Quando mangiare significa sprecare a prescindere


Adesso vi spiego cos’è la stupidità.

Anzi no. Sarebbe troppo lungo e difficile. Però una piccola fotografia dalla mia terra mi piace mandarla. Perchè ci sono cose che proprio non reggo più.

Io, un giorno si e l’altro pure, vado a pranzo alla Mensa comunale di Capannori. Che è poi dove vivo e lavoro. Adesso lo sapete. Quindi se volete unirmi al mio desco sarete super very welcome, quando e come volete.

Come fare per riconoscermi? E’ facile. Sono l’unico là dentro che litiga. Tutte le volte.

Eppure odio farlo. Insomma sono un tipo mansueto e oramai addomesticato. Un perdente che sa di esserlo.

Perché lo faccio allora?

Solo perché la rabbia ogni tanto va sputata fuori.

Dall’inizio di quest’anno il genio del male, lo scienziato che sovraintende alla stesura dei prezzi, ha deciso di incentivare quelli che loro chiamano “pasti strutturati” a danno del “pizzico-pizzicone” di chi, di mangiare primo-secondo-contorno acqua e frutta” a pranzo non c’ha proprio voglia.

Detto così non vuol dire molto, ma se si va nello specifico arriva il famoso genio italico che ci ha resi famosi “all over the world”: la stupidità liquida!!!!

Cosa succede?

Se uno prende:

a) primo, contorno, acqua e frutta paga sei euro

b) primo, secondo, contorno acqua e frutta paga otto euro

E fino a qua niente di strano.

Ma se decidi di prendere ad esempio, Primo, acqua e frutta, oppure secondo e contorno e basta, uscendo dal “pasto strutturato” finisci per prendere meno e pagare di più

E  io, che prendo “Primo, acqua e frutta” mi ritrovo puntuale la signora bella rubiconda alla cassa che mi chiede sette euro.

Poichè questa cosa mi irrita non poco le faccio notare ogni volta che si sta sbagliando. E lei, proprio come film di Troisi e Benigni comincia la litania. Nel suo caso mi risponde sempre “Non ha preso il contorno è fuori dal pasto strutturato”.

Mi scusi, le faccio notare,  capisce da sola l’assurdità di prendere apposta il contorno per buttarlo via per poter pagare sei euro anzichè sette no?

e lei

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

No, davvero, signora cicciona, bella piena all’amarena, non può obbligarmi a prendere il contorno e a buttarlo via per risparmiare un euro. E’ un insulto alla povertà. Facciamo che lei ha visto che l’ho preso e poi l’ho ridato indietro e mi fa pagare sei euro no?

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

Ora, so che non ci credete, ma è davvero così. Giuro E io allora blocco la fila. Il mio modo di protestare. Ci litigo ogni volta fintanto che, quelli dietro, non ne possono più e mi urlano di togliermi di torno con il contorno che nel frattempo l’altra signora preposta mi ha fatto avere il piatto di contorno e che a spregio tutte le volte mi fa: “Ci faccia quel che le pare, lo mangi, lo butti, lo dia in pasto al cane a noi non importa”

Mi guardo indietro e vedo operai, impiegati comunali o cazzoni come me affamati come lupi, mi commuovo e lascio perdere.

Prima di andarmene non rinuncio alla catechesi e chiedo a Ciccia Amarena perchè non prova una volta ogni tanto, non  sempre è, solo una volta ogni tanto a usare la sua testa senza rifugiarsi nello stereotipo del “io non decido niente, faccio solo il mio lavoro”

E lei, pazzesco, non si scompone di un millimetro. E’ veramente una donna incredibile. Non si sposta di un appoggio. Ma proprio nemmeno uno e mi ripete, con fare impassibile, il suo mantra preferito:

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

ma vafangulo

Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  ”chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  ”retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.

Il cielo stellato sopra di me e Hollywood dentro di me

Quando studiavo all’università, vivevamo in un grande appartamento di otto stanze. Ognuna delle quali aveva due letti. Sedici persone. Praticamente una comune. Venivamo dai posti più disparati e abbiamo dato vita a quanto di più eterogeneo avessi mai potuto immaginare prima di arrivarci. Il primo anno finii per far comunella con Mauro, un tipo particolare, che aveva in comune con me l’amore per la filosofia e la storia. Lui aveva però molti più attributi perché intendeva proprio laurearcisi, mentre io mi ero venduto a “Economia”, per un pezzo di carta più facilmente spendibile. Mauro, tuttavia, non mi trattava come un rinnegato. Diceva che sapere che ci sarebbe stato un nuovo stronzo capitalista che, però, amava la filosofia lo faceva sentire meglio. Perché ovviamente era un comunista che frequentava centri sociali. E così cominciò il mio periodo “alternativo”. Parlavamo solo di massimi sistemi e di rock’n roll. Mai di fica. Eravamo di quella serie di coglioni che riteneva che farlo fosse troppo volgare (con la erre moscia.) Alla fine mi convinse pure a seguire, assieme a lui, un corso al quale partecipava. Uno monografico su Kant. Mi convinse dicendo che il professore era una vera forza della natura. Che poi voleva dire che era un pazzoide. Uno di quegli schizzati che ogni tanto, non si capisce come, riescono a trovare pertugi assurdi e si piazzano in posti in cui tu pensi debbano starci personalità più normali e non così deviate. Il professor Colombo aveva dentro di sè il genio di Dio e la cattiveria del demonio che mischiandosi davano vita a visioni oniriche di follia allo stato puro che poteva far deragliare menti ben più forti della mia. Fu lui a farmi capire, finalmente, il perchè Kant fosse il più grande filosofo di tutti i tempi e quanto del suo pensiero fosse presente nei film pornografici. Ma questa è un’altra storia.

