Le cose assurde che cambiano la vita

Difficile negare che i giovani, oggi, vivano con l’assillo di molti problemi. Per loro fortuna sono almeno dispensati  da una cosa che toglieva la serenità a quasi tutti quelli del mio tempo: il servizio militare. Inutile farne la storia ed elencare i suoi (pochi) benefici e i (tanti) disagi.  Quando fu il mio turno ero già grandicello e questa cosa aggravava il malumore nell’avvicinarmi ad esso. Tutti coloro che andavano all’Università, infatti, avevano il terrore di doversi sottoporre, a 25/26 anni, al nonnismo idiota di ragazzini dementi che magari appena 18enni, spesso, manco avevano la proscienza elementare. Mi sembrò così di sognare quando scoprii che avrei potuto farlo, invece, con relativa facilità come ufficiale di complemento in Guardia di Finanza.  Detta facilità consisteva nel fatto che i posti erano riservati unicamente a laureati in economia o giurisprudenza e questo tagliava fuori una marea di gente. Soprattutto però,  l’esame per entrare era solo per titoli. Nessun esame. In altre parole contava unicamente il voto di laurea. Per quelli come me, con la lode, l’accesso in accademia era, quindi, di fatto, matematico. Si trattava solo di superare delle prove fisiche e dei test psico-attitudinali. Insomma una pura formalità.

Si. Per gente normale.

Non per un Minus Habens come sono io.

Perché io, se ho una qualità, è quella di incasinare le cose semplici. In quello sono un vero asso. E’ più forte di me. C’è chi nasce con il pollice verde, chi pescatore, chi giocatore di calcio. Io nasco testa di cazzo. Sopraffina, è vero, ma questo non è per niente consolante. Non so, davvero. Credo che sia una specie di cromosoma sbagliato, quello che mi impone di andare a cacciarmi in toboga di merda dai quali ne esco sempre, immancabilmente, ammaccato.

Le prove fisiche furono in effetti una cosa ridicola. Il test psico-attitudinale lo sarebbe stato se solo avessi dato retta al buon senso del buon padre di famiglia che avevo pure studiato negli esami di diritto. C’erano un centinaio di domande volte a comprendere lo stato psicologico del candidato. Era del tutto evidente che avevano bisogno di pezze di appoggio per dimostrare che i futuri ufficiali fossero delle persone quanto meno equilibrate.  Era composto con delle frasi lasciate a metà e noi dovevamo finirle aggiungendo il nostro pensierino. Cose del tipo: “Le persone alle quali voglio più bene nella vita sono…….”, oppure “Se incontro due individui per la strada che litigano io……” e via di seguito. Mentre stavo pensando all’enorme perdita di tempo e alla noia che mi era presa, inserendo pensierini dementi sul fatto che “se faccio un incidente stradale….farò  di tutto perchè si possa  compilare amichevolmente il Cid”, mi imbattei in una frase che mi fece profondamente incazzare. Proprio dentro.

Era questa (giuro su qualsiasi cosa) :

“Merita di morire chi………..”

Andai in bambola. A  quel tempo non ero in grado di gestire bene la rabbia. Non che oggi sia diventato un maestro, ma allora era peggio. Molto, molto peggio. Lasciai lo spazio bianco e finii tutti gli altri pensierini. Mancavano ancora quaranta minuti alla consegna. E per quaranta minuti mi sono logorato nel pensare cosa scrivere che non fosse una cosa che andasse contro i miei principi. Alla fine presi la decisione: feci un rigone con la penna sopra quella cosa e scrissi “Vergognatevi: secondo me, nessuno merita di morire”. E consegnai. Dovevamo aspettare il responso. Gli idonei sarebbero stati lasciati uscire subito, i rimandati avrebbero fatto anche gli orali. Inutile dire che fui rimandato. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere in vita mia. Non una bella sensazione. Il peggio però doveva ancora venire. L’esame orale era davanti a un capitano e a uno psicologo. Mi fecero sedere e mi mostrarono il  “compito” che avevo consegnato e il capitano mi disse:

“Ma si rende conto cosa ha fatto?”

