La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  ”Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Olimpia

Quando ero ragazzo ero fissato con il calcio. Insomma niente di nuovo, la solita storia di tante, troppe persone. L’unica giustificazione che ho, l’unica che mi sembra ancora ragionevole è che allora il calcio era diverso, profondamente diverso, da quello di oggi. O forse ero semplicemente diverso io, non so. La mia generazione è l’ultima che avrà i ricordi in bianco e nero, con noi scompariranno i dinosauri, e in questo per quanto me ne possa dolere ci sono anche degli aspetti positivi, per esempio si dirà finalmente addio per sempre ai favolosi anni sessanta di Gianni Miniana memoria che proprio non si possono più sopportare nemmeno sentir nominare. Ma scompariranno anche tante trasmissioni che allora erano di culto per noi che ci affacciavamo alla vita. I bambini di oggi si spaventano con horror de paura veri, noi  invece con Belfagor, insomma sembra di parlare del diciannovesimo secolo.

Oggi seguo il calcio con distacco. Ho ancora le simpatie e le antipatie, ma sono legate alle pèrsone e ai fatti, alle circostanze. Mi piacciono soprattutto le storie che ci stanno dietro e quindi mi ritrovo a tifare per uomini o donne più che per le bandiere. E questo vale in genere oramai per tutti gli sport. Le Olimpiadi in particolare su di me hanno ancora il loro fascino. Forse perchè non sono ancora inflazionate e perchè si svolgono ogni quattro anni anche se tra campionati mondiali e simili si potrebbe argomentare che nei fatti questa affermazione non sia proprio corretta. Certo anche le Olimpiadi sono diverse dai miei tempi, i soldi sono, e lo saranno sempre di più in futuro, così preponderanti e le logiche che gli si assoggetteranno sempre più infime, che se mi mettessi a pensar troppo dovrei chiudere il libro e pensare ad altro. Ci sono infatti cose incomprensibili come il vedere partecipare super professionisti che tolgono la platea a coloro che non ce l’hanno mai e che aspettano quattro anni per averne una decente che non sia quella dei loro familiari e amici più cari. Tuttavia purtroppo o per fortuna tutto questo ancora non mi dà la nausea. Non troppa almeno. E le guardo ancora volentieri.

I ricordi che ho delle Olimpiadi sono molteplici e li amo tutti. Ad esempio mi emoziona sempre pensare alla prima volta che ho visto una trasmissione in TV a colori. Era alle Olimpiadi di Montreal 1976. Io un ragazzino che entra in un bar e vede il primo incontro di Boxe a colori della sua vita. Solo a ripensarci ancora adesso mi emoziono. Il senso della maraviglia. Restai come un babbaleo con la bocca aperta di fronte al tappeto blu che avevo fino ad allora visto sempre nero e i pantaloncini e tutto il resto. Oppure di quando facevo servizio militare durante le Olimpiadi di Seul, nel 1988 e il mio capitano venne a svegliarmi per dirmi che Bordin stava per vincere la maratona e che voleva dividere quel momento con me.

Anche quest’anno guardo Londra 2012 con gli stessi occhi del bambino di un tempo alla ricerca però di storie che mi colpiscano di più della sconfitta di Federica Pellegrini. Certo mi dispiace molto per lei perchè capisco che sia una cosa difficile da gestire quando sei così esposta mediaticamente, ma soffro molto di più per l’iraniano che è stato escluso dalle gare di nuoto perchè finito a gareggiare contro un israeliano e la cosa era vietato dal suo governo. Sopratutto, per quanto sia stato bello, da italiano, veder vincere a Valentina Vezzali la medaglia di bronzo a quel modo, sono due giorni che penso alla sua antagonista, la coreana Nam e soffro per lei e penso che la vita a volte è veramente ingiusta.

La Nam è una campionessa di fioretto. Un po’ come dire che la signora Maria Rossi, di Cinisello Balsamo, è campionessa di ping pong. Ora supponiamo che la signora Maria Rossi debba andare a sfidare le cinesi per una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Di per sè, pronti-via, la cosa sembrerebbe già impari. Nel 2008 a Pechino la Nam lo stesso arriva in finalissima dopo aver fatto fuori una italiana in semifinale e perde la medaglia d’oro per una contestatissima stoccata finale della Vezzali.

