Nemesi

Incontro Frezzolini, al solito posto, il ristorante-bar “Da Drugo” nel vialone che da Altopascio porta verso l’alta lucchesia. E’ un punto di ritrovo piuttosto conosciuto, oltre che meta di camionisti inconsapevoli che Walter, il titolare ex picchiatore di estrema destra, lo ha chiamato così solo per omaggiare il film “Il grande Lebowsky” che considera il capolavoro della cinematografia del secolo scorso.

Come tutti gli ansiosi che si rispettano sono arrivato in anticipo. Il problema di noi ansiosi è che quando si arriva sul posto, più precisi dei puntuali, non c’è mai nessuno che possa apprezzarlo. Frezzolini, che è un aggressivo, si è fatto invece attendere una mezzoretta. E’ una tattica studiata a tavolino. Lo so bene. Eppure lo stesso mi colpisce al fegato e mi mette subito in difficoltà. Lui è uno dei miei fornitori. Uno cattivo. Uno di quelli con i quali sarebbe meglio non avere a che fare. Se solo si potesse ancora scegliere intendo. Tuttavia fa prezzi così bassi che è impossibile resistergli. Il problema è che avanza crediti da tempo e io, che sono vicino alla canna del gas, continuo a mandarlo in bianco con i pagamenti menando ogni volta il can per l’aia. E così ha deciso di partire all’attacco e ha chiesto un incontro. Ero preoccupato perchè ha già fatto fallire un paio di persone che conosco che non lo hanno pagato nei tempi concordati. Gli stessi con i quali lo avevamo soprannominato “The Mind” perché, il fesso, vanta anche una lusinghiera apparizione TV  al quiz “Chi vuol essere milionario” in cui è riuscito nella non facile impresa di farsi buttare fuori alla seconda o terza domanda. La domanda complicatissima era “Qual è stato il sequel del romanzo “I tre moschettieri di Dumas?”. Frezzolini ha giustamente scartato le risposte Promessi Sposi, Vent’anni dopo e il Visconte di Bragelonne per accendere “I quattro moschettieri”. Un vero genio.

Sono stato indeciso se accettare il suo invito a “discutere” del problema fino all’ultimo. Poi ho pensato che accettare di parlarci era il minimo che potessi fare. Gode di pessima reputazione e non mi piaceva  affatto l’idea di vedermelo arrivare a casa con qualche sgherro una di queste sere. Il posto che continua a scegliere per i nostri incontri, ogni volta mi dà il mal di pancia. Frezzolini lo sa. E’ per questo che mi chiede di raggiungerlo sempre proprio da Drugo. Come cultura sta a zero ma è uno sveglio. Ama partire in vantaggio e conosce i trucchi del mestiere. Non abbiamo ancora cominciato e siamo già due a zero per lui. Il locale è vuoto e Walter ci fa un cenno di saluto. Dopo pochi istanti entra un marocchino vestito in modo abbastanza lercio che parla malissimo. Sostiene di aver avuto cinque euro di resto in meno quando ha comprato le sigarette un’ora prima. Dice di essersene accorto solo quando è arrivato a casa. Walter, un uomo che, non solo è in evidente sovrappeso ma è dalla pinguedine che fa paura al solo nominarla, inizialmente non capisce di cosa stia blaterando l’extra-comunitario, poi realizza e comincia a urlare.

“Come faccio a sapere che è vero? Dovevi dirlo prima di uscire dal bar. Così non va bene.”

Se ci fosse stato un picchetto che lo quotasse, avrei scommesso qualsiasi cosa che stava per partire l’insulto e, a seguire, la litania contro i negri e tutti gli stranieri, gli zingari e chiunque venga qua a fare i comodi loro. Invece, mentre mi preparavo a prendere le difese dello stolto che aveva deciso di venire a combattere una guerra assurda per quattro spiccioli, Walter mi sorprende. Apre la cassa e gli dà cinque euro. Quel ciccione, quel bastardo ciccione di merda, quasi si è vergognato della mia faccia ammirata. Gli ho sorriso e l’ho come ringraziato di avermi fatto sbagliare. Come il marocchino si dilegua, ci sediamo su un tavolino in mezzo al niente che serpeggia dentro il locale e gli racconto tutto. Il tutto si riassumo nel semplice assunto:”Frezzolì, sono nella cacca più purulenta. Io voglio pagarti ma devi aver pazienza altrimenti porto i libri in tribunale e non becchi un euro.”. Vedo la sua faccia sbiancare in volto due o tre volte e, quando finisco, non reagisce come pensavo avrebbe fatto. Ero certo che mi avrebbe aggredito con parole e minacce ed ero pronto a una rappresaglia di pari livello come si conviene in questi casi ma, al contrario, mi fa una faccia triste e ammette che, in fondo, mi capisce.

“The mind” che mi capisce? Un vero ossimoro.

Dice che si rende conto di come io mi senta solo adesso perchè anche lui ha appena scoperto di soffrire di una strana solitudine che da qualche tempo lo accompagna e che non vuol proprio lasciarlo. Aggiunge che vorrebbe, a volte, non aver bisogno di nessuno ma si sta scoprendo ogni giorno di più un mendicante di parole che nessuno gli dona mai, perchè tutti passano, lo guardano, magari salutano, ma se ne vanno. Se non sapessi che è uno stronzo mi farebbe quasi tenerezza. Mi guarda con gli occhi tristi da italiano in gita (si ok, lo so, gli occhi erano allegri, quelli di Bartali intendo ma mi piaceva st’immagine) come a chiedermi aiuto.

E sia mai che io non aiuti qualcuno che me lo chiede. E voilà, come ogni puttana che si rispetti gli dò esattamente ciò che mi chiede.

Vuoi parole? Te le dò io le parole, dove sta il problema? E infatti gliene regalo a iosa. In cambio di una dilazione di pagamento avrei fatto qualsiasi cosa. Figuriamoci parlare. Così gli chiedo di lui e della sua famiglia. E Frezzolini non vede l’ora di raccontarmi la sua storia triste. Quella di sua moglie che lo ha mollato perchè lui continuava a chiederle di parlargli. Di comunicare davvero. Lei, mi dice, sa fare solo televisione. Parlare senza dire niente, specifica. E’ interessata solo a vivere in modo superficiale. E Frezzolini, eh beh, Frezzolini vuole di più. Vuole un rapporto speciale. Non gli bastava più uno basico, basato solo sul sesso che, ci tiene a dire, funzionava bene. E alla fine quella, ossessionata dal suo modo di fare che a volte diventa violento, ha preso armi e bagagli e se n’è andata con i due figli.

 Mentre lo ascoltavo stavo per stabilire il record olimpionico di vomito. Non riuscivo proprio a essere simpatetico con il suo dramma. Sembrava infelice e la cosa mi piaceva. Perchè è un bastardo che puzza da cravattaro. Lo conosco bene. Ha fatto bene la moglie a trovarsene un altro. Che sono sicuro c’è. Tuttavia dovevo trovare un modo per compiacerlo altrimenti si sarebbe incazzato e non avrei saputo come affrontare i pagamenti. E così per impressionarlo ho dato sfogo al mio estro da Cagliostro de noarti e gli ho detto :

“Le parole del cuore sono la fellatio degli Dei.”

Non so come m’è venuta. E’ uscita così. Plop. Come un rutto. Mi sembrava una bella cosa per impressionare un bischero del genere. Misteriosa e porca nello stesso tempo pensavo avrebbe fatto presa sulla sua cultura da Radio Scuola Elettra di Torino che sono certo ama declamare con gli amici al bar. Un guizzo nei suoi occhi però mi fa sudare freddo. E’ colpito, questo è certo, ma come tutti coloro che sentono gli “animal spirits” non si fida. Mai.

“Chi l’ha detto?” mi chiede brutalmente, pensando di intimidirmi.

“Apollinaire” bluffo spudoratamente. Tanto sa un cazzo lui di Apollinaire.

