Lasciarsi al tempo di hip hop

Oggi è uno di quei giorni in cui, sentendo di non avere dentro niente da dare al mondo, avevo deciso di starci lontano. Ho, allora, evitato tutti con l’accortezza che è tipica di chi non vuol dare alcun tipo di spiegazione a nessuno e  sono finito a battere sentieri e strade nuove che inevitabilmente, senza che me ne accorgessi, mi hanno riportato bello dritto proprio dentro a quel mondo che volevo evitare. E così ,dopo essere andato a Pisa a mendicare come un accattone pietà a una direttrice di banca molto più interessata a sentire la collega dirimpettaia di scrivania, che raccontava di come era figo un nuovo locale, piuttosto che le mie lamentele su aiuti finanziari che non aveva alcuna voglia di concedermi, ho deciso che, fanculo a tutte e due, ci sarei andato anche io in quel posto alla faccia loro, almeno  a farci colazione.

Ognuno di noi urla la propria rabbia al mondo in mille modi. Io mangiando brioches alla nutella e tracannando cappuccini alla faccia delle  due bancarie tristi e solitarie. Era la mia botta di vita settimanale.

Decido di prendermela comoda. Le sveltine le lascio ai ragazzini. Se devo godere, devo farlo bene e quindi mi siedo e leggo il giornale. Il posto per la verità è niente di speciale. Un bar di ultima generazione con diversi tavolini in stile Ikea che può piacere solo a chi vive nel mondo super iper giovanile. La musica che sparano le casse ovation che hanno messo tutto intorno alla hall è in realtà rumore per le mie orecchie. Credo che possa essere hip hop, o qualche altra merdata del genere. So solo che mi provoca fastidio. Ci sono diversi avventori, nessuno di loro però cattura la mia attenzione. Mi viene da pensare che guardo gli altri con le lenti tristi del mio attuale stato d’animo. Sto per alzarmi e andarmene, quando mi accorgo che due tavoli più in là si sta consumando un piccolo dramma. Una coppia che sta per scoppiare. Lui, sulla trentina, bel ragazzo con giacca in pelle e capelli lunghi. Faccia da schiaffi. Lei, più giovane, bionda naturale con occhi bagnati che le sciolgono il trucco agli occhi. E’ un po’ sovrappeso. Ha l’aria di una donna che non potrebbe mai essere la compagna di un tipo come quello che le sta di fronte. Se dovessi tirare a indovinare direi che sia stata conquistata per scommessa. Non ci vuole molto a capire chi è che lascia chi. Immagino che la scelta di incontrarsi in quel locale deve essere stata di lui. Si sarà sentito a suo agio perchè lo frequenta la sera e comunque ha l’aria di chi sa molto bene che è difficile fare scenate in mezzo ad estranei. Specie se si è persone educate e sensibili. E la bionda cicciottella lo sembra, eccome.

Non è da gentiluomini farlo, me ne rendo conto, ma ho teso l’orecchio per sentire cosa si dicevano. Doveva essere già un po’ che stavano parlando e lui era stato preso da una strana vena poetica. Sembrava D’Annunzio:

“Prova a pensare in termini di ponti bruciati e di stagioni che devono finire. Il fiume si getta nel mare ma poi rinasce ancora. Non piangere tesoro, ogni cosa deve avere una fine. Anche la nostra storia”

“Io ti amo Michele. Io ti amo e posso farlo funzionare questo amore. Dammi la possibilità di dimostrarlo.Ti prego.”

“Come pensi di poter fare? sei davvero così sciocca da non capire che è impossibile?”

“Perchè sei così crudele? che cosa ti ho fatto?”

Lui si volta verso di me. Non credo nemmeno si sia accorto che li stavo ascoltando. Fa solo scena. Un vero attore. Poi le dice:

“Tu sei come un ospite che è restato troppo a lungo nella mia vita. E adesso è tempo di andartene. Non fare scenate per favore”

“Sono stata l’ultima a capirlo vero? Lo hai detto a tutti. Persino a quella troia che ti scopi da tempo. Pensavi che non l’avessi capito?”

