Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Le parole che non hanno il senso del Tempo

Ci sono occhi che toccano come mani e, senza che te ne accorgi, finisci con il ritrovarti lividi in posti strani.  E ci sono anche solitudini che si attorcigliano su se stesse e che si comportano come  polpi trascinandoti in posti dell’anima dove tutto puzza di pneumatico e di spazzatura. Mi disse che quando la vide scendere dal treno la sua vita si era come fermata. Avevano fatto il viaggio da Reggio Calabria a Milano nella stessa carrozza, senza dirsi una parola. Eppure con gli occhi si erano raccontati ogni piccolo particolare delle loro esistenze. Era in grado di poter dire di lei cose che nessuno sapeva, nonostante non avesse mai sentito il suono della sua voce. Questo perché, in mezzo a  passeggeri che  passarono il tempo a mangiare, urlare e rimproverare i ragazzini che disturbavano con i loro giochi infantili,  si erano amati come forse solo Romeo e Giulietta avevano fatto prima. Lei aveva la carnagione scura, una pettinatura da temporale e una singolare elegante tristezza che le riempiva il viso come un velo d’acqua. Una pozzanghera nella quale lui avrebbe voluto infilare il piede. Per tutta la vita. E cosi le chiese di sposarlo. Con gli occhi. E lei, allo stesso modo, sorridendo gli rispose si. Successe, proprio mentre la donna si accingeva a scendere a Piacenza. Lui, però, non ebbe il coraggio di alzarsi e di seguirla. Né di fermarla. O di abbracciarla. Timido e impacciato come tutti coloro che non sanno come fare il passaggio finale per finalizzare l’azione perfetta.  E rimase là, paralizzato,  a guardarla da sopra la vettura, mentre lei, tremando, attendeva sul binario che lui trovasse la forza per raggiungerla. Poi il treno ripartì, e fu solo allora che l’uomo capì la bestemmia che aveva appena urlato contro Dio, senza nemmeno aprire bocca e, mi confessò,  che in quell’istante gli sembrò di essersi trasformato in una caramella sputata sul marciapiede, con tutte le formiche che ti salgono addosso.

Perse il suo cuore dietro a un finestrino di un treno, quel giorno in Emilia. E non lo trovò mai più. Negli anni lo aveva poi sostituito con un transistor che ascoltava per mezzo di auricolari dai quali si sentiva uscire sempre musica italiana di un tempo che fu e con una Madonnina di Lourdes che teneva legata al collo alla quale aveva chiesto la grazia di poter ritrovare il suo amore. In cambio aveva preso a battezzare gli animali che incontrava, cercando però di annegare i rimpianti nell’alcool  per avvelenare lentamente il fegato, giocando a tressette con i suoi fantasmi e con quell’angelo radioattivo che la bussola rotta dei suoi pensieri ogni tanto gli mandava.  Aveva occhi da vampiro, un sorriso da torero e l’espressione di uno che aveva visto città  che in realtà erano deserti con appoggiata sopra tanta gente che cercava di fuggire da qualcosa. Era tuttavia anche pieno di sorrisi e pianti che sembravano non potessero portare da nessuna parte, ma che, quando li notavi,  ti stringevano forte il cuore. Dava, soprattutto, l’impressione di uno che poteva seppellire i propri stronzi ovunque volesse. Cosa che ammiro in modo particolare perché so quanto sia  difficile riuscirci. Certo,  la clessidra nella sua testa, gli nascondeva forse un po’ di sabbia e lui non sempre pareva in grado di poterla ritrovare e c’era anche quel maledetto puzzo delle sue sigarette senza filtro nauseabondo, ma sapeva pregare anche da ubriaco e sono quasi certo che riuscisse a sognare persino senza occhiali.  Lo so perché, a casa sua, un giorno trovai un binocolo di plastica blu nel quale si vedevano diapositive di Bordighera, un orologio con la faccia di Paperino sul quadrante e un accendino a forma di rivoltella. Quando gli regalai la mia vecchia stella da sceriffo con su scritto “Marshall” fu contento come un bimbo e mi disse “Un giorno magari scriverai pure di me”.  Annuii e mi incalzò. Voleva sapere di più. “Cosa dirai?”. Gli risposi che avrei scritto che era un uomo che era stato troppo a lungo in candeggina eppure non si era scolorito più di tanto e che,  per questo, aveva ancora la forza di cercare un numero che non voleva proprio saperne di uscire. Sorrise e accendendosi l’ennesima sigaretta aggiunse: “Penso che prima o poi capirai anche tu che arriva un’ora del giorno che spaventa le finestre ma che raddrizza il cuore.” Ricordo che pensai che siamo stati tutti creati per fare le cose facili e sopravvivere a quelle difficili, ma non glielo dissi perché sapevo che mi avrebbe risposto che ci sono persone che le cose le sanno fare solo per bene senza pensarci troppo sopra. Sempre. E poi ci sono gli altri.  Del resto credo fosse anche un convinto assertore del fatto che la sanità mentale è unicamente un’imperfezione della natura. C’era una mosca che dava fastidio e lui arrotolò il giornale e cercò di ammazzarla ma mancò i tre o quattro colpi. “Non è la tua giornata” gli dissi ridendo. “Se per questo non è neanche la mia settimana nè  il mio mese nè il mio anno nè la mia vita.”

