La Grande Bellezza (versione originale)

Quando ho scritto “La grande Bellezza” spedii il manoscritto a Sorrentino. Quella merda ha cambiato una o due cosette e c’ha vinto l’Oscar senza nemmeno pagarmi una cena. Questo era lo screenplay.

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Ho un orologio biologico munito di radio, ogni mattina divento cosciente, da lì ad aprire gli occhi passa qualche minuto, e nella mia testa gira un ritornello. Spesso canzoni che non ascolterei mai volontariamente di complessi come i Dik Dik o di Britney Spears, una volta persino gli One Direction. Non sapevo manco chi fossero, ho canticchiato la melodia a una vecchia commessa di un negozio di dischi e me lo ha detto lei. Mi ha anche guardato come a dirmi “Lei mi fa veramente schifo”.

Stamattina mi è presa con gli Abba:

OOOOOOOHHHH  FERNENDOOO

ora mi sono rotto il cazzo non riesco a fermarmi.
Perchè io sono un vero uomo e ce la posso fare porco (bip)

FEEEERNENDOUUU.

Mi mangio il fegato per la rabbia per questo. Ho il cuore spezzato e il midollo osseo di burro. Tutte espressioni indicative del mio quotidiano stato emotivo. E al momento anche un alito pestilenziale perchè ho pranzato con un piatto di focaccia alle cipolle che era di una bontà unica ma che lascia il suo retrogusto amaro. Solo il mio amico FEEEERNENDUUU può capire come mi sento. Buon Dio perchè non sei come FEEEERNENDUU. Dai basta. Mi faccio schifo. Non posso continuare a vivere cantando FEEEERNENDUU, in continuazione.

La commessa dell’Esselunga che mi ha venduto la focaccina con le cipolle che ha tagliato e impacchettato con lo stesso schifo di chi prende in mano uno stronzo del suo cane in un parco, me l’ha passata dicendo: “Come può mangiare una cosa simile?”

Volevo insultarla. Poi ho capito che era a causa dell’utero disabitato che si comportava a quel modo. Credo che la sua anima di tanto in tanto soffra, magari solo una leggera depressione ciclica, che si concretizza con il suicidio del menarca. Ho cercato la parola menarca sul dizionario dei sinonimi e dei contrari non l’ho trovato, allora ho scritto t’amo sulla spiaggia…. (a Feeeernandoo)
No, ho barato. Menorrea, c’è. Ciclo mestruale. C’è pure qualche sinonimo. Non ci sono contrari. Questo vorrà pur dire qualcosa.

L’anima del mio cuore viene e va. Ha come una carriera da hostess. Quando sento battere alle pareti so che è in casa. Non ho mai capito se sbatte tappeti o inchioda quadri al muro. So solo che quando c’è mi piace il casino che fa, e quando non c’è subaffitta a qualcosa di losco. E in questo momento un alieno si è impossessato del mio. E mi fa paura.
Tuttavia è il fegato l’organo del mio corpo più esigente e viziato. Si infastidisce appena bevo alcolici e mangio fritti per più di due giorni, gratta sul peritoneo incessantemente, è la mia tortura medioevale della goccia. Ehi Fegato, mo’ ti canto Fernando stai attento a te.

E’ veramente un periodo strano. Per trovare pace mi immergo in dialoghi di stranieri. In questo modo non sono obbligato capire il senso di ciò che dicono e posso concentrarmi sul suono. Una sorta di terapia musicale. L’altro giorno, proprio per questo, sono persino entrato nella moschea musulmana. Mi hanno cazziato perchè non mi ero tolto le scarpe. Pensavano fossi del comune e che volessi dei soldi. Ho provato a spiegare che mi piaceva il suono gutturale delle loro preghiere e l’Imam che c’aveva la faccia da Ciccio Ingrassia mi ha cacciato via. Borghezio sarebbe stato orgoglioso per la sua tolleranza.  Mi sono allora messo a guardare per ore come un ebete canali satellitari astrusi polacchi e uzbechi e sauditi attratto solo dal suono che fanno. I telegiornali giapponesi mi irritano il colon e fanno venire la lombo sciatalgia ma quelli indiani invece hanno un suono veramente fantastico. Li guardo e ascolto e mi ipnotizzo (e penso a lui… il mio idolo…, cazzo che non se ne vuole proprio andare… è qua, sulla punta di lingua che vuole uscire, e spinge i polpastrelli a scrivere il suo insulso nome. Ma io resisto. Lo vedi amico mio? ho il potere di resisterti.)