Durante quelle lezioni Mauro conobbe e si innamorò di una disadattata pazzesca che aveva un’amica paranoide, Flavia, perfetta per un allucinato come me. Vestita sempre di stracci con sciarpe e sciarpine e un borsone con dentro ogni cosa neanche fosse un bazar medio-orientale. Passavamo tutte le sere a farci di canne e a sbronzarsi con vino di pessima qualità e a fare discorsi del tipo: “No perchè la Palestina, no cioè Israele è stato canaglia, cioè la Cia ci spia, no cioè la rivoluzione culturale di Mao, no cioè perchè il comunismo di Trockij era diverso…..” bla bla bla. Eravamo sempre fatti come copertoni. Flavia era una dark ante litteram e di sicuro una depressa anarcoide che si eccitava se le parlavo di Bakunin ma che una sera mi disse che non si sarebbe mai fatta scopare da uno che non conoscesse benissimo Ralph Waldo Emerson. E così, per non sbagliare, mi toccò studiare la sua intera opera omnia destando sospetti nei miei che non capivano perchè i libri di economia li schifassi e non preparassi alcun esame. Quel Natale mio padre, dopo il pranzo mi prese da parte e mi fece serio: “Figliolo, sono molto preoccupato per te.” In effetti avevo rotto le palle a tutti con un monologo di tre ore sul genocidio degli Armeni del 1915 e avevo due borse sotto gli occhi acquosi che nemmeno un malato. Se avesse saputo che frequentavo una donna che, quando le chiedevo, “Che fai domani?” rispondeva “Mi suicido” e quando rilanciavo “E domani l’altro?” diceva “Ci riprovo” sarebbe morto all’istante. In ogni caso non durò molto. Dopo qualche tempo Flavia mi disse che non ero un vero rivoluzionario. Ero uno di carta, un mollaccione. E ne aveva trovato un altro molto più tosto di me. Un muezzin siciliano, che aveva due baffetti da sparviero e che cucinava benissimo il cous cous di carne e verdura. Quando cercai di capire cosa minchia c’entrasse il cous cous con la rivoluzione proletaria mi disse che non potevo capire. Non ero un vero fedayn.

Da quel momento cominciò la mia “normalizzazione”. In ogni caso accompagnai Mauro all’esame con Colombo. Quel matto del prof era famoso per farne di veramente assurdi. Era un assertore del fatto che contasse solo la prima domanda. Il resto, diceva lui, era solo Messa cantata. Andava a simpatie e, a volte, cacciava la gente con motivazioni assurde, mentre altre le promuoveva con lo stesso metro. A quello prima di Mauro mise in mano una lampadina e gli chiese quanto, secondo lui, consumasse. Il tipo rispose tranquillo “60 watt”.  Cacciato. “In mano a lei non consuma niente. Deve pensare prima di parlare”.  A Mauro dette un mazzo di chiavi e gli chiese “Mi dimostri che sono le mie”. Lui cominciò a farfugliare: “Aristotele e Platone avevano della proprietà un concetto diverso da quello che Rousseau ha poi ripreso…..”.  Colombo lo incalzò ancora. Mauro non riusciva a tirar fuori nessuna teoria. “Torni al prossimo appello”. Mauro si alzò.  E lui: “Ehi dove va con le mie chiavi?” e Mauro “Ecco dimostrato che sono le sue”. Promosso.

Reincontrai Colombo qualche anno dopo, in un bar dove ero andato a far colazione una mattina. Nei piccoli atenei di provincia come Siena è cosa che può accadere. Sembrava più perso nel mondo delle nuvole che mai. Mi venne di salutarlo e lui mi guardò in modo interrogativo. Pensando di fargli un complimento gli dissi che ero uno dei pochi che, anni prima, aveva seguito un suo corso, così, solo per il gusto di farlo, senza dare poi l’esame alla fine dell’anno. Lui rispose solo “Ah” . Credo che intendesse dire “Povero scemo”. Poi con un tono saccente che non ricordavo mi fece:

“E che cosa crede di aver imparato da esso”. Mi ferì il suo tono e gli risposi allora:

” Che le donne delle pulizie e le bidelle sono sempre fighe. E dopo essersi fatte chiavare selvaggiamente ricominciano a pulire senza battere ciglio!”. Catturai per venti secondi la sua attenzione. E mi disse:

“Lei pensa di essere divertente vero? Eppure se guardasse attentamente anche i film di Hollywood scoprirebbe tanto Wittgenstein e Schopenauer dentro di essi e vedrebbe che il mondo è la totalità dei fatti non delle cose.  Ora, un linguaggio, un’immagine, sembra avere una prevalenza su tutti gli altri linguaggi, su tutte le altre immagini. Questa immagine è l’immagine logica: essa rispecchia perfettamente la realtà. E la rispecchia perfettamente non solo perché il suo fatto  rispecchia perfettamente il nesso di oggetti  ma perché anche esiste un isomorfismo tra i suoi costituenti e i costituenti della realtà. Si potrebbe pensare allora che se l’isomorfismo fosse perfetto, la logica rappresenterebbe perfettamente la realtà”.

