La fine mese (o della disperazione)

Nell’immaginario di molte persone la vita di un imprenditore, piccolo o grande che sia, è spesso associata al bengodi, allo sfruttamento, al cercare modi per arricchirsi in modo subdolo e non legale e cose simili. Non nego che sia possibile che ci possano essere alcune persone che siano somiglianti a questo stereotipo ma, per quanto sia difficile crederlo, tutta la gente che conosco io e che fa questo lavoro esso è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà. Sto parlando di piccoli imprenditori come me, il 90% di coloro che fa impresa in Italia. Non di Confindustria e i suoi tycoon.  Parlo invece di uomini soli, in genere contro tutti, che spesso pagano colpe non loro.  Senza nessuno che prende le loro difese, senza sindacati, senza diritto a scatti di anzianità, senza diritto a un cazzo. A volte nemmeno alla pietà. Gente come noi finisce, senza rendersene conto, a vivere seguendo il tempo che ti viene dato dal tamburo delle scadenze. Da quando devi pagare a metà mese i contributi per le paghe dei lavoratori e poi le ritenute d’acconto e a seguire il pagamento dell’IVA. Non hai tempo di respirare un attimo che sei già a fine mese e devi far fronte alle ricevute bancarie dei fornitori e al pagamento delle rate dei finanziamenti che hai preso. E non sai mai come riuscirai a far fronte a tutto perché i crediti che vanti non riesci ad incassarli e sei a corto di liquidità e vai nel panico. Raccatti soldi ovunque ne trovi. Come i drogati vendono oro di famiglia per comprarsi la dose tu vendi tutto ciò che hai per far fronte ai tuoi impegni e chiedi aiuto a chiunque possa aiutarti. E incredibile a dirsi passa anche la fine mese. Non hai tempo di rialzare la testa che arriva però il momento in cui devi giustamente pagare chi ti ha prestato la sua opera, il suo lavoro e cioè i tuoi dipendenti, la parte principale dell’azienda, il nerbo, i quali ogni mese allungano la manina per chiedere quanto gli devi sia che tu i soldi ce li abbia o non ce li abbia. Affari tuoi, pensano loro. Sei o non sei il padrone? Riesci di nuovo sia pur con fatica immane, quasi improba, a far fronte a tutto ciò e quando te ne rendi conto, tra te e te pensi: “Cavolo, non so come, ma ce l’ho fatta!”  E ti senti felice.  Pensi che sei riuscito a fare un’impresa di cui nessuno mai ti ringrazierà. Nessuna medaglia sul petto o fanfare che aprono il passo al corteo per festeggiarti. Niente di tutto questo. In cuor tuo però la sensazione di essere un vincitore ce l’hai,  perché sai che, anche se non potrai mai spiegare a nessuno il miracolo che hai fatto, tu lo hai fatto davvero.I benpensanti moralisti credono che tu e tutti gli altri piccoli imprenditori come te siete gente che ruba, persone che fanno il nero e si comprano appartamenti con i soldi delle tasse non pagate. Affamatori che si arricchiscono alle spalle dei poveri dipendenti sottopagati. A te però non importa di questi stupidi pregiudizi. Perché sei consapevole di aver fatto un miracolo. Hai quasi sempre perso un altro pezzetto delle cose che avevi messo da parte o peggio che ti avevano lasciato i tuoi genitori, ma hai fatto fronte ai tuoi impegni. Hai salvato la tua azienda e anche il posto di lavoro per tante famiglie, in una parola il tuo onore e ciò ti basta per essere fiero di te stesso. Capita però sempre che, proprio mentre ti fai da solo quei complimenti che nessuno ti regala mai, non ti accorga che è già arrivato il tempo di ricominciare a pagare i contributi allo Stato perché è di nuovo metà mese. Ed entri in loop. Un qualcosa cioè che si rinchiude su stesso. Un ciclo infinito tremendo dal quale non riesci ad uscire. Per far fronte a tutto ciò attingi da qualunque risorsa sia possibile pescare. E contrarre debiti è la conseguenza più rilevante di tutto ciò. Poi, dato che non si può giocare sempre in difesa perché altrimenti finisce che il goal te lo fanno, ogni tanto cerchi di fare qualche ripartenza, qualche contropiede per tentare di mettere a segno la rete che ti