Ora. Ecco. Brutto testa di minchia. secondo te? – pensai. Mi limitai solo a rispondere: “In effetti, lo ammetto, il rigone è venuto storto. Mi scusi”

Mi massacrò. Una serie di contumelie difficili da incassare. Lo psicologo accanto a lui, guardava da un’altra parte, credo per l’imbarazzo e spero, vergogna. La voglia di saltargli addosso era tanta e, forse, chissà,  fosse ciò che voleva. Rimasi zitto. Mi ricordai che mia madre mi aveva insegnato, da piccolo, che una bocca zitta ne zitta cento. Non dissi una parola. Continuò dicendo che non era importante cosa pensavo, ma solo che ubbidissi. Non importava se ero a favore o contro la pena di morte dovevo solo rispondere e ubbidire. Cancellando la frase era, per lui, come se avessi fatto un colpo di stato. Ero diventato un pericoloso sovversivo. Mi ero messo contro il sistema. Se ci penso oggi mi viene da ridere ma in quel momento schiumavo rabbia.

“Lo ammetta Masticone, lei è un anarchico di merda. Lo dica chiaro. Mostri coraggio una volta e non si nasconda come fate sempre voi altri” . Era troppo.

“Solo se lei ammette che sarebbe voluto entrare nei Parà della Folgore che però l’hanno scartata ed è venuto qua a selezionare solo uomini che le assomigliano”

Diventò rosso come un peperone. Lo psicologo spostò dietro la sedia e, non visto dal capitano, mi faceva segni di star zitto e non dir niente. Come a dire “non ti preoccupare, poi dopo ci penso io”.

Ci pensi te un cazzo, stronzo.

Il capitano urlò: “poteva scrivere che merita di morire chi tradisce la patria, chi ammazza i genitori, chi stupra bambini, chi sta male e non può guarire, un animale ferito perché non soffra più, una gallina per farci il brodo, il maiale per mangiare il prosciutto, persino chi non crede in Dio, ma doveva rispondere”

“Chi non crede in Dio???????” feci “ma lo sa che le Crociate sono nate per via di persone intolleranti come lei?”

La discussione si spostò allora  sul ruolo delle Crociate. Lo psicologo con le mani tra i capelli. Io e quel coglione a discutere se le crociate fossero state giuste o sbagliate. Alla fine mi urlò che non mi avrebbe escluso solo perché sapeva che, con tipi come me avrebbe avuto solo che da rimettere, perché avrei impugnato l’esclusione e ci sarebbero stati ricorsi e contro ricorsi e un frocetto  come me non aveva niente da perdere ma lui si.

Amen.

Pensai che fosse finita là. Ma scordai una cosa che tutti gli ebrei sanno sin da quando hanno l’età della ragione. Gesù, infatti, sarà stato pure l’uomo più buono della Storia, ma suo padre però, eh beh, come dire,  è si, suo padre è un tantinello vendicativo, ecco. Insomma, quella cosa delle Crociate con cui avevo argomentato, mi sa che proprio non gli era andata mica tanto giù. E presentò il conto.

Per una sorta assurda e incredibile di coincidenze e di omissis che non sto a raccontare, molti mesi dopo, sia pur per un brevissimo periodo, fui assegnato sotto il comando proprio di quel tizio. Che, non solo si ricordò di me, ma decise di farmela pagare alla sua maniera. Fui assegnato a una scorta di un prigioniero, che doveva essere tradotto in un carcere.  Fatte le ovvie, dovute, proporzioni, mi sentii come quei tenentini imberbi che venivano mandati a combattere in Vietnam senza sapere un cazzo di ciò che poteva succedere. Feci l’unica cosa ragionevole che mi venne in mente. Presi il sottufficiale in carriera assegnato, uno scafato,  e gli dissi “Si fa come dice lei.”. Lui capì. Non dovevo essere il primo coglione a passare quelle forche caudine. Dopo che ebbe impartito tutte le disposizioni, ne dette una anche a me: “Mi raccomando signor Tenente, non dia nessuna confidenza”.

Non saprei ancora bene dire come ma, quel viaggio, è stata una delle cinque cose che mi hanno cambiato la vita. Se dovessi fare una lista lui sarebbe sicuramente dentro. Eppure non successe nulla. O, come invece mi piace pensare, tutto. Il tipo in questione era un pluri condannato. Una cosa di mezzo tra un terrorista e un mafioso, non ricordo bene.  Non ricordo nemmeno il suo nome. Il suo volto si, però. Il suo volto non lo scorderò mai. Ogni tanto torna a trovarmi persino di notte. Senza che parlassimo tra noi due si instaurò un rapporto. Non so dire meglio. Eravamo là dentro e senza dire una parola abbiamo parlato per ore. O forse era solo la mia immaginazione, non so. Ad un certo punto mi disse:

“E’ la prima volta vero?”

