Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

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That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

Nemesi

Incontro Frezzolini, al solito posto, il ristorante-bar “Da Drugo” nel vialone che da Altopascio porta verso l’alta lucchesia. E’ un punto di ritrovo piuttosto conosciuto, oltre che meta di camionisti inconsapevoli che Walter, il titolare ex picchiatore di estrema destra, lo ha chiamato così solo per omaggiare il film “Il grande Lebowsky” che considera il capolavoro della cinematografia del secolo scorso.

Come tutti gli ansiosi che si rispettano sono arrivato in anticipo. Il problema di noi ansiosi è che quando si arriva sul posto, più precisi dei puntuali, non c’è mai nessuno che possa apprezzarlo. Frezzolini, che è un aggressivo, si è fatto invece attendere una mezzoretta. E’ una tattica studiata a tavolino. Lo so bene. Eppure lo stesso mi colpisce al fegato e mi mette subito in difficoltà. Lui è uno dei miei fornitori. Uno cattivo. Uno di quelli con i quali sarebbe meglio non avere a che fare. Se solo si potesse ancora scegliere intendo. Tuttavia fa prezzi così bassi che è impossibile resistergli. Il problema è che avanza crediti da tempo e io, che sono vicino alla canna del gas, continuo a mandarlo in bianco con i pagamenti menando ogni volta il can per l’aia. E così ha deciso di partire all’attacco e ha chiesto un incontro. Ero preoccupato perchè ha già fatto fallire un paio di persone che conosco che non lo hanno pagato nei tempi concordati. Gli stessi con i quali lo avevamo soprannominato “The Mind” perché, il fesso, vanta anche una lusinghiera apparizione TV  al quiz “Chi vuol essere milionario” in cui è riuscito nella non facile impresa di farsi buttare fuori alla seconda o terza domanda. La domanda complicatissima era “Qual è stato il sequel del romanzo “I tre moschettieri di Dumas?”. Frezzolini ha giustamente scartato le risposte Promessi Sposi, Vent’anni dopo e il Visconte di Bragelonne per accendere “I quattro moschettieri”. Un vero genio.

Sono stato indeciso se accettare il suo invito a “discutere” del problema fino all’ultimo. Poi ho pensato che accettare di parlarci era il minimo che potessi fare. Gode di pessima reputazione e non mi piaceva  affatto l’idea di vedermelo arrivare a casa con qualche sgherro una di queste sere. Il posto che continua a scegliere per i nostri incontri, ogni volta mi dà il mal di pancia. Frezzolini lo sa. E’ per questo che mi chiede di raggiungerlo sempre proprio da Drugo. Come cultura sta a zero ma è uno sveglio. Ama partire in vantaggio e conosce i trucchi del mestiere. Non abbiamo ancora cominciato e siamo già due a zero per lui. Il locale è vuoto e Walter ci fa un cenno di saluto. Dopo pochi istanti entra un marocchino vestito in modo abbastanza lercio che parla malissimo. Sostiene di aver avuto cinque euro di resto in meno quando ha comprato le sigarette un’ora prima. Dice di essersene accorto solo quando è arrivato a casa. Walter, un uomo che, non solo è in evidente sovrappeso ma è dalla pinguedine che fa paura al solo nominarla, inizialmente non capisce di cosa stia blaterando l’extra-comunitario, poi realizza e comincia a urlare.

“Come faccio a sapere che è vero? Dovevi dirlo prima di uscire dal bar. Così non va bene.”

Se ci fosse stato un picchetto che lo quotasse, avrei scommesso qualsiasi cosa che stava per partire l’insulto e, a seguire, la litania contro i negri e tutti gli stranieri, gli zingari e chiunque venga qua a fare i comodi loro. Invece, mentre mi preparavo a prendere le difese dello stolto che aveva deciso di venire a combattere una guerra assurda per quattro spiccioli, Walter mi sorprende. Apre la cassa e gli dà cinque euro. Quel ciccione, quel bastardo ciccione di merda, quasi si è vergognato della mia faccia ammirata. Gli ho sorriso e l’ho come ringraziato di avermi fatto sbagliare. Come il marocchino si dilegua, ci sediamo su un tavolino in mezzo al niente che serpeggia dentro il locale e gli racconto tutto. Il tutto si riassumo nel semplice assunto:”Frezzolì, sono nella cacca più purulenta. Io voglio pagarti ma devi aver pazienza altrimenti porto i libri in tribunale e non becchi un euro.”. Vedo la sua faccia sbiancare in volto due o tre volte e, quando finisco, non reagisce come pensavo avrebbe fatto. Ero certo che mi avrebbe aggredito con parole e minacce ed ero pronto a una rappresaglia di pari livello come si conviene in questi casi ma, al contrario, mi fa una faccia triste e ammette che, in fondo, mi capisce.

“The mind” che mi capisce? Un vero ossimoro.

Dice che si rende conto di come io mi senta solo adesso perchè anche lui ha appena scoperto di soffrire di una strana solitudine che da qualche tempo lo accompagna e che non vuol proprio lasciarlo. Aggiunge che vorrebbe, a volte, non aver bisogno di nessuno ma si sta scoprendo ogni giorno di più un mendicante di parole che nessuno gli dona mai, perchè tutti passano, lo guardano, magari salutano, ma se ne vanno. Se non sapessi che è uno stronzo mi farebbe quasi tenerezza. Mi guarda con gli occhi tristi da italiano in gita (si ok, lo so, gli occhi erano allegri, quelli di Bartali intendo ma mi piaceva st’immagine) come a chiedermi aiuto.

E sia mai che io non aiuti qualcuno che me lo chiede. E voilà, come ogni puttana che si rispetti gli dò esattamente ciò che mi chiede.

Vuoi parole? Te le dò io le parole, dove sta il problema? E infatti gliene regalo a iosa. In cambio di una dilazione di pagamento avrei fatto qualsiasi cosa. Figuriamoci parlare. Così gli chiedo di lui e della sua famiglia. E Frezzolini non vede l’ora di raccontarmi la sua storia triste. Quella di sua moglie che lo ha mollato perchè lui continuava a chiederle di parlargli. Di comunicare davvero. Lei, mi dice, sa fare solo televisione. Parlare senza dire niente, specifica. E’ interessata solo a vivere in modo superficiale. E Frezzolini, eh beh, Frezzolini vuole di più. Vuole un rapporto speciale. Non gli bastava più uno basico, basato solo sul sesso che, ci tiene a dire, funzionava bene. E alla fine quella, ossessionata dal suo modo di fare che a volte diventa violento, ha preso armi e bagagli e se n’è andata con i due figli.

