E se ti prendo, brutto bastardo…

Non so voi, ma io ho una serie di dubbi amletici clamorosi che  contribuiscono a rendere la mia vita insostenibile. No, non parlo dei classici  “Chi sono?” “Da Dove vengo?” , “Dove sto andando?”. Quelli oramai li ho superati da mo’. Più o meno.  Parlo di cose come: “Ma i cani inglesi o francesi ecc.ecc. (e tutti gli animali in genere) abbaiano in inglese e quindi non si capiscono con i cani italiani oppure non ci sono dialetti?” O anche “Perchè non esistono cibi confezionati per gatti al sapore di topo”. Insomma cose così. Tra le tante, quella  tuttavia che più di tutte mi tormenta da tempo immemore è un’annosa questione alla quale, nonostante anni di profonde meditazioni, non sono mai riuscito a dare una risposta meno che miserabile: “Cosa cazzo ci troveranno gli americani nella Root Beer?“. Chiunque sia mai stato in America sa di cosa sto parlando. La Root Beer è per me ancora un grande enigma. Forse, il vero terzo segreto di Fatima. Una birra che non è una birra ma solo una bevanda al gusto di sciroppo che mia zia mi dava da piccolo per togliermi la tosse e che loro bevono come noi beviamo il chinotto.

Non ho mai aperto il capitolo America della mia vita (a parte un piccolo accenno in Crossroads). Se lo facessi dovrei dedicarci un blog ad hoc e non mi pare proprio il caso. Forse dovrei invece scriverci un libro sopra e sono certo che, con la giusta casa editrice diventerebbe un best seller internazionale, perchè l’America come l’ho vissuta io, credo pochi altri. Nel bene e nel male. Altro che Beppe Severgnini un genio della mala che è riuscito a scrivere quindici libri tutti uguali, clonandoli  dal primo. Non intendo comunque farlo adesso, occorre però che dica qualcosa per spiegare perchè  oggi mi girano così tanto le palle.

La mia prima moglie era (è) americana. Ho vissuto là per un po’ e ci sono poi andato migliaia di volte a trovare la  figlia che abbiamo fatto assieme e che ci vive ancora con la madre, non sapendo una parola che è una di italiano. Anzi no, una la sa, ma solo perchè mi sono impuntato. L’onore è onore, cazzo. Un giorno, infatti, in una delle mie “visitation”, lei mi guarda seria e mi dice che deve parlarmi di una cosa fondamentale. “Boia deh” penso, non era mai successo “sta’ a vedè che ha capito che to be italian is cool“, invece  (in inglese obviously) mi colpisce alla schiena:

“Sai c’ho pensato molto su e ho deciso che da oggi voglio solo chiamarti Dad”.

“Daddy ‘na sega, bimba. Tu continui a chiamarmi  “babbo” e bada di non farmi più incazzare sai…” Ir budello di tu’ ma’, was included, ma quello non l’ha preso.

No perchè già che devo accettare cose inaccettabili quello non me lo togli, porca troia. Di che parlo? Ad esempio che lei è stata cresciuta da quella matta della madre come luterana. Che ogni volta che ci penso mi viene in mente quella barzelletta da caserma sulla moglie del martin luterano e ci sto male. Essere luterani a Salt Lake City, Utah, è come dire però di essere di destra se uno vive a Livorno oppure, che so, urlare “Forza Lazio” in un bar frequentato da ultras della Roma. Perchè la città sul grande lago salato è la capitale dello Stato più assurdo che esista al mondo. Quello dei mormoni. Un pianeta alieno al sistema solare dove viverci significa abdicare all’uso del cervello.

Non voglio apparir blasfemo ma questa semplice considerazione porta con se una miriade di assurdi e curiosi corollari che ad una persona nata e cresciuta nel mondo occidentale “normale” possono far sbellicare dalle risate oppure accapponare la pelle. Del resto, all’interno degli stessi USA lo Utah è sempre stato considerato un posto “particolare”, da guardare con sospetto e diffidenza. Questo perché nello Utah i mormoni hanno cercato di far passare, proprio come i cattolici in Italia, leggi civili che rispecchiano la loro cultura e il loro credo religioso. E quindi anch’essi hanno i loro Giovanardi e i loro bei “Casini.” Ora, se già provare a credere in un qualche essere sovrannaturale è francamente esercizio molto difficile, la religione mormone, senza offesa per nessuno, è quanto di più anacronistico e impossibile da bersi sia mai stato scritto. Nasce a metà ottocento con un avventuriero in cerca di soldi e fortuna, Joseph Smith, che un giorno riceve l’illuminazione. Dio in sogno gli dice di scavare sotto una montagna dell’Illinois dove dentro ci avrebbe trovato i libri d’oro della rivelazione “vera” della parola del Signore. C’era solo un piccolo problemino: questi libri erano scritti in una lingua sconosciuta. Una lingua celeste.  Allora succede “o ‘miracolo”. A Joseph Smith appare un angelo del Signore che gli presta un paio di occhiali che hanno il potere magico di regalargli il dono delle lingue e con i quali traduce finalmente il testo che è diventata la loro Bibbia: Il libro di Mormon. Per far su qualche dollaro, il tipo, cercò di venderlo a un po’ di creduloni e, visto che ci sapeva fare, riuscì pure a convincere un manipolo di persone a fare comunella con lui. Tuttavia, dato che con il loro modo di fare rompevano un po’ troppo le scatole a tutti, vennero cacciati da dove si trovavano e perseguitati fintanto che, cacciati sempre più a ovest, nella via verso la California trovarono quello che è attualmente il territorio dello Utah, ci si fermarono e fondarono la loro Chiesa.

