si vede, Gildo.

- Ehi testa di cazzo, lo sai che non mi piace quando mi chiami così. Aspetta dai, si tratta di Cristina e Leonardo. Ci sono novità.

Mi fermo di scatto.

Lui sorride, sa di avermi in pugno e mi fa cenno di sederci in un Bar là vicino.

Con gli anni ho perso i miei ideali, tutti i sogni, molti soldi e chissà quant’altro ma la curiosità, la scimmiesca curiosità di bambino, quella è invece rimasta la stessa e Gildo lo sa fin troppo bene. .

-. Dimmi allora che cosa hai scoperto dei due fratellini.

Cristina e Leonardo Sibani sono due fratelli che conosciamo da qualche anno. Lei è un agente immobiliare di discreto successo, lui medico radiologo presso l’ospedale ed è quello che frequentiamo di più perché spesso si unisce a noi nell’imperdibile partitella a calcetto del lunedì.

Da quando ha cominciato a uscire con il nostro gruppo, Leonardo mi è sempre sembrato un tipo sospetto. Insomma ha un atteggiamento misterioso come se volesse nascondere qualcosa. Sempre sfuggente quando qualcuno gli chiede qualcosa della sua famiglia e del suo passato. Sapevamo che era stato tirato su, assieme alla sorella, solo dal nonno e per un po’ dalla madre che era però poi morta quando erano ancora piccoli, ma niente di più. Il padre era una figura avvolta nella nebbia. Pareva avesse abbandonato la famiglia molti anni prima e che loro questa cosa non gliel’avessero mai perdonata e che quindi avessero troncato ogni rapporto, nonostante ogni tanto questi mandasse qualche lettera per Natale o per i compleanni.

Ma tutto questo faceva parte del famoso mondo delle cose che si sussurrano di nascosto senza averne la certezza e che poi, come il classico gioco del telefono senza fili, finiscono per vivere di vita propria indipendentemente dal fatto che siano vere o meno.

Qualche volta ci aveva invitato a cena a casa sua e là avevamo conosciuto la sorella, molto carina e gentile, che a mezza bocca, di nascosto a Leonardo, aveva fatto qualche mezza ammissione sia pur non ben chiara su torbide vicende precedenti dicendo che era meglio non indagare perché era un capitolo troppo doloroso.

Com’è ben noto, il non sapere qualcosa che è fatto apparire velatamente incredibile, spesso nella provincia più becera crea fantasmi e mostri sempre più grossi di quel sono in realtà.

Gildo alla fine, proprio come un tordo, si è poi preso una bella cotta per Cristina e ha cominciato a fare il Ganimede, essendo più cacofonico che mai. Ci manca solo che quel moscardino con il viso fané si metta adesso a scrivere qualche madrigale e poi siamo tutti. La pulzella agognata in ogni caso ha il buon gusto di non comportarsi da salamistra e se in qualche modo comunque gli dà spago, è anche sempre attenta però a non farlo quagliare mai.

Sono convinto che lei si comporti così perché le è ben chiara la follia del federale mancato, ma questa cosa mi sono sempre guardato bene dal dirla al mio amico che riconosco in fondo essere persona di una qual certa sensibilità.

- So tutto – mi dice sorridendo trionfante, mentre butta giù una sorsata del Negroni, freddo marmato, che intanto il cameriere ci aveva portato. Perchè quando incontro quella merda mi obbliga sempre a bere anche fuori orario.

Decido di assecondarlo. Quando è così so bene che ha bisogno di benzina da bruciare per far accelerare la macchina.

- Dai, cazzo. Come hai fatto? E’ incredibile.

- Eh che ci vuoi fare, il fascino della camicia nera alla fine ha sempre successo. Nessuna donna può resistervi a lungo.

- Nooo. Davvero? Cristina? – sorrido nervosamente, perché so che quel bischero sta andando in sollucchero.

Gli stuzzichini che si stava ingurgitando avevano un suono strano. Sembrava che si spezzassero come legna bagnata.

Se fumassi avrei voluto una sigaretta in quel momento.

Lui si scola il resto del bicchiere sorridendo al punto che per poco il ghiaccio presente non gli va di traverso e lo soffoca. Si riprende con indubbia classe e conferma trionfante:

- Esatto Mastica. Esatto. – e si accende una bionda.