Infatti incassa la stronzata con classe, anche se continua a guardarmi di sbieco. Qualcosa di me proprio non gli va a genio anche se non saprebbe dire bene che. Questa è la mia forza. Disoriento gli idioti. Riesco comunque a percepire che ha un fottuto bisogno di condividere  una qualsiasi cosa che gli permetta di giustificare quel curioso buonismo che ha deciso di regalarmi. Non sapendo come intortarlo nè come tenerlo buono, non trovo di meglio che di raccontargli di quando rividi la mia ex all’Ikea, in mezzo a un nugolo di clienti che amano farsi maltrattare da commessi brutali e afasici e di come ebbi la consapevolezza della facilità con cui si diventa estranei. La percezione del distacco. Il dolore dell’allontanamento. L’avvelenamento di qualcosa di grande che scivola via. La faccia di Frezzolini si è allora distesa.  Il fatto che anche io sia stato mandato a cagare lo ha fatto stare meglio. E’ di quei personaggi idioti del mal comune mezzo gaudio. Avrei voluto allora dirgli un sacco di cose sul come penso che si svolgano i rapporti tra due esseri umani che si amano, ma non sono convinto che sarebbe riuscito a capire. Gli avrei voluto dire, ad esempio, che come dice il grandissimo Dr.Cox le relazioni non sono come quelli che si vedono al cinema in cui due persone soffrono per aversi per circa un’ora e mezzo, a volte due e poi sono felici per sempre. No. Non funziona così.  Nella vita vera nove su dieci i due si mollano perchè non sono bene assortiti sin dall’inizio e più della metà di chi si sposa divorzia comunque. Le coppie che funzionano davvero sguazzano in mezzo alla stessa merda di tutti gli altri con la sola piccola, grande, differenza che non si lasciano sommergere. Uno dei due, a turno, si farà forza e, ogni volta che occorre, lotterà per quel rapporto. Se è giusto e se sono molto fortunati, uno dei due dirà qualcosa, farà qualcosa, che porterà avanti la relazione. Lui e la moglie sono semplicemente nella media. Come tutti gli altri. Era già scritto.

Invece, dando per scontato che non avrebbe capito una minchia di tutto questo, vado sul classico che so funzionare come un evergreen e  gli dico che con gli ex c’è sempre una gara. Si chiama “chi dei due morirà disperato?“, evitando però di fargli notare che lui la sta perdendo alla grande. Il bastardo allora si fa serio e confessa, di punto in bianco, che in tutta la sua vita si è masturbato una manciata di volte perchè quella cosa proprio non gli piace farla. E sta cosa lo fa star male.

“Anche io mi sono masturbato si e no cinque o sei volte in vita mia. ” gli rispondo. E penso:  Si, se la mia vita fosse cominciata qualche giorno fa.

Alla fine cala le braghe in modo vergognoso e confessa che non ha ancora metabolizzato la separazione e ora non fa altro che  pensare a come riavere indietro la sua famiglia.

E a me è venuto da ridere.

E che cazzo. Aveva appena detto che non era felice con sua moglie che non “parlava” con lui e che più o meno coscientemente aveva fatto di tutto per mandarla fuori dalle palle e adesso le mancava da morire solo perchè voleva scopare? Prima fai il forte e poi la mammoletta?

Insomma dai, su,  Frezzolini sei una barzelletta. E’ tutto un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui le donne a volte si sa sono scontrose o forse han voglia di far la pipì. Ho pensato così che da Gerry Scotti era andata male ma si sarebbe potuto iscrivere nel nuovo programma di  Maria de Filippi “C’è Potta per te!”. Se stava zitto forse una qualche demente poteva fregarla.

E ho riso.

Errore imperdonabile. Non sono ancora la puttana che vorrei essere. Devo applicarmi meglio.

Non era come essere tornati indietro ad inizio incontro. Piuttosto essere andati avanti in un’altra direzione. Quella sbagliata. La sensazione era di quando spingi forte una porta in cui c’è scritto sopra “Tirare”. E così mi spara un ruvido:

“Tu mi ricordi il dottor House. Un uomo tanto intelligente, quanto perennemente immaturo, capace di salvare vite umane e di restare sul cazzo a tutti quelli che ha intorno allo stesso tempo.»

“A me il Dottor House sta simpatico.»

“E certo. Lui sei te, stronzo. A me stanno sulle palle i tuoi sorrisini da saputello invece. Allora se ami ridere così, tira fuori i soldi che mi devi.”

Era tornato quello che conoscevo. A mali estremi, estremi rimedi.

«Aiutami dai, ti prego. Abbi pazienza. Non intendevo ridere di te, ma della situazione.»

Come so umiliarmi io, nessuno mai. Nemmeno House, altro che.

Passiamo un altro po’ di tempo a discutere di questa cosa e alla fine si lascia convincere e mi concede un altro mese per raccattare i soldi che gli devo.

Prima di andarsene mi fa:

“Quella frase…”

“Quale?”

“Quella dei pompini e degli Dei, non l’ha detta Apollinaire vero? te la sei inventata te per infinocchiarmi.”

Resto in silenzio. Non mi va di infierire. Lui scuote la testa e mi fa:

“Sei proprio una merda. Quasi peggio di me. Ci si vede House, stammi bene, porta i soldi la prossima volta però, altrimenti sono guai!”

Lo lascio andare e decido di festeggiare questa conquista insperata di tempo con un bel Negroni alla faccia di tutti. E poichè quel fascista di merda di Walter mi aveva sorpreso con l’immigrato l’ho preso da lui e, non l’avrei mai detto, ma quel buffone sa fare cocktail da urlo e così ho fatto il bis.

Secondo errore fatale della giornata.

Perchè, bello imbenzinato, io posso fare dei danni mica da niente. E infatti, uscendo, passo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte. Lei piriforme e con il viso a sobbalzi. Sembravano felici, mentre stavano per entrare da Drugo, progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura, ma ero certo che non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno. Mi ricordo della discussione con Frezzolini sul rapporto di coppia e di come esso può finire e così sento la necessità di dirgli:

«Dovete rischiare qualcosa , insieme ce la potete davvero fare, ma dovete rischiare qualcosa, cazzo»

L’uomo mi guarda preoccupato. Pensa che sia una minaccia e se ne sta in guardia alta. Pochi istanti e comprende che sono solo un innocuo cialtrone, i suoi occhi si velano di pietà. Io allora lo incalzo.

«No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, va bene, ok, ma dovete guardarvi e sorridervi e capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che sicuramente fa danza classica, perché non ha compreso un cazzo di quel che ho appena detto, mi sorride e dice al mostro che la accompagna di darmi un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

Volete andare al cine, stronzetti?

ok al cine e affanculo vacci tu. Io sto qua e aspetto Bartali.

E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai…
e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro
tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano
C’è un po’ di vento, abbaia la campagna
e c’è una luna in fondo al blu…

                                                                       

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  ”Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.

Noè era un imbroglione e pure un ausiliare del traffico

 

«Babbo scusa ma me lo dici quante pecore c’erano davvero sull’arca di Noè?» mi chiede Virginia  alzando la testa dal quaderno dove sta scrivendo.

Io la guardo e, finalmente dopo tanto tempo, mi sento tranquillo nel risponderle.

Un padre deve saper essere padre, cazzo. Deve poter insegnare alla propria discendenza la sua cultura e tutto il know-how che ha appreso in lunghissimi anni di studio matto e disperatissimo sui banchi di scuola.

«Certo che te lo dico io. C’erano due pecore, come erano due le coppie di animali che si portò a bordo sull’arca  Lo insegnano anche a catechismo no?» gli faccio con truce baldanza sfoggiando il mio sorriso stagionato, ma che fa sempre la sua porca figura.

«Infatti è quello che ci ha detto il prete. Però vedi, io volevo esserne sicura e mi sono andata a leggere la Bibbia e nel libro della Genesi che lui ci ha citato c’è scritta una cosa ben diversa e quindi, adesso, sono confusa.»

«Impossibile, le faccio io» rimanendo stranamente calmo.

Credo di essermi oramai abituato a questa soglia di dolore tipico di chi sa solo fare flop nei momenti che davvero contano nella vita «la Chiesa non sbaglia mica così grossolanamente. Ovvia, Virginia non prendermi in giro come fai sempre.»

