Bruce, un amore che dura da una vita. L’unico che non mi ha mai tradito.

La prima volta che l’ho sentito e’ stato alla radio.

Ascoltavo sempre un “notturno”, in una delle prime “private” della mia città. Avrò avuto si e no quattordici anni. Tiziano P., il DJ, era il “Lupo solitario” che me lo fece conoscere. Non riesco ancora a capire come quel farabutto sia riuscito a procurarsi quel bootleg che mi ha cambiato la vita. Era il tempo degli anni di piombo e internet una parola di cui nessuno conosceva il significato. I giornali specialistici dell’epoca, “Mucchio Selvaggio” su tutti, parlavano delle gesta di questo nuovo eroe della working class, ma che la RAI non passava mai sui suoi canali ufficiali. E così, poichè non avevo i soldi per poter comprare i suoi dischi, la sera facevo le ore piccole con il mio transistor a cui ero collegato nel buio della notte con auricolari luridi ascoltando “Rosalita” che era la canzone storica che, allora, chiudeva i suoi epici concerti e che Tiziano aveva mutuato per finire il suo show radiofonico.

Qualche tempo dopo riuscii ad avere in regalo una cassetta, una di quelle che oggi vendono ai mercatini dell’antiquariato, una C-60, dove Piero, un ragazzo di dieci anni più grande di me, mi aveva registrato “Born to run”. Ci eravamo conosciuti un’estate mentre lavoravamo per cogliere le pesche. Un modo come un altro per tirar fuori qualche soldo per toglierci qualche sfizio dato che i nostri genitori non potevano farlo. Lavorare nei campi è una cosa molto più dura di quanto una persona abituata a stare in città può credere. Ho imparato ad aver rispetto per i contadini sudando come un animale in quelle estati dove invece i miei compagni di scuola più abbienti se la godevano al mare o in vacanza da qualche parte. Di bello ci fu che proprio in una pausa per il pranzo in mezzo ai campi scoprii che anche Piero amava Bruce quanto me e diventare suo amico risultò facile come bere un bicchiere d’acqua. Del resto era un vero fico. Gran lavoratore instancabile, quando aveva un po’ di spazio, riusciva a raccontare storie che lasciavano tutti a bocca aperta. Nonostante la differenza di età mi prese a ben volere e anche quando ritornammo alle nostre vite spesso mi invitava a casa sua ad ascoltare la musica di cui leggevo ma che non riuscivo a sentire.

Fu sempre Piero a invitarmi con due altri suoi amici al primo concerto europeo di Bruce. Palasport di Lione, 1981. Avevo appena compiuto diciotto anni. Mi disse che sarebbero andati in macchina e viaggiato tutta la notte per rientrare guidando a turno e che io non potevo non venire. Quando dissi ai miei cosa avevo intenzione di fare mancò poco che gli venisse un infarto. Fu lo stesso Piero allora a venire a parlare con il mio vecchio. Gli disse che si sarebbe preso cura di me come fosse stato mio fratello maggiore ma che, l’amore che sentivo per quella musica e l’impegno che mettevo negli studi meritassero una ricompensa adeguata. Ora non so ancora bene come fece, ma usò un tono e parole che convinsero i miei a lasciarmi partire con loro. Fu la mia prima avventura vera. E anche la primissima volta che uscivo dall’Italia. La macchina, una vecchia Fiat 128 sulla quale oggi non sederei mai per alcun motivo, in quei due giorni mi sembrò una “Pink Cadillac” . Lucio e Stefano, gli altri due, avevano la stessa età di Piero ma un’attitudine più marcata alla vita sedentaria. Avevano studiato ed erano riusciti a trovare un posto come impiegati in qualche ente parastatale mentre il mio amico continuava ad arrabattarsi con lavoretti stagionali per tirar su uno straccio di stipendio. Il viaggio di andata fu uno spasso ascoltando le storie di quei ragazzi, già uomini. Parlavano di cose e problemi che nè io nè i miei amici di allora sentivano come tali. E dicevano che Bruce nelle sue canzoni dava voce alla loro rabbia. Le delusioni, le speranze distrutte, il sogno americano che alla fine non è diventare ricchi ma soltanto riuscire a vivere una vita decente. E quando finalmente partì il concerto io cominciai a piangere. Come quel bambino che ero. L’emozione fu così intensa che non riuscì a trattenere le lacrime mentre urlavo le parole mandate a memoria di “Badlands” un inno per tutti quelli della mia generazione.