Lo guardai e non risposi. Non con le parole almeno. Nei suoi occhi c’era quel “qualcosa” che è stato poi ciò che mi ha cambiato. Potrei descriverlo in mille modi e lo stesso tutti non sarebbero sufficienti a rendere l’idea. Dirò allora solo che dentro di essi era stramaledettamente chiaro il disprezzo per la divisa che indossavo e il ruolo che ricoprivo, ma allo stesso tempo il grande rispetto per la mia persona. Sentivo che se avesse potuto avrebbe ammazzato l’ufficiale, ma salvato l’uomo. Lo so. Sono pazzo. Però questo è ciò che avvertii. Comunque non risposi niente e, lui dopo un altro po’, aggiunse:

“Ti dico una cosa…… Non ti ci abituerai mai”

Mi sembrò un complimento o qualcosa del genere. E credo avesse ragione. Fare il carceriere di altri uomini è, per me, contro natura. Non può esistere uomo, nella mia concezione di mondo, che possa davvero pensare di poterlo fare a lungo. Oppure, chissà, proprio la natura fa in modo che una piccola parte di noi sia predisposta davvero ad andare contro la sua specie. Io di sicuro no. So che verrò insultato per questo e mi scuseranno i secondini, ma prima di dover fare quel lavoro per campare, io andrei a rubare.

Poco prima del carcere gli chiesi:

“E tu ti ci sei abituato?”

Sembrava un duro. Uno di quelli con i quali è bene non avere a che fare. Ma sempre quel qualcosa nei suoi occhi mi rispose che no, nemmeno lui c’era riuscito ad abituarsi a vivere così. In una scatoletta. Quando entrammo dentro la galera avvenne la mia trasformazione finale. Successe quando sentii chiudermi dietro il grande portone e avvertii il senso di dove ero finito e  mi venne da vomitare. Una sensazione di panico totale. Di smarrimento. Di cattiva percezione della realtà. Dovetti correre in bagno e scatenai i risolini delle altre guardie che vedevano “il pischello” non avere gli attributi giusti per reggere il colpo. L’unico che comprese cosa provavo fu solo quell’uomo. Mi guardò a lungo mentre lo portavano dentro, stava cercando di farmi forza. Lui a me. L’unico che capiva cosa stavo provando. Ed era un carcere normale. Non uno di massima sicurezza.

Come è cambiata la mia vita? E’ che finito il servizio militare in carcere sono tornato. Come volontario. Molte volte. (a proposito si può pure donare il 5 per mille ad associazioni come AVOC, volendo…). E, anche se non ho più vomitato, quel senso di angoscia l’ho sempre provato. Ogni volta. Ogni singola volta che ho varcato la soglia tra la libertà e la cattività. Soprattutto ho compreso benissimo il perché  in carcere, si può impazzire o togliersi addirittura la vita. Ho sentito la percezione di disgusto verso gli altri e verso se stessi che regala una qualsiasi permanenza dentro una gabbia. Nessun uomo dovrebbe stare a lungo dentro una gabbia. E neppure nessun animale  e occorrerebbe abolire pure gli zoo, da subito.  Ho maturato molte forte dentro di me che, non solo, la pena di morte è una cosa assurda ma allo stesso modo è orrendo l’ergastolo. Condannare un uomo all’ergastolo è un abominio. Non importa cosa abbia fatto. E per far incazzare tutti aggiungo ancora che il 41-bis è l’abominio tra gli abomini. Che è tortura legalizzata. Che la sopportiamo perchè crediamo che non possa mai capitare a persone perbene. Ma gli occhi di quell’uomo, quel giorno, mi hanno fatto capire che possiamo disprezzare cosa hanno fatto e i loro ruoli nella società ma occorre salvare le persone. In carcere, per me, non ci sono persone malvagie, ci sono solo PERSONE. E basta. (Ed evito di parlare di Guantanamo e affini perchè non voglio essere bannato dagli Usa).

Non voglio tirar fuori Beccaria e il Panopticon di Bentham. Voglio dire che io mi incazzo profondamente quando sento che qualcuno dice: “Gli hanno dato solo dieci anni a quello”, oppure “Meritava molto di più”. Provate a starci una settimana in galera e poi mi dite. Il tempo è tutto ciò che abbiamo su questa terra e, fatti salvi i diritti della comunità di vivere in standard di sicurezza decenti, la stessa società ha il DOVERE di recuperare coloro che hanno trasgredito alle sue leggi, financo con delitti di sangue e comunque di fargli scontare la pena in condizioni umane. Ecco perchè la protesta di Marco Pannella è sacrosanta e perchè, essa, mi ha convinto a tornare a votare dopo quasi 15 anni e, come è sempre successo ogni volta che l’ho fatto (tranne una volta che votai l’Ulivo di Prodi per poi incazzarmi con D’Alema), voterò di nuovo per i RADICALI. Che sono teste di cazzo, voltagabbana e pezzi di merda ma che sono gli unici con cui mi sento davvero a casa. Oggi come allora, quando ero giovane e ci credevo davvero.