 Mentre lo ascoltavo stavo per stabilire il record olimpionico di vomito. Non riuscivo proprio a essere simpatetico con il suo dramma. Sembrava infelice e la cosa mi piaceva. Perchè è un bastardo che puzza da cravattaro. Lo conosco bene. Ha fatto bene la moglie a trovarsene un altro. Che sono sicuro c’è. Tuttavia dovevo trovare un modo per compiacerlo altrimenti si sarebbe incazzato e non avrei saputo come affrontare i pagamenti. E così per impressionarlo ho dato sfogo al mio estro da Cagliostro de noarti e gli ho detto :

“Le parole del cuore sono la fellatio degli Dei.”

Non so come m’è venuta. E’ uscita così. Plop. Come un rutto. Mi sembrava una bella cosa per impressionare un bischero del genere. Misteriosa e porca nello stesso tempo pensavo avrebbe fatto presa sulla sua cultura da Radio Scuola Elettra di Torino che sono certo ama declamare con gli amici al bar. Un guizzo nei suoi occhi però mi fa sudare freddo. E’ colpito, questo è certo, ma come tutti coloro che sentono gli “animal spirits” non si fida. Mai.

“Chi l’ha detto?” mi chiede brutalmente, pensando di intimidirmi.

“Apollinaire” bluffo spudoratamente. Tanto sa un cazzo lui di Apollinaire.

Infatti incassa la stronzata con classe, anche se continua a guardarmi di sbieco. Qualcosa di me proprio non gli va a genio anche se non saprebbe dire bene che. Questa è la mia forza. Disoriento gli idioti. Riesco comunque a percepire che ha un fottuto bisogno di condividere  una qualsiasi cosa che gli permetta di giustificare quel curioso buonismo che ha deciso di regalarmi. Non sapendo come intortarlo nè come tenerlo buono, non trovo di meglio che di raccontargli di quando rividi la mia ex all’Ikea, in mezzo a un nugolo di clienti che amano farsi maltrattare da commessi brutali e afasici e di come ebbi la consapevolezza della facilità con cui si diventa estranei. La percezione del distacco. Il dolore dell’allontanamento. L’avvelenamento di qualcosa di grande che scivola via. La faccia di Frezzolini si è allora distesa.  Il fatto che anche io sia stato mandato a cagare lo ha fatto stare meglio. E’ di quei personaggi idioti del mal comune mezzo gaudio. Avrei voluto allora dirgli un sacco di cose sul come penso che si svolgano i rapporti tra due esseri umani che si amano, ma non sono convinto che sarebbe riuscito a capire. Gli avrei voluto dire, ad esempio, che come dice il grandissimo Dr.Cox le relazioni non sono come quelli che si vedono al cinema in cui due persone soffrono per aversi per circa un’ora e mezzo, a volte due e poi sono felici per sempre. No. Non funziona così.  Nella vita vera nove su dieci i due si mollano perchè non sono bene assortiti sin dall’inizio e più della metà di chi si sposa divorzia comunque. Le coppie che funzionano davvero sguazzano in mezzo alla stessa merda di tutti gli altri con la sola piccola, grande, differenza che non si lasciano sommergere. Uno dei due, a turno, si farà forza e, ogni volta che occorre, lotterà per quel rapporto. Se è giusto e se sono molto fortunati, uno dei due dirà qualcosa, farà qualcosa, che porterà avanti la relazione. Lui e la moglie sono semplicemente nella media. Come tutti gli altri. Era già scritto.

Invece, dando per scontato che non avrebbe capito una minchia di tutto questo, vado sul classico che so funzionare come un evergreen e  gli dico che con gli ex c’è sempre una gara. Si chiama “chi dei due morirà disperato?“, evitando però di fargli notare che lui la sta perdendo alla grande. Il bastardo allora si fa serio e confessa, di punto in bianco, che in tutta la sua vita si è masturbato una manciata di volte perchè quella cosa proprio non gli piace farla. E sta cosa lo fa star male.

“Anche io mi sono masturbato si e no cinque o sei volte in vita mia. ” gli rispondo. E penso:  Si, se la mia vita fosse cominciata qualche giorno fa.

Alla fine cala le braghe in modo vergognoso e confessa che non ha ancora metabolizzato la separazione e ora non fa altro che  pensare a come riavere indietro la sua famiglia.

E a me è venuto da ridere.

E che cazzo. Aveva appena detto che non era felice con sua moglie che non “parlava” con lui e che più o meno coscientemente aveva fatto di tutto per mandarla fuori dalle palle e adesso le mancava da morire solo perchè voleva scopare? Prima fai il forte e poi la mammoletta?

Insomma dai, su,  Frezzolini sei una barzelletta. E’ tutto un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui le donne a volte si sa sono scontrose o forse han voglia di far la pipì. Ho pensato così che da Gerry Scotti era andata male ma si sarebbe potuto iscrivere nel nuovo programma di  Maria de Filippi “C’è Potta per te!”. Se stava zitto forse una qualche demente poteva fregarla.

E ho riso.

Errore imperdonabile. Non sono ancora la puttana che vorrei essere. Devo applicarmi meglio.

Non era come essere tornati indietro ad inizio incontro. Piuttosto essere andati avanti in un’altra direzione. Quella sbagliata. La sensazione era di quando spingi forte una porta in cui c’è scritto sopra “Tirare”. E così mi spara un ruvido:

“Tu mi ricordi il dottor House. Un uomo tanto intelligente, quanto perennemente immaturo, capace di salvare vite umane e di restare sul cazzo a tutti quelli che ha intorno allo stesso tempo.»

“A me il Dottor House sta simpatico.»

“E certo. Lui sei te, stronzo. A me stanno sulle palle i tuoi sorrisini da saputello invece. Allora se ami ridere così, tira fuori i soldi che mi devi.”