Piero se ne accorse e mi disse:

“Masty ma sei scemo? devi essere felice, devi sorridere alla vita. Lasciati andare ed entra in sintonia con l’universo”

E così feci. E riuscii a sentire tutta l’energia che può arrivare dal cielo. E uscii da quel palasport con la consapevolezza che non mi sarei mai potuto staccare da Bruce e dalla mia gente. Quella che in una notte di un inverno freddo in una cittadina francese, urlava con me la sua gioia e la sua rabbia allo stesso tempo.

Fu facile così andare a San Siro il 21 giugno 1985. Il suo primo concerto italiano.

Eravamo tutti cresciuti.

Io oramai facevo l’università e Bruce era diventato una superstar internazionale. In pochissimi anni era cambiato tutto. Non più musicista di nicchia per gente che aveva qualcosa dentro da sputare fuori, ma vera icona dello star system. Dio tra gli dei. Tuttavia, nonostante questa sua trasformazione, rimaneva, per quanto possibile, vicino alle sue origine. E quindi, sia pur con grande difficoltà, anche a noi fans della prima ora. Certo gli shows erano diventati più organizzati e meno lasciati all’improvvisazione, erano spariti classici che per noi era imprescindibili ma tutto questo era il prezzo minimo da pagare viste le circostanze. I ricordi di quel 21 giugno sono indelebili. Forse il più bel concerto che io abbia mai visto. In assoluto. Faceva un caldo boia. E io stavo con alcuni amici sul secondo anello mentre il palco era montato sotto la curva dell’Inter. Piero era riuscito a entrare nel PIT, il suo sogno. Una particolare area del prato che ha assunto per i più tenaci seguaci di Springsteen il ruolo di una vera e propria terra promessa, essendo il punto più vicino in assoluto al palco. Io non so che cosa successe quella sera, so soltanto che non mi sono mai più sentito vicino a Dio come capitò in quelle ore. Max Weinberg, batterista della E-street banda dirà in proposito: «Si parla tanto della comunita del rock ‘n’ roll, quel momento in cui si abbattono tutte le barriere fra il pubblico e la band. Bè, è quello che è successo quella sera a Milano. Qualcosa di speciale».

Arrivò poi il mio periodo americano.

La prima volta che atterrai a New York pensai solo a vedere quale diavolo di concerto ci fosse al Madison Square Garden rimanendo deluso dal vedere che Bruce c’era passato solo qualche settimana prima. Quando Jennifer, la donna che sarebbe poi diventata mia moglie, mi chiese che cosa volevo fare o vedere non ebbi alcun dubbio: voglio andare a Freehold, New Jersey. La cittadina operaia dove lui era vissuto da ragazzo e dove aveva messo su la sua mitica band. Lei mi guardò di sbieco. Pensava stessi scherzando. Non mi prese sul serio. E fu il primo litigio della nostra storia travagliata. Il primo di una lunga serie. Ma questa è un’altra storia. Comunque so solo che alla fine riuscì a trascinarla al numero 87 di Rundolph Street dove restai in adorazione che nemmeno quelli che vanno a San Giovanni Rotondo da padre Pio possono capire. Mi risvegliò dall’estasi solo la voce gracchiante di Jennifer che disgustata bestemmiò: “Ma è solo rock’n roll. Voi avete Verdi e Puccini e tu stai qua per un bifolco del quale non capisco nemmeno io bene le parole quando parla?”