Rimasi a guardarlo a bocca aperta. Lui se ne accorse e perse interesse: “Capisco” fece “lei è uno studente di legge. No anzi, lei ha la faccia di uno studente di economia. Però ci pensi sopra almeno”. Non c’erano cazzi. Era semplicemente un genio pazzo.

A distanza di secoli ho rivisto Flavia qualche tempo fa. E’ venuta a una presentazione di un libro. Raccontò che era di passaggio in Italia, aveva letto qualcosa ed era curiosa, tanto curiosa, di rivedermi. La prima cosa che mi disse fu “Ma ti vesti ancora da straccione?”. In effetti lei era perfetta nel suo bel vestito di Gucci le scarpine di marca e un make-up che la facevano molto più diva del cinema che pasionaria per i diritti di qualcuno. Mi spiegò che si era sposata con un diplomatico ed era importante il “look”. E poi era così orgogliosa di rappresentare l’Italia nel mondo e che io non avrei mai potuto credere quanto lavoro ci fosse dietro l’impegno dello staff di un Ambasciata. E venne fuori che, comunque, preferiva stare a Washington D.C. che a Damasco.  Pagai io il caffè al bar ma Flavia conosceva le buone creanze e fece la finta di volerlo pagare comunque lei e tirò fuori un portafoglio di pelle che fece accapponare la mia. Se ne accorse e arrossendo disse

“Si, ma è eco sostenibile”.

Pensai, mavaffanculo. Però le dissi con tristezza:

“La virtù più ricercata è il conformismo. La fiducia in sé stessi ne è la piena antitesi.”

Lei reagì stizzita.

“Che frase assurda che tiri fuori. Puoi fare di meglio sai?”

“Non è mia Flavia. E’ di Ralph Waldo Emerson.”

Quell’esame con il professor Colombo è stato uno dei pochi che invece Mauro abbia mai superato. Non si è mai laureato e adesso vive a Pinerolo, in provincia di Torino e fa il dipendente comunale. E mi fa stare meglio sapere che c’è almeno un dipendente pubblico che ama la filosofia. Mi ha scritto stamani per dirmi che ha saputo che Colombo è morto. E’ crepato come ha vissuto. Come un folle. O forse no. Ha parcheggiato la macchina su un area di parcheggio vicino a un cavalcavia, si è spogliato di ogni cosa, ha piegato i vestiti in modo quasi perfetto e s’è buttato giù senza lasciare alcun messaggio. O forse quei vestiti piegati lo erano. Chissà magari deve averne parlato in qualche altro corso. E allora in onore di quel folle genio, voglio dire a tutti quale filosofia di vita ho capito dai film di Hollywood. E questo grazie a quel disgraziato che amava i film porno.

In primo luogo  non occorre preoccuparsi troppo se si ha di fronte un numero elevatissimo di nemici in un combattimento di arti marziali. Essi, infatti, aspetteranno pazientemente di attaccarti uno alla volta, danzando educatamente, in maniera gentile e garbata ai lati dello spazio dove si svolge lo scontro, fino a quando tu non hai atterrato il loro predecessore. Oppure devi ricordarti che puoi sopravvivere a qualsiasi cruenta battaglia in ogni possibile guerra, anche la più sanguinosa e terribile, quella dove c’è la peggiore feccia umana mai venuta sulla terra. Si, ce la puoi fare, purché non tu non faccia il clamoroso errore di mostrare a qualcuno la foto della tua famiglia a casa che ti aspetta. In quel caso sei fritto e nessun super eroe potrà mai salvarti. E ancora, se sei un poliziotto onesto non rischi mai la vita tranne che quando sei a due o tre giorni dalla pensione dove sei sempre immancabilmente sparato. E allora forse è il caso di sapere che, qualora facessi quel mestiere, occorre prendere delle ferie in arretrato proprio da usare in quei momenti. Per non dire, infine, che la tosse è di solito il segnale di una malattia terminale e che, soprattutto, i cani sanno sempre chi è il cattivo della situazione e quando lo incontrano gli cominciano a latrare contro mentre il loro padrone non capisce mai il perché.

Ma cosa minchia ci sia in tutto questo di Wittgenstein lo devo ancora capire.

 

Altro giochino, altra corsa…

Domenica autunnale. Piove a dirotto su tutti i fronti. Lo sfascio regna sovrano. Sul blog siamo rimasti quattro gatti e allora sai che, io ci infilo un’altra minchiata. Così, a spregio.

Altro giochino, altra corsa.

Chiamiamolo il giochino delle effe.

Lo possono fare tutti, pure coloro che quelli di intelligenza o di logica li rifiutano a prescindere.

Solo una regola: vietato barare.

Sull’onore.

Per chi ancora ce l’ha. questa è la promessa più sacra.

Ci si mette una ventina di secondi. I più lenti forse trenta. Senza fogli di carta e senza pensare. Occorre solo contare e ripeto non barare. Leggere e contare.

Allora come funziona?

Io qua sotto adesso posto un frase che va letta UNA VOLTA SOLA e mentre si legge occorre contare quante effe ci sono

ok?

troppo difficile?

no, dai.

Here we go

pronti?

