Noè era un imbroglione e pure un ausiliare del traffico

 

«Babbo scusa ma me lo dici quante pecore c’erano davvero sull’arca di Noè?» mi chiede Virginia  alzando la testa dal quaderno dove sta scrivendo.

Io la guardo e, finalmente dopo tanto tempo, mi sento tranquillo nel risponderle.

Un padre deve saper essere padre, cazzo. Deve poter insegnare alla propria discendenza la sua cultura e tutto il know-how che ha appreso in lunghissimi anni di studio matto e disperatissimo sui banchi di scuola.

«Certo che te lo dico io. C’erano due pecore, come erano due le coppie di animali che si portò a bordo sull’arca  Lo insegnano anche a catechismo no?» gli faccio con truce baldanza sfoggiando il mio sorriso stagionato, ma che fa sempre la sua porca figura.

«Infatti è quello che ci ha detto il prete. Però vedi, io volevo esserne sicura e mi sono andata a leggere la Bibbia e nel libro della Genesi che lui ci ha citato c’è scritta una cosa ben diversa e quindi, adesso, sono confusa.»

«Impossibile, le faccio io» rimanendo stranamente calmo.

Credo di essermi oramai abituato a questa soglia di dolore tipico di chi sa solo fare flop nei momenti che davvero contano nella vita «la Chiesa non sbaglia mica così grossolanamente. Ovvia, Virginia non prendermi in giro come fai sempre.»

«No, no, davvero babbo» dice lei seriosa «nella Genesi c’è scritto che, Dio, impone a Noè di prenderne solo una coppia quando parla degli animali immondi, mentre di quegli altri, quelli puri, quelli che si possono mangiare, doveva prenderne sette paia. Ora mi sembra che le pecore siano animali mondi, giusto? Insomma gli ebrei le pecore se le mangiano no?»

«Beh, si, in effetti, mi sembra che il kebab se lo facciano anche loro» rispondo imbarazzato.

«Appunto allora sull’arca di Noè c’erano quattordici pecore e non due come m’ha detto il prete. Sbaglio?»

«Ci deve essere un’altra spiegazione dai, per forza.»

«Ah si? E quale» fa quell’impertinente.

«Giuro che studierò a fondo la questione Virginia. Davvero.»

«Allora, già che ci sei mi puoi dire anche un’altra cosa che proprio non riesco a comprendere?»

«Sentiamo» faccio sconsolato.

«Ecco, secondo te, i pesci, Noè li ha lasciati ad arrangiarsi da soli con il Diluvio o doverosamente se li è portati a bordo costruendo un mega acquario?»

La guardo e penso che la vita a volte è proprio ingiusta. Insomma, non poteva prendere un pochino da me e provare a vivere con più leggerezza, invece che di rompere i coglioni a questo modo, spaccando sempre il capello in quattro?

«Virgi, ma giocare un pochino con le bambole e con gli smalti e i trucchi come fanno le altre bambine no eh? Guarda, capisco che la play station e fare i tornei di calcio sarebbe stato chiedere troppo, è vero, ma non mi sembrava che sperare di avere una bambina che pettinasse Barbie e sognasse di Ken fosse chiedere la luna.»

«Ken è finocchio babbo, lo sanno tutti, come posso sognare di lui?»

«Si, vabbè, ciao core.»

Un colpo così tremendo alla mia invulnerabile cultura doveva essere lavato con l’alcool. E così ho fatto un salto giù al trogolo. Per bere come Dio comanda alla faccia di Noè e del budello di su’ mà.

Nonostante che nel tempo abbia provato di tutto, io rimango un grande fan del “Negroni“. Il Negroni fa il culo a tutti. Ogni tanto va bene anche il “Negroni sbagliato”, ma Lui, quello vero, è il vero nettare degli Dei. Se lo ingozzi dopo esserti fatto un “Americano” puoi anche riuscire a capire  il senso di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin. Lo so, lo so,  “l’Americano” è da signorine o da fighetti radical-chic che vogliono darsi un tono ma odiano perdere il controllo, ma se dopo ci piazzate un bel “Negroni” come si deve, eh beh, signori, cambia tutto. E se trovassi un pazzoide che mi segue e se ne facesse un altro a seguire potrei anche declamare versi socialisti con una sporta di plastica in mano all’angolo della strada chiedendo l’elemosina senza vergognarmi.

Tutto questo per dire che mi sono imbenzinato come si deve ed ero pronto a un qualunque soliloquio contro lo stress della vita moderna. Ho provato così a parlare della stronzata del migliore dei mondi possibili di Leibniz ma nessuno sembrava impressionato dal mio verbo, mentre erano tutti in ammirazione della scimmia che stava prendendo posto sulla mia spalla. E così, narcisista come sono, mancandomi un’audience adeguata, ferito a morte ho deciso di andarmene via  dal trogolo pronto a riaffrontare quella merda di Noè con ben altro cipiglio.

Quel bastardone ha però chiesto aiuto al suo amico Dio. E come al solito, con chi gli pare, Geova risponde sempre presente.

La prendo larga.