In poco più di un secolo la Chiesa Mormone è diventata però una potenza economica formidabile. Ogni suo adepto infatti, compresi i bambini che ricevono le mance dai genitori, deve darle il dieci percento delle proprie entrate. Oltre a questo tutti i ragazzi sono tenuti, a carico delle rispettive famiglie, a fare per un anno i missionari per il mondo per convertire nuove persone per poter permettere alla Santa Madre Chiesa di poter ingurgitare ancora più soldi. Inutile sottolineare che niente si muove in quello Stato che la Chiesa Mormone non voglia e quindi anche il legislatore è stato obbligato a far passare alcune leggi che non trovano riscontri in altra parte del Paese. Ad esempio il divieto dei ristoranti di servire alcolici perché secondo la loro religione il corpo, tempio di Dio, deve rimanere puro di alcol e caffeina e tabacco. E la stessa poligamia, ufficialmente combattuta perché reato federale, di fatto è accettata e non osteggiata fin quando non palesemente manifesta. Che siano più megalomani di quanto siamo noi cattolici, che già non scherziamo, lo dimostra il fatto che tutte le vie di Salt Lake City sono chiamate in funzione dalla distanza che hanno dal Tempio, la loro basilica di San Pietro per intenderci, sede ufficiale del culto, la cui entrata è assolutamente proibita ai non battezzati secondo il rito sacro . Insomma non ci sono Vie Verdi o Via Garibaldi o magari Via Abramo Lincoln. E’ stata invece disegnata una griglia basata sul concetto di latitudine e longitudine. E il grado zero non è il meridiano di Greenwich nè l’equatore, quanto proprio il Tempio stesso. Quindi un indirizzo di una qualsiasi famiglia, non importa se ebrea, cattolica o musulmana è composto da due coordinate che indicano la sua precisa distanza dalla sede del culto mormone. Evvai. Del resto da gente che quando muore è convinta prima di andare in viaggio premio su un pianeta che si chiama “Cola” e poi di diventare Dio in un altro universo che ci si può aspettare? Sono poi super reazionari. I gay sono trattati come sub umani, la vittoria di Satana su Dio. Un mio amico mi raccontò di aver subito anche un raid fascista punitivo perchè non voleva essere “curato”. E la famiglia non ha nemmeno voluto che sporgesse denuncia. Le donne sono per lo più solo mezzi per procreare e far da mangiare e nella scala sociale vengono solo prima degli eventuali schiavi (i mormoni sono sempre stati contro l’abolizione dello schiavismo). Cose orribili. Una delle cose che invece mi ha sempre fatto sbellicare dalle risate è l’affermazione (giuro…controllate se volete) che Gesù tornerà come predetto dalle Sacre Scritture, ma quando succederà capiterà NECESSARIAMENTE senza nessun dubbio sul suolo del continente americano.

Per chiunque si rechi in visita o pellegrinaggio è aperto  un tour turistico alle dependance del Tempio stesso che viene offerto, in tutte le lingue, da missionarie poliglotta venute da ogni parte del mondo a servire la Chiesa per il  “servizio militare” previsto prima di diventare moglie e madri. In genere giovanissime. Per i mormoni infatti la donna ha quasi esclusivamente questo ruolo e se, Dio non volesse, una è invece sterile o talmente brutta da non trovare marito velocemente viene quasi sempre emarginata dalla comunità. Il tour di presentazione della loro Chiesa si conclude con la richiesta di informazioni che poi vengono spedite ai missionari sparsi nel globo affinché  il turista tornato a casa propria venga assalito da essi con continue e ripetute visite stile testimoni di Geova. In cerca di soldi ovviamente.

Confesso che  io  quando mi trovo in città, avendo quintali di tempi morti amo fare l’emigrante cazzaro. E così ci finisco tutte le volte a fare il giro del Tabernacolo e del Tempio ben sapendo che, alla fine dello stesso, le cortesi signorine mi chiedono sempre di lasciare  le mie generalità che io dò sempre immancabilmente fasulle.  Ho questo, come dire, vezzo di dare sempre quello di un qualche mio amico, che senza sapere il perché, si vede così arrivare di continuo solerti missionari che sono appiccicosi come pochi e non mollano mai l’osso anche se vengono trattati male. Del resto hanno in mano informazioni (false) che parlano di clamorose conversioni di un italiano passato da Salt Lake City. Che dal loro punto di vista significa soprattutto, donazioni di denaro.

Il fatto è che da qualche giorno anche io sono tampinato, marcato a uomo, da una squadra di missionari mormoni che cerca di convertirmi e di spillarmi dei soldi. Hanno persino il mio numero di cellulare e mi chiamano tre volte al giorno per fissare appuntamento al loro tempio qua da noi o a casa mia, oppure hanno detto che vengono pure in ufficio a trovarmi. E non mollano. Dicono che hanno saputo della mia conversione e che sono molto lieti di poter avere un nuovo fratello scemo pronto a sganciargli quattrini.

Ora, ed è questo il senso del post, se becco lo stronzo che ha fatto il giro a Salt Lake City lasciando detto che mi sono convertito dando pure il mio cellulare dicendo che io voglio essere parte del mondo mormone ma che sono timido e mi vergogno gli faccio un culo come un paiolo…

sallo.

Io un un sospetto su chi può essere stato ce l’ho. Il bastardo.  Eppure si proclama cristiano e invece di porgere l’altra guancia mi ricambia il favore?

bleah, in che razza di tempi viviamo.

Una X-MAS CAROL per gli auguri

Va bene lo ammetto, volevo fare gli auguri a tutti coloro che in qualche modo passano di qua.

Volevo dire a tutti voi che, per scelta o per sbaglio siete capitati qua dentro Buon Natale e felice anno nuovo e non sapevo come farlo senza risultar banale o scontato. Quindi ho deciso di scrivere una X-MAS carol, una così, venuta dal niente e che lascerà ancora di meno ma che voleva essere raccontata. E ha a me chiesto di farlo. E la dedico a tutti quelli di voi che, pur passando le feste con tante persone attorno si sentono però lo stesso soli. E ovviamente anche a tutti coloro che invece soli lo sono davvero e che darebbero qualsiasi cosa per trovare qualcuno che riuscisse a sentire il loro dolore.

Un grande abbraccio

=============================================================================================

L’avvocatone era un tipo abitudinario. La sua vita si svolgeva da molti anni nello stesso identico modo ogni santo giorno. La mattina udienze in tribunale, il pomeriggio attività in studio e la sera cena a casa, da solo, con piatti da asporto presi in rosticceria. A seguire abbrutimento davanti alla televisione fin quando, dopo essercisi addormentato davanti, si risvegliava alle due di notte e si alzava per infilarsi nel letto. Il giorno dopo ricominciava daccapo. Non si era mai sposato perché, nonostante una posizione sociale di assoluto rispetto, il suo aspetto fisico non raggiungeva la decenza minima per poter anche solo pensare di attrarre una donna carina, intelligente e sensibile, che era ciò che desiderava tanto. Molto grasso per costituzione fisica e con una grande attitudine a usare il cibo come valvola di sfogo per lenire i dolori dell’anima, non aveva mai accettato di abbassare le sue pretese sugli standard di bellezza di chi avrebbe dovuto stargli accanto. Si definiva “sceglino” e se ne vantava con i colleghi, anche se era chiaro a tutti che, in realtà, avesse solo una gran paura di vivere una  storia con una donna vera che non fosse immaginaria. Per quante bugie raccontasse, infatti, egli, nonostante avesse oramai superato da un pezzo i cinquantanni  non aveva mai avuto nessuna relazione con alcuna donna. Per anni si era perso dietro Giusy, una sua vecchia compagna di scuola che lo aveva sempre trattato con gentilezza, ma che non gli aveva mai permesso di diventare nient’altro che un buon amico. Quando Giusy si sposò, in lui si ruppe qualcosa. Non credeva che sarebbe potuto sopravvivere a tanto dolore. Eppure non morì. E allorché lei ebbe Anna,  lui le era stato accanto per farle sentire il calore del suo affetto e la presenza di una persona cara. Quando poi, infine, il marito di Giusy si innamorò di un’altra donna e mollò la sua famiglia, l’avvocatone si presentò alla porta della sua vecchia amata e le chiese di sposarlo.