“Quando è stata l’ultima volta che mi hai visto sorridere quando stavamo assieme? te lo ricordi?”

“Ma che c’entra, sei un bastardo. Adesso te ne vai da lei e mi lasci qua, da sola. Dopo che mi avevi giurato che sarebbe durata per sempre.”

Lui decide di non risponderle più. Non ha più parole da regalarle, nè voglia di consolarla. Lei ha letto tutte le pagine del libro di lui e le conosce oramai a memoria. Arriva la parte più difficile. Lui deve andar via e si alza come a dire “Beh è tutto.” Allarga le mani e va sul patetico “Non ti scorderò mai”. Il vaffanculo che segue è ampiamente meritato. Lui incassa felice, quel gesto di reazione gli dà la forza di fare una cosa che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a compiere. E la lascia là. Lei scoppia a piangere a dirotto. Lui non si volta. Lei si e urla il suo nome. Lui tira dritto ed esce senza pagare, facendo cenno al barista che lo farà la biondina dopo.

“Stronzo pezzo di merda” sussurra lei.

Parte un’altra canzone che trovo aberrante. Vorrei far qualcosa per consolare quella ragazzina. Vorrei dirle che tra qualche tempo si sarà scordata di come si sente in quel momento. Sarà tra le braccia di un altro ragazzo a dirgli quanto è più bravo e più fico di quello che l’ha piantata in un bar con arredamento svedese, nel centro di Pisa. Vorrei dirle che ognuno di noi ha i suoi cimiteri interiori che ogni tanto visita, anche fuori orario e che ,una nuova lapide al suo interno, non lo renderà più orribile di quanto già non lo fosse prima. Vorrei poterle dire tante altre cose, ma se solo mi avvicinassi penso che qualcuno potrebbe pensare che sono un pedofilo in  azione camuffato da cicisbeo. Allora non faccio niente. Niente di niente. A parte alzarmi andare alla cassa e pagare. Pagare anche per lei intendo e per per il suo ex ragazzo. E poi esco.

Non faccio che una decina di metri che sento una voce che mi chiama:

“Signore, ehi signore” mi voltò e vedo la ragazzina che non piange più. Anzi, mi sorride, e un po’ rossa in volto mi dice:

“E’ stato veramente gentile sa? il primo gesto gentile che ho ricevuto da stamattina. Grazie di cuore. Mi fa stare un po’ meglio”.

Il suo sorriso è contagioso. Quel suo sorriso mi entra dentro e mi fa scordare, la banca, la crisi, i casini e persino l’hip hop.

“Grazie a te invece. Prima di vedere il tuo sorriso ero triste, adesso lo sono meno. You made my day” le dico pensando che riuscisse a capire che cosa intendevo. Lei mi guarda invece con faccia interrogativa. Penso che va bene così. Inutile darle spiegazioni.

“Sappi che, anche se adesso ti sembra impossibile, ce la farai. Ce la fanno tutti.” le dico.

E lei sorride ancora, questa l’ha capita.

Spero solo di farcela anche io.

Licantropi

Io ti guardo, tu mi guardi e la luce dei tuoi occhi mi riporta come un tempo al paese dei Balocchi quando il cielo era sereno e non era così nero. Poi i pensieri pessimisti se ne vanno tra i ricordi se ti tengo tra le braccia ed aspetto quando dormi e se poi fai brutti sogni
trovi me quando ti svegli.

Poi la luce del mattino fa disegni contro il muro e ci dice di vestirci sarà forse un giorno duro.
Ma se torno e ci sei ancora niente mi fa più paura.

Il nemico

Ieri sera mi era presa male.

Ripensavo a tutte le persone che in qualche modo mi hanno ferito e a quelle che, più o meno volontariamente, ho ferito io.

Troppe. In entrambi i casi.