«No, no, davvero babbo» dice lei seriosa «nella Genesi c’è scritto che, Dio, impone a Noè di prenderne solo una coppia quando parla degli animali immondi, mentre di quegli altri, quelli puri, quelli che si possono mangiare, doveva prenderne sette paia. Ora mi sembra che le pecore siano animali mondi, giusto? Insomma gli ebrei le pecore se le mangiano no?»

«Beh, si, in effetti, mi sembra che il kebab se lo facciano anche loro» rispondo imbarazzato.

«Appunto allora sull’arca di Noè c’erano quattordici pecore e non due come m’ha detto il prete. Sbaglio?»

«Ci deve essere un’altra spiegazione dai, per forza.»

«Ah si? E quale» fa quell’impertinente.

«Giuro che studierò a fondo la questione Virginia. Davvero.»

«Allora, già che ci sei mi puoi dire anche un’altra cosa che proprio non riesco a comprendere?»

«Sentiamo» faccio sconsolato.

«Ecco, secondo te, i pesci, Noè li ha lasciati ad arrangiarsi da soli con il Diluvio o doverosamente se li è portati a bordo costruendo un mega acquario?»

La guardo e penso che la vita a volte è proprio ingiusta. Insomma, non poteva prendere un pochino da me e provare a vivere con più leggerezza, invece che di rompere i coglioni a questo modo, spaccando sempre il capello in quattro?

«Virgi, ma giocare un pochino con le bambole e con gli smalti e i trucchi come fanno le altre bambine no eh? Guarda, capisco che la play station e fare i tornei di calcio sarebbe stato chiedere troppo, è vero, ma non mi sembrava che sperare di avere una bambina che pettinasse Barbie e sognasse di Ken fosse chiedere la luna.»

«Ken è finocchio babbo, lo sanno tutti, come posso sognare di lui?»

«Si, vabbè, ciao core.»

Un colpo così tremendo alla mia invulnerabile cultura doveva essere lavato con l’alcool. E così ho fatto un salto giù al trogolo. Per bere come Dio comanda alla faccia di Noè e del budello di su’ mà.

Nonostante che nel tempo abbia provato di tutto, io rimango un grande fan del “Negroni“. Il Negroni fa il culo a tutti. Ogni tanto va bene anche il “Negroni sbagliato”, ma Lui, quello vero, è il vero nettare degli Dei. Se lo ingozzi dopo esserti fatto un “Americano” puoi anche riuscire a capire  il senso di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin. Lo so, lo so,  ”l’Americano” è da signorine o da fighetti radical-chic che vogliono darsi un tono ma odiano perdere il controllo, ma se dopo ci piazzate un bel “Negroni” come si deve, eh beh, signori, cambia tutto. E se trovassi un pazzoide che mi segue e se ne facesse un altro a seguire potrei anche declamare versi socialisti con una sporta di plastica in mano all’angolo della strada chiedendo l’elemosina senza vergognarmi.

Tutto questo per dire che mi sono imbenzinato come si deve ed ero pronto a un qualunque soliloquio contro lo stress della vita moderna. Ho provato così a parlare della stronzata del migliore dei mondi possibili di Leibniz ma nessuno sembrava impressionato dal mio verbo, mentre erano tutti in ammirazione della scimmia che stava prendendo posto sulla mia spalla. E così, narcisista come sono, mancandomi un’audience adeguata, ferito a morte ho deciso di andarmene via  dal trogolo pronto a riaffrontare quella merda di Noè con ben altro cipiglio.

Quel bastardone ha però chiesto aiuto al suo amico Dio. E come al solito, con chi gli pare, Geova risponde sempre presente.

La prendo larga.

Chiunque abbia mai letto L’Idiota di Dostoevskij, e abbia visto agire il principe Myskin, sa che quel libro è una grande apologia della stupidità umana. Seicento pagine per consacrare l’idiozia a suprema categoria dello spirito, sinonimo di irriducibile purezza d’animo, di epilessia emotiva, causata dall’estenuante forte sentire e capire, propri di ogni creatura spiritualmente superiore. A me,  però, è bastato molto meno per apostrofare, allo stesso modo del principe Myskin, il maledetto ausiliare del traffico che mi ha fatto trovare una, volta uscito, bello carico, una multa sulla macchina. Ero così felice per aver dimenticato per un po’ i miei guai e quel maledetto idiota dell’ausiliare del traffico mi ha fatto subito perdere il buonumore. Loro sono la vera feccia della società. Sono bastardi dentro. C’hanno questa vena, non lo so perché, amano nascondersi e far finta di niente. Sono tra noi e tu non lo sai. Potrebbero essere chiunque, si fanno passare per semplici passanti, aspettano che ti allontani e come lo fai, taac, ti lasciano il loro fogliettino. Sono di sicuro degli avanzi della polizia stradale, scartati nelle prove psico-attitudinali per manifesta demenza e bassa attitudine alla socialità. E nessuno può insultarli perché non è politicamente corretto. La nostra società, basata oramai sul buonismo imperante, mette ribrezzo e non sarà mai redenta perché non sa più da che parte voltarsi senza essere colpita dall’americanismo che la governa, partendo dalla classe politica fino ai vari programmi culturali. Siamo diventati degli ovini istruiti da un pastore analfabeta, idolatri del luogo comune più bieco. Io invece, che parlo ancora potabile, forse perché appartengo a un’altra era geologica rispetto alla contemporaneità, urlo a squarciagola “Morte all’ausiliario del traffico”,  terrorista per noi, molto più pericoloso degli agenti di Al Qaeda.

L’ausiliario del traffico è una delle prove dell’esistenza di Dio e della sua malvagità.

E affanculo anche Tony il parcheggiatore abusivo che dopo avermi ciucciato i due eurini all’entrata ha visto bene di sparire non appena quello si è materializzato.

Quando mangiare significa sprecare a prescindere


Adesso vi spiego cos’è la stupidità.

Anzi no. Sarebbe troppo lungo e difficile. Però una piccola fotografia dalla mia terra mi piace mandarla. Perchè ci sono cose che proprio non reggo più.

Io, un giorno si e l’altro pure, vado a pranzo alla Mensa comunale di Capannori. Che è poi dove vivo e lavoro. Adesso lo sapete. Quindi se volete unirmi al mio desco sarete super very welcome, quando e come volete.

Come fare per riconoscermi? E’ facile. Sono l’unico là dentro che litiga. Tutte le volte.

Eppure odio farlo. Insomma sono un tipo mansueto e oramai addomesticato. Un perdente che sa di esserlo.

Perché lo faccio allora?

Solo perché la rabbia ogni tanto va sputata fuori.

Dall’inizio di quest’anno il genio del male, lo scienziato che sovraintende alla stesura dei prezzi, ha deciso di incentivare quelli che loro chiamano “pasti strutturati” a danno del “pizzico-pizzicone” di chi, di mangiare primo-secondo-contorno acqua e frutta” a pranzo non c’ha proprio voglia.

Detto così non vuol dire molto, ma se si va nello specifico arriva il famoso genio italico che ci ha resi famosi “all over the world”: la stupidità liquida!!!!

Cosa succede?

Se uno prende:

a) primo, contorno, acqua e frutta paga sei euro

b) primo, secondo, contorno acqua e frutta paga otto euro

E fino a qua niente di strano.

Ma se decidi di prendere ad esempio, Primo, acqua e frutta, oppure secondo e contorno e basta, uscendo dal “pasto strutturato” finisci per prendere meno e pagare di più

E  io, che prendo “Primo, acqua e frutta” mi ritrovo puntuale la signora bella rubiconda alla cassa che mi chiede sette euro.

Poichè questa cosa mi irrita non poco le faccio notare ogni volta che si sta sbagliando. E lei, proprio come film di Troisi e Benigni comincia la litania. Nel suo caso mi risponde sempre “Non ha preso il contorno è fuori dal pasto strutturato”.