“Avrò cura di tua figlia come fosse mia. Tu sposami e mi farai l’uomo più felice del mondo”

Giusy invece scelse Tommaso, un uomo robusto come una quercia che lavorava in un’edicola del centro, dal quale poi ebbe un altro figlio, Luca. L’avvocatone le giurò che non l’avrebbe mai perdonata per avergli fatto perdere tutta la vita a sperare di poterla avere. A nulla valsero le argomentazioni di Giusy. Da allora i due non si parlarono mai più.

Quella vigilia di Natale, l’avvocatone, che lavorava in uno studio associato assieme ad altri tre colleghi, rimase in ufficio fino a tardi. I soci gli avevano lasciato le rogne dell’ultimo minuto, per poter tornare il prima possibile, ognuno alla propria famiglia . Lui, del resto, non aveva nessuno, essendo i suoi genitori morti da tempo e non oppose alcuna resistenza né sollevò alcun problema. In fondo  le feste, per lui,  erano sempre state un momento di grande tristezza  e avere da sbrigare affari che lo tenessero impegnato lo faceva stare meglio.  E così, senza che se ne accorgesse si fece, quasi ora di cena. Aveva deciso di andare alla Messa di Natale che tuttavia sarebbe incominciata non prima delle undici e pensò che non avesse molto senso tornarsene a casa per poi uscire di nuovo. Non sapendo come passare quel tempo,  cominciò a  navigare sul Web finendo alla fine in una chat line erotica dove occorreva pagare per poter assistere allo spettacolo che una delle signorine, in genere molto giovani, avrebbe fatto per lui. Era già successo altre volte che avesse visitato siti del genere, ma fino ad allora si era limitato a dare un’occhiata senza andare oltre. Quella sera invece si decise a pagare per avere ciò che necessitava di più: affetto.

Tirò fuori la carta di credito e scelse la ragazzina che più lo attraeva tra tutte quelle che erano in vetrina. Non aveva più di vent’anni, ma c’era qualcosa nei suoi lineamenti che lo attraevano in modo particolare. Dopo aver pagato attivò la web cam e cominciò a dialogarci mentre lei sul suo letto, cominciava a spogliarsi.

“Sai mi ricordi qualcuno” le disse l’avvocatone.

“Ah si brutto porcellone mio. Forse ti ricordo solo la donna dei tuoi sogni”

“E’ possibile. Possiamo parlare un pochino prima?”

“Si certo parliamo. Ma intanto mostrami il tuo arnese. Sei piuttosto robusto quindi devi avere una bella mazza.”

“sono grasso non robusto. Senti ma perché fai queste cose? Sei giovane e carina non dovresti sai?”

“senti nonnino, se vuoi ti succhio l’anima ma non dirmi cosa devo o non devo fare ok?” rispose incazzata la signorina “dai tira fuori il bastone e comincia a toccarti davanti a me su.”

L’avvocatone però non rispose. La sua attenzione era stata catturata da un quadro che era appeso alla parete e che, inizialmente, non aveva notato. Riconobbe in esso quello che lui aveva regalato alla sua Giusy il giorno del suo matrimonio. Gli venne un dubbio atroce.

“Ma tu, tu…” disse balbettando “sarai mica Anna, la figlia di Giusy?”

La ragazzina sbiancò, si rivestì di corsa e gli urlò:

“Ma chi sei tu brutto maiale che non sei altro, depravato di merda? Io ti denuncio sai? Come fai a sapere chi sono? Io adesso chiamo la polizia e facciamo in modo di farti rintracciare.”  E dicendo questo staccò la linea.

Preso dal panico l’avvocatone non sapeva più che dire o che fare. Decise di chiamare la sua vecchia compagna di scuola, la donna che avrebbe voluto sposare. Erano anni che non si sentivano più. Aveva il cuore che scoppiava. Provò a fare il numero, poi pensò che sarebbe stato meglio andarci di persona. Quando suonò il campanello della casa di campagna in cui sapeva abitava, ebbe paura di star facendo la cosa sbagliata. Gli aprì il marito che, con faccia ebete gli chiese chi fosse e cosa volesse. Dal fondo del corridoio la ragazzina che prima era stata in cam con lui cominciò a urlare:

“E’ lui è lui. Il porco è lui”

Sopraggiunse Giusy che prese a ceffoni il malcapitato che voleva avvertirla di come era finita sua figlia:

“Brutto stronzo maiale, ti vuoi far le seghe su mia figlia, porco che non sei altro”

Il marito di lei intanto aveva tirato fuori da chissà dove un bastone e cominciò a darlo in testa all’avvocatone facendolo sanguinare dalla bocca e dalle mani che usava per proteggersi:

“Io ero venuto volevo solo a dirti che Anna era finita su una cattiva strada e…” non finì le parole che la donna aveva cominciato a dargli pedate.

“ma fatti i cazzi tuoi scemo. Certo che so cosa fa mia figlia. Fa pagare porci come te e noi ci viviamo con quei soldi. Sparisci farabutto che noi ti denunciamo per pedofilia”

L’avvocatone fece appena in tempo a riparare in macchina e a mettere in moto per scappare da quel posto. Sanguinava però e si vide costretto ad andare al Pronto soccorso per farsi medicare. La vigilia di Natale non c’era nessun paziente e neppure quasi nessuno di servizio. Solo un’infermiera piuttosto anziana e un dottore che sembrava un po’ sfigato, grassotello e senza capelli. Uno che, appena visto, l’avvocatone pensò facesse parte di coloro che vivevano nella sua stessa tribù. Doveva essere quello al quale toccavano sempre i turni delle feste comandate perchè senza famiglia e senza una donna.  Per un attimo si sentì come se qualcuno si prendesse finalmente cura di lui come quando era piccola e sua madre lo coccolava e gli diceva che ci sarebbe sempre stata e che finche ci fosse stata lei non avrebbe avuto dovuto aver paura di niente.

Il dottore  lo medicò senza fare troppe domande. Alla fine, quando ebbe terminato, gli disse:

“Dovrebbe fare denuncia sa?”