Era tornato quello che conoscevo. A mali estremi, estremi rimedi.

«Aiutami dai, ti prego. Abbi pazienza. Non intendevo ridere di te, ma della situazione.»

Come so umiliarmi io, nessuno mai. Nemmeno House, altro che.

Passiamo un altro po’ di tempo a discutere di questa cosa e alla fine si lascia convincere e mi concede un altro mese per raccattare i soldi che gli devo.

Prima di andarsene mi fa:

“Quella frase…”

“Quale?”

“Quella dei pompini e degli Dei, non l’ha detta Apollinaire vero? te la sei inventata te per infinocchiarmi.”

Resto in silenzio. Non mi va di infierire. Lui scuote la testa e mi fa:

“Sei proprio una merda. Quasi peggio di me. Ci si vede House, stammi bene, porta i soldi la prossima volta però, altrimenti sono guai!”

Lo lascio andare e decido di festeggiare questa conquista insperata di tempo con un bel Negroni alla faccia di tutti. E poichè quel fascista di merda di Walter mi aveva sorpreso con l’immigrato l’ho preso da lui e, non l’avrei mai detto, ma quel buffone sa fare cocktail da urlo e così ho fatto il bis.

Secondo errore fatale della giornata.

Perchè, bello imbenzinato, io posso fare dei danni mica da niente. E infatti, uscendo, passo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte. Lei piriforme e con il viso a sobbalzi. Sembravano felici, mentre stavano per entrare da Drugo, progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura, ma ero certo che non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno. Mi ricordo della discussione con Frezzolini sul rapporto di coppia e di come esso può finire e così sento la necessità di dirgli:

«Dovete rischiare qualcosa , insieme ce la potete davvero fare, ma dovete rischiare qualcosa, cazzo»

L’uomo mi guarda preoccupato. Pensa che sia una minaccia e se ne sta in guardia alta. Pochi istanti e comprende che sono solo un innocuo cialtrone, i suoi occhi si velano di pietà. Io allora lo incalzo.

«No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, va bene, ok, ma dovete guardarvi e sorridervi e capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che sicuramente fa danza classica, perché non ha compreso un cazzo di quel che ho appena detto, mi sorride e dice al mostro che la accompagna di darmi un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

Volete andare al cine, stronzetti?

ok al cine e affanculo vacci tu. Io sto qua e aspetto Bartali.

E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai…
e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro
tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano
C’è un po’ di vento, abbaia la campagna
e c’è una luna in fondo al blu…

                                                                       

La sindrome di Andy (ovvero questo blog si autodistruggerà al centomillesimo contatto)

Cosa c’è di più triste nella vita che fare un punto nave?

Eppure, nonostante questo, ogni tanto ci tocca farlo per non rischiare la deriva.

Anche  quella di un Blog non fa eccezione.

Per una strana coincidenza astrale questo che state leggendo e’ arrivato, nello stesso momento, in un punto in cui ha raggiunto centomila contatti, diecimila commenti e seicento followers. Se non è da punto nave questo, non so quale altro potrebbe esserlo.

Mi piacerebbe fosse chiaro che, nelle mie intenzioni, non è’ affatto una cosa autocelebrativa. Anzi.

I numeri di cui sopra sono, per l’appunto, numeri. Essi non valgono niente se non parametrati a un Benchmark di riferimento qualsiasi. E sapete una cosa? Per me non ce ne sono di applicabili qua dentro. Davvero. Esistono Blog come quello della mia amica Lidia Zitara che con grande nonchalance, in un anno, fa il triplo dei miei numeri, oppure Blog migliori di questo come quelli di Intesomale o Wish o Mr.Incredibile   che fanno curiosamente meno. (Per citare i primi che mi vengono in mente scusandomi per gli altri e solo per far capire il concetto)

In altre parole, non sono i numeri che danno valore a un Blog.

Che cosa quindi?

Ora non voglio rompere i coglioni aprendo una lunga e penosissima disquisizione sul concetto di valore. Ce ne sono diverse, tutte onorevoli, che hanno il mio massimo rispetto. Per quanto mi consta, essendo un convinto marginalista, sono convinto che il valore di un Blog, come di qualsiasi altro bene, sia dato dalla soddisfazione che il consumatore ottiene dal consumo di una dose in più di detto bene, tenendo costante il consumo di tutti gli altri beni del suo paniere.

I motivi per cui l’ho aperto, più o meno un annetto fa,  sono molto diversi da quelli che, adesso, lo tengono in vita. E questo mi piace. Vuol dire che mi sono evoluto. Da allora ho chiuso il mio account FB e quello Twitter è “Out of Order” ma solo perchè non trovo mai il tempo o la voglia di terminarlo. Non credo più (se mai poi l’ho fatto) al valore (per me…) dei Social Network. Credo invece, molto più di un anno fa, nel valore di una comunità di Blogger. Ho imparato che, con tutti i suoi limiti, il vecchio e caro mondo che stiamo abitando, sia un posto meraviglioso nel quale si può, imparare, leggere, cazzeggiare, ridere, piangere, litigare, innamorarsi, prendere per il culo, mentire, falsificare, fare sesso, pontificare, fare televisione, poesia, letteratura e bla e bla e bla. Qua dentro ogni cosa si amplifica ed è più facile trovare anime gemelle o affinità elettive o tutto ciò che DAVVERO unisce due o più essere umani. Se succede è perché è possibile eliminare tutte le sovrastrutture (avrebbe detto Carletto da Treviri) che nel mondo “reale” frapponiamo tra noi e gli altri. Tutto il finto perbenismo o la moralità che permea la vita borghese in una qualunque città del Pianeta. Non importa se qualcuno o tutti, chi più chi meno, falsifica e mistifica. Barriere come l’età o la cultura o il ceto si annullano d’incanto (quasi). Dalle parole e dalla relazione che instauriamo con gli altri, viene fuori la nostra vera essenza. Qualunque essa sia. Fosse anche, poi, che ci fossero persone che, come il mitico Oscar Giannino, si inventano una vita che non esiste davvero, se mai mi fosse stato dato di averli incrociati, sappiano che ho amato di loro quel lui/lei vero che ho intravisto.

Almeno, io ci credo. Io la penso proprio così.