Perchè anche io, in fondo, sono proprio come loro.

(Scuole) Primarie

Ho deciso che anche questa volta non voterò.

Sai che novità.

So che molte persone ritengono che sia una scelta da qualunquisti. A volte piace giocarci sopra anche a me, ma non è affatto così. Mi spiego meglio. Il dovere del voto fu una cosa che i celeberrimi “padri costituenti” misero in bella mostra e sottolineato con tanto di obbligo sanzionabile, perchè il Paese veniva dal ventennio fascista e occorreva abituarlo a forme di democrazia in cui la partecipazione popolare era indispensabile per poter giustificare il potere che comunque una classe di oligarchi si sarebbe presa.

Sono passati quasi settant’anni da allora e le cose sono (parzialmente) cambiate. Oggi il dovere di andare a votare è anacronistico. Soprattutto illegittimo. Insomma è come dire a un vegetariano di dover per forza scegliere tra un gustoso piatto di  porco arrostito con olio Bunga Bunga e un vitel tonnè in salsa romagnola. Uno ha anche il diritto di dire “Nessuno dei suddetti”. Anzi mi era pure venuto in mente di creare una lista con questo nome, raccogliere le firme e partecipare alla prossima tornata elettorale. Sono quasi certo che sarei finito in Pappamento e mi sarei sistemato una volta per tutte.

L’obiezione standard dei “nudi e crudi” i/le pasionari/e  a questo approccio mentale è sempre lo stesso da secoli “Non voti? allora non puoi parlare nè hai diritto di lamentarti”. Allo stesso modo in cui, allo stesso vegetariano di cui sopra, si rispondesse “stai crepando di fame? allora o ti ingozzi di suino o non rompere i coglioni”.

Le Primarie poi sono quanto di più nefasto possa esserci, date le circostanze. Hollywood oramai, dopo averci venduto Jerry Lewis e American Pie, c’ha sbolognato pure quest’altra americanata che è quanto di più ridicolo possa esistere in Italia. Un po’ come quando negli anni sessanta e inizio anni settanta, le famiglie italiane per un po’ di tempo, imbarbarite dalla televisione yankee bevevano a tavola il latte come nei Blockbuster perchè faceva fico. Ci sono voluti anni per comprendere che era una stronzata galattica. Perchè dico che in Italia non possono funzionare  le Primarie? perchè noi siamo europei cazzuti e non fricchettoni sportivi come quelli dalla parte di là dell’Oceano. Da noi, quando si insulta qualcuno, si insulta per davvero. Insomma non si possono fare (a meno che non siano fatte per finta com’è stata l’ultima volta per il PD quando serviva a incoronare con plebiscito bulgaro Bersani, prendendo cioè per il culo tutti) perchè se i leader del partito tirano fuori tutto il marcio che c’è nell’armadio dell’avversario come sta avvenendo adesso nel PD, dopo rimetterli assieme per dire che sono uniti per la vittoria a noi ci fa ridere. Gli americani sono più ingenui e naif. Loro sanno che in fondo dire al tuo rivale nelle Primarie che è un pedofilo o un maniaco sessuale  o un frocio, fa parte del grande gioco e che se dopo, quelli che prima si scannavano, si mettono d’accordo è normale. Noi no. Noi siamo più cattivi. E ci mettiamo a ridere e li mandiamo a cagare.

E poi dai. Che cosa cazzo si può votare davvero oggi?

