Gildo

Stamani sono arrivato trafelato in macchina e ho parcheggiato in piazza del mercato, proprio sotto le mura.

Ero in netto ritardo sulla tabella di marcia e nella fretta di far presto ho rischiato anche di grattare la macchina, una Megane che avrà pure visto giorni migliori, ma alla quale tengo ancora tantissimo.Dovevo andare a fare qualche commissione in centro. L’idea originaria era di passare prima dal commercialista per sistemare alcune cosucce e poi in un paio di banche. Qualche direttore, infatti, ha chiamato pregando di fare un versamento perché sono troppo fuori dai fidi che ci ha concesso.

Gli venisse un bene.

All’improvviso me lo vedo parare di fronte. Imponente nel suo bel gessato di gran classe di un blu cobalto che non ricordo di aver mai visto. Mi fa il saluto fascista e urla:

- Camerata Masticone. A noi!

Mi fermo per lo spavento, lo guardo un attimo e poi dico:

- Ma te ne vai a cacare testa di cazzo? Mi hai fatto venire uno stolzo.

- Oh grullo – mi urla – non ti devi mica vergognare di essere uno di noi.

- Non lo sono per niente caro mio – rispondo ricominciando a camminare.

- Ma si invece. E’ solo che hai studiato un po’ di più e ti sei stupidamente convinto che la democrazia possa funzionare. Quando altro non è che la dittatura dell’imbecillità.

- Il pensiero non pagò mai debito. – gli rispondo.

- Finiscila ghiozzo – mi fa – dentro di te non sei diverso da noi. Ti conosco bene ormai. Non sei certo un comunista di merda.

- Su questo hai ragione. Ma non sono nemmeno fascista quindi finiscila di fare il bischero. – ordino perentorio.

- Oh Tattameo, abbassa i toni sennò ti sfiocino di nocchini sai? – intendendo dire, credo, che avrebbe usato le nocche delle dita per percuotermi la testa. Il “nocchino” è sempre stato diverso dal “biscotto” che è elargito con l’unghia dell’indice disposta di piatto, spesso a tradimento.

- Eia Eia baccalà – gli faccio per spernacchiarlo un pochino.

- Questa non fa ridere nessuno ed è più vecchia del cucco mio caro. – mi risponde.

Faccio finta di comprendere che cosa volesse dirmi e non chiedo altro, anche se non ho mai davvero capito bene chi cazzo sia sto “cucco” che tutti qua citano ogni due per tre.

– Sei fortunato – dice ancora. – Io non metto le mani addosso alle persone anziane e a quelle con cui madre natura è già stata severa. Quindi sei salvo.

- Sta zitto altrimenti ti prendo per un orecchio e ti scarto come una Golia.- rilancio a tono minacciandolo con un dito.

Quel fenomeno si mette allora di fronte a me in posizione da combattimento.

E’ totalmente svitato, faceva proprio sul serio.

Mi tocca dribblarlo lasciandolo sul posto con un bel doppio passo alla Biavati urlandogli:

- Dai cretinetti un c’ho voglia di ruzzare su. Ho un bel po’ di problemi che tu nemmeno ti immagini. Devo andare in banca che aspettano un versamento e non ho più il becco di un quattrino – gli dico sperando che si togliesse dalle palle velocemente.

- Vien via merdaiolo, sempre a piangere. Ti conosco da quanto? 30 anni? E sempre a piangere, sempre la stessa solfa. Oggi come allora. Chissà dove tu te li nascondi i guarini. Sono sicuro che li hai messi dentro il materasso – prende fiato mentre cerca di starmi a fianco – poi aggiunge – e per le tue mignottazze so’ sicuro non te li fai mai mancare di certo.

Mi giro un attimo e lo guardo negli occhi. A chiunque altro mi avesse detto una cosa simile avrei tirato una labbrata senza nemmeno dire una parola. Ma a Filippo Mastelli, in arte Gildo, posso perdonare tutto, perchè è uno dei pochi amici che mi rimangono della mia infanzia.

