Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

Le ultime da “I discutibili”

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1) IntesoMale, poeta maledetto, figlio non riconosciuto di Arthur Rimbaud e di Poetella, ha deciso di regalare a tutti il vero quadro familiare del nostro super Gruppo

http://discutibili.com/2013/07/19/vi-presento-la-mia-famiglia/

 

2) Masticone, per non scordare, http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

3) Red Poz, dai suoi amici Khmer , http://discutibili.com/2013/07/19/in-cambodia/

 

4) E, poi LUI, il vero Re dell’Universo, 83 chili di cervello buono per il pappone dei cani, ma un cuore più largo del culo di Fata Chiattona, l’unico e immarcescibile, B O R T ammoniacal, http://discutibili.com/2013/07/18/fuga-da-orio-al-serio-e-dai-suoi-ultras/

 

 

Some good stuff su discutibili.com

picdisc

Ecco un assaggio del cosa potete trovare oggi su http://www.discutibili.com

http://discutibili.com/2013/07/16/danilo-dolci-sesana-28-6-1924-trappeto-30-12-1997/

un mio piccolo contributo per ricordare uno degli italiani più belli che siano mai nati e vissuti in questo nostro Paese

http://discutibili.com/2013/07/15/dimmerda-3/

quell’incosciente di Intesomale che fa a pezzi una delle autrici di cul(t)? di questi anni. Michela Marzano. Una a cui ha baciato il sedere persino Fabio Fazio (ma lui c’è abituato). Noi le abbiamo regalato invece l’ambitissimo award di DIMMERDA la nostra rubrica principe

http://discutibili.com/2013/07/15/lettere-varie-di-aspiranti-porno-attori-e-attrici/

Zia Mastichella che stavolta invece deve fare i conti con una serie lunga di aspiranti porno-star

http://discutibili.com/2013/07/15/videolettera-di-un-orango-a-calderoli-fuori-onda-di-bortocal-n-1/

un piccolo cadeau del mitico Bort to be Alive ad uno degli uomini più ributtanti che si siano mai visti

http://discutibili.com/2013/07/15/thats-expo/

ammennicoli ci mostra una scrittura di luce particolare relativa all’Expo di Milano. Con tanti saluti a Formigoni

E venite a leggerci dai, quante cose libere vi capita di vedere in una giornata?

The GREAT CIOFECA BLOG AWARD

Basta.

Un se ne pole più (orribile toscanismo ma ci sta proprio bene).

Mi sono scassato la fava di vedere le migliori menti di WP andare via lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città, essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà e un dio che è morto, 

Insomma basta con le autocelebrazioni pezzenti.

A me MI ( e che cazzo qua obbligatorio) i premi di Blog in cui i relativi bloggers rispondono in modo miserabile a domande patetiche su stessi fa pena.

“Una volta, tanti anni fa, ho preso la medaglia al valor civile perchè ho fatto attraversare una vecchietta sulle strisce pedonali” oppure “Preferisco mangiare l’orata al cartoccio perchè il branzino sta diventando troppo popolare” o anche “Io voto Grillo perchè non ho capito che cosa dice ma lo dice bene” insomma cose così.

Si capisce di essere invecchiati quando si finisce per sopportare (quasi) tutto. Quando ci è chiaro cioè che è del tutto inutile farci il sangue amaro per cose miserabili che solo qualche anno prima ci angustiavano e che all’improvviso cambiano prospettiva e non provocano più quell’uggia tremenda che è causa di turbolenze emotive ma soprattutto relazionali visto che, quando si ha carattere si finisce sempre per tirar fuori la cosa che ti ruga dentro.

Molti di esse arrivano a non toccarti più fino al punto che ci vedi dentro l’involontaria comicità e finisci per sganasciarti dalle risate.

Bene.

BASTA.

Botta di vita giovanile.

Io mi ribello.

E ho deciso di creare il nuovo “THE GREAT CIOFECA BLOG AWARD”

E’ tempo di dire basta al pattume che gira sulla rete. Mettiamo alla berlina BLOG ridicoli e non incensiamo BLOG che fanno pena.

Tuttavia, poi ho avuto un’educazione catto-comunista, mi assale il buonismo ed eviterò, di fare la lista di BLOG miserabili che andrebbero boicottati.

E, tac, qua arriva la genialità (?) della mia idea, il GREAT CIOFECA BLOG AWARD, avrà solo una regola: l’auto-proclamazione.

Insomma io non nomino nessun BLOG di merda e anzi mi autoproclamo io il primo (e finora unico) possessore del nuovo premio che schifa e disdegna tutti gli altri e che si vanta della propria monnezza al punto di metterla nei propri widget a latere del blog stesso.

Tutti coloro che aderiranno dovranno fare la stessa cosa. E’ gradita pure l’aiuto per trovare un logo ad hoc da piazzare. Avevo pensato a un bel cesso con scritta sopra, ma non sono bravo con la grafica.

