La Grande Bellezza (versione originale)

Quando ho scritto “La grande Bellezza” spedii il manoscritto a Sorrentino. Quella merda ha cambiato una o due cosette e c’ha vinto l’Oscar senza nemmeno pagarmi una cena. Questo era lo screenplay.

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Ho un orologio biologico munito di radio, ogni mattina divento cosciente, da lì ad aprire gli occhi passa qualche minuto, e nella mia testa gira un ritornello. Spesso canzoni che non ascolterei mai volontariamente di complessi come i Dik Dik o di Britney Spears, una volta persino gli One Direction. Non sapevo manco chi fossero, ho canticchiato la melodia a una vecchia commessa di un negozio di dischi e me lo ha detto lei. Mi ha anche guardato come a dirmi “Lei mi fa veramente schifo”.

Stamattina mi è presa con gli Abba:

OOOOOOOHHHH  FERNENDOOO

ora mi sono rotto il cazzo non riesco a fermarmi.
Perchè io sono un vero uomo e ce la posso fare porco (bip)

FEEEERNENDOUUU.

Mi mangio il fegato per la rabbia per questo. Ho il cuore spezzato e il midollo osseo di burro. Tutte espressioni indicative del mio quotidiano stato emotivo. E al momento anche un alito pestilenziale perchè ho pranzato con un piatto di focaccia alle cipolle che era di una bontà unica ma che lascia il suo retrogusto amaro. Solo il mio amico FEEEERNENDUUU può capire come mi sento. Buon Dio perchè non sei come FEEEERNENDUU. Dai basta. Mi faccio schifo. Non posso continuare a vivere cantando FEEEERNENDUU, in continuazione.

La commessa dell’Esselunga che mi ha venduto la focaccina con le cipolle che ha tagliato e impacchettato con lo stesso schifo di chi prende in mano uno stronzo del suo cane in un parco, me l’ha passata dicendo: “Come può mangiare una cosa simile?”

Volevo insultarla. Poi ho capito che era a causa dell’utero disabitato che si comportava a quel modo. Credo che la sua anima di tanto in tanto soffra, magari solo una leggera depressione ciclica, che si concretizza con il suicidio del menarca. Ho cercato la parola menarca sul dizionario dei sinonimi e dei contrari non l’ho trovato, allora ho scritto t’amo sulla spiaggia…. (a Feeeernandoo)
No, ho barato. Menorrea, c’è. Ciclo mestruale. C’è pure qualche sinonimo. Non ci sono contrari. Questo vorrà pur dire qualcosa.

L’anima del mio cuore viene e va. Ha come una carriera da hostess. Quando sento battere alle pareti so che è in casa. Non ho mai capito se sbatte tappeti o inchioda quadri al muro. So solo che quando c’è mi piace il casino che fa, e quando non c’è subaffitta a qualcosa di losco. E in questo momento un alieno si è impossessato del mio. E mi fa paura.
Tuttavia è il fegato l’organo del mio corpo più esigente e viziato. Si infastidisce appena bevo alcolici e mangio fritti per più di due giorni, gratta sul peritoneo incessantemente, è la mia tortura medioevale della goccia. Ehi Fegato, mo’ ti canto Fernando stai attento a te.

E’ veramente un periodo strano. Per trovare pace mi immergo in dialoghi di stranieri. In questo modo non sono obbligato capire il senso di ciò che dicono e posso concentrarmi sul suono. Una sorta di terapia musicale. L’altro giorno, proprio per questo, sono persino entrato nella moschea musulmana. Mi hanno cazziato perchè non mi ero tolto le scarpe. Pensavano fossi del comune e che volessi dei soldi. Ho provato a spiegare che mi piaceva il suono gutturale delle loro preghiere e l’Imam che c’aveva la faccia da Ciccio Ingrassia mi ha cacciato via. Borghezio sarebbe stato orgoglioso per la sua tolleranza.  Mi sono allora messo a guardare per ore come un ebete canali satellitari astrusi polacchi e uzbechi e sauditi attratto solo dal suono che fanno. I telegiornali giapponesi mi irritano il colon e fanno venire la lombo sciatalgia ma quelli indiani invece hanno un suono veramente fantastico. Li guardo e ascolto e mi ipnotizzo (e penso a lui… il mio idolo…, cazzo che non se ne vuole proprio andare… è qua, sulla punta di lingua che vuole uscire, e spinge i polpastrelli a scrivere il suo insulso nome. Ma io resisto. Lo vedi amico mio? ho il potere di resisterti.)