E pensare che da ragazzi lo trovavo insopportabile. E’ più giovane di me di qualche anno ed è figlio del proprietario di un paio di farmacie in città. Non ha mai avuto problemi di soldi e l’università l’ha vista con il cannocchiale anche perché ha ottenuto il diploma di ragioniere solo al terzo tentativo e da privatista.

Un vero crognolo.

A  fo’o è la parola giusta. Oppure abbestia, se preferite.

Negli anni settanta, quando davvero ancora esistevano le ideologie, lui era già così com’è adesso. Un folle esaltato di destra, nostalgico di un ventennio che aveva vissuto solo nei documentari in bianco e nero dell’Istituto Luce. Ed essere di destra in Toscana, per di più se estrema, non è mai stato semplice per nessuno.

Ci fu un periodo in cui nella sua incoscienza, lui con qualche altro gaglioffo della stessa risma cercava costantemente la rissa con le persone, cosiddette di sinistra, che frequentavano i medesimi posti: biblioteche, oratori, discoteche.

Io ero uno degli “altri”. Insomma da ragazzo ero un idealista e quindi finii inevitabilmente nelle fila di quelli che la gente come il Mastelli insultava con la formula classica de “i pelosi”. Non ho però mai amato menar le mani e quindi quando le cose si mettevano male, trovavo sempre la maniera per svicolare.

Lo chiamavamo Gildo perché, come nel famoso film interpretato da Rita Hayworth, Mastelli ci sembrava terribilmente eccessivo nei tentativi di fare sempre lo splendido. La sua spacconeria, i suoi atteggiamenti provocatori, sembravano rappresentare solo un tentativo di risolvere il conflitto tra la persona reale e la maschera che invece ci appariva. Gildo naturalmente non ha mai amato questo soprannome e solo sentirselo sussurrare a mezza bocca lo faceva scattare e il gioco stava proprio nel far sì che ciò accadesse.

Quando, anni dopo, ho poi cominciato a fare l’imprenditore e ho iniziato a vedere le cose da un’altra prospettiva e, soprattutto, quando ho dovuto imparare a relazionarmi con la follia del mondo sindacale non ho potuto che abbandonare le mie idee di sinistra. L’inevitabile arrivo dell’età della disillusione ha poi dato la mazzata finale ai miei sogni giovanili. Ed è stato allora che con Gildo abbiamo stretto i rapporti anche perché, prima di tutto, pure lui aveva raffreddato i bollenti spiriti. Si sa, con l’età anche i vecchi nemici finiscono per amarsi

Ogni tanto per farlo star meglio gli dico qualcosa che lui possa interpretare come l’ammissione dell’abiura dei miei vecchi ideali. E’ per questo che s’è convinto che io sia diventato fascista come lui.

In realtà a me francamente non frega più niente di niente da molto tempo. Qualcuno direbbe che sono diventato qualunquista. Uno che ignora l’aspetto politico del vivere associato.Ammetto che non avrei mai pensato di poter cambiare così. Eppure è successo. A un certo punto, ho smesso di volere ciò che avevo sempre voluto, e ho smesso di sputare su ciò che avevo sempre disprezzato. Improvvisamente, mi sono guardato allo specchio e ho scoperto di essere un altro.

Franza o Spagna purché se magna!

Gildo invece è sempre convinto che alla fine arriverà qualcuno che sistemerà tutto e ci salverà dall’entropia che ci sta portando lentamente alla deriva. Anche se forse non userebbe proprio questa parola perché ho motivo di credere che non ne sappia nemmeno il significato non essendo esattamente un “Maitre à penser”. Immagino che, molto più prosaicamente, direbbe soltanto che arriverà qualcuno che farà sì che i treni arrivino di nuovo in orario.

