Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Non ne posso più di vedere fratelli di sangue andarsene

Ci sono momenti in cui ti viene la voglia di salire in cima a un grattacielo per provare a scoprire se è vero che non si può volare come dicono quelli che hanno studiato.

A me capita quando mi sento più solo di quanto già di solito non mi senta.

Di questi tempi mi sta capitando più e più volte. Per mille ragioni.

E oggi è una cosa devastante:

E’ MORTO UN FOTTUTO GENIO

Roberto “Freak” Antoni

conosciuto ai più per essere il cantante degli Skiantos.

Non ho mai conosciuto un personaggio così geniale, bollato come demenziale solo da chi lo è davvero, un demente.

Ero al concerto degli Skiantos quando salirono sul palco e anzichè suonare si misero a cucinare gli spaghetti con il pubblico che cominciò a insultarli. Là compresi che Roberto era mio fratello maggiore.

Lo incontrai di persona a Bologna una volta, a una presentazione di un suo libro, geniale come lui:

“Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti  (seguirà dibattito)”

Gli dissi che speravo che suo padre si fosse scopata mia madre per essergli fratello e lui mi scrisse come dedica del libro:

“Ti amo Masty, ma solo dopo i pasti!”

Solo Lowell George poteva arrivare a tanto e se non sapete chi è chissenefrega.

E io penso che non sia giusto, ecco.

No.

Dopo che qualche settimana fa se n’è andato Uncle Pete Seeger, che adesso pure Roberto ci abbia lasciato

se ne vanno tutti.

E a me stamani va proprio di prendere quell’ascensore…

o di suonare rock’n roll bovino dal volto umano fino a cadere sfinito per terra.

 

Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

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That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

Ehi, Dio, mi avresti anche rotto le palle.

Se non avessi saputo che Dio è uno stronzo che passa il tempo a inventare modi esilaranti per fregarmi forse avrei persino continuato a pregare.  Ricordo di averlo fatto molto, a suo tempo, per avere un figlio maschio scoprendo che il suo appetito nel mettermi alla prova è sempre stato insaziabile con piani di una complessità sbalorditiva. Dopo la prima figlia “amerikana”, infatti, ho intensificato le preghiere. Ero convinto che mi avrebbe ascoltato e LUI che fa? mi ha mandato un’altra femmina. Allora, illudendomi di essere più furbo ho tentato di gabbarlo tenendo una mossa di psicologia al contrario: ho pregato, cioè, per averne una terza. Stolto. Come ha risposto quello screanzato? Me ne ha mandate due. Gemelle. Tanto per fregarmi.

E tutti a dire: Fico!

Fico un cazzo.

La verità è che Dio è per l’uomo, ciò che l’olio è per l’acqua: rende depressi e arrabbiati e inclini al suicidio. Ecco perché santifichiamo il nome Suo associandolo a gustose specialità gastronomiche locali a base di suino.

Ieri davanti alla scuola mi sono intrattenuto a giocare con un compagno di scuola delle più piccole. Gli sto simpatico e a me di fare un po’ di cose maschili una volta tanto non mi dispiaceva. La madre, una bella donna dai modi  a volte un po’ troppo bruschi, lo aveva appena ritirato dalle lezioni di religione in classe. Insomma è una che va contro le convenzioni sociali. Una con le palle. Credo di stare simpatico anche a lei e quindi si è permessa di toccare certi argomenti.

“Lei crede in Dio?” mi fa ad un certo punto

“No, cioè, si, ecco la testa mi dice No, ma il cuore si. Poi so che è capace di porcate micidiali quindi bisogna stare all’erta.”

“Insomma ha fatto battezzare tutte eh?”

“Eh beh altrimenti sarebbe impossibili essere cristiani” rido io.

“E certo, che sciagura sarebbe” ride lei.

“Adesso è Satana a parlare” rido io.

“Si sbaglia io sono  un avvertimento. Dio che dice a tutti voi “potresti essere tu” “potresti diventare come lei”” ride lei

“Ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore. Sotto scacco. Io lo so meglio di chiunque altro.” rido io.

“Crede davvero che Dio la stia punendo?”  non ride più

In quel momento suona il cellulare. L’amministrazione dell’azienda mi comunica che il piano di rientro che avevamo proposto all’Agenzia delle Entrate per pagare l’assurda cartella esattoriale che ci hanno mandato è stato respinto. Mi sono appoggiato a un albero ho aggrottato le ciglia e ho detto semplicemente

“Si”.

