La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Lo so che stai leggendo…

Qualche anno fa, frequentando un gruppo di pseudo-intellettuali, sono finito a uno di quei dibattiti che amavano organizzare. Il tema a me caro, la questione carceraria in Italia e il sistema delle pene, mi fecero scaldare e partecipai attivamente. Nonostante nel tempo abbia imparato a controllarmi, quando sono in serata, posso dare ancora spettacolo. Quella sera detti il meglio (peggio?) di me. Non fu difficile. Gli uomini dall’altra parte del tavolo erano personalità che il “povero Giannino” (il dadaista più coraggioso di tutti i tempi) avrebbe definito “Miserabili”. In particolare ne conoscevo uno, E.F, da anni, che si vantava di essere un esponente di spicco dell’Italia dei Valori. E, proprio come il suo padrone immobiliarista molisano, diceva cose che un qualsiasi essere umano dotato di una minima empatia verso suo simile avrebbe definito aberranti. Oltre a ribattere punto su punto alle sue puttanate intercontinentali mi permisi di fargli notare che lui, E.F., era stato nel tempo anche “esponente coglione di spicco” del partito liberale prima e della lega nord poi. Lega nord. In Toscana. Coglione superstar. Tu che leggi. Sei un coglione superstar. Lega Nord. Toscana. Basterebbe questo.

La serata finì una specie di rissa.

Transeat.

Qualche settimana fa indovinate in quale lista elettorale trovo il nome E.F. , il coglione superstar?

Esatto. In quella.

Siccome, a quanto pare, non ho imparato un cazzo dalla vita, non sono riuscito a resistere e sono andato a vedere un altro dibattito/comizio del coglione superstar. Giuro che mi ero imposto di non dire niente. Davvero, coglione superstar che stai leggendo, non volevo rovinarti la platea. Volevo solo sentire se avevi cambiato musica, ma all’ennesima puttanata interplanetaria, mi sono sentito in dovere di urlare ricordandoti che eri stato “un esponente di spicco” di PLI, Lega Nord e Italia dei Valori prima di stare con il fascistoide. Mi fu chiesto più o meno gentilmente di andarmene. Usarono la stessa delicatezza che mi fu riservata dai suoi amici nel blog più famoso d’Italia quando dopo aver postato un commento negativo fui insultato e messo alla gogna per giorni da tutti e dopo un po’ vidi cancellato il mio intervento (hanno fatto male pure quello perchè se uno digita sul loro sito il mio nome e cognome,  appare ancora quando  ho scritto. Hanno solo cancellato il contenuto. Pezzenti).

Ieri alle ore 10:32, con numero rigorosamente anonimo E.F. mi ha telefonato per spernacchiarmi e lanciarmi avvertimenti in stile “Ancien Règime”.

Ora, caro E.F., mio adorabile coglione superstar, stai tranquillo non ti denuncio come forse vorresti. E non ti vengo nemmeno a cercare, ma solo perchè ho altri cazzi più importanti che mi rugano al momento.

Io lo so che stai leggendo. Lo so e basta. Ti dico solo una cosa:

Io non ho paura di te.

Anzi due.

Stai attento!

Le cose assurde che cambiano la vita

Difficile negare che i giovani, oggi, vivano con l’assillo di molti problemi. Per loro fortuna sono almeno dispensati  da una cosa che toglieva la serenità a quasi tutti quelli del mio tempo: il servizio militare. Inutile farne la storia ed elencare i suoi (pochi) benefici e i (tanti) disagi.  Quando fu il mio turno ero già grandicello e questa cosa aggravava il malumore nell’avvicinarmi ad esso. Tutti coloro che andavano all’Università, infatti, avevano il terrore di doversi sottoporre, a 25/26 anni, al nonnismo idiota di ragazzini dementi che magari appena 18enni, spesso, manco avevano la proscienza elementare. Mi sembrò così di sognare quando scoprii che avrei potuto farlo, invece, con relativa facilità come ufficiale di complemento in Guardia di Finanza.  Detta facilità consisteva nel fatto che i posti erano riservati unicamente a laureati in economia o giurisprudenza e questo tagliava fuori una marea di gente. Soprattutto però,  l’esame per entrare era solo per titoli. Nessun esame. In altre parole contava unicamente il voto di laurea. Per quelli come me, con la lode, l’accesso in accademia era, quindi, di fatto, matematico. Si trattava solo di superare delle prove fisiche e dei test psico-attitudinali. Insomma una pura formalità.

Si. Per gente normale.

Non per un Minus Habens come sono io.

Perché io, se ho una qualità, è quella di incasinare le cose semplici. In quello sono un vero asso. E’ più forte di me. C’è chi nasce con il pollice verde, chi pescatore, chi giocatore di calcio. Io nasco testa di cazzo. Sopraffina, è vero, ma questo non è per niente consolante. Non so, davvero. Credo che sia una specie di cromosoma sbagliato, quello che mi impone di andare a cacciarmi in toboga di merda dai quali ne esco sempre, immancabilmente, ammaccato.

Le prove fisiche furono in effetti una cosa ridicola. Il test psico-attitudinale lo sarebbe stato se solo avessi dato retta al buon senso del buon padre di famiglia che avevo pure studiato negli esami di diritto. C’erano un centinaio di domande volte a comprendere lo stato psicologico del candidato. Era del tutto evidente che avevano bisogno di pezze di appoggio per dimostrare che i futuri ufficiali fossero delle persone quanto meno equilibrate.  Era composto con delle frasi lasciate a metà e noi dovevamo finirle aggiungendo il nostro pensierino. Cose del tipo: “Le persone alle quali voglio più bene nella vita sono…….”, oppure “Se incontro due individui per la strada che litigano io……” e via di seguito. Mentre stavo pensando all’enorme perdita di tempo e alla noia che mi era presa, inserendo pensierini dementi sul fatto che “se faccio un incidente stradale….farò  di tutto perchè si possa  compilare amichevolmente il Cid”, mi imbattei in una frase che mi fece profondamente incazzare. Proprio dentro.

Era questa (giuro su qualsiasi cosa) :

“Merita di morire chi………..”

Andai in bambola. A  quel tempo non ero in grado di gestire bene la rabbia. Non che oggi sia diventato un maestro, ma allora era peggio. Molto, molto peggio. Lasciai lo spazio bianco e finii tutti gli altri pensierini. Mancavano ancora quaranta minuti alla consegna. E per quaranta minuti mi sono logorato nel pensare cosa scrivere che non fosse una cosa che andasse contro i miei principi. Alla fine presi la decisione: feci un rigone con la penna sopra quella cosa e scrissi “Vergognatevi: secondo me, nessuno merita di morire”. E consegnai. Dovevamo aspettare il responso. Gli idonei sarebbero stati lasciati uscire subito, i rimandati avrebbero fatto anche gli orali. Inutile dire che fui rimandato. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere in vita mia. Non una bella sensazione. Il peggio però doveva ancora venire. L’esame orale era davanti a un capitano e a uno psicologo. Mi fecero sedere e mi mostrarono il  “compito” che avevo consegnato e il capitano mi disse:

“Ma si rende conto cosa ha fatto?”