Metto in conto che nessuno mi seguirà in questa follia. E devo purtroppo confessare che non me ne frega una cippa lippa. Sarà in quel caso l’unico e inimitabile auorded

Blog affidabili e inspiring….ma andateve affanculo

L’amore al tempo di Groupon

Daniela lavora con me. Che poi non è nemmeno detto bene così perché, per la verità, fa quasi tutto lei. E’ quel tipo di donna per cui sentirsi indispensabile è una cosa fondamentale. Dov’era assunta prima proprio per questo motivo l’avevano mobbizzata. Io invece l’ho elevata al rango di responsabile amministrativa. Al contrario del titolare d’azienda precedente, a me non pare il vero, infatti, di poter delegare quanto più possibile a gente in gamba. Con Daniela siamo così giunti a un patto: sul mio tavolo lei fa finire solo le rogne che proprio non riesce a dipanare, non tanto perchè non ne è capace, quanto perchè, per poterlo fare, occorre essere “bastardi dentro”. Prendere per il culo le banche, mendicare con i fornitori, chiedere pietà all’agenzia delle Entrate o fare lotte greco-romane con gli avvocati. Insomma cose così.

Il vero problema di questa situazione è che, adesso, quando lei entra nella mia stanzetta, io so che è solo per portare una notizia di merda. Mai che dicesse, “abbiamo avuto una donazione insperata da un cliente innamorato”. Sempre e solo cattive notizie.  E questo mi indispone nei suoi confronti. E, poiché sono come Lucignolo, gliela faccio pagare facendole piccole porcate che a me fanno ridere, ma che, una volta l’hanno messa in grossa difficoltà. Perchè Daniela non è solo brava ed efficiente. Daniela ha anche un karma malefico con gli uomini. In primis con me, in secundis con il suo uomo e infine con il fratello. Il suo uomo è un coglione super galattico. Rappresentante di un qualcosa che non ho ancora capito, vive per un sacco di tempo in Germania e, oltre a essere un maschilista assurdo è anche geloso in modo del tutto spropositato. La controlla come nemmeno nei film anni sessanta e spesso le fa delle scenate per cui la mattina si presenta al lavoro distrutta per aver passato notti insonni a discutere del nulla montato con panna. Il gonzo, ad esempio, è fissato della posizione del sedile anteriore della macchina. E’ convinto che Daniela possa andare a scopare in macchina di nascosto con qualche amante e quindi, in modo ossessivo e maniacale, ne tiene d’occhio la posizione. Sapendo questo, io, quando salgo sulla sua auto per andare a mensa o da qualche altra parte, per lavoro, mi diverto sempre a spostargli il seggiolino quel tanto che basta perchè un matto lo possa notare. Una volta, però, il coglione ha sclerato di brutto e l’ha buttata fuori di casa perchè il caso ha voluto che avessi fatto quel “giochino” proprio il giorno in cui un suo ex di tanti anni prima, amico di famiglia, in preda ad un assurdo attacco di contrizione  è andato a chiedere scusa all’ometto per la relazione extra-coniugale avuta con Daniela di cui lei s’era pure dimenticata. Ha detto così al povero cornuto che lui non sopportava più il peso di quel tradimento e voleva il suo perdono (è andata davvero così, giuro, non è licenza poetica. La vita reale a volte supera la fantasia.). Il rappresentante incazzato come una bestia è venuto da noi in ufficio ha visto il seggiolino spostato e sono dovuti venire i vicini per sedare la rissa.

Per un po’ Daniela è venuta a stare da me, poi è andata da un’amica, alla fine ha fatto pace con l’idiota, perchè lui, pentito della cazzata, l’ha fatta sentire indispensabile, e lei, pecorella smarrita, è tornata sotto il tetto (ovile) coniugale. Ha però giurato di farmela pagare e ha preteso che per tutto quello che io avevo innestato, la dovessi ripagare aiutandola con suo fratello Renzo, detto Renzino.  Anche se è un bestione che solo il mio amico Mr.Incredible potrebbe affrontare. Renzino, d’altra parte,  ha solo un problema piccolo piccolo. Una cosa da nulla intendiamoci. Renzino è schizofrenico!

Avete presente quel detto che dice “Chi usa il preservativo bestemmia contro Dio, ma solo se si rompe”?