Chiunque abbia mai letto L’Idiota di Dostoevskij, e abbia visto agire il principe Myskin, sa che quel libro è una grande apologia della stupidità umana. Seicento pagine per consacrare l’idiozia a suprema categoria dello spirito, sinonimo di irriducibile purezza d’animo, di epilessia emotiva, causata dall’estenuante forte sentire e capire, propri di ogni creatura spiritualmente superiore. A me,  però, è bastato molto meno per apostrofare, allo stesso modo del principe Myskin, il maledetto ausiliare del traffico che mi ha fatto trovare una, volta uscito, bello carico, una multa sulla macchina. Ero così felice per aver dimenticato per un po’ i miei guai e quel maledetto idiota dell’ausiliare del traffico mi ha fatto subito perdere il buonumore. Loro sono la vera feccia della società. Sono bastardi dentro. C’hanno questa vena, non lo so perché, amano nascondersi e far finta di niente. Sono tra noi e tu non lo sai. Potrebbero essere chiunque, si fanno passare per semplici passanti, aspettano che ti allontani e come lo fai, taac, ti lasciano il loro fogliettino. Sono di sicuro degli avanzi della polizia stradale, scartati nelle prove psico-attitudinali per manifesta demenza e bassa attitudine alla socialità. E nessuno può insultarli perché non è politicamente corretto. La nostra società, basata oramai sul buonismo imperante, mette ribrezzo e non sarà mai redenta perché non sa più da che parte voltarsi senza essere colpita dall’americanismo che la governa, partendo dalla classe politica fino ai vari programmi culturali. Siamo diventati degli ovini istruiti da un pastore analfabeta, idolatri del luogo comune più bieco. Io invece, che parlo ancora potabile, forse perché appartengo a un’altra era geologica rispetto alla contemporaneità, urlo a squarciagola “Morte all’ausiliario del traffico”,  terrorista per noi, molto più pericoloso degli agenti di Al Qaeda.

L’ausiliario del traffico è una delle prove dell’esistenza di Dio e della sua malvagità.

E affanculo anche Tony il parcheggiatore abusivo che dopo avermi ciucciato i due eurini all’entrata ha visto bene di sparire non appena quello si è materializzato.

Humilitas Occidit Superbiam

Ho sempre snobbato la Storia dell’arte. Da giovane pensavo addirittura fosse solo una cosa per gay e signorine. Gli uomini “veri” dovevano dedicarsi a ben altro. Eccellere in discipline più virili. A scuola come nello sport. Non è un caso che ero un fenomeno (da baraccone) in Storia o Filosofia o Matematica mentre in Storia dell’arte, un minchione qualsiasi. Come giusto contrappasso, il signor Universo mi ha obbligato a sposarmi un’amerikana che si è presa il PhD proprio in Storia dell’arte e che mi ha fatto ricacare tutta la mia immonda superbia imponendomi full immersion penosissime in cui mi massacrava le palle con cose che mi sono sempre state indigeste.

Quel suo coraggioso tentativo di sgrezzarmi ha incrinato alcune delle certezze che avevo e, senza nemmeno rendermene conto, sono diventato uno che, nonostante mi sia poi separato e abbia perso il cagnaccio che mi mordeva il culo, al contrario di quanto pensava un tempo, è finito per convincersi che la Storia dell’arte sia una delle cose più importanti da insegnare a scuola. Non solo. Alla mia veneranda età, sopporto sempre meno di guardare le partite di calcio in televisione mentre potrei perdermi per ore dentro musei a osservare quadri o sculture.

Come tutti gli ignoranti, ho cose che mi piacciono di più e cose che mi piacciono di meno. Cose di cui capisco subito il valore e altre che nemmeno dopo che qualcuno me le ha spiegate, riesco a comprenderne il senso.

Ma ce ne sono alcune che, ogni volta che le vedo, mi tolgono puntualmente il fiato.

Una di queste è il “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio.

Sono consapevole di non essere nessuno per poter dare un giudizio, men che meno autorevole, so solo che ogni volta che osservo quel quadro qualcosa dentro di me si muove. Mentre mi si blocca il respiro. Perché, in quel quadro, c’è, secondo me, l’essenza del genio umano. E’ noto che la testa del gigante ucciso sia un autoritratto di Caravaggio da “vecchio” mentre il Davide è un autoritratto che lo stesso pittore si è fatto, a memoria, ricordandosi di quando era giovane. E questo aspetto, ha sempre suggerito letture in chiavi psicoanalitiche.

Tutte le volte che vedo quel quadro, sento la necessità di effettuare auto-analisi. Chiedermi se anche io, da giovane, avevo su di me il buio che inghiotte la spalla di David e che sembra possedere la profondità delle tenebre dell’inferno, rischiarato appena dalla luce della grazia che colpisce violentemente i tratti stravolti di Golia.

Mi è successo di pensare a quel quadro proprio ieri. Per caso. Anche se poi, forse, mai niente lo è per davvero.

Mi ero messo a vagare. Quando ho le paturnie, io vago. Così alla cazzo di cane. Se fossi ebreo sarei l’ebreo errante. Prendo la macchina e vago. Ad minchiam. E ieri, non so nemmeno come mai, mi sono ritrovato nel parcheggio di fronte alla scuola di mia figlia proprio mentre gli alunni erano tutti fuori per una pausa a giocare. Mi sono così messo là, nascosto dentro la ferraglia a motore, a osservarli e ho cercato di ricordarmi com’ero io alla loro età. Non è stato troppo difficile rivedermi affamato di vita e di successo, niente affatto compassionevole verso gli altri. Pronto ad ammazzare per non correre il rischio di essere ucciso. Hobbesiano direi adesso che ho studiato. In ultima analisi ero un ottimo studente ma un pessimo essere umano. E mi sono commosso. Non certo pensando a questa cosa, ma a vedere invece che mia figlia ha passato tutti quei dieci minuti in cui la classe è restata in giardino,  a cercare di far fare un percorso a ostacoli alla sua compagna di classe down, che ha anche problemi psico-motori, mentre tutti gli altri giocavano, correvano e si divertivano. Non mi sono mai sentito così orgoglioso di lei come in quell’istante. E’ stata là, con pazienza, a far fare piccoli passi alla sua amica, per raggiungere successi che ella avrebbe, sono certo, percepiti però come epocali. Io, ai miei tempi, non ho avuto mai a che fare con nessuna persona disagiata, ma, se ci fosse stata una così nella mia classe, sono certo che, invece, sarei comunque stato con tutti gli altri “normali” a giocare e divertirmi.