 

questa la frase:

 

FINISHED FILES ARE THE RE-

SULT OF YEARS OF SCIENTIFIC

STUDY COMBINED WITH THE

EXPERIENCE OF YEARS

 

 

 

 

 

 

 

Ci sei? leggi quanto segue solo se hai contato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai davvero contato?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allora sei scemo….:)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No dai, scherzo…..

Insomma quante erano?

tre?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erano tre ammettilo!

Ne hai contate solo tre.

E sai una cosa?

E’ sbagliato. Sono sei, davvero.

Rileggi e poi leggi ancora sotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La spiegazione è semplice: pare che il cervello non riesca a registrare OF

Incredibile non ti pare?

Quelli che ne contano sei al primo colpo o sono dei geni. Oppure barano.

Tre è normale.

Quattro impossibile. Figuriamoci cinque.

O tre o sei.

E se mi dici che ne hai contati sei al primo colpo non ci credo.

Come si diceva da ragazzi. Non è ganziale?

Il goal più bello della storia del calcio

In genere quando a qualcuno viene chiesto quale sia stata la rete più bella della storia del calcio, quasi tutti fanno riferimento al famoso goal di Maradona ai mondiali del 1986 all’Inghilterra, quando prese palla a centrocampo, fece uno slalom pazzesco scartando tutti, portiere compreso e poi depositò la palla in rete.

Io no.

Io ricordò perfettamente quando e come e, soprattutto, chi ha fatto il più grande goal della storia del calcio..

Era più o meno metà anni settanta. Partita finale del campionato provinciale allievi a Grosseto. Il clima era tesissimo e surriscaldato come mai avevo visto. Eravamo arrivati a quel finale di stagione con la pressione dei tecnici e della società che teneva da morire a quello stupido trofeo. Soprattutto  quell’atmosfera pesante era stata causata da genitori di molti dei miei compagni di squadra talmente ottusi e dementi che ogni volta che potevano ci insultavano pensando di incitarci.  I nostri avversari di quel giorno erano tosti . Li conoscevamo perchè li avevamo già incontrati nel girone di andata ed erano duri e cattivi, non lasciavano spazio alla fantasia e mettevano tutto sul piano fisico.  La partita la arbitrava un uomo che tutti chiamavano “Il pazzo”. Lo conoscevo di vista perchè stava vicino casa mia ed era il classico tipo che la gente scansa perchè riconosce come diverso. La personalità, infatti, era di sicuro una di quelle borderline. Lo guardavi e nei suoi occhi vedevi brillare sempre quella pazzia latente che pensi che prima o poi esploda in qualcosa di clamoroso e per questo ne avevi paura. Di quando in quando c’avevo scambiavo qualche parola e ricordo che usava una cantilena strana, molto lenta. Sembrava quella di Enrico Beruschi che al tempo godeva di grossa popolarita televisiva.  La sua “stranezza” era accentuata anche dal fatto che viveva ancora con i genitori nonostante fosse già un uomo fatto da un pezzo e si diceva facesse l’arbitro perche,  quella era l’unica cosa che riuscisse a calmare “l’urlamento” che sentiva dentro.

Io giocavo come mezza punta e, nel calcio, come poi ho scoperto in tutte le altre cose che ho fatto nella vita, ero bravino ma non bravissimo. Insomma un mediocre. Quella partita si mise subito male. Andammo sotto di un goal, probabilmente in fuorigioco. I genitori sulle tribune cominciavano a rumoreggiare contro di noi e contro l’arbitro. Un altro paio di episodi dubbi e infine un clamoroso fallo in area di rigore a nostro favore non dato, scatenò la rabbia della gente fuori dalla recinzione che guardava la partita. Da lì in avanti gli insulti furono solo per l’arbitro. Una cosa pesantissima anche da ascoltare. Gliene dissero di tutti i colori. E soprattutto ci ridevano come pazzi e ricordo che fu una delle prime volte che provai imbarazzo per qualcosa che facevano altri, di fronte a me.

Secondo tempo iniziato da poco. La situazione era pesante oltre misura. In campo ce le stavamo dando di santa ragione, sulle tribune l’insulto all’arbitro era diventato il gioco a chi la sparava più grossa. Sarà stato attorno al decimo della ripresa che un mio compagno, l’ala destra, fa un gran dribbling sulla fascia ed effettua un cross perfetto che arriva al vertice opposto dell’area scavalcando tutti i difensori e pure i nostri attaccanti, ma è un’occasione favolosa per me che sto arrivando da dietro. Vedo la palla che parte dal piede del mio compagno e cerco di andare dove credo possa arrivare. Di fronte vedo solo e unicamente l’arbitro. Nessun avversario può raggiungerla prima di me. Immagino che lui si sposterà per farmi passare, invece, non solo non fa niente del genere, ma anzi cerca e trova una postura giusta per coordinarsi e colpire al volo la palla di sinistro e infilarla al sette della porta avversaria. Un goal strepitoso. Il goal più bello che abbia mai visto in vita mia. E subito dopo comincia a correre alzando le braccia come si vede fare in televisione ai giocatori di calcio veri. Sembrava un invasato e sul campo scende il silenzio più totale. La gente è incredula. Il tipo però commette un errore madornale: vai a esultare sotto la curva, che in quel caso era la tribuna, facendo a più riprese il gesto dell’ombrello al pubblico e urlando: Tiè, Tiè!

Il dramma.

