I gotta feeling…

Ci sono diversi  sognatori che urlano parole di cui nessuno sembra accorgersi.

Parlano di un mondo migliore. Più giusto. Di Libertà e di solidarietà unite e non divise ideologicamente. Sembra però che esse siano una musica stonata e che la gente preferisca la rumba quotidiana dello scontro dritto per dritto. Il tanto peggio tanto meglio. Il vecchio classico standard: troppo giovani per vedere prima, troppo vecchi per combattere poi.

Chissà, forse un giorno sarà diverso. Quelle parole saranno ascoltate dalle generazioni future che utilizzeranno le autostrade che noi stiamo faticosamente costruendo per poterci riuscire. E magari, forse, loro riusciranno a capirle meglio.

Nel frattempo io ho la sensazione che tutto mi stia sfuggendo di mano.

Da anarcoide individualista ho sempre combattuto l’autorità in ogni forma e luogo. E come tanti prima di me ho sempre perso. A lei piace arrivarti sempre in faccia e sorriderti in modo garbato e cercare di dimostrarti che sei sempre, in ogni luogo e condizione, il solito coglione che non capisce. Adora addomesticare le sue vittime. Non importa la divisa che indossa, nè il distintivo che ti mostra prima di iniziare il sermone. E’ sicuro infatti che qualcuno che ha studiato meno di te e che ha potere sulla tua vita, decida prima o poi di darti lezioni di filosofia o di etica o di educazione civica spicciola che ha imparato nel bignamino per fare il suo bel concorsone truccato. Ed è scritto che tu debba anche ascoltare in religioso silenzio senza replicare. Perchè, se non lo fai, il tuo calvario può essere molto più lungo e doloroso. Stamattina ad esempio è stato l’esimio ragionier G. che, dentro uno spettacolare doppio petto sormontato da una cravatta con un nodo che se non sta attento finirà per soffocarlo, a tenermi mezzora inchiodato alla poltrona del suo studio per cercare di chiarirmi che le autocertificazioni che avevo prodotto per ottenere un rateizzo con Equitalia, non avevano alcun valore nella sua personalissima interpretazione della legge. Ho provato a usare una normalissima dialettica, piuttosto basica, per scelta, in modo da cercare di dimostrare l’insensatezza della sua posizione e lui, non solo non ha capito una mazza ma è partito all’assalto con il pippone etico. L’esimio ragionier G., che non ha la minima idea del significato e da cosa derivi la parola “Etica”, mi ha costretto a subire la violenza di doverlo ascoltare in silenzio annuendo come un qualsiasi pirlone. Perchè mi era chiaro che avrebbe deciso lui comunque e che, soprattutto, sentiva forte il bisogno di schiacciare il povero beota che sta scrivendo, che da parte sua sta solo cercando di sopravvivere a Equitalia che lo incalza e alle banche che lo braccano.  Lo zelante burocrate G. è, per l’amministrazione pubblica, come il Papa in materia di fede: infallibile.

Ho deciso di farmi sodomizzare dalle sue parole. Se avessi interagito con il caprone, lui avrebbe messo davanti a me la giungla degli appelli e dei ricorsi, quelli in cui non sai mai come finisce. E così sono stato passivo, fedele al vecchio adagio sulla violenza sessuale che devo aver letto da qualche parte. E per mezzora il ragionier G. mi ha violentato. Era come se sapesse che poteva farlo. Se avessi alzato la testa e gli avessi detto ciò che pensavo della sua cultura da quattro soldi e delle argomentazioni buttate senza un principio logico di causa ed effetto, lo avrei fatto godere di più. Cosa che ha comunque fatto peraltro. Per cercare di non cadere in tentazione, mi ero fissato nel guardare il suo pomo d’Adamo che entrava e usciva dal collo umidificato della camicia con uno scatto improvviso in uscita e un extra lavoro per l’entrata. Alla fine della sua lectio magistralis, quando finalmente è venuto, si è adagiato sulla poltrona esausto. Ho fatto allora la cosa più razionale potessi fare al momento: ho chiesto  pietà al mio violentatore. Tu hai il potere, tu sei Dio, io mi ti faccio inculare quando vuoi sopportando ogni cosa, ma abbi pietà di me. Accetta la mia richiesta perchè altrimenti scadono i termini e mi salta ogni cosa. E come tutti i signori medioevali che si rispettano, l’esimio ragionier G. ha detto ok. Mi hai fatto godere, quindi ok. Ti ho dominato, stuprato la tua intelligenza, posseduto la tua anima eversiva e questo mi basta. Per adesso. E quando mi sono alzato per andarmene ha inteso fare “la seconda”:

“Come non mi dice “Grazie”?”

Io non so come sia possibile. Il bambino Masty non me lo perdonerà mai, ma il vecchio che sono diventato ha detto “Grazie” all’uomo che oggi mi ha violentato.

Si, ho come la sensazione che tutto mi stia sfuggendo di mano.

Ho persino dimenticato che “La Confessione” è un sacramento. Ieri mia figlia mi dice che dovevo andare a parlare con il prete del catechismo per la prima comunione che voleva a tutti i costi vedermi. Non mi era chiaro di che cosa volesse discutere con me il vecchio satrapo, ma, per educazione, mi sono fatto forza e ho aspettato la fine della Messa. In genere ci accompagno la bimba e tanti saluti a mamma.

Era molto che non ne seguivo una. Me le ricordavo meno pallose. Insomma, alla fine vado da Don Diego della Vega che è diventato parroco della parrocchia più scalcinata della piana e lui mi fa la tiritera sul fatto che è indispensabile che anche i genitori si facciano vedere in chiesa per aiutare i figli in un momento così delicato. Tralascio di dire che ha citato una mezza dozzina di volte San Paolo e pure Cicerone alla cazzo di cane solo per impressionarmi e che, di nuovo, ho abbozzato per carità di patria. Quando gli chiedo  in modo del tutto innocente di quale momento delicato stia parlando Don Zorro mi fa la zeta sul culo:

“Oh Signor Masticone, ma stiamo scherzando o cosa? La CONFESSIONE”. E’ una cosa fondamentale. Lo capisce?”

E là ho fatto la cazzata della settimana perchè, completamente dimentico che trattasi di un sacramento mi sono permesso di dire:

“E che sarà mai la Confessione…”

E vai con un altro pippone etico-cattolico-esistenziale, con me che davanti a mia figlia non potevo certo pensare di dire all’uomo mascherato che mi stava massacrando le palle in modo del tutto inopportuno:

“Lei mi dica. Da quanto tempo non si confessa eh? Non la vedo mai in Chiesa. Scommetto che saranno anni”

Se gli avessi la verità e cioè che si parla di decenni, si sarebbe incazzato come una biscia. Ho solo chinato la testa in segno di sottomissione. E lui allora avanti di nuovo con San Paolo. Confesso che se fossi stato un ateniese sarebbe stato più facile. Mi ha chiesto di farne una subito con lui per togliere il grosso dei miei peccati subito e andare di fino poi, nelle sessioni successive. Pensavo fosse una battuta e mi sono messo a ridere. Se l’è presa a male. L’aggressione davanti ai tuoi figli non è una cosa particolarmente facile da accettare. Insomma un conto è farsi sodomizzare dal Ragionier G. al comodo e nella tranquillità del suo ufficio. Un conto davanti a tua figlia che ti ricorderà sempre come una capra che si fa sbattere da un pretaccio di provincia. E così m’è toccato dirglielo, cercando di non essere, allo stesso tempo troppo pesante per evitare l’effetto contrario.

“Senta, padre, io mi confesso da solo. Non ho bisogno di lei. Se voglio parlare con Dio ci parlo senza intermediari. Mi piace comprare all’ingrosso.”

Anatema. Penitentia agite.

“Signor Masticone lei sta parlando come un sacrilego. Non è da cattolici e credo che sua figlia abbia diritto a un’educazione migliore di quella che le sta dando”

Quando è troppo è troppo. E’ scattata inevitabile la rappresaglia:

“In effetti avrebbe diritto a vivere senza le minchiate che la Chiesa racconta, solo che, poichè non ho la forza di farla crescere sana e libera, permetto che venga qua, lei però non si approfitti della situazione perchè se lo fa ancora non la vede più.”

E  me ne sono andato.

Come faccio a non provare più questa sensazione in cui sembra che tutto mi stia sfuggendo di mano?

Le persone alle quali vuoi più bene che ti dicono che in qualche modo la tua assenza è più importante della presenza e che non è mai abbastanza ciò che fai per farle felici, quelle con cui lavori che pretendono tu inventi un sistema nuovo per salvare la vita a tutti e tu sai di non essere di certo Thomas Edison, gli amici che ti chiedono di essere sempre “brillante” neanche tu ti chiamassi Recoaro.

Ma sapete, tutti quanti, i’cchè c’è …?

I gotta feeling….

Take a load down “Sally”

Corinne ha gli occhi grandi. E due labbra carnose naturali che farebbero invidia a una movie star. Dimostra quasi dieci anni in meno di quelli che risultano all’anagrafe. Sta con un uomo molto più grande che lei chiama “compagno” e che vive a Montecatini, ma quando ne parla sembra quasi che non provi affetto per lui. In realtà, molto più semplicemente, non si fida. Sa bene che, con ogni probabilità, anche questa storia finirà, come è successo con suo marito prima di lui e con tutti gli altri che le hanno detto che l’accettavano così com’è senza pretendere di cambiarla, salvo poi mollarla dopo qualche mese di convivenza.  O si è come lei o è difficile starle accanto.

Perchè Corinne è una canara.

Per questo, senza nemmeno saperlo, veste una divisa da super eroina che non si toglie mai e che la contraddistingue dappertutto. Per lei come per le tante canare sparse per il territorio nazionale, tutte volontarie, quest’hobby è giunto ad avere orari quasi da lavoro e non è più solo e semplicemente un passatempo. Si accollano la gestione degli “stalli” ad esempio. Quando cioè un canile non è più in grado di accogliere animali esse le prendono in casa loro in attesa di trovare adozioni adeguate. E mentre si tengono in contatto tra loro cercando una giusta collocazione, non è raro che finiscano per trovarsi ad avere sei o sette cani a cui badare come fossero dei bambini. Le donne come Corinne, e sono tante, hanno creato organizzazioni fenomenali in tutto il Paese.

La migrazioni dei cani, così come degli uomini funziona da Sud a Nord. Mai il contrario.

Mani premurose raccolgono cucciolate di cani abbandonati persino nei cassonetti o in mezzo alle strade di tutte le regioni del mezzogiorno. Credo che questo aspetto del carattere della gente del sud, sia quello che meno sopporto di loro. Il permettere che il randagismo diventi uno stato di fatto contro cui non si può far niente. A Nord di Roma non succede, ma a sud di essa esistono branchi sterminati di randagi che nel migliore dei casi diventano i “cani di paese”, ma che il più delle volte non sanno proprio come cavarsela.

Poi ci sono i cacciatori. I più bastardi. Loro hanno il vizietto di non far sterilizzare le cagne perchè sperano che tra la decina di cuccioli che usciranno ce ne possa essere almeno uno buono da usare per la caccia. Gli altri, gli inadatti, o li ammazzano o li abbandonano. In mezzo a tutto questo scempio, esistono però piccole eroine (sono quasi sempre donne), che decidono di combattere per salvare la vita di questi poveri animali. Si appoggiano a qualche veterinario compassionevole per le prime cure del caso e per la microcippizzazione e poi spediscono al nord attraverso vari canali. Non ho ancora ben capito dove trovano i soldi per fare tutto. Se esistono delle sovvenzioni, dei mecenati o se è solo tutto di tasca loro, ma alla fine i cani arrivano nelle case di altre eroine che se ne prendono cura in attesa di farli adottare da famiglie. Anche se, per la verità, molto più spesso finiscono dentro i canili del florido centro-Nord che, forse non saranno i lager come lo sono alcuni loro simili del meridione, ma rimangono di una tristezza infinita.