Si amplificano però non solo le cose positive, ma anche le negative. Anche io, come tutti, immagino, ho una lista di Blogger (persone?) che mi stanno profondamente sui coglioni. Sapendo bene che il sentimento è reciproco. Con alcune ho fatto litigate inimmaginabili in un mondo che non fosse questo, con altre ci siamo autolimitati decidendo di evitarci l’un l’altro come la peste.

Dico tutto ciò perchè voglio arrivare a un punto che è poi il vero cuore del post. Quello che ho fatto mio in questo punto nave. Di fatto un appendice a un altro scritto qualche giorno fa (Fantasmi).

Voglio arrivare a quella che io chiamo la Sindrome di Andy.

Passo indietro.

La lista nera dei Blogger da evitare è, almeno per me, una cosa che nella “realtà” sia da considerarsi un termine sbagliato. Perchè, siete liberi di non crederci, con tutti quelli che ci sono dentro a qualunque titolo, sia per mia immissione diretta che per loro auto-proclamazione, io mi ci sento ancora legato. E li seguo, di nascosto. Da lontano. E mi piace pensare che loro facciano lo stesso con me (ho già detto mi pare che ho una marea di gente che entra qua dentro digitando il nome del Blog su Google per non farsi riconoscere). E’ come, per me, quando torni a fare una passeggiata nella tua città Natale e ti piace rivedere le facce invecchiate dei tuoi vecchi amici/nemici. E sapere di loro. Perchè se anche gli avevi augurato segretamente di crepare in qualche angolo nascosto del pianeta, ancor più segretamente hai sempre sperato che ce la facessero invece a trovare la loro via.

Invecchiare assieme.

Che cosa c’è di più magico?

Poter contare sulla sicurezza che amici, falsi amici, nemici, falsi nemici, siano sempre là con te. A donarti, senza saperlo,  la sensazione di immortalità. Allungando i tempi che portano all’inevitabile facendoti sentire bene perchè ancora ci sono. Perchè con le merdate che scrivono, con le cattiverie gratuite che sono in grado di regalare, con la monnezza con cui inquinano il mondo, comunque ti fanno sentire in un posto in cui riconosci le vie. Sai che dietro l’angolo c’è il negozio del barbiere, e più in là ancora il pizzicagnolo. Sai che arrivano uragani e terremoti e Berlusconi è sempre là. Ma anche tu sei sempre in un posto in cui riconosci i confini. Una Nazione invisibile non riconosciuta (ancora) da nessun altra, ma di cui tu ti senti cittadino. Sentirsi a casa? Una cosa del genere. Inter pares, soprattutto…

E così succede che, quando qualcuno che sta nel tuo mondo chiuda baracca e burattini saluti tutti, spenga il Blog e se ne vada, ti senti un buco dentro l’anima grosso così. La morte, fosse pure virtuale mi sgomenta. Perdere qualcosa/qualcuno che comunque hai interiorizzato, con qualunque didascalia tu l’abbia etichettato mi  fa male. Un male tremendo. Come mi fa male l’indifferenza di chi si affretta a commentare  frasi gentili ma che sono coltellate per spiriti con una sensibilità appena appena decente: “Buona vita”, “Tanti auguri” “Hai fatto bene, mo’ lo faccio anche io”…

Mavaffanculo

Tu mi togli qualcosa altro che. Tu devi restare. Anche se sei su quella lista nera del cazzo, o meglio ancora se sei un amico su cui credi di poter contare. Quel credere è gia tutto. Non puoi morire, non puoi farlo. E mi incazzo quando gli altri abitanti del mio mondo chiosano con banalità standard senza avere la forza nè, purtroppo, nemmeno la voglia di capire, comprendere. Figuriamoci di lottare.

Recentemente se ne sono andate diverse persone. Alcune presenti nella lista nera, altri invece amici/he.

E provo dolore.

Sono scemo me ne rendo conto. Ma quando uno fa il punto nave deve sentire un po’ di dolore e mostrarsi più scemo del solito sennò avrebbe fatto il punto canotto, o il punto materassino e che cazzo.

E qua arriva la Sindrome di Andy.

Io ho amato a dismisura, tanti anni fa, Andy Kauffman. Sono cresciuto con lui. Personaggi come Latka o Tony Clifton vivono ancora dentro di me. Andy era un genio. E come tanti, spesso incompreso perchè aveva paranoie tutte sue. Il film Man on the moon, con un Jim Carrie straordinario, gli rende pieno onore. Quando Andy è morto, nel 1984, io sono entrato in momento di grande prostrazione. Gli volevo bene a Andy anche se era solo un personaggio della TV. Amavo la sua sensibilità e la sua dolcezza. Nella sua genialità, prima di sparire per sempre disse che avrebbe inscenato la sua morte e sarebbe tornato 20 anni dopo. E io ho passato tutto il 2004 ad aspettare il suo grande come-back.  Per tutto quel tempo io ho davvero sperato che Andy non fosse realmente morto e che fosse di nuovo, solo la sua ennesima burla. E ancora oggi continuo a sperare che abbiamo capito male e che lui avesse detto 30 anni e non 20.

Ed è allo stesso modo che io aspetterò che tutti i miei amici e quelli che non lo sono resuscitino dal regno dei morti virtuali e riaprano i loro di Blog, ridandomi la bella mappatura della mia città che avevo quando loro erano qua con noi.

Fantasmi dal passato

Qualche tempo fa un mio amico, docente di economia all’Università di Pisa, mi chiese un favore. Doveva restarsene un mese in America per corsi di aggiornamento e mi pregò di prendere, per quel periodo di tempo, il suo posto all’Università della Terza età della mia città, dove lui prestava opera di volontariato. Non credo che mi avesse scelto perché fossi particolarmente bravo, ma solo perché,  temo a ragione, sapeva che ero l’unico coglione che poteva accettare una cosa del genere. Ci teneva, mi disse mentendo, a che i suoi “studenti” avessero il meglio. Aggiunse poi che, a suo dire, dopo di lui, il meglio ero io. Non ci credeva manco un po’. Lo disse solo per stuzzicare il mio ego. So riconoscere le menzogne, però ci cascai lo stesso come un pollo. In fondo ho sempre adorato le bugie pietose. Gli chiesi che cosa avrei dovuto spiegare e quel grandissimo figlio di puttana con aria stupita mi rispose:

“Masticò, che diamine Economia Politica che altro?”