Lui si, fuma. Sa addirittura fumare.

- Vuoi dire che…..

- Si voglio dire che so tutto…

- Si ho capito ma vuoi dire che sai tutto perché….- e mimo il gesto del pugno chiuso che si muove dall’alto in basso e che internazionalmente significa “te la sei chiavata”.

Lo vedo rabbuiarsi e mi urla..

- Sei il solito maiale. Guarda che Cristina è una brava ragazza sai. Non ti pensare e anzi non ti permettere.

- No certo ci mancherebbe – arretro.

- Lei non è mica una delle tue mignottazze sai…

- Non frequento nessuna migna al momento ma comunque si, ho capito il punto.

- So perché lei mi ha detto tutto. Si è voluta liberare la coscienza aveva voglia di parlare e quindi adesso so tutto bello mio.

- E quando te le avrebbe detto questa cosa?

- Beh siamo stati a fare un giro ieri e alla fine ha vuotato il sacco.

- Siete stati a fare un giro e niente fichi fichi? – non resisto mai al desiderio di farlo incazzare. E’ quasi più forte della mia curiosità.

- Mastica mi hai rotto i coglioni. Te tu parli solo perché c’hai la bocca. Però c’hai anche una testa che ‘n te la mangia nemmeno il cignale in tempo di carestia.

- Scusami Gildo ma ti rendi conti che stai facendo il barbaresco? – dico cercando di instillargli almeno il dubbio di essere un po’ senese. Dato che il barbaresco altri non è che quel fesso che durante la sfilata del Palio a Siena vestito di tutto punto si fa un culo come una capanna a portare il cavallo della contrada a giro per piazza del campo per delle ore ma che poi sul più bello lascia la bestia a mani più esperte e più bramose che se la spupazzano ben bene.

- Va bene ho capito non ti interessa sapere, fa niente, sarà per un’altra volta.  – fa lui e si alza e sta per andarsene.

Sa come uscire da situazioni difficili il fascista.

Chapeau.

- Dai su, scherzavo. Tanto lo sappiamo tutti che alla fine te la sposi la Cristina. Ovvia fai il buonino, mettiti a cecce e dimmi che ti ha raccontato, via. –

Si risiede con lentezza sapendo che mi ha in pugno. Tira una boccatona dalla sua Marlboro. Traccheggia per godersi il suo piccolo trionfo ma alla fine non resiste e parte, sgangherato come sempre.

- Allora senti qua. Pare che una quindicina di anni fa il padre, che mi pare si chiami Silio abbia perso la testa per un tipo e sia scappato di casa.

- Un tipo?

- Un tipo – annuisce lui – neanche normale poi. – aggiunge.

- Che vuol dire neanche un tipo normale scusa? Esistono tipi normali che scappano con un padre di famiglia che ha due figli?

- S’è innamorato di un prete.

- E sti cazzi – non riesco a non dirlo con tutto il cuore perché la cosa effettivamente mi coglie alla sprovvista.

Lo vedo che comincia a venirgli la risarella e non posso negare che sia contagiosa.

- E il finocchione s’è pure spretato. Hai capito te…

- Vuoi dire che in tutti questi anni il babbo del Sibani si faceva il prete spretato di nascosto ai figli che intanto erano cresciuti solo che dal nonno?

- Si, e aggiungi pure che il prete spretato ha l’età della Cristina e che potrebbe essere il su’ figliolo. – Non sapevo più che dire. Era troppo anche per me che pensavo di aver visto tutto o quasi tutto. Mi ricompongo e faccio:

- Bene, certo che ora capisco il perché di tutti quei silenzi e imbarazzi.

- Cavolo è così. Averci il babbo che fa come il Marrazzo non è mica una cosa ganza.

- Ma che c’entra Marrazzo. Quello andava con i Trans. Un’altra cosa.

- Si si, sarà anche un’altra cosa ma a me mi sembra la stessa però.

- Ma vien via Gildo. Non è uguale su.

- Come diceva LUI: se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi ma se mi fermo non fate scherzi – e giù una risata.

- E mi sa che il Silio lo scherzetto glielo avrebbe fatto volentieri al pelatone di Predappio – insinuo

- Ora non esagerare come sempre, Mastica.

