Bobo Rondelli

Sabato sera a Cascina, dopo cena, mi sono fatto un’altra pera.

E, come al solito, esagero e sono entrato in overdose per la verità.

Ogni concerto di Bobo mi dà questa sensazione. Assieme a mille altre.

Bobo è un genio. Un sublime cialtrone, intellettuale e ubriacone e testa di cazzo e gentile.

Se non fosse che lui è pure bello come un Dio e ha una voce della Madonna, potremmo anche essere fratelli. O meglio io potrei essere il su’ fratello sfigato intendo.Ma la mi’ mamma era troppo per bene per aver scopato anche con suo padre che, visto lui, doveva essere stato un gran puttaniere. Anche se però non è mi’a detto. In cuor mio in fondo un po’ ci spero. E’ la prima volta  da che so’ nato che spero che la mi’ mammina fosse anche un po’ zoccola.

Bobo è una di quelle persone che quando lo ascolti vai in crisi perchè non capisci più che cazzo di senso abbia il mondo. Insomma perchè minchia deve esserci Antonacci o Ramacciotti in testa alle classifiche e non lui. Perchè non gli facciano fare televisione perchè debbano essere messi sugli altari i Brignano o gli Zalone e tutte le teste di cazzo di Zelig e non uno come lui che il Signore ha investito con tutta la sua potenza donandogli cose che questi ultimi nemmeno si sognano di avere. Proprio quel Signore che Bobo tiene a debita distanza, con rispetto ma  con decisione. Eppure la sua religiosità è evidente a chiunque abbia un briciolo di sensibilità.

La storia di Bobo Rondelli si trova facilmente su internet e non mi va di raccontarla. E’ una piccola grande storia di provincia. Quella di qualcuno che in fondo l’unica cosa cui ambisce è donarsi agli altri regalando tutto se stesso ogni volta che può. Il suo unico modo di star bene. Uno che ai soldi e al successo preferisce la solidarietà e l’integrità morale.

E per tutto questo sta ai margini di un sistema che lo guarda con sospetto. Che si diverte della sua volgarità grassa che lo rende macchietta agli occhi dei benpensanti ma che non si fida della luce che brilla nei suoi occhi perché sa che quel lampo potrebbe prima o poi deflagrare e far da miccia a una rivolta delle menti che il Sistema teme più di ogni altra cosa.

E quindi l’establishment ogni volta che può va a vedere Gigiballa e ci ride e gli fa i versi per incoraggiarlo a continuare a divertire tutti.

Ma andate affanculo teste di cazzo.

Noi ci sa Bobo, voi un c’avete più nemmeno l’anima.

 

A proposito di eroi

Ognuno di noi ha i propri miti.

Io credo che il mito sia indiscutibilmente una creazione dell’uomo perché esigenza primaria e ancestrale. Tutti noi ci costruiamo una mitologia personale, spesso gelosamente custodita alla quale facciamo però continuamente riferimento. E questo a prescindere dalla cultura che, anzi, spesso è pure una barriera.

Molti uomini scelgono come miti i campioni dello sport, oppure i cantanti rock. Altri usano personaggi di cultura come scrittori o artisti. Altri ancora figure familiari come il padre o la madre.

Se io dovessi scegliere una persona, se dovessi fare un solo un nome, direi semplicemente: Albert Sabin.

Lui è il mio mito.

Pronti-via quanti di voi sono in grado di dire chi era o che cosa ha fatto?

Sono quasi certo che solo pochi ne conoscono o ricordano il  nome.

Eppure è uno degli uomini che più ha cambiato l’esistenza dell’umanità. Lui infatti è stato quello che ha debellato la poliomielite che all’inizio del novecento era la causa principali dei decessi dell’essere umano. Sabin ha inventato il vaccino che tutti quanti noi da ragazzi abbiamo fatto (oggi che il morbo è quasi sparito non viene più inoculato) e che ha permesso a miliardi di bambini di guarire o non ammalarsi.

Di per sè già questa cosa lo rende grande di fronte a tutto il genere umano.

