Un po’ di qualunquismo. Così. Tanto per gradire.

Il qualunquismo è l’ultimo baluardo della vera cultura italiana. Quella non ancora imbarbarita dagli immigrati che, piano piano, stanno cambiando tutti i nostri costumi. Una vera e propria religione dogmatica, che riesce a far concorrenza persino alla Chiesa cattolica.I postulati fondamentali che regolano il suo catechismo sono che, in primo luogo, il mondo va sempre peggio e non esistono più le mezze stagioni, perché, forse, se l’è rubate il governo ladro. E che, in secondo luogo, qualunque cosa tu possa fare per migliorare le cose, esso si rivelerà inutile, in quanto, comunque sia, il mondo andrà sempre peggio.

Un vero italiano che si rispetti, infatti, ha la netta e chiara impressione che tutto vada costantemente in merda, qualunque cosa si faccia.

I luoghi di culto deputati per professare questa onorevole fede sono, in genere, i bar, i treni e tutte quelle situazioni in cui non si ha niente da dirsi l’un l’altro. Cene con gli amici e parenti incluse.

Il Comune di Lucca dove mi sono recato stamattina per l’ennesimo problema burocratico che allieta queste giornate di primavera non fa eccezione. Il vecchio impiegato che avrebbe dovuto provare a sbloccare la mia pratica incagliata in modo, a mio parere, ingiustificato/cabile non appena mi siedo davanti a lui riceve una telefonata e, incurante della mia presenza, ulula a quello che l’ha chiamato:

«Non so cosa sia, ma è di sicuro la solita presa il culo!».

Sono certo che se avesse studiato un po’ di più, avrebbe cambiato solo la prima parte della sua affermazione e non la seconda, ammettendo cioè di conoscere l’argomento, ma ciò nonostante, il verdetto rimarrebbe sempre lo stesso. E chi può dargli torto. In fondo, da noi, è tutto un magna-magna generale.

«Io me ne sto per andare in pensione» continua l’impiegato  parlando dentro la cornetta, facendo una smorfia contrariata con la bocca e scuotendo la testa con gli occhi rivolti a terra  «ma quello là è un perfetto idiota patentato e non c’è alcuna speranza. Tanti auguri a voi che restate»

Me ne sto ad ascoltare inebetito il troglodita e ammiro la sua capacità di sopravvivere a tutto. Deve aver vissuto una vita in cui ha conosciuto dirigenti e colleghi di ogni genere eppure era ancora là a fregarsene con il distacco di chi sa che, comunque vada, ce la farà sempre. Io, invece, provato nel fisico e nel morale mi sentivo come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori.

Stranamente non ricevo da un po’ alcuna notizia dal pellet, che non deve essersi accorto di quel che mi sta capitando. La palpebra ballerina è tornata però a farmi visita. Non credo che sia legata a nessuna malattia particolare. Fa sintomo a sé, un po’ come la provincia autonoma di Bolzano.

Decido di non incazzarmi.

Chi se ne frega.

Quando sai di avere, professionalmente parlando, il cancro e con esso un tempo finito prima di tirare le cuoia non ti affanni più dietro cazzoni come lo stronzo che dalla parte di là della scrivania faceva segno con la mano, come per dire, “Aspetta eh. Abbi pazienza. Non è mica colpa mia”.  Li guardi e apprezzi la loro inconsistenza che, anzi, ti affascina. E pensi al monumento che gli costruiresti. Una grossa merda a rotoloni con dedica: All’impiegato comunale ignoto! E mi è venuto in mente di quando Warren Zevon, uno dei miei autori preferiti, intervistato dopo che gli era stato diagnosticato un canchero inoperabile al fegato, alla domanda se nelle sue condizioni avesse una qualche conoscenza sulla vita e la morte che nessuno aveva ancora capito rispose: “Non credo, tranne il fatto che ho imparato a gustarmi ogni panino che mangio”. E così, nonostante avessi il fuoco al culo per le scadenze non rispettate e le banche che mi inseguono per portarmi via anche le mutande, ho messo il cellulare in modalità “aereo” e ho fatto cenno allo stronzo di continuare pure a discutere di niente come stava facendo che tanto io non c’avevo un cazzo da fare e per me andava pure bene così. Lui era il mio panino.