Renzino infatti è una personcina, come dire, un pochino complicata da gestire che, a momenti di lucidità, ne alterna altri in cui ha difficoltà ad articolare i pensieri. Ha allucinazioni, deliri, pensieri disarticolati nonché comportamenti ed eloquio inusuali. Fuma come un ossesso e ha problemi a interagire con gli altri. Ma,  soprattutto, il vero problema che mette tutti gli altri dietro e ne hanno fatto una bomba o orologeria è che, a Renzino, io gli sto simpatico. E’ questo il  casino vero. Perché ha preso a venirmi a trovare in ufficio quando va in paranoia con l’universo. Arriva con la scusa della sorella, che con indubbia classe me lo sbologna bello bello e lui si piazza nella sedia davanti a me e parte con l’ammorbo. Mi racconta di tutto. Di quando con il diluvio universale fuori è partita l’esercitazione nella sede della ASL dove è entrato a lavorare come categoria protetta e lui è stato l’unico che è uscito fuori, come da regolamento. Tutti a dirgli “torna dentro scemo” e lui li insultava da fuori chiamandoli parassiti ma intanto si è “mezzato” persino le mutande, prendendosi un influenza che l’ha tenuto a letto una settimana. O di quando ha visto un pornazzo non so dove. E di quel “film” mi ha raccontato ogni cosa. L’attrice principale nell’ordine si è fatta, un uomo, poi una coppia di uomini, poi un animale e alla fine un negro. La cosa che più l’aveva colpito però era che alla fine di tutto s’è accesa due sigarette. E lui serio mi fa “Certo che c’aveva proprio tutti i vizi quella eh?”.  Quando vedo che non ha voglia di togliersi di torno e c’ho da fare gli dò il mio iphone e lui comincia a giocare a Ruzzle. Ci va matto. In realtà gioca alla cazzo. Digita parole a vanvera con il polpastrello, ma il suono che ne esce fuori lo ammalia e si tranquillizza. Ovviamente a questo modo tutta la gente che mi conosce crede che io sia una super pippa  perchè, giocando con il mio nickname, fa dei punteggi scandalosamente bassi, ma chi se ne frega.

Da qualche tempo i suoi pensieri sono più ingarbugliati che mai. Dice che si è innamorato. Per la prima volta il bestione Renzino, sostiene di aver perso la testa per una donna. Una sua collega che lavora all’accettazione, una occhialuta come la definisce lui e che una volta pare gli abbia detto che ha proprio gli occhi belli. E’ bastato quello per fargli perdere la trebisonda. E ha cominciato a chiedermi consigli sul come poterla approcciare. Dice che solo io posso aiutarlo, che lui si vergogna troppo e che non sa come o cosa dirle. Pensando che fosse una cosa passeggera e che gli sarebbe passata nel giro di qualche giorno gli ho consigliato di scriverle una lettera. E lui per un po’ veniva e si metteva di là a provare a scrivere qualcosa ma poi se ne andava via quasi subito. Era come se aggiungesse sempre una riga o una parola. Non ho mai guardato quella lettera.

Pensavo fosse finita là.

Ieri, mentre ero in riunione con alcuni fornitori venuti personalmente a esigere quanto gli dovevamo ai quali stavo chiedendo di avere ancora più pieta della pietà fino ad oggi mostrata, sento confusione nell’altra stanza. Momento di sbandamento. Ho di fronte della gente incazzata che vuole soldi e nell’altra stanza sento un matto che si agita. Esco fuori e lo vedo che sbuffa come una mantice. Capisco che è in uno dei suoi momenti. Dice frasi senza senso, poi mi chiede di scaricare alcune “app gratis” con cui giocare. Non ho tempo da dedicargli, gli apro l’account, gli mollo l’ iphone e torno dentro a dare il deretano agli uomini cattivi che si stavano già imbufalendo. Mentre sto per perdermi nel vortice di sesso ho ancora la lucidità di pensare che non sento alcun suono tipico di Ruzzle. Tuttavia non faccio in tempo a chiedermi che cosa minchia starà facendo Renzino, che il cattivone, l’uomo al quale dobbiamo dei soldi, pretende che lo soddisfi in natura…

Non so quanto tempo passa, ma quando finisco “il servizio” e torno di là, Renzino non c’è più. Penso che forse è meglio così, perchè fare la puttana è un lavoro che stanca e ho bisogno di riposarmi un attimo. Ma dopo poco arrivano strane notifiche che non capisco. Prenotazioni curiose su tal Groupon.

Groupon? che cazzo è Groupon?

Faccio un giro su internet e mi piglia male.

Chiamo Renzino e gli chiedo spiegazioni. Lui, serafico, mi dice che mi ha iscritto al programma Groupon ma che devo star tranquillo, perchè con l’iscrizione c’era un bonus da poter spendere per andare al ristorante gratis e lui ha intenzione di invitare l’oggetto del suo desiderio a uscire con lui. Cerco di mantenere la calma e non di urlargli qualcosa di brutto per poi vedermelo ripiombare in ufficio e gli chiedo perchè non l’ha fatto con il proprio cell. La risposta è ovvia: il suo cellulare è vetusto e non gli permetteva di farlo. Gli ho chiesto se ha fatto altri danni di cui dovrei essere messo a conoscenza. Lui mi sorride e mi dice che mi prendo troppo sul serio e che ho solo bisogno di svagarmi un po’. Nel giro di qualche ora scopro così che Renzino mi ha regalato due massaggi Shiatsu  al prezzo favoloso di 20 euro e una straordinaria dieta a ridotto contenuto calorico con visita iniziale a 59 euro anzichè 300. Li mortacci sua. E da ieri mi stanno tampinando per fissare la data dell’incontro con il dott. Marco Castellazzi, con la signorina al telefono mi dice ogni volta che ho fatto bene ad abbandonare il metodo fai da te per affidarmi a professionisti del settore.

Ma che si facesse una peretta per favore.

Per sfogarmi ho detto a Daniela che andasse a fanculo lei con tutti i suoi disadattati e che con me avevano chiuso. Poi, per sbaglio, mi è finita tra le mani la lettera d’amore, mezza scarabocchiata, che Renzino Shrek sta scrivendo alla sua orchessa.