permetta di vincere la partita. Le ripartenze, nel modo imprenditoriale, si chiamano investimenti. Ci sono tanti modi per definire un investimento. Io credo che essi siano essenzialmente soprattutto una sfida al mercato, per cercarvi la sopravvivenza. In un ambiente dove la saturazione è la regola, esistono però  opportunità per chi è disposto a rischiare e, parte dell’alea, consiste appunto nell’aumentare il proprio livello di indebitamento. Succede però che ti possa dire male anche se sei uno preparato e ti sei comportato in modo ineccepibile e professionale. Perché sei convinto di essere una persona seria e con la testa sulle spalle. Le cose a cazzo di cane non ti sono mai piaciute. Sei uno deciso, uno che valuta con attenzione ogni cosa e poi una volta convinto si butta anima e corpo dentro il progetto, perché non sei mica un cacadubbi e di sicuro pensi di non essere nemmeno troppo babbuasso. Hai pianificato ogni cosa, hai fatto tutte le analisi che dovevi, hai ben considerato tutte le minacce e le opportunità collegate ad esso e le forze e le debolezze e hai fatto pure le controanalisi per non sbagliare e non c’è niente che tu non abbia preso in considerazione. E quando sei convinto di aver preso la decisione giusta, BANG, ti arriva tra capo e collo la peggiore crisi economica mondiale dal tempo della grande depressione del 1929 e buona notte  ai suonatori. E pure ai pifferai.E anziché vivere nella tua città ti sembra di essere piombato all’improvviso in una incredibile gigantesca Cafarnao. Casinò royale è la parola giusta. Oppure pastiche de Dieux se preferite. E ti viene da pensare che questo sculo che ti porti dietro sia dovuto a qualche marachella che hai fatto da bambino. A qualche peccatuccio che non hai mai confessato, tipo quando di nascosto hai fatto i bisogni nella fonte battesimale, o magari di quando hai detto una bestemmia credendoci. Anche se però, pensandoci bene, negli anni a seguire mi sono comportato anche peggio: ad esempio ho barato a nascondino per il puro gusto di farlo e sono stato convinto che Maria de Filippi e Maurizio Costanzo avrebbero potuto generare l’Anticristo. Comunque sia, ecco qua che alla fine, la tua piccola società, il gioiellino che  hai tanto curato come fosse un essere umano per far si che crescesse e che da neonato al quale pulivi il sederino merdoso diventasse un bell’uomo distinto e forte  in grado di prendersi cura di chi gli ha voluto bene, si ritrova con un debituccio che non hai la minima idea di come potrai mai estinguere.  Non viviamo in una democrazia, ma in una culocrazia. Il potere non ce l’ha il popolo ma la fortuna sfacciata che ti può o non può arridere. E’ vero, in natura la legge del caso la fa sempre da padrona, dato che per farcela devi nascere forte e sano e in un ambiente non troppo ostile. Ma qua stiamo superando tutti i limiti e alla fine tu, che credevi di poter piegare le leggi immutabili del Menga e del Volga, non sai più come diamine fare perché ti sei succhiato tutte le risorse disponibili. Hai  sperato che la crisi che devasta l’economia mondiale terminasse, senza aver però fatto i conti con il fatto che quella stronza è più tenace della tua volontà di sopravvivere. E senza accorgertene diventi anche un coprofago. E ne mangi in quantità industriale senza alcun ritegno, fin quando non ne sei satollo. E questa cosa ti lavora ai fianchi e cominci a barcollare perché non sai come venirne fuori e soprattutto con chi e come parlarne. Perché i tuoi amici hanno, anche giustamente, i cazzi loro e alla fine non comprendono fino in fondo le mezze verità che racconti per evitare di sputtanarti del tutto. La tua famiglia al contrario forse potrebbe essere più proclive, ma tu non vuoi rovinare la loro esistenza allo stesso modo in cui è già rovinata la tua e quindi ti maceri dentro e covi rabbia e delusione e bile e bruci ogni giorno un po’ della riserva di speranza che avevi messo da parte per i momenti bui. E quando non ne puoi più le scelte che hai davanti non sono mica tante.