Ora. Ecco. Brutto testa di minchia. secondo te? – pensai. Mi limitai solo a rispondere: “In effetti, lo ammetto, il rigone è venuto storto. Mi scusi”

Mi massacrò. Una serie di contumelie difficili da incassare. Lo psicologo accanto a lui, guardava da un’altra parte, credo per l’imbarazzo e spero, vergogna. La voglia di saltargli addosso era tanta e, forse, chissà,  fosse ciò che voleva. Rimasi zitto. Mi ricordai che mia madre mi aveva insegnato, da piccolo, che una bocca zitta ne zitta cento. Non dissi una parola. Continuò dicendo che non era importante cosa pensavo, ma solo che ubbidissi. Non importava se ero a favore o contro la pena di morte dovevo solo rispondere e ubbidire. Cancellando la frase era, per lui, come se avessi fatto un colpo di stato. Ero diventato un pericoloso sovversivo. Mi ero messo contro il sistema. Se ci penso oggi mi viene da ridere ma in quel momento schiumavo rabbia.

“Lo ammetta Masticone, lei è un anarchico di merda. Lo dica chiaro. Mostri coraggio una volta e non si nasconda come fate sempre voi altri” . Era troppo.

“Solo se lei ammette che sarebbe voluto entrare nei Parà della Folgore che però l’hanno scartata ed è venuto qua a selezionare solo uomini che le assomigliano”

Diventò rosso come un peperone. Lo psicologo spostò dietro la sedia e, non visto dal capitano, mi faceva segni di star zitto e non dir niente. Come a dire “non ti preoccupare, poi dopo ci penso io”.

Ci pensi te un cazzo, stronzo.

Il capitano urlò: “poteva scrivere che merita di morire chi tradisce la patria, chi ammazza i genitori, chi stupra bambini, chi sta male e non può guarire, un animale ferito perché non soffra più, una gallina per farci il brodo, il maiale per mangiare il prosciutto, persino chi non crede in Dio, ma doveva rispondere”

“Chi non crede in Dio???????” feci “ma lo sa che le Crociate sono nate per via di persone intolleranti come lei?”

La discussione si spostò allora  sul ruolo delle Crociate. Lo psicologo con le mani tra i capelli. Io e quel coglione a discutere se le crociate fossero state giuste o sbagliate. Alla fine mi urlò che non mi avrebbe escluso solo perché sapeva che, con tipi come me avrebbe avuto solo che da rimettere, perché avrei impugnato l’esclusione e ci sarebbero stati ricorsi e contro ricorsi e un frocetto  come me non aveva niente da perdere ma lui si.

Amen.

Pensai che fosse finita là. Ma scordai una cosa che tutti gli ebrei sanno sin da quando hanno l’età della ragione. Gesù, infatti, sarà stato pure l’uomo più buono della Storia, ma suo padre però, eh beh, come dire,  è si, suo padre è un tantinello vendicativo, ecco. Insomma, quella cosa delle Crociate con cui avevo argomentato, mi sa che proprio non gli era andata mica tanto giù. E presentò il conto.

Per una sorta assurda e incredibile di coincidenze e di omissis che non sto a raccontare, molti mesi dopo, sia pur per un brevissimo periodo, fui assegnato sotto il comando proprio di quel tizio. Che, non solo si ricordò di me, ma decise di farmela pagare alla sua maniera. Fui assegnato a una scorta di un prigioniero, che doveva essere tradotto in un carcere.  Fatte le ovvie, dovute, proporzioni, mi sentii come quei tenentini imberbi che venivano mandati a combattere in Vietnam senza sapere un cazzo di ciò che poteva succedere. Feci l’unica cosa ragionevole che mi venne in mente. Presi il sottufficiale in carriera assegnato, uno scafato,  e gli dissi “Si fa come dice lei.”. Lui capì. Non dovevo essere il primo coglione a passare quelle forche caudine. Dopo che ebbe impartito tutte le disposizioni, ne dette una anche a me: “Mi raccomando signor Tenente, non dia nessuna confidenza”.

Non saprei ancora bene dire come ma, quel viaggio, è stata una delle cinque cose che mi hanno cambiato la vita. Se dovessi fare una lista lui sarebbe sicuramente dentro. Eppure non successe nulla. O, come invece mi piace pensare, tutto. Il tipo in questione era un pluri condannato. Una cosa di mezzo tra un terrorista e un mafioso, non ricordo bene.  Non ricordo nemmeno il suo nome. Il suo volto si, però. Il suo volto non lo scorderò mai. Ogni tanto torna a trovarmi persino di notte. Senza che parlassimo tra noi due si instaurò un rapporto. Non so dire meglio. Eravamo là dentro e senza dire una parola abbiamo parlato per ore. O forse era solo la mia immaginazione, non so. Ad un certo punto mi disse:

“E’ la prima volta vero?”

Lo guardai e non risposi. Non con le parole almeno. Nei suoi occhi c’era quel “qualcosa” che è stato poi ciò che mi ha cambiato. Potrei descriverlo in mille modi e lo stesso tutti non sarebbero sufficienti a rendere l’idea. Dirò allora solo che dentro di essi era stramaledettamente chiaro il disprezzo per la divisa che indossavo e il ruolo che ricoprivo, ma allo stesso tempo il grande rispetto per la mia persona. Sentivo che se avesse potuto avrebbe ammazzato l’ufficiale, ma salvato l’uomo. Lo so. Sono pazzo. Però questo è ciò che avvertii. Comunque non risposi niente e, lui dopo un altro po’, aggiunse:

“Ti dico una cosa…… Non ti ci abituerai mai”

Mi sembrò un complimento o qualcosa del genere. E credo avesse ragione. Fare il carceriere di altri uomini è, per me, contro natura. Non può esistere uomo, nella mia concezione di mondo, che possa davvero pensare di poterlo fare a lungo. Oppure, chissà, proprio la natura fa in modo che una piccola parte di noi sia predisposta davvero ad andare contro la sua specie. Io di sicuro no. So che verrò insultato per questo e mi scuseranno i secondini, ma prima di dover fare quel lavoro per campare, io andrei a rubare.

Poco prima del carcere gli chiesi:

“E tu ti ci sei abituato?”