“Forse dovrei autodenunciarmi per stupidità invece”

“Qualunque uomo l’abbia conciata a questo modo, non importa perché, andrebbe soltanto che punito”

L’avvocatone sorrise.

“Lei è sposato” gli chiese con voce tremante

“No e lei?”

“Nemmeno io. Ha famiglia?”

“Solo un gatto e lei”

“Io nemmeno quella”

L’avvocatone, stava per uscire quando  improvvisamente si girò e disse:

“Mi scusi dottore, posso restare qua con lei a festeggiare la mezzanotte e la nascita di Gesù, non ho nessuno da cui tornare?”

Il medico sorrise e disse:

“Speravo tanto che me lo chiedesse”.

 

 

 

La gara di canoa Italia-Giappone (traditional reprise)

La gara di canoa è un classico che gira da tempo.

A me, però, ogni volta che la leggo, fa sempre sorridere. E, visti i tempi, grami non si butta via niente.

0==========================================================================================0

Una società italiana e una giapponese decisero di sfidarsi annualmente in una gara di canoa, con equipaggio di otto uomini.

Entrambe le squadre si allenarono e quando arrivo’ il giorno della gara ciascuna squadra era al meglio della forma, ma i giapponesi vinsero con un vantaggio di oltre un chilometro.

Dopo la sconfitta il morale della squadra italiana era a terra.

Il top management decise che si sarebbe dovuto vincere l’anno successivo e mise in piedi un gruppo di progetto per investigare il problema.

Il gruppo di progetto scopri’ dopo molte analisi che i giapponesi avevano sette uomini ai remi e uno che comandava, mentre la squadra italiana aveva un uomo che remava e sette che comandavano.

In questa situazione di crisi il management dette una chiara prova di capacita’ gestionale: ingaggio’ immediatamente una società di consulenza per investigare la struttura della squadra italiana.

Dopo molti mesi di duro lavoro, gli esperti giunsero alla conclusione che nella squadra c’erano troppe persone a comandare e troppe poche a remare.

Con il supporto del rapporto degli esperti fu deciso di cambiare immediatamente la struttura della squadra. Ora ci sarebbero stati quattro comandanti, due supervisori dei comandanti, un capo dei super visori e uno ai remi.

Inoltre si introdusse una serie di punti per motivare il rematore: “Dobbiamo ampliare il suo ambito lavorativo e dargli più responsabilita’ “.

L’anno dopo i giapponesi vinsero con un vantaggio di due chilometri.

La società italiana licenzio’ immediatamente il rematore a causa degli scarsi risultati ottenuti sul lavoro, ma nonostante ciò pagò un bonus al gruppo di comando come ricompensa per il grande impegno che la squadra aveva dimostrato.

La società di consulenza preparo’ una nuova analisi, dove si dimostrò che era stata scelta la giusta tattica, che anche la motivazione era buona, ma che il materiale usato doveva essere migliorato.

Al momento la società italiana è impegnata a progettare una nuova canoa.

 

Della Calvizia

Quando L. mi ha detto: - Sei davvero simpatico. - Ho per un attimo temuto che stesse cercando di dirmi che non ero il suo tipo. Insomma, la solita vecchia storia: sei carino, piacevole e simpatico. Un modo decente per dirti “no grazie”. Anche gli uomini dicono la stessa cosa. Lo so bene.  S’è mai vista una strafica, super intelligente e gnocca oltre che porcona che sia definita soltanto “simpatica”?

Mai!

Io però, babbeo fino in fondo, mi sono illuso che, per la legge del simpatico, io fossi la classica eccezione. E’ stato allora che L. per farmi capire meglio che cosa intendeva  mi ha dato la mazzata finale:

- Senti ma….ecco …si , com’eri da normale?

Ho pensato che avesse scoperto la mia natura sociopatica e il narcisismo che mi fa molto Dr.Jekill e Mr.Hide e stavo per confessare che normale non lo sono mai stato, quando lei vedendomi in ambascie ha chiarito meglio:

- Insomma com”erano i tuoi capelli?

Ed è stato là che, ricordandomi che anticamente l’uomo aveva più organi sessuali, stavo per risponderle “ma che cazzo vuoi?”

Ma prima che aprissi bocca, senza accorgermene sono ripiombato nel solito vecchio dramma.

I capelli.

E ho rimpianto pure i tempi di quando mi incazzavo perchè mi dicevano “Oh lo sai che stai perdendo i capelli?” Quei dementi forse credevano che non avessi specchi in casa? Sapevo non solo che li avevo persi, ma perfino dove fossero caduti. Eppure, adesso che non me l0 dicono più ,sono ancora più triste di prima. perche ho capito di essere passato dalla condizione di “cronico” a quella di “terminale”.

La prima volta che mi accorsi del dramma che stavo vivendo ero un giovanotto. Mi specchiai a lungo e alla fine presi coscienza del dramma che mi aveva assalito a tradimento e corsi in cucina dalla mi’ mamma piangendo: Mamma, mamma sto perdendo i capelli!!!” e Lei: ” Ti levi di ‘ulo ho appena spazzato!!”.

Del resto tutti sanno che per arrestare la caduta dei capelli non basta chiamare i carabinieri.

Quel coglione di Socrate ostentava la sua calvizie, sostenendo che “l’erba non può crescere sulle vie molto battute”; in altre parole, secondo lui, la sua calvizie sarebbe stata un segno evidente della sua intensa attività cerebrale

La condizione di Pelato, quasi calvo, la vivo ancora con sofferenza. A volte mi rado a zero che sembro proprio tanto carino e quei quattro peli che ho, una volta che sono cortissimi fanno sembrare che quella sia una scelta di vita e non un obbligo imposto dal buon gusto. E  sono così tonto alla fine pure io me ne convinco e allora lascio ricrescere i vari cespugli  che ancora resistono al disserbante dell’età nella speranza che sentano aria di primavera e che si siano rafforzati e ogni volta, puntuale come le tasse e la morte, arriva qualcuno che ti fa una domanda come quella di prima.

Mavvaffanculo!

Noi dell’associazione “Sani e Calvi” presieduta da Italo Calvino abbiamo creato un Comitato per i Diritti del Pelato che difende i Calvi da ogni discriminazione, ovunque e per sensibilizzare tutti a integrare i Calvi come loro simili.

Viviamo, è vero. più a lungo mangiando calvoidrati e la maionese Calvè. Però non spendiamo un soldo per shampoo e balsamo, e non andiamo mai dal barbiere. E quindi se l’economia non gira è solo colpa nostra!

Ma per quanto me la racconti è meglio un pomodoro oggi che un Pelato domani.

Detto tutto questo:

L. poppamelo!

 

Salone del Libro o Salone di Bellezza?