E  mi ha preso in parola.

Mi sono imposto di fare un’esercizio zen e di non dare segni di uggia. I lavoratori dipendenti pubblici hanno dei diritti, perbacco. E chi sono io per agitarli, con uggia fuori posto? Dò allora un’occhiata a fuori dalla finestra e l’unica cosa che riesco a intravedere sono due gatti che si stanno ingroppando su un albero. Buongiorno tristezza. All’improvviso nella stanza piomba Luigi, il mio avvocato, che avevo chiamato ore prima per un’altra rogna che mi è capitata e a cui avevo detto che, nel caso, avrebbe potuto trovarmi là. Avrei voglia di abbracciarlo e di sentire un po’ di calore umano, ma la sua faccia mi sconsiglia di fare un qualsiasi tentativo per vedere se esiste qualche margine di manovra al riguardo.

«Ciao Masty» dice con freddezza, cominciando una disamina dell’ennesima rottura di cazzo che devo affrontare proprio quando lo zelante impiegato comunale finisce la telefonata e con grande serietà, dopo essersi reso conto che non ci sono apparentemente altre persone in fila con aria accomodante mi fa:

«Vabbuò, signò, restate pure qua tranquilli a parlare, io me ne esco qui fuori, in corridoio, a fumarmi una sigarettina»

L’australopiteco che dovrebbe risolvermi la bega per cui sono finito davanti a lui, della legge che lo vieterebbe, se ne sbatte. Lui sa sopravvivere pure a essa. Avrei voglia di chiedergli quanto tempo gli manca alla pensione. Perché, che diavolo, sulla scorta dei miei studi, lui sta rischiando di fumarsi l’ultima, di sigarette. La sua vita è in pericolo e può essere sparato in qualunque momento. Deve assolutamente prendere dei giorni di ferie. Cazzo, dai, lo sanno tutti. (sto parlando del fatto che nei film i poliziotti che stanno per andare in pensione vengono sempre e comunque uccisi prima della fine della pellicola.)

Non faccio in tempo a dirgli che con l’avvocato posso parlare anche dopo, che quello è già uscito.  Luigi, che è sempre con i minuti contati e che non ha imparato ancora a rallentare quando la vita te lo chiede sembra invece felice dell’opportunità di sbrigare le cose con me velocemente. Mi fa firmare al volo quattro fogli non dandomi la possibilità di leggere cosa minchia c’ha scritto, mi impapocchia con tre cosucce per tenermi buono e mi dice che si farà vivo lui. Che poi significa “non mi rompere i coglioni che ho anche da fare altre cose”. Lo so bene. In fondo per quanto lo pago c’ha pure le sue ragioni.

Con l’umore sotto i tacchi, l’ autostima che segna rosso e una gran voglia di scappare da qualche parte dove nessuno mi conosca aspetto che rientri il glorioso impiegato comunale dalla sua pausa sigaretta. Come lo vedo arrivare penso di esser finito in qualche Candid Camera. L’alternativa a questo è che il tipo sia un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. L’homo erectus a cui il Comune paga un generoso stipendio rientra infatti nella stanza con un passo che sembra che stia danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Si siede e gli esce un rutto che soffoca solo in parte.

“Ah che palle, signore mio” mi fa con tono complice “Lei non sa che cosa vuol dire aver a che fare con un padre anziano degenerato.”

Sono paralizzato. Non so come comportarmi. Se gli dicessi che non me ne frega una cippa di suo padre porco rischierei di mettermelo contro, con il pericolo che insabbi definitivamente la mia pratica. Se invece mi mettessi ad ascoltarlo potrei vomitargli in faccia la cena di ieri sera che devo ancora digerire.

“E’ che lui non vuole arrendersi all’età e tenta di farsi tutte le “badone” dell’est che trovo per dargli una mano”

Gli sparo un sorriso più falso di una moneta da tre euro.

“Eh si è un problemone. Capisco.”

«A volte penso che sia un vero mostro. Sul serio eh. Una volta però era diverso. Era tutto diverso!”

Mi arrendo. Basta. Mi vuoi qualunquista?

Sarò il tuo qualunquista preferito:

“Eh si” gli faccio “si stava meglio quando si stava peggio.”

“Eh già, i giovani di oggi non hanno più valori di una volta. Quelli come noi rispettano i genitori e gli anziani. Mica loro.”"