Chiunque sia mai entrato in un canile sa bene di cosa sto parlando.

Io vivo in Toscana. Senza volermela tirare troppo mi limito a dire che è uno dei posti  più ambiti in cui poter vivere, almeno nell’immaginario comune. Noi siamo la culla della civiltà. O almeno così ci piace pensare. Il Rinascimento è nato qua. Già. Eppure, lo stesso, se entrate in un nostro canile comunale vi viene il volta stomaco. E non aggiungo altro per non incorrere in azioni giudiziarie. Mi limito solo a dire che lasciare la gestione dei cani spesso a persone socialmente disagiate che devono essere riabilitate loro, prima di prendersi cura di qualche animale, non è una cosa particolarmente intelligente. Stop. Di buono però c’è che esiste una marea di gente che ama dare anche solo una mano e, per questo, ogni giorno, ci sono cittadini/e insospettabili che vanno ai canili solo per far fare una passeggiata esterna ai cani che vi sono dentro.

Ho educato le mie figlie a essere proprio a quel modo e, quando la loro richiesta di avere un cane è stata pressante e non più procrastinabile, non abbiamo dovuto discutere nemmeno un secondo se prendere, pagando, un cucciolo di razza pura in qualche allevamento, oppure un meticcio da un canile.

L’unica cosa che volevamo era che il cane scegliesse noi. Non il contrario.

E così ho chiamato Corinne.

A lei non è parso vero di cominciare “a sbattersi” per una nuova adozione. Vederla in azione è stato uno spettacolo. Un moto perpetuo, pieno di passione e proposizioni. Ho scoperto che in genere la gente si innamora delle fotografie e quindi l’iter standard prevede che tu guardi un bel po’ di foto fino a quando non ne trovi una che “ti parla”. E lei ne ha mandate a dozzine. E poi tantissime altre si trovano su internet dove, nuova scoperta, ho appreso qualche “trucchetto” che, a fin di bene, le canare usano. Il più classico è quello di chiamare le adunanze a casa di una di loro perchè è in arrivo una cucciolata “simil qualcosa” che, quando ci vai, di quel qualcosa non hanno niente. Siamo stati allora a cucciolate simil Labrador o simil Golden Collie dove i cucciolotti forse avevano avuto qualche secolo fa un qualche avo e niente di più. La cosa straordinaria però è che tutti essi erano lo stesso erano adorabili. Tanto quanto gli altri già grandi, quelli “difficili” da adottare.

In queste settimane abbiamo così vissuto diverse  micro esperienze molto belle in cui, però, l’unico neo era che nessun cane ci aveva davvero scelto.

Questo fino all’altro giorno dove, in una casa di una canara nel Mugello, direttamente dalla provincia di Trapani dove era stata abbandonata in campagna da qualche farabutto, abbiamo incontrato Sally, una splendida meticcia, affettuosa che se solo gli umani che conosco lo fossero la metà vivremmo in un mondo migliore ma che, soprattutto, si è presa la briga di dirci che aveva fatto tanta strada per arrivare fin quassù, solo e unicamente perchè voleva stare con le mie bimbe.

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Grazie Sally

Come si lavorano questi pellegrini…

Credo che dovremmo un po’ più di rispetto agli spagnoli.

Insomma, dai, ammettiamolo. Gli italiani hanno una supponenza di base con loro allo stesso modo in cui i francesi l’hanno con noi. E gli inglesi con i mangiarane. Credo che derivi da quella che io chiamo la sindrome del terrone. Insomma, chi è a sud (non solo geograficamente) è per definizione, peggiore. O dicendolo in modo politicamente corretto “in via di sviluppo.”

Noi, va detto a onor nostro, siamo, per fortuna, mediamente più cialtroni e meno spocchiosi dei polentoni del nord Europa, però, lo stesso,anche se sorridiamo e godiamo della presenza di spagnoli nelle nostre vite, sotto sotto, pensiamo: si vabbè, però siamo meglio noi!

La dimostrazione di quanto falso possa essere un pensiero così sottilmente diffuso io ce l’ho sotto gli occhi tutti i santi giorni.

Doverosa premessa: non l’ho mai fatto (not yet I mean…) , ma ho letto molto sul cammino di Santiago. So, ad esempio, che gli spagnoli lo hanno organizzato benissimo, facendolo diventare una specie di cult internazionale al punto che non è più solo una meta per cattolici praticanti in cerca di remissione dei peccati ma anche di atei che detestano i libri di Coelho (come me..) e che lo fanno anche solo perchè è semplicemente bello (per chi fosse interessato c’è un divertente libro di Liebig Etienne “Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela”). Mi sono così, alla fine, fatto l’idea di una cosa piena di passione e di vita, anche e soprattutto nei confronti della natura. Tra sacchi a pelo, ostelli, rifugi d’emergenza, amicizie improvvise ed infortuni di viaggio, il Cammino pare una cosa diversa da persona a persona. Camminare dalle sei alle otto ore al giorno, con il rischio di finire l’acqua e non potere bere, con il dolore alle gambe che ti piega ma che devi superare con le tue forze per proseguire. Partire ogni mattina per fare trenta chilometri con dieci chili di zaino sulle spalle senza spesso vedere una casa o un centro abitato per ore riporta alla condizione umana del vivere, quella condizione che si perde nella vita caotica e frustrante di ogni giorno e nelle vacanze preconfezionate da villaggio turistico. Si attraversano torrentelli d’acqua passando da un ciotolo all’altro proprio come facevano una volta i pellegrini. E poi, camminando tra bellissimi e superbi paesaggi, spesso incontaminati, si conoscono nuove persone in continuazione, ognuna con la propria storia da raccontare e spesso vogliose di conoscere la tua, fatto strano considerato che l’abitudine è spesso che non ci si ascolti nella vita quotidiana neppure tra amici, persi nella mediocrità di una vita stereotipata. In genere, si dice che l’ideale sarebbe partire in solitudine e aspettare che il tempo porti nuove persone nella tua vita. E, le amicizie che nascono sul Cammino sembra non si dimentichino mai.

Noi che c’entriamo?

Beh, la verità è che a noi ci piace taroccare.

E dai su. Inutile negarlo. Il tarocco da noi gode di una straordinaria popolarità che in altre latitudini non potrà mai raggiungere. Siamo molto inclini, ad esempio, a comprare cose falsamente griffate per strada da chi non ha diritto a svolgere attività commerciale, o prodotti alimentari che “assomigliano” agli originali ma che costano molto meno e ci importa poco se sono sani oppure no. Per diversi anni la scheda Tarocca Sky era il massimo sfoggio di italianità. Un modo come un altro per mostrare fieri l’appartenenza alla nostra terra e cultura.

Così, per non smentirci, abbiamo inventato anche la versione tarocca del Cammino di Santiago: la via Francigena!

La storia di essa è facilmente trovabile su Internet. Era uno dei percorsi di pellegrinaggio medioevali. Parte (iva) da Canterbury per arrivare a Roma.

Avendo notato che il cammino di Santiago in Spagna stava diventando una grande attrazione turistica, quindi potenziale fonte di guadagno, qualcuno da noi s’è messo in mente di proporre una versione alternativa dello stesso e ha tentato di organizzare una cosa simile. L’ha fatto all’italiana. Cioè alla cazzo di cane. In altre parole non c’è un progetto d’assieme che lega il tutto. Piuttosto esiste una sperimentazione a macchia di leopardo. Una serie di zone, spesso distanti tra loro, che non hanno guardato al progetto nella sua totalità ma si sono limitati al solo al bieco tentativo di attrarre turisti per la propria Pro Loco.  Due aree su tutte: il Lazio e l’alta Toscana.

Ora, lo so che deve essere difficile da credere per chi ha davvero fatto il Cammino di Santiago, ma la sua versione tarocca made in Italy, passa proprio davanti casa mia. Non in senso figurato intendo. Passa FISICAMENTE davanti casa mia. Proprio sul marciapiede davanti al mio cancello. E prosegue lungo una meravigliosa arteria ad alto scorrimento automobilistico dove se si respira a pieni polmoni, con un po’ di impegno, si può pure prendere il canchero ai polmoni per lo smog che si respira. Sempre che non si muoia prima venendo arrotati dagli autotreni che sfrecciano veloci come lippe. E così, in primavera, comincia il flusso dei pellegrini che convinti di esser tali, vestiti con scarponi da montagna e di alpenstock e zaini superpesanti mi passano davanti, ridicoli come solo chi è davvero ridicolo può essere. In genere, essendo anch’essi amanti del tarocco, arrivano in autobus fino a Lucca per gabbare tutta la strada che avrebbero dovuto fare in precedenza pensando poi di passare per boschi o posti leggendari venendo invece dirottati sulla via Romana Ovest dove, se avessero delle comode scarpe da passeggio anzichè armamentario da scalatore, avrebbero molte più possibilità di sopravvivenza.

In genere capiscono l’inculata dopo un paio di giorni e, infatti, credo che la gran parte di essi una volta usciti dal territorio lucchese decida di prendere un altro autobus o treno per arrivare a Roma. Anche se il sospetto che ci riprovino da un’altra parte del percorso ce l’ho. Come anche la sicurezza che verranno accolti dagli altri italioti nello stesso modo.

Prima di uscire dalla mia terra hanno però la fortuna di passare davanti a uno dei più grandi monumenti nazionali, protetto dal Ministero dei Beni Culturali molto più che gli scavi di Pompei o del Museo degli Uffizi. Sono veramente orgoglioso di questo e del fatto che disti solo pochi chilometri da dove abito. Sto parlando della mega sede centrale della SNAI.

Vuoi mettere una sana scommessa su una partita di cartello con un pallosissimo paesaggio mozzafiato in cima a un passo pure difficile da scalare?

Non di rado, quando ci passo in macchina ci vedo entusiasti pellegrini che, essendosi rotti gli zebedei di camminare in mezzo alle macchine decidono per un bel pit-stop fatto a base di panini con la porchetta dell’ambulante abusivo mentre si godono i video dei principali eventi sportivi.

Stamattina mi ci sono fermato anche io per comprarmi  un panozzo come si deve da portare via perché, stiamo mica a scherzà, Tonino l’ambulante napoletano sa il fatto suo. Mentre attendevo il mio turno mi sono messo a parlare con uno di loro. Un americano che con la moglie, vestito come da copione con tanto da cappellaccio da boy scout, era in fila con me. Il fatto che parlassi in inglese mi è sembrato per lui una liberazione. Poteva finalmente sfogare la sua frustrazione in madre lingua. Mi ha detto che venivano da Austin, Texas, e che volevano fare una cosa che assomigliasse al Cammino di Santiago ma che non fosse così difficile. La Via Francigena gli era sembrato un’ottima alternativa. La realtà però li stava un po’ deludendo ma che, riuscire almeno a vedere la partita di baseball dei Texas Ranger sui televisori della Snai li aveva messi di buonumore. Gli ho detto che se avevano bisogno di qualche informazione particolare o di un aiuto  glielo avrei dato. Lui,  ringraziandomi, mi ha chiesto dove trovare un bancomat funzionante perchè i due che aveva incontrato (sulla via Francigena…) erano “out of order” e stava meditando di mollare una volta raggiunto Altopascio e di riprendere la corriera fino a Firenze. In funzione di un imprecisato senso di appartenenza alla Pro-Loco Italiana mi sono sentito in dovere di incitarli a continuare. Non so nemmeno bene io perchè. Forse stavo parlando piu a me stesso che a loro. Immagino che utilizzassi quella famiglia come transfert per parlare a me stesso. Nella lunga attesa (Tonino sarà bravo ma è indolente come pochi…) gli ho detto della necessità di non mollare. Di provarci ancora. Di resistere. Che quello era il senso del pellegrinaggio. Non importa se l’immaginario andava in una direzione diversa da come si presentava la realtà. Non si doveva mollare, punto e basta.