Quattro anni dopo a Londra si ritrovano in semifinale tre italiane e ancora lei.

Nella semifinale contro la Di Francisco (che poi vincerà l’oro) a un minuto dalla fine è in netto vantaggio. Black-out improvviso e perde la gara senza nemmeno rendersene conto. Da quanto le rode dentro, mi accorgo dalla televisione che è paralizzata là sula pedana e non riesce nemmeno a scendere. Sa già che ha buttato via un’occasione irripetibile.

Nella finalina per il terzo posto si ritrova contro la Vezzali, che le aveva soffiato l’oro a Pechino in modo quanto meno dubbio. La Vezzali ha appena perso l’imbattibilità ed è a pezzi psicologicamente. La Nam può togliersi la soddisfazione di prendersi almeno una medaglia olimpica e toglierla a una che ne ha già fin troppe. Ci mette il cuore e fa una gara incredibile e perfetta tanto che l’assalto finale sembra deciso e a 20 secondi dalla fine ha un vantaggio abissale, sei o sette stoccate. I telecronisti piangono la loro eroina, dicono che non è giusto che la Vezzali esca di scena a quel modo e giù tutto il repertorio del coccodrillo. Ma qualcosa si rompe dentro la testa della signora Rossi di Cinisello Balsamo che gioca a ping pong contro la campionessa delle campionesse del mondo cinese e che a 20 secondi dalla fine sta stravincendo.

La Nam va infatti in paranoia e prende un parziale assurdo, ingiustificato da qualsiasia altra cosa che non sia un demone che le impedisce di reagire. Come se qualcosa e qualcuno le impedisse di avere una qualsiasi reazione. Resta là completamente persa a guardarsi attorno e vedersi infilare di stoccate ogni secondo e perde di nuovo una gara a quel punto impossibile da perdre. Fuori dal podio. Immagino umiliata poi dai suoi allenatori e dalla sua gente, sopratutto con questa cosa che le resterà dentro per tutta la vita.

Sono due giorni che penso a lei e penso a come nella vita reale ci siano tante/i Nam che perdono occasioni clamorose come quelle  che sono capitate a lei e di come alla fine a nessuno gliene freghi niente. Perchè c’è sempre un altro evento da vedere, altra carne da macello da masticare.

The show must King Kong.

Beh, mia cara Nam io invece sto ancora qua a pensare a te, pensa un po’.

Il goal più bello della storia del calcio

In genere quando a qualcuno viene chiesto quale sia stata la rete più bella della storia del calcio, quasi tutti fanno riferimento al famoso goal di Maradona ai mondiali del 1986 all’Inghilterra, quando prese palla a centrocampo, fece uno slalom pazzesco scartando tutti, portiere compreso e poi depositò la palla in rete.

Io no.

Io ricordò perfettamente quando e come e, soprattutto, chi ha fatto il più grande goal della storia del calcio..

Era più o meno metà anni settanta. Partita finale del campionato provinciale allievi a Grosseto. Il clima era tesissimo e surriscaldato come mai avevo visto. Eravamo arrivati a quel finale di stagione con la pressione dei tecnici e della società che teneva da morire a quello stupido trofeo. Soprattutto  quell’atmosfera pesante era stata causata da genitori di molti dei miei compagni di squadra talmente ottusi e dementi che ogni volta che potevano ci insultavano pensando di incitarci.  I nostri avversari di quel giorno erano tosti . Li conoscevamo perchè li avevamo già incontrati nel girone di andata ed erano duri e cattivi, non lasciavano spazio alla fantasia e mettevano tutto sul piano fisico.  La partita la arbitrava un uomo che tutti chiamavano “Il pazzo”. Lo conoscevo di vista perchè stava vicino casa mia ed era il classico tipo che la gente scansa perchè riconosce come diverso. La personalità, infatti, era di sicuro una di quelle borderline. Lo guardavi e nei suoi occhi vedevi brillare sempre quella pazzia latente che pensi che prima o poi esploda in qualcosa di clamoroso e per questo ne avevi paura. Di quando in quando c’avevo scambiavo qualche parola e ricordo che usava una cantilena strana, molto lenta. Sembrava quella di Enrico Beruschi che al tempo godeva di grossa popolarita televisiva.  La sua “stranezza” era accentuata anche dal fatto che viveva ancora con i genitori nonostante fosse già un uomo fatto da un pezzo e si diceva facesse l’arbitro perche,  quella era l’unica cosa che riuscisse a calmare “l’urlamento” che sentiva dentro.