Se fossi stato un vero uomo le avrei tirato il collo di gallina in quel momento e mi sarei risparmiato un sacco di problemi futuri.  Invece il cattolico che alberga dentro di me mi obbligò a offrirle di redimere i suoi peccati costringendola ad andare in macchina fino a Boston, Massachussets, dove era previsto un concerto di Bruce che però non riuscì a godermi fino in fondo perchè quella grandissima scassapalle giocò tutto il tempo a fare la “party pooper” instillandomi sensi di colpa pazzeschi.

Negli anni novanta la mia vita è salita sulle montagne russe e mi è stato impossibile seguire Bruce dal vivo come avrei voluto. In realtà alcuni suoi album del tempo avevano tracciato un solco molto grande con la musica degli esordi e faticavo a ritrovarlo vicino a quello che ero diventato da adulto. E’ stato l’attentato alle torri gemelle e il successivo “The rising” ad avermelo fatto reincontrare. E così il 28 giugno 2003 sono di nuovo a San Siro perchè LUI mi ha chiamato. Ha semplicemente detto “Sono tornato, se vuoi sono qua.”

E io sono andato.

Da solo.

Era un periodo di grandi cambiamenti nella mia vita. Mi ero separato da poco. Cambiato lavoro e “The rising” sembrava scritta per me. Il concerto iniziò sulle note di “C’era una volta in America” di Ennio Morricone e quando l’armonica di Bruce attaccò “The Promised Land” fu il delirio. Dopo un po’ in cielo iniziarono a farsi vedere i primi lampi, mentre giù nella terra un uomo stava facendo impazzire sessantamila persone.  E quando attaccò “The River” scoppiò impietoso e provvidenziale il diluvio. Impietoso perché si rovesciò con sadismo sulle persone del prato, me compreso, provvidenziale perché Bruce lo trasformò in un evento memorabile intonando “Waitin’ on a Sunny Day” e “Who’ll Stop the Rain” sotto la pioggia battente correndo da una parte all’altra del palco mandando in delirio i presenti riuscendo a far ballare anche le fondamenta dello stadio. E alla fine spiazzò tutti intonando Rosalita, la canzone che una volta chiudeva tutti i concerti ma che in Europa mancava dal 1985. Le lacrime che scesero sulle mie guance si mischiarono con la pioggia.

Ho rivisto poi Bruce nella sua tournee con la Pete Seeger session band a Bologna nel 2006 e l’ anno scorso quando fu back to back.

Milano e Firenze.

A distanza di pochi giorni l’uno dall’altra.

Il primo solo io e il mio amico Nicola, il secondo con le donne e altri amici che non si sarebbero mai fatti tanta strada per lui.

E lunedì prossimo io sarò ancora là a chiedere a Bruce di darmi la forza e l’energia per superare un momento difficile nella mia vita. Di farmi sentire di nuovo come quando lo vidi a 18 anni in un palasport a Lione tanti anni fa. Lucio e Stefano, che erano in macchina con noi, non so che fine abbiano fatto.

Piero invece non c’è più. Se n’è andato l’anno scorso. In silenzio. Come tutte le persone per bene.

L’ultima volta che l’ho sentito mi disse che si stava preparando per il grande viaggio. Il male del secolo lo aveva scavato dentro. Si preoccupò di farmi sapere che non dovevo pregare per lui o di dire Messe cantate, ma che se proprio avessi voluto fare qualcosa per ricordarlo avrei dovuto bere una birra in sua memoria al prossimo concerto di Bruce.

Ed è quello che farò amico.

Per te.

Per tutti coloro che non ci sono più.

Perchè io non dimentico.

Santa Claus is coming to town

Lo so.

Natale è passato da quasi cinque mesi e il prossimo è ancora lontano.

Ma  è vero. Santa sta tornando.

Per la verità è gia arrivato a Napoli, ma io lo aspetto nel posto che è il suo salotto preferito.