Mentre parlavo, mi è venuto in mente che stavo blaterando solo una serie di merdate inutili. E fasulle. E pure fuori luogo. Ma prima che potessi correggere il tiro (avevo già pensato di pagare pegno accompagnandolo direttamente ad una banca vicina) Tom, così si chiama, mi guarda serio e mi fa quasi paura. La moglie mi sorride e lui mi allunga la mano e stritola la mia quando gliela porgo:

“Ok Buddy” mi fa “you’ve convinced me. We won’t stop. We’ll give another chance at the Via Francigena”. ha detto pronunciando quel “frenchigina” in modo tale che non ho potuto fare a meno di sorridere, provando allo stesso tempo un grosso imbarazzo perchè non so mica se gli ho fatto un favore.

Prima di risalire in macchina gli ho augurato buona fortuna e mi è venuto anche in mente di chiedergli se avevano, come fanno sempre gli americani, un desiderio segreto associato al pellegrinaggio. Lui sorride e so di aver colpito nel segno:

“The World Series for the Texas Rangers. What else?”

Qualcosa mi dice che però che se quella franchigia vuole vincere il campionato di baseball sarà bene che non conti sul fatto che Tom e Mary raggiungano Roma a piedi da Lucca perchè altrimenti anche quest’anno andranno in bianco.

      

Uomini e/o caporali (ovvero Emma poppamelo)

Dopo averci meditato sopra per anni mi sono convinto che il culmine del piacere sia, quasi sempre, la pura e semplice distruzione del dolore.  Cosa che sostengono molto bene pure i membri dell’associazione nazionale anestesisti e rianimatori ospedalieri. Eppure io sono uno delle poche persone al mondo in grado di riuscire allo stesso tempo sia a godere provando un singolare senso di onnipotenza quando una donna mi confessa che, qualche giorno prima, ha indossato quel vestito particolare proprio per me, sia a soffrire lo stesso come un cane perché non ricordo assolutamente di quale vestito si tratti.

Niente. Nemmeno il colore.

Emma, l’inquilina che sta sopra il nostro ufficio e che incrocio ogni tanto al portone o al bar qua di fronte è una donna che si fa notare. Ama, infatti, citare film, sbagliandone puntualmente  il regista o la pronuncia inglese, che però le piace tanto ostentare. E poi, Signore Iddio, usa di continuo  l’espressione ”piuttosto” assolutamente a caso, mettendola in mezzo alle frasi, così, come si lanciano i coriandoli a carnevale, spesso adoperandola alla stessa maniera di un “o” congiuntivo.

In modo non del tutto sorprendente, nonostante l’evidente sciatteria mentale è comunque una donna felicemente sposata con due figli adolescenti grossi come Bud Spencer che se solo mi avvicinassi a lei in modo non appropriato mi scorticherebbero vivo. Eppure, la nobildonna, si diverte lo stesso a prendermi per il culo ammiccando a doppi sensi per il mero gusto di provocarmi. Le piace giocare e, si sa, con me trova terreno fertile, essendo, per natura, predisposto geneticamente alla cazzata goliardica. Fino a oggi pensavo però che il gioco fosse fine a se stesso. Insomma dai, solo un po’ di colore in mezzo alle classiche giornate grigie della provincia italiana. Invece ho capito che c’era il trucco. La furbina lo faceva perche era ben consapevole che prima o poi le sarei stato utile. Stamattina, infatti, è scesa trafelata in vestaglia, piombando nell’ufficio e gettando lo scompiglio in tutti noi. Piagnucolando alla maniera delle sciantose napoletane ha detto a Daniela che le ha aperto la porta che aveva assolutamente bisogno di aiuto perchè la caldaia le si era rotta e fa ancora piuttosto freddo. Sosteneva di avere la  febbre  alta e che non poteva uscire. Sola in casa, con i figli a scuola e il marito a lavoro aveva pensato che solo io potevo aiutarla a risolvere la situazione.

Ora,  non è che non volessi aiutarla,  solo che, avendo la piena consapevolezza di essere mediamente handicappato nelle cose manuali, e quindi sapendo che sarebbe stata l’ennesima occasione per mostrare di nuovo la mia inettitudine alla conduzione di un’esistenza capace di confrontarsi con i mille problemi pratici che la quotidianità ci sottopone in modo impietoso, ho fatto lo gnorri.

Lei non ha mollato la presa:

“Ti prego, ti prego, ho un febbrone pazzesco aiutami.”

“Eddai bestia, che ci stai anche a pensare? Forza.” ha ululato Daniela.

Tirato per la giacchetta decido di sputtanarmi in maniera definitiva e accetto l’incarico.

Entro così nel suo appartamento e, in effetti, fa molto freddo. Tergiverso ravanando tra i radiatori, girando le manopoline da una parte all’altra come un qualsiasi babbeo e lei sta per mangiare la foglia. Mi guarda torva e mi fa:

“Oh bella, quello la so fare anche io!” .

Le ricambio lo sguardo d’odio e penso: “Quello che non sai fare te, amica mia, è però il “Pretender”.  Mo’ ti cardo io.”

Faccio la faccia offesa e, sdegnato, le chiedo di farmi strada presso la caldaia, in terrazzo. E là parte il Buster Keaton che alberga dentro di me.  Comincio ad armeggiare facendo finta di capirci qualcosa, nazzico un po’ con i pulsanti, così, a vanvera, apro e chiudo l’acqua dentro la caldaietta, controllo con aria saccente tubi di cui non ho la minima idea quale sia la funzione nè che cosa stiano a fare là e alla fine metto su una faccia da laureato in ingegneria termonucleare e confermo che si, ha proprio ragione, proprio non funziona. Occorre tuttavia necessariamente chiamare un tecnico autorizzato dalla ditta, perchè, certo, potrei anche farlo io senza problemi, le dico senza guardarla negli occhi, ma la bassa manovalanza è tuttavia obbligatoria dato che se ci mettessi sopra le mani perderebbe le garanzie che ha grazie ai controlli periodici che ha fatto fino a quel momento e sarebbe molto peggio. Emma rimane inebetita di fronte al mio sproloquio al punto che mi sarei dato il cinque da solo da quanto l’ho sparata grossa ma, mentre sto per tornare felice alle mie cose, mi chiede se ho almeno una stufetta o qualcosa per consentirle nel frattempo di riscaldare la stanza. Tiro un sospiro di sollievo perchè penso che stavolta posso finalmente fare un figurone a costo zero. In magazzino infatti avevamo una vecchia stufaccia ante-guerra, che Zaira ogni tanto si accende perchè è una giovane nata vecchia. Scendo, la prendo e penso che niente stavolta può fermarmi.

Errore di valutazione clamoroso.

Quando rientro nell’appartamento mi accorgo che l’unica presa disponibile per attaccare il ferrovecchio è gia super occupata da una miriade di altre cose. Stereo, TV, lampade, radiosveglia, caricabatterie del cellulare e un altro paio di arnesi di cui ho avuto paura a chiedere. Da buon maschio pragmatico propongo di staccare tutto e, affanculo il resto, adesso si va con la stufetta.

Lei no.

La stronza che fa?

Un sorrisino bastardo e dice:

“Ma no dai, come faccio se togli tutto? Piuttosto fammi una cortesia personale.  Vai a comprare una prolunga e la attacchiamo di là e vedrai che sistemiamo ogni cosa. Vuoi?”

La bestia che è in me voleva urlarle il più canonico degli “Stocazzo“, ma il senso di colpa di chi lascia sempre le cose a metà e che molla quando il gioco si fa duro che mi perseguita da “illo tempore” mi impone di assecondare la sua mostruosa richiesta. Lei infatti non aveva la minima idea di quel che mi ha chiesto. Quale immane tortura avrei dovuto sopportare per poterla soddisfare. Eh si. Perché, per colpa sua, sono stato obbligato ad andare in un posto in cui non mi sono mai recato da solo ma sempre accompagnato da un genitore e solo previo certificato di sana e robusta costituzione del medico di famiglia. Un luogo oscuro, massonico e messianico,  i cui riti segreti sono custoditi gelosamente da sacerdoti drughi che, invasati di sapere, tramandano la loro scienza, di generazione in generazione, per via orale affinché non vada persa, ma solo e sempre ai figli maschi e che si guardano bene dal far conoscere qualcosa ai non iniziati.

La Ferramenta.

Io odio le Ferramenta. Più o meno come le infradito e i Suvve. La Ferramenta è là per dire a tutti gli handicappati del mondo, quelli come me per capirci, che sono delle mammolette incapaci e che la devono smettere di spacciarsi per uomini veri. Uno e due. Quelli che non devono chiedere mai. Noi che abbiamo nel DNA un cromosoma sbagliato, bisogna chiedere sempre e comunque altro che. Anzi, spesso pure supplicare.

Entro e il titolare sta parlando con un uomo. Capisco subito che non si tratta di uno stimolante simposio di un gruppo di intellettuali che sta cercando di aprire le vie per un nuovo pensiero filosofico che si opponga a quello di Kant. In effetti parlano una lingua a me completamente sconosciuta: gruppo elettrogeno, cavo coassiale, smerigliatrice angolare, utensili Festool, distanziometro laser. A onor del vero va detto che ho sempre saputo che quelle “cose” esistono, ma mi ero convinto che, nella vita vera, ci sarebbe stato qualcun altro in grado di usarli al posto mio. Spazzola fili acciaio ottonato curva, Pitoneria ganci rampini, schiume poliuretaniche. Insomma qualcosa mi dice che sono piombato in uno dei miei peggiori incubi. Io però voglio soltanto una prolunga e, quando arriva il mio turno, lo ripeto come un robot, perché, in macchina, avvicinandomi alla loggia massonica, mi ero preparato a dovere. E che cazzo. Sono mica uno così. Io so studiare. E quindi vado con la poesia imparata a memoria

“Vorrei una prolunga da almeno 2000 watt di portata”

Durante il percorso, facendo le prove da solo in macchina, che la gente che mi vedeva da fuori chissà che avrà pensato, mi ero convinto che si trattasse di  una bella frase ad effetto, sufficiente a millantare competenze che non ho. Attività in cui, lo ammetto, mi piace eccellere fin dai tempi dell’esame di diritto commerciale, quando gabbai l’ignaro professore con un abracadabra che ha segnato la mia esistenza facendomi pensare che spesso apparire conti più dell’essere. La risposta del tamarrone però mi colpisce alla schiena.

“Allora le devo dare un filo di almeno 1,5 millimetri di spessore, se non 2, in aggiunta ad almeno due connessioni di…”

Si, vabbè, ciao nini. Crollo come quel miserabile che sono.

“Senta,  ho freddo e devo attaccare la stufa. Fuori ho visto una prolunga  c’è scritto 3600 watt, va bene quella?”