Stamani però non avevo voglia di restare a sparare cazzate con quel brindellone. Mi aspettavano due incontri che al solo pensiero mi era già venuto il mal di pancia e poi dovevo cominciare a prendere qualche informazione sul come mettere in pratica i miei propositi.

Lui però sembrava non aver per nulla voglia di mollare l’osso. Mi fa:

- Andiamo Mastica – gli piace chiamarmi così a quella fava di fuca – su, non farti pregare troppo, prendiamo un caffè assieme. Devo dirti un po’ di cose che mi puzza tu ancora non sappia.

- Dai, stai sereno, tanto ci si vede lunedì al calcetto. Si va a mangiare una pizza dopo e mi racconti tutto quello che vuoi adesso vado di corsa.

- Se ti dico che è roba forte mi puoi credere no? – dice ammiccando l’occhio destro

- Quanto forte? – lo sfidai

- Più dell’aceto.

- Sì, Bona Ugo. Ci si vede, Gildo.

- Ehi testa di cazzo, lo sai che non mi piace quando mi chiami così. Aspetta dai, si tratta di Cristina e Leonardo. Ci sono novità.

Mi fermo di scatto.

Lui sorride, sa di avermi in pugno e mi fa cenno di sederci in un Bar là vicino.

Con gli anni ho perso i miei ideali, tutti i sogni, molti soldi e chissà quant’altro ma la curiosità, la scimmiesca curiosità di bambino, quella è invece rimasta la stessa e Gildo lo sa fin troppo bene. .

-. Dimmi allora che cosa hai scoperto dei due fratellini.

Cristina e Leonardo Sibani sono due fratelli che conosciamo da qualche anno. Lei è un agente immobiliare di discreto successo, lui medico radiologo presso l’ospedale ed è quello che frequentiamo di più perché spesso si unisce a noi nell’imperdibile partitella a calcetto del lunedì.

Da quando ha cominciato a uscire con il nostro gruppo, Leonardo mi è sempre sembrato un tipo sospetto. Insomma ha un atteggiamento misterioso come se volesse nascondere qualcosa. Sempre sfuggente quando qualcuno gli chiede qualcosa della sua famiglia e del suo passato. Sapevamo che era stato tirato su, assieme alla sorella, solo dal nonno e per un po’ dalla madre che era però poi morta quando erano ancora piccoli, ma niente di più. Il padre era una figura avvolta nella nebbia. Pareva avesse abbandonato la famiglia molti anni prima e che loro questa cosa non gliel’avessero mai perdonata e che quindi avessero troncato ogni rapporto, nonostante ogni tanto questi mandasse qualche lettera per Natale o per i compleanni.

Ma tutto questo faceva parte del famoso mondo delle cose che si sussurrano di nascosto senza averne la certezza e che poi, come il classico gioco del telefono senza fili, finiscono per vivere di vita propria indipendentemente dal fatto che siano vere o meno.

Qualche volta ci aveva invitato a cena a casa sua e là avevamo conosciuto la sorella, molto carina e gentile, che a mezza bocca, di nascosto a Leonardo, aveva fatto qualche mezza ammissione sia pur non ben chiara su torbide vicende precedenti dicendo che era meglio non indagare perché era un capitolo troppo doloroso.

Com’è ben noto, il non sapere qualcosa che è fatto apparire velatamente incredibile, spesso nella provincia più becera crea fantasmi e mostri sempre più grossi di quel sono in realtà.

Gildo alla fine, proprio come un tordo, si è poi preso una bella cotta per Cristina e ha cominciato a fare il Ganimede, essendo più cacofonico che mai. Ci manca solo che quel moscardino con il viso fané si metta adesso a scrivere qualche madrigale e poi siamo tutti. La pulzella agognata in ogni caso ha il buon gusto di non comportarsi da salamistra e se in qualche modo comunque gli dà spago, è anche sempre attenta però a non farlo quagliare mai.