Il Tempo comunque è bravo a togliere i segni che qualcuno ti lascia addosso. Lo fa non per bontà ma solo perché ansioso di lasciarci i propri, eppure può essere che, dopo che hai compreso di essere soltanto uno dei tanti giocattoli con la carica, uno di quelli a cui dai qualche giro di chiavetta e quando si scarica, pace, un giorno tu finisca per confessare a te stesso di voler davvero bene ai tuoi lividi. Succede allora che il Tempo cominci a perdere sangue dal naso e getti la spugna, crollando sul ring. E così ieri, quando sono venuti a portarlo via i meccanici vestiti di bianco, che hanno cercato prima di farlo camminare come si fa con un frigorifero e poi l’hanno sdraiato su un lettino legandolo come uno di quelli animali che lui battezzava, mentre annaspando cercava aria per i polmoni, con gli occhi chiusi  ha sussurrato:

“Vi prego fatele sapere che sto morendo”

Il tempo di morire

A un automobilista ubriaco non importa proprio niente se hai smesso di drogarti da cinque anni e finalmente stai di nuovo bene e hai incontrato la persona giusta e la ami in modo folle. Men che meno al camionista assonnato o al tizio che sta mandando sms dal cellulare mentre viaggia a 100 km/h in città e che non ha la minima idea che forse tra due mesi ti nascerà  un figlio. Se ne fottono del fatto  che magari era tutta la vita che scrivevi o che dipingevi o che facevi fotografie e che, proprio quella settimana, avresti firmato il contratto che ti avrebbe cambiato l’esistenza.  Già, perchè per quanto ci affanniamo a convincerci del contrario, siamo tutti parte del grande gioco del destino. Ogni patetico sforzo che facciamo e gli esorcismi che pratichiamo credendo possano davvero funzionare, non servono a niente.

Cosi, quando stamattina ti ho visto disteso per terra all’incrocio sulla “Pesciatina” con un telo bianco che ti copriva è a questo che ho pensato. Al fatto cioè che danziamo tutti i giorni con l’inevitabile, ubriacandoci di vita solo per cercare di sopravvivere alle nostre paure. Ti ho riconosciuto dagli scarponcini di pelle nera con bordo di velluto marrone che tanto mi piacevano. Impertinenti, di restare nascosti proprio non avevano alcuna voglia.  Facevano capolino, da sotto, urlando a tutti: Ehi signori, guardateci. Non lasciate che mandino anche noi al macero come questo povero Cristo che ci ha comprato e che finirà sotto terra. Poi, poco più in là, ho visto il tuo inconfondibile scooterone da tamarro mezzo distrutto, in mezzo a un lago di sangue. Aveva ancora l’adesivo con la foto di Neil Young davanti. Ricordo bene  di averti detto che ne avevo uno identico sulla mia ET3 da ragazzo. Eppure, ti prego di perdonarmi, non riesco a rammentare il tuo nome. So solo che ti chiamavamo “puntura” perché facevi l’infermiere. Questo maledetto vizio dei soprannomi. Il tuo volto si, però. Quello non lo scordo.  Abbiamo bevuto assieme molte volte. Stavi con una ragazza dalla faccia tutta storta che veniva fuori da una famiglia come tante e che ha una canina di piccola taglia che ha chiamato Tiffany. E io ho sempre pensato come cazzo si facesse a chiamare un cane così: Tiffany. Non te l’ho mai detto, ma ho immaginato i vostri figli con nomi altrettanto assurdi, che so, Jacob o Matthew. L’ho fatto perche la tua donna sembrava molto presa da te. E chissà, forse già vivevate assieme e io non lo sapevo. Sono però  certo che ancora lei non sa che cosa ti è successo. Non ha ancora idea che tutti i vostri piani sono andati all’aria. Magari sta lavorando in ufficio e proprio in questo momento sta dicendo alla collega che stasera avete prenotato all American Dinner a Pontedera e che dopo farete sesso selvaggio nel letto Ikea comprato solo da una settimana. E starà ridendo di gusto alla sola idea che si possa essere felici anche di lunedì mattina. Invece tu sei qua, sotto quel cazzo di telo bianco, con la polizia che mi urla di andarmene. Per loro sono soltanto uno dei “soliti curiosi” e non capiscono che non ho alcuna voglia di lasciarti solo in attesa del medico legale per le foto di rito mentre tutti quelli che ti amano non hanno idea che la tua anima e’ già di fronte a Dio. Oppure dispersa tra tutte le altre che cercano di reincarnarsi.  Ti immagino in mezzo a un casino tremendo di gente che vaga senza sapere dove andare per chiedere di tornare quaggiù. Mi viene da pensare che ti re- incarneresti in qualsiasi cosa per poter dire alla tua donna le cose che ancora non le hai detto.  Anche solo addio. Giuro che se sapessi come trovarla ci andrei io personalmente e non lascerei che venisse a sapere cosa ti e’ capitato da estranei che con professionalità faranno il loro sporco lavoro. Il compitìno per cui sono pagati.