- Insomma al Babbo del Sibani gli piace il “culatello” – dico

- Si – conferma – e direi che gli piace pure fare i trenini. Tu Tuuu, anzi – mi dice dato che si sente in dovere di specificare per farmi capire meglio. – adesso parte il trenino pepepepepepè pepepepepè Brigitte Bardot Bardot, Zarzuela Zarzuela.

- Chattanooga Chou Chou – suggerisco.

- Che hai detto? – fa il crognolone.

- Niente Gildo tranquillo. Come dice il grandissimo padre don Livio Fanzaga, quello di Radio Maria: è incredibile come a volte Satana devasti la mente delle persone!

- Si come la tua immagino. Posso farti una domanda a te che hai studiato?

- E come no?

- Ecco secondo te, questa cosa.

- Quale cosa?

- Si ovvia, questa malattia che c’ha il loro babbo, è ereditaria?

- Ma dai che malattia Gildo. Sei il solito florilegio di cazzate.

- Flori che? – mi fa lui.

- Niente, niente, volevo solo dire che gli piace solo giocare a fare il locomotore non è mica una malattia e di sicuro non è contagiosa ne’ ereditaria. – lo tranquillizzo

- Insomma la Cristina e suo fratello sono normali?

- Per quanto ne so io pure il babbo.

Mi sentivo un po’ brillo. L’alcool dell’aperitivo mi aveva colpito alle spalle senza preavviso.

Il bastardo.

Alzo lo sguardo al cielo e vedo che le nuvole stanno disegnando un volto, il mio, credo. Fanculo a tutti. In particolare alle parole mancate e ai baci non dati e a tutti quei ricordi che ancora non riesco proprio a digerire. Fanculo al dolore e ai graffi sull’anima e soprattutto a tutti i Negroni sbagliati nei posti sbagliati al momento sbagliato.

- Posso chiederti un’altra cosa? – mi dice Mastelli.

- Sentiamo.

- Perché non esiste un cibo per gatti al sapore di topo?

Lo guardo e per un attimo penso che mi stia prendendo per il culo.

- Ma che cazzo di domanda è scusa?

- No davvero guarda questa cosa mi fa impazzire. Continuo a comprare una marea di scatolette e bocconcini di ogni genere per quel mostro che tengo in casa, ma tutti sanno di pollo, pesce o addirittura manzo. Continuo a chiedermi perché non c’è mai del sano cibo di topo.

- Si magari pure dietetico. – chioso io con sarcasmo

- Ecco lo vedi? Mi leggi nel pensiero. Non sarebbe più sano? Insomma non ti sembra logico?

Guardo l’orologio e mi accorgo che s’è fatto tardi e quindi decido che è l’ora di salutare quel chiorbone del Mastelli. Gli rispondo che ci penserò sopra e mentre pago una salaccata di conto, penso che quello che mi ha raccontato riguardo ai Sibani sarà di sicuro il leit-motiv di tutte le serate assieme con gli amici per i prossimi mesi.

In fondo, ammettiamolo, il pettegolezzo è arte,  muove un senso di morbosità che inutile negarlo fa parte di ciascuno di noi e a essa fa appello e lei, puntuale, risponde sempre presente.

- Ad maiora Filippo – gli dico mentre faccio per andarmene.

- Prima di tutto il budello di tu’ ma. – mi risponde. – perché ‘un si sa mai, te tu m’avessi insultato. Poi adesso mi spieghi che cazzo significa quello che mi hai appena detto.

- Niente Gildo, stai calmo non c’è bisogno di insultare la mia vecchia, porina lei, era solo un augurio per entrambi. Ci vediamo a casa di Alberto per la partitina a poker ok?

Mi sembra soddisfatto della spiegazione che gli ho dato e dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si allontana con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere ma certamente unico in ogni senso. Quando sono a una decina di passi da lui, sento che mi chiama e urla in mezzo a piazza Dante:

- Scusa un attimo, ma adesso che l’over è stato smascherato e che Boris è totalmente d’accordo con te che si fa? – preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa Mastica, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.

Lo sguardo acquoso a causa del Negroni non mi impedisce di cogitare in fretta un’inevitabile rappresaglia che tuttavia si esaurisce in un sano, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato, che è l’ultima cosa che gli dico prima di girar l’angolo.