Io giocavo come mezza punta e, nel calcio, come poi ho scoperto in tutte le altre cose che ho fatto nella vita, ero bravino ma non bravissimo. Insomma un mediocre. Quella partita si mise subito male. Andammo sotto di un goal, probabilmente in fuorigioco. I genitori sulle tribune cominciavano a rumoreggiare contro di noi e contro l’arbitro. Un altro paio di episodi dubbi e infine un clamoroso fallo in area di rigore a nostro favore non dato, scatenò la rabbia della gente fuori dalla recinzione che guardava la partita. Da lì in avanti gli insulti furono solo per l’arbitro. Una cosa pesantissima anche da ascoltare. Gliene dissero di tutti i colori. E soprattutto ci ridevano come pazzi e ricordo che fu una delle prime volte che provai imbarazzo per qualcosa che facevano altri, di fronte a me.

Secondo tempo iniziato da poco. La situazione era pesante oltre misura. In campo ce le stavamo dando di santa ragione, sulle tribune l’insulto all’arbitro era diventato il gioco a chi la sparava più grossa. Sarà stato attorno al decimo della ripresa che un mio compagno, l’ala destra, fa un gran dribbling sulla fascia ed effettua un cross perfetto che arriva al vertice opposto dell’area scavalcando tutti i difensori e pure i nostri attaccanti, ma è un’occasione favolosa per me che sto arrivando da dietro. Vedo la palla che parte dal piede del mio compagno e cerco di andare dove credo possa arrivare. Di fronte vedo solo e unicamente l’arbitro. Nessun avversario può raggiungerla prima di me. Immagino che lui si sposterà per farmi passare, invece, non solo non fa niente del genere, ma anzi cerca e trova una postura giusta per coordinarsi e colpire al volo la palla di sinistro e infilarla al sette della porta avversaria. Un goal strepitoso. Il goal più bello che abbia mai visto in vita mia. E subito dopo comincia a correre alzando le braccia come si vede fare in televisione ai giocatori di calcio veri. Sembrava un invasato e sul campo scende il silenzio più totale. La gente è incredula. Il tipo però commette un errore madornale: vai a esultare sotto la curva, che in quel caso era la tribuna, facendo a più riprese il gesto dell’ombrello al pubblico e urlando: Tiè, Tiè!

Il dramma.

Invasione di campo inevitabile e tentativo di caccia all’uomo da parte di tutti. Dirigenti (?) delle società compresi. Lui si barrica negli spogliatoi. Il custode del campo cerca di tenere a bada la massa e poichè  mi conosceva bene mi urla “si mette male. Vai nell’ufficio e chiama la polizia”. Eseguisco con grande perizia. Al 113 provo a spiegare cosa è successo ma il centralinista sembra non prendermi troppo sul serio, mi chiede il nome e tergiversa. Allora non sapendo che fare urlo “c’è mio padre assediato nello spogliatoio vi prego venite subito. Ho tanta paura”. Devo aver detto qualche parola magica perchè nel giro di pochissimo arriva una pattuglia che disperde i facinorosi e fa uscire “il pazzo” e se lo carica nella volante non prima di aver gridato “Dov’è il figlio? dov’è il figlio?” Vigliacco come pochi non mi faccio avanti, finchè non mi rendo conto che l’agente si sta spazientendo “dov’è quello che ci ha chiamati?” Urla tre volte. “Dov’è …..”  chiamando il mio nome. Alla fine non posso esimermi e faccio un passo avanti verso di lui e verso l’ignominia degli sguardi. Fortuna mio padre vero non c’era. Mi caricano in macchina con loro e ci portano via. L’arbitro è praticamente una sfinge. Non proferisce parole. E’ in stato narcolettico. Gli agenti provano a parlargli e lui non reagisce a nessuno stimolo. Mi chiedono che cosa è successo a mio padre e provo a raccontargli la verità. Ho detto che l’avevo dichiarato solo perchè non mi sembrava mi prendessero sul serio. Provano allora  ancora a farlo parlare ma lui niente. Decidono di portarlo al pronto soccorso perché immaginano sia in stato di choc e mentre i due tipi vanno a cercare un medico, il pazzo per un attimo si sveglia dal torpore si volta verso di me e mi dice con la voce da Beruschi:

“Bella quella storia del padre. Ti ho notato sai? hai stoffa, diventerai qualcuno!”