E puntuale come la morte arrivano infine le fine mese come quella di oggi. Quelle in cui non hai più un cazzo di niente alla quale aggrapparti.

Ieri sera ho staccato il cellulare presto perchè arrivavano messaggi più o meno minatori di chi avanza dei soldi e poi una persona a me cara mi aveva ferito non capendo alcune cose che mi sembravano lapalissiane, insomma, fatto sta che per qualche ora ho vissuto come se davvero fossi sulla Luna. Lontano dal mondo. Extraterrestre portami via, cantava Finardi. Un posto che un mio amico, chiama  “Il buco” . E come i bambini mi sono illuso che non arrivasse mai mattina perchè in quel buco ci stavo proprio bene, ma il potere di fermare il tempo ce l’aveva solo Giosuè e quello stronzone non ha mai spiegato che minchia di trucchetto avesse utilizzato. E così stamattina, l’unica cosa ragionevole da fare, era andare a chiedere pietà in banca. Le richieste di grazia vengono sempre respinte, ma per non lasciare niente di intentato sono finito in quella con cui mi sembrava potessi avere una minima chance di successo. Arrivo all’Istituto di credito prestissimo e passo dalla camera “iperbarica” che mi fa entrare e uscire tre volte, per depositare gli oggetti metallici in un armadietto. Già questo mi innervosisce.  Una volta dentro, come mi guardo attorno, sparisce subito anche l’ultima speranza che mi aveva accompagnato fin là, quella cioè che oggi gli Dei fossero, almeno un pochino, simpatetici con il mio dramma. L’aria è pesante. Lo si percepisce dalle facce degli impiegati e pure da quelle dei clienti in fila davanti alle casse. Non vola una mosca. E’ come se un senso di catastrofe annunciata, stesse per deflagrare rumorosamente dentro quei locali, arredati in modo dozzinale che pure quelli dell’Ikea sembrano di pregio, pieni di polvere perché, per risparmiare, devono aver tagliato anche su chi gli fa le pulizie. Davanti a solo due casse aperte c’è già una fila incredibile di persone e un vecchio mezzo sdentato, inveisce contro l’attesa che deve sembrargli insopportabile: «Quando c’era il Duce, non c’erano tutti questi briganti!». No, idiota, c’erano ugualmente, ma tu eri giovane e non avevi bisogno di implorarli. Non ho nemmeno voglia di regalargli un sorriso e mentre sto guardando dove andare, fermo in mezzo alla sala, una donna mi viene addosso e senza alcun motivo plausibile  mi rimprovera aspramente di intralciare il traffico. Così ha detto, giuro. Non le rispondo nemmeno perché sarebbe tempo sprecato vista la classica faccia da zombie che si ritrova. Una, per capirsi, che se qualcuno le chiedesse “Ha mai provato l’orgasmo?” risponderebbe “No, mi trovo bene con Nuovo Dash”. Finalmente arrivo davanti all’ufficio della direttrice e vedo tre altri in fila per parlarle. Ci guardiamo l’un l’altro. Non c’è bisogno di parole. I condannati a morti si rispettano l’un l’altro. Il fatto però che arrivi velocemente il mio turno è un bruttissimo segnale. Le espressioni di chi è uscito del resto non dava speranze. La porta è aperta, ma io, per educazione, busso lo stesso e mi presento. Il locale è grande ma privo di sole. La signora che ci vive prigioniera è veramente brutta. Ingobbita con lo sguardo freddo e duro come il ferro, non conosce la voce del verbo sorridere. La definizione più gentile che mi viene per lei è: Rutto di Dio. Ha la forma di un pezzo di prosciutto rimasto tra i denti. Mi fa cenno di sedermi sulla sedia di fronte alla sua scrivania. Non posso evitare di notare i suoi capelli rosso menopausa, che si è tinti, sono certo, da sola in modo pacchiano nella tristezza di un cesso, dove scommetterei che ci sia solo il suo spazzolino slabbrato e nient’altro. Sulla sua destra in una libreria piena di libri, intravedo che, tra trattati di contabilità aziendale e libri di diritto commerciale, ce ne sono alcuni di poesia di Carducci e Pascoli. Nel tentativo di cercare un briciolo di empatia per rompere il ghiaccio, le chiedo se, visto che sembra apprezzarla così tanto, avesse mai provato a scriverne qualcuna anche lei, di poesia.