Intanto il cervello macina, cerca tra le immagini, paragona, ascolta e scarta i ricordi, si affretta a trovare la similitudine.
La similitudine ti salva dalla follia.

Mi è presa la voglia di comprare i fanghi per gli inestetismi della cellulite. Li vendono in barattoli da un chilo al supermercato con annesso pantaloncino di plastica. Ti spalmi i fanghi sulle cosce e sulla pancia e ti infili nei mutandoni.

E infine diciamocelo: Come si fa a considerare seriamente un giornale senza oroscopo.

Lo so!

Non è un commento adeguato alla situazione.
E allora sai che?

Can you hear the drums Fernando? I remember long ago another starry night like this In the firelight Fernando
You were humming to yourself and softly strumming your guitar
I could hear the distant drums And sounds of bugle calls were coming from afar

They were closer now Fernando Every hour every minute seemed to last eternally I was so afraid Fernando
We were young and full of life and none of us prepared to die
And I’m not ashamed to say The roar of guns and cannons almost made me cry

There was something in the air that night The stars were bright, Fernando They were shining there for you and me
For liberty, Fernando Though we never thought that we could lose There’s no regret
If I had to do the same again I would, my friend, Fernando

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

Breve elenco di dischi che mia madre minacciò di spaccarmi sulla testa se li avessi suonati ancora

1)   Jake and Diane – John Mellecamp  (una volta lo chiamavamo pure Cougar poi si incazzò di brutto e adesso il nickname si può solo sussurrare a bassa voce senza che lui se ne accorga altrimenti ti prende a sberle). Entrai in fissa con il ritornello che tutt’oggi trovo geniale “Oh yeah life goes on, Long after the thrill of livin’ is gone”  e non la smettevo di metterla sullo stereo e di suonarla con la chitarrina e a mia madre veniva puntualmente l’orticaria. Avevo solo il gran problema che non riuscivo a tradurre una parte del secondo verso  quando Jake dice “Hey Diane let’s run off behind a shady tree dribble off those Bobby Brooks, let me do what I please” Insomma, si, più o meno significa che avendo Diane seduta sulle gambe, a un certo punto lui le dice “adesso andiamo un po’  là sotto all’ombra e divertiamoci un pochino”. Tuttavia quel “Dribble off those Bobby Broooks mi stava indigesto e proprio non lo capivo e a quel tempo non c’era mica internet a darti soluzioni. Insomma per anni ho cantato questa canzone senza sapere di che diavolo stessi parlando fintanto che, una decade dopo, in America, sono finito in un centro commerciale e, vagando senza metà ho scoperto che Bobby Brooks è una delle marche più importanti nell’area degli indumenti intimi femminili. Almeno laggiù. E sono rimasto là davanti ai reggiseni con un sorriso ebete in faccia fintanto che non è arrivata una commessa che mi ha preso per maniaco e con fare energico mi ha chiesto cosa diavolo avevo da ridere da solo davanti. Non mi sono scomposto di nulla e gli ho urlato: “Now, rock on”