“Proprio così. E questi politici prima o poi ci uccideranno tutti”.

“Quanto è vero ciò che dice. Poi adesso qualche genio ha pure inventato  i cibi biologici. Ma che cazzo sono questi cibi biologici?”

“Prima la pecora clonizzata adesso i cibi biologici.”

“Bene, vedo che ci intendiamo, come posso aiutarla?”

Ora. Io non so se è stato questo scambio di opinioni “profonde”  a dargli carburante, ma il tipo si è messo “di buzzo buono”  e si è sbattuto oltre misura per aiutarmi a risolvere il problema che mi aveva portato fin là. Per tutto questo mi sono sentito in dovere di ringraziarlo come si deve, nella lingua che egli sembrava parlare meglio.

“Grazie davvero. Ma non sente che caldo? E’ proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni”

“Dovere. Eh si. E’ come dice lei. E mi raccomando si faccia forza che questa crisi è peggiore di quella del 29″

“Per me è colpa dei cinesi”

“Oh anche io la penso così. E poi cucinano anche i gatti”

“E non muoiono mai”

“Oh ma la pensa proprio come me, su ogni cosa eh?”

“Eh si”

“Bene signor Masticone, auguri e figli maschi. Femmine non ne faccia, perchè sono tutte zoccole”.

Ecco, brutto stronzo, questa non dovevi dirla.

Hai rovinato tutto.

E io che stavo per cominciare a pensare che anche tu fossi un sapiens-sapiens.

                           

Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.

L’uomo rutto

Le donne non lo sanno.

Le donne credono che la differenza tra un vero uomo e una minchia qualsiasi siano la forza o la vigoria fisica o l’uso del cervello in tutte le sue variabili, o il conto in banca o il prestigio di cui gode, o il fascino che sprigiona quando apre la bocca o altre puttanate come queste.

No. Le donne sanno una sega loro. Le donne, diciamocelo, non hanno mai saputo un cazzo.

Un vero uomo si riconosce da due semplice variabili che però sono dei “valli” impossibili da attraversare per una minchia umana qualunque.

Come prima cosa, un vero uomo ama le cipolle, di cui si nutre senza vergognarsi anche (e soprattutto) a crudo (pinzimonio).  E gode come un riccio al solo pensiero. Al contrario la merdaccia le schifa con disgusto, facendo smorfie che provocano disagio a tutti i veri “Uomini” che gli sono accanto. La merdaccia allora accamperà scuse barbine riguardo il fatto che essa provoca bruciore di stomaco, crea meteorismo e che non piace alle donne che rifiuterebbero di baciarlo per questo.

Stronzate.

Un uomo che non ama la cipolla è solo una merda e come tale deve essere ricordata.

Tuttavia, amare la cipolla, è condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato degno di appartenere al genero umano maschile.

L’altra cosa FONDAMENTALE che contraddistingue un vero UOMO da una “Human Fave” è il fatto che un egli sa ruttare come si deve. E,  soprattutto, non se ne vergogna. Mai. In nessun luogo. Per nessun motivo. Un vero uomo, quando gli viene, gli viene. Non sta là a guardare chi c’è e chi non c’è. Un vero uomo non deve chiedere mai….. se ruttare. Lo fa e basta. E che cazzo. Ogni vero uomo conosce benissimo questi due postulati. Non ci credete donne? Chiedete. Chiedete, dai su. Provate a chiedere a chi, come me, fa parte della categoria dei veri uomini. Basta ipocrisia. Basta rozzo egualitarismo. Diciamo le cose come stanno.

Tutto questo per dire che, io, Masticone,  vero uomo come sopra descritto, mi vanto  però di essere amico di lunghissima data di un grande Super-Uomo.

Gino.

Gino sono certo è stato musa ispiratore di Nietzsche o di D’Annunzio nelle sue vite precedenti. Gino è il mio vero unico idolo. Gino è gloria per il genere umano maschile. Al punto che tutti quanti lo abbiamo sempre chiamato non solo con ammirazione, ma soprattutto con grande venerazione l’Uomo rutto.