«Io vivo nella poesia» mi risponde seria, «Da sempre. E’ una vita che vivo nella poesia»

Pensa che palle. Credevo fosse una cambiale. Invece era un haiku. Non faccio in tempo a finire la mia richiesta di aiuto straordinario causato dalla contingenza di mercato e dalla crisi che non concede tregua che lei, come un automa, parte con il ritornello che doveva aver già fatto a quelli prima di me e mi comincia a ripetere i motivi del perché non può assolutamente fare niente perchè le politiche dell’Istituto sono diventare ferree e in questo contesto è impossibile erogare nuovi finanziamenti a chiunque e quindi a causa di un rozzo egualitarismo, non può fare nessuna eccezione per me. Più la guardo e più convinco che l’industria del porno andrebbe considerata anche da un punto di vista clinico-riabilitativo, anche se capisco che non è facile entrare in un ordine di idee tanto metaforico. Inizio ad immaginarmi nerboruti attori di porno che la rifiutano come partner, invocando diritti sindacali, protestando e picchettando. Mi dice che la banca deve fare raccolta e non impieghi, deve prendere i soldi alla gente e non darli e che quindi la cosa che potrebbe fare al massimo è che, se io comprassi un migliaio di azioni del loro Istituto  che ha bisogno di nuovi soci per un valore globale di 50 mila euro, lei potrebbe allora metterle a garanzie per darmene indietro la metà come finanziamento.   La guardo e mi viene da ridere. Un riso isterico, venuto su spontaneo. Non riuscivo a smettere, perché se lo avessi fatto si sarebbe tramutato in pianto. Lei però, si offende e mi dice che non devo permettermi di insultarla a quel modo e che le ho dimostrato solo la mia scarsa cultura e il mio poco rispetto per il prossimo, soprattutto per la banca . E fortuna che vive nella poesia. Mi ricompongo e provo allora timidamente a cercare di spiegarle che se avessi 50 mila euro non le darei di certo a lei per comprare della merda e averne indietro 25 mila, le metterei tutti in azienda direttamente e che a proporre cose così era capace anche il “mi’ povero nonno in carriola quando era già stato colpito dall’ictus”. Lei, è irremovibile. Sorridendo in modo sarcastico mi sputa dietro, con livore, il fatto che l’economia italiana è in crisi per colpa di gente come me che non capisce l’importanza di operazioni così basilari che portano alla salvezza degli Istituti di credito e quindi di tutti coloro che hanno dato i soldi in gestione a loro.La guardo senza parole, come si può ammirare un prete che pontifica da un pulpito. La vice direttrice Grilli purga, depura, censura e castra, facendosi di fiori di Bach e catechismo. Ma, per guardare dall’alto qualcun altro, bisogna prima di tutto starci, in alto, intendo. E lei, che si dimostra così scolastica e gessosa, con un’idea di cultura che riviene dagli appunti di citazioni da primo anno della facoltà di economia che ha frequentato, è molto più in basso di me, nella mia personalissima classifica. La differenza tra una iena e questa maledetta? Che la iena ogni tanto almeno ride, cazzo!