A sinistra fanno ridere. La gioiosa macchina da guerra che vincerà le elezioni per NON governare perchè non troverà accordi è composta dalle stesse persone. Insomma hanno cambiato quanti? cinque nomi al partito: PCI, la quercia, l’ulivo, DS, PDS (e forse ne ho scordato qualcuno) e le facce sono sempre le stesse e le argomentazioni pure. Un disco rotto. E vabbè, allora uno dice: vota Renzi. Beh, Matteo Renzi a me sta simpatico. Tutti i furboni sono simpatici. Lui è un volpone diretto da Gori un leader nella comunicazione che lo dirige come una marionetta e lo sta portando dritto dritto a Palazzo Chigi se solo puta caso vincesse le Primarie. Però uno che il suo programma lo va a dire solo in televisione e non lo spiega al suo partito nemmeno alla direzione regionale dove è iscritto d’ufficio e non partecipa mai a una riunione mi sta un po’ sui coglioni. Anche perchè se dice anche poi che i rapporti di forza che dovranno essere valutati all’interno di quel partito stesso dovranno essere misurati in forza di quanti voti lui prende al di fuori di esso è da cacciare via subito. Non lo fanno perchè hanno paura. Ma uno che ha queste modo di pensare può fare danni anche senza avere (come infatti non ha) nessuna idea vera in testa che non sia la classica Fuffa. Gli altri? vogliamo parlare di Civati che era un rottamatore amicone di Renzi e poi dopo che hanno litigato per una questione di bottega non si parlano quasi più? ma dai…

A destra non fanno più nemmeno ridere. Insomma finchè c’era Silvio dai, ammettiamolo, era uno spasso. Che piaccia o non piaccia verrà studiato nei secoli a venire come un uomo normale, possa aver preso per il culo un Paese che si ritiene civile per 20 anni. E la forza di Silvio era che faceva ridere. E a chi fa ridere, qualche volta, si perdona ogni cosa. Adesso c’è Alfano. No dico. Ma chi è il pazzo che pensa che Angelino Alfano possa essere uno che può tenere in mano il timone di un Paese allo sfascio come il nostro? se c’è si faccia avanti o taccia per sempre. In alternativo a Angelino, c’è la Santanchè. Devo dire altro? basta il nome. Santanchè. L’ho vista ieri sera in televisione e parla sembra una statista. Non muove più il labbro superiore da quanto botolino s’è iniettata e gli zigomi sono così appuntiti che romperebbero (oltre che le palle) qualsiasi cosa gli sbattesse addosso. Però dice cose che sembra Evita Peron. Sembra che stia sui coglioni oramai anche a Sallusti che non ne pole più. Con lei il PDL si aggirerebbe in una forbice tra il 2 e 3 percento. Il terzo incomodo è Tabacci. No, voglio dire: BRUNO TABACCI. Cazzo, mi sta simpatico abbestia, parla bene, dice cose sensate, ha cultura e pure ben 201 followers su twitter. Ne ho più io su questo blog. Uno dice: ah, ma parli come Gasparri allora. No perchè Gasparri è un altro che potrebbe far ridere molto meglio di me e potrebbe essere un ottima alternativa ai tre suddetti, ma non si candida perchè ha paura che l’unione europea gli imponga un’operazione agli occhi camaleontici che si ritrova. Purtroppo Formigoni l’hanno fermato prima, sennò vinceva lui. Pare che fossero già pronti pacchetti vacanze costruiti apposta per lui dalle agenzie viaggi romane.

Vogliamo parlare poi di Grillo?

Grillo è un vero fenomeno. Se qualcuno si azzarda ha dirgli “Scusi signor Dio, lei sta dicendo una cazzata” lui lo sbatte fuori dal movimento a cinque stelle. Non vuole nessuno dei suoi in televisione a parlare. Puoi andarci solo lui. A vendere i suoi spettacoli deliranti. E il suo amico Di Pietro? l’indagine di Report l’ha messo finalmente a nudo. Una persona normale aveva già compreso che Di Pietro è il pericolo pubblico numero uno per una democrazia vera. Un giustizialista come lui nemmeno Tognazzi nel film “Tutti dentro”. Ma adesso è venuto fuori che prima di entrare in politica era un uomo normale, con un patrimonio normale, che viveva in  modo decente e adesso è invece, dopo 20 anni di politica un uomo ricco. S’è pure accattato il miliarduccio che la vedova Borletti gli aveva donato come eredità per portare avanti le sue battaglie. La signora Borletti aveva destinato soldi a lui e a Prodi. Il professore, con dignità, li aveva versati nelle casse del partito. Di Pietro s’è comprata una villa. Insomma un vero figo.

In Sicilia ha vinto Crocetta, lanciato da Lombardo che è stato uno dei peggiori amministratori degli ultimi decenni assieme a Cuffaro. Uno che ha fatto delle sconcerie talmente vergognose che lo stesso suo partito PD l’ha sconfessato e ha detto che il PD siciliano ha scelto un’autonomia di cui i dirigenti centrali non sapevano niente. Ovviamente. Crocetta che non ha una maggioranza ha detto che la cercherà su ogni proposta che porterà nel Consiglio Regionale. Che significa che tra cinque mesi in Sicilia si va a rivotare.