Gino era un compagno di classe di mio fratello, poco più giovane di me. Belloccio con un ciuffo alla Elvis che piaceva tanto alle donne, capì in età giovanile di essere un super dotato nella sacra arte del rutto. In realtà quando lo conobbi non era in grado di gestire bene i suoi super poteri. Era così inesperto che non sapendoli maneggiare con cura essi causavano danni come capita all’antieroe Hancock nel film di Will Smith. Ricordo, ad esempio, che un giorno mio fratello lo invitò a pranzo a casa nostra e lui perse il controllo cominciando a sparare rutti a go-gò che se c’era il babbo gli avrebbe dato due labbrate che se le sarebbe ricordate tutta la vita. La Zita invece, mia madre, era più incline a cercar di comprendere le potenzialità nascoste dentro gli uomini e non disse nulla. Fin tanto che il super-uomo, completamente posseduto da Satana, sparò una bestemmia con un rutto che non si può nemmeno ripetere. Io e mio fratello eravamo per terra piegati in due dalle risate. La povera Zita lo guardò senza odio e gli disse:

“Senti Nini, se vuoi fare buon-pro alla mia cucina falli pure (li chiamava buon-pro, cazzo. Mia madre ha sempre avuto un’eleganza che io mi sogno), ma in questa casa non si bestemmia hai capito?”

Nonostante avessi le lacrime agli occhi dalle risate vidi la faccia di Gino trasfigurarsi. E fu in quel momento che diventò un mito. Perchè gli si accese una lampadina non so dove e partì con il mega rutto del Cantico dei Cantici di San Francesco. Non credo di aver mai più riso come quel giorno.

Negli anni a seguire Gino ha studiato come gestire al meglio e con classe i suoi super poteri. Quando capitava che si fosse a cena assieme e la serata cominciava a languire per mancanza di argomenti ci pensava lui a riportarla in alta quota. Le donne lo hanno sempre trovato irresistibile perchè, ammettiamolo, lo era davvero. Tutti noi ci saremmo cambiati con Gino, l’uomo rutto. Brillante e sensibile aveva imparato a non esagerare e quindi era quasi sempre piacevole. Anche se una volta fece piangere Tara. Che poi si chiamava Laura ma noi l’avevamo battezzata a quel modo perchè si doveva sempre fare la “tara” alle cose che diceva. Tara aveva perso la testa per Gino. Una delle tante va detto. Gino la ricambiava e si misero assieme. Poteva scegliere molto meglio, eppure, curiosamente, il super-uomo vedeva in Tara qualcosa che, per quanti sforzi si potesse fare,  nessuno di noi era in grado di scorgere. Una sera decidemmo di fare una partita a mini-calcio (antesignano dell’attuale calcetto) con in palio la cena. La squadra che perdeva avrebbe pagato la cena all’altra, comprese le donne. Insomma una super sfida. La gara fu tiratissima. Il punteggio sempre in equilibrio. Gli interventi fallosi si sprecavano. Sugli spalti, il pubblico femminile, poco interessato a una cosa per noi uomini fondamentali, cercava in tutti i modi di accorciare la durata della stessa per poter andare finalmente a mangiare. Tara nell’arte di scassare la minchia fuori luogo è sempre stata la numero uno:

“E dai Ginetto, ora basta, è l’ora di andare” – “E su, amore, è tardi”  - “E qua fa freddo, non ne posso più” – “E quanto manca?” – “E non se ne può più” -

Tutti quanti noi, eravamo innervositi da lei, ma per rispetto di Gino non dicemmo nulla. Fin quando che, sul 4-4 al ventesimo del secondo tempo supplementare,  all’ennesimo “Gino mi sto stufando sai, sono certa che se mi fossi messa con Mario lui non mi avrebbe mai trattato cosi”, il super-uomo fermò il gioco si avvicino alla tribunetta dov’erano le donne e urlò in un super mega rutto “Mi hai rotto i coglioniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”

Un gesto così nobile andava premiato e fummo tutti d’accordo nel considerarlo un gran goal al sette e decidemmo che aveva vinta la partita. Vedere Tara scappare piangendo come una fontana fu per noi un premio di consolazione più che sufficiente.