Poi quando ritornarono a prenderlo rientrò nel suo stato vegetativo e buona notte.

Ho saputo, tempo dopo, che era stato radiato dalla Federazione e che gli era stato assegnato un certo stato di infermità con accompagnamento. Non credo si sia più ripreso da quel giorno.

Ieri ero a Grosseto perchè dovevo fare alcune commissioni. Ogni volta che torno nella mia città natale passo del tempo a bere a pieni polmoni di lei. Mi piace la sua aria e quell’odore di tiglio e acacia che si sente solo in Maremma in primavera. E mi piace ogni volta farmi un giro nei posti che sono stati importanti in quella che era la mia vita di allora e che adesso sembra lontana un secolo. Ad un certo punto senza accorgermene mi sono ritrovato davanti all’oratorio dove ho cominciato a tirar calci al pallone e sono rimasto come un babbeo per un tempo indefinibile là davanti. Vedevo scorrere davanti a me immagini di un tempo che non c’è più. Facce di amici che chissà dove saranno adesso e di altri che ogni tanto incontro ancora e che oggi sembrano essere dei vecchi nati vecchi ma che allora erano invece pieni di vita.

Dopo un po’ mi accorgo di una cosa che prima non avevo notato. Accanto all’oratorio c’è l’ospizio dei vecchi della città. E’ una giornata calda e ci sono molte persone nel giardinetto, si fa per dire, del posto più temuto da quelli che hanno una certa sensibilità. E vedo un tizio che mi sta puntando senza smettere e mi sembra anche che sia anche un po’ che lo sta facendo. Mi avvicino meglio e lui fa lo stesso e arriva fino alla ringhiera.

Lo riconosco. E’ lui. Il vecchio arbitro che fece il goal più bello della storia del calcio. Adesso è totalmente calvo e rugoso, si regge a malapena sulle gambe è magro finito e i suoi occhi sembrano quasi normali. Però la sua voce ha la stessa cantilena di un tempo e mi dice:

“Sai che ti ho seguito? Sapevo che avevi stoffa e sei davvero diventato qualcuno. Sono orgoglioso di te”

Prima che potessi dire qualcosa arriva di corsa un infermiera che mi sorride e mi fa: “Scusi sa. E’ pazzo non sa quel che dice. Adesso lo riporto dentro”.

Lui mi ha sorriso.

E a me invece sono solo spuntate le lacrime perché ho sentito la bellezza di qualche grazia profonda e mi sono sentito ubriaco come un bambino del latte della mamma.

Il mio eroe

Oggi non era in programma un post.

Credo di aver scritto troppo in questi giorni. La gente si sta cominciando a stufare o, peggio, comincia a insultarmi etichettandomi nei modi più svariati. E poi ho notato che molti che c’erano una volta adesso non seguono più essendosi cancellati.

Insomma avevo in mente una bella Laura Pausini di riflessione.

Ma ieri sera è capitato una cosa che sento il bisogno di raccontare o condividere con qualche eroe che continua a leggermi.

Stanotte ho dormito poco e male. Succede ogni volta che qualcuno o qualcosa mi obbliga a guardarmi allo specchio e ciò che vedo mi impone di cambiare se non voglio fare la fine di Dorian Gray.

Perchè ieri sera ho fatto i conti con una cosa che mi sta qui. Vedete. proprio qui. E mi sta qui perchè non ne vado particolarmente fiero.

Facciamo così, per spiegarvela propongo una specie di gioco. Una cosa semplice.

Provate a pensare un attimo e concentratevi sulla vostra immaginazione.  Perchè è proprio di questo di stiamo parlando. L’immaginazione. Allora, ci sono le persone speciali e quelle normali, i vigliacchi e i coraggiosi, i buoni e i cattivi, i leader e la truppa che segue senza pensare.

Bene, adesso tocca a voi, provate a immaginarvi un soldato della truppa, uno un po’ vigliacco, vagamente malvagio, l’avete immaginato? ok, mettetelo da parte e fate spazio. Adesso provate a immaginarvi un eroe invece, un capo, un condottiero, coraggioso e fondamentalmente buono. Ce l’avete in mente, più o meno?