“Lei si sbaglia”, si oppone e mi spiega in modo dettagliato una formula segreta inventata da Mago Merlino con cui, secondo il capo della loggia massonica, dovrei costruirmi da solo il tutto con il materiale radioattivo che mi avrebbe venduto lui e che avrei dovuto trattare con una tuta d’amianto per evitare di essere contaminato. Ovviamente la mia curva dell’attenzione è durata cinque secondi. Al sesto i miei due neuroni erano già impegnati a capire a come uscire vivo da quell’inferno. Ho puntato l’uscita di sicurezza e mi sono detto “Vai, più veloce della luce, e non voltarti indietro.”

L’orgoglio però è una brutta bestia. Ho visto in faccia all’uomo con i denti di metallo, lo schifo di superiorità di  coloro che si rendono conto di star comunicando con qualcuno appartenente a una razza inferiore e, quando mi ha detto con fare scocciato “Vuole che glielo rispieghi più lentamente perchè non ha capito?” con un  sussulto di dignità ho preso di peso quell’uomo e l’ho portato di fronte alla prolunga che avevo visto all’entrata:

“Ma quella non va bene. E’ è una prolunga con che si riavvolge”.
“Eh allora scusi?.
“Non cambi le carte in tavola mei lei mi ha chiesto una prolunga, non una prolunga con riavvolgitore”.
“Ah beh, mi scusi tanto, non volevo offenderla mi creda”.
“Se vuole usare quella prolunga, sappia che la deve svolgere tutta”.

“No? davvero?”

Inutile dire che l’ho comunque accattata di corsa con grande soddisfazione e senza pensarci su due volte sono scappato da quel lager. Tornato nell’appartamento dalla malata ho attaccato il tutto e chiuso finalmente in gloria una cosa che non credevo avrei pensato di poter mai risolvere ed Emma prima che me ne uscissi mi ha detto con voce suadente.

“Quando mi sentirò meglio, ti prometto che non ti offrirò solo un caffe. Piuttosto mi rimetterò di nuovo quel vestito che ti piace tanto. Lo farò apposta per te!”

Si. E’ veramente una cosa fantastica.

Se solo riuscissi a ricordarmi qual è.

Il nemico è in agguato

Non ho mai capito bene la “ratio” che sottende a quella famosa regola per cui i gesti romantici degli altri sembrano sempre nuovi e affascinanti e i tuoi, invece, cretinate di basso livello. Eppure essa racconta una verità apodittica. Sarà perché l’uomo è cacciatore e la donna pescatrice, ma con certi esseri umani di sesso femminile, a volte, è proprio difficile riuscire a tirar fuori la propria mascolinità. Ammesso e non concesso di avercela ancora, intendo. Oggi, ad esempio, avevo  deciso di arrivare in ufficio con alcuni fiori di campo che a me sembravano molto belli che volevo regalare a Daniela e Zaira, le due colleghe che lavorano in amministrazione. Gli idealisti come me hanno un’idea aristocratica dell’amore. Una cosa oligarchica, con tanto di araldica greca, ma troppo spesso non considerano le ingenti sacche di povertà che pascolano il verde praticello del nobile sentimento. Mi sembrava di aver fatto un bel gesto e credevo che potesse essere un buon modo per provare a rimettere in sesto quel qualcosa tra noi che si è un pochino incrinato a causa della crisi. Ci aspettano momenti a dir poco drammatici e quindi, ho pensato, tanto vale che li affrontiamo assieme come un’invincibile armata romana.

Invece, come mi hanno visto arrivare con quel mazzo di “verdura” in mano,  Daniela mi ha detto con faccia seria:

“Cos’hai combinato stavolta?”

“No, giuro, niente.” ho balbettato io  ”Volevo solo farvi un pensiero dolce, ricordarvi che vi voglio bene…”

“Seee. Furbino.” fa la iena “Guarda che tanto prima o poi lo scopro, quindi tanto vale che me lo dici subito. Forza, sputa il rospo.”

Stavo per argomentare una controffensiva con i fiocchi, quando Zaira è arrivata s’è preso il “mazzolin di fiori” e ha cominciato a piangere, dando una spinta eversiva alla situazione.

Io e Daniela abbiamo decretato una tregua armata e lei si è sentita allora in dovere di raccontarci la delusione che la attanaglia perché lo stronzo con il quale esce, ha deciso di rivedersi con quella che lui considerava ex, ma che ufficialmente non lo era. Pare che ieri sera il tipo, candidamente, le abbia detto:

“Tesoro, domani vado da lei per vedere che effetto mi fa”.

“E che cazzo di effetto gli dovrà mai fare? Non è mica una striscia di cocaina.” sosteneva lei.

In effetti sarà semplicemente una che gli vorrà bene. Evidentemente non conoscendolo. Zaira però continuava a starnazzare che lei lo ama tantissimo e che  farebbe ogni cosa per farlo felice. Io mi sono ben guardato dal dirle che non c’è niente di più inquietante, per un uomo, che trovarsi di fronte un’invasata che lo ama in feroce orgasmo proiettivo, incurante di lui. La cosa metterebbe a disagio e urterebbe i nervi di chiunque. Poi, per cercare di commuoverci ci ha comunicato che, lunedì prossimo, lo mollerà per vedere che effetto gli farà questo, aggiungendo però che lo riprenderà subito dopo perché non può proprio farne a meno.

Per me era abbastanza.

E’ chiaro che è una rapace, ma ama stare al sicuro, e non lo lascerà mai perché è anche una bella opportunista e come tutti le opportuniste, vigliacca e discretamente porca.  Così ho deciso che me ne sarei andato a far colazione dal mio amico Fabrizio che è un po’ che mi aveva chiesto di farlo. Anche se, lo ammetto, ripensandoci meglio adesso, “Ho deciso lo mollo” è una frase elegantissima da dire. Molto antidepressiva, a suo modo signorile, che recide e snobba.

Fabrizio è in pensione già da un po’ e vive vicino a un posto particolare. Per descriverlo occorre fare un po’ di toponomastica di Lucca.

Toponomastica.

Che brutta parola. Deriva dal greco. Topos vuol dire Topa. No-Mastica, significa “non c’è per Masticone”. Insomma “Niente topa per masticone”. E’ un periodo difficile anche in quello. Penso che toponomasticamente dovrei chiamare il blog “lo scacciatope”. Comunque, Fabrizio, vive vicino all’argine del fiume Serchio, quello che bagna la città (assieme alla pioggia, poichè Lucca è notoriamente il pisciatoio d’Italia) e dove hanno fatto un bellissimo parco fluviale nel mezzo al quale vive una “effervescente”  comunità di Rom. Voglio che si sappia che, Via della Scogliera a Lucca, è ciò che causerà la rivoluzione in Toscana. Sarà il nostro “Boston Tea Party”. Ricordatevelo quando accadrà. Io l’avevo predetto. Perchè a queste latitudini la gente, in genere, sopporta quasi tutte le minoranze. Insomma è mediamente tollerante, ma lo zinghero rimane zinghero. Non che peraltro gli amici Rom abbiano mai fatto molto per dare, a quei pochi di noi me compreso che ancora li difendono, argomenti spendibili a loro difesa, evitando in modo accurato di rendersi minimamente simpatici in alcun modo. La costruzione del super mega figo (e inutilmente dispendioso) parco fluviale che ha, in modo demente, inglobato nel suo cuore il luogo che da più di un secolo è la sede dei Rom ha fatto traboccare il vaso. Per non so quante volte il Comune ha provveduto a far sgomberare coattivamente la comunità usando mezzi coercitivi di una violenza assurda e, sempre con puntualità disarmante, dopo pochi giorni, taaaaac, magicamente l’area si ripopola ogni volta. Con la scusa che la popolazione è esasperata dai furti e dalla sporcizia la polizia effettua pattugliamenti continui con l’obiettivo di trovare appigli per appiccicare fogli di via a chiunque gli capiti a tiro. Tutte le volte che ho discusso sulla legittimità di questi atteggiamenti Fabrizio, come tutti gli altri che conosco mi rispondono con il classico “sai una sega te…” preludio ad altri attestati di stima reciproca che finiscono sempre con “Se ne devono andare fuori dai coglioni e se non la smetti pure te…”

Oggi l’appuntamento era dopo la corsetta che lui si fa tutte le mattine sul parco fluviale. Al barrino sul ponte.

Come arrivo vedo un nugolo di persone intorno a un uomo che riconosco come il mio amico e mi preoccupo. In realtà il più agitato è proprio lui. Racconta che mentre era immerso nella sua musica dentro le cuffiette e aveva trovato un buon passo non si era accorto che un grosso dobermann di proprietà degli zingheri lasciato libero di andare, lo aveva seguito e senza un apparente motivo aveva preso a mordergli il culo. Non c’era nessuno in zona e quindi raccontava di essersela vista brutta e di essersi molto impaurito. Poichè è un tipo che sa difendersi gli ha tirato anche una serie di calci per cui anche il cane stesso doveva averne buscate tante. In effetti Fabrizio aveva dei bei segni sul sedere e sui polpacci che indicavano che la colluttazione era davvero avvenuta e dal dolore non riusciva a star seduto. Mi sono offerto di portarlo al pronto soccorso per le cure mediche ma lui in preda a desiderio di vendetta ha preteso di chiamare i vigili e di accompagnarli a cercare il cane. Mancava nel popolo che si era radunato qualcuno che gridasse “Morte agli zingari” e poi s’era tutti. Mi era chiaro che se avessi detto una qualsiasi cosa avrebbero scaricato su di me la loro rabbia e ho preferito non dargliene motivo e mi sono limitato a seguire la triste processione una volta che gli ineffabili sceriffi della Contea sono arrivati pronti a far giustizia sommaria del primo bischero che gli capitava davanti.

Dopo un bel po’ siamo giunti nei pressi piccolo centro ippico che è adiacente all’area Rom e Fabrizio ha cominciato a urlare: “E’ lui, è lui…” .

In effetti si vedeva il cane in lontananza con una ragazza che gli stava accanto e lo coccolava. I due gagliardi Pecos Bill in divisa hanno tirato fuori le armi e un coro si è alzato dagli astanti: “Ohhhhhh”.

Ho detto a quello che mi stava più vicino:

“Ma so’ scemi???”

Quello non m’ha nemmeno risposto. Mi ha guardato nello stesso modo in cui si guarda una cacca scoperta nel proprio giardino appena pulito.

Una volta arrivati più vicini assisto a uno dei drammi kafkiani più divertenti e tragici allo stesso tempo che mi sia mai stato dato di vedere in vita mia.

La ragazza che coccola il “povero” cagnaccio preso a pedate da Fabrizio è nientepopodimenoche sua figlia, Monica, abile cavallerizza, che rimane a dir poco basita dall’arrivo del manipolo di vendicatori. Fabrizio non sa più che dire o pensare e balbetta qualcosa. Monica non capisce. I vigili sempre pistole in mano.

“Ma che succede babbo?” gli urla

“No dimmelo te. Che ci fai con quella bestiaccia?”

“E’ il cane del centro ippico è uscito da recinto perchè avevo chiuso male il cancellino ma qualcuno lo ha pestato. Guarda qua come sanguina. Se scopro chi è lo denuncio….”

Un nuovo “Ohhhhhhhhhhhhh” del commando fa da coro alle affermazioni di Monica.

“Sono io il cattivo. Ma mi stai dicendo che quello non è il cane degli zingari?”