Il motivo però per il quale lui è diventato il mio mito è perchè Albert Sabin non ha mai brevettato la sua invenzione come tutti gli chiedevano. Poteva diventare stramiliardario alla faccia di tutti i Bill Gates dell’universo e invece non ha voluto. Le case farmaceutiche potevano farlo diventare l’uomo più ricco del mondo e lui ha rinunciato a quel guadagno.

Quando qualcuno gli chiese il perché, lui disse semplicemente “E’ il mio regalo a tutti i bambini del mondo”

Parlo di lui, perchè oggi Sabin ha compiuto un altro piccolo miracolo.

Stamattina infatti è una giornata storta. Una di quelle che sai che se stai a letto e non entri in contatto con il mondo ci guadagni qualcosa. Un lunedì mattina peggiore di quanto avresti mai potuto prevedere. Un paio di brutte telefonate, qualche mail che ferisce senza magari nemmeno volerlo fare, notizie sconfortanti dal punto di vista lavorativo. Insomma un disastro.

A completare l’opera arriva Francesco, un amico, che mi racconta di nuovo per la venticinquesima volta, di come il padre sia caduto in una depressione tremenda e come lui non riesca a parlarci, come sembri tutto inutile. Si è convinto di essere vecchio e che tutto sia per lui quindi senza senso. Secondo Francesco si sta lasciando morire e alla fine mi dice:

“Masticò, visto che tu sei bravo con le parole, provi a parlarci te una volta dai?”

Evvai con il liscio. Tacabanda.

“Senti, oggi è una giornatina. Magari un’altra volta….volentieri”

Francesco però insiste. E’ chiaro che questa cosa proprio gli ruga dentro. Per attaccarsi a uno come me a cui chiedere di parlare al padre, doveva essere alla frutta. E io ho rispetto di quelli che lo sono. Sono uno di loro per molti aspetti. Poi volevo uscire un attimo e prendere aria sperando che il fato capisca che c’avrei anche le palle piene e che forse un segnale di pace, qualcosa che mi faccia capire che mi concede una tregua, sarebbe stato molto ben accetto.

Il tipo vive vicino al mio ufficio e quindi decido di accontentarlo e quando mi trovo di fronte il vecchio rugoso, mi viene male. Non so che dire. Vedo la delusione negli occhi di Francesco e un triste senso di acquosità in quelli di suo padre.

Mi sento terribilmente impotente, perchè proprio non riesco a dire niente di decente. Nessun modo in cui possa stimolare la sua curiosità, qualcosa che possa spingerlo a muoversi. A reagire.

Mi guardo intorno e vedo che ci sono un sacco di libri. Legge. Il vecchio rugoso legge. Ad un certo punto, forse imbarazzato più di me dalla piega che avevano preso le cose, ha una reazione e finalmente parla. E dice solo:

“Sono vecchio. Lasciatemi stare. Sono solo un vecchio che vuole essere lasciato in pace”

In quel momento mi viene l’illuminazione.

Che cos’è il genio? come diceva il Melandri di Amici miei “…È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione..”

Prendo il mio moleskine che mi porto sempre dietro per scrivere appunti di viaggio quando ne sento la necessità e dove metto note  di vita che mi capitano e vado alla pagine dove avevo annotato un pensiero di Sabin, uno che mi aveva colpito e che ogni tanto rileggo da solo. Così, come uno scemo. E ogni volta mi fa venire i brividi. E ho pensato che magari poteva far venire i brividi e quindi dare una scossa anche al padre di Francesco.

Gli dico

“Senta non intendo dirle niente e la lascio in pace, però mi faccia il favore, visto che amava leggere, adesso legga solo questa cosa che ha scritto Albert Sabin”

e gli passo il block notes:

“La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo, che consiste in una certa forma della volontà. In una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva nel prevalere dell’audacia sulla timidezza, della sete dell’avventura, sull’amore per le comodità. Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandonano i propri ideali. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, le rinunce all’entusiasmo li traccia sull’anima. Essere giovane significa conservare a sessanta, a settant’anni, l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e i pensieri luminosi, le sfide intrepide lanciate agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole e lieto dell’esistenza. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà riceve i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio, di grandezza, di forza che vi giungono dalla terra da un uomo o dall’infinito. Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio aver pietà della vostra anima.”

Ora, io non so se al vecchio siano venuti i brividi come a me adesso che lo rileggo per la 123 millesima volta.