Leggo testualmente:

“Tutta la mia vita, senza dubbio io ti darò tutta la mia vita, ora e per sempre fino al giorno della mia morte. Io e te condivideremo tutte le cose in questo mondo che cambia e che sarà in grado di offrirci. Allora io canto e sarei felice di restare così, ogni giorno della mia vita con te. C’è stato un tempo che ero convinto avrei perso la mia mente per sempre e poi tu sei arrivata e hai fatto brillare il sole. E io so che inizieremo il nostro cammino e metterò il passato lontano da me. E per tutta la mia vita io ti porterò con me e ogni ora di tutti i giorni che passeranno starò con te.”

E allora, come in “Un pesce di nome Wanda” sono salito sul mio caterpillar, pieno di cerotti e con il portafoglio sgonfio ho cominciato a urlare:

“Vendetta…..Vendetta….Vendetta…”

Ho preso la lettera, l’ho chiusa in una busta e sono andato alla Asl dove lavora. Ho visto un’occhialuta e, chi cazzo se ne frega se è quella giusta oppure no, gliel’ho mollata specificando che gliela manda Renzino in persona.

E mo’ so cazzi sua.

L’esame di maturità

E’ successo di nuovo.

Non so. E’ una specie di maledizione. Una cosa che, per quante terapie abbia fatto in vita mia (molte…e costose),  non riesco proprio ad eliminare.

Ho di nuovo sognato l’esame di maturità.

Cazzo.

Capita quando mangio pesante o quando viva periodi di forte stress come quello attuale. Quando lo sento arrivare, nel sonno, è come se fossi cosciente. Solo che non posso fare niente per evitare di (ri)vedere l’horror de paura. Obbligato a riviverlo. Tutto. Per intero e fino in fondo.

Mi sono convinto che sia il mio inconscio che mi riporta indietro quasi a  dirmi “dai bischero, non te la prendere, sei abituato alle figure di merda, quindi perchè lamentarsi di come ti va la vita  oggi? Era già scritto”.

L’esame di maturità è stato uno dei momenti più bui della mia vita. La prima grande debacle. Io che, nell’opinione comune di quelli del mio condominio ero “la speranza bianca”, l’uomo che avrebbe cambiato l’ordine delle cose, scoperto la cura per il cancro, viaggiato alla velocità della luce, fallii miseramente la prima grande prova scoprendo che non so reggere nè la tensione, nè lo stress, come ogni buon italiota che si rispetti.

In realtà oltre alla mia incapacità di sostenere il peso della crisi le mie crepe e tutto il resto, vanto delle giustificazioni che non possono però essere portate come attenuanti di fronte alla Corte che le riterrebbe inammissibili. Eppure esse hanno due nomi e cognomi: Paola L. (il mio primo amore e che credevo avrei sposato) e il mio amico Marco (che poi è questo Marco).

Adesso è difficile raccontare tutto per filo e per segno. E pure noioso. Dico solo che il giovane Masticone era un 60 nemmeno quotato (al tempo i voti erano ancora in sessantesimi). Insomma nessuno avrebbe scommetto una lira sul fatto che non potessi prendere un punto di meno del massimo. A scuola sono sempre stato bravo. La gioia dei professori. Bambino e poi ragazzo modello. Insomma uno di quei coglioni dai…, ci siamo capiti. Paola L. era in una sezione diversa dalla mia. Stavamo assieme da un anno e non s’era mai combinato niente. Cominciavo a stancarmi. Ragazzo per bene si, ma insomma basta petting. Lei invece continuava a dire che non poteva, non ci riusciva e che dovevo capire, che c’era qualcun altro nella sua vita che gli diceva di non lasciarsi andare e di vivere una vita casta per lui, che la stava aspettando per quando sarebbe stata pronta. E io che sentendo questi discorsi mi incazzavo come una biscia facendo il fidanzato geloso. “Chi è il bastardo? dimmelo..”. Quando parlavo di coglionaggine non scherzavo mica. Mi preparai così per la maturità studiando come un pazzo. Come ho sempre fatto. Commisi però l’errore di diradare gli incontri con Paola L. che voleva studiare con me, ma che non me la dava. Ho sempre preferito farlo (studiare) da solo (anche se l’autoerotismo dopo una sessione pesante su Hegel non ha prezzo). Arrivai super preparato al giorno fatidico e con un curriculum scolastico extra-ordinario. Ero bello. Vincente. L’idolo del mio membro interno. Niente poteva andare storto. Gli scritti infatti andarono come da programma. E questo mi spinse a fare il galletto. Tornai alla carica con Paola L. a cui avevo passato pure un pezzo di traduzione per cercare l’agognato premio. Lei però in cambio del mio aiuto mi nega pure lo struscio classico. Insisto più volte, senza ottenere risultati. La sera prima dell’orale la vedo di nuovo. Lei si nega. Io corro a casa sua. Lei scende e sale in macchina. Io cerco un posto isolato e ci riprovo. Un augurio, vaticinio, così lo chiamai per l’esame del giorno dopo. Lei mi rifiuta e mi schiaffeggia. Capisco che le cose stanno prendendo una piega sbagliata. Sbarello. Scenata. Slow-motion: Io che urlo e le dico che è una zoccola e che ho visto come guarda Sansone il più figo di tutta la scuola che l’ha abbracciata davanti a tutti all’uscita dagli scritti.  Lei che piange e che dice che non capisco. Sansone è amico di famiglia e sa già tutto. Io che urlo  di nuovo per avere spiegazioni. Lei che dice che non può dirmelo in quel momento perchè ho l’esame il giorno dopo. Io che solo perchè lei mi dice che non può dirmelo allora insisto perchè deve essere una cosa grossa e dolorosissima e che quindi devo saperlo immediatamente. Il tutto per quasi tre ore. Alla fine lei si decide (sono sempre stato molto convincente, questo si):