E mi sono vergognato.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. La mia superbia doveva essere ancora umiliata.

La sera quando l’ho rivista, era molto preoccupata dalle mie reazioni. La pagella che  ha portato a casa è, a dir poco, bruttina. Insomma, il Masty bambino bastardo, avrebbe detto di lei, se fosse stata una sua compagna, che è una “shampista in pectore”. E su questa cosa non passa giorno che non la massacri. La spingo ad andare oltre i suoi limiti. A cercare di migliorarsi fintanto che le è possibile. Però avevo negli occhi quella scena che avevo visto nel giardino della scuola e quindi, stupidamente, invece che cazziarla perchè in italiano sta facendo schifo, le ho detto che ero orgoglioso di lei. Stupidamente perchè occorre sempre dire i motivi per cui, qualcosa, è buona o sbagliata. Bisogna spiegare perchè qualcuno si inorgoglisce di qualcun altro. Lei infatti non capiva di che cosa stessi parlando. Le ho allora raccontato di aver assistito alla scena di lei che aiuta la sua amica e, cosa per me incredibile, non è cambiato niente. Insomma mia figlia era sempre davanti a me attonita che non capiva i motivi per cui io ero cosi orgoglioso di lei. Sono andato nel panico. Come spiegarle quello che volevo trasmetterle?

A un certo punto, forse perchè ha avuto un flash, ha capito ciò che stavo sforzandomi di dire, mi ha guardato con un’innocenza più luminosa della luce che c’è nel quadro di Caravaggio e mi ha ucciso:

“Ah…quello. Ma quello è normale. Scusa, ma perché sei orgoglioso di me se faccio una cosa normale?”

Credo di non essermi mai sentito umiliato in vita mia come in quel momento. Era lei che mi insegnava qualcosa e non il contrario.

Forse non sarà mai brava a scuola come ero io. Forse farà la shampista o forse no. Di sicuro è un essere umano migliore di me.

E come è scritto sulla spada che tiene in mano David nel quadro qua sotto: Humilitas occidit superbiam

Davide con la testa di Golia

Stai attento…

Chiunque si diletti o ami la “teoria dei giochi” psicologici, sa perfettamente che uno dei più noti e devastanti per la psiche di ogni essere umano è quello conosciuto con il nome:

“Stai attento.” - “Te l’avevo detto”

Non sto qua ad ammorbare tutti con i suoi dettagli e per chi fosse interessato rimando al libro oramai cult “A che gioco giochiamo?” di Eric Berne, che, a modesto parere del cazzaro che vi scrive è uno dei “must” imprescindibili da leggere e da avere sugli scaffali  della libreria di casa nell’attuale cultura contemporanea. Se solo infatti riuscissimo a fare nostro il dieci percento di ciò che vi è spiegato la nostra vita migliorerebbe in modo esponenziale. Per sintetizzare ai minimi termini dico solo che, in genere, questo “gioco” si svolge allor quando qualcuno, che in un certo  contesto assume natura genitoriale, si rivolge a qualcun altro indicandogli in modo perentorio di “Stare attento” a fare qualcosa, riempiendo così di significati gli spazi che sono di competenza di un altro, instillando, spesso, dubbi e fisime che portano al fallimento. E quando poi avviene il disastro, conclude con il rafforzativo  “Te l’avevo detto”  che completa la distruzione dell’autostima dell’altro non rendendosi conto invece che il fallimento è stato creato dal clima di sfiducia e che è solo l’aspettativa dell’errore a generare poi, di fatto, l’errore stesso, e non tanto la reale incompetenza .

E’ classico l’esempio del bambino che cammina bene senza problemi in un posto dove occorre mantenere l’equilibrio ma che, non appena la madre gli urla “Stai attento che cadi” lui puntualmente casca e si fa male, rafforzando nell’adulto la convinzione di avere avuto ragione, senza accorgersi che è stata in realtà la sfiducia a creare il malestro. E così, proseguendo sul falso sentiero, sempre più spesso colui che si si erge ad “adulto” comincia a preannunciare e predirre ciò che deve accadere, offrendo al bambino (o all’amico) una realtà sempre più impregnata del pensiero e dell’azione di qualcun altro.

Avendo tutto questo ben chiaro in testa, o almeno così pensando, mi sono dovuto trovare ad affrontare una situazione di crisi simile,  a quella di JFK quando i russi volevano mettere i missili a Cuba. E , mi sa, che anche io ho avuto la mia bella disfatta alla baia dei porci.

Ieri sero ero con mia figlia Virginia e gli ho chiesto che cosa le piacesse di più del programma natatorio in piscina che fa con quelli della scuola che frequenta. Mi aspettavo che mi dicesse, che so, ” i tuffi” o  il fatto che stesse imparando a nuotare bene o cose simili. Lei invece se n’è uscita con:

“Beh guardare negli spogliatoi di nascosto il sedere e “il pipo” dei compagni di classe”

Super GUUUUULP, fumetti in TV-uuuu.

Salivazione azzerata. Le reminiscenze della lettura di Berne mi strozzano in gola la cosa che vorrei urlarle “Stai attenta  perchè se continui così diventi una mignottazza in tre balletti e senza nemmeno passare dal via…” Mi limito così a chiedere una cosa che peraltro mi è chiarissima. Così, solo per farmi male.