Intanto il cervello macina, cerca tra le immagini, paragona, ascolta e scarta i ricordi, si affretta a trovare la similitudine.
La similitudine ti salva dalla follia.

Mi è presa la voglia di comprare i fanghi per gli inestetismi della cellulite. Li vendono in barattoli da un chilo al supermercato con annesso pantaloncino di plastica. Ti spalmi i fanghi sulle cosce e sulla pancia e ti infili nei mutandoni.

E infine diciamocelo: Come si fa a considerare seriamente un giornale senza oroscopo.

Lo so!

Non è un commento adeguato alla situazione.
E allora sai che?

Can you hear the drums Fernando? I remember long ago another starry night like this In the firelight Fernando
You were humming to yourself and softly strumming your guitar
I could hear the distant drums And sounds of bugle calls were coming from afar

They were closer now Fernando Every hour every minute seemed to last eternally I was so afraid Fernando
We were young and full of life and none of us prepared to die
And I’m not ashamed to say The roar of guns and cannons almost made me cry

There was something in the air that night The stars were bright, Fernando They were shining there for you and me
For liberty, Fernando Though we never thought that we could lose There’s no regret
If I had to do the same again I would, my friend, Fernando

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro

 

“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

D come Domodossola

Gennaro mi ha confidato che è convinto che ogni volta che qualche sconosciuto per strada gli sorride e senza apparente motivo gli fa un cenno di saluto, stia in realtà pensando : “Ma guarda che stronzo”. Dice che succede anche lui e questa è, quindi, la riprova che lo fanno tutti. E’ un vero fenomeno. Ha un cervello diviso nettamente in tre parti. Una prima area logo occipitale, molto compulsiva che vorrebbe portarsi a letto qualunque donna incontri e poi altre due aree, lobo parietale e temporale, molto più ragionevoli che vorrebbero, invece, fare la stessa cosa. C’ha proprio la fissa, una volta, per capirsi, regalò al bar che frequentiamo, un Babbo Natale assurdo che, se pigiavi un bottone, si inculava la prima renna della muta e, al culto di Padre Pio da Pietralcina, preferisce quello di Fraccazzo da Velletri, il frate della statuina che se gli premi la testa, da sotto il saio gli spunta fuori una fava enorme. Fuma come un turco le Camel light e segue alla lettera il più noto comandamento di Dio: ama il calcio come il prossimo tuo, al punto tale che non trova patetiche neanche le partite tra la nazionale cantanti e i commentatori di Sky.

Ieri è venuto a casa mia. Era tristissimo. Dice che ha le prove che la moglie lo tradisce e così voleva parlare con un amico. In realtà s’è rotto quasi subito di farlo e mi ha obbligato a guardare con lui un film horror, che gli piacciono tanto perché dice che lo rilassano, facendosi fuori, praticamente da solo, una costosa bottiglia di Sambuca Molinari che mi ero comprato solo qualche giorno fa e che contavo di far arrivare almeno a Natale. A un certo punto dal nauseabondo scannarsi tra esseri mostruosi è uscita una zombie che faceva veramente schifo e lui mi fa: “Ma come me la tromberei a questa…”  Peccato che in quel momento è entrata mia figlia piccola, una creatura innocente, che ancora non sa che pena e tristezza sono gli uomini come suo padre e l’amico in crisi e ha chiesto timidamente: “Che vuol dire trombare babbo?” L’idiota non si scompone, mi sorride e mi ammicca “Dai, dai, che prima o poi ti tocca, meglio subito. Fortifica, non la vorrai mica far diventar suora no?” Mi sono ritrovato così come un fesso, una domenica pomeriggio del cazzo, a pensare che avrei voluto essere da tutt’altra parte e pur di evitare tale strazio mi sarei sottoposto pure alla tortura di sentire otto ore di fila Radio Radicale senza possibilità di cambiare canale. Decido di fare lo gnorri, sperando nella provvidenza divina. La zombie di prima, quella del film, nel frattempo, decide che vuole avere un rapporto sessuale con un altro morto vivente che però, giustamente, la schifa e Gennaro non trova di meglio da dirgli: “Ma sei proprio Ricchione“.  La bimba che era  rimasta in attesa delle mie spiegazioni di prima gli chiede così “Ma che vuol dire recchione? che c’ha la malattia infettiva?” Decido che basta: “Gennà, porza zozza andiamo fuori a bere ma smettila per favore”. Lui si adombra, poi all’improvviso si mette a piangere. Così dal niente. “Io la amo Masty io la amo, giuro davanti a Dio che se lascia lo stronzo e torna solo con me,  comincio a fumare sigarette elettroniche, a farmi  le seghe e a bere solo caffè decaffeinati” La simpatia per lui svanisce non appena mia figlia mi incalza “Ma che vuol dire “farsi le seghe”? Non faccio in tempo a rispondere che lui cattivo si riprende e le dice: “Eh sta un po’ bonina per favore che poi ti faccio i compiti cosi almeno una volta prendi dieci”. Comprendo che ha ampi margini di peggioramento, mi viene in mente di essere come il pugile di quella vecchia battuta di Beppe Viola  che all’angolo chiedeva al suo allenatore come stava andando sentendosi rispondere “Se lo ammazzi fai pari” e quindi di imperio mi alzo e lo trascino fuori. Prima di uscire urla con voce impastata da mezzo ubriaco “Almeno il Berlusca quando l’ha mollato Veronica poteva scegliere tra mille donne, pure quella Rudy.,.”