“Si ma cosa esattamente? Microeconomia, macroeconomia, politica economica e poi a che punto del programma sei?” Lui però tergiversava. Lo vedevo ridacchiare sotto i baffi e poi minimizzava e io non capivo.

“Si, si, eh certo, microeconomia”

“Accidenti. Devo allora ristudiarmi tutto. Le formule matematiche mi davano fastidio quando le studiavo a 20 anni figurati adesso. Devo prepararmi a dovere.”

E lui ridendo, senza che io capissi:

“Eh beh certo. Devi assolutamente ristudiare ogni cosa. Soprattutto la matematica. Gli integrali te li ricordi?”

“Oh mamma. No. Manco per niente.”

“Le derivate?”

“Oh Gesù mio, no”

“Allora è obbligatorio che tu ti ristudio tutto altrimenti come fai a spiegarle?”

E, poiché sono un tipo a cui non piace fare le cose a cazzo di cane, mi applicai a dovere. Passai nottate a riprendere in mano cose fatte un secolo prima, bestemmiando come un turco perché il mio cervello si rifiutava di andare a trovare nel suo hard disk, le informazioni su di esse che avevo sepolto chissà dove. Fu una cosa straziante. Platone sosteneva che Dio era un geometra e per capire la filosofia è necessaria la matematica. Io però non c’ho mica mai creduto. Quella maledetta zoccola non è mai stata amica mia. Alla fine però, il giorno fatidico, mi presentai, imbottito di sapere. Ero in grado di nuovo parlare il linguaggio economico-matematico che tanto faceva trendy ai tempi in cui credevo contasse qualcosa. Il calcolo differenziale non aveva più segreti. E, come ogni buon coglione che si rispetti, poiché avevo sudato le proverbiali sette camicie per riprenderlo in mano, dovevo far sapere a tutti che lo sapevo parlare e quindi impostai la prima lezione con pochissimi concetti, facilmente spiegabili con meravigliose equazioni matematiche che, gli amanti del genere considerano poesia. Gli studenti, una cinquantina, tutti dai sessant’anni in su, con punte, credo, di oltre ottanta, mi avevano accolto in gran silenzio, come si conviene a un docente pluridecorato per idiozia allo stato liquido. Vidi quel centinaio di occhi su di me che mi chiedevano di renderli edotti su cose decisive e sostanziali e decisi che avrei mostrato tutto il mio sapere. Breve introduzione e poi vai con la “teoria del consumatore”. Linguaggio secco ed espressivo. Poche parole poi alla lavagna e giù quelle meravigliose, inutile, stocastiche formule che fanno la gioia di tutti gli studenti di economia politica del primo anno.

Mentre però, preda del mio delirium tremens, vergavo con il gesso, integrali e derivate che tendevano all’infinito sentii il brusio degli studenti che ben presto divenne rumore.Infine chiasso. Si stavano rivoltando. Un tizio in prima fila, uno che assomigliava a Super Mario Bros, l’idraulico del famoso giochino, alzò la mano. Poteva essere mio padre e alzava la mano per chiedermi la parola. Già questo mi fece male, ma quel che aggiunse dopo mi devastò:

“Scusi professore (mi chiamava davvero così, pazzesco…) ma che cosa sono quei segni?”

“Mi scusi lei è..?”

“Gaetano mi chiamo Gaetano. Ma ci vuole insegnare i geroglifici o cosa?”

Tutti cominciarono a ridere. Come pazzi. Compresi che quel maledetto bastardo del mio amico mi aveva preso per il culo.

“Vuol dire che il vostro professore, il titolare della cattedra, non vi insegna queste cose?”

“Ma che sta scherzando. Lui insegna economia mica egiziano!” e di nuovo tutti a ridere. Ero diventato lo zimbello della classe.  Prendere coscienza della propria coglionaggine è sempre una cosa imbarazzante. Per quanto a me capiti spesso, ancora non c’ho fatto l’abitudine. Insomma solo un demente non avrebbe capito che l’idea che mi ero fatto delle cose da spiegare era assurda. Balbettai qualcosa. Non sapevo come uscire da quella situazione. La voglia era quella di scapparmene via, ma resistetti a quel primo impulso e chiesi a Gaetano alias super Mario Bros:

“Bene Gaetano, mi dica per cortesia, di che cosa avete parlato l’ultima volta con il professore?”

“Ah beh, dei soldi”

“Ovviamente” sorrisi io “E cosa in modo particolare, dei soldi?”

Si alzò, una vecchietta con i capelli azzurrini che veleggiava tra i settanta e gli ottanta anni.

“A che cosa servono i soldi. Di questo parlavamo”

Non c’è niente di più drammatico, per uno che vuole mostrare il suo sapere matematico quantistico integrale che dover discutere di una cosa così banale.

“Beh professore, ci dica lei meglio, a che servono i soldi? non potremmo farne a meno?”

Ebbi un intuizione. Affanculo la matematica. Dissi: “Facciamo un gioco?”  La classe si zittò come all’inizio. I vecchi sono come i bambini, quando si parla di giocare rispondono sempre presente. “Organizziamo due parti. Una che fa l’avvocato difensore dei soldi e una che invece li accusa di rovinare la società. Poi scegliamo tra di voi anche la giuria e io mi metto nel mezzo e faccio il giudice e vi interrompo se durante la vostra discussione state dicendo cose sbagliate. Fu un delirio. Un meraviglioso delirio. Organizzarono tutto loro. Formarono le squadre degli avvocati e la giuria e partirono dicendo cose sensate che nessuno gli aveva spiegato ma che avevano dentro come buon senso. Chi doveva dimostrare che i soldi sono la rovina della società parlò del baratto e chi invece li difendeva sostenne che non si poteva portare dietro un attaccapanni per comprare un po’ di pane e via di seguito. Mi divertivo come un matto a vederli ragionare e talvolta sragionare su quella cosa che li appassionava tanto. Rimasi senza dir niente per quasi un’ora fino a quando uno che doveva attaccare i soldi disse:

“Ma perchè non si può vivere in un mondo in cui ognuno dà alla società quel che può e prende indietro ciò che necessità e basta? Insomma non sarebbe bello andare al supermercato e non pagare perchè si paga con ciò che si fa per gli altri?”