Invasione di campo inevitabile e tentativo di caccia all’uomo da parte di tutti. Dirigenti (?) delle società compresi. Lui si barrica negli spogliatoi. Il custode del campo cerca di tenere a bada la massa e poichè  mi conosceva bene mi urla “si mette male. Vai nell’ufficio e chiama la polizia”. Eseguisco con grande perizia. Al 113 provo a spiegare cosa è successo ma il centralinista sembra non prendermi troppo sul serio, mi chiede il nome e tergiversa. Allora non sapendo che fare urlo “c’è mio padre assediato nello spogliatoio vi prego venite subito. Ho tanta paura”. Devo aver detto qualche parola magica perchè nel giro di pochissimo arriva una pattuglia che disperde i facinorosi e fa uscire “il pazzo” e se lo carica nella volante non prima di aver gridato “Dov’è il figlio? dov’è il figlio?” Vigliacco come pochi non mi faccio avanti, finchè non mi rendo conto che l’agente si sta spazientendo “dov’è quello che ci ha chiamati?” Urla tre volte. “Dov’è …..”  chiamando il mio nome. Alla fine non posso esimermi e faccio un passo avanti verso di lui e verso l’ignominia degli sguardi. Fortuna mio padre vero non c’era. Mi caricano in macchina con loro e ci portano via. L’arbitro è praticamente una sfinge. Non proferisce parole. E’ in stato narcolettico. Gli agenti provano a parlargli e lui non reagisce a nessuno stimolo. Mi chiedono che cosa è successo a mio padre e provo a raccontargli la verità. Ho detto che l’avevo dichiarato solo perchè non mi sembrava mi prendessero sul serio. Provano allora  ancora a farlo parlare ma lui niente. Decidono di portarlo al pronto soccorso perché immaginano sia in stato di choc e mentre i due tipi vanno a cercare un medico, il pazzo per un attimo si sveglia dal torpore si volta verso di me e mi dice con la voce da Beruschi:

“Bella quella storia del padre. Ti ho notato sai? hai stoffa, diventerai qualcuno!”

Poi quando ritornarono a prenderlo rientrò nel suo stato vegetativo e buona notte.

Ho saputo, tempo dopo, che era stato radiato dalla Federazione e che gli era stato assegnato un certo stato di infermità con accompagnamento. Non credo si sia più ripreso da quel giorno.

Ieri ero a Grosseto perchè dovevo fare alcune commissioni. Ogni volta che torno nella mia città natale passo del tempo a bere a pieni polmoni di lei. Mi piace la sua aria e quell’odore di tiglio e acacia che si sente solo in Maremma in primavera. E mi piace ogni volta farmi un giro nei posti che sono stati importanti in quella che era la mia vita di allora e che adesso sembra lontana un secolo. Ad un certo punto senza accorgermene mi sono ritrovato davanti all’oratorio dove ho cominciato a tirar calci al pallone e sono rimasto come un babbeo per un tempo indefinibile là davanti. Vedevo scorrere davanti a me immagini di un tempo che non c’è più. Facce di amici che chissà dove saranno adesso e di altri che ogni tanto incontro ancora e che oggi sembrano essere dei vecchi nati vecchi ma che allora erano invece pieni di vita.

Dopo un po’ mi accorgo di una cosa che prima non avevo notato. Accanto all’oratorio c’è l’ospizio dei vecchi della città. E’ una giornata calda e ci sono molte persone nel giardinetto, si fa per dire, del posto più temuto da quelli che hanno una certa sensibilità. E vedo un tizio che mi sta puntando senza smettere e mi sembra anche che sia anche un po’ che lo sta facendo. Mi avvicino meglio e lui fa lo stesso e arriva fino alla ringhiera.

Lo riconosco. E’ lui. Il vecchio arbitro che fece il goal più bello della storia del calcio. Adesso è totalmente calvo e rugoso, si regge a malapena sulle gambe è magro finito e i suoi occhi sembrano quasi normali. Però la sua voce ha la stessa cantilena di un tempo e mi dice:

“Sai che ti ho seguito? Sapevo che avevi stoffa e sei davvero diventato qualcuno. Sono orgoglioso di te”

Prima che potessi dire qualcosa arriva di corsa un infermiera che mi sorride e mi fa: “Scusi sa. E’ pazzo non sa quel che dice. Adesso lo riporto dentro”.

Lui mi ha sorriso.

E a me invece sono solo spuntate le lacrime perché ho sentito la bellezza di qualche grazia profonda e mi sono sentito ubriaco come un bambino del latte della mamma.

Il nemico

Ieri sera mi era presa male.

Ripensavo a tutte le persone che in qualche modo mi hanno ferito e a quelle che, più o meno volontariamente, ho ferito io.

Troppe. In entrambi i casi.

Persone alle quale hai dato il tuo cuore o la tua amicizia e loro ci hanno cucinato un favoloso dessert-pappone per i cani e quelle che hanno dato le stesse cose a me e che io non sono stato in grado di tener di conto.

Ho scoperto una cosa che una persona normo-dotata sa benissimo sin dalla tenera infanzia.

Ero cioè bravissimo a trovare scuse e giustificazioni ai miei comportamenti, per i quali riuscivo sempre a trovare la “ratio” che li aveva determinati, riuscendo alla fine ad assolvermi agli occhi della mia coscienza, ma quando si trattava degli altri la cosa non funzionava affatto così. Loro erano ingiustificabili. Erano nemici. E ai nemici non si perdona niente, specie in tempo di guerra.