2) Going to California – Led Zeppelin . Come tutti i miei amici avevo una specie di fissa per il grande dirigibile di piombo (sul nome LEAD poi tramutato in LED si potrebbero scrivere fior di post). Quando sparavo il rock duro allo stereo i miei si incazzavano come delle bisce. Poi uscì  il mitico “Led Zeppelin IV” dove c’era questa ballata straordinaria che decisi di imparare. Poiche non disturbava le orecchie mia madre scelse  di sopportare ma fu quando mi chiese che cosa minchia si dicesse nella canzone che arrivarono i problemi “Ho passato troppo tempo con una donna crudele, Mi sono fumato tutta  la mia roba e bevuto tutto il mio vino e adesso ho preso la decisione di intraprendere un nuovo inizio. Andando in California ….” Ecco sta cosa proprio non la sopportava. Pensava che mi sarei drogato e ubriacato e che sarei partito per l’America lasciando tutto indietro. E non ci fu verso di farle capire che era solo una canzone. Nient’altro che una stupenda ballata. Lei invece sosteneva che se l’avessi continuata a cantare lo avrei fatto anche io. Tutto. Ogni cosa. Io ridevo di gusto quando argomentava quelle boiate, eppure porco cane, c’aveva ragione lei. Andò proprio così. Mai sottovalutare il potere predittivo di una madre.

3) Dream On – Aerosmith. Ho sempre pensato che fosse una delle canzoni più intelligenti che siano mai state scritte. Oggi più di allora sono in grado di apprezzare il testo che vorrei aver scritto io. Una bellezza e una liricità straordinarie:  “Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sono sempre più distinte. Il passato è passato, svanito come tenebre all’alba. Non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce la strada da percorrere. So che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita nelle pagine scritte nei libri, vissuta è imparata da idioti e saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano 
Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime.”  Insomma fantastico no? E’ che questa canzone prende brillantemente velocità ed è cantata sempre più in fretta fino all’isterico finale quando Steven “la bocca” Tyler urla a squarciagola “Dream on” in continuazione come un pazzo. Ed era la cosa che facevo pure, per imitarlo. Sembravo così posseduto da Satana che a volte mia madre andava in terrazza e si metteva a pregare ad alta voce.

4) Fire Lake – Bob Seger – Quando andai in fissa per il grande uomo del Michigan i miei pensarono che, forse perche non era neanche detto, solamente se mi avessero portato a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, avrei potuto ritrovare la pace e la serenità. Già mi vedevano drogato come i capelli lunghi mendicare sui marciapiedi suonando la chitarra. Non sapevano, allora, che a quel modo sarei arrivato più lontano di come poi in realtà è successo facendo la persona “normale”. Comunque Fire Lake è uno dei pezzi che ancora oggi più amo. Verbosa e grassa, con un significato non semplice da prendere perché molto allegorico. Insomma fatta su misura per me. Parla della capacità di assumersi rischi nella vita: “Who wants to take that long shot gamble and head out to Fire Lake…” se mia madre sapesse che io sto ancora Heading out proprio verso il grande lago di fuoco si rivolterebbe nella tomba. Ah, quasi dimenticavo, proprio in quell’album uscito nel 1980, Against the wind, c’è nell’omonima canzone, uno dei versi più straordinari che io abbia mai letto “Wish I did not Know now what I did not know then” Vorrei non sapere oggi quello che non sapevo allora. Che è diventato il mio motto di vita.

5) 50  ways to leave your lover – Paul Simon .  Uno pensa a quei due ragazzacci newyorkesi e gli vengono in mente  Sound of Silence oppure The Boxer. Ma questa canzone è una delle cose più geniali di tutti i tempi. Basta conoscere un po’ l’inglese e avere un po’ di brio e fantasia e vai fuori di testa. No anzi, mandi fuori di testa chi ti ascolta che all’inizio ride di gusto, poi smette poi si adombra poi ti insulta e infine ti minaccia fisicamente di picchiarti se non la smetti subito. Volete vedere? ecco qua: I’m riding my bike Mike, I’m going to my sister, mister, I’m feelind sad, Dad, Maybe you could get me some candy, Randy, Don’t be such a slob, Bob, just listen to me… Che faccio continuo? No eh… ok, la finisco qua. Se mamma avesse davvero preso in mano il disco con aria minacciosa gli avrei potuto dire che in caso di emergenza la canzone di riserva di Paul Simon era Me and Julio Down by the Schoolyard, che per qualche motivo le dava ancora più fastidio.