Mi scusi, le faccio notare,  capisce da sola l’assurdità di prendere apposta il contorno per buttarlo via per poter pagare sei euro anzichè sette no?

e lei

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

No, davvero, signora cicciona, bella piena all’amarena, non può obbligarmi a prendere il contorno e a buttarlo via per risparmiare un euro. E’ un insulto alla povertà. Facciamo che lei ha visto che l’ho preso e poi l’ho ridato indietro e mi fa pagare sei euro no?

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

Ora, so che non ci credete, ma è davvero così. Giuro E io allora blocco la fila. Il mio modo di protestare. Ci litigo ogni volta fintanto che, quelli dietro, non ne possono più e mi urlano di togliermi di torno con il contorno che nel frattempo l’altra signora preposta mi ha fatto avere il piatto di contorno e che a spregio tutte le volte mi fa: “Ci faccia quel che le pare, lo mangi, lo butti, lo dia in pasto al cane a noi non importa”

Mi guardo indietro e vedo operai, impiegati comunali o cazzoni come me affamati come lupi, mi commuovo e lascio perdere.

Prima di andarmene non rinuncio alla catechesi e chiedo a Ciccia Amarena perchè non prova una volta ogni tanto, non  sempre è, solo una volta ogni tanto a usare la sua testa senza rifugiarsi nello stereotipo del “io non decido niente, faccio solo il mio lavoro”

E lei, pazzesco, non si scompone di un millimetro. E’ veramente una donna incredibile. Non si sposta di un appoggio. Ma proprio nemmeno uno e mi ripete, con fare impassibile, il suo mantra preferito:

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

ma vafangulo

Come si lavorano questi pellegrini…

Credo che dovremmo un po’ più di rispetto agli spagnoli.

Insomma, dai, ammettiamolo. Gli italiani hanno una supponenza di base con loro allo stesso modo in cui i francesi l’hanno con noi. E gli inglesi con i mangiarane. Credo che derivi da quella che io chiamo la sindrome del terrone. Insomma, chi è a sud (non solo geograficamente) è per definizione, peggiore. O dicendolo in modo politicamente corretto “in via di sviluppo.”

Noi, va detto a onor nostro, siamo, per fortuna, mediamente più cialtroni e meno spocchiosi dei polentoni del nord Europa, però, lo stesso,anche se sorridiamo e godiamo della presenza di spagnoli nelle nostre vite, sotto sotto, pensiamo: si vabbè, però siamo meglio noi!

La dimostrazione di quanto falso possa essere un pensiero così sottilmente diffuso io ce l’ho sotto gli occhi tutti i santi giorni.

Doverosa premessa: non l’ho mai fatto (not yet I mean…) , ma ho letto molto sul cammino di Santiago. So, ad esempio, che gli spagnoli lo hanno organizzato benissimo, facendolo diventare una specie di cult internazionale al punto che non è più solo una meta per cattolici praticanti in cerca di remissione dei peccati ma anche di atei che detestano i libri di Coelho (come me..) e che lo fanno anche solo perchè è semplicemente bello (per chi fosse interessato c’è un divertente libro di Liebig Etienne “Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela”). Mi sono così, alla fine, fatto l’idea di una cosa piena di passione e di vita, anche e soprattutto nei confronti della natura. Tra sacchi a pelo, ostelli, rifugi d’emergenza, amicizie improvvise ed infortuni di viaggio, il Cammino pare una cosa diversa da persona a persona. Camminare dalle sei alle otto ore al giorno, con il rischio di finire l’acqua e non potere bere, con il dolore alle gambe che ti piega ma che devi superare con le tue forze per proseguire. Partire ogni mattina per fare trenta chilometri con dieci chili di zaino sulle spalle senza spesso vedere una casa o un centro abitato per ore riporta alla condizione umana del vivere, quella condizione che si perde nella vita caotica e frustrante di ogni giorno e nelle vacanze preconfezionate da villaggio turistico. Si attraversano torrentelli d’acqua passando da un ciotolo all’altro proprio come facevano una volta i pellegrini. E poi, camminando tra bellissimi e superbi paesaggi, spesso incontaminati, si conoscono nuove persone in continuazione, ognuna con la propria storia da raccontare e spesso vogliose di conoscere la tua, fatto strano considerato che l’abitudine è spesso che non ci si ascolti nella vita quotidiana neppure tra amici, persi nella mediocrità di una vita stereotipata. In genere, si dice che l’ideale sarebbe partire in solitudine e aspettare che il tempo porti nuove persone nella tua vita. E, le amicizie che nascono sul Cammino sembra non si dimentichino mai.

Noi che c’entriamo?

Beh, la verità è che a noi ci piace taroccare.

E dai su. Inutile negarlo. Il tarocco da noi gode di una straordinaria popolarità che in altre latitudini non potrà mai raggiungere. Siamo molto inclini, ad esempio, a comprare cose falsamente griffate per strada da chi non ha diritto a svolgere attività commerciale, o prodotti alimentari che “assomigliano” agli originali ma che costano molto meno e ci importa poco se sono sani oppure no. Per diversi anni la scheda Tarocca Sky era il massimo sfoggio di italianità. Un modo come un altro per mostrare fieri l’appartenenza alla nostra terra e cultura.

Così, per non smentirci, abbiamo inventato anche la versione tarocca del Cammino di Santiago: la via Francigena!

La storia di essa è facilmente trovabile su Internet. Era uno dei percorsi di pellegrinaggio medioevali. Parte (iva) da Canterbury per arrivare a Roma.

Avendo notato che il cammino di Santiago in Spagna stava diventando una grande attrazione turistica, quindi potenziale fonte di guadagno, qualcuno da noi s’è messo in mente di proporre una versione alternativa dello stesso e ha tentato di organizzare una cosa simile. L’ha fatto all’italiana. Cioè alla cazzo di cane. In altre parole non c’è un progetto d’assieme che lega il tutto. Piuttosto esiste una sperimentazione a macchia di leopardo. Una serie di zone, spesso distanti tra loro, che non hanno guardato al progetto nella sua totalità ma si sono limitati al solo al bieco tentativo di attrarre turisti per la propria Pro Loco.  Due aree su tutte: il Lazio e l’alta Toscana.

Ora, lo so che deve essere difficile da credere per chi ha davvero fatto il Cammino di Santiago, ma la sua versione tarocca made in Italy, passa proprio davanti casa mia. Non in senso figurato intendo. Passa FISICAMENTE davanti casa mia. Proprio sul marciapiede davanti al mio cancello. E prosegue lungo una meravigliosa arteria ad alto scorrimento automobilistico dove se si respira a pieni polmoni, con un po’ di impegno, si può pure prendere il canchero ai polmoni per lo smog che si respira. Sempre che non si muoia prima venendo arrotati dagli autotreni che sfrecciano veloci come lippe. E così, in primavera, comincia il flusso dei pellegrini che convinti di esser tali, vestiti con scarponi da montagna e di alpenstock e zaini superpesanti mi passano davanti, ridicoli come solo chi è davvero ridicolo può essere. In genere, essendo anch’essi amanti del tarocco, arrivano in autobus fino a Lucca per gabbare tutta la strada che avrebbero dovuto fare in precedenza pensando poi di passare per boschi o posti leggendari venendo invece dirottati sulla via Romana Ovest dove, se avessero delle comode scarpe da passeggio anzichè armamentario da scalatore, avrebbero molte più possibilità di sopravvivenza.

In genere capiscono l’inculata dopo un paio di giorni e, infatti, credo che la gran parte di essi una volta usciti dal territorio lucchese decida di prendere un altro autobus o treno per arrivare a Roma. Anche se il sospetto che ci riprovino da un’altra parte del percorso ce l’ho. Come anche la sicurezza che verranno accolti dagli altri italioti nello stesso modo.

Prima di uscire dalla mia terra hanno però la fortuna di passare davanti a uno dei più grandi monumenti nazionali, protetto dal Ministero dei Beni Culturali molto più che gli scavi di Pompei o del Museo degli Uffizi. Sono veramente orgoglioso di questo e del fatto che disti solo pochi chilometri da dove abito. Sto parlando della mega sede centrale della SNAI.

Vuoi mettere una sana scommessa su una partita di cartello con un pallosissimo paesaggio mozzafiato in cima a un passo pure difficile da scalare?