 Mia figlia allora tira fuori una cultura che non le riconoscevo e che mi ha spaventato: 

“Ti sbagli, questa la so: si chiama Ruby non Rudy”

No.

Davvero.

Io mi arrendo.

 

Il guardone

Fin da piccolo ricordo che quando c’erano i fuochi d’artificio, invece di tenere lo sguardo fisso al cielo, rivolgevo la mia attenzione a coloro che assistevano allo spettacolo. Mi è sempre piaciuto osservare le espressioni delle persone di nascosto. Vedevo chi gridava e chi restava a bocca aperta. Chi cercava di calmare il pianto di un bambino impaurito e chi invece si capiva che era capitato là per sbaglio ma avrebbe voluto essere proprio da tutt’altra parte. Confesso che ancora oggi mi piace rivolgere lo sguardo nella “zona d’ombra”. Perfino quando andavo allo stadio non riuscivo a restare a lungo attento al vivo dell’azione. Al contrario mi ritrovavo a osservare le persone accanto a me sugli spalti, oppure il bordo del campo o la zona cieca alle telecamere. E alla fine mi sono convinto che c’è più profondità quando osservi senza essere visto. Una profondità vera. Quasi intima. Un po’ come se si riuscisse a capire cose diverse, proibite agli altri mentre il futuro è là, pronto a cambiarci tutti.

Stamattina stavo prendendo un caffè al bar e ho notato in un angolo una coppia che si stava baciando teneramente. Per evitare di imbarazzarli  mi sono sforzato di guardare fuori dalla porta e senza nemmeno rendermene conto mi sono ritrovato a sbirciare il parcheggio dove ho occhieggiato una donna che stava scendendo da un’auto tedesca di grossa cilindrata. Non l’avevo vista prima. Ho pensato che dovesse essere di passaggio. Bionda, sui venticinque anni, vestiva con una t-shirt di un cantante che non ho proprio riconosciuto. Quel che mi  ha colpito di più però era il suo sguardo. Duro come il ghiaccio verde di certe giornate invernali quando vai a sciare sulle montagne dell’Appennino. L’ho seguita con lo sguardo lungo il piccolo tratto che doveva fare per entrare.

“Bella fica””  mi fa il barista che si è reso conto che la guardavo e che doveva aver pensato che avessi su di lei, le stesse mire che vedevo nei suoi occhi “scommetto che è dolce e miagola come una gattina.” ha aggiunto con complicità tutta maschile.

Io, invece, se avessi dovuto scommettere qualcosa, avrei detto che era una dura. Una di quelle che se hai contro è meglio se stai attento perchè potresti finire per farti male. Ho evitato però di dirglielo per evitare un dibattito di cui non sentivo proprio la necessità. La tipa, appena entrata, si è diretta verso il bancone. Le ho sorriso. Lei ha accennato una smorfia con la bocca. Credo fosse un modo tutto suo per ricambiare la gentilezza. Il barista era già pronto ad attaccar bottone ma lei, togliendosi gli occhiali tondi da sole, si è accorta della coppietta che si stava baciando all’angolo del locale. E ho visto cambiare il suo sguardo. All’improvviso ha perso completamente la sua forza vitale. Sembrava confusa. Una cosa che non avrei mai detto. Un po’ come se ti capitasse di incontrare Sigourney Weaver e quella ti confessasse che non sopporta i bacherozzi. Uccide gli Alien con una facilità irrisoria, ma le bachere nere proprio no, non può davvero nemmeno vederle.