“Volevo dirtelo alla fine degli esami ma se insisti a questo modo lo faccio adesso. Ho deciso di diventare suora di clausura. Ecco ora lo sai, contento?”

Pensai che mi volesse prendere per il culo. Le urlo che non deve permettersi di dirmi quelle puttanate. Lei piange come una pazza e mi dice che a me vuole solo bene ma ama di più Gesù e che quindi ha deciso che quella sarà la sua vita. Le quattro ore successive nelle quali cerco di convincerla che io sono molto più fico del Figlio di Dio le ho completamente rimosse. Il mio inconscio non è stronzo fino al punto di farmi ricordare ogni singola merdata che ho fatto.

La mattina seguente sono uno straccio. Una cosa assurda. Non ho chiuso occhio. Il dolore per la perdita della donna che amavo era stato drammatico. Non riuscivo nemmeno a mettere assieme un pensiero positivo. Corro dal mio amico Marco. Lui è sempre stato uno che “faceva la vita”. Gli chiedo qualcosa che possa aiutarmi. Lui mi conosce e mi dice di non fare cazzate. Io gli dico che la voglio a tutti i costi. Che il dolore che sento è insopportabile. Lui mi urla che sono uno che non ha preso niente e che sbarellerei di brutto. Gli urlo che è un amico di merda e che mi stava abbandonando nel momento del bisogno. Pure lui alla fine si commuove e mi dà una delle sue pillole magiche. Una del cazzo. Non so cosa minchia ci fosse dentro. Pensavo mi avrebbe fatto stare meglio e invece sento il vento nella testa. Un lungo sibilo, come il vento tra gli alberi. Bocca impastata e il cervello come fosse quello di un altro. Non era più il mio. Qualcun altro si era impossessato pure della mia bocca. Dicevo cose senza che lo volessi davvero. Forse era la pillola della verità. E ho preso a ridere di brutto. Non smettevo. Era un giornata afosissima. Un luglio di fuoco. Quaranta gradi all’ombra. Poco prima dell’una. Ci può essere un qualche spettatore al Santiago Bernabeu all’una di una giornata torrida di luglio se il Real Madrid gioca contro il Lumezzane? ovviamente no. Il risultato è scontato 50 a zero. Quindi perchè pagare il biglietto? E invece si sono persi uno spettacolo fantastico. Solo davanti alla commissione che pensava già a come e dove andare a mangiare ho dato il peggio di quel che potevo dare. Presentato a tutti dal membro interno come un giovane super brillante e con due scritti di qualità tutti erano ansiosi di parlare con me. E io gli ridevo in faccia dicendo cose insensate. Non capivo nemmeno bene le domande. E vidi l’imbarazzo nei loro occhi. Questa cosa mi disturbò oltre misura. Mi venne allora in mente, tra una risata e un’altra, che volevo far loro capire che mi stavano esaminando senza sapere un cazzo non solo di me ma anche delle cose che contano davvero. E così quando la professoressa esterna di italiano mi disse che gli avevano detto che conoscevo bene la letteratura inglese e questa cosa l’aveva impressionata cominciai lo show:

“Quando cammini nel bel mezzo di una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio alla fine della tempesta, c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola cammina nel vento cammina nella pioggia anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola.”

Tutti a bocca aperta. La schioppettona commossa disse: “Shakespeare vero?”

“Ma che dice, ovvia. E’ “You’ll never walk alone” l’inno del Liverpool. E giù risate. Non smettevo

Gelo.

Il membro interno balbettò qualcosa sul fatto che io fossi sempre stato un personaggio sopra le righe. Intervenne l’altro prof che per uscire dall’empasse disse:

“Masticone ho visto che lei ha vinto un concorso per un saggio sull’umorismo pirandelliano ed è stato invitato al Convegno annuale sul grande scrittore ad Agrigento. ce ne vuol parlare?”