Non di rado, quando ci passo in macchina ci vedo entusiasti pellegrini che, essendosi rotti gli zebedei di camminare in mezzo alle macchine decidono per un bel pit-stop fatto a base di panini con la porchetta dell’ambulante abusivo mentre si godono i video dei principali eventi sportivi.

Stamattina mi ci sono fermato anche io per comprarmi  un panozzo come si deve da portare via perché, stiamo mica a scherzà, Tonino l’ambulante napoletano sa il fatto suo. Mentre attendevo il mio turno mi sono messo a parlare con uno di loro. Un americano che con la moglie, vestito come da copione con tanto da cappellaccio da boy scout, era in fila con me. Il fatto che parlassi in inglese mi è sembrato per lui una liberazione. Poteva finalmente sfogare la sua frustrazione in madre lingua. Mi ha detto che venivano da Austin, Texas, e che volevano fare una cosa che assomigliasse al Cammino di Santiago ma che non fosse così difficile. La Via Francigena gli era sembrato un’ottima alternativa. La realtà però li stava un po’ deludendo ma che, riuscire almeno a vedere la partita di baseball dei Texas Ranger sui televisori della Snai li aveva messi di buonumore. Gli ho detto che se avevano bisogno di qualche informazione particolare o di un aiuto  glielo avrei dato. Lui,  ringraziandomi, mi ha chiesto dove trovare un bancomat funzionante perchè i due che aveva incontrato (sulla via Francigena…) erano “out of order” e stava meditando di mollare una volta raggiunto Altopascio e di riprendere la corriera fino a Firenze. In funzione di un imprecisato senso di appartenenza alla Pro-Loco Italiana mi sono sentito in dovere di incitarli a continuare. Non so nemmeno bene io perchè. Forse stavo parlando piu a me stesso che a loro. Immagino che utilizzassi quella famiglia come transfert per parlare a me stesso. Nella lunga attesa (Tonino sarà bravo ma è indolente come pochi…) gli ho detto della necessità di non mollare. Di provarci ancora. Di resistere. Che quello era il senso del pellegrinaggio. Non importa se l’immaginario andava in una direzione diversa da come si presentava la realtà. Non si doveva mollare, punto e basta.

Mentre parlavo, mi è venuto in mente che stavo blaterando solo una serie di merdate inutili. E fasulle. E pure fuori luogo. Ma prima che potessi correggere il tiro (avevo già pensato di pagare pegno accompagnandolo direttamente ad una banca vicina) Tom, così si chiama, mi guarda serio e mi fa quasi paura. La moglie mi sorride e lui mi allunga la mano e stritola la mia quando gliela porgo:

“Ok Buddy” mi fa “you’ve convinced me. We won’t stop. We’ll give another chance at the Via Francigena”. ha detto pronunciando quel “frenchigina” in modo tale che non ho potuto fare a meno di sorridere, provando allo stesso tempo un grosso imbarazzo perchè non so mica se gli ho fatto un favore.

Prima di risalire in macchina gli ho augurato buona fortuna e mi è venuto anche in mente di chiedergli se avevano, come fanno sempre gli americani, un desiderio segreto associato al pellegrinaggio. Lui sorride e so di aver colpito nel segno:

“The World Series for the Texas Rangers. What else?”

Qualcosa mi dice che però che se quella franchigia vuole vincere il campionato di baseball sarà bene che non conti sul fatto che Tom e Mary raggiungano Roma a piedi da Lucca perchè altrimenti anche quest’anno andranno in bianco.

      

Ci penserò su

Quando Adele mi ha chiamato per farmi gli auguri di compleanno ero rimasto sorpreso. Per quanto ci leghi una profonda conoscenza risalente oramai alla notte dei tempi, ci frequentiamo sempre meno. Adesso vive a Roma. Zitellona incallita e impenitente, per scelta adora circondarsi di almeno un paio di amanti che sceglie a turno, tra tutti coloro che godono nell’essere soggiogati da donne che sanno come trattare menti inferiori. Toy boys e nient’altro. Ogni tanto, per cambiare, si fa qualche sposato, ma, in genere, preferisce evitarli, non tanto per motivi etici quanto perché, dice lei, la gran parte di essi vivono sensi di colpa molto forti che le rovinano il piacere della storia.

Io e Adele, non abbiamo mai fatto sesso assieme, nè avuto alcuna storia. Era come se avessimo sempre saputo sin da ragazzi che, se ciò fosse successo, ci saremmo distrutti l’un l’altra.  Troppo cervellotici e allo stesso tempo decerebrati per non resistere al richiamo della foresta che impone la difesa del proprio territorio da essere potenzialmente minacciante. A onor del vero, se vogliamo essere onesti, lei ha sempre avuto qualcosa più di me. Un centinaio di grammi di cervello in più che erano sempre stati evidenti a entrambi. Più o meno la stessa differenza che passa tra un Freccia Rossa e un normale Intercity. Lei, insomma, è sempre arrivata prima di me e, spesso, pure in posti che mi sono vietati. Con grande classe non mi ha mai fatto pesare la sua natura. E’ quel tipo di donna alfa che ha rispetto di coloro che riconoscono la sua supremazia. Il secolo scorso facemmo un patto d’onore: mai inutili e pericolosi coinvolgimenti erotico-sentimentali. In cambio libertà assoluta nell’amicizia. E, lo confesso, avere un amica di sesso opposto con cui poter parlare a certi livelli, di cose difficili da affrontare anche con se stessi è assolutamente priceless. Abbiamo così affrontato il nostro torbido più torbido, paure incluse, le crisi e le angosce, con la consapevolezza che l’ altro avrebbe aiutato e capito. Abbiamo condiviso alcune battaglie sociali in cui credevamo e contemporaneamente siamo stati molti vicini l’uno all’altra in momenti drammatici di interruzioni di gravidanza o di tradimenti che spaccavano il cuore raccontandoci di tutto. Perfino cose che avremmo avuto difficoltà ad ammettere alla nostra stessa coscienza. Un legame che è’ passato sopra molti uomini e molte donne che sono sparite nel buio e con esse anche tante paure e seghe mentali.

Poi un giorno e’ sparita anche Adele. Non le ho chiesto niente. Faceva parte dei patti. Credo che semplicemente non le andasse più  Qualcosa che suonava come “ok e’ stato bello, ma adesso basta”. La navicella che andava sulla luna ha staccato me, il pezzo a cui era proibito allunare, ed è partita alla conquista dello spazio.

L’ho seguita da lontano. Con amore. L’amore puro intendo. E ho sofferto nel rendermi conto che ha patito la crisi di Apollo 13. Deve essere stato tremendo poter vedere la meta a un passo e non poterla toccare. Laureata in storia è finita a fare la sistemista in Hewlett Packard. Il mondo talvolta è proprio una merda.

Sentirla al telefono, in modo inaspettato, mi ha fatto sorridere. Era bello riaverla accanto dopo tanto tempo, anche se, conoscendola, sapevo che ci doveva essere dell’altro sotto. Come suo solito e’ andata subito al punto:

“Il giorno di questo tuo compleanno sarà ricordato non solo per il “milestone” che hai raggiunto ma anche perchè hanno eletto Papa Francesco…”

fa una pausa, studiata, poi aggiunge “….e perchè mi sono laureata pure in Psicologia.”

Me l’ha detto così. Come una bulimica vomita una cena che proprio non riesce a metabolizzare.