“I’cchèèè???????”

“Il pipo o come tu lo chiami babbino?” – No, io chiamo la tu’ mammaccia e gli dico che è l’ora di farla finita con questo permissivismo del cazzo – penso – e penso pure che mai ridondanza sia mai stata più orribile – ma taccio e mi sforzo di sorriderle. Caspita, sono uno che ha imparato a controllare gli scatti di rabbia. Metto su una faccia che deve essere stata la stessa che aveva mio padre quando, secoli fa, gli dissi “Babbo, babbo, ho scoperto un nuovo gioco ganzo un casino”

“E com’è?”

“Beh se mi struscio sul materasso a pancia sotto ho scoperto che avviene una specie di mutamento nel corpo che mi piace tanto e che poi mi provoca espulsioni di cose liquide e appiccicose è vero, ma è davvero ganziale, credimi.”

“Ah si, la transustanziazione ” fece il mio vecchio “lo conosco anche io. Però dammi retta, giocaci quando proprio non puoi farne a meno. Fa male.”

Io però mica gli ho dato retta. Io c’ho giocato eccome. Anzi c’ho preso cosi gusto che pure da vecchio se mi capita…

Comunque, sapendo che non era il caso di dire a Virginia di non guardare “i pipi” dei suoi compagni perchè era la volta buona che ci si sarebbe messa di impegno a farlo, ho creduto saggio fargli il discorsetto romantico che pensavo fosse d’uopo, non avendo minimamente chiaro che lei non era proprio in grado di seguirmi:

“Vedi amore, ricordati sempre, che quando fai certe cose, di metterci un po’ di cuore. Non importa altro che questo. Sforzati di usare il cuore sempre e comunque e di non farle solo  per il gusto.”

“Si ma quando uso tanto il cuore poi mi spinge la pancia e mi viene sempre da ruttare.”

“Ecco, proprio cosi, hai capito tutto. Rutta amore, rutta che ti fa bene.”

Nel frattempo incontriamo uno dei compagnucci suoi, uno che viene adorabilmente appellato dagli amici con un vezzeggiativo che lo descrive alla perfezione “Filippo la Teppa”.  Faccia da marrano, modi da buzzurrone, sguardo burroso. Potrei portare il suo già bel curriculum vitae  e accettare scommesse su cosa possa diventare da grande. Mi limiterò a dire solo che non è esattamente, il primo della classe.  Atmosfera molto friendly. Troppo friendly. Il ragazzino è con la famiglia.  La mamma, una bionda sfiorita che sono certo negli anni ottanta mieteva vittime su vittime tra gli uomini ma che si muove come se non avesse compreso che sono passati 30 anni da allora, mi sorride e fa:

“Rischiamo di diventar parenti sai?”

Faccio finta di non capire. Cerco di trovare il modo per sgattaiolare via perchè ho brutte sensazioni addosso. Il padre invece,un energumeno con la voce e i modi che un camallo che lavora al porto di Livorno sembrerebbe un gentleman inglese, mi incalza.

“Sapere che Filippo ha imparato il bacio cin-cin da tua figlia mi rende orgoglioso sai?”

Sangue alla testa.

Ufo Robot, Ufo Robot Ufo Robot, Ufo Robot- Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole fra le stelle sprinta e và…

Guardo Virginia e gli dico a voce bassa, guardando per terra, sperando in una sua bugia pietosa.

“Cosa è esattamente il bacio cin-cin tesoro?”

E lei non sapendo che avevo già armato l’alabarda spaziale mi mostra un movimento secco della lingua stile serpente.  Essa che entra e esce dalla bocca. Naturalmente dura a lungo. Filippo il marrano gongola allo stesso modo cinguettando Cin-cin, cin-cin, cin-cin. L’idiota.

Lancia laser che sembran fulmini, è protetto da scudi termici sentinella lui ci fà…quando schiaccia un pulsante magico lui diventa un’ipergalattico lotta per l’umanità…

“Beh vorrà che usciremo una sera tutti assieme così ci conosceremo meglio…” fa la mamma del piccolo maialino a cui vorrei estirpare il pipo prima che ne faccia un uso sbagliato.

“E’ un periodaccio..”

“No dai, ci farebbe tanto piacere.”

“Non appena possibile”

“Si dai, anche i ragazzi sarebbero felici..” rilancia il padre-bestione.

“Appunto, quindi sto-cazzo” – questo però non glielo dico.

“Adesso vediamo…”

Adoro l’espressione “Vediamo”. Sembra che al suo interno ci sia tutto e invece non c’è niente. Come dentro di me.

Piu tardi in macchina, riacquistato il controllo mi decido a sfogare la mia rabbia su mia figlia e a brutto muso gli urlo:

“Stai bene attenta sai, perché se cominci a giocare con i baci cin-cin poi si passa ai baci cin-cion e non va bene. E se me ne accorgo ne buschi. E non mi dire che poi non te l’avevo detto…”

E come amava dire il grande Nick Carter:

“E l’ultimo chiuda la porta”

Fantasmi dal passato

Qualche tempo fa un mio amico, docente di economia all’Università di Pisa, mi chiese un favore. Doveva restarsene un mese in America per corsi di aggiornamento e mi pregò di prendere, per quel periodo di tempo, il suo posto all’Università della Terza età della mia città, dove lui prestava opera di volontariato. Non credo che mi avesse scelto perché fossi particolarmente bravo, ma solo perché,  temo a ragione, sapeva che ero l’unico coglione che poteva accettare una cosa del genere. Ci teneva, mi disse mentendo, a che i suoi “studenti” avessero il meglio. Aggiunse poi che, a suo dire, dopo di lui, il meglio ero io. Non ci credeva manco un po’. Lo disse solo per stuzzicare il mio ego. So riconoscere le menzogne, però ci cascai lo stesso come un pollo. In fondo ho sempre adorato le bugie pietose. Gli chiesi che cosa avrei dovuto spiegare e quel grandissimo figlio di puttana con aria stupita mi rispose:

“Masticò, che diamine Economia Politica che altro?”