SAN SIRO, lunedi 3 giugno 2013.

Bruce tornerà per la QUINTA VOLTA (recordo assoluto) a San Siro.

Nessun big ha mai suonato cinque volte in quell’arena. Bruce sarà il primo.

Non è un concerto qualsiasi.

Non è qualcosa per giovani o per vecchi o per curiosi o per guardoni.

E’ una TRANSUSTANZAZIONE  tra gli Dei e gli umani

Bruce è come Prometeo.

Ha rubato qualcosa dall’Olimpo e l’ha portato a noi.

E noi dobbiamo solo dirgli grazie.

 

Perchè dico tutto questo?

 

Perchè quando sento Santa che si avvicina io mi eccito. E non c’è fascino femminile che possa distrarmi. E non c’è film o politico o libro o lavoro o tristezza o povertà o demoni nell’anima che tengono. Io rispondo sempre: PRESENTE!!!!!!!

 

Stavolta mi piacerebbe condividere questa emozione, questa dolcezza, passione, tenerezza, con qualcuno di voi.

In altre parole se qualcuno di voi che leggete venite a San Siro, fate toc-toc e ci prendiamo una birra tutti assieme e scartiamo i regali che Santa ci porterà come fossimo una famiglia. Ma se non venite ma abitate a Milano o zone limitrofe, venite lo stesso. Là fuori. Non fa male.Bruce dona energia anche da lontano. Anche a chi non vuol pagare. E ci abbracciamo e ci diamo forza l’un l’altro.

Io spero davvero di potervi incontrare…

 

perchè quando arriva Santa, la famiglia si riunisce.

 

 

 

La fine mese (o della disperazione)