Poi ho mostrato il dito medio al cielo e ho urlato:

“Vaffanculo”

D come Domodossola

Gennaro mi ha confidato che è convinto che ogni volta che qualche sconosciuto per strada gli sorride e senza apparente motivo gli fa un cenno di saluto, stia in realtà pensando : “Ma guarda che stronzo”. Dice che succede anche lui e questa è, quindi, la riprova che lo fanno tutti. E’ un vero fenomeno. Ha un cervello diviso nettamente in tre parti. Una prima area logo occipitale, molto compulsiva che vorrebbe portarsi a letto qualunque donna incontri e poi altre due aree, lobo parietale e temporale, molto più ragionevoli che vorrebbero, invece, fare la stessa cosa. C’ha proprio la fissa, una volta, per capirsi, regalò al bar che frequentiamo, un Babbo Natale assurdo che, se pigiavi un bottone, si inculava la prima renna della muta e, al culto di Padre Pio da Pietralcina, preferisce quello di Fraccazzo da Velletri, il frate della statuina che se gli premi la testa, da sotto il saio gli spunta fuori una fava enorme. Fuma come un turco le Camel light e segue alla lettera il più noto comandamento di Dio: ama il calcio come il prossimo tuo, al punto tale che non trova patetiche neanche le partite tra la nazionale cantanti e i commentatori di Sky.

Ieri è venuto a casa mia. Era tristissimo. Dice che ha le prove che la moglie lo tradisce e così voleva parlare con un amico. In realtà s’è rotto quasi subito di farlo e mi ha obbligato a guardare con lui un film horror, che gli piacciono tanto perché dice che lo rilassano, facendosi fuori, praticamente da solo, una costosa bottiglia di Sambuca Molinari che mi ero comprato solo qualche giorno fa e che contavo di far arrivare almeno a Natale. A un certo punto dal nauseabondo scannarsi tra esseri mostruosi è uscita una zombie che faceva veramente schifo e lui mi fa: “Ma come me la tromberei a questa…”  Peccato che in quel momento è entrata mia figlia piccola, una creatura innocente, che ancora non sa che pena e tristezza sono gli uomini come suo padre e l’amico in crisi e ha chiesto timidamente: “Che vuol dire trombare babbo?” L’idiota non si scompone, mi sorride e mi ammicca “Dai, dai, che prima o poi ti tocca, meglio subito. Fortifica, non la vorrai mica far diventar suora no?” Mi sono ritrovato così come un fesso, una domenica pomeriggio del cazzo, a pensare che avrei voluto essere da tutt’altra parte e pur di evitare tale strazio mi sarei sottoposto pure alla tortura di sentire otto ore di fila Radio Radicale senza possibilità di cambiare canale. Decido di fare lo gnorri, sperando nella provvidenza divina. La zombie di prima, quella del film, nel frattempo, decide che vuole avere un rapporto sessuale con un altro morto vivente che però, giustamente, la schifa e Gennaro non trova di meglio da dirgli: “Ma sei proprio Ricchione“.  La bimba che era  rimasta in attesa delle mie spiegazioni di prima gli chiede così “Ma che vuol dire recchione? che c’ha la malattia infettiva?” Decido che basta: “Gennà, porza zozza andiamo fuori a bere ma smettila per favore”. Lui si adombra, poi all’improvviso si mette a piangere. Così dal niente. “Io la amo Masty io la amo, giuro davanti a Dio che se lascia lo stronzo e torna solo con me,  comincio a fumare sigarette elettroniche, a farmi  le seghe e a bere solo caffè decaffeinati” La simpatia per lui svanisce non appena mia figlia mi incalza “Ma che vuol dire “farsi le seghe”? Non faccio in tempo a rispondere che lui cattivo si riprende e le dice: “Eh sta un po’ bonina per favore che poi ti faccio i compiti cosi almeno una volta prendi dieci”. Comprendo che ha ampi margini di peggioramento, mi viene in mente di essere come il pugile di quella vecchia battuta di Beppe Viola  che all’angolo chiedeva al suo allenatore come stava andando sentendosi rispondere “Se lo ammazzi fai pari” e quindi di imperio mi alzo e lo trascino fuori. Prima di uscire urla con voce impastata da mezzo ubriaco “Almeno il Berlusca quando l’ha mollato Veronica poteva scegliere tra mille donne, pure quella Rudy.,.”