Avresti potuto morire a causa di un terremoto o per un cancro, per un infarto fulminante, oppure molto più semplicemente di vecchiaia. Invece sei crepato in una giornata di merda in mezzo a un incrocio  perché un bastardo non si è fermato allo stop. Chissà’ che cosa stavi pensando in quel momento. Forse al fatto che gli hamburger dell ‘American Diner sono buoni ma anche pesanti. Impegnativi per la digestione. Se ricordo bene, era quello che più ti angustiava. Non riuscire a digerire. Una volta brindammo a  tuo padre morto dopo una gran mangiata con gli amici che gli provocò una congestione.  Ti faceva paura morire a quel modo. Chissà se hai avuto il tempo di averne morendo invece così. Ti mancava il tuo vecchio dicesti. Mi chiedo se è’ venuto a prenderti come dicono che succeda tutti quelli che credono che esista un dopo  Mi piace pensare che ti abbia preso la mano per portarti in mezzo ai tuoi avi anche se invece è più probabile che non ci sia davvero niente e io stia scrivendo queste cose per qualcuno che è stato ma non sarà mai più.

Ho solo voglia di sputare.

Una gran voglia di sputare fuori la rabbia.

Gli incidenti capitano. Le persone che amiamo muoiono. Niente di ciò che ci è’ caro dura per sempre.

E io ho bisogno di accettare e accogliere questa realtà .

Ehi, Dio, mi avresti anche rotto le palle.

Se non avessi saputo che Dio è uno stronzo che passa il tempo a inventare modi esilaranti per fregarmi forse avrei persino continuato a pregare.  Ricordo di averlo fatto molto, a suo tempo, per avere un figlio maschio scoprendo che il suo appetito nel mettermi alla prova è sempre stato insaziabile con piani di una complessità sbalorditiva. Dopo la prima figlia “amerikana”, infatti, ho intensificato le preghiere. Ero convinto che mi avrebbe ascoltato e LUI che fa? mi ha mandato un’altra femmina. Allora, illudendomi di essere più furbo ho tentato di gabbarlo tenendo una mossa di psicologia al contrario: ho pregato, cioè, per averne una terza. Stolto. Come ha risposto quello screanzato? Me ne ha mandate due. Gemelle. Tanto per fregarmi.

E tutti a dire: Fico!

Fico un cazzo.

La verità è che Dio è per l’uomo, ciò che l’olio è per l’acqua: rende depressi e arrabbiati e inclini al suicidio. Ecco perché santifichiamo il nome Suo associandolo a gustose specialità gastronomiche locali a base di suino.

Ieri davanti alla scuola mi sono intrattenuto a giocare con un compagno di scuola delle più piccole. Gli sto simpatico e a me di fare un po’ di cose maschili una volta tanto non mi dispiaceva. La madre, una bella donna dai modi  a volte un po’ troppo bruschi, lo aveva appena ritirato dalle lezioni di religione in classe. Insomma è una che va contro le convenzioni sociali. Una con le palle. Credo di stare simpatico anche a lei e quindi si è permessa di toccare certi argomenti.

“Lei crede in Dio?” mi fa ad un certo punto

“No, cioè, si, ecco la testa mi dice No, ma il cuore si. Poi so che è capace di porcate micidiali quindi bisogna stare all’erta.”

“Insomma ha fatto battezzare tutte eh?”

“Eh beh altrimenti sarebbe impossibili essere cristiani” rido io.

“E certo, che sciagura sarebbe” ride lei.

“Adesso è Satana a parlare” rido io.

“Si sbaglia io sono  un avvertimento. Dio che dice a tutti voi “potresti essere tu” “potresti diventare come lei”” ride lei

“Ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore. Sotto scacco. Io lo so meglio di chiunque altro.” rido io.

“Crede davvero che Dio la stia punendo?”  non ride più

In quel momento suona il cellulare. L’amministrazione dell’azienda mi comunica che il piano di rientro che avevamo proposto all’Agenzia delle Entrate per pagare l’assurda cartella esattoriale che ci hanno mandato è stato respinto. Mi sono appoggiato a un albero ho aggrottato le ciglia e ho detto semplicemente

“Si”.

Poi ho mostrato il dito medio al cielo e ho urlato:

“Vaffanculo”

www.discutibili.com

Sta partendo un piccolo/grande progetto.

Gente di grande qualità (a parte me) che vuol provare a fare qualcosa di diverso.

Con il cuore e senza pensare troppo alle conseguenze.

Abbiamo bisogno di sostegno.

