Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

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That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

Breve elenco di dischi che mia madre minacciò di spaccarmi sulla testa se li avessi suonati ancora

1)   Jake and Diane – John Mellecamp  (una volta lo chiamavamo pure Cougar poi si incazzò di brutto e adesso il nickname si può solo sussurrare a bassa voce senza che lui se ne accorga altrimenti ti prende a sberle). Entrai in fissa con il ritornello che tutt’oggi trovo geniale “Oh yeah life goes on, Long after the thrill of livin’ is gone”  e non la smettevo di metterla sullo stereo e di suonarla con la chitarrina e a mia madre veniva puntualmente l’orticaria. Avevo solo il gran problema che non riuscivo a tradurre una parte del secondo verso  quando Jake dice “Hey Diane let’s run off behind a shady tree dribble off those Bobby Brooks, let me do what I please” Insomma, si, più o meno significa che avendo Diane seduta sulle gambe, a un certo punto lui le dice “adesso andiamo un po’  là sotto all’ombra e divertiamoci un pochino”. Tuttavia quel “Dribble off those Bobby Broooks mi stava indigesto e proprio non lo capivo e a quel tempo non c’era mica internet a darti soluzioni. Insomma per anni ho cantato questa canzone senza sapere di che diavolo stessi parlando fintanto che, una decade dopo, in America, sono finito in un centro commerciale e, vagando senza metà ho scoperto che Bobby Brooks è una delle marche più importanti nell’area degli indumenti intimi femminili. Almeno laggiù. E sono rimasto là davanti ai reggiseni con un sorriso ebete in faccia fintanto che non è arrivata una commessa che mi ha preso per maniaco e con fare energico mi ha chiesto cosa diavolo avevo da ridere da solo davanti. Non mi sono scomposto di nulla e gli ho urlato: “Now, rock on”

2) Going to California – Led Zeppelin . Come tutti i miei amici avevo una specie di fissa per il grande dirigibile di piombo (sul nome LEAD poi tramutato in LED si potrebbero scrivere fior di post). Quando sparavo il rock duro allo stereo i miei si incazzavano come delle bisce. Poi uscì  il mitico “Led Zeppelin IV” dove c’era questa ballata straordinaria che decisi di imparare. Poiche non disturbava le orecchie mia madre scelse  di sopportare ma fu quando mi chiese che cosa minchia si dicesse nella canzone che arrivarono i problemi “Ho passato troppo tempo con una donna crudele, Mi sono fumato tutta  la mia roba e bevuto tutto il mio vino e adesso ho preso la decisione di intraprendere un nuovo inizio. Andando in California ….” Ecco sta cosa proprio non la sopportava. Pensava che mi sarei drogato e ubriacato e che sarei partito per l’America lasciando tutto indietro. E non ci fu verso di farle capire che era solo una canzone. Nient’altro che una stupenda ballata. Lei invece sosteneva che se l’avessi continuata a cantare lo avrei fatto anche io. Tutto. Ogni cosa. Io ridevo di gusto quando argomentava quelle boiate, eppure porco cane, c’aveva ragione lei. Andò proprio così. Mai sottovalutare il potere predittivo di una madre.

3) Dream On – Aerosmith. Ho sempre pensato che fosse una delle canzoni più intelligenti che siano mai state scritte. Oggi più di allora sono in grado di apprezzare il testo che vorrei aver scritto io. Una bellezza e una liricità straordinarie:  “Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sono sempre più distinte. Il passato è passato, svanito come tenebre all’alba. Non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce la strada da percorrere. So che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita nelle pagine scritte nei libri, vissuta è imparata da idioti e saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano 
Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime.”  Insomma fantastico no? E’ che questa canzone prende brillantemente velocità ed è cantata sempre più in fretta fino all’isterico finale quando Steven “la bocca” Tyler urla a squarciagola “Dream on” in continuazione come un pazzo. Ed era la cosa che facevo pure, per imitarlo. Sembravo così posseduto da Satana che a volte mia madre andava in terrazza e si metteva a pregare ad alta voce.