Il 50% percento dei siciliani però, anzi di più, ha urlato a tutti loro, non andando a votare: ma andatevene un po’ affanculo tutti!

E io farò lo stesso il prossimo aprile. Perchè tanto, a maggio, ci si ribecca un Mario Monti bis che fa comodo a tutti. Li mortacci loro.

Travelling Soldier

Diciotto anni passati da due giorni, aspetta l’autobus con la sua divisa militare verde.
Nell’attesa siede ad un caffé lì vicino e fa un’ordinazione alla giovane cameriera  che porta un fiocco tra i suoi capelli.

E’ un po’ timido e così la ragazza gli sorride e  lui trova il coraggio di chiederle:

“Ti dispiacerebbe sederti qui per un attimo a parlare con me? Mi sento un po’ giù”.

Lei gli risponde: “Stacco tra un’ora e so dove possiamo andare”.

Così scendono in città e si siedono sul pontile.
Lui le dice:

“Scommetto che hai un ragazzo ma non m’importa. Non ho nessuno a cui mandare una lettera. Ti dispiacerebbe se te ne mandassi una? “.

E io ho pianto, giuro che non stringerò mai più la mano di un altro ragazzo.

Troppo giovane per lui, tutti le dicevano, mentre lei invece continuava ad aspettare l’amore di quel soldato che aveva conosciuto il giorno in cui era partito per la guerra.

Il nostro amore non finirà mai, gli giurò lei, aspettando che quel soldato facesse di nuovo ritorno. Finalmente non sarà mai più sola, specie quando una lettera le dirà che quel soldato sta tornando a casa.

Così giunsero le lettere del ragazzo. Da un campo di addestramento in California prima e poi dal Vietnam.
Lui le scriveva che il suo cuore si era innamorato e le raccontava tutte le cose di cui invece era spaventato a morte.
Diceva:”Quando le cose si mettono male quaggiù, io ripenso a quel giorno in cui ci sedemmo sul pontile. Chiudo i miei occhi e vedo il tuo bel sorriso.  Ora non preoccuparti troppo ma per qualche tempo non riuscirò più a scriverti”.

E io ho pianto, giuro che non stringerò mai più la mano di un altro ragazzo.

Troppo giovane per lui, tutti le dicevano, mentre lei invece continuava ad aspettare l’amore del soldato che aveva conosciuto e il giorno in cui era partito per la guerra.

Il nostro amore non finirà mai, giurò lei, aspettando che il soldato facesse di nuovo ritorno.  Finalmente non sarà mai più sola, specie quando una lettera dirà che il soldato sta tornando a casa.
Un normale venerdì sera ad una stupida partita di  football viene recitato il Padre nostro cantato l’inno nazionale.
Poi un uomo dice:

“Gente, chinate le vostre teste per la lista dei concittadini caduti in Vietnam”.
Lei, tutta sola, piangeva sotto le tribune.

Il primo era un suonatore di ottavino della banda locale ed  il secondo fu solo un nome letto  di cui nessuno si curò
a parte una giovane  bella ragazzina che portava un fiocco tra i suoi capelli.

Valzer delle Candele

Stamani una persona a me cara mi ha raccontato di alcune cose che si porta dietro dai tempi della scuola. Paure e regole tanto strane e curiose, quanto evidentemente efficaci se ancora ci si attacca e che hanno caratterizzato la sua vita da allora fino ad oggi. Mi ha colpito la sua piena presa di coscienza mista alla confusione che inevitabilmente, vista da fuori, sembra ancora regnare dentro quella testa pensante così piena di colori.

Non so perchè ma mi venuto in mente una cosa che mi è capitata qualche tempo fa, poco prima di Natale. In fondo niente è per caso.

Avevo rincontrato al parcheggio di un supermercato la mia vecchia fidanzatina dei tempi del liceo. Erano almeno 30 anni che non la rivedevo. Nevicava e faceva un freddo bestia.

Lei non mi ha riconosciuto e così mi sono parato di fronte, in silenzio. Prima mi ha guardato con un misto di paura e curiosità, poi piano piano ho notato che stava cercando dentro la sua testa un file che potesse identificarmi e quando lo ha trovato ha gettato i pacchi della spesa a terra e mi ha abbracciato e abbiamo cominciato a ridere come pazzi. E a piangere, allo stesso tempo.