“Ma certo che no. Si chiama Bonnie. E’ dolcissima. Non fa mai male a nessuno. Come hai potuto pestarla a questo modo?”

La discussione prosegue per altri dieci minuti ma l’evidente calo della tensione e la chiara impossibilità di fare a pezzi, almeno oggi, uno zingaro fa desistere quasi tutti dal continuare a seguire la questione. Rimaniamo solo io, Fabrizio e i vigili che gli chiedono se vuole sporgere comunque denuncia. Monica gli dice che era lei la responsabile del cane e che se denunciasse il centro ippico e gli venisse garantito un risarcimento del danno loro si rifarebbero su di lei. Il mio amico che non ancora non si è riavuto dallo choc, spara la minchiata della giornata: “Siamo sicuri che non è degli zingari?”

“O mai sei di coccio.” fa Monica “ho detto che è del centro ippico e caso mai dovrei essere io a denunciare te…”

Mi guardo con i vigili e quatti quatti, ce ne andiamo in silenzio.

Fabrizio e sua figlia stanno ancora là a discutere

Vergogna Ministro Cancellieri, V E R G O G N A

Poche cose ancora mi indignano profondamente.

Su tutte la violenza.

In ogni forma e luogo, su donne e bambini o senza tetto o su chi lavora mobbizzato. Stragi o pestaggi, che sia fisica o psicologica.  Non c’è distinzione di destra o sinistra. Io odio profondamente la violenza. E combatterò sino all’ultimo giorno della mia vita contro di essa.

Tra tutte ce n’è una ancora più inaccettabile.

La vergogna delle vergogne è la violenza di Stato. Sempre e comunque e dovunque. La caserma Diaz ad esempio, per me, è una delle pagine più nere dell’intera storia d’Italia dai tempi dei romani ad oggi e il solo ricordo mi fa piangere, a volte, da solo, mentre magari penso agli affari miei. Non so. A volte mi torna in mente senza motivo e mi vengono i brividi.  Ha traumatizzato non solo gli sventurati vittime fisiche di quella violenza, ma anche persone comuni che hanno soltanto un minimo di sensibilità. Mi vergogno di pagare le tasse e di vivere in un Paese dove è permesso che avvengano cose del genere e mi vergogno che ci sia stata una classe politica che ha difeso e giustificato l’uso della violenza.

La morte di Aldrovandi è una di queste pagine.

Mi sono già esposto più volte tirandomi addosso le ire dei benpensanti. Lo ridico di nuovo. Io non credo alla galera punitiva nè al carcere come forma di riabilitazione. Sono un convinto assertore dell’abolizione dell’ergastolo anche per i reati più gravi e se fosse per me anche i peggiori assassini avrebbero una seconda e una terza e una quarta possibilità. Non vorrei veder al gabbio nemmeno il mio peggior nemico. Mai. Per nessun motivo.

Seguendo questo pensiero sono persino incline a perdonare Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri, i poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi. Se questi signori fossero davvero pentiti del loro gesto, se avessero preso coscienza dell’abominio che hanno fatto io li potrei anche perdonare.

Ma non posso nemmeno pensare di vederli ancora vestire una divisa della Polizia di Stato Italiana, come succederà se non verranno interdetti dai pubblici uffici.

Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri hanno diritto di avere una seconda chance e di provare persino a dimenticare ciò che hanno fatto, l’omicidio che hanno portato a termine, ma non hanno più il diritto di portare un uniforme dello Stato.

E lei signor Ministro Cancellieri ha il dovere di garantire a noi cittadini la certezza che le forza dell’ordine che devono vigilare su di noi siano persone al di sopra di ogni sospetto e pulite e senza macchie indelebili dentro i loro cuori.

Il fatto che non senta nemmeno il bisogno di esprimersi su questa vicenda, caro Ministro Cancellieri mi fa pensare che più che a questo lei stia pensando solo alla sua carriera personale. Al fatto che la stanno considerando perfino come potenziale premier nei prossimi mesi.

Ministro Cancellieri provi a vergognarsi un pochino. Non tanto, solo un pochino…

P.S.:  Ciao Enzo, non ti dimenticherò

All’attaccoooooo…..!!!!

E’ un tipo di poche parole, quasi schivo, ma è chiaro che ha un’alta considerazione di sè.

Il dottor G., un tempo primario di Neurologia adesso è in pensione ma esercita in privato per la modica cifra di 150 euro a visita più due di bolli e stronzatine varie. Il tutto, va detto, regolarmente fatturato. Dalla segretaria. Perchè lui, ca va sans dire, non si abbassa a parlar di vil denaro, che però pretende bello frusciante per farti entrare dentro la sua stanzina neanche particolarmente accogliente dove visita i pazienti. La vecchiaccia che si occupa dell’amministrazione deve avere appena fatto colazione perchè le è rimasto un pezzo di qualcosa tra i denti. E la guardo affascinato. Sempre avuto un debole per le imperfezioni e le cose fuori posto. Lei chissà che cosa legge nell’espressione che devo aver messo su e mi dice severa:

“Lo so cosa sta pensando sa?”

“Cavolo…” rispondo eccitato ” e chi è la moglie di Silvan?”

“Si. Si. Faccia il furbino. Tanto li riconosco subito quelli come lei. La risposta è: No.”

“Cioè vuol dire che è la mamma di Tony Binarelli”

“Si continui, continui. No, il professore fattura tutto. Qua non si evade le tasse. L’ho fregata è. Si vede che c’ha la faccia del finanziere sa? Per chi mi prende.”

“Beccato.” le rispondo.

In fondo mi è sempre piaciuto far felice la gente. A volte ci vuole così poco. Basta mentire. La zia di David Copperfield si rilassa soddisfatta. Sono certo che sia il suo modo di godere. C’ha infatti la faccia di una che se gli chiedi “Scusi ha mai provato un orgasmo” ti risponderebbe: “No mi trovo bene con Nuovo Dash”.

“E’ che non sono in servizio e lo sa come ci chiamano no? I Caini. Noi saremmo pronti a uccidere nostro fratello per un qualsiasi piccolo vantaggio. Così se il professore volesse concedermi uno sconticino. No così eh? per dire”

Non mi risponde nemmeno. Si alza e se ne va lasciandomi contrito perchè speravo di vedere ancora quel pezzo di grasso tra l’incisivo e il premolare. E mi metto ad aspettare il mio turno.

Sono arrivato da lui dopo un piccolo calvario emotivo che, ipocondriaco come sono, mi ha portato sull’orlo di una crisi di nervi. E’ cominciato tutto qualche tempo fa. Ho un po’ di timore a raccontarlo perché  in genere, quando lo faccio, la gente comincia a ridere e a prendermi per il culo. E ci metto sempre un po’ a spiegare e, quando poi l’ho fatto, per un attimo l’interlocutore torna serio, ma ripiglia poco dopo a sollazzarsi pensando che sono il solito cazzone che vuol prendere per il culo la gente. Insomma, la faccio breve. Ho cominciato ad avere allucinazioni.

Già detta così fa ridere, lo so perfettamente. Il bello però è che non è mica finita.

Io ho allucinazioni olfattive.

Ogni volta che pronuncio questa frase tutti mi guardano e mi sparano in faccia un rutto. Che io apprezzo tanto va detto, ma che ferisce la mia sensibilità. Perchè io, davvero, sento cose che la gente normale non sente. In genere pellet. Odore di pellet. Avete presente quando andate all’Ikea nel grande androne prima dell’uscita dove ci sono tutte quelle cose di legno? Bene, più o meno quello. Io però sento odore di pellet ovunque. All’inizio non ci avevo dato troppo peso, poi, dato che sentivo il pellet anche in pasticceria ho cominciato a chiedere. Così. Timidamente. Ci sono abituato a chiedere le cose di rinterzo. Quando ero ragazzo e volevo sapere che faceva la Fiorentina chiedevo sempre che cosa faceva la squadra con cui lei giocava. Sono sempre stato strano. Poco da fare. Ho cominciato a prenderla larga e a chiedere a tutti “Ma che cosa avete cucinato pasta col pellet?” oppure “Ma da questa doccia che fa esce acqua al gusto di pellet?”.

Dopo aver incassato una marea di risposte che si  possono sintetizzare in una sola  ”ma che sei passato dallo stadio di mezzo scemo a quello di scemo integrale?”, ho cominciato a preoccuparmi.

Come tutti i coglioni che pensano di sapere come si affrontano certi problemi ho fatto la prima cosa che un qualsiasi idiota avrebbe fatto. Ho usato Google. Errore imperdonabile. Se uno digita “allucinazioni olfattive” sul motore di ricerca e comincia a leggere gli viene una sincope. Specie a un “ficoso” come me. In sostanza gli amici di Wikipedia ti suggeriscono che se soffri di allucinazioni olfattive puoi scegliere tra due ottime soluzioni: schizofrenia o tumore al cervello. E’ probabile infatti o che sei davvero scemo e vedi e senti cose che non si esistono o che si è danneggiata la corteccia cerebrale. E dato che sono (quasi) certo di non essere schizofrenico non è che avessi molte alternative.

Mi sono sforzato di pensare positivo e mi sono detto cominciamo dall’otorino. Hai visto mai.

La dottoressa B. è una signora arzilla che fa prezzi politici e per questo mi piace. Non fattura una minchia ma dai, su, c’è la crisi è un casino per tutti. Cura le mie figlie che soffrono di otite eppure, nonostante questo, non mi riconosce mai. La chiamo per fissare un appuntamento. Mi dice che non c’ha proprio un buco libero manco a pagare il doppio. Mi chiede però i motivi che mi hanno spinto a cercarla e come glieli spiego mi obbliga ad andare a casa sua dopo cena la sera stessa. Hip, hip, hurrà. A volte pensare positivo è un casino.

Visita, discussione a seguire, capisce che ho letto qualcosa e cerca di minimizzare:

“Sono quasi certa che sia solo una brutta sinusite. Pensi che in 30 anni di onorato lavoro mi è capitato di vedere solo due volte il cancro al cervello come lei adesso pensa di avere.”

La toccata di palle che è seguita non deve esserle passata inosservata.

“Ovvia non faccia così. Vedrà, vedrà, non si scoraggi.”

Dieci giorni di antibiotici con vitamina B e lavaggi del naso con della schifosissima “Acqua di Sirmione” e l’odore del Pellet è ancora là, bello bello, a farmi compagnia.

Torno dalla dottoressa B. che mostra meno coraggio della volta prima. Non c’ho più nemmeno voglia di toccarmi le palle. Oramai è certo. E’ arrivato. L’otorino tenta la carta della disperazione. Lo vedo da come ne parla. Va alla cazzo. Riconosco bene l’andamento essendo un grande esperto. Mi spara un:

“Potrebbe essere un fungo nascosto che provoca quel tipo di reazione. Facciamo una TAC al massiccio facciale così vediamo meglio.”

“Prendo appuntamento con la ASL…”

“No. Di corsa.”

Io penso positivo perchè son vivo, perchè sono vivo…..

Le suore Zitine di Lucca hanno organizzato un meraviglioso “bisness” dove, ora pro nobis, se paghi senza rompere il cazzo ti fanno subito tutto. Insomma, quasi tutto. Tre giorni di attesa perchè la TAC deve essere riassemblata o qualcosa del genere e alla fine arriva la risposta. Nel naso non c’è niente di strano. Tutto normale. Maledettamente normale. La dottoressa B. non sa più che minchia dirmi. Si mette le mani nei capelli e balbetta qualcosa di incomprensibile.