6) “Friend of the Devil”  - Grateful Dead . Questa canzone sembrava scritta apposta per me. L’unico, il grande, l’inimitabile, il genio, Jerry Garcia aveva fatto qualcosa di orribile e non poteva fare altro che scappare. “Well, I ran into the devil and he loaned me twenty bills
I spent the night in Utah. In a cave up in the hills” Cazzo, com’era vero.

7) I started a Joke – Bee Gees.  Barry Gibb è uno dei geni più sottovalutati della storia della musica. Ha scritto un migliaio di canzoni che sono diventate Hits assolute alcune pure insospettabili cantate da altre grandi pop star. Però qua, cazzarola è un mistero di prima classe. insomma il tipo ha fatto una battuta e ha fatto piangere il mondo intero. Percepivo una straordinaria profondità nel testo. Il mondo piangeva perche lui non era divertente? Conoscevo gente così. Nel seguito della canzone uno di loro, un Bee o un Gee si mette a piangere e questo fa ridere tutti e quindi come diceva Nick Carter, tutto è bene ciò che finisce bene.

8) Swamp Girl – Frankie Laine. Uno dei testi più poetici del mondo civilizzato e assolutamente terrorizzante. Il fava, Frankie dico, è malato e stanco o entrambe le cose e una donna cattiva lo sta chiamando dall’orribile palude in cui vive. Laine era famoso per altre canzoni su fruste o carne secca o treni merci o cose simili mentre il suo capolavoro era noto solo a me e alla mia famiglia. Una vergogna.

9) If you could read my mind – Gordon Lightfoot – Ho sempre pensato che il canadese fosse un genio. Non ha avuto il successo che meritava, anche se è stato e ancora oggi è molto apprezzato. Questa canzone è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. Perché ti gabba. Insomma parte bene e tu sogni e invece finisce che ti incula il finale: “Se si potesse leggere la mia mente, l’amore, che storia i miei pensieri potrebbero raccontare. Proprio come in un vecchio film di tanto tempo fa, dove c’è un fantasma che vive in un oscuro castello o una fortezza,  con le catene ai miei piedi. E quel fantasma sono io e non potrò mai essere liberato finché tu non riuscirai a vedermi….” ma poi conclude con “cerchiamo di essere reali su, Non ho mai pensato che avrei potuto agire in questo modo E devo dire che io non capisco. Non so dove abbiamo sbagliato, Ma la sensazione di amore se n’è andata E io non posso tornare indietro. Mi dispiace.” Non diceva tanti saluti a mamma ma il succo era quello. E sta cosa la mia di madre non l’ha mai digerita.

10) Paradise by the dashboard light – Meat Loaf – No. Meat Loaf proprio non lo reggeva. Per me era un gran fico. Ciccio come il nome che si era scelto aveva (ha)  un talento bestiale che lo portava a cantare con una voce pazzesca e a suonare pure meglio e a rimorchiarsi una super  topa nel video di questa canzone che significa “Paradiso dalla luce del cruscotto” visto che lui si paciuga Elen Foley in macchina.  Ogni volta che passava su video music erano dolori e il disco originale che ancora conservo con amore e gelosia ha rischiato più volte di finire nella spazzatura, iIndifferenziata, di allora

Il tempo di morire

A un automobilista ubriaco non importa proprio niente se hai smesso di drogarti da cinque anni e finalmente stai di nuovo bene e hai incontrato la persona giusta e la ami in modo folle. Men che meno al camionista assonnato o al tizio che sta mandando sms dal cellulare mentre viaggia a 100 km/h in città e che non ha la minima idea che forse tra due mesi ti nascerà  un figlio. Se ne fottono del fatto  che magari era tutta la vita che scrivevi o che dipingevi o che facevi fotografie e che, proprio quella settimana, avresti firmato il contratto che ti avrebbe cambiato l’esistenza.  Già, perchè per quanto ci affanniamo a convincerci del contrario, siamo tutti parte del grande gioco del destino. Ogni patetico sforzo che facciamo e gli esorcismi che pratichiamo credendo possano davvero funzionare, non servono a niente.