Sembrava un duro. Uno di quelli con i quali è bene non avere a che fare. Ma sempre quel qualcosa nei suoi occhi mi rispose che no, nemmeno lui c’era riuscito ad abituarsi a vivere così. In una scatoletta. Quando entrammo dentro la galera avvenne la mia trasformazione finale. Successe quando sentii chiudermi dietro il grande portone e avvertii il senso di dove ero finito e  mi venne da vomitare. Una sensazione di panico totale. Di smarrimento. Di cattiva percezione della realtà. Dovetti correre in bagno e scatenai i risolini delle altre guardie che vedevano “il pischello” non avere gli attributi giusti per reggere il colpo. L’unico che comprese cosa provavo fu solo quell’uomo. Mi guardò a lungo mentre lo portavano dentro, stava cercando di farmi forza. Lui a me. L’unico che capiva cosa stavo provando. Ed era un carcere normale. Non uno di massima sicurezza.

Come è cambiata la mia vita? E’ che finito il servizio militare in carcere sono tornato. Come volontario. Molte volte. (a proposito si può pure donare il 5 per mille ad associazioni come AVOC, volendo…). E, anche se non ho più vomitato, quel senso di angoscia l’ho sempre provato. Ogni volta. Ogni singola volta che ho varcato la soglia tra la libertà e la cattività. Soprattutto ho compreso benissimo il perché  in carcere, si può impazzire o togliersi addirittura la vita. Ho sentito la percezione di disgusto verso gli altri e verso se stessi che regala una qualsiasi permanenza dentro una gabbia. Nessun uomo dovrebbe stare a lungo dentro una gabbia. E neppure nessun animale  e occorrerebbe abolire pure gli zoo, da subito.  Ho maturato molte forte dentro di me che, non solo, la pena di morte è una cosa assurda ma allo stesso modo è orrendo l’ergastolo. Condannare un uomo all’ergastolo è un abominio. Non importa cosa abbia fatto. E per far incazzare tutti aggiungo ancora che il 41-bis è l’abominio tra gli abomini. Che è tortura legalizzata. Che la sopportiamo perchè crediamo che non possa mai capitare a persone perbene. Ma gli occhi di quell’uomo, quel giorno, mi hanno fatto capire che possiamo disprezzare cosa hanno fatto e i loro ruoli nella società ma occorre salvare le persone. In carcere, per me, non ci sono persone malvagie, ci sono solo PERSONE. E basta. (Ed evito di parlare di Guantanamo e affini perchè non voglio essere bannato dagli Usa).

Non voglio tirar fuori Beccaria e il Panopticon di Bentham. Voglio dire che io mi incazzo profondamente quando sento che qualcuno dice: “Gli hanno dato solo dieci anni a quello”, oppure “Meritava molto di più”. Provate a starci una settimana in galera e poi mi dite. Il tempo è tutto ciò che abbiamo su questa terra e, fatti salvi i diritti della comunità di vivere in standard di sicurezza decenti, la stessa società ha il DOVERE di recuperare coloro che hanno trasgredito alle sue leggi, financo con delitti di sangue e comunque di fargli scontare la pena in condizioni umane. Ecco perchè la protesta di Marco Pannella è sacrosanta e perchè, essa, mi ha convinto a tornare a votare dopo quasi 15 anni e, come è sempre successo ogni volta che l’ho fatto (tranne una volta che votai l’Ulivo di Prodi per poi incazzarmi con D’Alema), voterò di nuovo per i RADICALI. Che sono teste di cazzo, voltagabbana e pezzi di merda ma che sono gli unici con cui mi sento davvero a casa. Oggi come allora, quando ero giovane e ci credevo davvero.

Perchè anche io, in fondo, sono proprio come loro.

No man’s land

No man’s land, la terra di nessuno è un posto in cui molti di noi si ritrovano spesso, troppo spesso, figurativamente, a vivere.

E’ anche il titolo di uno dei film più belli del decennio scorso, scritto e diretto dal bosniaco Daris Tanovic, ambientato nel 1993 durante la guerra serbo-bosniaca. Racconta la storia di due soldati, il bosniaco Čiki e il serbo Nino, che si ritrovano in una trincea tra le due linee nemiche, nella terra di nessuno, appunto. Un terzo soldato bosniaco Cera, creduto morto, riprende conoscenza, ma non può muoversi perché ha sotto di sé una mina balzante, che esploderebbe se lui si alzasse. Un soldato francese della Forza di protezione delle Nazioni Unite interviene per risolvere la situazione, anche se incontra molte difficoltà da parte dei suoi superiori, più preoccupati di rispettare la linea ufficiale di neutralità verso le parti che di aiutare realmente i tre soldati. A raccontare il tutto c’è la reporter inglese Jane Livingstone, che porta a conoscenza del mondo occidentale la situazione e denuncia come gli alti comandi abbiano più interessi di immagine rispetto all’aiuto reale per la gente. Il finale tremendo, che non svelo per non rovinare la visione a chi intendesse vederlo (adesso si trova a gratis pure su You Tube) torna spesso a visitarmi, nella mia mente. A ricordarmi che cosa significhi in fondo vivere nella NO MAN’S LAND.

Spesso ci ritroviamo infatti dentro quella terra a riflettere su quale scelta ci costerà di più. In mezzo a folle sempre inquiete che cercano di portarci dalla loro sponda. E arriviamo perfino a pensare che là dentro possiamo essere immuni da errori e pure dai dolori di una qualsiasi scelta, anche se vediamo le vittime della vita andare e venire davanti ai nostri occhi. Qualcuno che decide di vivere la propria tragedia altre che si fermano a guardare. Quasi tutti che fanno finta di non vedere. Perchè nella No man’s land, non vedere è la regola. E per assurdo diventa anche il posto più sicuro dove stare.

Eppure senza un qualche tipo di rischio, la libertà che crediamo di avere è solo un’illusione. E così capita che a volte il nostro destino ci sembra che sia quello di cercare sempre e non trovare mai, perchè nella notte buia cavalcare l’onda in continuo cambiamento di cui non riconosciamo la cresta, è difficilissimo. Prendere posizioni è la cosa più dura al giorno d’oggi. E alla fine rimaniamo là fuori, nella terra di nessuno a vedere il mondo che ci gira attorno.

Bene allora il mio augurio per tutti è proprio quello di riuscire a scappare da essa e riuscire a trovare la nostra casa.

Se ce l’ha fatta Jovanotti, possiamo farcela anche noi.

Buon anno.

Il mostro di “Vega” (Space Oddity version)

Ogni persona ha un desiderio segreto che non riesce mai, per un motivo o per un altro, a soddisfare. Il mio è  quello di diventare Vegano, o quanto meno vegetariano.  E’ sempre stata una cosa che è in cima alla mia lista dei “to do’s”. Lo vorrei fare per motivi etici. Credo che mangiare la carne di altro essere vivente sia, se uno ci pensa bene, veramente una cosa orribile.  In più, mentre se ancora può essere accettabile il ciclo della vita “cacciatore-preda che può scappare”  trovo aberrante l’idea di allevare per poi scannare polli e maiali. Sembra che, quando un maiale viene ucciso, abbia l’intelligenza di un bambino di 4 o 5 anni e sia in grado di capire che cosa  gli stia capitando. E chiunque sia mai stato vicino a un macello e abbia sentito le urla di quegli animali sa che cosa intendo. Come ebbe modo di dire il grande filosofo Theodor W. Adorno: “Auschwitz comincia quando si vede un macello e si pensa: ‘sono solo animali’”.  E per citare anche Leonardo da Vinci: “verrà un giorno in cui uccidere un animale sarà considerato allo stesso modo che uccidere un essere umano”.