Però ha sorriso.

E questo basta per farmi dire che Sabin ha fatto un altro piccolo miracolo.

Dal fato però, alcuna news.

Vabbè.

Il mio eroe

Oggi non era in programma un post.

Credo di aver scritto troppo in questi giorni. La gente si sta cominciando a stufare o, peggio, comincia a insultarmi etichettandomi nei modi più svariati. E poi ho notato che molti che c’erano una volta adesso non seguono più essendosi cancellati.

Insomma avevo in mente una bella Laura Pausini di riflessione.

Ma ieri sera è capitato una cosa che sento il bisogno di raccontare o condividere con qualche eroe che continua a leggermi.

Stanotte ho dormito poco e male. Succede ogni volta che qualcuno o qualcosa mi obbliga a guardarmi allo specchio e ciò che vedo mi impone di cambiare se non voglio fare la fine di Dorian Gray.

Perchè ieri sera ho fatto i conti con una cosa che mi sta qui. Vedete. proprio qui. E mi sta qui perchè non ne vado particolarmente fiero.

Facciamo così, per spiegarvela propongo una specie di gioco. Una cosa semplice.

Provate a pensare un attimo e concentratevi sulla vostra immaginazione.  Perchè è proprio di questo di stiamo parlando. L’immaginazione. Allora, ci sono le persone speciali e quelle normali, i vigliacchi e i coraggiosi, i buoni e i cattivi, i leader e la truppa che segue senza pensare.

Bene, adesso tocca a voi, provate a immaginarvi un soldato della truppa, uno un po’ vigliacco, vagamente malvagio, l’avete immaginato? ok, mettetelo da parte e fate spazio. Adesso provate a immaginarvi un eroe invece, un capo, un condottiero, coraggioso e fondamentalmente buono. Ce l’avete in mente, più o meno?

Ottimo. Adesso metteteli a confronto. Scommettiamo che il primo il soldato è venuto fuori un po’ gobbo, brutto e sporco. Il secondo invece è venuto fuori bello, alto, fiero, luminoso.

E’ così no?

Non so se è un retaggio della nostra parte animale. E’ forse anche un fatto culturale. Platone diceva che tutto ciò che è bello è anche vero ed è buono. E l’eroe è l’insieme del buono, bello e buono. E tutti gli Dei prima pagani e poi cristiani sono sempre belli. E i cattivi sono brutti. Ce l’abbiamo nel cuore e nella mente.  Quindi le persone di qualità devono essere necessariamente belle altrimenti qualcosa dentro di noi ci dice che forse non lo sono.

Possiamo far finta che non sia così. Ma è solo sforzandoci che possiamo cambiare questa cosa.

Ieri sera avevo una cena con alcuni amici. Le chiamiamo le cena del Bar Sport perchè il livello culturale delle stesse è veramente infimo. Il calcio è l’argomento principale. L’automobilismo a seguire poi, quando ci siamo stufati si passa a parlare di topa. Culi e tette con i soliti narratori di cose improponibili che hanno la loro serata sotto i riflettori.

Partecipo perchè non voglio passare per asociale ma le sopporto sempre meno e cerco di disertarle il più possibile perchè, anche se so essere cazzaro quando voglio, preferisco parlare di libri o cinema o arte in generale. Trovare amici che hanno queste inclinazioni è quasi impossibile specie in provincia, quindi bere o affogare, finisco per essere complice di queste abomini.

Sono andato al raduno in macchina con Nicola a cui voglio bene ma con cui, a parte lo sport e il mangiare, ho poco da condividere. Lui ad esempio non ha la minima idea, proprio come tutti gli altri che ci aspettavano, che a me piace non solo scrivere ma anche leggere. E che amo la letteratura russa e anche quella della beat generation ma che ho una specie di fissazione per Kurt Vonnegut che reputo uno dei più grandi geni del secolo scorso. Se provassi a parlare a Nicola di Kurt Vonnegut, sono certo mi direbbe che è un pilota di rally finlandese.