Non ho ancora chiaro se il Salone del libro di Torino sia il più bel Paese dei Balocchi del mondo oppure l’anteprima del girone infernale che ci toccherà di vivere come castigo eterno dopo la fine del Giudizio Universale.

Probabilmente entrambe le cose.

Per chi, come me, ama i libri e tutto ciò che sta attorno alla cultura, è qualcosa di unico e grandioso. Ma la sensazione di essere capitato in mezzo alla più grande Babele che sia mai esistita l’ho provata. Un mix di avvenimenti, incontri, radio nazionali che facevano dirette non stop e poi luci e colori. Vai al bar e prendi il caffè con a fianco Cacciari che parla con Odifreddi mentre di là ancora uno sconosciuto tampina con successo una zoccoletta incontrata per caso pensando di essere un gran figo e comincia a pomiciarci al bancone fintanto che questa non si dichiara “Escort” e lui si ritrae con sdegno insultandola davanti a tutti obbligandomi a prendere le difese della donna.

Insomma una follia.

Mercanti nel tempio, direbbe un purista, o magari solo un super mega “Hair show” americano, un salone da parrucchiere nel quale apparire è l’obbligo assoluto.

E su tutto un rumore di fondo che alla fine ti entra in testa come quel suono sud africano ai mondiali. E non ti molla più e ti devasta l’anima. Una mega vuvuzela  umana che ti fa pensare che prima o poi ti appaia sul mega schermo Enrico Varriale a intervistare qualche giocatore della nazionale.

Ci sono tre o quattro padiglioni immensi e comunicanti in cui è cosi per 5 giorni. Follemente iper attivo. In ognuno dei padiglione ci sono altrettanti spazi aperti per gli incontri con gli autori o qualche saggio o dibattito. Si parte dallo spazio più grande riservato alle star, poi uno meno grande, un altro ancora e infine quello microscopico dove presentano i giovani autori.

Lo chiamano  “Incubatore”.

Una volta ci sono stato anche io. L’anno scorso ero là. A 48 anni finalmente nell’Incubatore. Presentavo il mio libro assieme a uno scrittore della mia stessa casa editrice. Facciamo quasi cent’anni in due ed eravamo nell’incubatore.

Quest’anno invece vago, formica tra le formiche, tra gli eventi con la disinvoltura di un veterano che sa come muoversi e mi perdo dietro la bellissima dentiera della contessa Marina Ripa di Meana che risalta imperiosa tra le sue rughe che le danno l’effetto incartapecorente che tutti conosciamo e poi ancora dietro le tristi parole di Sepulveda che mal si sposano con la fila, due passi pù in là accanto, di persone in attesa di una forma di Fabio Volo, che sembra raccogliere molta più gente di Ammanniti.

Mi sbagliavo, non è una Babele è Sodoma e Gomorra.

Faccio un giro allo stand dell’editore e trovo vecchi amici. Invecchiati e tristi. Credo che loro pensino la stessa cosa di me e ci prendiamo per il culo a vicenda raccontandoci che stiamo proprio bene. Che noi ce la faremo nonostante questa crisi e che affanculo tutto, viva la Topa. Sul fatto poi che più del 99,99 percento,  delle persone che sono entrate al Salone del Libro non sappia nemmeno che esistiamo ce ne importa anche una ricca e aromatica sega.

Incredibilmente comincio a firmare autografi sul libro. Il primo è per Enzo che sta lottando contro una brutta malattia. Mi lascio coinvolgere, voglio sapere di più. Ma la macchina infernale in atto si macina tutte le migliori intenzioni del mondo e il povero Enzo viene risucchiato dalla marea di altre persone che sgomitano e insultano e palpeggiano di nascosto al riparo nell’anonimato del fiume umano che scorre e non ammette che brevissime soste pena l’annegamento.

Non molto distante trasmette in diretta la RAI e sfilano vip in continuazione che ovviamente non ti degnano di uno sguardo fintanto che quando passa un volto noto della televisione qualcuno lo insulta dandogli del barista da strapazzo. “Cameriere sarà lei” la sua risposta. Nasce un parapiglia. Il vip per non andare all’inferno, anziché la Madonna, decide di insultare la Maremma.

Questo no. Non lo accetto. Insulta tutti, pure mia mamma, ma non la Maremma. Non transigo.

Intervengono gli stewart a separarci e l’uomo, una volta al sicuro dalla mia rappresaglia scarica di nuovo il suo veleno su di me e sulla mia terra. Non sa che sta rischiando di brutto: ho ucciso per molto meno in gioventù. Per onore potrei pure farmi ammazzare. La solidarietà della gente attorno placa la mia ira funesta e mi ritrovo al bar a prendere un caffè con qualche amico e rivedo la Escort che la mattina pomiciava con il tipaccio che mi s’avvicina con un sorriso, mi riconosce e mi dice che potrebbe farmi lo sconto e che anzi, in via eccezionale, in virtù della mia gentilezza del mattino potrebbe pure farmi un regalino speciale.

La guardo e le dico semplicemente: “Grazie. Come se avessi accettato.”

L’ho sempre detto che chi nasce storto non può morire dritto.

Convention

Oggi sono stato a Firenze, per lavoro. Dovevo incontrare alcuni fornitori ai quali chiedere pietà e, mentre avevo finito con uno, in attesa del secondo sono entrato in un bar di periferia. Uno di quelli in cui non sarei mai entrato in condizioni normali.

Insomma faceva schifo anche solo respirarci dentro.

Mentre bevevo il classico caffè, non potevo però staccare gli occhi da un tizio, un personaggio bizzarro, che aveva attirato la mia attenzione. Alto e magro e a suo modo elegante, aveva scambiato un paio di battute di politica con il barista che senza esitare gli aveva versato un bicchiere di bianchino. Aveva degli stivaletti rossicci e pantaloni bianchi, un gilet fuori posto ma portava con eleganza un gran naso, una barba non curata, una capigliatura più bianca che grigia, più lunga che trascurata.

Assolutamente unico nel modo in cui era vestito entrava e usciva dal bar. Sembrava avesse qualcosa dentro che lo agitasse come uno frullino. Una sigaretta appena tenuta sulle labbra, fuori a fumare.  E poi di nuovo dentro a prendere un altro bianchino. Ero quasi sicuro di averlo già visto da qualche parte, per quello mi attirava. Ma non riuscivo proprio a capire, nè dove, nè quando.

Passo del tempo a far finta di leggere il giornale ma intanto cerco di ricordarmi chi diavolo fosse. Ma niente. Non c’era vero. Non mi veniva in testa.

Poi lascio il bar e vado all’altro incontro. Di nuovo a chiedere pietà a un altro fornitore. Parlando della crisi e della necessità di allungare dei pagamenti. Solite storie di piccoli imprenditori in crisi.