Non voleva spararmi in faccia la sua superiorità. Non cercava di farmi sentire una merda perchè io la seconda laurea non la prenderò mai. Aveva bisogno di condividere con qualcuno che “capisse” la gran cosa che aveva fatto. Che capisse davvero intendo. In un flash di qualche secondo mi sono immaginato i suoi amanti belli e fichi e ricchi che la guardavano facendole i complimenti senza comprendere la grandezza di ciò che aveva davvero compiuto. O i suoi attuali amici che le offrivano da bere dandosi di gomito come a dirsi “è solo una pazzoide”. Un po’ come se Pietro Mennea poco prima di morire avesse detto ai suoi amici che era in grado ancora di fare i 100 metri in 11 secondi e tre e che con quel tempo si sarebbe potuto qualificare ancora a 60 anni alle Olimpiadi. Quelle vere. Una specie di miracolo sportivo di cui solo Valery Borzov avrebbe potuto comprenderne l’immenso valore e significato. Una laureata in Storia, che finisce a fare la sistemista per una multinazionale del cazzo e trova il tempo e la voglia e la forza di studiare ancora non si sa bene come e dove e prendersi una laurea di 5 anni in Psicologia. Un mito assoluto. Io potevo capirlo. Io si. Lei lo sapeva. Io che come lei avevo avuto per un po’ di tempo ambizioni da seconda laurea e che mi ero iscritto a Scienze Politiche dove mi hanno abbonato metà degli esami per il precedente corso di laurea e che dopo averne dato soltanto uno ho mollato perchè ho capito che non ce l’avei mai fatta, pena smettere di vivere. Il mio cervello semplicemente si era rifiutato di farlo. Mi aveva scritto una mail in cui mi diceva che a 20 anni era molto agile e scattante ma che se avessi voluto spremerlo ancora dovevo chiudere una marea di altre applicazioni che invece amavo tenere aperte. E a me non andava affatto.

Ad Adele invece non hanno abbonato niente eppure ce la fatta lo stesso. E il giorno del mio compleanno voleva condividere quella cosa. Con me. Sapeva che ero invidioso di lei, ma lo ero in un modo sano. Insomma la ammiravo in modo profondo. E così non solo l’ho riempita di complimenti, com’era giusto che sia, ma le ho dato soddisfazione chiedendole ogni cosa. Perchè sapevo che era ciò che desiderava. Uno arriva in cima all’Everest e vuole raccontare che cosa ha provato. Le sue paure e insicurezze e i piccoli momenti di gioia. Insomma tutto dai. In genere la gente, quando parli di cose così grandi e che per te hanno un valore immenso si limita a dire “Ah si brava. Ganzo. A proposito hai sentito l’ultima? lo sai che Bersani forse si dimette?”. Tutti sempre pronti a passare ad altro. Nessuno davvero interessato alla magia che hai fatto.

E così sono stato un’ora al telefono con lei che mi ha raccontato di ogni cosa. Con passione e amore e dolcezza e amarezza e tutto il resto.

Alla fine le viene il dubbio che forse ha esagerato.

“Senti scusami sai. Non volevo mica offendere la tua sensibilità…”

“Ma che scherzi? Figurati l’ho capito. Fino a là ancora ci arrivo.”

“Grazie, sapevo che tu avresti capito. Almeno tu…”

Mentre stavo per risponderle qualcosa di divertente mi spiazza e mi chiede:

“Senti, ma secondo te abbiamo fatto una cazzata?”

“Pardon?”

“Insomma, secondo te avrebbe potuto funzionare tra noi?”

Aveva la voce incrinata. Lo sentivo. Doveva essere terribilmente a terra. Il giorno della sua seconda laurea Adele era a terra.

“No. Cazzo. Non poteva funzionare. Lo sai benissimo. Avremmo scopato un paio di volte. Pure male perchè sei dominante e non mi piace e ci saremmo persi tutto il resto. Tutto questo. Credimi, abbiamo fatto la cosa giusta.”

“Sei sicuro? E’ solo che mi ritrovo qua oggi sola con un cazzo di pezzo di carta e l’unico che posso chiamare per condividere questa cosa davvero sei te…E’ triste ammettilo”

“Adè, porca troia, sono Masty.  Te lo ricordi?”

“Si certo.”

“Hai scelto una vita che dà soddisfazioni diverse da quelle che in questo momento stai anelando…”

“Sto anelando? Come cazzo parli? Finchè non prendi la seconda laurea non ti azzardare a parlarmi a questo modo sai?”

Ci siamo messi a ridere, abbiamo cazzeggiato un po’ e poi ci siamo salutati.

Avevo rimosso la cosa fino a questa mattina.

Mi ha chiamato di nuovo e quando ho visto il suo numero apparire sul display mi sono preoccupato non poco. Sono passati una decina di giorni dal mio compleanno e mi era venuto il dubbio che fosse ancora nel “Mode – Paturnie” e mi sono preparato mentalmente a subire la forza delle sue argomentazioni romantiche. In realtà sono bastati pochi istanti per capire che era tornata lei.

“Masty, ti ho chiamato per scusarmi dell’altra volta.”

“Figurati, non dovevi”

“Si invece. Ho avuto un momento di debolezza. Un paio dei miei toys mi ha mollato per donne più giovani….”

“Coglioni….”

“Eh già. Sono stata male un po’, come hai visto. Ma adesso mi sento molto meglio grazie a una cosa che ho appena scoperto. E’ fichissima e la devi assolutamente provare anche te.”

“Addirittura….” le ho detto a prenderla in giro. A lei non è sfuggito il mio sarcasmo.

“Senti, fava, devo ricordarti che tu arrivi sempre dopo di me? Non è mai successo il contrario. Quindi non fare il superiore sai?”

“Ok, ok, dimmi dai, sono tutt’orecchi”  le ho risposto remissivo.

“Ecco, bravo, così già mi piaci di più. Allora senti, ho appena aperto un Blog. Hai capito bene? un Blog.”

“Apperò…”

“Lo so. Tu non puoi capì”

“In effetti…”

“Si, si, mi si è aperto un mondo incredibile. Fatto di poesia e merda, di pazzia e intelligenze particolari, di armonia assurda e di caos cosmico. Ti ci voglio dentro. Non è negoziabile. Lo so, adesso ti sembra strano. Penserai che ho ripreso a drogarmi e cose simili, ma credimi sulla parola, quando succederà mi darai ragione”.

Non ho risposto subito.

Ho pensato che siamo sempre stati iper sinceri l’uno con l’altra. Di quella sincerità che però, a volte, fa male. Negli anni si è creato questo paradigma tra noi per cui lei è sempre avanti a me e se solo le avessi detto la verità avrei incrinato le sue micro certezze. E ho pensato anche che dovevo qualcosa alla nostra storia e al suo genio e comunque un Presentat arm alla sua seconda laurea. Quindi mi sono limitato a dirle:

“Va bene Adele, prometto che ci penserò su…”

La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Io e gli ebrei

So che le ricorrenze sono importanti e servono. Tuttavia mi ha sempre infastidito quel modo molto borghese di ricordare  le cose un giorno l’anno e dimenticarsene per gli altri 364. Se fossi donna o gay o ebreo o qualunque altra cosa che viene, di fatto, ostracizzato dalla società omologata non vorrei un giorno per ricordare chi sono o chi sono stato o cosa è stato fatto alla mia gente, quanto che tutto questo fosse invece accettato anche fuori dal recinto delle commemorazioni ufficiali. Che facesse parte della “cultura” del luogo in cui vivo. Che non ci fosse bisogno di medaglie o discorsi perchè dentro di noi c’è già tutto ciò. E’ per questo che parlo degli ebrei oggi. Quando tanti sono già passati ad altro.

Ho un rapporto strano con gli ebrei.

C’è una specie di ironica distonia tra me e loro. Ci amiamo e ci odiamo allo stesso tempo. Ogni volta che ci penso, ci rido e ci piango assieme.

Difficile da capire ah? allora vi racconto questo.

Se devo essere completamente sincero, a me, Israele, non è che sia mai stato particolarmente simpatico. Insomma,  la cattiva coscienza del mondo occidentale lo ha creato perché doveva lavare la vergogna di un vergognoso Olocausto che nessuno ha voluto fermare anche se tanti già sapevano, ma la sua nascita ha creato più danni dei benefici avuti. Insomma, se ci fosse un mostro che avesse deciso di sterminare gli Etruschi sparsi a giro per il mondo e una volta perpetrato quell’abominio arrivassero le Nazioni Unite a dire che, come risarcimento agli Etruschi scampati ai campi di concentramento questi possono venire a vivere in Toscana cacciando tutti noi fuori dalle palle e prendendosi le nostre case e con esse le nostre vite e tutto ciò che appartiene alla nostra cultura da secoli, beh, io sono certo che salirei in montagna e comincerei a sparare. Brutto ammetterlo ma, se fossi nato in Palestina, sarei di sicuro un terrorista.