Nell’immaginario di molte persone la vita di un imprenditore, piccolo o grande che sia, è spesso associata al bengodi, allo sfruttamento, al cercare modi per arricchirsi in modo subdolo e non legale e cose simili. Non nego che sia possibile che ci possano essere alcune persone che siano somiglianti a questo stereotipo ma, per quanto sia difficile crederlo, tutta la gente che conosco io e che fa questo lavoro esso è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà. Sto parlando di piccoli imprenditori come me, il 90% di coloro che fa impresa in Italia. Non di Confindustria e i suoi tycoon.  Parlo invece di uomini soli, in genere contro tutti, che spesso pagano colpe non loro.  Senza nessuno che prende le loro difese, senza sindacati, senza diritto a scatti di anzianità, senza diritto a un cazzo. A volte nemmeno alla pietà. Gente come noi finisce, senza rendersene conto, a vivere seguendo il tempo che ti viene dato dal tamburo delle scadenze. Da quando devi pagare a metà mese i contributi per le paghe dei lavoratori e poi le ritenute d’acconto e a seguire il pagamento dell’IVA. Non hai tempo di respirare un attimo che sei già a fine mese e devi far fronte alle ricevute bancarie dei fornitori e al pagamento delle rate dei finanziamenti che hai preso. E non sai mai come riuscirai a far fronte a tutto perché i crediti che vanti non riesci ad incassarli e sei a corto di liquidità e vai nel panico. Raccatti soldi ovunque ne trovi. Come i drogati vendono oro di famiglia per comprarsi la dose tu vendi tutto ciò che hai per far fronte ai tuoi impegni e chiedi aiuto a chiunque possa aiutarti. E incredibile a dirsi passa anche la fine mese. Non hai tempo di rialzare la testa che arriva però il momento in cui devi giustamente pagare chi ti ha prestato la sua opera, il suo lavoro e cioè i tuoi dipendenti, la parte principale dell’azienda, il nerbo, i quali ogni mese allungano la manina per chiedere quanto gli devi sia che tu i soldi ce li abbia o non ce li abbia. Affari tuoi, pensano loro. Sei o non sei il padrone? Riesci di nuovo sia pur con fatica immane, quasi improba, a far fronte a tutto ciò e quando te ne rendi conto, tra te e te pensi: “Cavolo, non so come, ma ce l’ho fatta!”  E ti senti felice.  Pensi che sei riuscito a fare un’impresa di cui nessuno mai ti ringrazierà. Nessuna medaglia sul petto o fanfare che aprono il passo al corteo per festeggiarti. Niente di tutto questo. In cuor tuo però la sensazione di essere un vincitore ce l’hai,  perché sai che, anche se non potrai mai spiegare a nessuno il miracolo che hai fatto, tu lo hai fatto davvero.I benpensanti moralisti credono che tu e tutti gli altri piccoli imprenditori come te siete gente che ruba, persone che fanno il nero e si comprano appartamenti con i soldi delle tasse non pagate. Affamatori che si arricchiscono alle spalle dei poveri dipendenti sottopagati. A te però non importa di questi stupidi pregiudizi. Perché sei consapevole di aver fatto un miracolo. Hai quasi sempre perso un altro pezzetto delle cose che avevi messo da parte o peggio che ti avevano lasciato i tuoi genitori, ma hai fatto fronte ai tuoi impegni. Hai salvato la tua azienda e anche il posto di lavoro per tante famiglie, in una parola il tuo onore e ciò ti basta per essere fiero di te stesso. Capita però sempre che, proprio mentre ti fai da solo quei complimenti che nessuno ti regala mai, non ti accorga che è già arrivato il tempo di ricominciare a pagare i contributi allo Stato perché è di nuovo metà mese. Ed entri in loop. Un qualcosa cioè che si rinchiude su stesso. Un ciclo infinito tremendo dal quale non riesci ad uscire. Per far fronte a tutto ciò attingi da qualunque risorsa sia possibile pescare. E contrarre debiti è la conseguenza più rilevante di tutto ciò. Poi, dato che non si può giocare sempre in difesa perché altrimenti finisce che il goal te lo fanno, ogni tanto cerchi di fare qualche ripartenza, qualche contropiede per tentare di mettere a segno la rete che ti permetta di vincere