Il che vuol dire di followers che ci incoraggino e che ci cazzino e ci bacchettino e che dicano, questo mi piace quest’altro no.

Se qualcuno di voi avesse voglia di farci un sorriso, un like, un in bocca al lupo, di iscriversi ancora meglio per supportarci, beh noi tutti ve ne saremmo davvero grati.

Questi i miei ultimi contributi

 

Il sopravvissuto – Masticone 

 

Linda Wolf

Di separazioni e ritorni.

Ci sono uomini che riescono a stare con la stessa donna per tutta la vita. La incontrano da ragazzini e la amano al punto che finiscono per vivere solo per lei. Arrivano a pensare che sia l’unica loro ragione di vita e si convincono che senza di essa non avrebbero alcun ruolo nei disegni immensi del signor Universo.

Ci sono uomini che quando giurano davanti a Dio o al giudice di pace che la ameranno per sempre, credono davvero che debba essere per sempre e che sono tanto forti da autoipnotizzare la propria mente e a volte persino la coscienza al punto da farle credere che deve essere davvero così.

Sto parlando di maniaci sessuali.

Il vero maniaco sessuale, infatti, non è colui che va con mille donne (uomini) nella sua vita. E’ quello che va con una sola. Tutta la vita. Sempre lei.

Ammettiamolo. Occorre avere delle turbe mica da niente per arrivare a questo. E sfatiamo anche il mito della verginità. Ovvia. Solo uno psicopatico minus habens può ambire a sposare una donna vergine, pensando pure che gli resterà fedele .Una donna che si possa dichiarare tale prima o poi avrà (giustamente) voglia di vedere cos’altro c’è nel mondo. Insomma per diana, uno vuole una Donna con la D maiuscola e poi si incazza se questa gli dice “voglio assaggiare anche un piatto di pesce fritto e non sempre la bistecca alla fiorentina?” Una donna vergine è da evitare come la peste se uno vuol mettere su famiglia.Per farlo occorre una donna che ha provato tutto e che sceglie te perchè sa che te in quel momento sei davvero la persona giusta per lei.

In quel momento è la parolina magica.

Quando uno giura “ti amerò per sempre” giura proprio questo. Ossia: io giuro qua in questo momento che, credo, che sarà per sempre. Ma può anche non esserlo.

Così è come la penso io.

O meglio, questo è il main plot.

Però ci sono anche le varianti.

Quelle che fanno male.

Che succede infatti se uno dei due è magari pure necessario, ma non sufficiente all’altro?

Complicato ah?

Evito di entrare in sabbie mobili dalle quali è difficile uscire. Ho premesso tutto questo perchè proprio in questi giorni mi sono capitate, contemporaneamente un paio di cose che mi ci hanno fatto pensare.

Succede, infatti, che sabato sera, un amico mi mandi un sms semi-disperato per dirmi “Cazzo, Masty mi sto separando!!”  senza sapere che quasi nello stesso momento una donna del mio passato è tornata, di sbieco, nella mia vita solo per far sapere che uomo orribile sono nel non averla amata per sempre nei modi monotematici che voleva lei  e cioè chiuso nella gabbietta nella quale voleva tenermi per poter dire a tutti quanto fantastico e eccezionale fossi, ma solo in quanto canarino da allevamento. La sua teoria è semplice: sei mio e solo mio e allora sei straordinario, unico e irripetibile, non sei solo mio allora sei una merda che non meriti di essere chiamato uomo. E se non posso averti io non può averti nessuna, il corollario. Indi, per cui, siccome, ti sputtano.

Sullo stesso tavolo avevo il mio amico, mezzo sbronzo, che mi mostrava il suo dolore e smarrimento di fronte ad un momento difficile che non sa bene come affrontare e una donna che mi accusava di averla tradita perchè ho cercato cose che lei non riusciva a darmi. Un uomo che io tentavo di frenare per  evitargli decisioni irrazionali basate sul dolore del momento e una donna che dimenticava ciò che avevo fatto per lei perchè tutto quello non contava niente rispetto al dolore di affrontare l’amara realtà. Che non era cioè, non solo sufficiente, ma nemmeno necessaria. Una cosa evidentemente impossibile da accettare. Non contava in altre parole che, poichè è sola come una cane al punto che pure il fratello ha giurato di ammazzarla e che al lavoro viene mobbizzata sistematicamente, io l’abbia accompagnata in clinica per starle accanto durante un’operazione delicata nonostante avessi i problemi miei da affrontare o che le abbia prestato dei soldi in momenti in cui stava alla fame nonostante io non sguazzassi nell’oro (che si è sempre dimenticata di restituire per inciso)  o le abbia prestato attenzioni nell’ascoltare le sue paturnie e regalato il mio tempo e la mia energia nel darle conforto nel tempo in cui siamo stati assieme, facendola sentire speciale. No. Non contava niente questo, solo perchè non sono SOLO suo. Se fossi stato SOLO suo sarei DIO. Poichè tuttavia lei non mi bastava e non era nemmeno necessaria nel mio sviluppo di vita, sono diventato un essere da disprezzare. Al punto che quei soldi prestati, allora, con amore, sono diventati per usare parole sue “un modo per comprarla”.