Dov’è la distonia allora?

E’ che io, amici palestinesi, non ne ho mai avuti mentre ne ho avuti molti ebrei.

Siamo legati come uomini, ci dividono le idee politiche su Israele.

Uno in particolare è stato causa, no, è causa, di un dolore forte in mezzo al petto perchè ha messo in mostra tutte le crepe del discorso che ho appena fatto.

Sono cresciuto in Sacra Romana Chiesa. E’ stato facile, aveva un oratorio fantastico dove si andava tua giocare, l’unico della zona. Il resto è venuto da sè. Aggregava tutti. Andavamo per giocare e alla fine senza accorgercene restavamo invischiati in tutto il resto. Un giorno la squadra di calcio della nostra colonia estiva delle suore, la “Stella Maris”, doveva affrontare quella di un’altra parrocchia che tutti gli anni ci aveva fatto il culo vincendo sempre facile. Il loro capo era un tipo che chiamavamo “Il Pescecane”, perchè era noto per essere uno senza pietà nei confronti di tutti, animali compresi. Quel pomeriggio al campino, noi arrivammo solo in dieci. Il nostro portiere aveva dato forfait senza dirci nulla. Senza un uomo era impossibile non essere travolti una volta ancora. Ai bordi del campo mi accorsi che c’era un ragazzone, molto più grosso di noi anche se l’età sembrava più o meno la stessa. Aveva in testa un cappellino blu fosforente che sembrava un elmo. Qualcosa di lui mi colpì. Sentii un legame immediato con lui e gli urlai se voleva giocare con noi in porta. Lui sorrise e disse: “Ma certo, volentieri”. Il pescecane cominciò a urlare “Ma quello è ebreo.” Lo guardai e gli risi in faccia “Cazzo me ne frega, viene al mare con noi. E’ dei nostri.” Il pescecane pensando che avrebbe vinto lo stesso mugugnò qualcosa ma alla fine accettò. David, così si chiamava, quel giorno sembrava l’unto del Signore. Parò ogni cosa. Quel cappellino in testa sembrava infondergli una forza e un coraggio che non avrei mai detto. Il più grande portiere della storia è stato il mio amico David quel pomeriggio di un caldo fine estate maremmano. Alla fine per sbaglio ne facemmo uno noi di goal e vincemmo la partita. Fu un momento di apoteosi pazzesca. Non era mai successo. Chiesi a David di regalarmi il cappellino perchè lo avrei tenuto tra i cimeli più cari. Lui disse che lo avrei avuto solo dopo che lui sarebbe morto. C’era troppo legato, era un regalo del padre che era morto e non voleva disfarsene.

Da quel giorno diventammo amici inseparabili. Mi invitò spesso a casa sua. Sua madre era donna che a me sembrava triste. Già in là con gli anni era sempre vestita di nero e non sorrideva mai. Molto austera faceva però dei dolcetti incredibilmente buoni. La sorella era più grande di David e ammetto di aver fatto pensieri impuri su di lei ma al mio amico non l’ho mai detto perchè era molto legato a lei e non volevo ferirlo. Un giorno la madre, per asciugarsi si alza le maniche della camicia e sul suo braccio vedo un numero tatuato. Senza pensare le chiesi cosa fosse. Lei non rispose. Andò di là, prese un libro e me lo dette dicendo: “Un giorno capirai meglio, intanto leggi questo”.

Se questo è un uomo – Primo Levi. Fu lei ad avermelo fatto leggere.

Fu uno shock tremendo. Ma, come tutti i ragazzi, cercai di non pensarci troppo su. Non ero pronto.

Coinvolsi così David anche nelle attività che facevamo in parrocchia. Non era uno che credeva molto e quindi accettò persino di fare con me il chierichetto durante la Messa. Lo facevamo perchè a coloro che prestavano “il servizio” veniva regalato il biglietto omaggio per andare al cinema parrocchiale la domenica pomeriggio che era una cosa che a noi piaceva tantissimo. Ricordo bene che lui si divertiva a far arrabbiare il prete suonando “le campanelle” nel momento sbagliato. Lo faceva apposta e mi faceva spanciare dalle risate. Ancora oggi quando mi capita di sentirle suonare ripenso a come lui amava cambiarne il tempo. Un giorno però qualcuno entrò in Chiesa e fece razzie di ostie consacrate banchettando di esse. Ci fu il pandemonio. Tutti a stracciarsi le vesti. Occorreva trovare in fretta un capro espiatorio e non ci volle molle che venisse indicato nel mio amico David. Dissi a tutti, prete compreso, che il giorno in cui era successa la cosa lui era a casa mia a giocare ai soldatini. Nessuno credette nè a me nè a lui. Venne allontanato e gli chiesero di non tornare mai più e quando andai dal parroco a dirgli che stava facendo un grosso errore mi rispose che se volevo restare in Sacra romana Chiesa, dovevo solo imparare a tacere e a ubbidire. Fu il giorno che, come ritorsione, il terrorista palestinese in me decise di pisciare nella fonte battesimale della Chiesa. Che andassero affanculo.

Dio però, sta cosa, non me l’ha mica mai perdonata, perchè da quel momento non me ne lascia passare una.

Comunque, quel fatto, quell’esclusione tremenda cambiò qualcosa in David. Non so dire bene. Non fu più la stessa cosa nè tra noi nè con se stesso. Per un po’ continuammo a stare assieme, ma era come se avesse cominciato a prendere coscienza della sua diversità. Parlava di Israele e del fatto che c’era una missione da compiere e che lui sentiva finalmente una chiamata verso le armi per difendere la sua gente che veniva ostracizzata. Io non capivo. Pensavo solo a giocare e lui era finito su un altro pianeta. Un giorno mi disse che sarebbe partito per Gerusalemme. Voleva entrare nell’esercito israeliano, voleva combattere la guerra che era stata di suo padre e dei suoi avi. Pensai che scherzasse, che lo dicesse per fare il duro. Invece non lo vidi più. Sparì dalla circolazione.

Molti anni dopo, quando ero ormai a fine liceo, un giorno, all’uscita della scuola, mi si avvicina una signora che non riconoscevo. Era la sorella di David. Oramai donna fatta. Mi disse che i miei le avevano detto come trovarmi. Aveva un pacco da darmi. Il cappellino blu fosforescente di quel quel magico pomeriggio in cui la Stella Maris vinse la partita della vita. Mi disse che David era stato ucciso nella prima intifada dai palestinesi e che aveva lasciato scritto che quel cappellino doveva andare in eredità a me. Al tempo ero molto politicizzato e fui sconvolto dal sentire la distonia tra amicizia e idee politiche. Un amico, un vero amico, ucciso da sconosciuti per i quali facevo il tifo. Ancora oggi a distanza di tanto tempo, questa cosa mi dilania il petto.

A Natale sono andato a fare un giro nella mia vecchia città e vagabondando mi sono imbattito nel “Pescecane”. Una volta era un giovane idiota testa di cazzo. Adesso è cambiato è diventato un vecchio idiota testa di cazzo. Mi fa:

“Vi s’è fatto il culo tante volte eh?”

“Tranne una e per me conta sola quella”

“Ah già, per via di quell’ebreo di merda. Sai che eravamo stati noi a rubare le ostie quel giorno che hanno dato la colpa a lui?”

Non so perchè ma mi è venuto da dargli uno schiaffo. Non era nè forte nè a fargli male. Era solo sdegno, credo. Vergogna per l’essere umano che avevo di fronte. Lui rise e rispose:

“Sei sempre il solito finocchietto, non hai mai saputo picchiare. Che fine ha fatto quel cretino del tuo amico?”

“Mi ha mandato un sms, proprio ieri” gli ho detto mentre gli davo le spalle per andarmene “mi ha detto che ha parato un calcio di rigore a Gesù nel derby con i cristiani e ha fatto bestemmiare San Pietro.”