la partita. Le ripartenze, nel modo imprenditoriale, si chiamano investimenti. Ci sono tanti modi per definire un investimento. Io credo che essi siano essenzialmente soprattutto una sfida al mercato, per cercarvi la sopravvivenza. In un ambiente dove la saturazione è la regola, esistono però  opportunità per chi è disposto a rischiare e, parte dell’alea, consiste appunto nell’aumentare il proprio livello di indebitamento. Succede però che ti possa dire male anche se sei uno preparato e ti sei comportato in modo ineccepibile e professionale. Perché sei convinto di essere una persona seria e con la testa sulle spalle. Le cose a cazzo di cane non ti sono mai piaciute. Sei uno deciso, uno che valuta con attenzione ogni cosa e poi una volta convinto si butta anima e corpo dentro il progetto, perché non sei mica un cacadubbi e di sicuro pensi di non essere nemmeno troppo babbuasso. Hai pianificato ogni cosa, hai fatto tutte le analisi che dovevi, hai ben considerato tutte le minacce e le opportunità collegate ad esso e le forze e le debolezze e hai fatto pure le controanalisi per non sbagliare e non c’è niente che tu non abbia preso in considerazione. E quando sei convinto di aver preso la decisione giusta, BANG, ti arriva tra capo e collo la peggiore crisi economica mondiale dal tempo della grande depressione del 1929 e buona notte  ai suonatori. E pure ai pifferai.E anziché vivere nella tua città ti sembra di essere piombato all’improvviso in una incredibile gigantesca Cafarnao. Casinò royale è la parola giusta. Oppure pastiche de Dieux se preferite. E ti viene da pensare che questo sculo che ti porti dietro sia dovuto a qualche marachella che hai fatto da bambino. A qualche peccatuccio che non hai mai confessato, tipo quando di nascosto hai fatto i bisogni nella fonte battesimale, o magari di quando hai detto una bestemmia credendoci. Anche se però, pensandoci bene, negli anni a seguire mi sono comportato anche peggio: ad esempio ho barato a nascondino per il puro gusto di farlo e sono stato convinto che Maria de Filippi e Maurizio Costanzo avrebbero potuto generare l’Anticristo. Comunque sia, ecco qua che alla fine, la tua piccola società, il gioiellino che  hai tanto curato come fosse un essere umano per far si che crescesse e che da neonato al quale pulivi il sederino merdoso diventasse un bell’uomo distinto e forte  in grado di prendersi cura di chi gli ha voluto bene, si ritrova con un debituccio che non hai la minima idea di come potrai mai estinguere.  Non viviamo in una democrazia, ma in una culocrazia. Il potere non ce l’ha il popolo ma la fortuna sfacciata che ti può o non può arridere. E’ vero, in natura la legge del caso la fa sempre da padrona, dato che per farcela devi nascere forte e sano e in un ambiente non troppo ostile. Ma qua stiamo superando tutti i limiti e alla fine tu, che credevi di poter piegare le leggi immutabili del Menga e del Volga, non sai più come diamine fare perché ti sei succhiato tutte le risorse disponibili. Hai  sperato che la crisi che devasta l’economia mondiale terminasse, senza aver però fatto i conti con il fatto che quella stronza è più tenace della tua volontà di sopravvivere. E senza accorgertene diventi anche un coprofago. E ne mangi in quantità industriale senza alcun ritegno, fin quando non ne sei satollo. E questa cosa ti lavora ai fianchi e cominci a barcollare perché non sai come venirne fuori e soprattutto con chi e come parlarne. Perché i tuoi amici hanno, anche giustamente, i cazzi loro e alla fine non comprendono fino in fondo le mezze verità che racconti per evitare di sputtanarti del tutto. La tua famiglia al contrario forse potrebbe essere più proclive, ma tu non vuoi rovinare la loro esistenza allo stesso modo in cui è già rovinata la tua e quindi ti maceri dentro e covi rabbia e delusione e bile e bruci ogni giorno un po’ della riserva di speranza che avevi messo da parte per i momenti bui. E quando non ne puoi più le scelte che hai davanti non sono mica tante.