Ho pensato alla donna che mi diceva ti amo la mattina per scopare con un altro il pomeriggio o all’amico che mi aveva abbandonato quando avevo bisogno della sua presenza e a tutti quei tradimenti minori, fatti di piccoli gesti quotidiani mancati che piano piano scavano solchi che senza accorgertene ti fanno allontanare da una persona senza sapere nemmeno bene perché.

E mi montava la rabbia. Non so dire se era rabbia unidirezionale, in parte era pure rivolta verso me stesso per non essere stato in grado di gestire e controllare processi apparentemente semplici che sapevo mi avrebbero fatto male. Lo sapevo, ma lo stesso non riuscivo a gestirli. Una cosa devastante per un presuntuoso di merda come me.

Poi è successo che ho ricevuto una mail.

Era di una donna che qualche tempo fa mi aveva fatto molto male. Era un po’ che non ci sentivamo. La apro con circospezione come si fa con tutti in pacchi che arrivano dal “nemico” e scopro che lei mi parlava d’altro, come se quello che era successo tra noi non fosse mai capitato. Una cosa del tutto estranea alla vita che ci aveva in qualche modo legato. E ne parlava con leggerezza. Con la dolcezza di una bambina che aveva voglia di condividere con me una cosa del tutto insignificante.

Mi sono messo a ridere come un matto.

Perchè non volendo quella donna mi aveva fatto capire che lei non era il mio nemico. Che lei sono certo aveva pure trovato le sue belle giustificazioni a quello che mi aveva fatto, ammesso che se ne fosse mai davvero accorta. E che non ha senso provare rancore o odio o anche solo fastidio al pensiero per qualcuno che ha incrociato la strada con te. Forse chissà, quello era il suo modo per dire “Pace”, la vita è breve inutile farsi del male inutilmente provando rancore.

Questa cosa mi ha così colpito che ho deciso che voglio chiedere “Pace” a tutti i miei “nemici”.

Ovviamente la lista è lunghissima e quindi non sarà possibile farlo subito. Ma volevo fare un gesto, un qualcosa che nel mio immaginario, potesse permettermi di dire ai miei “nemici”: Pace fratelli!

E mi sono allora ricordato di un racconto che ho letto quando avevo, non so, forse dodici o tredici anni, una vita fa e che allora mi aveva colpito tantissimo e al quale avevo continuato a pensare per anni ma che poi era svanito nel nulla.

Fino a ieri sera.

Ieri sera è tornato prepotente nella mia testa e ho deciso di farci un post per farlo leggere a chiunque passa da qua.

E’ famosissimo e quindi è probabile che la maggior parte dei naviganti che si ferma su questo porto lo conosca già, ma lo stesso mi emoziona oggi come allora e chissà magari anche a voi potrebbe portare delle emozioni e farvi dire “Pace” con i vostri di nemici.

Il suo titolo è “Sentinella” l’ha scritto nel 1954 Friedrick Brown, breve e agghiacciante, ribalta gli schemi della fantascienza  il soldato solo nella terra aliena, coperto di fango e immerso nell’orrore della guerra, non ha colore né razza né bandiera. Ancora oggi questo racconto shock conserva intatto il suo messaggio.

Pace a tutti.

 

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“Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato.

Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto.

Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.

E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.

Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…

 

Lezioni di vita

Stamani ho preso e sono salito in macchina per vagare.

Molte persone quando hanno le paturnie, l’umore sotto i tacchi o le palle girate fanno altre cose. Guardano un film, si fanno una sega, chiamano un amico.

Io vago.

Metto lo stereo a palla che non sento nemmeno il cellulare e parto, così. Ad minchiam. Se fossi un ebreo sarei l’ebreo errante.

Ad un certo punto mi accorgo che la nafta sta finendo, vedo un distributore davanti al quale sarò passato un miliardo di volte senza mai fermarmi perchè fanno dei prezzi assurdi e decido di fare il pieno là. Così’, per farmi un po’ male.

Scendo e dal casottino vedo sbucare un ometto vecchio come il cucco con in testa un cappellaccio di paglia. Sembrava uscito dal film “Buena Vista social Club”. Mi sta simpatico e gli sorrido stanco. Lui mi guarda e dice:

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo”

Trasecolo, non posso credere alle mie orecchie. Lui non se ne cura e va giù:

“Vuoi il pieno vero? Vedrai che quando alla fine devi pagare te lo faccio cacare io il cazzo che hai dentro co’ sti prezzi” .

Pensa di essere divertente e ride. Adesso mi fa sta facendo incazzare.

“Senti nonno”

“Ivo, mi chiamo Ivo”

“Senti nonno Ivo….”

non mi fa finire.

“Hai appena scoperto che la tua donna scopa con un altro vero?”

“Ivo, io ho rispetto per la tua età ma..”

“No è che hai la faccia di uno che si innamora sempre delle donne sbagliate.”

Come dargli torto? anche se lui però non può saperlo.

Decido di lasciarlo andare libero, ma chi se ne frega. Lui però se ne approfitta.