La democrazia del Corinthians

Nel 1982 ero un ragazzotto stupido e arrogante. Soprattutto ignorante. Come tutte le persone con queste caratteristiche ero fissato con il calcio. In quell’estate ci furono i campionati mondiali in Spagna e ricordo come fosse ora il giorno in cui la nostra nazionale formata da pedatori di ventura vinse una partita rocambolesca contro la squadra di calcio, forse, più forte di tutti i tempi. Il Brasile del 1982 era un team fenomenale, pieno di grandi giocatori. Finì 3-2 per noi con Paolo Rossi che sembrava fosse stato toccato da Dio. Fece una tripletta  che sapeva di incredibile nella sua assurdità. Se quel giorno i brasiliani avessero fatto cinque goal, noi ne avremmo fatti sei. Gli Dei si erano seduti dalla nostra parte del tavolo. E, come tutti i gonzi di Riace della mia risma, scesi in piazza a sfilare e a urlare la mia gioia.

In quel grande Brasile giocavano però anche dei grandi uomini. Grandi davvero intendo. Non solo marionette. Uno di loro era un tipo allampanato altissimo “Brasileiro Sampaio de Sousa Vieira de Oliveira”, che tutti chiamavano semplicemente Socrates. Uno di cui Pelè ebbe a dire “Giocava di spalle meglio di quanto la maggior parte dei suoi colleghi giocasse di fronte”.  Socrates era tuttavia anche un filosofo che aveva formato il suo pensiero sui testi di Platone, Hobbes e Machiavelli e un uomo di scienza, perchè si era laureato pure in Medicina. E lui fu l’anima di un movimento straordinario che non ha eguali nella storia del calcio. Un’altra rivoluzione senza fucili (la prima, la vera, forse l’unica, fu quella di Allende). Quella che è nota oggi come la democrazia del Corinthians.

In quegli anni il sudamerica era vittima di terribili dittature. Tutti ricordano Pinochet e il “Garage Olimpo” in Argentina, ma in Brasile le cose non è che fossero migliori. I militari al governo avevano tolto molti diritti civili e la gente viveva sotto la paura delle squadre della morte o nella paura di essere tradotte in carceri dai quali non si usciva con facilità. In questo contesto nella prima metà degli anni ottanta avvenne un miracolo. Il Corinthians, il Timao come viene chiamato dai suoi tifosi, decise di rompere le regole. Nonostante fosse una squadra di incredibile talento (tutti assieme c’erano gente come Socrates, appunto, ma anche Wladimir, Walter Casagrande – che poi giocò anche nel Torino, Biro Biro, Zenon, Leao ecc. ecc.) decise di proclamare l’autogestione.  La squadra si rifiutò di riconoscere l’autorità dell’allenatore e per tre anni mise in piedi una sorta di “autogestione” che venne definita “democrazia corinthiana”. Qualcuno la chiamò anarchia. In realtà decisero tutti assieme che da un certo momento in poi, la democrazia, alla quale tutti nel Brasile, anelavano l’avrebbero messa in pratica loro. Avrebbero votato e deciso su qualsiasi cosa. Anche le più insignificanti. E il voto di ognuno valeva lo stesso di qualsiasi altro. Quello del magazziniere come quello del presidente. Che poi era un altro filosofo e pure rivoluzionario: Waldemar Pires. E votavano su tutto, dal menù del giorno alle strategie di gioco e di mercato. Persino in bus, durante le trasferte stabilivano per alzata di mano se fermarsi o meno per le necessità fisiologiche. Qualunque cosa diventava di interesse collettivo, compresi i contratti individuali, ragionavano valutando con attenzione le disponibilità economiche del club. E per la prima volta nella storia del calcio brasiliano, sulle maglie del Corinthians apparvero anche le scritte pubblicitarie. Ma non si trattava di marche e loghi per prodotti di consumo, ma di invocazioni perché venisse posto fine alla dittatura militare “Elezioni dirette subito” oppure “Io voglio votare il presidente”.  E infine scrissero sopra la parola magica: DEMOCRAZIA. La meravigliosa democrazia del Corinthians, di giocatori che lottavano rischiando del proprio per rivendicazioni sociali  non solo sul campo, ma anche nelle piazze.

Quando vinsero il campionato entrarono tutti in campo con un grande striscione: “Non importa se sul campo vinci o perdi, importa solo se lo fai in democrazia”

Questi erano quegli uomini.

E mi piace pensare che sia stato anche grazie a loro che nel 1985 finalmente quello che avevano sempre cercato è arrivato. Mi piace pensare che sia stato proprio Socrates con i suoi compagni a dare la spallata finale a quella merda di dittatura militare. In un’intervista il “dottore” ebbe a dire: “La libertà è una cosa che genera responsabilità, bisogna saper amministrare questi due aspetti. Il calcio è l’unica azienda nella quale il lavoratore è più importante del padrone. Il calciatore può essere osteggiato, limitato, ma alla fine è lui ad avere le carte migliori per cambiare lo stato delle cose. Questa certezza si cementò nello spogliatoio del Corinthians, radici che nessuno è più riuscito a estirpare. Ed è stato un processo che ha aiutato i brasiliani a sollevare la testa e a liberarsi dopo vent’anni dell’oppressore”.

Certo le cose sono molto cambiate adesso. Il Corinthians non è più solo la squadra del popolo com’era sempre stata. E’ diventata cara anche ai poteri forti. I più informati tra di voi forse saprà che ha avuto sponsorizzazione favolose da parte di banche centrali e agevolazioni statali incredibili grazie agli appoggi di Lula in persona. Stadio nuovo finanziato in modo poco chiaro. Per non dire come a livello federale sia stata agevolata in modo clamoroso (vedi partecipazione alla coppa intercontinentale del 2000). Insomma adesso forse è una specie di Juventus del sudamerica. Ma nel suo DNA rimane i germi di quella democrazia che è stata unica nel suo genere. E, per inciso, quando il Grande Torino si schiantò a Superga, il Corinthians giocò in suo onore con le maglie granata. E queste cose non si possono scordare per quanti “affari” stiamo combinando gli attuali dirigenti.

Socrates venne poi in Italia a giocare nella mia Fiorentina per un anno. Nel 1984. La sua personalità e il suo modo di fare non potevano resistere a lungo da noi. Troppo pulito e generoso. Dissero che era lento per il nostro campionato. Non faceva per noi una persona che giocava usando anche la testa. Lo incontrai un giorno a Firenze. Non era difficile. Era uno che non si nascondeva come i giocatori di oggi. Stava in mezzo alla gente. Era circondato da tanti bambini con cui giocava a pallone per strada. A qualcuno disse che non faceva dichiarazioni pubbliche alla stampa perchè non si fidava dei montaggi. Sarebbe andato a qualsiasi trasmissione in diretta a dire ciò che voleva ma non voleva farsi registrare.

Quando ha smesso di giocare è infine tornato a fare quello che più amava. Curare ammalati e prendersi cura di chi aveva bisogno. Paolo Rossi invece si vede ancora in televisione su Sky a dire cazzate senza senso.

Vaffanculo.

Vaffanculo al giovane Masty che quel giorno di un’estate magica, tifava contro un grande uomo a favore di un coglione che era stato squalificato due anni per aver venduto delle partite.

Perchè adesso quando vedo Paolo Rossi io cambio canale, ma quando guardo l’omaggio che i tifosi e i giocatori del Corinthians hanno dedicato a Socrates quando è morto mi commuovo. Ogni volta. Ogni cazzo di volta che pigio il tasto play. Tutti, giocatori e pubblico, avversari compresi con il pugno destro chiuso. Che poi era anche il modo in cui lui festeggiava ogni suo goal fatto. Ve lo immaginate se lo avessero fatto anche a Firenze? (che lo ha ricordato con il classico lutto al braccio) che cosa avrebbero detto giornali e politici e politicanti? Ve lo immaginate Jovetic o Montolivo o Luca Toni o Andrea della Valle  con il pugno chiuso?

Anche da vecchio sono rimasto stupido e arrogante ma, per fortuna, un pochino meno ignorante e allora quest è per te CAMPIONE

Obrigado Doutor

e si

sissignori

Io tifo Corinthians