“Si ma cosa esattamente? Microeconomia, macroeconomia, politica economica e poi a che punto del programma sei?” Lui però tergiversava. Lo vedevo ridacchiare sotto i baffi e poi minimizzava e io non capivo.

“Si, si, eh certo, microeconomia”

“Accidenti. Devo allora ristudiarmi tutto. Le formule matematiche mi davano fastidio quando le studiavo a 20 anni figurati adesso. Devo prepararmi a dovere.”

E lui ridendo, senza che io capissi:

“Eh beh certo. Devi assolutamente ristudiare ogni cosa. Soprattutto la matematica. Gli integrali te li ricordi?”

“Oh mamma. No. Manco per niente.”

“Le derivate?”

“Oh Gesù mio, no”

“Allora è obbligatorio che tu ti ristudio tutto altrimenti come fai a spiegarle?”

E, poiché sono un tipo a cui non piace fare le cose a cazzo di cane, mi applicai a dovere. Passai nottate a riprendere in mano cose fatte un secolo prima, bestemmiando come un turco perché il mio cervello si rifiutava di andare a trovare nel suo hard disk, le informazioni su di esse che avevo sepolto chissà dove. Fu una cosa straziante. Platone sosteneva che Dio era un geometra e per capire la filosofia è necessaria la matematica. Io però non c’ho mica mai creduto. Quella maledetta zoccola non è mai stata amica mia. Alla fine però, il giorno fatidico, mi presentai, imbottito di sapere. Ero in grado di nuovo parlare il linguaggio economico-matematico che tanto faceva trendy ai tempi in cui credevo contasse qualcosa. Il calcolo differenziale non aveva più segreti. E, come ogni buon coglione che si rispetti, poiché avevo sudato le proverbiali sette camicie per riprenderlo in mano, dovevo far sapere a tutti che lo sapevo parlare e quindi impostai la prima lezione con pochissimi concetti, facilmente spiegabili con meravigliose equazioni matematiche che, gli amanti del genere considerano poesia. Gli studenti, una cinquantina, tutti dai sessant’anni in su, con punte, credo, di oltre ottanta, mi avevano accolto in gran silenzio, come si conviene a un docente pluridecorato per idiozia allo stato liquido. Vidi quel centinaio di occhi su di me che mi chiedevano di renderli edotti su cose decisive e sostanziali e decisi che avrei mostrato tutto il mio sapere. Breve introduzione e poi vai con la “teoria del consumatore”. Linguaggio secco ed espressivo. Poche parole poi alla lavagna e giù quelle meravigliose, inutile, stocastiche formule che fanno la gioia di tutti gli studenti di economia politica del primo anno.

Mentre però, preda del mio delirium tremens, vergavo con il gesso, integrali e derivate che tendevano all’infinito sentii il brusio degli studenti che ben presto divenne rumore.Infine chiasso. Si stavano rivoltando. Un tizio in prima fila, uno che assomigliava a Super Mario Bros, l’idraulico del famoso giochino, alzò la mano. Poteva essere mio padre e alzava la mano per chiedermi la parola. Già questo mi fece male, ma quel che aggiunse dopo mi devastò:

“Scusi professore (mi chiamava davvero così, pazzesco…) ma che cosa sono quei segni?”

“Mi scusi lei è..?”

“Gaetano mi chiamo Gaetano. Ma ci vuole insegnare i geroglifici o cosa?”

Tutti cominciarono a ridere. Come pazzi. Compresi che quel maledetto bastardo del mio amico mi aveva preso per il culo.

“Vuol dire che il vostro professore, il titolare della cattedra, non vi insegna queste cose?”

“Ma che sta scherzando. Lui insegna economia mica egiziano!” e di nuovo tutti a ridere. Ero diventato lo zimbello della classe.  Prendere coscienza della propria coglionaggine è sempre una cosa imbarazzante. Per quanto a me capiti spesso, ancora non c’ho fatto l’abitudine. Insomma solo un demente non avrebbe capito che l’idea che mi ero fatto delle cose da spiegare era assurda. Balbettai qualcosa. Non sapevo come uscire da quella situazione. La voglia era quella di scapparmene via, ma resistetti a quel primo impulso e chiesi a Gaetano alias super Mario Bros:

“Bene Gaetano, mi dica per cortesia, di che cosa avete parlato l’ultima volta con il professore?”

“Ah beh, dei soldi”

“Ovviamente” sorrisi io “E cosa in modo particolare, dei soldi?”

Si alzò, una vecchietta con i capelli azzurrini che veleggiava tra i settanta e gli ottanta anni.

“A che cosa servono i soldi. Di questo parlavamo”

Non c’è niente di più drammatico, per uno che vuole mostrare il suo sapere matematico quantistico integrale che dover discutere di una cosa così banale.

“Beh professore, ci dica lei meglio, a che servono i soldi? non potremmo farne a meno?”