Cosi, quando stamattina ti ho visto disteso per terra all’incrocio sulla “Pesciatina” con un telo bianco che ti copriva è a questo che ho pensato. Al fatto cioè che danziamo tutti i giorni con l’inevitabile, ubriacandoci di vita solo per cercare di sopravvivere alle nostre paure. Ti ho riconosciuto dagli scarponcini di pelle nera con bordo di velluto marrone che tanto mi piacevano. Impertinenti, di restare nascosti proprio non avevano alcuna voglia.  Facevano capolino, da sotto, urlando a tutti: Ehi signori, guardateci. Non lasciate che mandino anche noi al macero come questo povero Cristo che ci ha comprato e che finirà sotto terra. Poi, poco più in là, ho visto il tuo inconfondibile scooterone da tamarro mezzo distrutto, in mezzo a un lago di sangue. Aveva ancora l’adesivo con la foto di Neil Young davanti. Ricordo bene  di averti detto che ne avevo uno identico sulla mia ET3 da ragazzo. Eppure, ti prego di perdonarmi, non riesco a rammentare il tuo nome. So solo che ti chiamavamo “puntura” perché facevi l’infermiere. Questo maledetto vizio dei soprannomi. Il tuo volto si, però. Quello non lo scordo.  Abbiamo bevuto assieme molte volte. Stavi con una ragazza dalla faccia tutta storta che veniva fuori da una famiglia come tante e che ha una canina di piccola taglia che ha chiamato Tiffany. E io ho sempre pensato come cazzo si facesse a chiamare un cane così: Tiffany. Non te l’ho mai detto, ma ho immaginato i vostri figli con nomi altrettanto assurdi, che so, Jacob o Matthew. L’ho fatto perche la tua donna sembrava molto presa da te. E chissà, forse già vivevate assieme e io non lo sapevo. Sono però  certo che ancora lei non sa che cosa ti è successo. Non ha ancora idea che tutti i vostri piani sono andati all’aria. Magari sta lavorando in ufficio e proprio in questo momento sta dicendo alla collega che stasera avete prenotato all American Dinner a Pontedera e che dopo farete sesso selvaggio nel letto Ikea comprato solo da una settimana. E starà ridendo di gusto alla sola idea che si possa essere felici anche di lunedì mattina. Invece tu sei qua, sotto quel cazzo di telo bianco, con la polizia che mi urla di andarmene. Per loro sono soltanto uno dei “soliti curiosi” e non capiscono che non ho alcuna voglia di lasciarti solo in attesa del medico legale per le foto di rito mentre tutti quelli che ti amano non hanno idea che la tua anima e’ già di fronte a Dio. Oppure dispersa tra tutte le altre che cercano di reincarnarsi.  Ti immagino in mezzo a un casino tremendo di gente che vaga senza sapere dove andare per chiedere di tornare quaggiù. Mi viene da pensare che ti re- incarneresti in qualsiasi cosa per poter dire alla tua donna le cose che ancora non le hai detto.  Anche solo addio. Giuro che se sapessi come trovarla ci andrei io personalmente e non lascerei che venisse a sapere cosa ti e’ capitato da estranei che con professionalità faranno il loro sporco lavoro. Il compitìno per cui sono pagati.

Avresti potuto morire a causa di un terremoto o per un cancro, per un infarto fulminante, oppure molto più semplicemente di vecchiaia. Invece sei crepato in una giornata di merda in mezzo a un incrocio  perché un bastardo non si è fermato allo stop. Chissà’ che cosa stavi pensando in quel momento. Forse al fatto che gli hamburger dell ‘American Diner sono buoni ma anche pesanti. Impegnativi per la digestione. Se ricordo bene, era quello che più ti angustiava. Non riuscire a digerire. Una volta brindammo a  tuo padre morto dopo una gran mangiata con gli amici che gli provocò una congestione.  Ti faceva paura morire a quel modo. Chissà se hai avuto il tempo di averne morendo invece così. Ti mancava il tuo vecchio dicesti. Mi chiedo se è’ venuto a prenderti come dicono che succeda tutti quelli che credono che esista un dopo  Mi piace pensare che ti abbia preso la mano per portarti in mezzo ai tuoi avi anche se invece è più probabile che non ci sia davvero niente e io stia scrivendo queste cose per qualcuno che è stato ma non sarà mai più.