Un secondo dopo che ci siamo fatti e dette le solite cose, noiose e banali, di circostanza, è subentrata una specie di strano imbarazzo che faceva male. La conversazione languiva. Ho allora deciso di invitarla a prendere un caffè assieme ma tutto intorno non c’era un bar aperto e all’improvviso mi è venuto in mente che forse avremmo potuto tornare giovani ancora per qualche ora.

Per una volta avremmo potuto fregare il tempo.

Ho tirato fuori due birre dai miei pacchi della spesa le ho preso la mano e l’ho accompagnata verso la mia macchina e dopo che siamo saliti ci siamo ritrovati seduti a bere birra negli stessi modi e con la stessa intimità che avevamo allora.

Ci siamo fatti una bevuta in onore dei vecchi tempi e dell’innocenza di quei giorni e a quello che siamo diventati oggi cercando di sfuggire l’alienazione che ci stava assalendo.

Mi ha detto che adesso è sposata con un commercialista che la tiene al sicuro da tutti i guai che la crisi economica sta causando alla gente che ha problemi di soldi. Ha aggiunto che avrebbe anche voluto dire che lo ama ma non le è mai piaciuto mentire e quindi avrebbe evitato di cominciare allora.

Le ho detto che gli anni sono stati clementi con lei e che i suoi occhi erano bellissimi e pieni di calore oggi come lo erano al liceo e che questo voleva dire che in qualche modo non si era persa.  Guardandola mentre le dicevo  questo, quegli stessi occhi non so se mi trasmettessero più dubbi su quello che stavo dicendo o gratitudine.

Lei mi ha detto che ha letto il mio libro e che gli è piaciuto tantissimo e che mi aveva riconosciuto dentro di esso e che mi trovava in forma e che le sembrava che me la passassi bene.

Ho deciso di non raccontarle che in realtà è proprio il contrario, in fondo stavamo facendo un brindisi alla nostra innocenza e non c’era proprio bisogno di appesantire la situazione.

E così ci siamo raccontati tutto ciò che ci era capitato dai tempi di Jack & Diane in poi.

E senza accorgersene la birra è finita e la lingua è diventata secca e, poco dopo, sono finite pure le cose da raccontarci. Mi ha sorriso ed è bastato. Era il nostro modo. Ci sono tanti modi di dirsi addio, quello era il nostro.

L’ho riaccompagnata alla macchina, mi ha dato un bacio sulla guancia e poi è andata, nel buio mentre io sono rimasto a guardare il vuoto.

Per un momento sono tornato ai tempi della scuola e ho risentito proprio quel vecchio dolore che provavo allora e che ancora evidentemente mi era familiare.

E come poi ho anche io preso la via di casa, mi sono accorto che la neve si stava trasformando in pioggia….

Thunder Road

Ok guys, sit tight and take hold perchè ci aspetta un bel viaggio.

Ieri un amico mi ha chiesto qual è, secondo me, la canzone Rock più bella di tutti i tempi.

Rispondergli è stato facile perchè ho sempre pensato che, a dispetto delle più rinomate Imagine, Starway to Heaven eccetera eccetera sia proprio Thunder Road di Bruce Springsteen la canzone più bella del secolo scorso. E ho così deciso di scriverci un post. Un modo per dedicarlo a tutti i miei amici di un tempo che con me l’hanno amata e a quelli di oggi che impazziscono per altre hits.

Thunder Road è la prima traccia dell’album che lo ha reso famoso in tutto il mondo nel 1975, Born to run.

Per Bruce era un momento decisivo. Uno di quelli da dentro o fuori. Veniva da due album acclamatissimi dalla critica ma che avevano venduto pochissimo. Il suo futuro nel mondo del rock era assolutamente da inventare.

Il titolo iniziale della canzone era “Wings for wheels” quando fu suonata la prima volta live, ma se questo verso fu poi tenuto, il titolo finale che conosciamo tutti fu cambiato quando Bruce entrando in un teatro vide un poster di un vecchio film del 1958 di Robert Mitchum, appunto Thunder Road, e decise che cosi si sarebbe dovuta chiamare la canzone.

In un “bootleg” del 1978 “Passaic” il Boss racconta una storia molto affascinante sul come e dove trasse ispirazione per scriverla, parlando di una casa in deserto con fuori una grande immagine di Geronimo e un cartello con su scritto “Questa è la terra della pace, dell’amore e della giustizia ma anche una terra senza pietà”.