Questa obiezioni mandò in crisi i difensori dei soldi che dopo averci pensato sopra ammisero che sarebbe stata la cosa migliore per tutti. Il comunismo, in quell’aula, aveva vinto. Ma, come si sa, quando capita dura sempre poco perché prima o poi arriva sempre un reazionario che rimette le cose a posto. In quel caso ero. Tutti si erano voltati infatti verso di me affinché gli dessi un aiuto per andare avanti e io dissi semplicemente:

“Supponiamo di vivere in un mondo come quello che vuoi avete descritto. Cosa pensate che farebbero gli uomini?”

Con questo piccolo suggerimento, non gli ci volle molto per arrivare a capire che in un mondo con quelle regole, tutti avrebbero cercato di fare cose facili che non fossero faticose e che, quindi, il lavoro incorporato dentro era una cosa indispensabile per dare valore alle cose. Le cose, per la cui produzione o realizzazione, occorreva più lavoro dovevano valere di più di quelle che invece erano più semplici. In altre parole erano giunti alla “teoria classica del valore lavoro” che si studia, in genere, al terzo anno nella facoltà di economia. E lo avevano fatto, praticamente da soli. Mi commossi.

Visto il successo che aveva avuto la formula che avevamo adottato, la usammo tutto il mese che rimasi con loro per analizzare  cose che per loro erano interessanti da affrontare. Sceglievano loro, solo loro, gli argomenti da trattare e, quando rientrò dall’America il mio amico e riprese il suo posto ammetto che mi dispiacque molto lasciarli. Poi, come capita sempre, passi oltre e ti scordi anche delle cose belle. Stamattina però, mentre ero a fare benzina a un distributore mi sento chiamare da una faccia che proprio non ricordavo:

“Professore ehi professore”

Ho visto nei suoi occhi la tristezza di chi comprende che l’interlocutore non ha la minima idea di chi abbia di fronte.

“Sono Gaetano, si ricorda, l’Università della terza età, i processi che facevamo ai soldi e al monopolio e alle cooperative?

Non potevo riconoscerlo. Super Mario Bros si era tagliato i baffoni e i capelli se n’erano andati tutti. Ci salutiamo con affetto. Mi racconta che ha perso la moglie da poco e ha smesso di seguire i corsi perché fa fatica a spostarsi con la macchina fin dentro la città e a piedi è impossibile. Mi fa tenerezza. Poi mi dice:

“senta però, mi deve fare un favore, me lo deve spiegare lei bene che cosa è sto Spread perchè io l’ho mica capito sa?”

E così gli ho offerto colazione e ho passato un’ora con lui a raccontargli cose nel modo pomposo che so fare io. Parlavo e capivo che stavo sbagliando ma non riuscivo a cambiare modalità. Alla fine, quando ci siamo salutati mi ha detto con un sorriso:

“Professò, non ho capito niente ma è stato bello stare con lei almeno una volta ancora”

Outing

Ognuno di noi ha delle perversioni, più o meno sordide, con le quali deve fare i conti. Qualcosa di cui un po’ si vergogna, ma alla quale non può proprio rinunciare. Chi ha nozioni, anche solo basiche, da strizzacervelli le chiamerebbe “coazioni a ripetere”. C’è, ad esempio, una persona che mi segue  sul blog (non dirò mai nè il suo nome nè se è un uomo o una donna ) a cui piace farsi orinare addosso. O forse, chissà, me l’ha scritto in privato, solo per vedere che reazione avrei avuto nel saperlo, anche se tendo a credere che dicesse la verità. Uno che, invece, so per certo  fa sul serio è il mio amico Massimo B., un uomo che se lo incontri ti innamori di lui anche se non sei gay da quanto è brillante e intelligente, ma che pratica lo scambismo. Lo scambismo vero intendo. In realtà, la grande parte degli scambisti si prende per il culo a Vicenza. Ognuno “affitta” una mignotta, poi si incontrano e se la scambiano e tutti e due pensano di scopare la moglie dell’altro mentre in realtà si fanno la meretrice pagata dal sodale. Massimo B. no. Massimo B. gioca pulito e se ne vanta. Lui porta la moglie vera perchè le regole sono regole e  non vuole essere additato come uno che sgarra.

Anche io ho la mia perversione con la quale devo fare i conti e stavolta ho deciso di svelarla.

Ammetto di essere imbarazzato nel fare outing. Non è proprio semplice raccontare le proprie bassezze morali. Nel mio caso però, nonostante provi grande imbarazzo a parlarne, esse non sono di natura sessuale. Sessualmente sono mediamente banalotto. Mi piace fare l’uomo e basta. Pochi giochini strani. Insomma, ammettiamolo, sono una palla dai. La mia vera  immondizia, quella che mi rende porco, è ben altro.  Essendo però un maiale evoluto cerco di trovare per essa improbabili giustificazioni, ammantando il  tutto di una specie di aura magica, cercando di rendere la cosa una mitica battaglia di principio quando, in realtà, so bene, che stiamo parlando di vera e propria perversione. Vabbè, la faccio corta e  lo dico papale papale. Io lordo.  Si, è così, io macchio, sozzo, sporco, lercio, imbratto. Non lo faccio sempre e comunque. No. E’ una cosa estremamente selettiva. Io ho una mia guerra privata con Expert. Quello degli elettrodomestici. Il simbolo del capitalismo più bieco e ottuso (ehm ehm, questa è l’aura mitica di cui parlavo). Il fatto che io sia un maniaco compulsivo si dimostra con il fatto che, a lordare Mediaworld, Trony o Euronics, cosa che essendo un immorale  ho comunque fatto, non mi dà lo stesso gusto che farlo con quelli di Expert. Sarà quella musichina di merda che senti sempre e dovunque su ogni radio o televisione, ma io, Expert, proprio la odio. Per me Expert è il male assoluto. E mi vendico.

Come?