Il sogno di Gino era diventare pilota di Formula Uno. Ne era davvero convinto ed era così bravo a convincere la gente che tutti quanti noi credevamo che ce l’avrebbe davvero fatta. Invece non c’è mai riuscito. Anzi, non c’è andato manco vicino. Però, adesso, guida gli autobus a Grosseto. Se vi capita, salite su uno che fa la linea dalla stazione al cimitero, ci sta che lo troviate. A me è capitato qualche tempo fa. Avevo l’auto fuori uso e ho preso il pullman e l’ho rivisto. Saranno stati anni dall’ultima volta. Il ciuffo era andato e una pelata meravigliosa aveva asfaltato la sua testa. Solo i basettoni erano là a ricordare le antiche vestigia. C’ho messo un po’ a riconoscerlo. Sono salito di corsa e non ci avevo fatto caso. Poi dal riflesso del finestrino ho notato un’espressione che mi è sembrata familiare e mi è venuto il dubbio. Ho mandato in culo il cartello “Non parlate al conducente”, mi sono avvicinato e gli ho detto: “Gino?”

“Si?”

“Sono Masty”

Lui mi ha guardato e deve aver avuto gli stessi miei problemi nel riconoscermi. Poi un lampo. Ha fermato il pullman su un lato della strada e mi ha abbracciato così forte che mi ha quasi spezzato le ossa facendo mormorare le poche persone dentro l’autobus che dovevano avere una qual certa fretta.  ”Allora autiere, andiamo che è tardi. E se lo sbaciucchia dopo il suo amichetto”

Ho guardati Gino negli occhi e gli ho detto, guardandoli:

“Dai fallo”

I suoi occhi erano tristi.

“No, dai”

“Dai fallo. Fagli capire che sei un super-uomo, non un cazzo di autiere. Autiere sarà il budello di su’ ma’”

“No, no, Masty dai”

Si è rimesso a guidare e nel resto del tragitto abbiamo parlato del tempo passato e di ciò che gli aveva regalato la vita. Adesso è un papà felice con i figli già grandi. Tra poco ci sta che diventi nonno. Non c’è più nessun sogno nel cassetto. Una vita tranquilla. La pace dei sensi. E’ stato come vedere il leone della Metro Goldwyn Mayer che non riusciva a ruggire. Un dolore alla pancia forte, che ho cercato di nascondergli. Mi ha chiesto cosa diavolo ci facevo a Grosseto. Gli ho detto che ogni tanto mi piace tornare e che, quando capita, portare un fiore sulla tomba dei miei. Niente di che.

Alla fine arriviamo a Sterpeto. Il cimitero. Scendo e gli auguro tutte le migliori cose che posso, con il cuore.

Vedo i suoi occhi inumidirsi, per non imbarazzarlo oltre misura, gli volto le spalle e mi avvio verso l’entrata. Ad un certo momento sento una voce:

“Ehy Masty. In onore della Zita…”

“Laudato si o mi’ Signore, Laudato si o mi’ Signore…”

I super uomini, sono tali sempre e comunque. Anche da vecchi. Anche da sconfitti dalla vita

Grazie Gino.

Il racket dei bicchierini da fiori nei cimiteri

L’ ho beccata.

La maiala.

In flagranza di reato.

L’ho vista da lontano davanti al fornetto dov’è sepolto il mio vecchio, accanto all’altro, dove sta Zita, mia madre. Attento a non farmi scoprire, le sono arrivato alle spalle mentre lei si stava mettendo il secondo vasino nella tasca destra del paltò. Sono anni che compro bicchierini di vetro, valore commerciale tre euro e cinquanta che, puntualmente, qualcuno si frega, lasciando le orchidee viola,  la mia firma sulla tomba dei miei, sul bordo del marmo a morire prima del tempo. C’ho messo un po’ ma ho scoperto  che,  a “Sterpeto”, il luogo dove vorrei essere sepolto anche io, vige la regola del “frega tu che frego anche io”. Quando a qualcuno gli sparisce il vasino di vetro, va a sua volta a sgraffignarlo da qualche altra tomba. In genere i ladri fanno man bassa in quelle meno curate, tanto, dopo un po’  che frequenti il club “Morituri te salutant”, capisci quali sono.  In tutto questo io sono sempre stato l’anello debole della catena. Quello che pagava per tutti. Non ho mai partecipato al magna-magna generale, non tanto perché  sono buono e generoso, ma solo perché ho sempre avuto il terrore di dovermi trovare nella situazione in cui si è’ ritrovata ieri la simpatica ladra. Con le mani nella marmellata. La figura di merda a gratis l’ho sempre digerita male.