Finito quell’incontro, prima di ripartire per Lucca, mi ritrovo più o meno inconsapevolmente di nuovo nello stesso bar. E quel signore, quello di prima, era ancora là. Probabilmente aveva finito anche lui le cose da fare  Un altro bianchino, un altra sigaretta. E poi di nuovo fuori. E ancora dentro e poi fuori. Senza posa.

E proprio mentre lo vedevo fumare come un ossesso mi sono ricordato come e quando l’avevo conosciuto.

E’ stato tanti, tanti, anni fa. Quando io per cercare di pagarmi gli studi facevo l’informatore scientifico. Un modo come un altro per raccattare qualche soldo onesto in attesa di partire per la mia avventura alla conquista del mondo. Ricordo che una volta partecipai a una delle  Convention aziendali. Uno di quei posti in cui si fa in modo di dare sniffate di positività alla struttura di vendita, premiando i migliori e umiliando i più scarsi. Dove vige una specie di legge della giungla e dove ti obbligano a urlare il tuo entusiasmo anche se hai il cuore a pezzi. Io ero molto giovane e non me ne curavo. In fondo sapevo che per me non sarebbe stato per sempre. Ma già allora mi era chiaro come queste Convention siano un obbligo per alcuni e un privilegio per altri. Posti in cui ci si prende troppo sul serio.

E’ proprio dentro le Convention che esplodono dinamiche  strane e a volte surreali con le strutture aziendali che fanno finta di nascondersi e invece sono là in bella mostra a far vedere i loro muscoli. Tutti quelli che sono lì, ci sono perchè lavorano assieme, non per altro. E c’era anche quel signore che adesso beveva bianchini in continuazione e che fumava come un ossesso.

Aveva un nome strano che non saprei più dire ma mi ricordo perfettamente che, molto più giovane di adesso fu chiamato sul palco a raccontare della sua esperienza di venditore tra gli applausi dei colleghi di allora. Disse addirittura a un certo punto che lui aveva interrotto le sue ferie per tornare al lavoro e inoltrare un ordine che altrimenti sarebbe passato il mese successivo. Io lo guardavo esterrefatto ma tutti intorno lo osservavano come una specie di eroe aziendale.

E quella convention finì in un modo assurdo. Quel tipo, l’eroe aziendale, fu prima onorato da tutto l’establishment dell’azienda che disse a tutti che proprio lui era l’uomo al quale ognuno di  noi avrebbe dovuto fare riferimento come modello di vita. Lui era il prototipo di come saremmo dovuti diventare noi. Specie quelli come me alle prime armi.

Poi l’eroe chiamò sul palco una serie di persone e attaccò in testa a ciascuno di loro una fascia dove c’erano scritte i nomi di alcune molecole, tipo HDO, oppure colesterolo , progesterone, queste cose qua. E la scena seguente era che vedevi signori di cinquanta o sessant’anni con magari famiglie e figli, una loro dignità umana e professionale che si aggiravano vestiti da colesterolo trasportavano piccolo sfere di plastiche che rappresentavano l’ossigeno o i grassi o chissà che, con la faccia triste di chi sa che deve essere messo alla gogna come gioco di ruolo della società per la quale lavoravano.

E l’eroe bello e spavaldo rideva di gusto.

Prima di uscire non ho potuto fare a meno di interrogare il barista che evidentemente lo conosceva bene. E così mi ha detto che quel signore distinto dal profilo importante non lavora più, moglie e figli l’hanno lasciato e lui gira sempre là attorno. Aveva un ufficio importante, sembra che fosse diventato un pezzo forte di una grande multinazionale e poi aveva fatto una carriera politica interessante ed è arrivato perfino a diventare assessore di qualche cosa da qualche parte.

Fino a quando lo hanno beccato mentre si prendeva una bella bustarella…

 

.

Kate & Leopold

Riconoscersi.

Cosa c’è di più bello al mondo?

Ri-conoscere, conoscere di nuovo, qualcuno/a che si è già amato, avuto, posseduto nel passato. Magari un’altra vita….!

Parlo di amore, ma anche di amicizia.

Insomma trovarsi di fronte improvvisamente qualcuno e capire che lui o lei è per te qualcosa che non puoi spiegare a nessuno.  Quella persona è parte di te anche se magari lei stessa non lo sa ancora. E tu speri che magari un giorno anche lei troverà, come te, un antidoto alle acque del Lete, il fiume dell’oblio, che ci hanno obbligato a bere quando siamo morti l’ultima volta…

Lo so straparlo..

Eppure questo rimane il mio sogno.

Riconoscere subito qualcuno che è parte di me.

Un po’ come capita nel film Kate & Leopold che è uno dei miei movie preferiti. Un buco temporale e due persone completamente diverse provenienti da due epoche diverse, una nevrotica di fine novecento e un gentiluomo ottocentesco, si incontrano e nonostante le differenze assurde, apparenti, si riconoscono. E non possono più fare a meno l’uno dell’altra.

E così passi il tempo a guardare le persone che incontri e a vedere se nel barista del bar dove prendi il caffè ci sono i germi di un’amicizia che viene da lontano oppure no. E sai che più siete diversi e più è facile è che sia l’anima che stai cercando. Magari è in una guida turistica, o in una baby sitter, o in un direttore d’orchestra o in un’impiegata della Asl. O peggio ancora magari è una persona con un cognome ingombrante che vive nell’alta società suo malgrado.

Magari lei è sposata e ha figli, magari lui è un omosessuale, ma sai che se tu sei attento potresti anche riconoscerla, quell’anima. E dirgli. Sono io. Sono qua. Non importa cosa fai, dove stai, che cosa ti sta capitando. Io sono qua. Ti ho riconosciuta. Fa come ti pare. Scopa con chi vuoi, o resta amico con quella parte di società che non mi appartiene. Davvero non mi importa. Conta solo che tu sappia che io ci sono.

Per te.

Certo, a dirla così sembra davvero un film. Perchè poi nella realtà non succede mai.

Ad esempio io sono certo che potrei benissimo fare delle topiche galattiche.

Visto che parliamo di film che so, mettiamo che una persona mi dicesse all’improvviso, senza nessun preallarme, così parlando di palo in frasca, che ha visto un film che lei ha amato nello stesso posto dove io l’ho visto amandolo allo stesso modo, io non sono così sicuro che le direi subito: sei te!

Ad esempio, proprio per far capire l’assurdità della cosa, se una mi dicesse “Hai mai visto “Entre chiens et chats”? (che poi è “Un uomo in prestito” in italiano) sai io l’ho visto a Parigi”  Io, che l’ho visto a Parigi davvero, la prima cosa che penserei non è: “sei te!” ma piuttosto “questa mi sta prendendo per il culo e c’è la fregatura da qualche parte” e magari finirei pure per farla incazzare.