E puntuale come la morte arrivano infine le fine mese come quella di oggi. Quelle in cui non hai più un cazzo di niente alla quale aggrapparti.

Ieri sera ho staccato il cellulare presto perchè arrivavano messaggi più o meno minatori di chi avanza dei soldi e poi una persona a me cara mi aveva ferito non capendo alcune cose che mi sembravano lapalissiane, insomma, fatto sta che per qualche ora ho vissuto come se davvero fossi sulla Luna. Lontano dal mondo. Extraterrestre portami via, cantava Finardi. Un posto che un mio amico, chiama  “Il buco” . E come i bambini mi sono illuso che non arrivasse mai mattina perchè in quel buco ci stavo proprio bene, ma il potere di fermare il tempo ce l’aveva solo Giosuè e quello stronzone non ha mai spiegato che minchia di trucchetto avesse utilizzato. E così stamattina, l’unica cosa ragionevole da fare, era andare a chiedere pietà in banca. Le richieste di grazia vengono sempre respinte, ma per non lasciare niente di intentato sono finito in quella con cui mi sembrava potessi avere una minima chance di successo. Arrivo all’Istituto di credito prestissimo e passo dalla camera “iperbarica” che mi fa entrare e uscire tre volte, per depositare gli oggetti metallici in un armadietto. Già questo mi innervosisce.  Una volta dentro, come mi guardo attorno, sparisce subito anche l’ultima speranza che mi aveva accompagnato fin là, quella cioè che oggi gli Dei fossero, almeno un pochino, simpatetici con il mio dramma. L’aria è pesante. Lo si percepisce dalle facce degli impiegati e pure da quelle dei clienti in fila davanti alle casse. Non vola una mosca. E’ come se un senso di catastrofe annunciata, stesse per deflagrare rumorosamente dentro quei locali, arredati in modo dozzinale che pure quelli dell’Ikea sembrano di pregio, pieni di polvere perché, per risparmiare, devono aver tagliato anche su chi gli fa le pulizie. Davanti a solo due casse aperte c’è già una fila incredibile di persone e un vecchio mezzo sdentato, inveisce contro l’attesa che deve sembrargli insopportabile: «Quando c’era il Duce, non c’erano tutti questi briganti!». No, idiota, c’erano ugualmente, ma tu eri giovane e non avevi bisogno di implorarli. Non ho nemmeno voglia di regalargli un sorriso e mentre sto guardando dove andare, fermo in mezzo alla sala, una donna mi viene addosso e senza alcun motivo plausibile  mi rimprovera aspramente di intralciare il traffico. Così ha detto, giuro. Non le rispondo nemmeno perché sarebbe tempo sprecato vista la classica faccia da zombie che si ritrova. Una, per capirsi, che se qualcuno le chiedesse “Ha mai provato l’orgasmo?” risponderebbe “No, mi trovo bene con Nuovo Dash”. Finalmente arrivo davanti all’ufficio della direttrice e vedo tre altri in fila per parlarle. Ci guardiamo l’un l’altro. Non c’è bisogno di parole. I condannati a morti si rispettano l’un l’altro. Il fatto però che arrivi velocemente il mio turno è un bruttissimo segnale. Le espressioni di chi è uscito del resto non dava speranze. La porta è aperta, ma io, per educazione, busso lo stesso e mi presento. Il locale è grande ma privo di sole. La signora che ci vive prigioniera è veramente brutta. Ingobbita con lo sguardo freddo e duro come il ferro, non conosce la voce del verbo sorridere. La definizione più gentile che mi viene per lei è: Rutto di Dio. Ha la forma di un pezzo di prosciutto rimasto tra i denti. Mi fa cenno di sedermi sulla sedia di fronte alla sua scrivania. Non posso evitare di notare i suoi capelli rosso menopausa, che si è tinti, sono certo, da sola in modo pacchiano nella tristezza di un cesso, dove scommetterei che ci sia solo il suo spazzolino slabbrato e nient’altro. Sulla sua destra in una libreria piena di libri, intravedo che, tra trattati di contabilità aziendale e libri di diritto commerciale, ce ne sono alcuni di poesia di Carducci e Pascoli. Nel tentativo di cercare un briciolo di empatia per rompere il ghiaccio, le chiedo se, visto che sembra apprezzarla così tanto, avesse mai provato a scriverne qualcuna anche lei, di poesia.

«Io vivo nella poesia» mi risponde seria, «Da sempre. E’ una vita che vivo nella poesia»