I due amanti, intenti a scambiarsi effusioni e attenzioni al limite della decenza, non si sono manco accorti di lei che, invece, senza ordinare niente, ha girato i tacchi e se n’è andata.

“E che cazzo le sarà preso?” mi fa il barista “non mi puoi mica spaventare sempre le clienti migliori Masty però eh.”

In quel momento mi sono sentito come un regista che non sa da che parte puntare la telecamera. Avrei voluto vedere meglio la faccia del barista e capire se ci è o se ci fa, ma avrei voluto anche osservare i dettagli dei due piccioncini che gettavano lo sguardo verso di noi pensando che stessimo parlando di loro e che ci sorridevano come a dire “mi spiace, oggi è il nostro turno, a voi toccherà un’altra volta”. Decido invece di mettermi a guardare la donna che era appena uscita. L’ho vista camminare verso l’auto. Da dietro sembrava molto meno sicura e arrogante di quando l’avevo vista arrivare. Si è passata una mano tra i capelli senza un reale motivo per farlo. Un gesto istintivo. Come se avesse voluto cacciare via i pensieri dalla testa. Poi ad un tratto si è fermata. Non era ancora arrivata alla macchina e se ne stava là, in mezzo al parcheggio. Immobile. Riuscivo a sentire il suo disagio. Non sapeva se andare avanti con la sua vita oppure no. Qualche forza la tratteneva dal proseguire, ma, lo stesso, non riusciva a invertire la rotta. E questa battaglia la paralizzava. Il barista stava già pensando ad altro e la radio raccontava di un oroscopo assurdo. Un paio di altri avventori cazzeggiando sul Milan, mi hanno chiesto se, secondo me, c’era il rigore ieri sera.

Non  ho risposto. Ero anche io paralizzato a osservare, o meglio, cercare di capire, la battaglia che si stava combattendo dentro quella donna che,  ferma in mezzo a un’area abominevole piena di cemento, non riusciva a decidere cosa fare di se stessa. Un cartone animato che muoveva le ruote o le gambe in continuazione ma non riusciva a fare un centimetro in avanti. Di nuovo una mano tra i capelli. Lo sguardo si è voltato di lato. Niente.

“Insomma, scusi, le abbiamo fatto una domanda. Per lei il rigore del Milan c’era o no?”

E’ passata una macchina e le ha suonato. L’insulto soffocato dell’autista che non riusciva a parcheggiare in qualche modo l’ha scossa.

“Ah ho capito lei dev’essere uno di quelli che hanno a schifo il calcio e pensa che gente come noi che nel parla non valga niente.”

Ho visto un brivido che le ha attraversato la schiena e avuto la sensazione che avesse metabolizzato ciò che doveva fare.

“Ma lascialo perdere, non vedi che è tonto?”

Si è voltata di scatto ed è tornata indietro. Con cattiveria. Sigourney Weaver doveva aver saputo che qualche Alien era dentro il barrino e si stava preparando a entrare e a farli fuori tutti. Ha aperto la porta ed è andata verso i due amanti. Lui, quando se lè trovata davanti alla fine si è accorto di lei, ma non ha fatto in tempo a evitare lo schiaffo che lei gli ha tirato.

“Sei un bastardo” ha urlato con voce stentorea, catturando l’attenzione di tutti che hanno smesso di fare qualunque cosa per prestare attenzione alla baruffa che  stava per scatenarsi, che è diventata “main event” , perdendo quindi attrattiva ai miei occhi. E così mi sono rivolto ai due gonzi che mi avevano dato del tonto e dico:

“Il rigore è inventato ed è un modo come un altro per dimostrare che siete come la Juve. Berlusconi e Galliani sono proprio come la Juve. Ladri.”

I due però non mi hanno considerato di pezza, intenti com’erano a vedere gli sviluppi dell’azione della donna con una T-Shirt che, se solo avessi saputo chi rappresentava, avrei fatto giornata. Rimango attratto dalla giugolare dell’uomo che mi sta piu vicino. Quello che mi aveva interpellato. Erano grosse come corde. Aveva un sorriso stampato sulla faccia che vedevo di lato mi faceva pensare che era uno di quelli che gode quando parte un Gran Premio e qualcuno si fa male alla prima curva. L’altro invece aveva la faccia triste di chi ama chiosare per giorni sulle cattive abitudini delle persone.