Lei, “Focaccia tosta bum bum”, avrà avuto  la mia età. In evidente sovrappeso, vestiva una palandrana nera che avrebbe dovuto avere, immagino, funzione snellente, eppure, lo stesso, sembrava la figlia di Demis Roussos e Moira Orfei. Le mancava solo il nido del cuculo in testa.  Una volta che l’ho inchiodata alle sue responsabilità sono rimasto a guardarla in silenzio, come un ebete. Una parte di me e’ sempre stata simpatetica con i momenti catartici che sono obbligati a vivere le persone. Il mio sguardo doveva avere però qualcosa di sinistro perché ella, la maiala, mi guarda terrorizzata e mi dice:

“La prego signore non mi denunci. Ho così tanti casini.” fa una pausa, poi, con voce suadente, aggiunge “Possiamo metterci d’accordo, no?” e mi sorride.

Ora, non ne sono molto orgoglioso sia chiaro, ma, per onestà intellettuale, devo ammettere che il maschilista di merda che alberga dentro di me, tenuto sotto controllo da anni di lavoro e di analisi cercando di usare quel poco di cultura che sono riuscito a fare mia, qualche volta chiede però ancora a gran voce che gli venga pagato un tributo molto oneroso.  E così, non so quale razza di maledetto malefico percorso mentale fanno ogni tanto i pensieri dentro la mia testolina bacata, so solo che, in quel momento, mi è venuto da pensare che il balenottero che avevo di fronte volesse pagare in natura, tutte le centinaia di euro che ho speso per comprare i bicchierini di vetro dal fioraio.  L’ho guardata allora meglio e un’espressione di schifo mi è’ salita sulla faccia. Un pompino in un cimitero, a saldo e stralcio dei crediti, dalla figlia di un lottatore di sumo “un si po’ fa’” mi dispiace, ma proprio “un si po’ fa”.

Le dico :

“Signora, scusi, ma non mi pare proprio il caso.”

“No che ha capito. Intendevo dire che, visto che lei non viene quasi mai e questa tomba e’ la più saccheggiata del cimitero, se ha pazienza con me io le prometto che da oggi le faccio la guardia e cambio pure l’acqua ogni tanto alle orchidee”

Poi all’improvviso cambia espressione. Deve aver realizzato, credo, che ho detto di no a una proposta sessuale che lei, invero, non mi aveva mai fatto, ma che, comunque, la cosa le fa male. Si mette a piagnucolare e mi dice:

“E poi anche lei come mio marito pensa che faccia schifo. Anche lei come lui non si farebbe mai toccare da me. E’ scappato sa. Mi ha mollato, perché ha trovato meglio. E mi ha lasciato senza un euro e con un figlio ancora piccolo”

Eh si bella mia. Cara la mia Ciccia Basiccia, sorella di Ciccio Bomba cannoniere, hai proprio ragione. Non mi farei mai toccare da te.  Penso.

Però ho la forza di fare il salto e di “uscire dall’acquario” e riesco a guardarci da fuori. Noi due assieme. Soli in mezzo al cimitero di Grosseto. Due perdenti che il mondo ha preso a schiaffi sulle orecchie. Siamo partiti assieme tanti anni fa nella corsa affannosa della vita. Forse con aspettative diverse, eppure lo stesso eravamo là, dopo decenni, uno di fronte all’altro, con le medesime toppe al culo. Io con soli cento euro in tasca, che erano ciò che rimaneva da un incredibile operazione di “stretching-money” per far durare il più possibile quel niente che ancora avevo dall’ultimo stipendio preso mesi fa. Lei costretta a rubacchiare bicchierini di vetro su una tomba per mettere i fiori su quella dei suoi cari. Io, un equilibrista che su un filo sta cercando di terminare la camminata per arrivare all’altro grattacielo con una sbarra lunga in mano e che nel frattempo è stato colto da una folata di vento malefico chiamato “crisi” che gli sta facendo perdere definitivamente l’equilibrio, ben consapevole che sta per sfracellarsi a terra. Lei che sul filo non c’è mai salita, non tanto perchè tendente all’obeso, ma perchè deve aver preferito regalare la sua vita e il suo amore a uno che ha deciso un giorno che di lei non ne poteva proprio più.