Pensa che palle. Credevo fosse una cambiale. Invece era un haiku. Non faccio in tempo a finire la mia richiesta di aiuto straordinario causato dalla contingenza di mercato e dalla crisi che non concede tregua che lei, come un automa, parte con il ritornello che doveva aver già fatto a quelli prima di me e mi comincia a ripetere i motivi del perché non può assolutamente fare niente perchè le politiche dell’Istituto sono diventare ferree e in questo contesto è impossibile erogare nuovi finanziamenti a chiunque e quindi a causa di un rozzo egualitarismo, non può fare nessuna eccezione per me. Più la guardo e più convinco che l’industria del porno andrebbe considerata anche da un punto di vista clinico-riabilitativo, anche se capisco che non è facile entrare in un ordine di idee tanto metaforico. Inizio ad immaginarmi nerboruti attori di porno che la rifiutano come partner, invocando diritti sindacali, protestando e picchettando. Mi dice che la banca deve fare raccolta e non impieghi, deve prendere i soldi alla gente e non darli e che quindi la cosa che potrebbe fare al massimo è che, se io comprassi un migliaio di azioni del loro Istituto  che ha bisogno di nuovi soci per un valore globale di 50 mila euro, lei potrebbe allora metterle a garanzie per darmene indietro la metà come finanziamento.   La guardo e mi viene da ridere. Un riso isterico, venuto su spontaneo. Non riuscivo a smettere, perché se lo avessi fatto si sarebbe tramutato in pianto. Lei però, si offende e mi dice che non devo permettermi di insultarla a quel modo e che le ho dimostrato solo la mia scarsa cultura e il mio poco rispetto per il prossimo, soprattutto per la banca . E fortuna che vive nella poesia. Mi ricompongo e provo allora timidamente a cercare di spiegarle che se avessi 50 mila euro non le darei di certo a lei per comprare della merda e averne indietro 25 mila, le metterei tutti in azienda direttamente e che a proporre cose così era capace anche il “mi’ povero nonno in carriola quando era già stato colpito dall’ictus”. Lei, è irremovibile. Sorridendo in modo sarcastico mi sputa dietro, con livore, il fatto che l’economia italiana è in crisi per colpa di gente come me che non capisce l’importanza di operazioni così basilari che portano alla salvezza degli Istituti di credito e quindi di tutti coloro che hanno dato i soldi in gestione a loro.La guardo senza parole, come si può ammirare un prete che pontifica da un pulpito. La vice direttrice Grilli purga, depura, censura e castra, facendosi di fiori di Bach e catechismo. Ma, per guardare dall’alto qualcun altro, bisogna prima di tutto starci, in alto, intendo. E lei, che si dimostra così scolastica e gessosa, con un’idea di cultura che riviene dagli appunti di citazioni da primo anno della facoltà di economia che ha frequentato, è molto più in basso di me, nella mia personalissima classifica. La differenza tra una iena e questa maledetta? Che la iena ogni tanto almeno ride, cazzo!

«Vede signor Masticone non è una questione di cattiveria nei suoi confronti. Noi abbiamo l’obbligo di difendere i nostri azionisti e di far si che essi massimizzino i loro risultati grazie alla nostra professionalità e se non fossimo rigidi in casi come il suo tutto ciò non potrebbe accadere.»

I bastardi hanno la natura paradossale che, più sono merde, e più pongono attenzione a dimostrarti che non lo sono davvero, anzi a volerti convincere che sono proprio persone degne di alta stima e che, se te lo mettono in culo, è, se non per il tuo bene, almeno per quello della comunità allargata. Irreprensibili come sono, confessano la necessità di fregarti e la chiamano correttezza. Sempre a fare porcate e sempre a dare lezioni di buona condotta. E stecco dopo stecco, piano piano, nel culo, ti ci infilano tutta una fascina. Poi mi dice: “certo potremmo però smobilitare quel libretto che ha fatto per le sue figlie”. “Già, credo che potremmo” “Se prendesse  in considerazione che comprarci poi azioni del nostro istituto è un vero affare a questi prezzi credo che riuscirebbe a recuperare questi in soldi in poco tempo…”. E’ bastato uno sguardo per non farla andare oltre. E così è volato via un altro pezzo di me e dei sogni e degli impegni. E probabilmente non servirà a niente lo stesso.

If you are happy and you know it, clap your hand.

Clap, clap.

Non ho intenzione di rispondere ai commenti, quindi se qualcuno fosse interessato a sapere come sto adesso lo scrivo qua. Mi sento come il protagonista di “The Wrestler”, Mickey Rourke. Non sono bello come lui, ma sonato allo stesso modo si. Soprattutto mi sento come canta la canzone di Springsteen che gli fa da colonna sonora: “….se hai visto un uomo con un braccio solo dare cazzotti al vento, allora hai visto me, che busso a ogni porta e che me ne vado sempre senza qualcosa che prima di entrarci c’avevo. Sono però sicuro che sorridi quando vedi il mio sangue che tocca il pavimento. Dimmi, “fan”, puoi davvero chiedere qualcosa di più?….”