E lì è nato quello che nel tempo è diventato uno miei cavalli di battaglia e che tiro fuori ogni volta che sono in difficoltà. Così. Alla cazzo di cane. Perchè spiazza sempre tutti. E ho cominciato a parlare di Carlo Airoldi. Uno dei miei idoli. Il più grande podista di fine ottocento. Uno che partecipò alla corsa a piedi Milano-Barcellona. Nell’ultima tappa della corsa,  quando era a un chilometro circa dal traguardo, riuscì a superare il suo rivale francese ormai stremato, ma a pochi metri dal traguardo, voltandosi indietro per vedere quanti metri di distacco dal francese avesse, lo vide a terra; con grande sportività tornò indietro, caricò sulle sue spalle il suo avversario e tagliò il traguardo  assieme a lui, vincendo i pochissimi soldi che erano stati messi come premio. L’anno seguente era il grande favorito per la maratona della prima Olimpiade dell’era moderna (1896 a Atene). Non aveva però i soldi per andare in Grecia e così decise di arrivarci a piedi attraverso l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano . Un viaggio avventuroso che lo obbligò a percorrere settanta chilometri al giorno per trovarsi in tempo ad Atene. Una volta giunto là gli organizzatori gli dissero che avendo lui preso soldi (quattro palanche) alla gara Milano-Barcellona non poteva essere considerato atleta olimpico e, nonostante tutto quel che aveva fatto per arrivare fin là, non gli permisero di correre perpetrando una delle cose più crudeli della storia.

Quando finii vidi la commissione tutta a bocca aperta. Il professore si riprese e mi disse:

“Si è una cosa fantastica, ma cosa c’entra con la domanda mi scusi?”

“Ah, mi faccia capire” gli risposi “lei forse avebbe preferito che le dicessi di quella vecchia storia di Pirandello e della mignottazza che produce prima comicità e poi umorismo perchè il sentimento del contrario arriva dopo. Ma vuol mettere la storia del mignottone con quella di Airoldi, ovvia, su.”

E giù risate.

Il Lumezzane era passato in vantaggio a Madrid.

Il membro interno mi invitò ad andarmene e io sghignazzando allegramente augurai a tutti di incontrare il loro Spyridon Louis l’uomo che rubò a Carlo Airoldi il primo oro olimpico e poi mi avrebbero saputo dire meglio se si trattava di comicità o umorismo.

Quando uscirono i quadri il risultato fu impietoso: 54/60. Con il membro interno che mi disse che per farmelo avere aveva dovuto sudare le proverbiali sette camice e che avrei dovuto essergli grato per la vita. In realtà quello che avvenne per molti mesi dopo fu difficilissimo. Il dover spiegare i propri insuccessi è una cosa che dovrebbe essere vietata dalla Costituzione. Chiunque mi incontrava mi diceva “E’ impossibile. Che cazzo hai fatto?” Per un po’ ho provato a dir qualcosa per giustificarmi poi mi sono detto “ma che cazzo me ne frega” e mi sono limitato a dire la verità, a dire cioè che ero drogato. Ovviamente non creduto perchè tutti hanno sempre pensato che stessi scherzando.

Il caso ha voluto che dopo lungo girovagare io sia finito a vivere a Lucca. Dove c’è anche il monastero delle carmelitane scalze. Paola L., o meglio, suor Maria di qualcosa come si chiama adesso, vive là dentro. L’ho saputo per sbaglio, dopo molti anni che ero qua. Ho pensato fosse un segno del destino. Vicini ma mai troppo per esserlo davvero. Una volta sono andata a trovarla. Sentivo che glielo dovevo. E’ stata una delle cose più devastanti della mia vita. In tutti i sensi. Per entrare devi passare una serie di sbarramenti che non si possono raccontare. Poi spiegare chi e cosa e perchè sei là. Insomma ti scoraggiano ad andare avanti. Alla fine ti mettono in una stanza disadorna senza niente e aspetti per un tempo lunghissimo. Poi si apre un cancelletto, come fosse un garage e da dietro una grata, come fosse un confessionale, appare la suora. Una grata che ci divideva, non potevano nemmeno toccarci le mani. Uno schiaffo mi avrebbe fatto meno male. la vidi dentro il suo vestito nero, nell’immagine che tutti abbiamo delle suore. La primissima cosa che mi disse non potrò mai scordarla:

“Ti dò cinque minuti per ridere. Poi parliamo”

A me però veniva da piangere. Lei se ne accorse:

“Non devi essere triste Masticone” disse “Io sono felice sai.”

Mi raccontò della sua vita. Una cosa che non credo sia comprensibile per chi non ha ricevuto la chiamata. Vive di preghiera per 10 ore al giorno dalla mattina alla sera con piccoli intervalli di lavoro manuale. Sette giorni su sette Si alza alla sei e va a letto alle dieci. E prega. E non possono ricevere visite di nessuno in quaresima o in avvento. Io pensavo di consolarla ma fu lei a consolare me. Quando fu il tempo di andare mi disse “Tranquillo. Pregherò per te, sappilo”. Credo fosse il suo modo per dirmi di non tornare più. Mi stava dicendo addio. Mi voltai un ultima volta prima di uscire e aggiunse:

“Certo quella storia di Airoldi solo te potevi tirarla fuori, bestia che non sei altro”.

Marco invece se n’è andato qualche anno fa. A forza di “fare la vita” l’Aids se l’è portato via. Quando vado a Grosseto passo dal cimitero a salutarlo. E me lo immagino sempre in qualche angolo a cercare di spacciare qualche merda per sopportare la vita da morto agli ultimi arrivati. E ogni volta che lo salutò rimbomba dentro di me questa canzone che fu l’inno della nostra giovinezza.