Ebbi un intuizione. Affanculo la matematica. Dissi: “Facciamo un gioco?”  La classe si zittò come all’inizio. I vecchi sono come i bambini, quando si parla di giocare rispondono sempre presente. “Organizziamo due parti. Una che fa l’avvocato difensore dei soldi e una che invece li accusa di rovinare la società. Poi scegliamo tra di voi anche la giuria e io mi metto nel mezzo e faccio il giudice e vi interrompo se durante la vostra discussione state dicendo cose sbagliate. Fu un delirio. Un meraviglioso delirio. Organizzarono tutto loro. Formarono le squadre degli avvocati e la giuria e partirono dicendo cose sensate che nessuno gli aveva spiegato ma che avevano dentro come buon senso. Chi doveva dimostrare che i soldi sono la rovina della società parlò del baratto e chi invece li difendeva sostenne che non si poteva portare dietro un attaccapanni per comprare un po’ di pane e via di seguito. Mi divertivo come un matto a vederli ragionare e talvolta sragionare su quella cosa che li appassionava tanto. Rimasi senza dir niente per quasi un’ora fino a quando uno che doveva attaccare i soldi disse:

“Ma perchè non si può vivere in un mondo in cui ognuno dà alla società quel che può e prende indietro ciò che necessità e basta? Insomma non sarebbe bello andare al supermercato e non pagare perchè si paga con ciò che si fa per gli altri?”

Questa obiezioni mandò in crisi i difensori dei soldi che dopo averci pensato sopra ammisero che sarebbe stata la cosa migliore per tutti. Il comunismo, in quell’aula, aveva vinto. Ma, come si sa, quando capita dura sempre poco perché prima o poi arriva sempre un reazionario che rimette le cose a posto. In quel caso ero. Tutti si erano voltati infatti verso di me affinché gli dessi un aiuto per andare avanti e io dissi semplicemente:

“Supponiamo di vivere in un mondo come quello che vuoi avete descritto. Cosa pensate che farebbero gli uomini?”

Con questo piccolo suggerimento, non gli ci volle molto per arrivare a capire che in un mondo con quelle regole, tutti avrebbero cercato di fare cose facili che non fossero faticose e che, quindi, il lavoro incorporato dentro era una cosa indispensabile per dare valore alle cose. Le cose, per la cui produzione o realizzazione, occorreva più lavoro dovevano valere di più di quelle che invece erano più semplici. In altre parole erano giunti alla “teoria classica del valore lavoro” che si studia, in genere, al terzo anno nella facoltà di economia. E lo avevano fatto, praticamente da soli. Mi commossi.

Visto il successo che aveva avuto la formula che avevamo adottato, la usammo tutto il mese che rimasi con loro per analizzare  cose che per loro erano interessanti da affrontare. Sceglievano loro, solo loro, gli argomenti da trattare e, quando rientrò dall’America il mio amico e riprese il suo posto ammetto che mi dispiacque molto lasciarli. Poi, come capita sempre, passi oltre e ti scordi anche delle cose belle. Stamattina però, mentre ero a fare benzina a un distributore mi sento chiamare da una faccia che proprio non ricordavo:

“Professore ehi professore”

Ho visto nei suoi occhi la tristezza di chi comprende che l’interlocutore non ha la minima idea di chi abbia di fronte.

“Sono Gaetano, si ricorda, l’Università della terza età, i processi che facevamo ai soldi e al monopolio e alle cooperative?

Non potevo riconoscerlo. Super Mario Bros si era tagliato i baffoni e i capelli se n’erano andati tutti. Ci salutiamo con affetto. Mi racconta che ha perso la moglie da poco e ha smesso di seguire i corsi perché fa fatica a spostarsi con la macchina fin dentro la città e a piedi è impossibile. Mi fa tenerezza. Poi mi dice:

“senta però, mi deve fare un favore, me lo deve spiegare lei bene che cosa è sto Spread perchè io l’ho mica capito sa?”

E così gli ho offerto colazione e ho passato un’ora con lui a raccontargli cose nel modo pomposo che so fare io. Parlavo e capivo che stavo sbagliando ma non riuscivo a cambiare modalità. Alla fine, quando ci siamo salutati mi ha detto con un sorriso:

“Professò, non ho capito niente ma è stato bello stare con lei almeno una volta ancora”

I miss you

Frequentate mai la malinconia?

Vi capita di essere arpionati a tradimento da un’inspiegabile tristezza?

Magari stai prendendo un caffè. Magari non hai ragioni per sentirti meno che sereno. E poi capita che all’improvviso ti venga in mente una persona che per te è speciale, lo è stata e sempre lo sarà e che non sai che fine ha fatto. Nè perchè ha deciso di cacciarti dalla sua vita. Non sai nemmeno perchè non è là con te a sorriderti e a dirti qualche stupidaggine solo per farti star bene. E ti manca in modo tremendo e che non sai come farglielo sapere. E cosi te ne rimani con la tazzina del caffè in mano, con la faccia ebete di chi sa di aver perso qualcosa che nessuno gli potrà mai ridare con la barista che ti chiede se per caso va tutto bene perchè la preoccupa la faccia di cazzo che nel frattempo hai messo su. Non che prima fosse migliore, ma il fatto che una rincoglionita con il grembiule si senta in dovere di preoccuparsi per te è sintomo che devi proprio star male. E quel qualcuno, adesso invisibile, ma che un tempo è stato a fianco a te e che ti ha stregato il cuore, oggi ha deciso di non mollarlo piu. E ti strattona forte e ti porta lontano. Tra le cose vissute,  gli amici conosciuti, le passioni esplorati. E per un momento ti senti meglio, per un momento ti sembra di stare a casa, la piu grande casa dell’uomo: la memoria.