4) Fire Lake – Bob Seger – Quando andai in fissa per il grande uomo del Michigan i miei pensarono che, forse perche non era neanche detto, solamente se mi avessero portato a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, avrei potuto ritrovare la pace e la serenità. Già mi vedevano drogato come i capelli lunghi mendicare sui marciapiedi suonando la chitarra. Non sapevano, allora, che a quel modo sarei arrivato più lontano di come poi in realtà è successo facendo la persona “normale”. Comunque Fire Lake è uno dei pezzi che ancora oggi più amo. Verbosa e grassa, con un significato non semplice da prendere perché molto allegorico. Insomma fatta su misura per me. Parla della capacità di assumersi rischi nella vita: “Who wants to take that long shot gamble and head out to Fire Lake…” se mia madre sapesse che io sto ancora Heading out proprio verso il grande lago di fuoco si rivolterebbe nella tomba. Ah, quasi dimenticavo, proprio in quell’album uscito nel 1980, Against the wind, c’è nell’omonima canzone, uno dei versi più straordinari che io abbia mai letto “Wish I did not Know now what I did not know then” Vorrei non sapere oggi quello che non sapevo allora. Che è diventato il mio motto di vita.

5) 50  ways to leave your lover – Paul Simon .  Uno pensa a quei due ragazzacci newyorkesi e gli vengono in mente  Sound of Silence oppure The Boxer. Ma questa canzone è una delle cose più geniali di tutti i tempi. Basta conoscere un po’ l’inglese e avere un po’ di brio e fantasia e vai fuori di testa. No anzi, mandi fuori di testa chi ti ascolta che all’inizio ride di gusto, poi smette poi si adombra poi ti insulta e infine ti minaccia fisicamente di picchiarti se non la smetti subito. Volete vedere? ecco qua: I’m riding my bike Mike, I’m going to my sister, mister, I’m feelind sad, Dad, Maybe you could get me some candy, Randy, Don’t be such a slob, Bob, just listen to me… Che faccio continuo? No eh… ok, la finisco qua. Se mamma avesse davvero preso in mano il disco con aria minacciosa gli avrei potuto dire che in caso di emergenza la canzone di riserva di Paul Simon era Me and Julio Down by the Schoolyard, che per qualche motivo le dava ancora più fastidio.

6) “Friend of the Devil”  - Grateful Dead . Questa canzone sembrava scritta apposta per me. L’unico, il grande, l’inimitabile, il genio, Jerry Garcia aveva fatto qualcosa di orribile e non poteva fare altro che scappare. “Well, I ran into the devil and he loaned me twenty bills
I spent the night in Utah. In a cave up in the hills” Cazzo, com’era vero.

7) I started a Joke – Bee Gees.  Barry Gibb è uno dei geni più sottovalutati della storia della musica. Ha scritto un migliaio di canzoni che sono diventate Hits assolute alcune pure insospettabili cantate da altre grandi pop star. Però qua, cazzarola è un mistero di prima classe. insomma il tipo ha fatto una battuta e ha fatto piangere il mondo intero. Percepivo una straordinaria profondità nel testo. Il mondo piangeva perche lui non era divertente? Conoscevo gente così. Nel seguito della canzone uno di loro, un Bee o un Gee si mette a piangere e questo fa ridere tutti e quindi come diceva Nick Carter, tutto è bene ciò che finisce bene.

8) Swamp Girl – Frankie Laine. Uno dei testi più poetici del mondo civilizzato e assolutamente terrorizzante. Il fava, Frankie dico, è malato e stanco o entrambe le cose e una donna cattiva lo sta chiamando dall’orribile palude in cui vive. Laine era famoso per altre canzoni su fruste o carne secca o treni merci o cose simili mentre il suo capolavoro era noto solo a me e alla mia famiglia. Una vergogna.

9) If you could read my mind – Gordon Lightfoot – Ho sempre pensato che il canadese fosse un genio. Non ha avuto il successo che meritava, anche se è stato e ancora oggi è molto apprezzato. Questa canzone è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. Perché ti gabba. Insomma parte bene e tu sogni e invece finisce che ti incula il finale: “Se si potesse leggere la mia mente, l’amore, che storia i miei pensieri potrebbero raccontare. Proprio come in un vecchio film di tanto tempo fa, dove c’è un fantasma che vive in un oscuro castello o una fortezza,  con le catene ai miei piedi. E quel fantasma sono io e non potrò mai essere liberato finché tu non riuscirai a vedermi….” ma poi conclude con “cerchiamo di essere reali su, Non ho mai pensato che avrei potuto agire in questo modo E devo dire che io non capisco. Non so dove abbiamo sbagliato, Ma la sensazione di amore se n’è andata E io non posso tornare indietro. Mi dispiace.” Non diceva tanti saluti a mamma ma il succo era quello. E sta cosa la mia di madre non l’ha mai digerita.