“Fammi indovinare….. è sposata e ti vuole bene ma scopa bene e con gusto con il marito?…no anzi non è sposata ma ha altri tre o quattro cazzi che se la risuolano meglio di te che invece le parli d’amore?…oppure semplicemente si è rotta le palle di uno come te e ti ha detto sayonara…”

“Ivo, c’hai una fissa sai? Ho solo problemi di lavoro, casini vari, dormo male la notte, Equitalia…”

“Non dirmi che sei frocio sai…sarebbe peggio eh”

“No, ma che c’entra? senti tieniti i tuoi 50 euro e tanti saluti, è tardi devo andare”

“Ma ‘ndo vai chiucolo, vieni là nel gabbiotto che ti faccio assaggiare una cosa che ti riporterà il sorriso”

Se fosse partita in quel momento Cielito Lindo sarei stato davvero sicuro di essere nel film di Win Wenders.   Ma non c’è nessuno sulla strada e di continuare a vagare mi sarei anche rotto le palle. Penso anche che da nonno Ivo posso raccattare un po’ di materiale per scriverci sopra un racconto o qualcosa di simile e quindi accetto.  Lui esce con una bottiglia di Rum e una scatola di sigari.

“Oggi sono qua perchè mio figlio è voluto andare a festeggiare non so che con quel finocchio del suo amico e mi ha chiesto di sostituirlo per un giorno, ma mi sono già rotto i coglioni. Per fortuna mi sono portato dietro questi sigari e questo nettare. Tieni prendine uno, vedrai che ti passa tutto”

“No, grazie come se avessi accettato, non fumo e poi a quest’ora è presto per me per bere. Forse è meglio che adesso però vada….”

“Allora lo vedi che sei davvero un frocio? Non bevi, non fumi, non trombi …”

“Senti Ivo, adesso vado è…. ciao”

“No…No…viene qua ti insegno io a trattare le donne vieni qua, fammi compagnia che non passa un’anima e io voglio parlare con qualcuno. E poi figlio mio, tagliati quella cazzo di barba che ti invecchia e pure i capelli tienili più corti che altrimenti fai ridere è per questo che ti sfanculano tutte”

Non so come mai ma quell’essere buffo improbabile e assurdo mi intrigava da morire e non riuscivo proprio ad andarmene via. Lui allora trangugia un sorso dal bicchiere che intanto si è riempito e comincia a cantare:

” Regola numero uno, prendi una donna trattala male, spezzagli la spina dorsale….”  sulle note di Teorema di Marco Ferradini

“Ivo, si dice spezzaLe, non spezzagli.. è femminile” ribatto senza pensare

“lo vedi? sei un perfettino di ‘sto cazzo, per questo lei tromba con un altro. Tu sei palloso. Nessuna donna sopporta i pallosi a lungo. E tu amico sei palloso.”

“In effetti non l’avevo mai vista sotto questa angolazione” gli dico per dargli corda.

“Io li conosco quelli come te “amore, tesoro, salciccia e pomodoro”, ma che bacini e bacini Porco (bip), mettiglielo in mano invece…”

“Ivo è Pasquetta te lo ricordi?”

“E allora Madonna (bip) che cazzo significa Porco (Bip) tu mettiglielo in mano e vedrai che tutto cambia”

“Io ho problemi con Equitalia e…”

“Maledetta quella (bip) (bip) chi cazzo se ne frega di Equistacippadicazzo? Tu pensa alla topa e tutto si aggiusta. Però fallo bene, senza innamorarti sempre delle donne sbagliate”

“Che sarebbero?”

“Quelle che non te la danno e vanno con altri. Cioè tutte, a vedere da come sei imbranato…”

“Sono solo sfortunato, tutto qua”

“La sfortuna è stata per quella povera donna di tua madre che chissà quanto l’hai fatta penà” Poi mi guarda di sbieco e rilancia “Sicuro che non sei frocio vero?”

“Fino a prova contraria”.

Mentre sto per chiedergli se aveva altre cose da insegnarmi arriva un’altra macchina. Esce un tipo distinto che mi ci sarei cambiato e Ivo gli fa

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo”"

Questo lo guarda e gli dice “Ma sei scemo?” e quel pazzo di Ivo riprende

“Non ti preoccupare che con i soldi che costa la benzina il cazzo in culo piano piano te lo faccio scendere io” e ride

Il gentiluomo si avvicina minaccioso a Ivo e mi tocca intervenire. Il cliente pensa che io sia suo figlio e mi minaccia. Io lo prego di far finta di niente e mi picchetto la tempia con l’indice, per dirgli “E’ matto non ci star a perdere tempo”

Alla fine scocciato il tipo decide di andarsene non senza aver detto ad alta voce cosa pensava di Ivo e della sua famiglia, che in quel momento ero Io.

Mi sento sollevato e persino Ivo mi ringrazia di averlo aiutato.

Sto per risalire in macchina e vedo che mi guarda e mi dice:

“Siamo sicuri che non sei frocio, vero?”

A proposito di eroi

Ognuno di noi ha i propri miti.

Io credo che il mito sia indiscutibilmente una creazione dell’uomo perché esigenza primaria e ancestrale. Tutti noi ci costruiamo una mitologia personale, spesso gelosamente custodita alla quale facciamo però continuamente riferimento. E questo a prescindere dalla cultura che, anzi, spesso è pure una barriera.

Molti uomini scelgono come miti i campioni dello sport, oppure i cantanti rock. Altri usano personaggi di cultura come scrittori o artisti. Altri ancora figure familiari come il padre o la madre.