“E comunque il mio presidente sarà sempre Vittorio. Questi ciabattini che c’hanno fatto fallire e che si lamentano sempre possono andare a cagare con Berlusconi e tutti gli altri” dico per cercare di attrarre la loro attenzione.

“Si, si, va bene” fa il primo “però adesso non mi rompere i coglioni” che devo godere in altro modo” è il sottinteso.

Mi è venuto da ridere. Ho lasciato un euro sul bancone facendo cenno al barista che, intanto, era andato a dirimere la rissa in fondo al locale tra le due donne che continuavano a litigare per un u0mo che a me pareva insulso. Sono salito in macchina con un pensiero fisso in testa che mi faceva pulsare il cervello. Avevo ansia e uggia per questo. Ho riavviato il tutto per andarmene da qualche parte a far finta di lavorare, quando passando davanti all’entrata del bar, vedo che la donna venticinquenne stava uscendo. Si era rimessa gli occhiali e sembrava più cazzuta che mai. Mi sono fermato davanti a lei. E’ lunedì mattina e si preannuncia una settimana di merda. Non poteva cominciare così male. Con il cervello che mi pulsava a duecento bit al minuto senza avere risposte. Abbasso il finestrino e le dico”

“Scusi signorina, mi scusi se la disturbo, ma è una cosa che proprio non mi dà pace. E se non mi aiuterà lei passerò una giornata terribile a pensarci e poi starò male e saliranno i succhi gastrici e l’ulcera si farà viva e insomma, la prego, mi aiuti””

La bionda mi guarda interdetta. Non sa se ci sono o ci faccio. Vorrei dirle “tranquilla, amica mia, ci sono ci sono, non ci faccio mica”. Mi fa di nuovo una smorfia come dirmi di sputare il rospo e io allora dò fiato alle trombe Turchetti:

“Senta mi dice per favore chi è il cantante della sua T-shirt? mi sembra di averlo visto da qualche parte ma non ne sono sicuro. Ho bisogno di saperlo, la prego.”

“Ma vai a cagare pirla.”

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Olimpia

Quando ero ragazzo ero fissato con il calcio. Insomma niente di nuovo, la solita storia di tante, troppe persone. L’unica giustificazione che ho, l’unica che mi sembra ancora ragionevole è che allora il calcio era diverso, profondamente diverso, da quello di oggi. O forse ero semplicemente diverso io, non so. La mia generazione è l’ultima che avrà i ricordi in bianco e nero, con noi scompariranno i dinosauri, e in questo per quanto me ne possa dolere ci sono anche degli aspetti positivi, per esempio si dirà finalmente addio per sempre ai favolosi anni sessanta di Gianni Miniana memoria che proprio non si possono più sopportare nemmeno sentir nominare. Ma scompariranno anche tante trasmissioni che allora erano di culto per noi che ci affacciavamo alla vita. I bambini di oggi si spaventano con horror de paura veri, noi  invece con Belfagor, insomma sembra di parlare del diciannovesimo secolo.

Oggi seguo il calcio con distacco. Ho ancora le simpatie e le antipatie, ma sono legate alle pèrsone e ai fatti, alle circostanze. Mi piacciono soprattutto le storie che ci stanno dietro e quindi mi ritrovo a tifare per uomini o donne più che per le bandiere. E questo vale in genere oramai per tutti gli sport. Le Olimpiadi in particolare su di me hanno ancora il loro fascino. Forse perchè non sono ancora inflazionate e perchè si svolgono ogni quattro anni anche se tra campionati mondiali e simili si potrebbe argomentare che nei fatti questa affermazione non sia proprio corretta. Certo anche le Olimpiadi sono diverse dai miei tempi, i soldi sono, e lo saranno sempre di più in futuro, così preponderanti e le logiche che gli si assoggetteranno sempre più infime, che se mi mettessi a pensar troppo dovrei chiudere il libro e pensare ad altro. Ci sono infatti cose incomprensibili come il vedere partecipare super professionisti che tolgono la platea a coloro che non ce l’hanno mai e che aspettano quattro anni per averne una decente che non sia quella dei loro familiari e amici più cari. Tuttavia purtroppo o per fortuna tutto questo ancora non mi dà la nausea. Non troppa almeno. E le guardo ancora volentieri.