Insomma riconoscersi è una cosa meravigliosa ma niente affatto scontata.

Che cosa direi oggi a una persona che riconoscessi, foss’anche, pure meglio, un amico?

Forse gli parlerei di quella canzone fantastica che mi emoziona sempre da morire scritta da Carole King. Quella che dice, vado a memoria e la scimmiotto, che quando il mondo e le persone mi gettano nello sconforto mi piace salire in cima al tetto di casa e guardare il mondo da lassù. Perchè è solo là che riesco a vedere le cose nella giusta prospettiva e a ritrovare il mio equilibrio.

E che se lui o lei, si sentisse mai nelle stesse condizioni, se vuole potrebbe salire con me sul tetto, perchè  là c’è abbastanza spazio per tutti e due.

 

 

Romanticismo

Roberto ha pochi anni più di me. E ha anche un sorriso fantastico che gli ho sempre invidiato. Uno di quelli che quando li vedi pensi che è bello che possano esistere persone così.

Roberto ha anche un’altra cosa che gli invidio: Sabrina, sua figlia, che si è sposata oggi. Una donna pazzescamente incredibile.

Nella sua stronzaggine.

E’ sempre stata una bambina tremenda. E’ diventata una donna micidiale.

Una capace di fare dei ragionamenti talmenti fini che si spezzano da soli. Un’intelligenza talmente pura che fa paura nella sua brutale forza che le è stata fornita dal  darwinismo che l’ha portata a essere così evoluta. Così più forte della massa di persone che ha intorno. Anche più di me.

Lo so, non ci vuole molto, ma fa comunque male ammetterlo.

Fa paura però perchè è soprattutto  un’anoressica dell’amore. Una narcolettica del romanticismo. Una per cui “Giulietta e Romeo” è solo il nome della pizzeria in via Roma. O che ne so una alla quale se un uomo le dice “Ti amo” lei risponde “Ok”, oppure “Grazie”. Una volta, ricordo un suo ragazzo che le portò in regalo al suo compleanno un mazzo di fiori e lei non  ebbe alcun ritegno nello sparargli, abbracciandolo, un rutto in faccia perchè aveva appena bevuto due bicchieri di Coca Cola.

Insomma una bestia.

Mi chiama zio. Io invece per prenderla per il culo spesso la chiamo “San Marzano” perchè il suo nome mi ricorda la confettura di pomodori che mia madre comprava quando ero piccolo. E lei si incazza e ogni volta mi dice “Zio tu saresti il mio uomo ideale se solo non fossi così,  come dire?, così carino ecco”

Perchè sa che questo fa sbroccare me.

Tuttavia siamo sempre andati d’accordo nonostante fossimo così diversi. Per me l’amore romantico infatti è tutto. E’  sempre stato una cosa stranissima,  per me. come mai a un certo punto, arriva una persona che in qualche modo altera il mio ritmo circolatorio. I suoi movimenti accelerano e rallentano la velocità del mio sangue, più o meno come il traffico e i terremoti. E poi questo pezzo di mondo si diffonde negli strati oscuri del tuo cervello e si mette a spostare i blocchi dei miei pensieri. E succede un casino dentro la testa con i neuroni che fanno le loro tracce. Nuovi tracciamenti, nuova vita. Le cosiddette nuvole chimiche dei nostri umori.

In questo modo io credo che alla fine tutti noi diventiamo sacchi pieni di pezzi di mondo buttati dentro a caso. A seconda della fortuna. Se sei sfortunato e non fai gli incontri giusti, diventi un sacco pieno di frattaglia morta, se sei fortunato, diventi un sacco pieno di belle cose.

Io, oggi, mi sento un uomo fortunato.

Sabrina invece,  non ha mai avuto in testa un uomo ideale. Per lei gli uomini sono sempre stata merce da usare quando e come gli andava. Una rapace, molto maschia nel suo femmineo. Una che non si è mai fatta scrupoli perché ha sempre saputo che nessuno se ne sarebbe mai fatti con lei. Un’anima in pena che spesso ha tolto quel sorriso meraviglioso dalla faccia del padre.

E’ successo anche oggi.

L’uomo che l’aspettava all’altare è un bravo ragazzo. Un ingegnere che lavora in una società a Livorno. Uno preciso, senza grilli per la testa. Uno che piace proprio tanto al mio amico Roberto e a sua moglie. Il classico uomo-cavallo che ha bisogno del morso di una donna forte per dare il meglio. Un uomo-femmina che giustamente si è accoppiato con una donna-maschio.

Matrimonio perfetto.

Quando Sabrina è entrata in chiesa sotto braccio a Roberto mi sono commosso. La ricordo bambina e vederla bella e splendente, nel suo giorno più felice, mi ha fatto lacrimare. Specie vedendo il sorriso fantascientifico del mio amico. Ho pensato che forse davvero Dio esiste e che, affanculo tutti gli atei, oggi era la prova della sua potenza.

Sabrina e il padre hanno fatto lentamente tutta la navata fino all’altare e i brividi non mi volevano abbandonare.

Poi lui la lascia al marito, la dona all’uomo che prenderà il suo posto nella vita della figlia come fa ogni padre e torna a sedersi accanto alla moglie.

Ma il suo sorriso è sparito.

Non me ne curo troppo. Penso che insomma, forse si è commosso anche lui. Che deve essere stato difficile lasciar andare Sabrina anche se è il momento e se sai che è pure la cosa giusta da fare e quindi non mi sono dato troppo pena.

All’uscita mi sono avvicinato a lui che continuava a tenere il broncio e ho cominciato a giocare e a scherzare pensando di tirargli su un po’ il morale.

Lui però non ci sta.

Insomma sembra insofferente. Poi mi prende sotto braccio serio e mi allontana da tutti e mi dice:

“Masticone sai che mi ha detto mentre stavamo andando all’altare?”

“Che ne so, Roby. Che era felice?” butto là

“No, magari. Invece mi ha detto – Babbo non penserei mica che io con questo ci passo davvero tutta la vita assieme eh?”

Back

Alla fine ritornano.

Così almeno dicono.

Quindi pure io, come tutti gli zombie che si rispettano, eccomi qua.

Londra è stata un sogno, un viaggio in un passato che sapeva di futuro. Difficile da spiegarsi e pure da accettare. Parlo ad esempio degli occhi disincanti di ragazzotto che mi sono accorto di non avere più e lo sguardo verso un domani che arriverà anche da noi che si percepisce ancora girando per le sue vie.