“No…perchè..cioè..insomma…veramente strano… incomprensibile.”

“Cosa che c’ho il canchero?”

“Non scherzi su questi cose la prego…”

“E chi scherza.”

“Se avesse un tumore dovrebbe essere molto più magro, mi scusi se glielo dico, ma lei, senza offesa, è ancora cicciottello e quindi non torna, non può avere un malaccio”

“Guardi che ho perso già due etti sa? E proprio in questo momento sento che lui mi sta mangiando bene bene.”

“La smetta. Se vogliamo toglierci ogni dubbio occorre fare una Risonanza magnetica”.

Ma si, continuiamo ad andare alla cazzo. Un colpo qua e uno là.

Decido che prima di spendere altri soldi vado direttamente da un neurologo. Il professor, ingegner, gran Farabut dottor G. che mi ciuccia i famigerati 152 euro.

La visita è fatta come Dio comanda. Controllo della pressione, chiacchericcio per capir bene e meglio di cosa stiamo parlando, discussione teorica della questione, analisi della TAC che avevo già fatto. Veramente una cosa raffinata. Sono quasi contento di essere là dentro. Mi sento al sicuro.

Alla fine mi spara la diagnosi:

“E’  sicuramente una M.A.N.”

Eccaaallà…. di nuovo la manna dal cielo e non me ne rendo conto.

“Si, prof, Ing Cobram, ma che vor dì?”

“Ah beh è semplice. M.A.N. Manifestazione anomala neurologica”

“Si, vabbè, ma che significa?”

“Significa che a volte accadono cose che non si capisce da che sono provocate. E’ molto probabile che lei non abbia alcun cancro anche se comunque una risonanza la farei per sicurezza, magari con i tempi della sanità pubblica, tuttavia il cervello è talmente complesso che ci sono cose che sfuggono e che non si comprendono bene se non per tentativi….”

“Insomma andando ancora alla cazzo?”

“Non direi nel modo in cui lei si esprime, quanto invece valutando ogni aspetto della questione anche i più strani e particolari. Ad esempio potrebbe essere una piccola manifestazione di epilessia. L’epilessia non è una malattia, crea una specie di sovraccarico nel cervello e il corpo reagisce in modi strani a volte dando anche cattivi odori e quindi forse una leggera cura farmacologia con medicinali per curare appunto l’epilessia…”

“Dottore mi scusi. Senza offesa, 152 euro per sentirmi dire che sta andando a casaccio e che forse è un leggero attacco epilettico ma non ne è sicuro mi sembra mica tanto professionale sa?”

L’ho detto così. Senza pensare. Preso dalla frustrazione. Lui, il grande professore si risente. E mi spara il pippone sul fatto che io non capisco nulla di come funzionano certe cose e quindi, in sostanza, non mi devo permettere di insultare la sua professionalità. Decido di non reagire. Ne ho abbastanza di guerra e battaglie e litigi e sangue amaro. Penso mavaffanculo, ma non glielo dico.  Che spari pure sull’orsetto e che vinca un premio al luna park.

Quando si calma lo guardo e gli chiedo:

“Quali sono le altre possibilità oltre all’attacco epilettico?”

Va in bambola.

“”No…perchè..cioè..insomma…veramente strano… “

Mi sembra di risentire la dottoressa B., l’otorino. La differenza che lei costava di meno. Lo guardo torvo. Capisce che deve dirmi qualcosa subito altrimenti mi incazzo sul serio e lui lo spara là. Come fosse un rutto di Gino. L’aveva represso fino ad allora ed è mastodontico:

“L’alternativa a tutto ciò è che siano attacchi di panico. Ma per quelli occorre che vada da uno psicologo mica da un neurologo. Però non è ancora detto perchè…” e bla e bla e bla….

Mentre lui mi parla a me si apre un mondo nuovo.

Baratto molto volentieri un canchero al cervello con degli “innocui” attacchi di panico”.

In passato c’ho pure sofferto. So che colpiscono quando uno abbassa le difese. A me capitava di notte. Nel sonno o nel dormiveglia. La sensazione di morire era fortissima. E orribile. Una cosa che faceva un dolore tremendo. Quando mi spiegarono che erano attacchi di panico mi curai da solo. Ogni volta che arrivavano mi convincevo che fossero solo attacchi di panico e che non era reale e tempo poco tempo sono spariti. Ora potrei fare la stessa cosa con il pellet. In realtà l’odore di pellet non mi da sensazioni di morte. Solo come se l’ossigeno nella stanza di rarefacesse. Potrei autoconvincermi che non esiste e gabbare di nuovo il cervello.

Ecco penso che farò proprio così.

A proposito non è che sentite anche voi uscire dal vostro computer questo odore adesso vero?

Ditemi di si vi prego. Io lo sento fortissimo proprio ora….

Ah, dimenticavo. Ho appena prenotato anche la risonanza magnetica con la ASL, così per sicurezza. In fondo rimango un ipocondriaco. Mi hanno dato appuntamento il 14 agosto alle 18,3o.

Sono dei burloni. O delle teste di cazzo. Fate voi.

Forse entrambe le cose.

Se c’avessi davvero il canchero sarebbe troppo tardi.

Ma andatevene affanculo anche voi.

Ci penserò su

Quando Adele mi ha chiamato per farmi gli auguri di compleanno ero rimasto sorpreso. Per quanto ci leghi una profonda conoscenza risalente oramai alla notte dei tempi, ci frequentiamo sempre meno. Adesso vive a Roma. Zitellona incallita e impenitente, per scelta adora circondarsi di almeno un paio di amanti che sceglie a turno, tra tutti coloro che godono nell’essere soggiogati da donne che sanno come trattare menti inferiori. Toy boys e nient’altro. Ogni tanto, per cambiare, si fa qualche sposato, ma, in genere, preferisce evitarli, non tanto per motivi etici quanto perché, dice lei, la gran parte di essi vivono sensi di colpa molto forti che le rovinano il piacere della storia.

Io e Adele, non abbiamo mai fatto sesso assieme, nè avuto alcuna storia. Era come se avessimo sempre saputo sin da ragazzi che, se ciò fosse successo, ci saremmo distrutti l’un l’altra.  Troppo cervellotici e allo stesso tempo decerebrati per non resistere al richiamo della foresta che impone la difesa del proprio territorio da essere potenzialmente minacciante. A onor del vero, se vogliamo essere onesti, lei ha sempre avuto qualcosa più di me. Un centinaio di grammi di cervello in più che erano sempre stati evidenti a entrambi. Più o meno la stessa differenza che passa tra un Freccia Rossa e un normale Intercity. Lei, insomma, è sempre arrivata prima di me e, spesso, pure in posti che mi sono vietati. Con grande classe non mi ha mai fatto pesare la sua natura. E’ quel tipo di donna alfa che ha rispetto di coloro che riconoscono la sua supremazia. Il secolo scorso facemmo un patto d’onore: mai inutili e pericolosi coinvolgimenti erotico-sentimentali. In cambio libertà assoluta nell’amicizia. E, lo confesso, avere un amica di sesso opposto con cui poter parlare a certi livelli, di cose difficili da affrontare anche con se stessi è assolutamente priceless. Abbiamo così affrontato il nostro torbido più torbido, paure incluse, le crisi e le angosce, con la consapevolezza che l’ altro avrebbe aiutato e capito. Abbiamo condiviso alcune battaglie sociali in cui credevamo e contemporaneamente siamo stati molti vicini l’uno all’altra in momenti drammatici di interruzioni di gravidanza o di tradimenti che spaccavano il cuore raccontandoci di tutto. Perfino cose che avremmo avuto difficoltà ad ammettere alla nostra stessa coscienza. Un legame che è’ passato sopra molti uomini e molte donne che sono sparite nel buio e con esse anche tante paure e seghe mentali.

Poi un giorno e’ sparita anche Adele. Non le ho chiesto niente. Faceva parte dei patti. Credo che semplicemente non le andasse più  Qualcosa che suonava come “ok e’ stato bello, ma adesso basta”. La navicella che andava sulla luna ha staccato me, il pezzo a cui era proibito allunare, ed è partita alla conquista dello spazio.

L’ho seguita da lontano. Con amore. L’amore puro intendo. E ho sofferto nel rendermi conto che ha patito la crisi di Apollo 13. Deve essere stato tremendo poter vedere la meta a un passo e non poterla toccare. Laureata in storia è finita a fare la sistemista in Hewlett Packard. Il mondo talvolta è proprio una merda.

Sentirla al telefono, in modo inaspettato, mi ha fatto sorridere. Era bello riaverla accanto dopo tanto tempo, anche se, conoscendola, sapevo che ci doveva essere dell’altro sotto. Come suo solito e’ andata subito al punto:

“Il giorno di questo tuo compleanno sarà ricordato non solo per il “milestone” che hai raggiunto ma anche perchè hanno eletto Papa Francesco…”

fa una pausa, studiata, poi aggiunge “….e perchè mi sono laureata pure in Psicologia.”

Me l’ha detto così. Come una bulimica vomita una cena che proprio non riesce a metabolizzare.

Non voleva spararmi in faccia la sua superiorità. Non cercava di farmi sentire una merda perchè io la seconda laurea non la prenderò mai. Aveva bisogno di condividere con qualcuno che “capisse” la gran cosa che aveva fatto. Che capisse davvero intendo. In un flash di qualche secondo mi sono immaginato i suoi amanti belli e fichi e ricchi che la guardavano facendole i complimenti senza comprendere la grandezza di ciò che aveva davvero compiuto. O i suoi attuali amici che le offrivano da bere dandosi di gomito come a dirsi “è solo una pazzoide”. Un po’ come se Pietro Mennea poco prima di morire avesse detto ai suoi amici che era in grado ancora di fare i 100 metri in 11 secondi e tre e che con quel tempo si sarebbe potuto qualificare ancora a 60 anni alle Olimpiadi. Quelle vere. Una specie di miracolo sportivo di cui solo Valery Borzov avrebbe potuto comprenderne l’immenso valore e significato. Una laureata in Storia, che finisce a fare la sistemista per una multinazionale del cazzo e trova il tempo e la voglia e la forza di studiare ancora non si sa bene come e dove e prendersi una laurea di 5 anni in Psicologia. Un mito assoluto. Io potevo capirlo. Io si. Lei lo sapeva. Io che come lei avevo avuto per un po’ di tempo ambizioni da seconda laurea e che mi ero iscritto a Scienze Politiche dove mi hanno abbonato metà degli esami per il precedente corso di laurea e che dopo averne dato soltanto uno ho mollato perchè ho capito che non ce l’avei mai fatta, pena smettere di vivere. Il mio cervello semplicemente si era rifiutato di farlo. Mi aveva scritto una mail in cui mi diceva che a 20 anni era molto agile e scattante ma che se avessi voluto spremerlo ancora dovevo chiudere una marea di altre applicazioni che invece amavo tenere aperte. E a me non andava affatto.

Ad Adele invece non hanno abbonato niente eppure ce la fatta lo stesso. E il giorno del mio compleanno voleva condividere quella cosa. Con me. Sapeva che ero invidioso di lei, ma lo ero in un modo sano. Insomma la ammiravo in modo profondo. E così non solo l’ho riempita di complimenti, com’era giusto che sia, ma le ho dato soddisfazione chiedendole ogni cosa. Perchè sapevo che era ciò che desiderava. Uno arriva in cima all’Everest e vuole raccontare che cosa ha provato. Le sue paure e insicurezze e i piccoli momenti di gioia. Insomma tutto dai. In genere la gente, quando parli di cose così grandi e che per te hanno un valore immenso si limita a dire “Ah si brava. Ganzo. A proposito hai sentito l’ultima? lo sai che Bersani forse si dimette?”. Tutti sempre pronti a passare ad altro. Nessuno davvero interessato alla magia che hai fatto.