 

P.S.: questo pezzo è dedicato a Lidia Zitara che me lo aveva espressamente chiesto!

Io e gli ebrei

So che le ricorrenze sono importanti e servono. Tuttavia mi ha sempre infastidito quel modo molto borghese di ricordare  le cose un giorno l’anno e dimenticarsene per gli altri 364. Se fossi donna o gay o ebreo o qualunque altra cosa che viene, di fatto, ostracizzato dalla società omologata non vorrei un giorno per ricordare chi sono o chi sono stato o cosa è stato fatto alla mia gente, quanto che tutto questo fosse invece accettato anche fuori dal recinto delle commemorazioni ufficiali. Che facesse parte della “cultura” del luogo in cui vivo. Che non ci fosse bisogno di medaglie o discorsi perchè dentro di noi c’è già tutto ciò. E’ per questo che parlo degli ebrei oggi. Quando tanti sono già passati ad altro.

Ho un rapporto strano con gli ebrei.

C’è una specie di ironica distonia tra me e loro. Ci amiamo e ci odiamo allo stesso tempo. Ogni volta che ci penso, ci rido e ci piango assieme.

Difficile da capire ah? allora vi racconto questo.

Se devo essere completamente sincero, a me, Israele, non è che sia mai stato particolarmente simpatico. Insomma,  la cattiva coscienza del mondo occidentale lo ha creato perché doveva lavare la vergogna di un vergognoso Olocausto che nessuno ha voluto fermare anche se tanti già sapevano, ma la sua nascita ha creato più danni dei benefici avuti. Insomma, se ci fosse un mostro che avesse deciso di sterminare gli Etruschi sparsi a giro per il mondo e una volta perpetrato quell’abominio arrivassero le Nazioni Unite a dire che, come risarcimento agli Etruschi scampati ai campi di concentramento questi possono venire a vivere in Toscana cacciando tutti noi fuori dalle palle e prendendosi le nostre case e con esse le nostre vite e tutto ciò che appartiene alla nostra cultura da secoli, beh, io sono certo che salirei in montagna e comincerei a sparare. Brutto ammetterlo ma, se fossi nato in Palestina, sarei di sicuro un terrorista.

Dov’è la distonia allora?

E’ che io, amici palestinesi, non ne ho mai avuti mentre ne ho avuti molti ebrei.

Siamo legati come uomini, ci dividono le idee politiche su Israele.

Uno in particolare è stato causa, no, è causa, di un dolore forte in mezzo al petto perchè ha messo in mostra tutte le crepe del discorso che ho appena fatto.

Sono cresciuto in Sacra Romana Chiesa. E’ stato facile, aveva un oratorio fantastico dove si andava tua giocare, l’unico della zona. Il resto è venuto da sè. Aggregava tutti. Andavamo per giocare e alla fine senza accorgercene restavamo invischiati in tutto il resto. Un giorno la squadra di calcio della nostra colonia estiva delle suore, la “Stella Maris”, doveva affrontare quella di un’altra parrocchia che tutti gli anni ci aveva fatto il culo vincendo sempre facile. Il loro capo era un tipo che chiamavamo “Il Pescecane”, perchè era noto per essere uno senza pietà nei confronti di tutti, animali compresi. Quel pomeriggio al campino, noi arrivammo solo in dieci. Il nostro portiere aveva dato forfait senza dirci nulla. Senza un uomo era impossibile non essere travolti una volta ancora. Ai bordi del campo mi accorsi che c’era un ragazzone, molto più grosso di noi anche se l’età sembrava più o meno la stessa. Aveva in testa un cappellino blu fosforente che sembrava un elmo. Qualcosa di lui mi colpì. Sentii un legame immediato con lui e gli urlai se voleva giocare con noi in porta. Lui sorrise e disse: “Ma certo, volentieri”. Il pescecane cominciò a urlare “Ma quello è ebreo.” Lo guardai e gli risi in faccia “Cazzo me ne frega, viene al mare con noi. E’ dei nostri.” Il pescecane pensando che avrebbe vinto lo stesso mugugnò qualcosa ma alla fine accettò. David, così si chiamava, quel giorno sembrava l’unto del Signore. Parò ogni cosa. Quel cappellino in testa sembrava infondergli una forza e un coraggio che non avrei mai detto. Il più grande portiere della storia è stato il mio amico David quel pomeriggio di un caldo fine estate maremmano. Alla fine per sbaglio ne facemmo uno noi di goal e vincemmo la partita. Fu un momento di apoteosi pazzesca. Non era mai successo. Chiesi a David di regalarmi il cappellino perchè lo avrei tenuto tra i cimeli più cari. Lui disse che lo avrei avuto solo dopo che lui sarebbe morto. C’era troppo legato, era un regalo del padre che era morto e non voleva disfarsene.