I ricordi che ho delle Olimpiadi sono molteplici e li amo tutti. Ad esempio mi emoziona sempre pensare alla prima volta che ho visto una trasmissione in TV a colori. Era alle Olimpiadi di Montreal 1976. Io un ragazzino che entra in un bar e vede il primo incontro di Boxe a colori della sua vita. Solo a ripensarci ancora adesso mi emoziono. Il senso della maraviglia. Restai come un babbaleo con la bocca aperta di fronte al tappeto blu che avevo fino ad allora visto sempre nero e i pantaloncini e tutto il resto. Oppure di quando facevo servizio militare durante le Olimpiadi di Seul, nel 1988 e il mio capitano venne a svegliarmi per dirmi che Bordin stava per vincere la maratona e che voleva dividere quel momento con me.

Anche quest’anno guardo Londra 2012 con gli stessi occhi del bambino di un tempo alla ricerca però di storie che mi colpiscano di più della sconfitta di Federica Pellegrini. Certo mi dispiace molto per lei perchè capisco che sia una cosa difficile da gestire quando sei così esposta mediaticamente, ma soffro molto di più per l’iraniano che è stato escluso dalle gare di nuoto perchè finito a gareggiare contro un israeliano e la cosa era vietato dal suo governo. Sopratutto, per quanto sia stato bello, da italiano, veder vincere a Valentina Vezzali la medaglia di bronzo a quel modo, sono due giorni che penso alla sua antagonista, la coreana Nam e soffro per lei e penso che la vita a volte è veramente ingiusta.

La Nam è una campionessa di fioretto. Un po’ come dire che la signora Maria Rossi, di Cinisello Balsamo, è campionessa di ping pong. Ora supponiamo che la signora Maria Rossi debba andare a sfidare le cinesi per una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Di per sè, pronti-via, la cosa sembrerebbe già impari. Nel 2008 a Pechino la Nam lo stesso arriva in finalissima dopo aver fatto fuori una italiana in semifinale e perde la medaglia d’oro per una contestatissima stoccata finale della Vezzali.

Quattro anni dopo a Londra si ritrovano in semifinale tre italiane e ancora lei.

Nella semifinale contro la Di Francisco (che poi vincerà l’oro) a un minuto dalla fine è in netto vantaggio. Black-out improvviso e perde la gara senza nemmeno rendersene conto. Da quanto le rode dentro, mi accorgo dalla televisione che è paralizzata là sula pedana e non riesce nemmeno a scendere. Sa già che ha buttato via un’occasione irripetibile.

Nella finalina per il terzo posto si ritrova contro la Vezzali, che le aveva soffiato l’oro a Pechino in modo quanto meno dubbio. La Vezzali ha appena perso l’imbattibilità ed è a pezzi psicologicamente. La Nam può togliersi la soddisfazione di prendersi almeno una medaglia olimpica e toglierla a una che ne ha già fin troppe. Ci mette il cuore e fa una gara incredibile e perfetta tanto che l’assalto finale sembra deciso e a 20 secondi dalla fine ha un vantaggio abissale, sei o sette stoccate. I telecronisti piangono la loro eroina, dicono che non è giusto che la Vezzali esca di scena a quel modo e giù tutto il repertorio del coccodrillo. Ma qualcosa si rompe dentro la testa della signora Rossi di Cinisello Balsamo che gioca a ping pong contro la campionessa delle campionesse del mondo cinese e che a 20 secondi dalla fine sta stravincendo.

La Nam va infatti in paranoia e prende un parziale assurdo, ingiustificato da qualsiasia altra cosa che non sia un demone che le impedisce di reagire. Come se qualcosa e qualcuno le impedisse di avere una qualsiasi reazione. Resta là completamente persa a guardarsi attorno e vedersi infilare di stoccate ogni secondo e perde di nuovo una gara a quel punto impossibile da perdre. Fuori dal podio. Immagino umiliata poi dai suoi allenatori e dalla sua gente, sopratutto con questa cosa che le resterà dentro per tutta la vita.

Sono due giorni che penso a lei e penso a come nella vita reale ci siano tante/i Nam che perdono occasioni clamorose come quelle  che sono capitate a lei e di come alla fine a nessuno gliene freghi niente. Perchè c’è sempre un altro evento da vedere, altra carne da macello da masticare.

The show must King Kong.

Beh, mia cara Nam io invece sto ancora qua a pensare a te, pensa un po’.