E così sono stato un’ora al telefono con lei che mi ha raccontato di ogni cosa. Con passione e amore e dolcezza e amarezza e tutto il resto.

Alla fine le viene il dubbio che forse ha esagerato.

“Senti scusami sai. Non volevo mica offendere la tua sensibilità…”

“Ma che scherzi? Figurati l’ho capito. Fino a là ancora ci arrivo.”

“Grazie, sapevo che tu avresti capito. Almeno tu…”

Mentre stavo per risponderle qualcosa di divertente mi spiazza e mi chiede:

“Senti, ma secondo te abbiamo fatto una cazzata?”

“Pardon?”

“Insomma, secondo te avrebbe potuto funzionare tra noi?”

Aveva la voce incrinata. Lo sentivo. Doveva essere terribilmente a terra. Il giorno della sua seconda laurea Adele era a terra.

“No. Cazzo. Non poteva funzionare. Lo sai benissimo. Avremmo scopato un paio di volte. Pure male perchè sei dominante e non mi piace e ci saremmo persi tutto il resto. Tutto questo. Credimi, abbiamo fatto la cosa giusta.”

“Sei sicuro? E’ solo che mi ritrovo qua oggi sola con un cazzo di pezzo di carta e l’unico che posso chiamare per condividere questa cosa davvero sei te…E’ triste ammettilo”

“Adè, porca troia, sono Masty.  Te lo ricordi?”

“Si certo.”

“Hai scelto una vita che dà soddisfazioni diverse da quelle che in questo momento stai anelando…”

“Sto anelando? Come cazzo parli? Finchè non prendi la seconda laurea non ti azzardare a parlarmi a questo modo sai?”

Ci siamo messi a ridere, abbiamo cazzeggiato un po’ e poi ci siamo salutati.

Avevo rimosso la cosa fino a questa mattina.

Mi ha chiamato di nuovo e quando ho visto il suo numero apparire sul display mi sono preoccupato non poco. Sono passati una decina di giorni dal mio compleanno e mi era venuto il dubbio che fosse ancora nel “Mode – Paturnie” e mi sono preparato mentalmente a subire la forza delle sue argomentazioni romantiche. In realtà sono bastati pochi istanti per capire che era tornata lei.

“Masty, ti ho chiamato per scusarmi dell’altra volta.”

“Figurati, non dovevi”

“Si invece. Ho avuto un momento di debolezza. Un paio dei miei toys mi ha mollato per donne più giovani….”

“Coglioni….”

“Eh già. Sono stata male un po’, come hai visto. Ma adesso mi sento molto meglio grazie a una cosa che ho appena scoperto. E’ fichissima e la devi assolutamente provare anche te.”

“Addirittura….” le ho detto a prenderla in giro. A lei non è sfuggito il mio sarcasmo.

“Senti, fava, devo ricordarti che tu arrivi sempre dopo di me? Non è mai successo il contrario. Quindi non fare il superiore sai?”

“Ok, ok, dimmi dai, sono tutt’orecchi”  le ho risposto remissivo.

“Ecco, bravo, così già mi piaci di più. Allora senti, ho appena aperto un Blog. Hai capito bene? un Blog.”

“Apperò…”

“Lo so. Tu non puoi capì”

“In effetti…”

“Si, si, mi si è aperto un mondo incredibile. Fatto di poesia e merda, di pazzia e intelligenze particolari, di armonia assurda e di caos cosmico. Ti ci voglio dentro. Non è negoziabile. Lo so, adesso ti sembra strano. Penserai che ho ripreso a drogarmi e cose simili, ma credimi sulla parola, quando succederà mi darai ragione”.

Non ho risposto subito.

Ho pensato che siamo sempre stati iper sinceri l’uno con l’altra. Di quella sincerità che però, a volte, fa male. Negli anni si è creato questo paradigma tra noi per cui lei è sempre avanti a me e se solo le avessi detto la verità avrei incrinato le sue micro certezze. E ho pensato anche che dovevo qualcosa alla nostra storia e al suo genio e comunque un Presentat arm alla sua seconda laurea. Quindi mi sono limitato a dirle:

“Va bene Adele, prometto che ci penserò su…”

L’uomo rutto

Le donne non lo sanno.

Le donne credono che la differenza tra un vero uomo e una minchia qualsiasi siano la forza o la vigoria fisica o l’uso del cervello in tutte le sue variabili, o il conto in banca o il prestigio di cui gode, o il fascino che sprigiona quando apre la bocca o altre puttanate come queste.

No. Le donne sanno una sega loro. Le donne, diciamocelo, non hanno mai saputo un cazzo.

Un vero uomo si riconosce da due semplice variabili che però sono dei “valli” impossibili da attraversare per una minchia umana qualunque.

Come prima cosa, un vero uomo ama le cipolle, di cui si nutre senza vergognarsi anche (e soprattutto) a crudo (pinzimonio).  E gode come un riccio al solo pensiero. Al contrario la merdaccia le schifa con disgusto, facendo smorfie che provocano disagio a tutti i veri “Uomini” che gli sono accanto. La merdaccia allora accamperà scuse barbine riguardo il fatto che essa provoca bruciore di stomaco, crea meteorismo e che non piace alle donne che rifiuterebbero di baciarlo per questo.

Stronzate.

Un uomo che non ama la cipolla è solo una merda e come tale deve essere ricordata.

Tuttavia, amare la cipolla, è condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato degno di appartenere al genero umano maschile.

L’altra cosa FONDAMENTALE che contraddistingue un vero UOMO da una “Human Fave” è il fatto che un egli sa ruttare come si deve. E,  soprattutto, non se ne vergogna. Mai. In nessun luogo. Per nessun motivo. Un vero uomo, quando gli viene, gli viene. Non sta là a guardare chi c’è e chi non c’è. Un vero uomo non deve chiedere mai….. se ruttare. Lo fa e basta. E che cazzo. Ogni vero uomo conosce benissimo questi due postulati. Non ci credete donne? Chiedete. Chiedete, dai su. Provate a chiedere a chi, come me, fa parte della categoria dei veri uomini. Basta ipocrisia. Basta rozzo egualitarismo. Diciamo le cose come stanno.

Tutto questo per dire che, io, Masticone,  vero uomo come sopra descritto, mi vanto  però di essere amico di lunghissima data di un grande Super-Uomo.

Gino.

Gino sono certo è stato musa ispiratore di Nietzsche o di D’Annunzio nelle sue vite precedenti. Gino è il mio vero unico idolo. Gino è gloria per il genere umano maschile. Al punto che tutti quanti lo abbiamo sempre chiamato non solo con ammirazione, ma soprattutto con grande venerazione l’Uomo rutto.

Gino era un compagno di classe di mio fratello, poco più giovane di me. Belloccio con un ciuffo alla Elvis che piaceva tanto alle donne, capì in età giovanile di essere un super dotato nella sacra arte del rutto. In realtà quando lo conobbi non era in grado di gestire bene i suoi super poteri. Era così inesperto che non sapendoli maneggiare con cura essi causavano danni come capita all’antieroe Hancock nel film di Will Smith. Ricordo, ad esempio, che un giorno mio fratello lo invitò a pranzo a casa nostra e lui perse il controllo cominciando a sparare rutti a go-gò che se c’era il babbo gli avrebbe dato due labbrate che se le sarebbe ricordate tutta la vita. La Zita invece, mia madre, era più incline a cercar di comprendere le potenzialità nascoste dentro gli uomini e non disse nulla. Fin tanto che il super-uomo, completamente posseduto da Satana, sparò una bestemmia con un rutto che non si può nemmeno ripetere. Io e mio fratello eravamo per terra piegati in due dalle risate. La povera Zita lo guardò senza odio e gli disse:

“Senti Nini, se vuoi fare buon-pro alla mia cucina falli pure (li chiamava buon-pro, cazzo. Mia madre ha sempre avuto un’eleganza che io mi sogno), ma in questa casa non si bestemmia hai capito?”

Nonostante avessi le lacrime agli occhi dalle risate vidi la faccia di Gino trasfigurarsi. E fu in quel momento che diventò un mito. Perchè gli si accese una lampadina non so dove e partì con il mega rutto del Cantico dei Cantici di San Francesco. Non credo di aver mai più riso come quel giorno.

Negli anni a seguire Gino ha studiato come gestire al meglio e con classe i suoi super poteri. Quando capitava che si fosse a cena assieme e la serata cominciava a languire per mancanza di argomenti ci pensava lui a riportarla in alta quota. Le donne lo hanno sempre trovato irresistibile perchè, ammettiamolo, lo era davvero. Tutti noi ci saremmo cambiati con Gino, l’uomo rutto. Brillante e sensibile aveva imparato a non esagerare e quindi era quasi sempre piacevole. Anche se una volta fece piangere Tara. Che poi si chiamava Laura ma noi l’avevamo battezzata a quel modo perchè si doveva sempre fare la “tara” alle cose che diceva. Tara aveva perso la testa per Gino. Una delle tante va detto. Gino la ricambiava e si misero assieme. Poteva scegliere molto meglio, eppure, curiosamente, il super-uomo vedeva in Tara qualcosa che, per quanti sforzi si potesse fare,  nessuno di noi era in grado di scorgere. Una sera decidemmo di fare una partita a mini-calcio (antesignano dell’attuale calcetto) con in palio la cena. La squadra che perdeva avrebbe pagato la cena all’altra, comprese le donne. Insomma una super sfida. La gara fu tiratissima. Il punteggio sempre in equilibrio. Gli interventi fallosi si sprecavano. Sugli spalti, il pubblico femminile, poco interessato a una cosa per noi uomini fondamentali, cercava in tutti i modi di accorciare la durata della stessa per poter andare finalmente a mangiare. Tara nell’arte di scassare la minchia fuori luogo è sempre stata la numero uno:

“E dai Ginetto, ora basta, è l’ora di andare” – “E su, amore, è tardi”  - “E qua fa freddo, non ne posso più” – “E quanto manca?” – “E non se ne può più” -

Tutti quanti noi, eravamo innervositi da lei, ma per rispetto di Gino non dicemmo nulla. Fin quando che, sul 4-4 al ventesimo del secondo tempo supplementare,  all’ennesimo “Gino mi sto stufando sai, sono certa che se mi fossi messa con Mario lui non mi avrebbe mai trattato cosi”, il super-uomo fermò il gioco si avvicino alla tribunetta dov’erano le donne e urlò in un super mega rutto “Mi hai rotto i coglioniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”

Un gesto così nobile andava premiato e fummo tutti d’accordo nel considerarlo un gran goal al sette e decidemmo che aveva vinta la partita. Vedere Tara scappare piangendo come una fontana fu per noi un premio di consolazione più che sufficiente.