Visto che eravamo in anticipo ci fermiamo in autostrada a prendere un caffè e lui mi dice che vuole prepararsi  per la serata che sta per iniziare e che vuole leggersi meglio alcuni articoli della Gazzetta dello Sport perchè ha intenzione di crocifiggere i milanisti del gruppo che soffrono per la paura di essere buttati fuori dalla Champions League visto che gli è capitato come sorteggio il Barcellona.

A me, di leggere la Gazzetta con lui, proprio non mi va e come spesso mi capita in Autogrill, mi fermo a dare un’occhiata al reparto libri. Mi piace l’odore del libro e della carta e adoro tenerlo in mano anche se non è il luogo dove in genere deve stare, la libreria intendo. Sfogliare un libro in libreria è come fare l’amore a letto. Bellissimo, niente da dire. Sfogliarlo in un autogrill è come farlo in macchina o su un prato. Emozioni diverse ma entrambe molto forti.

Vabbè sto divagando.

Incredibilmente all’autogrill di Serravalle scopro che hanno anche un  libro di Kurt Vonnegut “Mattatoio nr.5″ e, anche se l’ho letto almeno tre volte in fasi diverse della mia vita, lo prendo in mano e comincio a farci l’amore.

Ad un certo punto mi si affianca una signora abbastanza anziana brutta. Molto brutta. Bassa e tozza, aveva occhi, naso e orecchie sproporzionatamente più grandi di quelle che avrebbero dovuto essere, rispetto alla bocca, piccola e distante dal mento. Uno sguardo acquoso e una leggera torsione a sinistra del collo.

La sensazione immediata che ho avuto è stata quella di allontanarmi da lei. Di andarmene proprio. Ma c’era qualcosa nel sorriso che mi ha fatto che mi ha paralizzato e sono rimasto.

Ad un certo punto mi dice:

“Anche lei ama Vonnegut. Complimenti, del resto si vede che lei è una bella persona”

La cosa mi imbarazza oltre misura. Io vedo un mostro e lui vede in me una bella persona. Allora minimizzo e farfuglio qualcosa.

“Ah, uh, grazie. Vonnegut non piace proprio a tutti.”

e lei rilancia

“Kurt è un tipo che fa incazzare gli esteti che considerano le sue trovate strampalate e assurde, ma il suo genio assoluto viene fuori proprio così. Lui inserisce dati bislacchi e apparentemente senza significato o importanza che si accumulano. E alla fine c’è qualcosa che rimette insieme tutto, una luce improvvisa che dà al tutto dei colori seducenti e del tutti unici. “

Quel mostro parlava e la sua voce, un po’ sgradevole, suonava una melodia assurdamente eccitante per la mia anima.

Avrei voluto continuare a parlare con lei, ma dopo qualche minuto ha preso con gentilezza congedo e se n’è andata.

Torno da Nicola che nel frattempo si stava bevendo le news sulle squalifiche e infortuni che mi dice che vuole finire quella parte perchè è convinto che nessuno sappia che ci sono giocatori che sono sotto diffida e vuole stupire la platea con queste news e quindi vuole ancora un po’ di tempo prima di andare.

Decido di andare in bagno a pisciare.

Entro nella toilette e seduta su una sedia vicina a un tavolino con sopra un cestino con i soldi delle mance dei clienti, rivedo lei. La donna che conosceva Kurt Vonnegut meglio di me e con la quale avevo parlato dentro al bar. Mi sorride e arrossisce leggermente. Io di sicuro divento rosso peperone.

In tutti questi anni che ho visto le donnine che puliscono i cessi negli autogrill mi sono sempre incazzato. Trovavo umiliante per loro ma anche per chi doveva espletare bisogni fisiologici dover chiedere di pagare. Una specie d’elemosina forzata. E infatti non ho mai pagato una lira ne un centesimo da che ho memoria.

Passo oltre, ma mentre sto con il mio migliore amico in mano a svuotare la vescica mi assale la rabbia. Cazzo, come poteva una donna che conosce la letteratura meglio di un saccente borioso come me, pulire i cessi in una merda di autogrill?

Dovevo fare qualcosa. Dovevo sovvertire l’ordine delle cose. Così esco e le chiedo di raccontarmi la sua storia. Com’è che è finita là una che potrebbe insegnare al liceo. Lei mi sorride e dice:

“perchè a casa sua lei non pulisce mai il bagno? quando arriva qualche amico in visita le piace farlo andare in un bagno sporco?”