10) Paradise by the dashboard light – Meat Loaf – No. Meat Loaf proprio non lo reggeva. Per me era un gran fico. Ciccio come il nome che si era scelto aveva (ha)  un talento bestiale che lo portava a cantare con una voce pazzesca e a suonare pure meglio e a rimorchiarsi una super  topa nel video di questa canzone che significa “Paradiso dalla luce del cruscotto” visto che lui si paciuga Elen Foley in macchina.  Ogni volta che passava su video music erano dolori e il disco originale che ancora conservo con amore e gelosia ha rischiato più volte di finire nella spazzatura, iIndifferenziata, di allora

Il tempo di morire

A un automobilista ubriaco non importa proprio niente se hai smesso di drogarti da cinque anni e finalmente stai di nuovo bene e hai incontrato la persona giusta e la ami in modo folle. Men che meno al camionista assonnato o al tizio che sta mandando sms dal cellulare mentre viaggia a 100 km/h in città e che non ha la minima idea che forse tra due mesi ti nascerà  un figlio. Se ne fottono del fatto  che magari era tutta la vita che scrivevi o che dipingevi o che facevi fotografie e che, proprio quella settimana, avresti firmato il contratto che ti avrebbe cambiato l’esistenza.  Già, perchè per quanto ci affanniamo a convincerci del contrario, siamo tutti parte del grande gioco del destino. Ogni patetico sforzo che facciamo e gli esorcismi che pratichiamo credendo possano davvero funzionare, non servono a niente.

Cosi, quando stamattina ti ho visto disteso per terra all’incrocio sulla “Pesciatina” con un telo bianco che ti copriva è a questo che ho pensato. Al fatto cioè che danziamo tutti i giorni con l’inevitabile, ubriacandoci di vita solo per cercare di sopravvivere alle nostre paure. Ti ho riconosciuto dagli scarponcini di pelle nera con bordo di velluto marrone che tanto mi piacevano. Impertinenti, di restare nascosti proprio non avevano alcuna voglia.  Facevano capolino, da sotto, urlando a tutti: Ehi signori, guardateci. Non lasciate che mandino anche noi al macero come questo povero Cristo che ci ha comprato e che finirà sotto terra. Poi, poco più in là, ho visto il tuo inconfondibile scooterone da tamarro mezzo distrutto, in mezzo a un lago di sangue. Aveva ancora l’adesivo con la foto di Neil Young davanti. Ricordo bene  di averti detto che ne avevo uno identico sulla mia ET3 da ragazzo. Eppure, ti prego di perdonarmi, non riesco a rammentare il tuo nome. So solo che ti chiamavamo “puntura” perché facevi l’infermiere. Questo maledetto vizio dei soprannomi. Il tuo volto si, però. Quello non lo scordo.  Abbiamo bevuto assieme molte volte. Stavi con una ragazza dalla faccia tutta storta che veniva fuori da una famiglia come tante e che ha una canina di piccola taglia che ha chiamato Tiffany. E io ho sempre pensato come cazzo si facesse a chiamare un cane così: Tiffany. Non te l’ho mai detto, ma ho immaginato i vostri figli con nomi altrettanto assurdi, che so, Jacob o Matthew. L’ho fatto perche la tua donna sembrava molto presa da te. E chissà, forse già vivevate assieme e io non lo sapevo. Sono però  certo che ancora lei non sa che cosa ti è successo. Non ha ancora idea che tutti i vostri piani sono andati all’aria. Magari sta lavorando in ufficio e proprio in questo momento sta dicendo alla collega che stasera avete prenotato all American Dinner a Pontedera e che dopo farete sesso selvaggio nel letto Ikea comprato solo da una settimana. E starà ridendo di gusto alla sola idea che si possa essere felici anche di lunedì mattina. Invece tu sei qua, sotto quel cazzo di telo bianco, con la polizia che mi urla di andarmene. Per loro sono soltanto uno dei “soliti curiosi” e non capiscono che non ho alcuna voglia di lasciarti solo in attesa del medico legale per le foto di rito mentre tutti quelli che ti amano non hanno idea che la tua anima e’ già di fronte a Dio. Oppure dispersa tra tutte le altre che cercano di reincarnarsi.  Ti immagino in mezzo a un casino tremendo di gente che vaga senza sapere dove andare per chiedere di tornare quaggiù. Mi viene da pensare che ti re- incarneresti in qualsiasi cosa per poter dire alla tua donna le cose che ancora non le hai detto.  Anche solo addio. Giuro che se sapessi come trovarla ci andrei io personalmente e non lascerei che venisse a sapere cosa ti e’ capitato da estranei che con professionalità faranno il loro sporco lavoro. Il compitìno per cui sono pagati.