In altre parole due personaggi perfetti per un hard-boiled americano.

E ho provato tenerezza per quella schioppettona. Non so dire bene come, ma sentivo di volerle bene. Eravamo due disgraziati e, per me, è sempre stato molto facile trovare affinità elettive con gente della mia risma. Quindi le ho detto:

“Senti, Ciccia Basiccia, il pompino no. Il pompino proprio non se ne parla. Ma un caffè si, un caffè te lo posso offrire.”

Ok, ok, va bene. Lo ammetto. Non ho usato proprio queste parole, ma il succo era quello.

E così, seduti come fossimo stati amici da sempre, lei mi ha raccontato la sua storia, scofanandosi, nel frattempo, tre pezzi dolci, ripieni di crema, che al mercato nero del barrino davanti al cimitero di Grosseto valgono ben di più di un bicchierino di vetro per orchidee. Ciccia, che poi si chiama Patrizia, mi ha detto che quando è nervosa le viene da mangiare tanto. Ho evitato di suggerirle che allora basterebbe qualche goccia di Valium ogni tanto per tornare in forma. Mi ha detto che il suo uomo, un impresario o qualcosa di simile, l’ha piantata dopo che le aveva giurato che non l’avrebbe mai lasciata e che sarebbero sopravvissuti assieme alla crisi. Invece una sera ha semplicemente telefonato per dirle che non tornava a casa. Per toglierle anche la speranza ha specificato che non valeva solo per quel giorno, ma per sempre.Lei lo ha supplicato. Si è umiliata come mai prima. Lo ha pregato di non rovinare tutto. Gli ha detto che era un momento difficilissimo per lei che aveva appena perso il padre e pure il lavoro. Lui le ha semplicemente detto “Non so che dire. Mi dispiace .” Ha scoperto poi che si è messo con una molto più giovane che sembra abbia risvegliato in lui i sensi che con lei avevano trovato la pace. Davide, il loro figlio, da allora vive con grande ansia perchè il padre lo ha come rimosso dalla sua vita senza dargli spiegazioni. Alimenti compresi. Patrizia è tornata nella casa d’origine e vive con il contributo miserabile della madre pensionata. Pulendosi la bocca sporca di crema con il fazzolettino di carta, si è passata il tutto sugli occhi per asciugarsi le lacrime che avevano ricominciato a scendere. Dice che il giorno dopo sarebbe stato il compleanno di Davide e lei non può permettersi di pagargli alcuna festa. Questo significa che lui verrà deriso anche dai suoi compagni di classe che non lo inviteranno più alle loro di feste e finirà per essere escluso pure da essi.

E, mentre pregavo che la modella boteriana non tentasse l’assalto al quarto pezzo dolce, mi è venuta in mente “l’androcrazia” dei bambini ai miei tempi. E di come, nella loro purezza, nella loro quasi totale assenza di opinioni, i ragazzini possono lo stesso far molto male a un loro simile. E ho pensato anche che era il mio di compleanno e che quasi nessuno se n’è accorto. Quasi tutti se ne sono fregati e, chi sapeva, ha rimosso. Nessuna festa, nessuna torta, nessun augurio.  Un ectoplasma non festeggia. Davide però avrebbe invece dovuto. Ha difficoltà un adulto a gestire mancanza di attenzioni figuriamoci un ragazzino già pieno di complessi per conto suo. E mi sono messo a calcolare velocemente, a mente, se, distante più o meno 200 chilometri da casa mia, se andando a 60 all’ora sull’Aurelia, facendo incazzare i Tir, avrei potuto evitare di far benzina. La mia espressione pensosa deve aver fatto credere a Ciccia che mi ero rotto di sentire le sue lagne e quindi si è alzata per prendere congedo. Questo suo gesto ha disturbato i miei calcoli e ho dovuto prendere una decisione di corsa. E così senza aver ben chiaro che cosa stavo facendo ho tirato fuori la mia riserva, i miei bei “100 eurini” e gliel’ho allungati. Lei mi guarda con occhi feroci e ha rilanciato:

“Guardi che non sono mica una puttana sa?”