“si si, certo, ma perchè lei? Insomma una che pulisce qua deve per forza essere una che non ha studiato che non ha altre possibilità”

“In effetti non ho altre possibilità. Sono vecchia e nessuno assumerebbe una donna come me adesso. Ho una pensione che non basta ad andare avanti perchè mia figlia è gravemente ammalata e ha bisogno di cure costose e così ho deciso che lei era più importante del mio stupido orgoglio e sono qua a cercar di tirar su qualche soldo senza vergognarmi di fare cose che non pensavo avrei mai fatto”

La rabbia di prima era, se possibile, cresciuta dal fatto che mi sentivo impotente. Non sapevo che cosa fare. Che dire a una donna così che non fossero le solita banalità del caso?

Ho deciso di non dire niente. Sono stato zitto, le ho sorriso e mi sono frugato in tasca. Avevo con me solo 50 euro. Quelli che mi servivano per la cena e gliel’ho dati. Le ho detto di prenderli e basta e quando lei ha cercato di protestare ho solo aggiunto “diciamo che pago a lei tutte le volte che nella mia vita non ho dato un soldino a quelle che fanno il suo lavoro”

E in quel momento è stata lei a sorridermi.

Esco da là dentro e mi ricongiungo con Nicola. Saliamo in macchina e piano ci riavviamo. Passiamo lentamente davanti all’entrata dei cessi e vediamo la signora uscire e con un sorriso grande mi urla “Buona fortuna”

Nicola allora dice:

“ma chi è quel cesso ambulante? Adesso ti metti a rimorchiare puttane sfondate nei cessi degli autogrill brutto maiale?”

Avrei voluto tirargli un ceffone. Ma mi sono limitato a dirgli:

“Quel cesso ambulante che dici te è il mio eroe ma questa è una lunga storia. La cosa che ti deve interessare è che stasera la cena me la offri te e questa cosa non è negoziabile”

 

La mia New York

Chiunque abbia un po’ di familiarità con You-Tube sa che è prassi comune, in quel luogo, fare video in risposta a qualcun altro che ne ha fatto uno prima di te. C’è addirittura una funzione nel motore che regola quel grande Circo Barnum che consente di evidenziare questa cosa.

Allo stesso modo questo POST è fatto (e dedicato) in risposta a un altro di una cara amica che ne ha recentemente scritto uno.

Questo è il suo: http://dearmissfletcher.wordpress.com/2012/02/27/new-york-new-york/

Per la verità è stata proprio Miss Fletcher a chiedermi di scriverlo. Personalmente non mi sarei mai permesso di scriverle sopra alcun che. Lei è un fenomeno di bravura e quel suo articolo qua sopra che vi consiglio di leggere è di una bellezza talmente raffinata e onirica che andava proprio bene così.

Però lei è una tipa tignosa e ha talmente insistito perchè voleva sapere da me le mie impressioni meno fantasione e più reali poiché, per alcune circostanze curiose della mia vita, New York l’ho davvero vissuta e dove sono stato moltissime volte, che alla fine ho deciso di dirle di si.

L’ho fatto per paura. Poiché, voi tutti sapete, che Miss Fletcher (la signora in giallo) è pericolosissima. Ovunque lei vada muore qualcuno. Non ci sono cazzi, arriva lei e ci scappa sempre il morto ammazzato. Quindi per evitare che venisse a Lucca da me a convincermi di farlo, eccoti accontentata cara Miss.

Comincerò dicendo che io amo New York.

Chiunque abbia dentro di se i germi del mondo occidentale e non si sia già lasciato conquistare dal potere di Siddharta non può che amare la città che non dorme mai. Forse è roba da ragazzi. Ancora oggi, come quando ero piccolo e guardavo le foto dei grattacieli o leggevo le storie e i libri su di lei, penso che forse “over there”  ce la si possa davvero fare a conquistare quel sogno americano che tanto ossessiona, più o meno inconsciamente, tanti di noi.

La prima volta che sono sceso dall’aereo al JFK, uno degli aeroporti peggiori e più pericolosi della terra, la prima sensazione che ho avuto, la primissima in assoluto, la ricordo ancora: era tutto grosso il doppio di quanto avevo in mente io nella nostra cara Europa! Le macchine, le strade, le insegne, persino gli uomini e le donne. Tutto over-size.