Mavaffanculo mylady.

Avrei voluto dire al mio amico di stare attento proprio a questo. Al rischio di cadere dalle stelle alle stalle. Lui è un bel tipo. Una persona molto intelligente e sa il fatto suo e mi sono ben guardato dal fare la domanda idiota che molti fanno nei casi in cui qualcuno ti dice che si vuol separare:

“ma sei sicuro?”

questo mi sarebbe davvero sembrata mancanza di rispetto. Insomma se stimi una persona, sai anche che se ti dice una cosa simile ci deve aver pensato molto sopra. Razionalmente ne è convinto. Se sta ancora con sua moglie è solo perche emotivamente, invece, qualcosa lo trattiene. E temo sia proprio questa cosa: la perdita di uno status. Non tanto quello di marito di cui sono certo a lui non importa molto. Teme in modo inconscio di perdere il ruolo di “Uomo fantastico” per una donna così come l’ho perso io solo perchè le ho detto la verità: non mi basti! non sei te!

In cuor suo quest’uomo così capace di capire l’animo umano sa che la cosa giusta per lui è prendere una strada diversa, ma ancora non è disposto a pagare il costo al casello autostradale della nuova vita. Dovrà diventare un angelo caduto. Soprattutto dovrà cadere non per una donna come tante, come è successo recentemente a me, ma per una che lui aveva scelto come compagna di vita, sperando che fosse per sempre. Sapendo però che non lo sarebbe stato. E lo stesso legandola a lui in modo tale che se qualcuno le chiedesse, adesso, cosa pensi di tuo marito, lei direbbe: E’ Dio!

Ma che tra un tot di tempo lo infamerà così come sta succedendo a me.

Non so se lui leggera mai queste note su questo blog. Io lo spero.

Vorrei che lui  sapesse allora che gli sono nel cuore e che, se non l’ho cercato domenica o ancora oggi, è solo per non metterlo in difficoltà, ma se vuole ci sono. L’ho fatto per non costringerlo a guardarsi dentro e ad ammettere la propria parte scura. Che c’è e che è là. Maledetto. Come capita a qualcuno.

Eppure anche i maledetti hanno diritto a sedere a mangiare con gli dei, sai?

Anzi, io penso che ne abbiano pure di più, perchè possono regalare molto di più di tanti che mostrano rispetto solo nella forma e non nella sostanza.

Ricorda solo questo: Fai quel che tu ritieni sia la cosa giusta per te!

Solo questo.

Tanto non importa se pensi di aver fatto cose per tua moglie che nessuno avrebbe mai fatto, lei comunque non te le riconoscerà mai.

Questo è un fatto.

Thank you

E cosi stiamo invecchiando assieme.

Chi l’avrebbe mai detto eh?

I nostri “sweet teens” sono solo un ricordo sbiadito e la forza di gravità ha gia procurato devastazioni evidenti anche a occhio nudo.

Si dice che, in genere, la vena artistica duri al massimo, se sei davvero bravo intendo, una decina d’anni. Poi ti ricicli. Ti ripeti. Ti arrabatti per cercare di continuare a cavalcare l’onda anche se quelli dietro cominciano a spingere per chiedere che tu lasci loro posto.

Eppure, ieri sera, ho pensato che tu vuoi dimostrare che anche questa idea è l’ ennesimo luogo comune da sfatare

In mezzo a un energia potente che mi avvolgeva mi sono vergognato di aver avuto dei dubbi nel venire fin lassù a Milano per rivederti ancora una volta con tutti i problemi che mi attanagliano e mi impediscono, a volte, persino di respirare, per le paure e il terrore che vivo in questa fase della mia vita.

Rivederti a urlare sopra quel palco mi ha stretto il cuore. Entrambi avevamo trent’anni meno la prima volta. Come in fondo a un buco che dà nel tempo. E la gente intorno non lo sapeva e non era nemmeno importante perchè, per me, ogni tuo concerto è  come quando vai al mare in inverno. Già. Perchè, d’estate, sulla spiaggia, ci và quasi sempre solo chi vuol prendere qualcosa. Rubare per incassare gratis cose  che non può  avere ne gli apparterranno mai. In inverno no. In inverno quando cammini sulla spiaggia tutte le facce degli sconosciuti che incontri e che, sono venuti fin là come te a fare la stessa cosa, diventano magicamente quelle di fratelli e sorelle. Vengono per scambiare energia. Donarti la loro, per mischiarla con la propria. Una famiglia di sconosciuti che ti incita a non mollare.

Ecco, Bruce, tu sei ancora il mio mare in inverno. E la gente che ti segue, blood brothers, nati dallo stesso nucleo originario. E così cercando di incollare paura e amore, ho tentato di trovare scuse qualunque per non parlare agli amici che erano con me, perchè se mi avessero guardato in faccia e avessero visto le mie lacrime cosa diavolo gli avrei potuto raccontare?