Persone alle quale hai dato il tuo cuore o la tua amicizia e loro ci hanno cucinato un favoloso dessert-pappone per i cani e quelle che hanno dato le stesse cose a me e che io non sono stato in grado di tener di conto.

Ho scoperto una cosa che una persona normo-dotata sa benissimo sin dalla tenera infanzia.

Ero cioè bravissimo a trovare scuse e giustificazioni ai miei comportamenti, per i quali riuscivo sempre a trovare la “ratio” che li aveva determinati, riuscendo alla fine ad assolvermi agli occhi della mia coscienza, ma quando si trattava degli altri la cosa non funzionava affatto così. Loro erano ingiustificabili. Erano nemici. E ai nemici non si perdona niente, specie in tempo di guerra.

Ho pensato alla donna che mi diceva ti amo la mattina per scopare con un altro il pomeriggio o all’amico che mi aveva abbandonato quando avevo bisogno della sua presenza e a tutti quei tradimenti minori, fatti di piccoli gesti quotidiani mancati che piano piano scavano solchi che senza accorgertene ti fanno allontanare da una persona senza sapere nemmeno bene perché.

E mi montava la rabbia. Non so dire se era rabbia unidirezionale, in parte era pure rivolta verso me stesso per non essere stato in grado di gestire e controllare processi apparentemente semplici che sapevo mi avrebbero fatto male. Lo sapevo, ma lo stesso non riuscivo a gestirli. Una cosa devastante per un presuntuoso di merda come me.

Poi è successo che ho ricevuto una mail.

Era di una donna che qualche tempo fa mi aveva fatto molto male. Era un po’ che non ci sentivamo. La apro con circospezione come si fa con tutti in pacchi che arrivano dal “nemico” e scopro che lei mi parlava d’altro, come se quello che era successo tra noi non fosse mai capitato. Una cosa del tutto estranea alla vita che ci aveva in qualche modo legato. E ne parlava con leggerezza. Con la dolcezza di una bambina che aveva voglia di condividere con me una cosa del tutto insignificante.

Mi sono messo a ridere come un matto.

Perchè non volendo quella donna mi aveva fatto capire che lei non era il mio nemico. Che lei sono certo aveva pure trovato le sue belle giustificazioni a quello che mi aveva fatto, ammesso che se ne fosse mai davvero accorta. E che non ha senso provare rancore o odio o anche solo fastidio al pensiero per qualcuno che ha incrociato la strada con te. Forse chissà, quello era il suo modo per dire “Pace”, la vita è breve inutile farsi del male inutilmente provando rancore.

Questa cosa mi ha così colpito che ho deciso che voglio chiedere “Pace” a tutti i miei “nemici”.

Ovviamente la lista è lunghissima e quindi non sarà possibile farlo subito. Ma volevo fare un gesto, un qualcosa che nel mio immaginario, potesse permettermi di dire ai miei “nemici”: Pace fratelli!

E mi sono allora ricordato di un racconto che ho letto quando avevo, non so, forse dodici o tredici anni, una vita fa e che allora mi aveva colpito tantissimo e al quale avevo continuato a pensare per anni ma che poi era svanito nel nulla.

Fino a ieri sera.

Ieri sera è tornato prepotente nella mia testa e ho deciso di farci un post per farlo leggere a chiunque passa da qua.

E’ famosissimo e quindi è probabile che la maggior parte dei naviganti che si ferma su questo porto lo conosca già, ma lo stesso mi emoziona oggi come allora e chissà magari anche a voi potrebbe portare delle emozioni e farvi dire “Pace” con i vostri di nemici.

Il suo titolo è “Sentinella” l’ha scritto nel 1954 Friedrick Brown, breve e agghiacciante, ribalta gli schemi della fantascienza  il soldato solo nella terra aliena, coperto di fango e immerso nell’orrore della guerra, non ha colore né razza né bandiera. Ancora oggi questo racconto shock conserva intatto il suo messaggio.

Pace a tutti.

 

=========================================================================================

 

“Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato.

Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto.

Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.

E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.

Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…