Su tutto un freddo bestia. Un freddo che avrebbe fatto venir la pelle d’oca anche a esquimesi in vacanza nella Big city.

Eviterò di smarronare gli zebedei a tutti su cosa ha significato per me tornare in London e le cose macroscopiche che sono cambiate e  le microscopiche in subordine. Mi limiterò a dire qualcosina, così, tanto per, nel caso qualcuno che capitasse a leggere queste righe dovesse andarci, specie per le Olimpiadi.

Obbligatorio fare il London Pass. Senza discussioni. Gli unici soldi ben spesi e che si recuperano facilmente. Londra è carissima e tutte le attractions costano un sacco di soldi. L’altro problema è che aprono tardi e chiudono presto e il Tube, per quanto fantastico necessita di un abbonamento. ma occhio al peak e all’off peak. Prima delle nove e mezzo non si passa e questo crea problemi se si vuole fare molte cose. E alle cinque chiude tutto.

Stavolta ho dato la precedenza a cose “alternative” e consiglio vivamente i tour del Wembley stadium e di Wimbledon e pure la visita al Kew Garden. So che le tre cose non c’appicano niente, ma santo cielo siamo da bosco e da riviera noi, no?

E già che ci siamo visita alla casa di Dickens e Benjamin Franklyn e Oscar Wilde.

Per quanto fatta e rifatta un saltino a Abbey road (sulla strada per andare a Wembley St John’s Wood) non guasta. Ricordarsi di fare la foto sulle strisce la mattina presto altrimenti fate incazzare la gente che guida e quella davanti agli studios fatela di corsa altrimenti esce “omino” che si incazza senza motivo ma non vale la pena discuterci.

Nei pub non è piu come una volta dove entravi e non ti rompeva le palle nessuno. Adesso devi consumare e spesso vengono a cercarti al tavolo. Costa caffè sta facendo il culo a Starbucks ma se prendete il caffe americano vi danno uno sbobbone con cui potete farci i gargarismi e Mc Donald sta sparendo (lo storico a Piccadilly ha chiuso). Pret a manger, la catena francese di sandwich rimane la meno costosa ma perchè fa panini che fanno cacare. Gli hamburgher di Byron non sanno di niente per quanto da fuori facciano pensare il contrario. E costano un sacco di soldi.

Se fate il giro allo Stamford Bridge stadium, alla stazione Fulham Bradway c’è un pub dove si mangia decentemente e soprattutto non si spende una mazza rispetto al 99% degli altri competitors. Se volete andare a Banqueting House (dove hanno tagliato la testa a Carlo I e il luogo citato nel romanzo Ventanni dopo di Dumas) ricordate che spesso è chiuso al pubblico per eventi di beneficenza e se partite apposta da lontano per andarci potete anche incazzarvi una volta arrivati.

Il Villaggio Olimpico sta in casa di Dio, o al casino se preferite. A est London però molte esibizioni le faranno anche a Wembley Arena e pure all’Earl Court exhibition center.

London Eye è una puttanata ma se proprio volete farla fatela la sera, National Gallery is still number one ma adesso, ‘sti stronzoni fanno pagare Leonardo, il British? beh… amici miei quante cazzo di cose volete fare? Il British necessita una visita apposta dall’Italia.

Apple center su Regent Street è un altro must. Ottimi i corsi che fanno a tutti indistintamente sui programmi IPAD. A gratis.

Last but not least se andate da Hamleys, il negozio di giocattoli più bello del mondo, ricordate di NON comprare le pistole che sparano bolle di sapone. Sono fichissime ma ve le sequestrano all’aeroporto pieno sempre di zelanti agenti che non sentono ragioni.

Che altro dire?

God save the fish and chips

Amen

London calling

Martedì prossimo vado a Londra.

Sono passati quasi quindici anni dall’ultima volta. Eppure negli anni ottanta era la metà principale dei miei tour di giovane universitario. E’ stata il primo amore e come tale, anche se poi dopo di lei, ho visitato mezzo mondo, e scopato con molte altre città, Londra continua ad avere un posto in prima fila nel mio cuore.

Un po’ come l’abbonato Rai.

La cosa che al momento, ancora oggi, mi fa specie è che ci vado in aereo.

Uno pensa: “ma che dici scemo, è normale!”

Al tempo amici. E’ normale per voi pischellini non per me. Insomma tu vai a New York o a Tokyo e sai che se ci vuoi andare devi necessariamente prendere l’uccello di ferro (non parlo purtroppo del mio). Ma io nel 1982, dopo la maturità feci il viaggio in pullman. Firenze-Londra Victoria Station, con fermate tecniche a Torino e a Parigi, piazzale Stalingrado per caricare altri disperati e pisciare ai bordi del marciapiede. 36 ore di viaggio ad andare e 36 a tornare.Una follia. Un’economica follia.

E così, adesso, pensare che in due ore sarò a Stanstead da Pisa è una cosa che mi manda fuori di testa.

Ricordo come fosse allora quel primo viaggio in corriera. Allora si poteva ancora fumare dentro i mezzi e c’erano i soliti debosciati che ne approfittavano rendendo la notte insopportabile. Feci amicizia con una splendida ragazza francese che si fermò a Parigi e che mi promise amore eterno nelle lettere a seguire che ci scrivemmo e che però non ho mai più rivisto, affamato com’ero di trovare la mia via nel mondo. Ho saputo molto tempo dopo, quando abbiamo smesso di restare in contatto che è diventata prof universitaria e passa per essere una luminare nel suo campo. Chissà se è felice…

Negli anni a seguire sono tornato in London con il treno. L’inter-rail è sempre stato il mezzo migliore per visitare l’Europa. Con il mio vecchio amico Carlo, per risparmiare soldi dell’albergo facevamo il tratto di notte Londra-Edimburgo e viceversa. Partivamo a mezzanotte da una città e arrivavamo alle otto di mattina nell’altra e la sera tragitto contrario. Tempo una settimana e la schiena era andata a puttane. Visto che noi eravamo piuttosto schizzinosi nel farlo.

Ho deciso che voglio rivedere cose che ho già visto con l’occhio di un vecchio satiro colpito da disillusione e non più con quelli del giovane spregiudicato con un’aspettativa di vita senza limiti davanti a se.  Chissà se c’è ancora Time-Out o i Venues di allora. Il Laserium ha chiuso. Madame Tussaud non mi frega più e London eye, ma per favore…..

Però un saltino ai frati neri e a Wimbledon e al villaggio olimpico why not?

Concerts? non so……. di sicuro no musical. Ho già dato.

In fondo però tutto quello che vorrei è ritrovare un po’ dell’entusiasmo di quegli anni. So che è una cosa velleitaria, perchè si sa, “you can run but you can not hide”.