E pensi anche che, dovunque sia con chiunque sia, qualunque cosa faccia, forse, per una serie causale di eventi sta forse pensando a te nello stesso momento con la stessa intensità. E allora vai fino in fondo seguendo il demone della tua follia e pensi che, se lo scrivi, da qualche parte forse il signor Universo farà in modo che quella persona per una sorta di assurda coincidenza legga queste stupidaggini e capisca che sono per lei e che riconosca dietro un nick assurdo qualcuno che è stato importante e che la sta chiamando. Solo per dire “Ehi brutta merda, mi manchi sai, sei stato stronzo ma mi manchi da morire?” E che cosa ci sarebbe di più fantastico che dopo non arrivasse anche un fenomenale e banalissimo “Ma sai, testa di cazzo, che anche tu manchi a me?”.

Ma qualcosa mi dice che non arriverà proprio un bel niente invece.

Perchè ,al signor Universo, i fratelli Grimm e Andersen stavano profondamenti sui coglioni.

Il prete

Mi capita molto spesso, di questi tempi, che quando sento parlare di sacerdoti,  mi renda conto che l’unica cosa alla quale si fa attenzione siano le loro nefandezze.  Pedofilia su tutto. Ma non solo. Evasione fiscale, Ior, corvi, merli. Insomma tutta la gamma classica. In un contesto sociale come quello attuale, in cui stiamo per assistere a una delle più grandi rivoluzioni di massa della storia, in cui, secondo me, stanno per essere ribaltati tutti i valori che hanno portato la società occidentale a essere quel che è, la Chiesa, nella sua interezza è uno degli obiettivi principali da abbattere. Non che Lei non ci abbia messo del suo per entrarci di forza in quel mirino poi.  Le scelte oscurantiste sono oggi, come fu già nel medio-evo, il suo punto di forza. L’assurdità con cui combattono cose che sono oramai accettate dalla società, l’omosessualità su tutto, e la fermezza con la quale difendono a volte assurdi comportamenti criminali compiuti da “beati”, la sta mettendo piano piano fuori dalla società del futuro. Credo che se fossi vissuto ai tempi della riforma sarei stato luterano. La riforma era una cosa giusta da fare, allora. E forse pure oggi. A quel tempo c’era il mercato delle indulgenze. Oggi si chiamano in modo diverso ma a me sembra che sia la stessa cosa.

Sono cristiano. Talvolta però ho difficoltà ad accettare razionalmente questa cosa. Il cervello mi impone pensieri obbligati che mi fanno male e la deriva atea mi ha spesso attratto in maniera irresistibile. La ragione mi imporrebbe di non credere. La stessa ragione mi impone però di non pensare che qualcosa che io non capisco, perchè sono limitato, non possa davvero esistere.

Insomma un casino.

La chiesa, anzi la Chiesa, non aiuta quelli come me. Anzi. Se può li osteggia e li invita a togliere il disturbo. Come avveniva in URSS ai tempi del comunismo. I dissidenti fuori dalle palle. All’estero. Perchè, se restano, fanno più danni. Minano la struttura che poi è tutto. E a volte, molte volte, ho pensato ma si, vaffanculo, me ne vado. Però sono ancora qua. E le mie figlie le mando a catechismo sapendo che solo per questo sarò costretto a spiegare a loro, tra un po’, cose che non sono chiare nemmeno a me. Stamattina mi sono chiesto perché mi comporto a questo modo. Che cosa davvero mi spinge a non chiudere la porta dietro di me.

E mi è tornato alla mente Padre Piccoli.

Padre Piccoli fu per meno di un anno il nostro insegnante di filosofia. Non so come ottenne quella cattedra. Non era nemmeno particolarmente bravo. Per molto tempo lo prendevamo in giro perché sembrava fuori dal contesto del liceo che frequentavamo. Le sue lezioni erano a dir poco basiche e non dava voti. O meglio, se mostravi interesse ti premiava con votoni se invece no, ti prendevi un sei politico e via.  Motivo per cui, quasi tutti, non facevano un cazzo. Per questo suo modo di fare molti lo criticavano. I genitori di vecchio stampo su tutti, ma anche professori che avevano un’altra concezione del mondo e spinsero tanto per cacciarlo che alla fine ce la fecero. Prima che ciò avvenisse però, capitò una cosa che mi fece cambiare idea su di lui. E che ancora oggi ricordo. Umberto, un mio compagno di classe, al quale volevamo tutti bene, aveva combinato davvero un grosso guaio: aveva messo incinta una compagna di classe. Aveva quindici anni e la scuola, dando il meglio di sè aveva deciso di espellerlo. Umberto si stava un po’ perdendo a quell’epoca. E ricordo che Padre Piccoli si mise di traverso. Fece capire ai suoi colleghi che avevano dei doveri nei suoi confronti. E combattè così gagliardamente che fece ritirare quella sentenza e fece riammettere il mio compagno di classe. E se oggi Umberto è un bravissimo insegnante di sostegno, lo deve, secondo me, principalmente a lui.

Quando in un colloquio  fu chiesto a Padre Piccoli perché  contro ogni regola del tempo, avesse deciso di applicare il sei politico lui rispose: “Saranno giudicati  per tutto il resto della loro vita. Non sarò io uno dei primi a farlo”.

Ti ricordi ancora di me?