Allora, perchè non riesco a cambiare? Beh, perchè sono un invertebrato, senza palle. La dimostrazione più lampante di come la strada per l’inferno sia lastricata di buone intenzioni. Soprattutto sono un drogato. All’ultimo stadio. Provate a chiedere a uno che ha nelle vene eroina da quando è nato, se si può accontentare di metadone e vedrete. Per gente come me non c’è più speranza.  Solo cercare di limitarsi. C’ho provato almeno cinque volte a disintossicarmi per diventare una persona civile. L’ultima volta ho battuto il mio record: sono riuscito a durare addirittura una settimana.  Una settimana di seitan dovrebbe garantirmi il paradiso. Una settimana di seitan è peggio di un mese a Guantanamo. Una vera tortura.  Sono però crollato davanti al profumo di un panino con la porchetta che un mio amico, vero spacciatore di bovini, mi ha fatto passare sotto il naso dopo che io avevo giurato che avrei resistito a tutte le tentazioni. Il bastardo godeva nel vedermi gemere e poi supplicare per un pezzetto di cotica che lui mi ha regalato con il gusto di Lucignolo che sa di aver riportato Pinocchio sulla cattiva strada. So come si sentiva. Era capitato anche a me la stessa cosa. Una volta ho avuto una storia con una donna buddista. Una vera vegetariana, una pasionaria. Tempo pochi mesi ed ero riuscito a contaminarla. La vestale si lasciò convincere a cucinarmi e poi a mangiare dei succulenti manicaretti a base di porco e cacciagione varia. Avevamo raggiunto un grado di follia tale che, in intimità, anzichè dirci le solite “maialate”, ci eccitava chiamarci l’un l’altra: “Besciamella mia” o “Bella Mousse di mamma” mentre lei mi ricambiava con “Polpettone mio” anche se l’orgasmo lo raggiungevo quando mi sussurrava all’orecchio “sei il mio Ragù di carne”

Scene tratte dal film “Un pesce di nome Masticone”.

Mi è tornato in mente tutto questo ieri, in uno dei momenti più brutti della mia vita.  Ho firmato la proposta di vendita di casa dei miei, quella in cui sono cresciuto. In realtà svenduta solo per fare casa e dare una chance all’azienda. Sarebbe troppo difficile spiegare le sensazioni che mi sono passate nel cuore. Le immagini di mio padre che, per pagare il mutuo che avevano accesso per comprarla, si è spaccato la schiena e si è beccato una depressione formidabile dalla quale non è mai piu uscito e che poi l’ha portato alla tomba e mia madre che faceva qualsiasi cosa pur di tirare la cinghia e risparmiare per farci andare avanti. Perderla, praticamente regalandola, solo per raccattare qualche soldo utile a superare la crisi economica è una cosa che non auguro a nessuno. Ora,già detta così, sarebbe durissima e, nella mia dabbenaggine, ero convinto che Dio si ritenesse soddisfatto di avermi umiliato a questo modo. Insomma, dai,  poteva anche bastare. Invece il signor Universo aveva preparato per me l’effetto speciale. Perchè, in effetti, esiste una cosa peggiore che svendere la casa della tua giovinezza e che è costata una vita di sacrifici ai tuoi.  Proprio così. Ed è vendere quella casa a qualcuno che, in cuor tuo, veramente disprezzi! Per fare un paragone blasfemo è  un po’ come portare personalmente tua figlia a farsi scopare da un mostro, solo per guadagnare quattro soldi per tirare avanti.  Il tipo in questione, in realtà, qualora non lo si conoscesse, potrebbe sembrare anche un innocuo uomo anziano, con problemi di udito, una moglie che non smette un secondo di ragliare e la prostata che gli sta per presentare il conto. Io però so chi è.  P. era un amico del mio vecchio, uno che giocava a carte con lui al bar che mio padre frequentava e che sapeva benissimo i sacrifici che lui aveva fatto e pure le difficoltà che sto affrontando adesso io e, lo stesso, voleva a tutti i costi la casa a quasi metà prezzo. Non sapevo che c’era lui dietro. L’ho scoperto troppo tardi. Di nascosto era andato all’agenzia immobiliare dove l’avevo messa in vendita e abbiamo avuto una lunga trattativa per interposta persona. Ketty, la mia amica agente, una furbettina che conosco da anni, me l’aveva tenuto nascosto.  Pecunia non olet, deve aver pensato. Dopo mesi in cui non c’era stato nessun altro vero interessamento e visto la gravità della mia situazione avevo deciso di dire si all’offerta indecente. Con molto rimorso nel cuore. Non avevo mai pensato che avrei potuto accettare la proposta di qualcuno che ti mette la pistola alla tempia e ti dice “O la casa o la vita”. Quando ho scoperto chi era l’ignoto acquirente, per un attimo ho pensato di mandare tutto a monte. Ero  arrivato già incazzato per come si era comportato durante la trattativa cercando di prendermi a tutti i costi per il collo e, scoprire che era lui, che mi ha visto crescere ed era presente pure al funerale dei miei, mi ha fatto quasi vomitare. Quei quattro soldi che mi avrebbe dato però mi servivano troppo per potermi permettere un atto di orgoglio.

Ground control to major Masti, Ground control to major Masti Take your protein pills and put your helmet on 
(Ten) Ground control (Nine) to major Masti (Eight) (Seven, six) Commencing countdown (Five), engines on (Four) 
(Three, two) Check ignition (One) and may gods (Blastoff) love be with you

L’ho visto giungere dalla grande finestra dell’agenzia e si muoveva in modo strano. E’ evidentemente un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. Il famoso pezzo di merda P. è  così entrato nella stanza con un passo che sembrava che stesse danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Poi mi ha sorriso e ha aperto le braccia come a dirmi “C’est la vie””. Mi sono sentito una caccola, piu o meno come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori. Ho deciso allora di essere zen e di tenere un contegno. Volevo essere all’altezza del supplizio che il signor Universo mi aveva regalato. Ho sempre ammirato coloro che sul patibolo, per quante mostruosità hanno compiuto nella vita, si comportano come dei galantuomini e così sono diventato coprofago, uno d’annata intendo e mi sono abboffato di lei fino a diventarne satollo. E se non è essere vegano questo…

This is major Masti to ground control, I’m stepping through the door And I’m floating in a most peculiar way And the stars look very different today Here am I sitting in a tin can far above the world