Ottimo. Adesso metteteli a confronto. Scommettiamo che il primo il soldato è venuto fuori un po’ gobbo, brutto e sporco. Il secondo invece è venuto fuori bello, alto, fiero, luminoso.

E’ così no?

Non so se è un retaggio della nostra parte animale. E’ forse anche un fatto culturale. Platone diceva che tutto ciò che è bello è anche vero ed è buono. E l’eroe è l’insieme del buono, bello e buono. E tutti gli Dei prima pagani e poi cristiani sono sempre belli. E i cattivi sono brutti. Ce l’abbiamo nel cuore e nella mente.  Quindi le persone di qualità devono essere necessariamente belle altrimenti qualcosa dentro di noi ci dice che forse non lo sono.

Possiamo far finta che non sia così. Ma è solo sforzandoci che possiamo cambiare questa cosa.

Ieri sera avevo una cena con alcuni amici. Le chiamiamo le cena del Bar Sport perchè il livello culturale delle stesse è veramente infimo. Il calcio è l’argomento principale. L’automobilismo a seguire poi, quando ci siamo stufati si passa a parlare di topa. Culi e tette con i soliti narratori di cose improponibili che hanno la loro serata sotto i riflettori.

Partecipo perchè non voglio passare per asociale ma le sopporto sempre meno e cerco di disertarle il più possibile perchè, anche se so essere cazzaro quando voglio, preferisco parlare di libri o cinema o arte in generale. Trovare amici che hanno queste inclinazioni è quasi impossibile specie in provincia, quindi bere o affogare, finisco per essere complice di queste abomini.

Sono andato al raduno in macchina con Nicola a cui voglio bene ma con cui, a parte lo sport e il mangiare, ho poco da condividere. Lui ad esempio non ha la minima idea, proprio come tutti gli altri che ci aspettavano, che a me piace non solo scrivere ma anche leggere. E che amo la letteratura russa e anche quella della beat generation ma che ho una specie di fissazione per Kurt Vonnegut che reputo uno dei più grandi geni del secolo scorso. Se provassi a parlare a Nicola di Kurt Vonnegut, sono certo mi direbbe che è un pilota di rally finlandese.

Visto che eravamo in anticipo ci fermiamo in autostrada a prendere un caffè e lui mi dice che vuole prepararsi  per la serata che sta per iniziare e che vuole leggersi meglio alcuni articoli della Gazzetta dello Sport perchè ha intenzione di crocifiggere i milanisti del gruppo che soffrono per la paura di essere buttati fuori dalla Champions League visto che gli è capitato come sorteggio il Barcellona.

A me, di leggere la Gazzetta con lui, proprio non mi va e come spesso mi capita in Autogrill, mi fermo a dare un’occhiata al reparto libri. Mi piace l’odore del libro e della carta e adoro tenerlo in mano anche se non è il luogo dove in genere deve stare, la libreria intendo. Sfogliare un libro in libreria è come fare l’amore a letto. Bellissimo, niente da dire. Sfogliarlo in un autogrill è come farlo in macchina o su un prato. Emozioni diverse ma entrambe molto forti.

Vabbè sto divagando.

Incredibilmente all’autogrill di Serravalle scopro che hanno anche un  libro di Kurt Vonnegut “Mattatoio nr.5″ e, anche se l’ho letto almeno tre volte in fasi diverse della mia vita, lo prendo in mano e comincio a farci l’amore.

Ad un certo punto mi si affianca una signora abbastanza anziana brutta. Molto brutta. Bassa e tozza, aveva occhi, naso e orecchie sproporzionatamente più grandi di quelle che avrebbero dovuto essere, rispetto alla bocca, piccola e distante dal mento. Uno sguardo acquoso e una leggera torsione a sinistra del collo.

La sensazione immediata che ho avuto è stata quella di allontanarmi da lei. Di andarmene proprio. Ma c’era qualcosa nel sorriso che mi ha fatto che mi ha paralizzato e sono rimasto.

Ad un certo punto mi dice:

“Anche lei ama Vonnegut. Complimenti, del resto si vede che lei è una bella persona”

La cosa mi imbarazza oltre misura. Io vedo un mostro e lui vede in me una bella persona. Allora minimizzo e farfuglio qualcosa.