Il goal più bello della storia del calcio

In genere quando a qualcuno viene chiesto quale sia stata la rete più bella della storia del calcio, quasi tutti fanno riferimento al famoso goal di Maradona ai mondiali del 1986 all’Inghilterra, quando prese palla a centrocampo, fece uno slalom pazzesco scartando tutti, portiere compreso e poi depositò la palla in rete.

Io no.

Io ricordò perfettamente quando e come e, soprattutto, chi ha fatto il più grande goal della storia del calcio..

Era più o meno metà anni settanta. Partita finale del campionato provinciale allievi a Grosseto. Il clima era tesissimo e surriscaldato come mai avevo visto. Eravamo arrivati a quel finale di stagione con la pressione dei tecnici e della società che teneva da morire a quello stupido trofeo. Soprattutto  quell’atmosfera pesante era stata causata da genitori di molti dei miei compagni di squadra talmente ottusi e dementi che ogni volta che potevano ci insultavano pensando di incitarci.  I nostri avversari di quel giorno erano tosti . Li conoscevamo perchè li avevamo già incontrati nel girone di andata ed erano duri e cattivi, non lasciavano spazio alla fantasia e mettevano tutto sul piano fisico.  La partita la arbitrava un uomo che tutti chiamavano “Il pazzo”. Lo conoscevo di vista perchè stava vicino casa mia ed era il classico tipo che la gente scansa perchè riconosce come diverso. La personalità, infatti, era di sicuro una di quelle borderline. Lo guardavi e nei suoi occhi vedevi brillare sempre quella pazzia latente che pensi che prima o poi esploda in qualcosa di clamoroso e per questo ne avevi paura. Di quando in quando c’avevo scambiavo qualche parola e ricordo che usava una cantilena strana, molto lenta. Sembrava quella di Enrico Beruschi che al tempo godeva di grossa popolarita televisiva.  La sua “stranezza” era accentuata anche dal fatto che viveva ancora con i genitori nonostante fosse già un uomo fatto da un pezzo e si diceva facesse l’arbitro perche,  quella era l’unica cosa che riuscisse a calmare “l’urlamento” che sentiva dentro.

Io giocavo come mezza punta e, nel calcio, come poi ho scoperto in tutte le altre cose che ho fatto nella vita, ero bravino ma non bravissimo. Insomma un mediocre. Quella partita si mise subito male. Andammo sotto di un goal, probabilmente in fuorigioco. I genitori sulle tribune cominciavano a rumoreggiare contro di noi e contro l’arbitro. Un altro paio di episodi dubbi e infine un clamoroso fallo in area di rigore a nostro favore non dato, scatenò la rabbia della gente fuori dalla recinzione che guardava la partita. Da lì in avanti gli insulti furono solo per l’arbitro. Una cosa pesantissima anche da ascoltare. Gliene dissero di tutti i colori. E soprattutto ci ridevano come pazzi e ricordo che fu una delle prime volte che provai imbarazzo per qualcosa che facevano altri, di fronte a me.

Secondo tempo iniziato da poco. La situazione era pesante oltre misura. In campo ce le stavamo dando di santa ragione, sulle tribune l’insulto all’arbitro era diventato il gioco a chi la sparava più grossa. Sarà stato attorno al decimo della ripresa che un mio compagno, l’ala destra, fa un gran dribbling sulla fascia ed effettua un cross perfetto che arriva al vertice opposto dell’area scavalcando tutti i difensori e pure i nostri attaccanti, ma è un’occasione favolosa per me che sto arrivando da dietro. Vedo la palla che parte dal piede del mio compagno e cerco di andare dove credo possa arrivare. Di fronte vedo solo e unicamente l’arbitro. Nessun avversario può raggiungerla prima di me. Immagino che lui si sposterà per farmi passare, invece, non solo non fa niente del genere, ma anzi cerca e trova una postura giusta per coordinarsi e colpire al volo la palla di sinistro e infilarla al sette della porta avversaria. Un goal strepitoso. Il goal più bello che abbia mai visto in vita mia. E subito dopo comincia a correre alzando le braccia come si vede fare in televisione ai giocatori di calcio veri. Sembrava un invasato e sul campo scende il silenzio più totale. La gente è incredula. Il tipo però commette un errore madornale: vai a esultare sotto la curva, che in quel caso era la tribuna, facendo a più riprese il gesto dell’ombrello al pubblico e urlando: Tiè, Tiè!

Il dramma.