Sono convinto che lei si comporti così perché le è ben chiara la follia del federale mancato, ma questa cosa mi sono sempre guardato bene dal dirla al mio amico che riconosco in fondo essere persona di una qual certa sensibilità.

- So tutto – mi dice sorridendo trionfante, mentre butta giù una sorsata del Negroni, freddo marmato, che intanto il cameriere ci aveva portato. Perchè quando incontro quella merda mi obbliga sempre a bere anche fuori orario.

Decido di assecondarlo. Quando è così so bene che ha bisogno di benzina da bruciare per far accelerare la macchina.

- Dai, cazzo. Come hai fatto? E’ incredibile.

- Eh che ci vuoi fare, il fascino della camicia nera alla fine ha sempre successo. Nessuna donna può resistervi a lungo.

- Nooo. Davvero? Cristina? – sorrido nervosamente, perché so che quel bischero sta andando in sollucchero.

Gli stuzzichini che si stava ingurgitando avevano un suono strano. Sembrava che si spezzassero come legna bagnata.

Se fumassi avrei voluto una sigaretta in quel momento.

Lui si scola il resto del bicchiere sorridendo al punto che per poco il ghiaccio presente non gli va di traverso e lo soffoca. Si riprende con indubbia classe e conferma trionfante:

- Esatto Mastica. Esatto. – e si accende una bionda.

Lui si, fuma. Sa addirittura fumare.

- Vuoi dire che…..

- Si voglio dire che so tutto…

- Si ho capito ma vuoi dire che sai tutto perché….- e mimo il gesto del pugno chiuso che si muove dall’alto in basso e che internazionalmente significa “te la sei chiavata”.

Lo vedo rabbuiarsi e mi urla..

- Sei il solito maiale. Guarda che Cristina è una brava ragazza sai. Non ti pensare e anzi non ti permettere.

- No certo ci mancherebbe – arretro.

- Lei non è mica una delle tue mignottazze sai…

- Non frequento nessuna migna al momento ma comunque si, ho capito il punto.

- So perché lei mi ha detto tutto. Si è voluta liberare la coscienza aveva voglia di parlare e quindi adesso so tutto bello mio.

- E quando te le avrebbe detto questa cosa?

- Beh siamo stati a fare un giro ieri e alla fine ha vuotato il sacco.

- Siete stati a fare un giro e niente fichi fichi? – non resisto mai al desiderio di farlo incazzare. E’ quasi più forte della mia curiosità.

- Mastica mi hai rotto i coglioni. Te tu parli solo perché c’hai la bocca. Però c’hai anche una testa che ‘n te la mangia nemmeno il cignale in tempo di carestia.

- Scusami Gildo ma ti rendi conti che stai facendo il barbaresco? – dico cercando di instillargli almeno il dubbio di essere un po’ senese. Dato che il barbaresco altri non è che quel fesso che durante la sfilata del Palio a Siena vestito di tutto punto si fa un culo come una capanna a portare il cavallo della contrada a giro per piazza del campo per delle ore ma che poi sul più bello lascia la bestia a mani più esperte e più bramose che se la spupazzano ben bene.

- Va bene ho capito non ti interessa sapere, fa niente, sarà per un’altra volta.  – fa lui e si alza e sta per andarsene.

Sa come uscire da situazioni difficili il fascista.

Chapeau.

- Dai su, scherzavo. Tanto lo sappiamo tutti che alla fine te la sposi la Cristina. Ovvia fai il buonino, mettiti a cecce e dimmi che ti ha raccontato, via. –

Si risiede con lentezza sapendo che mi ha in pugno. Tira una boccatona dalla sua Marlboro. Traccheggia per godersi il suo piccolo trionfo ma alla fine non resiste e parte, sgangherato come sempre.

- Allora senti qua. Pare che una quindicina di anni fa il padre, che mi pare si chiami Silio abbia perso la testa per un tipo e sia scappato di casa.

- Un tipo?