“Ah, uh, grazie. Vonnegut non piace proprio a tutti.”

e lei rilancia

“Kurt è un tipo che fa incazzare gli esteti che considerano le sue trovate strampalate e assurde, ma il suo genio assoluto viene fuori proprio così. Lui inserisce dati bislacchi e apparentemente senza significato o importanza che si accumulano. E alla fine c’è qualcosa che rimette insieme tutto, una luce improvvisa che dà al tutto dei colori seducenti e del tutti unici. “

Quel mostro parlava e la sua voce, un po’ sgradevole, suonava una melodia assurdamente eccitante per la mia anima.

Avrei voluto continuare a parlare con lei, ma dopo qualche minuto ha preso con gentilezza congedo e se n’è andata.

Torno da Nicola che nel frattempo si stava bevendo le news sulle squalifiche e infortuni che mi dice che vuole finire quella parte perchè è convinto che nessuno sappia che ci sono giocatori che sono sotto diffida e vuole stupire la platea con queste news e quindi vuole ancora un po’ di tempo prima di andare.

Decido di andare in bagno a pisciare.

Entro nella toilette e seduta su una sedia vicina a un tavolino con sopra un cestino con i soldi delle mance dei clienti, rivedo lei. La donna che conosceva Kurt Vonnegut meglio di me e con la quale avevo parlato dentro al bar. Mi sorride e arrossisce leggermente. Io di sicuro divento rosso peperone.

In tutti questi anni che ho visto le donnine che puliscono i cessi negli autogrill mi sono sempre incazzato. Trovavo umiliante per loro ma anche per chi doveva espletare bisogni fisiologici dover chiedere di pagare. Una specie d’elemosina forzata. E infatti non ho mai pagato una lira ne un centesimo da che ho memoria.

Passo oltre, ma mentre sto con il mio migliore amico in mano a svuotare la vescica mi assale la rabbia. Cazzo, come poteva una donna che conosce la letteratura meglio di un saccente borioso come me, pulire i cessi in una merda di autogrill?

Dovevo fare qualcosa. Dovevo sovvertire l’ordine delle cose. Così esco e le chiedo di raccontarmi la sua storia. Com’è che è finita là una che potrebbe insegnare al liceo. Lei mi sorride e dice:

“perchè a casa sua lei non pulisce mai il bagno? quando arriva qualche amico in visita le piace farlo andare in un bagno sporco?”

“si si, certo, ma perchè lei? Insomma una che pulisce qua deve per forza essere una che non ha studiato che non ha altre possibilità”

“In effetti non ho altre possibilità. Sono vecchia e nessuno assumerebbe una donna come me adesso. Ho una pensione che non basta ad andare avanti perchè mia figlia è gravemente ammalata e ha bisogno di cure costose e così ho deciso che lei era più importante del mio stupido orgoglio e sono qua a cercar di tirar su qualche soldo senza vergognarmi di fare cose che non pensavo avrei mai fatto”

La rabbia di prima era, se possibile, cresciuta dal fatto che mi sentivo impotente. Non sapevo che cosa fare. Che dire a una donna così che non fossero le solita banalità del caso?

Ho deciso di non dire niente. Sono stato zitto, le ho sorriso e mi sono frugato in tasca. Avevo con me solo 50 euro. Quelli che mi servivano per la cena e gliel’ho dati. Le ho detto di prenderli e basta e quando lei ha cercato di protestare ho solo aggiunto “diciamo che pago a lei tutte le volte che nella mia vita non ho dato un soldino a quelle che fanno il suo lavoro”

E in quel momento è stata lei a sorridermi.

Esco da là dentro e mi ricongiungo con Nicola. Saliamo in macchina e piano ci riavviamo. Passiamo lentamente davanti all’entrata dei cessi e vediamo la signora uscire e con un sorriso grande mi urla “Buona fortuna”

Nicola allora dice:

“ma chi è quel cesso ambulante? Adesso ti metti a rimorchiare puttane sfondate nei cessi degli autogrill brutto maiale?”

Avrei voluto tirargli un ceffone. Ma mi sono limitato a dirgli:

“Quel cesso ambulante che dici te è il mio eroe ma questa è una lunga storia. La cosa che ti deve interessare è che stasera la cena me la offri te e questa cosa non è negoziabile”