Facilissimo ed estremamente gratificante. Io, ogni volta che ho qualche monnezza da smaltire, che so, ad esempio il bicchierino della granitina che si prende in estate a passeggio, o quello del frappè, la coppetta del gelato e via di seguito, entro dentro la Expert, mi guardo attorno, stolido e attentissimo, osservando ogni persona che passa, potenziale gendarme in borghese e poi mi avventuro nel reparto elettrodomestici. E, immerso in quel mondo, ho la sensazione di essere finito nel Paese dei Balocchi. Guardo tutti quei pezzi di ferro con cupidigia. Tutti loro mi chiamano e sento che vorrebbero le mie attenzioni. Io, però, ho una predilezione particolare per i frigoriferi. I frigoriferi mi eccitano. Abbestia. Specie quelli americani che fanno anche le soda e il ghiaccio. Come ne vedo uno entro in fibrillazione ventricolare. Mi avvicino, quatto quatto, apro l’agognata porta e taaaaac ci mollo dentro la monnezza, richiudo e me ne vado. Raggiante, come un vero porcone. Tuttavia, essere così  depravato,  dissoluto, immorale, turpe e vizioso non mi provoca alcun rimpianto se non quello di non sozzare mai come Dio comanda.

L’altro giorno è poi successo una cosa che mi ha gettato nella confusione più totale. Sono entrato da Expert con la mia bella bottiglietta vuota di Coca Cola che intendevo regalare al nuovo combinato Siemens di classe A+++, un gioiellino della tecnica che ha pure l’easy lift per le bottiglie più grandi e semplici e precisi tasti touch control e scongelamento rapido: tecnologia low frost e poi il crisper box e pure il flexshelf. Già pregustavo il gusto dell’essere il primo a imbrattarlo quando, una volta aperto le maniglie robuste e integrabili il dramma:  davanti ai miei occhi sbarrati vedo un contenitore usato, ancora pieno di sale, che una volta conteneva patatine di Mc Donald con bicchierozzo di cartone e cannuccia ancora inserita.  Un altro maialone mi aveva preceduto. Questa cosa mi ha eccitato a tal punto che, dopo aver donato la bottigliazza della Coca Cola a un più vile Whirlpool NFSM Silver, sono uscito per meditare sul da farsi. Se fosse  stata una donna avrebbe potuto essere la mia anima gemella e, se invece fosse stato un uomo, un fratello di sangue che aveva capito la guerra di liberazione che sto combattendo, (lo ammetto) da anni contro l’impero del male, il dannato Expert. Dopo averci riflettuto a lungo ho deciso che avrei dovuto recarmi più spesso nel tempio pubblicizzato dal Jingle più scassacazzi che si sia mai sentito dai tempi di “mix così max è il Cinzanino” nella speranza di cogliere in flagranza il mio alter ego. Ieri sera quindi, nell’ora di punta, sono entrato nel tabernacolo del capitalismo schiavista che fa produrre utensili inutili da bambini del Biafra (si lo so, sono melodrammatico e  non c’entra un cazzo, ma i bambini del Biafra denutriti fanno sempre commuovere tutti) e mi apposto nel reparto elettrodomestici. Mi sentivo un po’ triste però perchè non avevo avuto l’accortezza di portare niente con me per lordare qualcosa. E, mentre provavo il desiderio irrefrenabile di pisciare nella lavastoviglia Rex Electrolux, vedo un uomo che si aggira con andatura indolente e sospetta. E lo riconosco. Lui è  il mio idolo. Il mio unico vero idolo. Alcuni hanno scelto come proprio eroe il Papa, altri un calciatore famoso o una rock star. Io no. Io ho sempre avuto lui. Il tizio è salito alla ribalta della cronaca locale (forse c’è ancora qualcosa sul web) anni fa  facendo una cosa così demente che me lo ha fatto diventare caro al mio cuore. E’ un gigante di due metri per, almeno, centocinquanta chili che, in preda a una crisi di gelosia, anni fa si era attaccato al campanello di una casa  cercando a tutti i costi la sua fidanzata che si negava dalla sera precedente. L’unico problema era che aveva sbagliato portone. All’interno dell’appartamento, infatti, c’era una giovane coppia che non aveva niente a che fare con lui che intanto, di fuori, continuava come un ossesso a bussare e suonare per entrare, sacramentando e urlando di voler parlare a tutti i costi con la sua donna. Alla fine i due, impauriti dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti, dopo aver tentato invano, in pigiama e da dietro il portone di casa, di persuadere il gorillone cercando di fargli intendere che lì dentro non c’era  chi stava cercando, hanno deciso di alzare il telefono e chiamare il 113 per porre fine a quella spiacevole situazione. Sul posto intervennero due agenti della polizia che lo denunciarono per disturbo della quiete personale. La sera dopo però, Magilla Gorilla, tornò allo stesso indirizzo per scrivere con uno spray su quello stesso portone , un liberatorio “Suca”. Un vero genio. Riconosciuto dai passanti fu arrestato e  ha dovuto pagare non so quanto per tirarsi fuori da guai.

Rendermi conto che proprio lui poteva essere il mio fratello di sangue mi ha galvanizzato. Mi sono allora avvicinato e gli ho detto raggiante, con fare complice:

“Ehi complimentoni davvero” Lui mi guarda con occhio acquoso e vitreo e capisco che non è di buon umore.

“Che cazzo vuoi?” mi risponde atonico. Poi apre il frigorifero dove io avevo lasciato la bottiglietta di Coca il giorno prima e fa “se becco il porcello che fa queste cose gli spezzo le gambe”.  Poi si volta di nuovo verso di me “Allora si può sapere chi cazzo sei?”

Avrei voluto spiegargli che ero un suo grande fan e che speravo che saremmo diventati fratelli di sangue ma il buon senso mi impone di dirgli l’amare verità:

“Mi scusi mi sono sbagliato, l’avevo scambiata per un altro”

In memoria di…: Enzo Baldoni (Città di castello 8.10.1948 – Iraq 26.8.2004)

Enzo era un personaggio incredibilmente poliedrico, pieno di passioni e di amore. Giocoso e serio allo stesso tempo. Un pubblicista geniale, innovativo e fantasioso dagli slogan fulminanti (“Meglio bastardo che mai”). Un aggregatore di folle e persone specie sul Web dove lui, uno dei primi blogger in assoluto, era capace di radunare chiunque avesse la sua stessa luce interna. Quella perpetua. E poi ancora scrittore, muratore, giornalista e soprattutto idealista. Un uomo che amava tirare fuori il meglio dagli altri e lo faceva offrendo il suo esempio.  Usava il suo tempo “libero” per andare ad aiutare, lui si davvero, le popolazioni che avevano bisogno e anche, credo, per cercar di capire. Nei giorni della sua prigionia che hanno preceduto l’orribile fine è stato insultato in mille modi dai media che lo hanno definito nel migliore dei casi un “Turista per caso”.