Il sogno di Gino era diventare pilota di Formula Uno. Ne era davvero convinto ed era così bravo a convincere la gente che tutti quanti noi credevamo che ce l’avrebbe davvero fatta. Invece non c’è mai riuscito. Anzi, non c’è andato manco vicino. Però, adesso, guida gli autobus a Grosseto. Se vi capita, salite su uno che fa la linea dalla stazione al cimitero, ci sta che lo troviate. A me è capitato qualche tempo fa. Avevo l’auto fuori uso e ho preso il pullman e l’ho rivisto. Saranno stati anni dall’ultima volta. Il ciuffo era andato e una pelata meravigliosa aveva asfaltato la sua testa. Solo i basettoni erano là a ricordare le antiche vestigia. C’ho messo un po’ a riconoscerlo. Sono salito di corsa e non ci avevo fatto caso. Poi dal riflesso del finestrino ho notato un’espressione che mi è sembrata familiare e mi è venuto il dubbio. Ho mandato in culo il cartello “Non parlate al conducente”, mi sono avvicinato e gli ho detto: “Gino?”

“Si?”

“Sono Masty”

Lui mi ha guardato e deve aver avuto gli stessi miei problemi nel riconoscermi. Poi un lampo. Ha fermato il pullman su un lato della strada e mi ha abbracciato così forte che mi ha quasi spezzato le ossa facendo mormorare le poche persone dentro l’autobus che dovevano avere una qual certa fretta.  ”Allora autiere, andiamo che è tardi. E se lo sbaciucchia dopo il suo amichetto”

Ho guardati Gino negli occhi e gli ho detto, guardandoli:

“Dai fallo”

I suoi occhi erano tristi.

“No, dai”

“Dai fallo. Fagli capire che sei un super-uomo, non un cazzo di autiere. Autiere sarà il budello di su’ ma’”

“No, no, Masty dai”

Si è rimesso a guidare e nel resto del tragitto abbiamo parlato del tempo passato e di ciò che gli aveva regalato la vita. Adesso è un papà felice con i figli già grandi. Tra poco ci sta che diventi nonno. Non c’è più nessun sogno nel cassetto. Una vita tranquilla. La pace dei sensi. E’ stato come vedere il leone della Metro Goldwyn Mayer che non riusciva a ruggire. Un dolore alla pancia forte, che ho cercato di nascondergli. Mi ha chiesto cosa diavolo ci facevo a Grosseto. Gli ho detto che ogni tanto mi piace tornare e che, quando capita, portare un fiore sulla tomba dei miei. Niente di che.

Alla fine arriviamo a Sterpeto. Il cimitero. Scendo e gli auguro tutte le migliori cose che posso, con il cuore.

Vedo i suoi occhi inumidirsi, per non imbarazzarlo oltre misura, gli volto le spalle e mi avvio verso l’entrata. Ad un certo momento sento una voce:

“Ehy Masty. In onore della Zita…”

“Laudato si o mi’ Signore, Laudato si o mi’ Signore…”

I super uomini, sono tali sempre e comunque. Anche da vecchi. Anche da sconfitti dalla vita

Grazie Gino.

La sindrome di Andy (ovvero questo blog si autodistruggerà al centomillesimo contatto)

Cosa c’è di più triste nella vita che fare un punto nave?

Eppure, nonostante questo, ogni tanto ci tocca farlo per non rischiare la deriva.

Anche  quella di un Blog non fa eccezione.

Per una strana coincidenza astrale questo che state leggendo e’ arrivato, nello stesso momento, in un punto in cui ha raggiunto centomila contatti, diecimila commenti e seicento followers. Se non è da punto nave questo, non so quale altro potrebbe esserlo.

Mi piacerebbe fosse chiaro che, nelle mie intenzioni, non è’ affatto una cosa autocelebrativa. Anzi.

I numeri di cui sopra sono, per l’appunto, numeri. Essi non valgono niente se non parametrati a un Benchmark di riferimento qualsiasi. E sapete una cosa? Per me non ce ne sono di applicabili qua dentro. Davvero. Esistono Blog come quello della mia amica Lidia Zitara che con grande nonchalance, in un anno, fa il triplo dei miei numeri, oppure Blog migliori di questo come quelli di Intesomale o Wish o Mr.Incredibile   che fanno curiosamente meno. (Per citare i primi che mi vengono in mente scusandomi per gli altri e solo per far capire il concetto)

In altre parole, non sono i numeri che danno valore a un Blog.

Che cosa quindi?

Ora non voglio rompere i coglioni aprendo una lunga e penosissima disquisizione sul concetto di valore. Ce ne sono diverse, tutte onorevoli, che hanno il mio massimo rispetto. Per quanto mi consta, essendo un convinto marginalista, sono convinto che il valore di un Blog, come di qualsiasi altro bene, sia dato dalla soddisfazione che il consumatore ottiene dal consumo di una dose in più di detto bene, tenendo costante il consumo di tutti gli altri beni del suo paniere.

I motivi per cui l’ho aperto, più o meno un annetto fa,  sono molto diversi da quelli che, adesso, lo tengono in vita. E questo mi piace. Vuol dire che mi sono evoluto. Da allora ho chiuso il mio account FB e quello Twitter è “Out of Order” ma solo perchè non trovo mai il tempo o la voglia di terminarlo. Non credo più (se mai poi l’ho fatto) al valore (per me…) dei Social Network. Credo invece, molto più di un anno fa, nel valore di una comunità di Blogger. Ho imparato che, con tutti i suoi limiti, il vecchio e caro mondo che stiamo abitando, sia un posto meraviglioso nel quale si può, imparare, leggere, cazzeggiare, ridere, piangere, litigare, innamorarsi, prendere per il culo, mentire, falsificare, fare sesso, pontificare, fare televisione, poesia, letteratura e bla e bla e bla. Qua dentro ogni cosa si amplifica ed è più facile trovare anime gemelle o affinità elettive o tutto ciò che DAVVERO unisce due o più essere umani. Se succede è perché è possibile eliminare tutte le sovrastrutture (avrebbe detto Carletto da Treviri) che nel mondo “reale” frapponiamo tra noi e gli altri. Tutto il finto perbenismo o la moralità che permea la vita borghese in una qualunque città del Pianeta. Non importa se qualcuno o tutti, chi più chi meno, falsifica e mistifica. Barriere come l’età o la cultura o il ceto si annullano d’incanto (quasi). Dalle parole e dalla relazione che instauriamo con gli altri, viene fuori la nostra vera essenza. Qualunque essa sia. Fosse anche, poi, che ci fossero persone che, come il mitico Oscar Giannino, si inventano una vita che non esiste davvero, se mai mi fosse stato dato di averli incrociati, sappiano che ho amato di loro quel lui/lei vero che ho intravisto.

Almeno, io ci credo. Io la penso proprio così.

Si amplificano però non solo le cose positive, ma anche le negative. Anche io, come tutti, immagino, ho una lista di Blogger (persone?) che mi stanno profondamente sui coglioni. Sapendo bene che il sentimento è reciproco. Con alcune ho fatto litigate inimmaginabili in un mondo che non fosse questo, con altre ci siamo autolimitati decidendo di evitarci l’un l’altro come la peste.

Dico tutto ciò perchè voglio arrivare a un punto che è poi il vero cuore del post. Quello che ho fatto mio in questo punto nave. Di fatto un appendice a un altro scritto qualche giorno fa (Fantasmi).

Voglio arrivare a quella che io chiamo la Sindrome di Andy.

Passo indietro.

La lista nera dei Blogger da evitare è, almeno per me, una cosa che nella “realtà” sia da considerarsi un termine sbagliato. Perchè, siete liberi di non crederci, con tutti quelli che ci sono dentro a qualunque titolo, sia per mia immissione diretta che per loro auto-proclamazione, io mi ci sento ancora legato. E li seguo, di nascosto. Da lontano. E mi piace pensare che loro facciano lo stesso con me (ho già detto mi pare che ho una marea di gente che entra qua dentro digitando il nome del Blog su Google per non farsi riconoscere). E’ come, per me, quando torni a fare una passeggiata nella tua città Natale e ti piace rivedere le facce invecchiate dei tuoi vecchi amici/nemici. E sapere di loro. Perchè se anche gli avevi augurato segretamente di crepare in qualche angolo nascosto del pianeta, ancor più segretamente hai sempre sperato che ce la facessero invece a trovare la loro via.

Invecchiare assieme.

Che cosa c’è di più magico?

Poter contare sulla sicurezza che amici, falsi amici, nemici, falsi nemici, siano sempre là con te. A donarti, senza saperlo,  la sensazione di immortalità. Allungando i tempi che portano all’inevitabile facendoti sentire bene perchè ancora ci sono. Perchè con le merdate che scrivono, con le cattiverie gratuite che sono in grado di regalare, con la monnezza con cui inquinano il mondo, comunque ti fanno sentire in un posto in cui riconosci le vie. Sai che dietro l’angolo c’è il negozio del barbiere, e più in là ancora il pizzicagnolo. Sai che arrivano uragani e terremoti e Berlusconi è sempre là. Ma anche tu sei sempre in un posto in cui riconosci i confini. Una Nazione invisibile non riconosciuta (ancora) da nessun altra, ma di cui tu ti senti cittadino. Sentirsi a casa? Una cosa del genere. Inter pares, soprattutto…

E così succede che, quando qualcuno che sta nel tuo mondo chiuda baracca e burattini saluti tutti, spenga il Blog e se ne vada, ti senti un buco dentro l’anima grosso così. La morte, fosse pure virtuale mi sgomenta. Perdere qualcosa/qualcuno che comunque hai interiorizzato, con qualunque didascalia tu l’abbia etichettato mi  fa male. Un male tremendo. Come mi fa male l’indifferenza di chi si affretta a commentare  frasi gentili ma che sono coltellate per spiriti con una sensibilità appena appena decente: “Buona vita”, “Tanti auguri” “Hai fatto bene, mo’ lo faccio anche io”…

Mavaffanculo

Tu mi togli qualcosa altro che. Tu devi restare. Anche se sei su quella lista nera del cazzo, o meglio ancora se sei un amico su cui credi di poter contare. Quel credere è gia tutto. Non puoi morire, non puoi farlo. E mi incazzo quando gli altri abitanti del mio mondo chiosano con banalità standard senza avere la forza nè, purtroppo, nemmeno la voglia di capire, comprendere. Figuriamoci di lottare.

Recentemente se ne sono andate diverse persone. Alcune presenti nella lista nera, altri invece amici/he.

E provo dolore.

Sono scemo me ne rendo conto. Ma quando uno fa il punto nave deve sentire un po’ di dolore e mostrarsi più scemo del solito sennò avrebbe fatto il punto canotto, o il punto materassino e che cazzo.

E qua arriva la Sindrome di Andy.

Io ho amato a dismisura, tanti anni fa, Andy Kauffman. Sono cresciuto con lui. Personaggi come Latka o Tony Clifton vivono ancora dentro di me. Andy era un genio. E come tanti, spesso incompreso perchè aveva paranoie tutte sue. Il film Man on the moon, con un Jim Carrie straordinario, gli rende pieno onore. Quando Andy è morto, nel 1984, io sono entrato in momento di grande prostrazione. Gli volevo bene a Andy anche se era solo un personaggio della TV. Amavo la sua sensibilità e la sua dolcezza. Nella sua genialità, prima di sparire per sempre disse che avrebbe inscenato la sua morte e sarebbe tornato 20 anni dopo. E io ho passato tutto il 2004 ad aspettare il suo grande come-back.  Per tutto quel tempo io ho davvero sperato che Andy non fosse realmente morto e che fosse di nuovo, solo la sua ennesima burla. E ancora oggi continuo a sperare che abbiamo capito male e che lui avesse detto 30 anni e non 20.

Ed è allo stesso modo che io aspetterò che tutti i miei amici e quelli che non lo sono resuscitino dal regno dei morti virtuali e riaprano i loro di Blog, ridandomi la bella mappatura della mia città che avevo quando loro erano qua con noi.