Avresti potuto morire a causa di un terremoto o per un cancro, per un infarto fulminante, oppure molto più semplicemente di vecchiaia. Invece sei crepato in una giornata di merda in mezzo a un incrocio  perché un bastardo non si è fermato allo stop. Chissà’ che cosa stavi pensando in quel momento. Forse al fatto che gli hamburger dell ‘American Diner sono buoni ma anche pesanti. Impegnativi per la digestione. Se ricordo bene, era quello che più ti angustiava. Non riuscire a digerire. Una volta brindammo a  tuo padre morto dopo una gran mangiata con gli amici che gli provocò una congestione.  Ti faceva paura morire a quel modo. Chissà se hai avuto il tempo di averne morendo invece così. Ti mancava il tuo vecchio dicesti. Mi chiedo se è’ venuto a prenderti come dicono che succeda tutti quelli che credono che esista un dopo  Mi piace pensare che ti abbia preso la mano per portarti in mezzo ai tuoi avi anche se invece è più probabile che non ci sia davvero niente e io stia scrivendo queste cose per qualcuno che è stato ma non sarà mai più.

Ho solo voglia di sputare.

Una gran voglia di sputare fuori la rabbia.

Gli incidenti capitano. Le persone che amiamo muoiono. Niente di ciò che ci è’ caro dura per sempre.

E io ho bisogno di accettare e accogliere questa realtà .

Ehi, Dio, mi avresti anche rotto le palle.

Se non avessi saputo che Dio è uno stronzo che passa il tempo a inventare modi esilaranti per fregarmi forse avrei persino continuato a pregare.  Ricordo di averlo fatto molto, a suo tempo, per avere un figlio maschio scoprendo che il suo appetito nel mettermi alla prova è sempre stato insaziabile con piani di una complessità sbalorditiva. Dopo la prima figlia “amerikana”, infatti, ho intensificato le preghiere. Ero convinto che mi avrebbe ascoltato e LUI che fa? mi ha mandato un’altra femmina. Allora, illudendomi di essere più furbo ho tentato di gabbarlo tenendo una mossa di psicologia al contrario: ho pregato, cioè, per averne una terza. Stolto. Come ha risposto quello screanzato? Me ne ha mandate due. Gemelle. Tanto per fregarmi.

E tutti a dire: Fico!

Fico un cazzo.

La verità è che Dio è per l’uomo, ciò che l’olio è per l’acqua: rende depressi e arrabbiati e inclini al suicidio. Ecco perché santifichiamo il nome Suo associandolo a gustose specialità gastronomiche locali a base di suino.

Ieri davanti alla scuola mi sono intrattenuto a giocare con un compagno di scuola delle più piccole. Gli sto simpatico e a me di fare un po’ di cose maschili una volta tanto non mi dispiaceva. La madre, una bella donna dai modi  a volte un po’ troppo bruschi, lo aveva appena ritirato dalle lezioni di religione in classe. Insomma è una che va contro le convenzioni sociali. Una con le palle. Credo di stare simpatico anche a lei e quindi si è permessa di toccare certi argomenti.

“Lei crede in Dio?” mi fa ad un certo punto

“No, cioè, si, ecco la testa mi dice No, ma il cuore si. Poi so che è capace di porcate micidiali quindi bisogna stare all’erta.”

“Insomma ha fatto battezzare tutte eh?”

“Eh beh altrimenti sarebbe impossibili essere cristiani” rido io.

“E certo, che sciagura sarebbe” ride lei.

“Adesso è Satana a parlare” rido io.

“Si sbaglia io sono  un avvertimento. Dio che dice a tutti voi “potresti essere tu” “potresti diventare come lei”” ride lei

“Ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore. Sotto scacco. Io lo so meglio di chiunque altro.” rido io.

“Crede davvero che Dio la stia punendo?”  non ride più

In quel momento suona il cellulare. L’amministrazione dell’azienda mi comunica che il piano di rientro che avevamo proposto all’Agenzia delle Entrate per pagare l’assurda cartella esattoriale che ci hanno mandato è stato respinto. Mi sono appoggiato a un albero ho aggrottato le ciglia e ho detto semplicemente

“Si”.