Tu sei bello come eri allora e ti muovi sul palco con la stessa grazia, solo con più malizia, come si addice a chi sa di poter ammaliare perchè dotato di fascino speciale. Sembravi un padre che parla ai propri figli disegnando con un bastone figure su una spiaggia in inverno. Ed è stato tutto così potente e lieve allo stesso momento, come quando arriva il sole dopo una pioggia violenta e avrei voluto urlarti: “Ehi sono io…” Dirti. Guardami bene come sono cambiato eppure non ti ho lasciato.  Sono ancora qua. Dirti, suona piano, ti prego, non te ne andare, prova a fermare il tempo, fallo per me. Non lasciare che arrivi domani. Finchè puoi stiamo assieme. Anche se so che il futuro è già stato e non cambierà. E’ solo che ho la sensazione che il tempo mi passi sopra e mi abbia tradito. E fa freddo e vorrei solo dormire. E se non mi svegliassi più forse pure meglio.

Grazie per avermi fatto ricordare che, da qualche parte, esistono anche se sembra impossibile, persone che senti vicino al tuo cuore. Che si può essere anche un buon musicista senza essere un fenomeno ma che, un mucchio di buoni musicisti può inspiegabilmente lo stesso diventare assieme la miglior Rock band della storia.

E “Thank you” anche a Nicola e Gennaro, che non leggeranno mai queste note, perchè non sanno manco che ho questo cazzo di blog, ma che non mi hanno fatto sentire solo quando si sono opposti alla mia rinuncia paventata al viaggio milanese per sopravvenuti motivi di forza maggiore. E mi hanno trascinato a Milano. Giuro che un giorno ve lo urlo in faccia quanto vi amo. Grazie a Piero che c’era anche se non c’era. Grazie a Chiara che è venuta ad abbracciarmi anche se aveva gli affari suoi a cui pensare e un marito incidentato a casa che la stava aspettando, solo per dirmi “ti voglio bene, non mollare”. Sappi che fare un pezzo di fila all’entrata assieme a te per poi lasciarti andare è stato un grande privilegio. Grazie a Federico che c’ha provato ma che è arrivato tardi perchè le donne, a volte, possono fare anche incazzare. Voglio che tu sappia che sapere che comunque c’eri, là dentro intendo, mi faceva stare bene. Grazie a Elena e Loredana e Viviana e suo marito Alberto che  si sono sentite in dovere di farmi sapere che avrebbero voluto raggiungerci ma che erano bloccate da altre parti. Così come Luca che mi ha promesso che quando sarà un attore famoso si farà perdonare della mancanza di ieri sera. E grazie a tutti/e coloro che nel loro cuore avrebbero voluto esserci ma che per mille e un motivo non sono potuti venire. Le energie e i flussi energetici a volte prendono sentieri che non si possono ben comprendere. Ma arrivano. O, se arrivano.

Mentre ero in macchina con i miei due pards, bloccato dentro un parcheggio impossibilitati a uscire dalla congestione del traffico post concerto mi sono ritrovato a pensare che, quando si legge un libro, qualsiasi lettore cerca sempre se stesso all’interno della pagine che sta avidamente sfogliando. Si affanna nel ritrovare qualcosa che ha perso e che vuole assolutamente riprendere. E sono giunto alla conclusione che questa cosa vale anche nella musica o in concerti come quello di ieri sera. Perchè se devo dire il momento in cui ho sentito il cuore che mi batteva così forte e che aveva voglia di uscire fuori e di battere i tamburi di Max Weimberg ancora più forte è stato quando hai cantato “Wrecking balls”. La tua ultima creatura. Più o meno. Io, fan della prima ora, che piangevo per una canzone scritta quasi quarantanni dopo le canzoni che me lo hanno fatto amare. Alla faccia della vena artistica decennale. I “Wrecking ball” sono quelle grandi palle di acciaio utilizzate per demolire strutture. Arrivano e fanno devastazioni. A volte per ricostruire. Molto spesso no. Solo per abbattere.

E così quando mi hai imposto di urlare ritmando in modo ossessivo come un mantra per un tempo indecifrabile che: “ hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go and hard times comes and hard times go….” beh ecco, io ho capito che ce la posso fare. Di nuovo mi hai parlato amico. Grazie per avermelo ricordato.

E quindi te.

Si parlo proprio a te Signor Universo.

Dai su vieni e porta il tuo “Wrecking balls” nella mia vita.

Ti sto aspettando.

Non ho più paura di te.

C’mon

So if you got the guts mister, yeah if you’ve got the balls, if you think it’s your time, then step to the line, and bring on your Wrecking ball

Come on and take your best shot, let me see what you’ve got

Bring on your wrecking ball

e poi vattene  affanculo stronzo.

Un po’ di qualunquismo. Così. Tanto per gradire.