- Un tipo – annuisce lui – neanche normale poi. – aggiunge.

- Che vuol dire neanche un tipo normale scusa? Esistono tipi normali che scappano con un padre di famiglia che ha due figli?

- S’è innamorato di un prete.

- E sti cazzi – non riesco a non dirlo con tutto il cuore perché la cosa effettivamente mi coglie alla sprovvista.

Lo vedo che comincia a venirgli la risarella e non posso negare che sia contagiosa.

- E il finocchione s’è pure spretato. Hai capito te…

- Vuoi dire che in tutti questi anni il babbo del Sibani si faceva il prete spretato di nascosto ai figli che intanto erano cresciuti solo che dal nonno?

- Si, e aggiungi pure che il prete spretato ha l’età della Cristina e che potrebbe essere il su’ figliolo. – Non sapevo più che dire. Era troppo anche per me che pensavo di aver visto tutto o quasi tutto. Mi ricompongo e faccio:

- Bene, certo che ora capisco il perché di tutti quei silenzi e imbarazzi.

- Cavolo è così. Averci il babbo che fa come il Marrazzo non è mica una cosa ganza.

- Ma che c’entra Marrazzo. Quello andava con i Trans. Un’altra cosa.

- Si si, sarà anche un’altra cosa ma a me mi sembra la stessa però.

- Ma vien via Gildo. Non è uguale su.

- Come diceva LUI: se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi ma se mi fermo non fate scherzi – e giù una risata.

- E mi sa che il Silio lo scherzetto glielo avrebbe fatto volentieri al pelatone di Predappio – insinuo

- Ora non esagerare come sempre, Mastica.

- Insomma al Babbo del Sibani gli piace il “culatello” – dico

- Si – conferma – e direi che gli piace pure fare i trenini. Tu Tuuu, anzi – mi dice dato che si sente in dovere di specificare per farmi capire meglio. – adesso parte il trenino pepepepepepè pepepepepè Brigitte Bardot Bardot, Zarzuela Zarzuela.

- Chattanooga Chou Chou – suggerisco.

- Che hai detto? – fa il crognolone.

- Niente Gildo tranquillo. Come dice il grandissimo padre don Livio Fanzaga, quello di Radio Maria: è incredibile come a volte Satana devasti la mente delle persone!

- Si come la tua immagino. Posso farti una domanda a te che hai studiato?

- E come no?

- Ecco secondo te, questa cosa.

- Quale cosa?

- Si ovvia, questa malattia che c’ha il loro babbo, è ereditaria?

- Ma dai che malattia Gildo. Sei il solito florilegio di cazzate.

- Flori che? – mi fa lui.

- Niente, niente, volevo solo dire che gli piace solo giocare a fare il locomotore non è mica una malattia e di sicuro non è contagiosa ne’ ereditaria. – lo tranquillizzo

- Insomma la Cristina e suo fratello sono normali?

- Per quanto ne so io pure il babbo.

Mi sentivo un po’ brillo. L’alcool dell’aperitivo mi aveva colpito alle spalle senza preavviso.

Il bastardo.

Alzo lo sguardo al cielo e vedo che le nuvole stanno disegnando un volto, il mio, credo. Fanculo a tutti. In particolare alle parole mancate e ai baci non dati e a tutti quei ricordi che ancora non riesco proprio a digerire. Fanculo al dolore e ai graffi sull’anima e soprattutto a tutti i Negroni sbagliati nei posti sbagliati al momento sbagliato.

- Posso chiederti un’altra cosa? – mi dice Mastelli.

- Sentiamo.

- Perché non esiste un cibo per gatti al sapore di topo?

Lo guardo e per un attimo penso che mi stia prendendo per il culo.

- Ma che cazzo di domanda è scusa?

- No davvero guarda questa cosa mi fa impazzire. Continuo a comprare una marea di scatolette e bocconcini di ogni genere per quel mostro che tengo in casa, ma tutti sanno di pollo, pesce o addirittura manzo. Continuo a chiedermi perché non c’è mai del sano cibo di topo.