«Vede signor Masticone non è una questione di cattiveria nei suoi confronti. Noi abbiamo l’obbligo di difendere i nostri azionisti e di far si che essi massimizzino i loro risultati grazie alla nostra professionalità e se non fossimo rigidi in casi come il suo tutto ciò non potrebbe accadere.»

I bastardi hanno la natura paradossale che, più sono merde, e più pongono attenzione a dimostrarti che non lo sono davvero, anzi a volerti convincere che sono proprio persone degne di alta stima e che, se te lo mettono in culo, è, se non per il tuo bene, almeno per quello della comunità allargata. Irreprensibili come sono, confessano la necessità di fregarti e la chiamano correttezza. Sempre a fare porcate e sempre a dare lezioni di buona condotta. E stecco dopo stecco, piano piano, nel culo, ti ci infilano tutta una fascina. Poi mi dice: “certo potremmo però smobilitare quel libretto che ha fatto per le sue figlie”. “Già, credo che potremmo” “Se prendesse  in considerazione che comprarci poi azioni del nostro istituto è un vero affare a questi prezzi credo che riuscirebbe a recuperare questi in soldi in poco tempo…”. E’ bastato uno sguardo per non farla andare oltre. E così è volato via un altro pezzo di me e dei sogni e degli impegni. E probabilmente non servirà a niente lo stesso.

If you are happy and you know it, clap your hand.

Clap, clap.

Non ho intenzione di rispondere ai commenti, quindi se qualcuno fosse interessato a sapere come sto adesso lo scrivo qua. Mi sento come il protagonista di “The Wrestler”, Mickey Rourke. Non sono bello come lui, ma sonato allo stesso modo si. Soprattutto mi sento come canta la canzone di Springsteen che gli fa da colonna sonora: “….se hai visto un uomo con un braccio solo dare cazzotti al vento, allora hai visto me, che busso a ogni porta e che me ne vado sempre senza qualcosa che prima di entrarci c’avevo. Sono però sicuro che sorridi quando vedi il mio sangue che tocca il pavimento. Dimmi, “fan”, puoi davvero chiedere qualcosa di più?….”

Convention

Oggi sono stato a Firenze, per lavoro. Dovevo incontrare alcuni fornitori ai quali chiedere pietà e, mentre avevo finito con uno, in attesa del secondo sono entrato in un bar di periferia. Uno di quelli in cui non sarei mai entrato in condizioni normali.

Insomma faceva schifo anche solo respirarci dentro.

Mentre bevevo il classico caffè, non potevo però staccare gli occhi da un tizio, un personaggio bizzarro, che aveva attirato la mia attenzione. Alto e magro e a suo modo elegante, aveva scambiato un paio di battute di politica con il barista che senza esitare gli aveva versato un bicchiere di bianchino. Aveva degli stivaletti rossicci e pantaloni bianchi, un gilet fuori posto ma portava con eleganza un gran naso, una barba non curata, una capigliatura più bianca che grigia, più lunga che trascurata.

Assolutamente unico nel modo in cui era vestito entrava e usciva dal bar. Sembrava avesse qualcosa dentro che lo agitasse come uno frullino. Una sigaretta appena tenuta sulle labbra, fuori a fumare.  E poi di nuovo dentro a prendere un altro bianchino. Ero quasi sicuro di averlo già visto da qualche parte, per quello mi attirava. Ma non riuscivo proprio a capire, nè dove, nè quando.

Passo del tempo a far finta di leggere il giornale ma intanto cerco di ricordarmi chi diavolo fosse. Ma niente. Non c’era vero. Non mi veniva in testa.

Poi lascio il bar e vado all’altro incontro. Di nuovo a chiedere pietà a un altro fornitore. Parlando della crisi e della necessità di allungare dei pagamenti. Solite storie di piccoli imprenditori in crisi.

Finito quell’incontro, prima di ripartire per Lucca, mi ritrovo più o meno inconsapevolmente di nuovo nello stesso bar. E quel signore, quello di prima, era ancora là. Probabilmente aveva finito anche lui le cose da fare  Un altro bianchino, un altra sigaretta. E poi di nuovo fuori. E ancora dentro e poi fuori. Senza posa.