Poi mi ha detto: “Apperò, hai perso altri capelli eh?”. Un vero simpaticone. Un sorriso di plastica sulla mia faccia messo con una fatica indescrivibile non l’ha dissuaso dall’andare avanti: “Secondo me hai avuto un tracollo sai?” e ride. L’ ho guardato con sdegno e gli faccio: “Puoi allora chiamarmi Tracollo Do-no-sor, se ti piace di più”. Lui, ovviamente, non capisce la battuta. Anzi non capisce un cazzo, ma questo non conta.  Pensa allora di tranquillizzarmi:  “Gli affari sono affari. Niente di personale” chiosa serio. E, mentre Ketty scrive la proposta finale che avremmo dovuto firmare , P. si mette a parlare, con la moglie che gli stava accanto, e a discutere di magnate e bagordi straordinari. Di bisteccone e rosticciane e tutta la gamma di serie che, se solo me l’avesse a suo tempo la buddista, sarei venuto senza nemmeno toccarla ma che, detto da lui, mi manda in “bestia”. Giusto contrappasso.  Lui non è vegano. E’ però un mostro di Vega, il pianeta da dove venivano i mostri che attaccavano Goldrake. E sentire i suoi refrain, i magna che ti rimagna, mi ha fatto venire a schifo pure l’amata porchetta. A quella merda  è venuta la gotta al cervello. Ketty gli chiede al volo dei dati e lui, debole all’apparato acustico non capisce. Ketty ripete e lo scemo ride sgangherato senza motivo. Ride grasso come un uomo non dovrebbe mai ridere quando sta rubando qualcosa a qualcun altro, anche se la rapina è legale, e dentro la sua bocca vedo agnelli uccisi con pistolettate di chiodi alla testa e sento maiali che urlano al macello. E il silenzio dei bovini mi chiede giustizia. E allora decido di vendicarli tutti.

Alabarda spaziale.

Lo guardo e gli dico:

«Sai se slasti la zattera?»

«Eh?» risponde il beota.

«Poppa. Perché mi hai fangato la Mara?»

«Eh?»

«Poppa. Scusi ma mi sembra un po’ abnoido, forse anzi sbristi?

«Eh?»

«Poppa. Ibrahimovic?»

«Eh?»

«Oh basta, per Dio» interviene Ketty che pur capendo il perchè lo stessi facendo urla «Masti, ma sei scemo?  ti sembra il caso di fare la supercazzola adesso?» P. con la velocità intellettiva di un bradipo in letargo capisce solo quest’ultima parola e si incazza con lei:

«Lei come si permette di darmi dello scemo e di offendermi?»

«No, guardi, mi scusi io stavo dicendo a lui…» fa indicando me.

«No, no, non faccia la furba. Ho capito benissimo. Lei ha usato anche la parola cazzo, oltre che scemo. Io la denuncio sa?.»

«Ho detto supercazzola, che è diverso..»

«Lei è una maleducata, le va bene solo perche sto facendo un grande affare altrimenti non finiva qua»

Io e Ketty ci guardiamo e abbiamo lo stesso pensiero. Se lo merita, di essere ucciso intendo. E  così gli dico:

«Ma Dersu Uzala ha letto i Prosposi Messi?»

«Eh?»

«Poppa» diciamo all’unisono io e Ketty dandoci il cinque immaginario., per un nuovo patto di sangue e di amicizia, di cui, so bene, presto mi pentirò. Siamo una perfetta coppia di cattivi da hard boiled americano.

Per contrastare il nostro strapotere culturale è intervenuta la moglie del mostro che ha prosaicamente chiesto di firmare il tutto e sciogliere la riunione. Al momento in cui ho preso la penna in mano per apporre la firma che avrebbe sancito la fine dei sogni che furono dei miei tanti anni fa sento un mancamento

Ground control to major Masti, your circuits dead, there’s something wrong 
Can you hear me, major Masti? 
Can you hear me, major Masti? 
Can you hear me, major Masti? 
Can you…..

Firmiamo, senza fiatare, senza parlare senza fare un cazzo.

Quando si muore dentro, si muore quasi sempre cosi.

Esco di corsa. In realtà scappo. La vergogna del fallimento mi prende alla pancia. A furia di magnarmi porchetta e affini mi sono magnato anche l’eredità dei miei. Almeno fossi  bulimico. Mi guardo attorno e tutto si sta muovendo nello stesso modo che poche ore prima. Non frega niente a nessuno. E io mi sono messo a guardarlo decidendo di lasciarmi andare.

Here am I sitting in my tin can far above the Moon Planet Earth is blue and there’s nothing I can do

L’assurda banalità della normalità del ciclo della vita

Lucca deve essere una città cara agli angeli, visto che piove sempre. Oggi però è un giorno più cupo e triste delle nuvole che venendo dal mare in genere si schiantano sui colli che la circondano.

Stamattina è morta Chiara.