 Mia figlia allora tira fuori una cultura che non le riconoscevo e che mi ha spaventato: 

“Ti sbagli, questa la so: si chiama Ruby non Rudy”

No.

Davvero.

Io mi arrendo.

 

Scene da un trogolo di provincia italiano

No, perchè mica tutti i maiali sono uguali.

Ci sono i maiali evoluti, quelli come me per intendersi, che hanno ben chiaro la loro natura e amano intingersi nel trogolo per non rischiare di rimanere prigionieri di torri d’avorio, ma anche maiali allo stato brado, inconsapevoli di esserlo, ma felici di esser nati porci e fieri di poterlo raccontare. Differenze? nessuna. Puzziamo allo stesso modo e se i grugniti sono apparentemente diversi, un orecchio attento può capire subito che invece tutti quanti noi siamo suidi addomesticati dell’ordine Artiodattili Suiformi. Il maschio si chiama verro e la femmina scrofa, o più raramente troia. 

Quando entro dentro il locale, un barrino sgangherato che ci fa anche mangiare il lunedì sera allorchè decidiamo di prenderci un extra-time assieme, mi viene sempre da sorridere. Lo so, questa cosa non depone a mio favore, ma ci trovo ogni volta cose nuove e spunti per riflettere.  Di sicuro un’assurda quanto improbabile umanità varia, in salsa mista. Perché, là dentro, convivono in modo che non è possibile raccontare, figuriamoci da credere, vincitori e perdenti, fumatori incalliti e ubriaconi. Yuppies datati che ancora pensano di poter risollevare le loro carriere del cazzo andate a ramengo e motociclisti sonati che amano fare le corse per le strade di notte. E le donne che lo frequentano sono sempre vestite in modo assurdo, come fossero dive del cinema, credendo che, solo per questo, possono riuscire ad attrarre di più. In altre parole, nel porcile, trovi di tutto, impiegati, camionisti, venditori, operai, ballerine e forse qualche prostituta anche se nessuna e là per cercar clienti. Solo pace. Per un po’.

E così c’è Gastone che s’è giocati tutti i risparmi degli ultimi anni in una mano di poker maledetta in una bisca clandestina e non sa come raccontarlo alla moglie e Gennaro che si perde in locali per soli uomini tutte le notti, perchè non ha una famiglia a cui tornare e poi il Michi, operaio specializzato che è stato licenziato e non sa come tirare avanti con due figli piccoli sulle spalle. Ma anche Claudione, un pittore che sta per diventar famoso, omosessuale, al quale il Grassi, puttaniere incallito e fascista a parole ma solo perchè gli piace pensare di esserlo anche se non lo è nei fatti, gli chiede sempre se, almeno lui, è riuscito a “beccare” qualcosa. Dice che non riesce più a trovare una donna che è una manco a pregare e vuole dritte sul come comportarsi. E l’artista gli risponde ogni volta che sono passati quei tempi. La chiusura dei cinema porno gli ha tolto la riserva di caccia e che adesso, per rimediare qualcosa, deve prendere la macchina e andare alle Cascine a Firenze. Insomma, fatica. E Guido che ha vinto col gratta e vinci quattro soldi e gli piace pagare da bere perchè, dice, la fortuna va divisa con quelli a cui si vuole bene e Sharon, una donna-maschio con la sua donna-donna di cui nessuno sa il nome perchè non parla mai. Katia invece di uomini ne ha conosciuti molti ma a nessuno ha dato il cuore perchè le hanno sempre chiesto altro.  E Bitty, un uomo a cui Dio ha fatto uno strano scherzetto: gli ha tolto un pezzo di cervello e glielo ha messo in mezzo alle gambe. Risultato quoziente intellettivo da minorato e batacchio gigante che fa paura quando ci fai la doccia assieme dopo il calcetto. Per tutti, adesso, è  l’uomo-nerchia. Il Generale in pensione che racconta delle sue cicatrici e suo figlio che vuole diventare avvocato di successo. Il Loi, commercialista che sa tutto dei numeri ma che non sa parlare a una donna da quanto è timido e non si accorge che Angela muore per lui, dopo essere morta per altri cento prima, pensando ogni volta che è finalmente arrivato quello giusto.