Poi ho mostrato il dito medio al cielo e ho urlato:

“Vaffanculo”

D come Domodossola

Gennaro mi ha confidato che è convinto che ogni volta che qualche sconosciuto per strada gli sorride e senza apparente motivo gli fa un cenno di saluto, stia in realtà pensando : “Ma guarda che stronzo”. Dice che succede anche lui e questa è, quindi, la riprova che lo fanno tutti. E’ un vero fenomeno. Ha un cervello diviso nettamente in tre parti. Una prima area logo occipitale, molto compulsiva che vorrebbe portarsi a letto qualunque donna incontri e poi altre due aree, lobo parietale e temporale, molto più ragionevoli che vorrebbero, invece, fare la stessa cosa. C’ha proprio la fissa, una volta, per capirsi, regalò al bar che frequentiamo, un Babbo Natale assurdo che, se pigiavi un bottone, si inculava la prima renna della muta e, al culto di Padre Pio da Pietralcina, preferisce quello di Fraccazzo da Velletri, il frate della statuina che se gli premi la testa, da sotto il saio gli spunta fuori una fava enorme. Fuma come un turco le Camel light e segue alla lettera il più noto comandamento di Dio: ama il calcio come il prossimo tuo, al punto tale che non trova patetiche neanche le partite tra la nazionale cantanti e i commentatori di Sky.

Ieri è venuto a casa mia. Era tristissimo. Dice che ha le prove che la moglie lo tradisce e così voleva parlare con un amico. In realtà s’è rotto quasi subito di farlo e mi ha obbligato a guardare con lui un film horror, che gli piacciono tanto perché dice che lo rilassano, facendosi fuori, praticamente da solo, una costosa bottiglia di Sambuca Molinari che mi ero comprato solo qualche giorno fa e che contavo di far arrivare almeno a Natale. A un certo punto dal nauseabondo scannarsi tra esseri mostruosi è uscita una zombie che faceva veramente schifo e lui mi fa: “Ma come me la tromberei a questa…”  Peccato che in quel momento è entrata mia figlia piccola, una creatura innocente, che ancora non sa che pena e tristezza sono gli uomini come suo padre e l’amico in crisi e ha chiesto timidamente: “Che vuol dire trombare babbo?” L’idiota non si scompone, mi sorride e mi ammicca “Dai, dai, che prima o poi ti tocca, meglio subito. Fortifica, non la vorrai mica far diventar suora no?” Mi sono ritrovato così come un fesso, una domenica pomeriggio del cazzo, a pensare che avrei voluto essere da tutt’altra parte e pur di evitare tale strazio mi sarei sottoposto pure alla tortura di sentire otto ore di fila Radio Radicale senza possibilità di cambiare canale. Decido di fare lo gnorri, sperando nella provvidenza divina. La zombie di prima, quella del film, nel frattempo, decide che vuole avere un rapporto sessuale con un altro morto vivente che però, giustamente, la schifa e Gennaro non trova di meglio da dirgli: “Ma sei proprio Ricchione“.  La bimba che era  rimasta in attesa delle mie spiegazioni di prima gli chiede così “Ma che vuol dire recchione? che c’ha la malattia infettiva?” Decido che basta: “Gennà, porza zozza andiamo fuori a bere ma smettila per favore”. Lui si adombra, poi all’improvviso si mette a piangere. Così dal niente. “Io la amo Masty io la amo, giuro davanti a Dio che se lascia lo stronzo e torna solo con me,  comincio a fumare sigarette elettroniche, a farmi  le seghe e a bere solo caffè decaffeinati” La simpatia per lui svanisce non appena mia figlia mi incalza “Ma che vuol dire “farsi le seghe”? Non faccio in tempo a rispondere che lui cattivo si riprende e le dice: “Eh sta un po’ bonina per favore che poi ti faccio i compiti cosi almeno una volta prendi dieci”. Comprendo che ha ampi margini di peggioramento, mi viene in mente di essere come il pugile di quella vecchia battuta di Beppe Viola  che all’angolo chiedeva al suo allenatore come stava andando sentendosi rispondere “Se lo ammazzi fai pari” e quindi di imperio mi alzo e lo trascino fuori. Prima di uscire urla con voce impastata da mezzo ubriaco “Almeno il Berlusca quando l’ha mollato Veronica poteva scegliere tra mille donne, pure quella Rudy.,.”

 Mia figlia allora tira fuori una cultura che non le riconoscevo e che mi ha spaventato: 

“Ti sbagli, questa la so: si chiama Ruby non Rudy”

No.

Davvero.

Io mi arrendo.