Il testo descrive una donna, Mary,  il suo ragazzo e  la loro “one last chance to make it real” . Il tema della nostalgia è un tema molto caro a tutto l’album “Born tu run”, ma in Thunder Road acquista un potere evocativo micidiale. Thunder Road è un invito a rompere con il passato e con la paura e con il terrore di non essere in grado di provare a trovare qualcosa di meglio.  Non solo in termini di proprietà privata ma soprattutto di mentalità, di attitudine mentale a non restare paralizzati anche se crediamo di esser vecchi. Il protagonista, sa di non essere un eroe, ma vuole qualcosa di meglio e ci vuole provare lo stesso scappando da quella città di perdenti e offre la chance di seguirlo alla sua donna, sulla loggia della casa di lei.

Dove andranno non è dato saperlo ma sarà di sicuro un viaggio durissimo su una strada tremenda. Appunto Thunder Road.

E’, come dire, un grande, grandissimo invito alla gente, a chi è interessato almeno, a concepire un lungo e importante viaggio alla scoperta di se stessi e del mondo, magari in compagnia di qualcuno che ami, in cerca di un posto e di un luogo che ti faccia sentire di essere finalmente arrivato a casa.

Nella canzone Bruce rende anche omaggio anche ad alcuni miti della sua infanzia come il grande Roy Orbison, quando dice che “Roy Orbison is singing for the lonely” ricordando la più grande hit di Orbison “Only the lonely” e alla sua educazione presa alla scuola cattolica dove fu mandato dalla madre di origini italiane e dal padre irlandese “…Waste your summer praying in vain for a saviour to rise from these streets”

Nelle sue versioni live Bruce ha cantato Thunder Road in mille modi diversi, com’è giusto che sia: con tutta la band, da solo, acusticamente, elettricamente o con il solo piano di Roy Bittan sotto. Perfino cambiando il tempo e rendendola ancora più lenta, ma il risultato non cambia. Rimane una canzone che fa venire i brividi e scattare la lacrimuccia, specie invecchiando.

Nel 2004 la rivista  Rolling Stones l’ha collocata all’84 simo posto nella classifica delle 500 canzoni Rock di tutti i tempi.

Bruce ha cantato questa canzone anche a diversi funerali. A quello di  James Berger, che lavorava al World Trade Center che aiutò molta gente a uscire dall’edificio prima di rimanere uccise dal collasso della struttura. Berger era un grande fan di Springsteen e Thunder Road era la sua canzone preferita e Bruce la dedicò ai suoi figli. E poi anche a quello di Tim Russert, un famoso analista politico americano, anch’egli suo grande fan e amico e Springsteen in tour in Europa il 18 giugno 2008 canto in via satellite una versione acustica della canzone al funerale dell’amico.
Questo il testo definitivo e sotto ancora il video da uno dei concerti più belli di Bruce.
Enjoy
Thunder Road

The screen door slams, Mary’s dress waves
Like a vision she dances across the porch as the radio plays
Roy Orbison singing for the lonely
Hey that’s me and I want you only
Don’t turn me home again
I just can’t face myself alone again
Don’t run back inside, darling you know just what I’m here for
So you’re scared and you’re thinking that maybe we ain’t that young anymore
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty, but hey you’re alright
Oh and that’s alright with me

You can hide ‘neath your covers and study your pain
Make crosses from your lovers, throw roses in the rain
Waste your summer praying in vain for a saviour to rise from these streets
Well now I’m no hero, that’s understood
All the redemption I can offer, girl, is beneath this dirty hood
With a chance to make it good somehow
Hey what else can we do now
Except roll down the window and let the wind blow back your hair
Well the night’s bustin’ open, these two lanes will take us anywhere
We got one last chance to make it real
To trade in these wings on some wheels
Climb in back, heaven’s waiting down on the tracks

Oh oh come take my hand
Riding out tonight to case the promised land
Oh oh oh oh Thunder Road, oh Thunder Road, oh Thunder Road
Lying out there like a killer in the sun
Hey I know it’s late, we can make it if we run
Oh oh oh oh Thunder Road, sit tight, take hold, Thunder Road

Well I got this guitar and I learned how to make it talk
And my car’s out back if you’re ready to take that long walk
From your front porch to my front seat
The door’s open but the ride it ain’t free
And I know you’re lonely for words that I ain’t spoken
Tonight we’ll be free, all the promises will be broken
There were ghosts in the eyes of all the boys you sent away
They haunt this dusty beach road in the skeleton frames of burned-out Chevrolets
They scream your name at night in the street
Your graduation gown lies in rags at their feet
And in the lonely cool before dawn
You hear their engines roaring on
But when you get to the porch they’re gone on the wind, so Mary climb in
It’s a town full of losers, I’m pulling out of here to win