E proprio mentre lo vedevo fumare come un ossesso mi sono ricordato come e quando l’avevo conosciuto.

E’ stato tanti, tanti, anni fa. Quando io per cercare di pagarmi gli studi facevo l’informatore scientifico. Un modo come un altro per raccattare qualche soldo onesto in attesa di partire per la mia avventura alla conquista del mondo. Ricordo che una volta partecipai a una delle  Convention aziendali. Uno di quei posti in cui si fa in modo di dare sniffate di positività alla struttura di vendita, premiando i migliori e umiliando i più scarsi. Dove vige una specie di legge della giungla e dove ti obbligano a urlare il tuo entusiasmo anche se hai il cuore a pezzi. Io ero molto giovane e non me ne curavo. In fondo sapevo che per me non sarebbe stato per sempre. Ma già allora mi era chiaro come queste Convention siano un obbligo per alcuni e un privilegio per altri. Posti in cui ci si prende troppo sul serio.

E’ proprio dentro le Convention che esplodono dinamiche  strane e a volte surreali con le strutture aziendali che fanno finta di nascondersi e invece sono là in bella mostra a far vedere i loro muscoli. Tutti quelli che sono lì, ci sono perchè lavorano assieme, non per altro. E c’era anche quel signore che adesso beveva bianchini in continuazione e che fumava come un ossesso.

Aveva un nome strano che non saprei più dire ma mi ricordo perfettamente che, molto più giovane di adesso fu chiamato sul palco a raccontare della sua esperienza di venditore tra gli applausi dei colleghi di allora. Disse addirittura a un certo punto che lui aveva interrotto le sue ferie per tornare al lavoro e inoltrare un ordine che altrimenti sarebbe passato il mese successivo. Io lo guardavo esterrefatto ma tutti intorno lo osservavano come una specie di eroe aziendale.

E quella convention finì in un modo assurdo. Quel tipo, l’eroe aziendale, fu prima onorato da tutto l’establishment dell’azienda che disse a tutti che proprio lui era l’uomo al quale ognuno di  noi avrebbe dovuto fare riferimento come modello di vita. Lui era il prototipo di come saremmo dovuti diventare noi. Specie quelli come me alle prime armi.

Poi l’eroe chiamò sul palco una serie di persone e attaccò in testa a ciascuno di loro una fascia dove c’erano scritte i nomi di alcune molecole, tipo HDO, oppure colesterolo , progesterone, queste cose qua. E la scena seguente era che vedevi signori di cinquanta o sessant’anni con magari famiglie e figli, una loro dignità umana e professionale che si aggiravano vestiti da colesterolo trasportavano piccolo sfere di plastiche che rappresentavano l’ossigeno o i grassi o chissà che, con la faccia triste di chi sa che deve essere messo alla gogna come gioco di ruolo della società per la quale lavoravano.

E l’eroe bello e spavaldo rideva di gusto.

Prima di uscire non ho potuto fare a meno di interrogare il barista che evidentemente lo conosceva bene. E così mi ha detto che quel signore distinto dal profilo importante non lavora più, moglie e figli l’hanno lasciato e lui gira sempre là attorno. Aveva un ufficio importante, sembra che fosse diventato un pezzo forte di una grande multinazionale e poi aveva fatto una carriera politica interessante ed è arrivato perfino a diventare assessore di qualche cosa da qualche parte.

Fino a quando lo hanno beccato mentre si prendeva una bella bustarella…

 

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La crisi

Per non essere travolti dalla valanghe occorrerebbe imparare dagli stambecchi.

Questi animali sanno come muoversi benissimo, sanno dove non è opportuno andare e soprattutto aspettano che la neve si sia ben assestata prima di avventurarvisi. Qualcuno ha studiato e ha osservato che gli stambecchi si muovono nel raggio di cinquanta metri dai loro ripari, anche per più giorni, dopo che è avvenuta una nevicata abbondante. Anche per la scelta dei pendii sono attenti a quelli che utilizzano. In estate vanno ovunque, ma in inverno scelgono sempre e comunque quelli esposti a sud che sono quelli dove il manto nevoso si stabilizza prima.