Nessuno merita di morire, ma qualcuno meno di altri. Chiara apparteneva a questo gruppo. Era malata da tempo, il male l’aveva logorata un pezzo alla volta. Gli aveva portato via uno dopo l’altro pezzi di vita. Prime le speranze e le aspettative poi parti del suo corpo. Uno dopo l’altra. Aveva un tumore dentro la testa che sembrava un mandarino, dopo che glielo avevano tolto un altro dal seno e dalla schiena. Lei però lottava come una guerriera. Aveva deciso di scriverci un libro che si era autopubblicato su ilmiolibro di Repubblica. Lo faceva, mi disse, solo perchè le dava conforto far sapere chi fosse e che cosa le stesse capitando a quelli che vivevano la sua condizione. Era certo che avrebbe vinto e voleva aiutare gli altri a fare lo stesso e perchè voleva aiutare a finanziare la ricerca sul cancro. “Io ci metto due soldi e se qualcuno lo compra forse possiamo aiutare a sconfiggere questa bestia. Io non voglio un centesimo” Alla sua presentazione, in libreria, non si poteva entrare. C’era un muro di folla. Solo per farsi fare un autografo da lei dovetti aspettare venti minuti di fila e quando alla fine lo fece si mise a ridere perchè, mi disse, lei era una mia fan accanita e non poteva credere che proprio io ne chiedessi uno a lei. In realtà io non valgo l’unghia del suo alluce. Quando ho presentato i miei tutta quella gente me la sono sognata. Questo perchè Chiara era più di una scrittrice. Chiara era una gran donna.  Tutti lo sapevano. Una che dava conforto agli altri senza chiederlo per sè. Era la madrina di una delle mie figlie e aveva preso quella cosa con serietà. Andava spesso a trovarla perchè diceva che voleva starle vicino, almeno finchè poteva. Essendo molto intelligente sapeva a cosa andava incontro e con ironia ci scherzava sopra. Aveva persino detto al marito che avrebbe capito se lui avesse fatto altri progetti. Eppure non mollava un centimetro. Voleva a tutti i costi lavorare. Stava attaccata alla vita con ogni sua fibra. Non accettava che le si parlasse di pensionamento anticipato o messa in malattia permanente. Lei ambiva a essere trattata come una persona normale. Diritti e dovere inclusi. Era convinta che ce l’avrebbe davvero fatta ed era stata così brava che aveva convinto tutti. Poi qualche settimana fa le cose si sono aggravate. Aveva bisogno dell’ossigeno. Sempre e comunque. Non riusciva più a far niente senza la bombola. Aveva capito che era entrata in una strada a senso unico e lo stesso non mollava. Le sue nuove condizioni deficitarie hanno impedito il proseguimento delle terapie come la chemio e la radio e questo ha accellerato il processo degenerativo. E poi contemporaneamente è morta una sua cara amica che aveva conosciuto in ospedale, una che combatteva con lei e questa cosa le ha tolto sicurezza. E ha cominciato ad aver paura. Cazzo. E me lo raccontava pensando che io potessi reggere l’urto. Mi raccontò di come, quando si sdraiava, sentisse che non poteva respirare e provava la sensazione di affogare. Una volta, facendo la tac, dentro quel toboga sentì arrivare la fine ed ebbe il terrore di non uscire da quel buco fin quando non le infermiere non la tolsero da là e la abbracciarono per decine di minuti per tranquillizzarla. Non poteva più far le scale, ogni giorno poteva fare sempre qualcosa di meno. Mi ha detto oggi la madre che da venerdì non dormiva più. Porca di quella troia maledetta. Aveva deciso di non dormire più. Aveva paura che se si fosse lasciata andare non si sarebbe più svegliata. E così se ne stava seduta sulla poltrona, attaccata alla vita che la voleva abbandonare. Fino a quando ha cominciato ad aver problemi di respirazione anche da seduta e supplicava la madre “Aiutami mammina, ti prego, aiutami”. Cosa si fa quando tua figlia sente che sta per morire e tu non sai che fare? mi ha chiesto la donna sperando che potessi darle una risposta. Ha chiamato il medico che le ha detto solo di starle vicino. Lei s’è incazzata e ha chiamato l’oncologo che l’ha fatta ricoverare e l’hanno bombata di morfina, stordendola. E lei in ospedale, ancora seduta, ancora attaccata alla vita, senza alcuna volontà di addormentarsi. Poi, ha chinato la testa e ha detto: “Vieni qua e dammi un bacino, mamma” e se n’è andata.

Stamattina sono andato a trovarla. Per l’ultima volta. Oggi però a Lucca ci sono anche i Comics. L’evento dell’anno. Duecentomila persona che invadono la città vestendosi da ogni cosa. Da Star wars a Pendragon da Gatto Silvestro a martyn Mistere. Un esplosione di gioia, per chi ama quel genere di cose. Avevo il cuore a pezzi e le lacrime che non volevano smettere di scendere e sono rimasto ingabbiato nel traffico congestionato della città in mezzo a tanti vestiti come Obi one kenobi o da Johnny Depp pirata dei caraibi o da Batman. E mi stavano sui coglioni. Tutti, indistintamente. Ho suonato il clacson per farli muovere e uno Spider-man di merda mi ha mostrato il dito. Mi è presa voglia di scendere di macchina e scatenare la rissa. Poi non so, qualcosa mi ha fermato. Ho pensato a quando un cane o un gatto scagazza in casa e tu per insegnarli come si vive e come si deve comportare lo prendi per la testa e gliela sbatti sulla merda che ha fatto finchè lui non capisce che deve farla nella lettiera se è un gatto o chiedere di uscire se è un cane. Forse Dio si stava divertendo a fare lo stesso con me. Forse ha preso la testa di cazzo che ho sulle spalle e me l’ha sbattuta nella merda di ogni giorno per farmi capire che è l’assurdo normale banalissimo ciclo della vita che continua da migliaia di secoli allo stesso modo. Una vita meravigliosa ci lascia e gli altri se ne fregano perchè non sanno nemmeno che è esistita.

Caro Dio, io non so se esisti davvero, ma porca di quella zozza se davvero ci sei mi devi dare delle spiegazioni quando ci vediamo sai?

In ogni caso, a me piacerebbe vedere il libro di Chiara in cima alle classifiche. Lo è stato per un po’, in quella di ilmiolibro. Se qualcuno avesse voglia di rinunciare a una pizza con gli amici per regalare tutti i soldi alla ricerca contro la bestia potete farlo

http://ilmiolibro.kataweb.it/categorie.asp?act=ricerca&genere=tutte&searchInput=chiara+conti&scelgoricerca=nel_sito

sarà il nostro modo di darle anche noi un bacino,

a Chiara.

E’ arrivato l’arrotino

Sono dichiaratamente un romantico andato a male. Ho un debole per gli sfigati e i perdenti in generale e per tutti quelli che non capiscono che il loro tempo è finito. Non farei guerre di religione, nessuna crociata nemmeno per le tasse e il magna magna che fa parte della nostra cultura e che proprio non sopporto. Ho smesso di firmare per referendum, non voto da decenni che mi faccio quasi schifo da solo, mi annoiano le trasmissioni di approfondimento culturale di massa e oramai leggo solo giornali online. Sono diventato però un fervente attivista dei diritti politici e sociali degli sfigati. E combatto seguendo  la concezione americana. Mi spiego. In America chiunque lotti contro la pena di morte sa perfettamente che nella sua astrattezza è una guerra persa, ma caso per caso si può ancora vincere qualche battaglia. Nessuna organizzazione che si rispetti pensa cioè che sia realmente possibile che essa possa venire cancellata dai codici penali. Le battaglie che vengono svolte sono limitate a pochi casi conclamati in cui si cerca di sconfiggere il sistema inchiodandolo alle sue responsabilità. Allo stesso modo, io so che non è possibile vincere la guerra degli sfigati e dei perdenti contro il mondo dei furbetti del quartierino che oramai domina le nostre vite, però ogni tanto combatto per la salvezza di qualcuno di loro (compreso me stesso).

Ad esempio, quando sento arrivare, sempre più di rado purtroppo, la macchina con l’altoparlante sopra che segnala che sta passando l’arrotino, cascasse il mondo io scendo e gli porto ad affilare ogni cosa sia a portata di mano: coltelli ma anche forbici o qualsiasi altra cosa penso che possa essere usata. Lo faccio anche se non ne ho bisogno, solo perchè mi fanno una tenerezza tremenda. Pensano di vivere ancora negli anni sessanta e settanta. Per loro Cristo si è fermato a Eboli. Solo che non sanno che quando è successo, Gesù pare abbia chiesto agli apostoli “ma che cazzo di fine ha fatto l’autogrill?” Mi piace come mi sorridono quando gli chiedo i loro servizi, adoro la gioia che sprizza dai loro corpi quando si affannano nel darsi da fare per dimostrare che hanno ancora un valore e un ruolo sociale che intendono difendere. E mentre lo fanno mi parlano e mi raccontano le loro esistenze, stupendosi che a me piaccia ascoltarli. Sfoggiano vocabolari spesso terroni, ma a seguito di numerosi incroci che hanno subito non disdegnano dialetti dell’Alta e della bassa Padana. Quando se ne vanno, felici di essere ancora produttivi, mi fanno sentire un uomo migliore. Sento di aver fatto qualcosa di buono.