E poi vieni immediatamente catapultato in un formicaio umano dove il cartello “Adesso sono cazzi tuoi” è messo in bella vista affinchè tu non ti faccia soverchie aspettative su ciò che ti aspetta. Homo homini lupus di hobbesiana memoria è stato scritto e pensato in funzione della grande mela. E capisci il senso del famoso detto “se ce la fai qua, puoi farcela ovunque”

Eppure, nonostante questo, cominci a percepire dopo poco tempo che, per assurdo, la vita a New York non è più alienante di quanto non lo sia in metropoli come Milano o Roma. Perchè New York non è America. New York è New York. E’ la capitale del mondo. Gente di ogni razza e censo e milioni di immigrati, spesso clandestini, sono là a correre con te. Non contro di te.

Non sempre almeno.

Quello che noi chiamiamo New York poi è l’unione di cinque (mega) città diverse che vivono separatamente e che stanno assieme unite con lo sputo: Manhattan, l’isola che quasi tutti fanno coincidere con l’idea di N.Y. è solo una di esse assieme al Queens, a Brooklyn, a Staten Island e al Bronx.

Ma perchè amo New York e perchè ogni volta che ci torno mi lascio travolgere dalle stesse emozioni un po’ candide? Perchè mi sorprendo ancora oggi a invidiare chi vive lì? Chi la sera di Natale torna a casa con l’albero sotto la neve di New York? Chi la mattina si affaccia alla finestra di New York?

L’ho già detto, è roba infantile. Alla mia veneranda età e dopo averla vissuta mi emoziona ancora l’idea di girare in carne e ossa per quello scatolone magico di cui conosco ogni angolo attraverso cento libri: da O.Henry a Miller, a Saul Bellow, per non parlare di Simenon che ha scritto uno dei libri più belli di sempre proprio ambietandolo a Manhattan; cento documentari, dal lunedì nero di Wall Street all’ultimo black-out; mille film, da Frank Capra a Scorsese a Woody Allen; diecimila telefilm con Serpico, Kojac, Forrester, NYPD, C.S.I.

Un’analoga emozione l’avrei provata se mi fossi trovato a tu per tu con Marilyn Monroe e Gary Cooper. Sono un provinciale. Mi piace sentirmi un maledetto provinciale, illudermi che la realtà sia come me immagino.

Per questo ancora nel 2012 farei l’emigrante a New York: non cercherei un posto, cercherei un’altra vita.

Rimuovo l’ovvia considerazione che, dopo un mese, facendomi la barba a un trentottesimo di West Side, vista sul Central Park, ritroverei la mia solita faccia, le solite angoscie o noie o brevi speranze come al quinto piano del quartiere S.Anna a Lucca dove vivo adesso.

Poichè l’esistenza mi appare come un disegno comprensibile sospeso in un vuoto incomprensibile mi attira quel capolavoro di non senso esistenziale che è New York. Fendere la folla della Madison, sentirmi un intruso che intralcia quella marea frenetica che corre a vendere a comprare, ad addizionare col calcolatore, a dire O.K., d’accordo così. Osservare una signora in pelliccia che si sbraccia per fermare un taxi.

E all’improvviso avere la netta sensazione che non si sia fabbricato il taxi per servire la signora ma che New York abbia fabbricato la signora per far funzionare il taxi; e che continui a fabbricare esseri umani (ragazzotti in pattini a rotelle e cuffia stereo, genitori-bambini con infante nel passeggino, vecchi tristissimi, fanciulle lentigginose col trequarti trapuntato, madame in visone e zoccoli, negri barboni e negre ossigenate, tipi manageriali ecc.) perchè facciano funzionare ascensori, scale mobili, negozi di elettronica, slot machine, cancelletti girevoli della subway, piastre elettriche trasudanti hamburger, reparti confezioni che mettono il nastrino nel pacchetto regalo.

Il segreto è non spezzare mai questo incantesimo. Non venire mai a vivere a New York.

Passarci una settimana o due l’anno e continuare ad ingannar se stessi: che sogno rifarsi una vita a New York!