Invasione di campo inevitabile e tentativo di caccia all’uomo da parte di tutti. Dirigenti (?) delle società compresi. Lui si barrica negli spogliatoi. Il custode del campo cerca di tenere a bada la massa e poichè  mi conosceva bene mi urla “si mette male. Vai nell’ufficio e chiama la polizia”. Eseguisco con grande perizia. Al 113 provo a spiegare cosa è successo ma il centralinista sembra non prendermi troppo sul serio, mi chiede il nome e tergiversa. Allora non sapendo che fare urlo “c’è mio padre assediato nello spogliatoio vi prego venite subito. Ho tanta paura”. Devo aver detto qualche parola magica perchè nel giro di pochissimo arriva una pattuglia che disperde i facinorosi e fa uscire “il pazzo” e se lo carica nella volante non prima di aver gridato “Dov’è il figlio? dov’è il figlio?” Vigliacco come pochi non mi faccio avanti, finchè non mi rendo conto che l’agente si sta spazientendo “dov’è quello che ci ha chiamati?” Urla tre volte. “Dov’è …..”  chiamando il mio nome. Alla fine non posso esimermi e faccio un passo avanti verso di lui e verso l’ignominia degli sguardi. Fortuna mio padre vero non c’era. Mi caricano in macchina con loro e ci portano via. L’arbitro è praticamente una sfinge. Non proferisce parole. E’ in stato narcolettico. Gli agenti provano a parlargli e lui non reagisce a nessuno stimolo. Mi chiedono che cosa è successo a mio padre e provo a raccontargli la verità. Ho detto che l’avevo dichiarato solo perchè non mi sembrava mi prendessero sul serio. Provano allora  ancora a farlo parlare ma lui niente. Decidono di portarlo al pronto soccorso perché immaginano sia in stato di choc e mentre i due tipi vanno a cercare un medico, il pazzo per un attimo si sveglia dal torpore si volta verso di me e mi dice con la voce da Beruschi:

“Bella quella storia del padre. Ti ho notato sai? hai stoffa, diventerai qualcuno!”

Poi quando ritornarono a prenderlo rientrò nel suo stato vegetativo e buona notte.

Ho saputo, tempo dopo, che era stato radiato dalla Federazione e che gli era stato assegnato un certo stato di infermità con accompagnamento. Non credo si sia più ripreso da quel giorno.

Ieri ero a Grosseto perchè dovevo fare alcune commissioni. Ogni volta che torno nella mia città natale passo del tempo a bere a pieni polmoni di lei. Mi piace la sua aria e quell’odore di tiglio e acacia che si sente solo in Maremma in primavera. E mi piace ogni volta farmi un giro nei posti che sono stati importanti in quella che era la mia vita di allora e che adesso sembra lontana un secolo. Ad un certo punto senza accorgermene mi sono ritrovato davanti all’oratorio dove ho cominciato a tirar calci al pallone e sono rimasto come un babbeo per un tempo indefinibile là davanti. Vedevo scorrere davanti a me immagini di un tempo che non c’è più. Facce di amici che chissà dove saranno adesso e di altri che ogni tanto incontro ancora e che oggi sembrano essere dei vecchi nati vecchi ma che allora erano invece pieni di vita.

Dopo un po’ mi accorgo di una cosa che prima non avevo notato. Accanto all’oratorio c’è l’ospizio dei vecchi della città. E’ una giornata calda e ci sono molte persone nel giardinetto, si fa per dire, del posto più temuto da quelli che hanno una certa sensibilità. E vedo un tizio che mi sta puntando senza smettere e mi sembra anche che sia anche un po’ che lo sta facendo. Mi avvicino meglio e lui fa lo stesso e arriva fino alla ringhiera.

Lo riconosco. E’ lui. Il vecchio arbitro che fece il goal più bello della storia del calcio. Adesso è totalmente calvo e rugoso, si regge a malapena sulle gambe è magro finito e i suoi occhi sembrano quasi normali. Però la sua voce ha la stessa cantilena di un tempo e mi dice:

“Sai che ti ho seguito? Sapevo che avevi stoffa e sei davvero diventato qualcuno. Sono orgoglioso di te”

Prima che potessi dire qualcosa arriva di corsa un infermiera che mi sorride e mi fa: “Scusi sa. E’ pazzo non sa quel che dice. Adesso lo riporto dentro”.

Lui mi ha sorriso.

E a me invece sono solo spuntate le lacrime perché ho sentito la bellezza di qualche grazia profonda e mi sono sentito ubriaco come un bambino del latte della mamma.