- Si magari pure dietetico. – chioso io con sarcasmo

- Ecco lo vedi? Mi leggi nel pensiero. Non sarebbe più sano? Insomma non ti sembra logico?

Guardo l’orologio e mi accorgo che s’è fatto tardi e quindi decido che è l’ora di salutare quel chiorbone del Mastelli. Gli rispondo che ci penserò sopra e mentre pago una salaccata di conto, penso che quello che mi ha raccontato riguardo ai Sibani sarà di sicuro il leit-motiv di tutte le serate assieme con gli amici per i prossimi mesi.

In fondo, ammettiamolo, il pettegolezzo è arte,  muove un senso di morbosità che inutile negarlo fa parte di ciascuno di noi e a essa fa appello e lei, puntuale, risponde sempre presente.

- Ad maiora Filippo – gli dico mentre faccio per andarmene.

- Prima di tutto il budello di tu’ ma. – mi risponde. – perché ‘un si sa mai, te tu m’avessi insultato. Poi adesso mi spieghi che cazzo significa quello che mi hai appena detto.

- Niente Gildo, stai calmo non c’è bisogno di insultare la mia vecchia, porina lei, era solo un augurio per entrambi. Ci vediamo a casa di Alberto per la partitina a poker ok?

Mi sembra soddisfatto della spiegazione che gli ho dato e dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si allontana con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere ma certamente unico in ogni senso. Quando sono a una decina di passi da lui, sento che mi chiama e urla in mezzo a piazza Dante:

- Scusa un attimo, ma adesso che l’over è stato smascherato e che Boris è totalmente d’accordo con te che si fa? – preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa Mastica, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.

Lo sguardo acquoso a causa del Negroni non mi impedisce di cogitare in fretta un’inevitabile rappresaglia che tuttavia si esaurisce in un sano, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato, che è l’ultima cosa che gli dico prima di girar l’angolo.

Here we go

Alla fine ci sono cascato.
Insomma tante volte a dirsi che non l’avrei fatto. Che sarei stato diverso. E poi eccomi qua, bello tronfio nel cercare di capire come funziona un blog. Ovviamente senza riuscirci. Nel senso che dopo aver passato un’ora per farsi accettare un titolo che fosse ancora possibile avere, perchè sembrava che niente andasse bene, adesso mi trovo a cercar di capire come “customizzare” la grafica.
Mi sto rompendo. Sono basico. Troppo basico.
Mangiare, bere, cagare e poi.. qualche altra cosa, che capita sempre più di rado.
Quando penso faccio danni. Chiamo la mia testa Katrina. Lei è il mio uragano preferito. Dentro di essa compio delle sconcezze nefande anche quando penso cose positive o presunte tali.
Prima di aprire questo blog mi sono chiesto perchè davvero volevo farlo.
Mi sono dato molte risposte ma nessuna mi ha davvero soddisfatto. Non sono poi nemmeno certo che verrà mai letto da qualcuno.
E forse è pure un bene.
Le minchiate fanno male alla salute se prese a dosi massiccie.
E io, cari miei, sono il re dei cazzari.
Pensate che me ne vanti?
Manco per sogno. Io vorrei essere profondo e interessante e vorrei aprire nuovi percorsi al pensiero filosofico mondiale. Per anni ho provato a dimostrare di essere la reincarnazione di Platone o di Aristotele. Ho perfino sperato di essere almeno quella di uno dei minori. Che so, uno Spinoza qualsiasi.
No.
Io sono solo un cazzaro.
E se rinasco al massimo divento una porno star.
Altro che Socrate, io sono Rocco Siffredi. Senza però il suo attrezzo.
Insomma come dire sono una Mercedes ma ho un motore di una Punto.
Ma intanto tacabanda….
andiamo a incominciar….