Hanno cercato di fare a pezzi la sua immagine perché la gente non sapesse davvero chi egli fosse.

Il pensiero che abbiamo perso un uomo così e che alle Istituzioni non importi nemmeno ricordarlo è veramente nauseabondo.

Sapeva che poteva morire e nel suo blog descriveva così il suo funerale:

«  Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski. »

Zoncker, brutto bastardo, sei stato uno stronzo a lasciarci soli a questo modo in mezzo a tanta gentaglia che “lavora” per la pace.

Sempre il solito egoista di merda.

Ma mi manchi abbestia.

Rino Tommasi è vivo e lotta assieme a noi

Il virtuale frega.

Il virtuale amplifica ogni cosa. Il bello e il brutto.

Capita così che si possano incontrare persone decenti e pensare che siano fantastiche oppure persone di basso spessore che diventano improvvisamente miserabili. In realtà non è vera nessuna delle due asserzioni. Tutti possiamo essere tutto sotto le giuste circostanze e con gli stimoli appropriati. E’ solo che, chi ci mette un po’ di cuore, qualche volta può anche restarci male.

Alcuni dei commenti che sono stati postati ad esempio sono stati veramente colpi bassi che pensavo di non meritare. Ammesso mai che qualcuno meriti qualcosa poi. Alcune persone che hanno sentito la necessità di dirmi che cosa e come deve essere un blog. Soprattutto più d’uno mi ha accusato di scrivere il blog per esibizione (a codeste persone faccio umilmente notare che se fosse stato per quello bastava metterci nome e cognome e dire comprate i miei libri. Cosa che in genere qua dentro in genere fa chiunque, persino se si autopubblica). Poi mi hanno definito pallonaro, vecchio decrepito, pelle ammuffita, satiro, satrapo, pesce balla, coglione, pasturatore, millantatore, puttaniere. In fondo ci stanno tutti quante queste amorevoli descrizioni.  Non ne rinnego nemmeno una. Ognuna ha un suo perchè. Ma, se posso dire, è l’indifferenza che mi ha colpito. Persone che passavano per essere, nel caso peggiore, buoni vicini di casa che semplicemente spariscono. Insomma chi se ne frega che fine fai. Cambi casa? te ne vai? hai un tumore? hai perso il lavoro? muori?

Bene. Cazzi tuoi. Me ne sbatto. Evito anche di mandare un telegramma di condoglianze.

Il tema dell’indifferenza non è nuovo e so di sfondare porte aperte, qua, come nella vita, vera. Credi di aver creato, magari pure malamente, una piccola, banale, community alla quale però in qualche modo assurdo tieni. E invece ti accordi che, come nelle migliori tradizioni è pura finzione. Come quasi qualsiasi altra cosa. Prendiamo dove ci va, quando ci va e diamo indietro qualche cosa, come ci va, quando ci va. Nessun obbligo di legge. Niente. Solo una convivenza, un DICO, nel quale chi c’è c’è e chi non c’è, chi se ne frega. “Amici” che vanno, altri che vengono per poi andare di nuovo. Persone che pretendono attenzioni, ma che non sono mai disposte a darne in cambio se non quando e come vogliano loro.

Banalità. Lo so. Le solite triste storie banali che capitano in ogni città del mondo e che nel virtuale amplificano i loro effetti. Devastanti per le anime più sensibili. Puttanieri included.

Qualcuno (lo stesso che sostiene che ho aperto un blog per esibizione) ha spiegato in modo approfondito che il blog è condivisione. La cosa che non comprendo ancora è come si possa ritenere più nobile condividere le proprie insensate e orripilanti poesie piuttosto che il gusto per la cazzata in quanto tale che è il motivo per cui tarocco (dichiarandolo) i TAG. Cambiare i TAG è uno stile di vita, una filosofia di pensiero di coloro che credono che non sia sano prendersi troppo sul serio.

La differenza tra quelli che pensano come me e quelli che “condividono” poesie di ‘sto cazzo? Beh, l’ha messa in bella mostra qualcun altro al quale ho imprudentemente chiesto come stava in un commento sul suo blog e mi ha risposto dicendo che il suo blog è sacro e non può essere sporcato da domande personali come quella. Blog in cui, per inciso, posta le foto della sua città neanche fosse la locale Pro-Loco. Bah, mistero!

Di recente poi ho notato che un’anima in pena che si è iscritta al blog con la mail tarocca braccio@diferro.it, ha preso dimora in questo posto abbandonato sparando su tutti e facendo saltare i nervi a qualcuno. La cosa che più mi ha divertito è vedere come io sia stato accusato pure di essere lei/lui in incognito. Per la verità mi hanno accusato anche di essere Edoardo e non so chi altro. Il virtuale amplifica ogni cosa.  Pure la demenza. Ma questa cosa mi sa che l’ho già detta.  Per quanto sia assurdo che lo debba precisare, confesso che non mi sono mai postato sul mio blog con altro nickname. E paranoia per paranoia credo che sia qualcuno conosciuto che si diverte a massacrare ogni cosa. E comunque ne ha diritto. Tanto quanto ne hanno avuto gli “amici” che si sono dati, sparendo nel nulla. Però cara/o Silver Silvan, lasciami stare Dolce Uragano e EDO che sono stati gli unici a rompersi le palle per venire qua a salutarmi di quando in quando, ricordando che esistevo. Mi stai simpatica/o, quanto meno non sei banale, però ti prego, se puoi, non esagerare con l’insulto. E se proprio devi massacrare qualcuno spara su di me, tanto oramai manchi solo te…

E comunque alla faccia di Ombradiunsorriso, ho deciso che non solo tarocco i TAG, ma per questo ritorno tarocco pure il titolo del post. E affanculo tutto il resto…