Ho solo voglia di sputare.

Una gran voglia di sputare fuori la rabbia.

Gli incidenti capitano. Le persone che amiamo muoiono. Niente di ciò che ci è’ caro dura per sempre.

E io ho bisogno di accettare e accogliere questa realtà .

Ehi, Dio, mi avresti anche rotto le palle.

Se non avessi saputo che Dio è uno stronzo che passa il tempo a inventare modi esilaranti per fregarmi forse avrei persino continuato a pregare.  Ricordo di averlo fatto molto, a suo tempo, per avere un figlio maschio scoprendo che il suo appetito nel mettermi alla prova è sempre stato insaziabile con piani di una complessità sbalorditiva. Dopo la prima figlia “amerikana”, infatti, ho intensificato le preghiere. Ero convinto che mi avrebbe ascoltato e LUI che fa? mi ha mandato un’altra femmina. Allora, illudendomi di essere più furbo ho tentato di gabbarlo tenendo una mossa di psicologia al contrario: ho pregato, cioè, per averne una terza. Stolto. Come ha risposto quello screanzato? Me ne ha mandate due. Gemelle. Tanto per fregarmi.

E tutti a dire: Fico!

Fico un cazzo.

La verità è che Dio è per l’uomo, ciò che l’olio è per l’acqua: rende depressi e arrabbiati e inclini al suicidio. Ecco perché santifichiamo il nome Suo associandolo a gustose specialità gastronomiche locali a base di suino.

Ieri davanti alla scuola mi sono intrattenuto a giocare con un compagno di scuola delle più piccole. Gli sto simpatico e a me di fare un po’ di cose maschili una volta tanto non mi dispiaceva. La madre, una bella donna dai modi  a volte un po’ troppo bruschi, lo aveva appena ritirato dalle lezioni di religione in classe. Insomma è una che va contro le convenzioni sociali. Una con le palle. Credo di stare simpatico anche a lei e quindi si è permessa di toccare certi argomenti.

“Lei crede in Dio?” mi fa ad un certo punto

“No, cioè, si, ecco la testa mi dice No, ma il cuore si. Poi so che è capace di porcate micidiali quindi bisogna stare all’erta.”

“Insomma ha fatto battezzare tutte eh?”

“Eh beh altrimenti sarebbe impossibili essere cristiani” rido io.

“E certo, che sciagura sarebbe” ride lei.

“Adesso è Satana a parlare” rido io.

“Si sbaglia io sono  un avvertimento. Dio che dice a tutti voi “potresti essere tu” “potresti diventare come lei”” ride lei

“Ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore. Sotto scacco. Io lo so meglio di chiunque altro.” rido io.

“Crede davvero che Dio la stia punendo?”  non ride più

In quel momento suona il cellulare. L’amministrazione dell’azienda mi comunica che il piano di rientro che avevamo proposto all’Agenzia delle Entrate per pagare l’assurda cartella esattoriale che ci hanno mandato è stato respinto. Mi sono appoggiato a un albero ho aggrottato le ciglia e ho detto semplicemente

“Si”.

