Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

Festival della mente

Ci sono poche cose che ancora amo fare nonostante la mia pigrizia e le vicissitudine di tutti i giorni.

Andare a Sarzana (che tra l’altro è una cittadina stupenda, piena d’arte e storia e bella gente) è una di queste.

In modo particolare adoro andarci a fine agosto-inizio settembre quando si svolge il Festival della Mente 

http://portale.festivaldellamente.it/it/home

Nelle varie piazze della città ci sono incontri con personalità interessanti di vario genere che spiccano in campi diversi dell’arte per cui, pagando un prezzo modico (necessario per organizzare il tutto) si può vivere, in uno scenario unico, l’emozione di stare a contatto con la cultura vera e non artificiale come quella televisiva.

Se qualcuno è interessato a venire, ci prendiamo pure un aperitivo assieme.

 

 

Santa Claus is coming to town

Lo so.

Natale è passato da quasi cinque mesi e il prossimo è ancora lontano.

Ma  è vero. Santa sta tornando.

Per la verità è gia arrivato a Napoli, ma io lo aspetto nel posto che è il suo salotto preferito.

SAN SIRO, lunedi 3 giugno 2013.

Bruce tornerà per la QUINTA VOLTA (recordo assoluto) a San Siro.

Nessun big ha mai suonato cinque volte in quell’arena. Bruce sarà il primo.

Non è un concerto qualsiasi.

Non è qualcosa per giovani o per vecchi o per curiosi o per guardoni.

E’ una TRANSUSTANZAZIONE  tra gli Dei e gli umani

Bruce è come Prometeo.

Ha rubato qualcosa dall’Olimpo e l’ha portato a noi.

E noi dobbiamo solo dirgli grazie.

 

Perchè dico tutto questo?

 

Perchè quando sento Santa che si avvicina io mi eccito. E non c’è fascino femminile che possa distrarmi. E non c’è film o politico o libro o lavoro o tristezza o povertà o demoni nell’anima che tengono. Io rispondo sempre: PRESENTE!!!!!!!

 

Stavolta mi piacerebbe condividere questa emozione, questa dolcezza, passione, tenerezza, con qualcuno di voi.

In altre parole se qualcuno di voi che leggete venite a San Siro, fate toc-toc e ci prendiamo una birra tutti assieme e scartiamo i regali che Santa ci porterà come fossimo una famiglia. Ma se non venite ma abitate a Milano o zone limitrofe, venite lo stesso. Là fuori. Non fa male.Bruce dona energia anche da lontano. Anche a chi non vuol pagare. E ci abbracciamo e ci diamo forza l’un l’altro.

Io spero davvero di potervi incontrare…

 

perchè quando arriva Santa, la famiglia si riunisce.

 

 

 

Quando mangiare significa sprecare a prescindere


Adesso vi spiego cos’è la stupidità.

Anzi no. Sarebbe troppo lungo e difficile. Però una piccola fotografia dalla mia terra mi piace mandarla. Perchè ci sono cose che proprio non reggo più.

Io, un giorno si e l’altro pure, vado a pranzo alla Mensa comunale di Capannori. Che è poi dove vivo e lavoro. Adesso lo sapete. Quindi se volete unirmi al mio desco sarete super very welcome, quando e come volete.

Come fare per riconoscermi? E’ facile. Sono l’unico là dentro che litiga. Tutte le volte.

Eppure odio farlo. Insomma sono un tipo mansueto e oramai addomesticato. Un perdente che sa di esserlo.

Perché lo faccio allora?

Solo perché la rabbia ogni tanto va sputata fuori.

Dall’inizio di quest’anno il genio del male, lo scienziato che sovraintende alla stesura dei prezzi, ha deciso di incentivare quelli che loro chiamano “pasti strutturati” a danno del “pizzico-pizzicone” di chi, di mangiare primo-secondo-contorno acqua e frutta” a pranzo non c’ha proprio voglia.

Detto così non vuol dire molto, ma se si va nello specifico arriva il famoso genio italico che ci ha resi famosi “all over the world”: la stupidità liquida!!!!

Cosa succede?

Se uno prende:

a) primo, contorno, acqua e frutta paga sei euro

b) primo, secondo, contorno acqua e frutta paga otto euro

E fino a qua niente di strano.

Ma se decidi di prendere ad esempio, Primo, acqua e frutta, oppure secondo e contorno e basta, uscendo dal “pasto strutturato” finisci per prendere meno e pagare di più

E  io, che prendo “Primo, acqua e frutta” mi ritrovo puntuale la signora bella rubiconda alla cassa che mi chiede sette euro.

Poichè questa cosa mi irrita non poco le faccio notare ogni volta che si sta sbagliando. E lei, proprio come film di Troisi e Benigni comincia la litania. Nel suo caso mi risponde sempre “Non ha preso il contorno è fuori dal pasto strutturato”.

Mi scusi, le faccio notare,  capisce da sola l’assurdità di prendere apposta il contorno per buttarlo via per poter pagare sei euro anzichè sette no?

e lei

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

No, davvero, signora cicciona, bella piena all’amarena, non può obbligarmi a prendere il contorno e a buttarlo via per risparmiare un euro. E’ un insulto alla povertà. Facciamo che lei ha visto che l’ho preso e poi l’ho ridato indietro e mi fa pagare sei euro no?

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

Ora, so che non ci credete, ma è davvero così. Giuro E io allora blocco la fila. Il mio modo di protestare. Ci litigo ogni volta fintanto che, quelli dietro, non ne possono più e mi urlano di togliermi di torno con il contorno che nel frattempo l’altra signora preposta mi ha fatto avere il piatto di contorno e che a spregio tutte le volte mi fa: “Ci faccia quel che le pare, lo mangi, lo butti, lo dia in pasto al cane a noi non importa”

Mi guardo indietro e vedo operai, impiegati comunali o cazzoni come me affamati come lupi, mi commuovo e lascio perdere.

Prima di andarmene non rinuncio alla catechesi e chiedo a Ciccia Amarena perchè non prova una volta ogni tanto, non  sempre è, solo una volta ogni tanto a usare la sua testa senza rifugiarsi nello stereotipo del “io non decido niente, faccio solo il mio lavoro”

E lei, pazzesco, non si scompone di un millimetro. E’ veramente una donna incredibile. Non si sposta di un appoggio. Ma proprio nemmeno uno e mi ripete, con fare impassibile, il suo mantra preferito:

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

ma vafangulo

Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  “chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  “retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.