Il qualunquismo è l’ultimo baluardo della vera cultura italiana. Quella non ancora imbarbarita dagli immigrati che, piano piano, stanno cambiando tutti i nostri costumi. Una vera e propria religione dogmatica, che riesce a far concorrenza persino alla Chiesa cattolica.I postulati fondamentali che regolano il suo catechismo sono che, in primo luogo, il mondo va sempre peggio e non esistono più le mezze stagioni, perché, forse, se l’è rubate il governo ladro. E che, in secondo luogo, qualunque cosa tu possa fare per migliorare le cose, esso si rivelerà inutile, in quanto, comunque sia, il mondo andrà sempre peggio.

Un vero italiano che si rispetti, infatti, ha la netta e chiara impressione che tutto vada costantemente in merda, qualunque cosa si faccia.

I luoghi di culto deputati per professare questa onorevole fede sono, in genere, i bar, i treni e tutte quelle situazioni in cui non si ha niente da dirsi l’un l’altro. Cene con gli amici e parenti incluse.

Il Comune di Lucca dove mi sono recato stamattina per l’ennesimo problema burocratico che allieta queste giornate di primavera non fa eccezione. Il vecchio impiegato che avrebbe dovuto provare a sbloccare la mia pratica incagliata in modo, a mio parere, ingiustificato/cabile non appena mi siedo davanti a lui riceve una telefonata e, incurante della mia presenza, ulula a quello che l’ha chiamato:

«Non so cosa sia, ma è di sicuro la solita presa il culo!».

Sono certo che se avesse studiato un po’ di più, avrebbe cambiato solo la prima parte della sua affermazione e non la seconda, ammettendo cioè di conoscere l’argomento, ma ciò nonostante, il verdetto rimarrebbe sempre lo stesso. E chi può dargli torto. In fondo, da noi, è tutto un magna-magna generale.

«Io me ne sto per andare in pensione» continua l’impiegato  parlando dentro la cornetta, facendo una smorfia contrariata con la bocca e scuotendo la testa con gli occhi rivolti a terra  «ma quello là è un perfetto idiota patentato e non c’è alcuna speranza. Tanti auguri a voi che restate»

Me ne sto ad ascoltare inebetito il troglodita e ammiro la sua capacità di sopravvivere a tutto. Deve aver vissuto una vita in cui ha conosciuto dirigenti e colleghi di ogni genere eppure era ancora là a fregarsene con il distacco di chi sa che, comunque vada, ce la farà sempre. Io, invece, provato nel fisico e nel morale mi sentivo come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori.

Stranamente non ricevo da un po’ alcuna notizia dal pellet, che non deve essersi accorto di quel che mi sta capitando. La palpebra ballerina è tornata però a farmi visita. Non credo che sia legata a nessuna malattia particolare. Fa sintomo a sé, un po’ come la provincia autonoma di Bolzano.

Decido di non incazzarmi.

Chi se ne frega.

Quando sai di avere, professionalmente parlando, il cancro e con esso un tempo finito prima di tirare le cuoia non ti affanni più dietro cazzoni come lo stronzo che dalla parte di là della scrivania faceva segno con la mano, come per dire, “Aspetta eh. Abbi pazienza. Non è mica colpa mia”.  Li guardi e apprezzi la loro inconsistenza che, anzi, ti affascina. E pensi al monumento che gli costruiresti. Una grossa merda a rotoloni con dedica: All’impiegato comunale ignoto! E mi è venuto in mente di quando Warren Zevon, uno dei miei autori preferiti, intervistato dopo che gli era stato diagnosticato un canchero inoperabile al fegato, alla domanda se nelle sue condizioni avesse una qualche conoscenza sulla vita e la morte che nessuno aveva ancora capito rispose: “Non credo, tranne il fatto che ho imparato a gustarmi ogni panino che mangio”. E così, nonostante avessi il fuoco al culo per le scadenze non rispettate e le banche che mi inseguono per portarmi via anche le mutande, ho messo il cellulare in modalità “aereo” e ho fatto cenno allo stronzo di continuare pure a discutere di niente come stava facendo che tanto io non c’avevo un cazzo da fare e per me andava pure bene così. Lui era il mio panino.

E  mi ha preso in parola.

Mi sono imposto di fare un’esercizio zen e di non dare segni di uggia. I lavoratori dipendenti pubblici hanno dei diritti, perbacco. E chi sono io per agitarli, con uggia fuori posto? Dò allora un’occhiata a fuori dalla finestra e l’unica cosa che riesco a intravedere sono due gatti che si stanno ingroppando su un albero. Buongiorno tristezza. All’improvviso nella stanza piomba Luigi, il mio avvocato, che avevo chiamato ore prima per un’altra rogna che mi è capitata e a cui avevo detto che, nel caso, avrebbe potuto trovarmi là. Avrei voglia di abbracciarlo e di sentire un po’ di calore umano, ma la sua faccia mi sconsiglia di fare un qualsiasi tentativo per vedere se esiste qualche margine di manovra al riguardo.