Se io dovessi scegliere una persona, se dovessi fare un solo un nome, direi semplicemente: Albert Sabin.

Lui è il mio mito.

Pronti-via quanti di voi sono in grado di dire chi era o che cosa ha fatto?

Sono quasi certo che solo pochi ne conoscono o ricordano il  nome.

Eppure è uno degli uomini che più ha cambiato l’esistenza dell’umanità. Lui infatti è stato quello che ha debellato la poliomielite che all’inizio del novecento era la causa principali dei decessi dell’essere umano. Sabin ha inventato il vaccino che tutti quanti noi da ragazzi abbiamo fatto (oggi che il morbo è quasi sparito non viene più inoculato) e che ha permesso a miliardi di bambini di guarire o non ammalarsi.

Di per sè già questa cosa lo rende grande di fronte a tutto il genere umano.

Il motivo però per il quale lui è diventato il mio mito è perchè Albert Sabin non ha mai brevettato la sua invenzione come tutti gli chiedevano. Poteva diventare stramiliardario alla faccia di tutti i Bill Gates dell’universo e invece non ha voluto. Le case farmaceutiche potevano farlo diventare l’uomo più ricco del mondo e lui ha rinunciato a quel guadagno.

Quando qualcuno gli chiese il perché, lui disse semplicemente “E’ il mio regalo a tutti i bambini del mondo”

Parlo di lui, perchè oggi Sabin ha compiuto un altro piccolo miracolo.

Stamattina infatti è una giornata storta. Una di quelle che sai che se stai a letto e non entri in contatto con il mondo ci guadagni qualcosa. Un lunedì mattina peggiore di quanto avresti mai potuto prevedere. Un paio di brutte telefonate, qualche mail che ferisce senza magari nemmeno volerlo fare, notizie sconfortanti dal punto di vista lavorativo. Insomma un disastro.

A completare l’opera arriva Francesco, un amico, che mi racconta di nuovo per la venticinquesima volta, di come il padre sia caduto in una depressione tremenda e come lui non riesca a parlarci, come sembri tutto inutile. Si è convinto di essere vecchio e che tutto sia per lui quindi senza senso. Secondo Francesco si sta lasciando morire e alla fine mi dice:

“Masticò, visto che tu sei bravo con le parole, provi a parlarci te una volta dai?”

Evvai con il liscio. Tacabanda.

“Senti, oggi è una giornatina. Magari un’altra volta….volentieri”

Francesco però insiste. E’ chiaro che questa cosa proprio gli ruga dentro. Per attaccarsi a uno come me a cui chiedere di parlare al padre, doveva essere alla frutta. E io ho rispetto di quelli che lo sono. Sono uno di loro per molti aspetti. Poi volevo uscire un attimo e prendere aria sperando che il fato capisca che c’avrei anche le palle piene e che forse un segnale di pace, qualcosa che mi faccia capire che mi concede una tregua, sarebbe stato molto ben accetto.

Il tipo vive vicino al mio ufficio e quindi decido di accontentarlo e quando mi trovo di fronte il vecchio rugoso, mi viene male. Non so che dire. Vedo la delusione negli occhi di Francesco e un triste senso di acquosità in quelli di suo padre.

Mi sento terribilmente impotente, perchè proprio non riesco a dire niente di decente. Nessun modo in cui possa stimolare la sua curiosità, qualcosa che possa spingerlo a muoversi. A reagire.

Mi guardo intorno e vedo che ci sono un sacco di libri. Legge. Il vecchio rugoso legge. Ad un certo punto, forse imbarazzato più di me dalla piega che avevano preso le cose, ha una reazione e finalmente parla. E dice solo:

“Sono vecchio. Lasciatemi stare. Sono solo un vecchio che vuole essere lasciato in pace”

In quel momento mi viene l’illuminazione.

Che cos’è il genio? come diceva il Melandri di Amici miei “…È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione..”

Prendo il mio moleskine che mi porto sempre dietro per scrivere appunti di viaggio quando ne sento la necessità e dove metto note  di vita che mi capitano e vado alla pagine dove avevo annotato un pensiero di Sabin, uno che mi aveva colpito e che ogni tanto rileggo da solo. Così, come uno scemo. E ogni volta mi fa venire i brividi. E ho pensato che magari poteva far venire i brividi e quindi dare una scossa anche al padre di Francesco.

Gli dico

“Senta non intendo dirle niente e la lascio in pace, però mi faccia il favore, visto che amava leggere, adesso legga solo questa cosa che ha scritto Albert Sabin”

e gli passo il block notes:

“La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo, che consiste in una certa forma della volontà. In una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva nel prevalere dell’audacia sulla timidezza, della sete dell’avventura, sull’amore per le comodità. Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandonano i propri ideali. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, le rinunce all’entusiasmo li traccia sull’anima. Essere giovane significa conservare a sessanta, a settant’anni, l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e i pensieri luminosi, le sfide intrepide lanciate agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole e lieto dell’esistenza. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà riceve i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio, di grandezza, di forza che vi giungono dalla terra da un uomo o dall’infinito. Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio aver pietà della vostra anima.”

Ora, io non so se al vecchio siano venuti i brividi come a me adesso che lo rileggo per la 123 millesima volta.

Però ha sorriso.

E questo basta per farmi dire che Sabin ha fatto un altro piccolo miracolo.

Dal fato però, alcuna news.

Vabbè.