Ecco perchè per prevenire il rischio di valanghe occorrerebbe studiare gli studiare gli stambecchi e applicare le loro teorie anche alle nostre vite. Quelle di tutti giorni.

Lo sapete come funziona una valanga?

Una grande massa si stacca dalla montagna e inizia a scivolare a valle travolgendo qualunque cosa incontra sul proprio cammino. La velocità a cui viaggia la neve raggiunge e talvolta supera i 300 chilometri all’ora. E la massa aumenta notevolmente durante questa discesa a valle. Fino a raggiungere dimensioni gigantesche e una forza distruttiva incredibile. La massa aumenta perchè scendendo la neve stacca e porta con sè anche tutto ciò che incontra trascinandolo con sè in questa corsa folle.

Non so se vi è mai capitato di vedere una valanga. Una dal vivo intendo.

A me è successo. Su un canalone dall’altra parte della valle mentre ero su una pista da sci.

E me ne sono accorto per il rumore. Perchè una valanga che scende lungo il fianco di una montagna fa un rumore inimmaginabile specie se si considera che alla fine è solo pulviscolo di acqua ghiacchiata.

E così da allora quando sento usare la parola crisi, a me viene in mente quella cosa lì. Mi viene in mente il rumore e quella sensazione di inarrestabilità che proviene da un mucchio di neve che cade da una montagna a quella velocità.

E travolge tutto, senza rispetto. Alberi, rocce ogni cosa.

Case no. Le case non vengono quasi mai travolte.

In genere cioè non si costruisce dove è possibile che possano arrivare valanghe.

Ecco questo però è un accorgimento che non sempre prendiamo nella vita di tutti i giorni. Non sempre quando viviamo, lavoriamo diamo noi stessi tutti i giorni, stiamo attenti a non costruire casa dove potrebbe scendere una valanga. E il più delle volte lo facciamo perchè pensiamo che lì una valanga non potrebbe proprio cadere. Non prendiamo nemmeno in considerazione l’idea che possa succedere. Perchè in tanti casi non sappiamo nemmeno cosa sia una valanga.

Perché quando siamo travolti dal fascino del lavoro e del denaro, o semplicemente di una donna, non prendiamo misure di sicurezza.

Accumuliamo le cose come se quella fosse l’unica ragione di vita. Più abbiamo fame e più mangiamo e più mangiamo e meno siamo sazi. Poi però arriva un momento impercettibile in cui si alza la temperatura anche di pochissimo, anche di mezzo grado. Oppure arriva un’onda d’urto che è provocata da qualsiasi cosa. Ecco e all’improvviso, senza preavviso, si crea una crepa minuscola.

E la valanga viene giù.

E non viene giù per gradi e non viene giù solo la parte inutile, quella in sovrappiù. Quella che avevamo accumulato in maniera dissennata. No, no.  Viene giù tutto. Sin dall’origine, fin dall’inizio, fino nella parte buona.

E io non lo so come nascono le crisi personali o di coppia e non ho mai capito quali siano le dinamiche che stanno alla base di queste crepe che si formano in strutture che fino ad un attimo prima sembrava fossero perfette e solide. Quello che so però è che l’effetto non è gentile. Non è dolce.  L’effetto è sempre devastante. Sempre totale. Perchè ogni crisi è come una valanga che non dà scampo e non chiede permesso. Ma soprattutto non dà alcun preavviso.

La cosa però che ho imparato e che un po’ mi rincuora è che nel novanta percento dei casi è proprio l’uomo a innescare la cascata della neve. Come dire che le valanghe non è che vengano giù proprio per caso ma per quanto improvvise c’è sempre una causa che le scatena.

Questo ovviamente non mi mette al riparo dalle crisi nè tanto meno dalle valanghe ma almeno so, che se è colpa mia, posso trovare un modo per muovermici, senza per forza fare franare tutto.