Allo stesso modo ho deciso da qualche giorno di combattere per i diritti sociali di un’altra vittima del sistema. L’ausiliaria del traffico di fronte alla scuola delle mie figlie. La signora, attempata ma sempre dinamica, è sempre stata un pilastro della comunità. Tutte le volte che c’è l’entrata e l’uscita degli studenti lei si mette paletta in mano a fermare le macchine e far passare il via vai della gente. Con piglio e determinazione. Con il freddo e con la neve. Sempre. Piove? Diluvia? non importa, lei è là. Stolida e garrula.  “Altolà” urla quando può alle macchine, ma anche ai passanti. “Mi costringe a chiamare la Polizia” a qualcuno che se ne frega di lei, “Qua le vittime siamo noi” è il pezzo forte del suo repertorio, quando qualcuno le urla dal finestrino di andarsene affanculo. Ho deciso di combattere per lei, perché il Comune ha commesso un’imperdonabile leggerezza. L’assessore alla viabilità  ha offeso la sua sensibilità e ha causato un danno difficilmente riparabile nella sua testolina delicata. Da quest’anno davanti all’edificio scolastico funziona, infatti, un semaforo. Dramma. Da quando è ricominciata la scuola, la rutilante ausiliaria del traffico è là che continua a venire, ma non sa più che fare. Nessuno le ha comunicato che non deve più presentarsi o, se è successo lei deve aver pensato a uno scherzo e quindi all’appello con  la stessa diligenza di sempre risponde presente. Purtroppo non le è più possibile sfoggiare la paletta o dare dritte o bloccare il traffico se doveva passar qualcuno che le stava più simpatico di altri. Allora, vero genio,  ha deciso che il suo nuovo ruolo sarà  quello di pigiare il tasto di avviso che in teoria (molto in teoria) deve far tornare velocemente di nuovo verde il semaforo per i pedoni. Se ne sta là a premere quel tasto in continuazione non avendo capito che basta toccarlo una volta e continua a smanettare con la faccia triste e sconsolata, spernacchiata da tutti che se ne fregano di lei e che adesso, se possono, passano quando vedono che c’è la possibilità . Lei  gli urla sommessamente che non devono comportarsi così. Si lamenta che non ci si comporta a questo modo e che non è giusto. Io ho allora deciso che, anche se non c’è nessuna macchina che passa, attenderò il verde e accetterò che sia lei a dirmi quando posso iniziare ad attraversare la strada. Capita così che decine e decine di persone passino avanti e indietro e io me ne stia là da solo con lei che continua a premere furiosamente il tasto. Non ci guardiamo nemmeno in faccia. Una scena surreale, io e lei accanto guardando l’orizzonte, con un mondo che sfreccia avanti e indietro fregandosene di noi, poi ad un certo punto lei mi dice “Può andare” e io vado.

Forse non lo sapete ma pure questo è amore.

Angeli caduti

Si dice che si sono ribellati a Dio e all’ordine cosmico da lui costruito .

L’esistenza del male deriverebbe dunque dalla ribellione, consumatasi nella notte dei tempi?

Non so, forse perchè ho la tendenza a trovare interessante chi ha personalità, faccio fatica a coniugare la parola MALE a quello di ribellione. Che poi vuol dire libertà. Ammesso poi che davvero ne abbiamo, di libertà intendo. La vecchia questione sul libero arbitrio…

Di recente ho avuto modo di incontrare alcune persone che  mi sono sembrate tali (compreso il mio amico Angelo che è cascato dalla bici e si è fratturato il malleolo). La cosa che mi ha colpito in tutti  è che più o meno consapevolmente passano tutto il loro tempo in cerca di una seconda possibilità, in cerca di quella cosa che metterebbe tutto a posto e che gli farebbe far pace con Dio che hanno fatto incazzare. Trovano sempre ragioni per non sentirsi bene, sempre alla ricerca di una pace che non raggiungeranno mai per quanto possano a volte credere di averla trovata in qualche angolo oscuro, in un lavoro socialmente utile o in qualche letto o più banalmente in qualche matrimonio riparatore. Vorrebbero essere vuoti e leggeri, di nuovo senza peso e aerodinamici e si ritrovano invece sempre più pesanti e sempre più legati alla forza di gravità terrestre che non gli permette di spiccare  quei voli come sapevano fare un tempo. Vorrebbero essere estratti dai rottami delle loro fantasticherie silenziose e nettati di tutte le bugie che raccontano per inventare ciò che gli manca, ma dentro le loro anime il temporale continua a infuriare.

E hanno anche paura a frequentare i loro simili, che annusano e percepiscono allo stesso modo in cui l’Highlander sentiva la presenza di altri immortali. Temono, credo, che se Dio li scoprisse in un assemblamento di due o tre, potrebbe scattare la denuncia di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. E di nuovo cacciati e si ricomincia. Un karma che intendono spezzare.

Capita così che Freedom ad esempio, rifiuti di prendere un caffè assieme al concerto di Bruce a Milano, perchè è con il nuovo fidanzato che pare sia stato mandato direttamente da Dio a salvarle l’anima. Hai visto mai che cambi idea se la vede con me che in fondo mi sono solo permesso di fare il tifo per lei contro di Lui che la voleva stecchita? Si è pure ben guardata dal dire altro, che so, una minchia di incoraggiamento a cercare anche io la salvezza, perchè, credo, temesse che se l’avesse fatto sarebbe incorsa di nuovo in peccato mortale. Non le ho detto che non era affatto mia intenzione sedurla in alcun modo facendole perdere la via di ritorno per il paradiso. Sarebbe stato inutile, tempo sprecato. Spero almeno che possa aver finalmente trovato un po’ di pace. Finchè dura almeno.

Oppure al contrario, capita che un altro Angelo si innamori del diavolo che la scopa bene ma che non la vuole amare come lei vorrebbe. O meglio che la ama come sa amare il diavolo, solo scopando bene. Lei, più emancipata di Freedom, chiede persino aiuto a tutti quelli che sanno che cosa significa la parola disagio. La richiesta è subdola perchè ne nasconde un altra: vuole essere convinta, meglio convincersi da sola con un piccolo aiutino, che in fondo amare un demonio non è mica la fine del mondo! Insomma c’è di peggio…In fondo il sesso funziona….