 

Io sono Speggiorin

Nei lunghi pomeriggi pre-adolescenziali passati per strada con gli amici a cazzeggiare, la partitella di calcio al campino del “Sacro Cuore” era il piatto forte. Il prete arbitrava e, da come lo faceva a cazzo, sono certo avesse una moglie da qualche parte che in quel momento lo stesse tradendo. Veniva sempre anche un ragazzo down che nessuno sapeva bene dove vivesse.  Si chiamava  Renzo e si materializzava  all’improvviso su una bici scassatissima e si piazzava nel gruppo al momento in cui si facevano “le scelte”. Aveva una passione smodata per la Fiorentina e parlava come tutti quelli a cui la Natura ha regalato quella fottuta trisomia del cromosoma 21. E ci faceva ridere. E ci divertivamo a prenderlo per il culo. E lui ci stava, perché lo facevamo giocare. “Io sono, ecco, io sono.. Speggiorin”, diceva con quel suo modo strano di parlare. Speggiorin era l’attaccante che la “Viola” si era comprato quell’estate.  Erano anche allora tempi di crisi, non c’erano soldi da spendere e  i dirigenti gigliati s’erano dovuti accattare una pippa bestiale che, nell’immaginario di Renzo, chissà perchè,  era diventata,  un campione. E così,  quando si cominciava a giocare non smetteva mai di urlare “Passatemi la palla, si si si, io sono Speggiorin”. E noi giù a prenderlo per il culo. A Renzo. Che rideva. E che non s’incazzava mai, nemmeno quando la palla con il cavolo che gliela passavi. E passategliela la palla a Speggiorin, rideva il prete. E se rideva lui non vedevamo perchè non avremmo dovuto farlo noi. I cattolici sanno come farsi assolvere cose ben peggiori, in fondo. Poi gli anni sono passati, lenti, ma inesorabili. Ogni tanto, ritornando nella mia vecchia città, anche senza cercarlo, lo rivedevo, come capita  nei piccoli centri cittadine. Era sempre a cavallo di una bicicletta,  solo un po’ più moderna, scorrazzava su e giù senza sapere dove andare. Lo so perchè qualche volta mi sono messo a seguirlo in macchina. Non era solo curiosità. Mi faceva stare bene stargli vicino. Il giro che compiva era sempre lo stesso: andava giù fino al cimitero, quasi fuori città, ma non entrava. Scendeva. Pisciava e prendeva un fiore di campo e lo metteva nel cestino della bici. Tutte le volte la stessa cosa. Poi tornava indietro e finiva all’altro capo dove si allena la squadra di calcio e si metteva a guardare i giocatori che preparavano la partita della domenica. Poi di nuovo in sella per un altra sgambata, per andare da nessuna parte. Negli anni ho visto i suoi capelli diventare bianchi e il suo volto inforcare gli occhiali perché la miopia non gli consentiva più di evitarlo. Un giorno al cimitero, durante la pausa, mi avvicinai per salutarlo. Ovviamente non mi riconobbe. Aveva però gran piacere di parlare, proprio come quando eravamo ragazzetti. Non smetteva mai. E parlava della Fiorentina nello stesso modo in cui faceva negli anni settanta. E io ridevo ancora, ma in modo diverso. E lui parlava però nello stesso modo. E io piangevo quando se ne andava. L’ultima volta che l’ho visto, qualche mese fa, aveva una faccia strana. Molto segnata.  Ho avuto un tuffo al cuore. L’ho fermato mentre se ne andava a giro vicino al centro della città. Come al solito aveva voglia di parlare e così di nuovo si è messo a raccontarmi le cose più bislacche che gli erano capitate e ovviamente le sue speranze per il campionato che stava per iniziare. Montella, diceva, Montella ci farà vincere lo scudetto. Allora gli ho detto: “Si però scusami Renzo, ma come Speggiorin nessuno mai “. Lui ha sorriso in un modo straordinario e ha cominciato a balbettare:

“Mo’, si, mò, come fai a saperlo. Mò, Si, si. Speggiorin era il numero uno.”

Ieri sera mi è arrivato un sms di un amico che vive ancora là. Mi ha detto che anche Renzo ci ha lasciato.

Era tra quelli che lo prendevano per il culo al campino. Nel suo messaggio ha aggiunto

“Non è giusto, cazzo, non è giusto. E ora come si fa Masty?”

Ieri hanno anche operato mia figlia e poi, un sacco di altre cose brutte.

Quando piove, diluvia.

Stamattina ho risposto al mio amico:

“Si fa che da oggi, IO SONO SPEGGIORIN, affanculo tutto il resto!”

Questo è per te, Renzo

 

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Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

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