Ognuno di noi ha un suo proprio modo di raccontare la vita. La bellezza della diversità nasce dal fatto che ad esempio se facciamo un viaggio da qualche parte con tre amici, alla fine ognuno ne parlerà in un modo diverso, dando più accento a cose che per lui sono stati importanti  e tralasciando altre parti che  lo sono state meno, ma che al contrario hanno magari colpito la vita di un compagno. C’è chi preferisce vedere, chi ascoltare, chi provare. Lo stesso viaggio qualcuno lo riporterà dicendo che ha visto paesaggi mozzafiato, un altro che davanti a quegli scenari ha sentito il suono del vento e il rumore delle foglie un altro ancora che ha provato l’emozione di essere in contatto con la natura o con Dio. Penso che anche con la musica valga più o meno lo stesso principio. Chi non ha mai pensato che una certa canzone avrebbe potuta scriverla lui? Non importa se è bella o brutta se è una Hit o se invece è una canzone da balera. La senti e ti risuona dentro con le stesse note e con le stesse parole che gli avresti dato te se l’avessi scritta. E ti senti in grandissima sintonia con quell’autore e pensi che lui è riuscito a dare voce alla tua sensibilità e per quante altre canzoni stupende possono uscire tu quel refrain e quelle note proprio non riesci a scordarle.

Bene a me questa cosa è capitata diverse volte, ma una in particolare è stata intensissima per le mille dinamiche che la circondano. Per ciò che viene detto e quello che non viene detto. Per le allusioni e i doppi sensi. A tutt’oggi “Drops of Jupiter” dei Train è non solo una delle mie canzoni preferite, ma quella che avrei voluto scrivere se mai ne potessi scegliere una. Questa canzone coniuga in modo perfetto tutto ciò che  a me piace della comunicazione: la semplicità con la profondità. L’apparenza con quello che in realtà si vuol dire a chi ha la forza di andare oltre le apparenze. Pat Monahan,  ha raccontato di avere avuto in sogno la visita della madre. Era molto legato a lei che era morta qualche anno prima di cancro ai polmoni poichè era un’accanita fumatrice e ne sentiva la mancanza in modo molto forte. Si svegliò una mattina con la precisa percezione che lei fosse tornata proprio là, da lui, “back in the atmosphere”. E così comincia a parlarle e le chiede del suo viaggio e  a fare considerazione su di lei, su cosa ha fatto su quello che è adesso e in qualche modo ne è affascinato ma ne ha anche paura perchè comprende che niente è più come prima e teme anche il suo giudizio. Ma la canzone può essere interpretata anche come la scoperta del viaggio che deve fare lui per arrivare a dove adesso è lei. La differenza tra cose con le bollicine e quelle che davvero contano perchè a volte ciò che dà piaceri effimeri è sopravvalutato.

Ecco una mia libera (molto libera) traduzione del testo:

Adesso che è tornata qua da me dopo aver fatto il viaggio in tutta la galassia, con quelle stupende gocce di Giove sui capelli è così diversa. Riesce a comportarsi come si fa in estate ma a muoversi con attenzione come quando piove. Mi rendo conto che viene prima o poi il tempo del cambiamento per tutti. Da quando è tornata dal suo viaggio sulla Luna,  riesce persino ad ascoltare come fa la primavera ma mi parla come fosse giugno. Dimmi la verità, ce l”hai fatta ad attraversare il sole come hai sempre desiderato? sei riuscita ad arrivare in fondo alla Via Lattea per vedere tutte le luci spegnersi? E magari hai pure scoperto che il paradiso è sopravvalutato.

Tell me did you fall for a shooting star, one without a permanent scar. E’ uno dei versi più belli che siano mai stati scritti. In un contesto come quello di cui stiamo parlando infatti la traduzione più banale e letterale è quella di dire: dimmi ti sei innamorata  di una stella cadente? Una che non lascia cicatrici permanenti. Questa traduzione sia chiaro che va bene . Ma per me il significato è più profondo. La stella cadente è metafora di un amore che trascina. Più avanti nella canzone lui le ricorda di quando lei aveva necessità di innamorarsi di un uomo. In altre parole, secondo, me in questo verso dal triplo significato lui le chiede: Dimmi, ti finalmente innamorata di un uomo che non ti ha ferito?

e sopratutto ti sono mancato quando eri là fuori a cercare te stessa? Adesso che è tornata dalla sua vacanza dell’anima attraverso le costellazioni riesce persino ad ascoltare Mozart e questo mi fa davvero capire che si può crescere e migliorare se ce l’ha fatta lei può farcela chiunque. Però ho paura che così com’è diventata possa aver perso la stima e l’amore che ha per me. Magari mi vede come sono davvero e si accorge che sono troppo impaurito per volare e così proprio per questo non potrò mai sapere che gusto può dare l’atterrare. Dimmi, era davvero tutto cosi perfetto lassù come pensavi sarebbe stato? sei riuscito finalmente a danzare con la luce del giorno

Venus blow your mind è un altro stupendo doppio/triplo senso. Venere ti ha soffiato sulla testa. Ci sta bene perchè si parla di cosmo e costellazioni ma può voler anche dire, l’amore ti ha parlato? o anche hai capito davvero se sei etero o bisex. Un vero universo di significati.

Ed era tutto come pensavi che avresti trovato? Dimmi la verità, ti ricordi almeno i tempi di quando stavamo assieme? quando non c’era nessuno che ti amava a parte me e ci mangiavamo pollo fritto la sera a cena e io prendevo sempre le tue parti e ti difendevo anche quando sapevo che avevi torto. Riesci a ricordare il primo ballo che mi hai insegnato e l’amore e l’orgoglio che ci univa e le lunghe telefonate di cinque ore che facevamo quando non ero a casa? E il latte di soia? Ma soprattutto ti ricordi ancora di me?