E poi incontri gli Angeli che sono impegnati nel sociale pensando che è a quel modo che troveranno la salvezza e la redenzione. Il sociale è quasi sempre la loro famiglia, i figli su tutti ma anche genitori malati oppure mariti o mogli che non sopportano più ma a cui vogliono bene (?) e per i quali si immolano. Più sentono il sangue in bocca degli schiaffi che prendono dalla vita e più credono che Dio avrà pietà di loro e gli permetterà di ritornare in paradiso.

Tutti questi sono Angeli Caduti che credono di poter ottenere la redenzione. Non sanno come, ma credono di potercela davvero fare.

E poi ci sono quelli che invece io preferisco. I matti. O meglio coloro che hanno un disturbo della personalità che è caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dal crearsi un mondo che non esiste e in cui loro sono l’unico Dio (oltre che l’unico abitante). Quelli come me. Potrei benissimo essere uno dei personaggi del  libro “Soffocare” di Chuck Palahiuk. Nel libro, c’è questo Viktor Mancini, un’erotomane pazzesco, fissato con il sesso sempre e comunque e che segue un corso per disintossicarsi dal sesso. Victor Mancini, si innamora di una dottoressa del manicomio dove lavora una dottoressa, Paige Marshall e alla fine del libro però scopre che la dottoressa Paige Marshall, che si aggira tra i reparti del manicomio vestita come un dottore a fare visite a tutti i matti, altro non è che anch’essa una matta internata come  tutti gli altri là dentro e alla quale i medici veri lasciano giocare quel ruolo nel tentativo di tenerla calma, perché altrimenti diventa pericolosissima.

Anche io vorrei tanto conoscere la dottoressa Paige Marshall. Vorrei tanto scappasse dal libro è entrasse nella mia vita, se capitasse sono certo che mi direbbe  “scappa con me sulla Luna. Assieme ce la possiamo fare.”

In fondo anche io come lei sono  un Angelo caduto. E con la dottoressa Paige Marshall e tutti gli altri  dissociati come noi dividerò il mio destino.

Missing persons

C’ è un verbo inglese che mi piace più degli altri.

To miss.

Mi piace perchè permette di dire con la stessa parola, sia cose profonde che altre invece profondamente sciocche. La differenza tra le una e le altre è solo il contesto e il punto di vista, o, a volte, l’intonazione della voce. Un po’ come adoro sempre fare io mettendo in crisi la persona che ho di fronte che non sa mai se sono uno che c’è o che ci fa.

Io, in realtà, ci sono, ma il verbo “to miss” al contrario ci fa. Ci fa eccome.

Cosa c’è di più banale che dire di aver perso un treno (I miss the train)  e contemporaneamente una cosa così bella come  sentire la mancanza di una persona amata (I miss you)?

In realtà si usa “to miss” anche quando si vuol dire di aver mancato qualcosa. Un target ad esempio. Un obiettivo qualsiasi.

E mentre pensavo a questo, stamattina, senza alcun motivo preciso, mi è venuto in mente che “Missing persons” è il modo di dire inglese per definire le persone scomparse. In qualunque modo. Sia quelle che sono sparite nel nulla e che non si sa che fine abbiano fatto, che quelle che sono morte e per le quali si sente la mancanza. La nostalgia.

E ho pensato alle tante persone che ho perso e che mi mancano terribilmente. E pure a tutte quelle che non ho mai incontrato solo perchè ho perso quel treno di cui sopra. E anche a tutte le volte che ho mancato i miei obiettivi di vita, perdendo, con essi, anche la possibilità di condividere pezzi di strada con alcuni amici che poi sono tutti diventati “Missing in Action”.

Ma tra le tante persone c’è n’è una in particolare. Una faccia e un sorriso che mi segue e a volte mi perseguita a tradimento come se volesse dirmi che devo ancora fare qualcosa per lui. E’ quella di Marco, il mio vecchio compagno di banco al tempo del Liceo. Se l’è portato via l’Aids tanti anni fa. L’eroina non gli ha fatto sconti. Eravamo opposti e per questo ci trovavamo da Dio assieme. Lui era un fico con le donne e piaceva a tutti con quel suo modo di fare, indolente e provocatorio. Pur se più intelligente di me, andava male a scuola perchè non studiava mai e sopravviveva grazie a ciò che gli passavo io di nascosto durante i compiti. Io saputello e perfettino che avrei scambiato, allora, la mia vita con la sua. Ci chiamavano Starsky e Hutch, che allora andavano di moda e, anche se forse assomigliavamo più a Gianni e Pinotto noi non ce ne curavamo.

Ho saputo che se n’era andato per sbaglio. Dopo la maturità ci siamo persi. Come capita.

Quando me l’hanno detto non ci volevo credere. Marco amava la vita. Era il più grande succhiatore di vita che abbia mai incontrato. Sono andato a trovare i suoi genitori che distrutti dal dolore mi dissero che aveva avuto una figlia che, dopo la sua morte, era finita a vivere con la madre da qualche parte, lontano da Grosseto dove abitavano.

Non so dire. Ogni volta che ripenso a Marco capita puntualmente che me lo riveda dietro un albero di nascosto mentre sono al parco con le mie di figlie, E ho sempre come la sensazione che voglia dirmi qualcosa.

E stamani in una delle mie allucinazioni, mi sono immaginato che volesse che parlassi con la sua di figlia. Quella bambina che quando lui morì aveva cinque anni, per raccontarle di come era suo padre. Per dirgli di lui. Anche se adesso, a occhio e croce, dovrebbe avere quasi vent’anni e l’innocenza l’ha persa da tempo. Però, mi sono detto, magari ha bisogno di sapere di più.

Credo che se mai la incontrassi le direi che suo padre era un anima gitana, un mascalzone dal cuore d’oro, un saltimbanco in grado di catturare l’attenzione e il rispetto anche di compassati Lord inglesi. Che suonava il rock’n roll e che la musica era il suo angelo custode e il dolore la sua stella polare. Che quelli di noi che allora lo hanno amato, speravano di raggiungerlo proprio laggiù ma che per quanto ci sforzassimo lui era sempre più veloce di noi.  Che cantava benissimo il blues e che la sua voce ha smesso intonare quelle note troppo presto e che da allora, condivide il silenzio con me nella mia mente. Le direi che da quando se n’è andato, il mondo, per me, è un po’ più freddo ma che la sua virilità sarebbe di fronte a me, guardando lei, che gli assomiglierà terribilmente e che guarderà l’universo un po’ come lo guardava lui. Di sbieco e sempre con il sorriso.

Le direi che  lui adesso è vive dentro di lei e che ogni volta che urlerà una vecchia canzonaccia degli Stones da sola in macchina a tutto volume, sarà lui a cantarla con lei.

Le direi che dovrebbe essere fiera di avere avuto un padre così, come io lo sono  di averlo avuto come amico.

Questo è per te, Marco.