«Ciao Masty» dice con freddezza, cominciando una disamina dell’ennesima rottura di cazzo che devo affrontare proprio quando lo zelante impiegato comunale finisce la telefonata e con grande serietà, dopo essersi reso conto che non ci sono apparentemente altre persone in fila con aria accomodante mi fa:

«Vabbuò, signò, restate pure qua tranquilli a parlare, io me ne esco qui fuori, in corridoio, a fumarmi una sigarettina»

L’australopiteco che dovrebbe risolvermi la bega per cui sono finito davanti a lui, della legge che lo vieterebbe, se ne sbatte. Lui sa sopravvivere pure a essa. Avrei voglia di chiedergli quanto tempo gli manca alla pensione. Perché, che diavolo, sulla scorta dei miei studi, lui sta rischiando di fumarsi l’ultima, di sigarette. La sua vita è in pericolo e può essere sparato in qualunque momento. Deve assolutamente prendere dei giorni di ferie. Cazzo, dai, lo sanno tutti. (sto parlando del fatto che nei film i poliziotti che stanno per andare in pensione vengono sempre e comunque uccisi prima della fine della pellicola.)

Non faccio in tempo a dirgli che con l’avvocato posso parlare anche dopo, che quello è già uscito.  Luigi, che è sempre con i minuti contati e che non ha imparato ancora a rallentare quando la vita te lo chiede sembra invece felice dell’opportunità di sbrigare le cose con me velocemente. Mi fa firmare al volo quattro fogli non dandomi la possibilità di leggere cosa minchia c’ha scritto, mi impapocchia con tre cosucce per tenermi buono e mi dice che si farà vivo lui. Che poi significa “non mi rompere i coglioni che ho anche da fare altre cose”. Lo so bene. In fondo per quanto lo pago c’ha pure le sue ragioni.

Con l’umore sotto i tacchi, l’ autostima che segna rosso e una gran voglia di scappare da qualche parte dove nessuno mi conosca aspetto che rientri il glorioso impiegato comunale dalla sua pausa sigaretta. Come lo vedo arrivare penso di esser finito in qualche Candid Camera. L’alternativa a questo è che il tipo sia un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. L’homo erectus a cui il Comune paga un generoso stipendio rientra infatti nella stanza con un passo che sembra che stia danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Si siede e gli esce un rutto che soffoca solo in parte.

“Ah che palle, signore mio” mi fa con tono complice “Lei non sa che cosa vuol dire aver a che fare con un padre anziano degenerato.”

Sono paralizzato. Non so come comportarmi. Se gli dicessi che non me ne frega una cippa di suo padre porco rischierei di mettermelo contro, con il pericolo che insabbi definitivamente la mia pratica. Se invece mi mettessi ad ascoltarlo potrei vomitargli in faccia la cena di ieri sera che devo ancora digerire.

“E’ che lui non vuole arrendersi all’età e tenta di farsi tutte le “badone” dell’est che trovo per dargli una mano”

Gli sparo un sorriso più falso di una moneta da tre euro.

“Eh si è un problemone. Capisco.”

«A volte penso che sia un vero mostro. Sul serio eh. Una volta però era diverso. Era tutto diverso!”

Mi arrendo. Basta. Mi vuoi qualunquista?

Sarò il tuo qualunquista preferito:

“Eh si” gli faccio “si stava meglio quando si stava peggio.”

“Eh già, i giovani di oggi non hanno più valori di una volta. Quelli come noi rispettano i genitori e gli anziani. Mica loro.””

“Proprio così. E questi politici prima o poi ci uccideranno tutti”.

“Quanto è vero ciò che dice. Poi adesso qualche genio ha pure inventato  i cibi biologici. Ma che cazzo sono questi cibi biologici?”

“Prima la pecora clonizzata adesso i cibi biologici.”

“Bene, vedo che ci intendiamo, come posso aiutarla?”

Ora. Io non so se è stato questo scambio di opinioni “profonde”  a dargli carburante, ma il tipo si è messo “di buzzo buono”  e si è sbattuto oltre misura per aiutarmi a risolvere il problema che mi aveva portato fin là. Per tutto questo mi sono sentito in dovere di ringraziarlo come si deve, nella lingua che egli sembrava parlare meglio.

“Grazie davvero. Ma non sente che caldo? E’ proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni”

“Dovere. Eh si. E’ come dice lei. E mi raccomando si faccia forza che questa crisi è peggiore di quella del 29″

“Per me è colpa dei cinesi”

“Oh anche io la penso così. E poi cucinano anche i gatti”

“E non muoiono mai”

“Oh ma la pensa proprio come me, su ogni cosa eh?”

“Eh si”

“Bene signor Masticone, auguri e figli maschi. Femmine non ne faccia, perchè sono tutte zoccole”.

Ecco, brutto stronzo, questa non dovevi dirla.

Hai rovinato tutto.

E io che stavo per cominciare a pensare che anche tu fossi un sapiens-sapiens.

                           

Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.