Da quel giorno diventammo amici inseparabili. Mi invitò spesso a casa sua. Sua madre era donna che a me sembrava triste. Già in là con gli anni era sempre vestita di nero e non sorrideva mai. Molto austera faceva però dei dolcetti incredibilmente buoni. La sorella era più grande di David e ammetto di aver fatto pensieri impuri su di lei ma al mio amico non l’ho mai detto perchè era molto legato a lei e non volevo ferirlo. Un giorno la madre, per asciugarsi si alza le maniche della camicia e sul suo braccio vedo un numero tatuato. Senza pensare le chiesi cosa fosse. Lei non rispose. Andò di là, prese un libro e me lo dette dicendo: “Un giorno capirai meglio, intanto leggi questo”.

Se questo è un uomo – Primo Levi. Fu lei ad avermelo fatto leggere.

Fu uno shock tremendo. Ma, come tutti i ragazzi, cercai di non pensarci troppo su. Non ero pronto.

Coinvolsi così David anche nelle attività che facevamo in parrocchia. Non era uno che credeva molto e quindi accettò persino di fare con me il chierichetto durante la Messa. Lo facevamo perchè a coloro che prestavano “il servizio” veniva regalato il biglietto omaggio per andare al cinema parrocchiale la domenica pomeriggio che era una cosa che a noi piaceva tantissimo. Ricordo bene che lui si divertiva a far arrabbiare il prete suonando “le campanelle” nel momento sbagliato. Lo faceva apposta e mi faceva spanciare dalle risate. Ancora oggi quando mi capita di sentirle suonare ripenso a come lui amava cambiarne il tempo. Un giorno però qualcuno entrò in Chiesa e fece razzie di ostie consacrate banchettando di esse. Ci fu il pandemonio. Tutti a stracciarsi le vesti. Occorreva trovare in fretta un capro espiatorio e non ci volle molle che venisse indicato nel mio amico David. Dissi a tutti, prete compreso, che il giorno in cui era successa la cosa lui era a casa mia a giocare ai soldatini. Nessuno credette nè a me nè a lui. Venne allontanato e gli chiesero di non tornare mai più e quando andai dal parroco a dirgli che stava facendo un grosso errore mi rispose che se volevo restare in Sacra romana Chiesa, dovevo solo imparare a tacere e a ubbidire. Fu il giorno che, come ritorsione, il terrorista palestinese in me decise di pisciare nella fonte battesimale della Chiesa. Che andassero affanculo.

Dio però, sta cosa, non me l’ha mica mai perdonata, perchè da quel momento non me ne lascia passare una.

Comunque, quel fatto, quell’esclusione tremenda cambiò qualcosa in David. Non so dire bene. Non fu più la stessa cosa nè tra noi nè con se stesso. Per un po’ continuammo a stare assieme, ma era come se avesse cominciato a prendere coscienza della sua diversità. Parlava di Israele e del fatto che c’era una missione da compiere e che lui sentiva finalmente una chiamata verso le armi per difendere la sua gente che veniva ostracizzata. Io non capivo. Pensavo solo a giocare e lui era finito su un altro pianeta. Un giorno mi disse che sarebbe partito per Gerusalemme. Voleva entrare nell’esercito israeliano, voleva combattere la guerra che era stata di suo padre e dei suoi avi. Pensai che scherzasse, che lo dicesse per fare il duro. Invece non lo vidi più. Sparì dalla circolazione.

Molti anni dopo, quando ero ormai a fine liceo, un giorno, all’uscita della scuola, mi si avvicina una signora che non riconoscevo. Era la sorella di David. Oramai donna fatta. Mi disse che i miei le avevano detto come trovarmi. Aveva un pacco da darmi. Il cappellino blu fosforescente di quel quel magico pomeriggio in cui la Stella Maris vinse la partita della vita. Mi disse che David era stato ucciso nella prima intifada dai palestinesi e che aveva lasciato scritto che quel cappellino doveva andare in eredità a me. Al tempo ero molto politicizzato e fui sconvolto dal sentire la distonia tra amicizia e idee politiche. Un amico, un vero amico, ucciso da sconosciuti per i quali facevo il tifo. Ancora oggi a distanza di tanto tempo, questa cosa mi dilania il petto.

A Natale sono andato a fare un giro nella mia vecchia città e vagabondando mi sono imbattito nel “Pescecane”. Una volta era un giovane idiota testa di cazzo. Adesso è cambiato è diventato un vecchio idiota testa di cazzo. Mi fa:

“Vi s’è fatto il culo tante volte eh?”

“Tranne una e per me conta sola quella”

“Ah già, per via di quell’ebreo di merda. Sai che eravamo stati noi a rubare le ostie quel giorno che hanno dato la colpa a lui?”

Non so perchè ma mi è venuto da dargli uno schiaffo. Non era nè forte nè a fargli male. Era solo sdegno, credo. Vergogna per l’essere umano che avevo di fronte. Lui rise e rispose:

“Sei sempre il solito finocchietto, non hai mai saputo picchiare. Che fine ha fatto quel cretino del tuo amico?”

“Mi ha mandato un sms, proprio ieri” gli ho detto mentre gli davo le spalle per andarmene “mi ha detto che ha parato un calcio di rigore a Gesù nel derby con i cristiani e ha fatto bestemmiare San Pietro.”