Poi ho mostrato il dito medio al cielo e ho urlato:

“Vaffanculo”

D come Domodossola

Gennaro mi ha confidato che è convinto che ogni volta che qualche sconosciuto per strada gli sorride e senza apparente motivo gli fa un cenno di saluto, stia in realtà pensando : “Ma guarda che stronzo”. Dice che succede anche lui e questa è, quindi, la riprova che lo fanno tutti. E’ un vero fenomeno. Ha un cervello diviso nettamente in tre parti. Una prima area logo occipitale, molto compulsiva che vorrebbe portarsi a letto qualunque donna incontri e poi altre due aree, lobo parietale e temporale, molto più ragionevoli che vorrebbero, invece, fare la stessa cosa. C’ha proprio la fissa, una volta, per capirsi, regalò al bar che frequentiamo, un Babbo Natale assurdo che, se pigiavi un bottone, si inculava la prima renna della muta e, al culto di Padre Pio da Pietralcina, preferisce quello di Fraccazzo da Velletri, il frate della statuina che se gli premi la testa, da sotto il saio gli spunta fuori una fava enorme. Fuma come un turco le Camel light e segue alla lettera il più noto comandamento di Dio: ama il calcio come il prossimo tuo, al punto tale che non trova patetiche neanche le partite tra la nazionale cantanti e i commentatori di Sky.

Ieri è venuto a casa mia. Era tristissimo. Dice che ha le prove che la moglie lo tradisce e così voleva parlare con un amico. In realtà s’è rotto quasi subito di farlo e mi ha obbligato a guardare con lui un film horror, che gli piacciono tanto perché dice che lo rilassano, facendosi fuori, praticamente da solo, una costosa bottiglia di Sambuca Molinari che mi ero comprato solo qualche giorno fa e che contavo di far arrivare almeno a Natale. A un certo punto dal nauseabondo scannarsi tra esseri mostruosi è uscita una zombie che faceva veramente schifo e lui mi fa: “Ma come me la tromberei a questa…”  Peccato che in quel momento è entrata mia figlia piccola, una creatura innocente, che ancora non sa che pena e tristezza sono gli uomini come suo padre e l’amico in crisi e ha chiesto timidamente: “Che vuol dire trombare babbo?” L’idiota non si scompone, mi sorride e mi ammicca “Dai, dai, che prima o poi ti tocca, meglio subito. Fortifica, non la vorrai mica far diventar suora no?” Mi sono ritrovato così come un fesso, una domenica pomeriggio del cazzo, a pensare che avrei voluto essere da tutt’altra parte e pur di evitare tale strazio mi sarei sottoposto pure alla tortura di sentire otto ore di fila Radio Radicale senza possibilità di cambiare canale. Decido di fare lo gnorri, sperando nella provvidenza divina. La zombie di prima, quella del film, nel frattempo, decide che vuole avere un rapporto sessuale con un altro morto vivente che però, giustamente, la schifa e Gennaro non trova di meglio da dirgli: “Ma sei proprio Ricchione“.  La bimba che era  rimasta in attesa delle mie spiegazioni di prima gli chiede così “Ma che vuol dire recchione? che c’ha la malattia infettiva?” Decido che basta: “Gennà, porza zozza andiamo fuori a bere ma smettila per favore”. Lui si adombra, poi all’improvviso si mette a piangere. Così dal niente. “Io la amo Masty io la amo, giuro davanti a Dio che se lascia lo stronzo e torna solo con me,  comincio a fumare sigarette elettroniche, a farmi  le seghe e a bere solo caffè decaffeinati” La simpatia per lui svanisce non appena mia figlia mi incalza “Ma che vuol dire “farsi le seghe”? Non faccio in tempo a rispondere che lui cattivo si riprende e le dice: “Eh sta un po’ bonina per favore che poi ti faccio i compiti cosi almeno una volta prendi dieci”. Comprendo che ha ampi margini di peggioramento, mi viene in mente di essere come il pugile di quella vecchia battuta di Beppe Viola  che all’angolo chiedeva al suo allenatore come stava andando sentendosi rispondere “Se lo ammazzi fai pari” e quindi di imperio mi alzo e lo trascino fuori. Prima di uscire urla con voce impastata da mezzo ubriaco “Almeno il Berlusca quando l’ha mollato Veronica poteva scegliere tra mille donne, pure quella Rudy.,.”

 Mia figlia allora tira fuori una cultura che non le riconoscevo e che mi ha spaventato: 

“Ti sbagli, questa la so: si chiama Ruby non Rudy”

No.

Davvero.

Io mi arrendo.