E poi ci sono io. Il loro clown. Mi accettano per questo. Perchè li faccio sentire meglio. Sono il perfetto attore non protagonista delle loro vite e, a modo loro, mi vogliono bene. E per me ha un valore.

La legge del trogolo è solo una: non devi essere palloso. Il resto non conta. Chiunque sia noioso, petulante, querulo è fuori. I cazzi mosci, come li chiamiamo noi (l’alternativa è palle secche – ndr), sono Out. Va bene la polemica, va bene  il cazzeggio su tutto, la bestemmia o la preghiera, persino il politically in-correct, tutte le idee sono rispettate, basta che vengano esposte in modo brioso. E’ una grande palestra. provate a tenere alta l’attenzione in un porcile di fronte a tanti vostri simili pronti a sbranarvi se non siete all’altezza e poi mi dite. Certo gli argomenti non sono sofisticati e il qualunquismo è il sovrano incontrastato del regno ma, proprio per questo la sfida è più interessante. E succede anche che la gente non capisca di star vivendo in un mondo assurdo perchè il salto fuori dall’acquario (meglio, del porcile) è impresa titanica per un suino come noi. O che Gastone e l’uomo-nerchia decidano di iscriversi a una gita organizzata di MARTEDI, pagando una follia, per andare a Torino in pullman (quattro ore di viaggio più altre quattro per il ritorno)  a fare il Tour dello Juventus Stadium, vuoto. Solo per vedere com’è. E quando gli dico:

“Cazzo ragazzi, ma siete scemi???”

Loro mi rispondano:

“No lo scemo sei te che non capisci. Se ci si va di martedì si può vedere anche il museo della Juve…”

“Hai ragione, scusa. Questo non lo sapevo. Imperdibile…”

E loro:

“Vabbè sei perdonato per questa volta va, ma smetti di dire cazzate eh.”

No, perchè, vedete, mica tutti i maiali sono uguali.

Ci sono anche quelli che, pur avendo le capacità di capirlo, non sapranno mai di esserlo.

Perchè quando  mi capita di finire in salotti-bene, o presunti tali, il puzzo che sento è quasi sempre peggiore di quello del mio bar. I luoghi deputati all’arte e alla kul-tura sono spesso frequentati da Sus scrofa domesticus L. inconsapevoli di esserlo proprio come quelli allo stato brado a cui voglio bene. Gli atteggiamenti e le invidie e i pettegolezzi  e le piccinerie di taluni scrittori o scultori o peggio critici d’arte che credono di essere depositari di verità assolute è nauseabondo. L’alterigia e la prosopopea di alcuni editori o galleristi o di falsi mecenati, spesso insopportabile. Finta cultura che crede di poter insegnare un catechismo il cui scopo è indottrinare solo per mostrare una forza che in realtà non esiste. Non nelle idee almeno. E in questa cerchia di benpensanti, a volte affermati autori ma molto più spesso scribacchini che scrivono invece cose illeggibili che pensano siano capolavori o uomini di scienza o professori autoproclamatisi luminari dell’accademia italiana, mi accorgo che mi è molto più facile ipnotizzare con le minchiate che racconto. Perchè loro non hanno cuore. E gabbare gli occhi è molto più semplice che stringere  il cuore delle persone. I discorsi che vengono intavolati sono molto meno qualunquisti all’apparenza, lo sono però molto di più nella sostanza. E sono sempre immancabilmente noiosi. E saccenti. Spesso noiosi e saccenti assieme. E i giullari come me sono accettati solo fintanto che restano sullo sfondo ad applaudire alle loro esistenze. E se non sei utile a qualcosa, se non puoi aiutarli a diventare ancora più famosi e rispettati spesso si scordano di te e del fatto che tu magari, credendo che fossero amici gli hai pure raccontato cose  che non dici a nessuno. Perchè se uno nasce fava come me c’è mica cura che può cambiarlo.

E così sto finendo per frequentarli sempre meno. Perchè, la verità, è che mi trovo molto più a mio agio nel trogolo dove ogni cosa so come va trattata senza dover temere fregature e dove il rispetto ci si guadagna cercando di non essere pallosi  e cercando di evitare di sbattere in faccia agli altri ciò che si crede di sapere. Perchè, chi lo fa, trova sempre, prima o poi, qualcuno che ne sa più di lui che lo rimette al suo posto.

La vecchia cara legge della strada.