Il tono mi indispone, il maschilista di merda che è dentro di me, dalle segrete in cui è cacciato, in fondo alla mia anima urla che devo risponderle “E certo.  Che un lo so? E chi ti paga bella mia…” Riesco a zittarlo e le dico:

“Ci mancherebbe. Però al “Mago Merlino”, il locale con i gonfiabili, mi pare che con un centinaio di euro si possa fare bella figura con gli amici. Lei però mi promette che non mi ruba più i bicchierini dalla tomba ok?”

Ciccia mi guarda. Mi sta studiando. Capisco che sarebbe lei a non volermi fare la fellatio, qualora io la pretendessi. Un bel colpo al mio ego già ammaccato.

“E’ sicuro?” mi dice, titubante.

“Non sono mai sicuro di niente. Sto solo investendo sul mio futuro. Con quello che mi costano i vasini, se lei mi assicura adeguata “protezione”  faccio un affarone”.

“Guardi che non mi deve niente. Non le ho certo raccontato tutto questo per cercare la sua pietà io…”

La interrompo:

“Non si preoccupi. So bene tutto.”

“Cosa sa esattamente mi scusi?” mi incalza lei.

“So come ci sente quando una donna che ami, mentre tu ti umilii, ti dice le parole che  ha detto a lei suo marito “Mi dispiace non so che dire”

“Pensi che io gli avevo promesso che sarei cambiato. Che sarei cambiata, ha capito? Che mi sarei messa a dieta per farlo felice. E lui se n’è fregato”

“E che un lo so? Quando lo feci io, lei mi ha sfanculato e poi mi ha detto “Stai bene, se puoi”, veda lei”"

“Tutti piangono e soffrono.”

Fa una pausa.

Poi aggiunge

“A volte”.

Mi viene da ridere e mi tocca risponderle a tono:

“Si. E allora resisti, resisti, resisti.”

Lei mi guarda in un modo che non avrei mai detto e mi fa una grande tenerezza. Poi con voce sommessa:

“Conosce anche lei i REM eh?”

“Eh beh…”

“No è che di solito ci frego tutti co’ sta cosa…”

“Non è ancora nato quello che mi frega con i REM”

Poi all’improvviso le torna quell’espressione di dolore fortissimo sulla faccia. Una specie di spasmo. E mi chiede:

“Non tornerà vero. Mio marito non tornerà da me?”

La osservo mentre mi chiede di raccontarle una bugia. Lo so. Sento che già sa la verità, ha solo bisogno di drogarsi come capita a volte anche a me. Mi verrebbe di accontentarla. In fondo è ciò che chiede. Eppure lo stesso le rispondo:

“Io glielo auguro. La mia non l’ha fatto. Ha solo pensato a salvare se stessa. Era fatta così. Sana. Siamo noi quelli strani, cara Patrizia. Noi i malati e i perversi. Noi le persone che non fanno i conti e che si donano sempre e comunque. E siamo destinati a pagare costi che conducono a fallimenti che gli altri, i sani, non vivranno mai. A noi, loro, non ci perdonano niente ma noi siamo condannati dalla nostra natura a perdonare sempre loro. “

“Eh già”

“Pensi che la mia aveva un figlio che si chiama proprio come il suo. A volte la vita eh? Prenda questi soldi dia retta.”

“E’ davvero sicuro?”

“Ognuno di noi ha il proprio modo di pagare i propri conti con il signor Universo. Questo è il mio. Lo consideri un regalo a Davide”

Ha allungato la zampa e si è incassato il bottino. Ci siamo scambiati il cellulare. Un modo come un altro per sancire l’inizio di un’amicizia nuova. A onor del vero si è anche offerta di pagare almeno lo spuntino, ma non gliel’ho permesso. E che cazzo, una volta che faccio il signore, fammelo fare per bene.

Ecco, quest’ultimo atto di orgoglio, ha fatto però incazzare il signor Universo. No perchè, Lui, come ci insegnano gli ebrei, non è mica buono e caro come Gesù. Eh no. Lui è fumino e gli stanno sui coglioni gli sboroni. E, poichè pare che Jesus sia andato in missione con lo Spirito Santo a Roma per il conclave, dove ha fatto tutto di fretta perchè si era rotto di stare a sentire i suoi cardinali a discutere di banche e pedofilia e che per dimenticare ogni cosa s’è poi presa una sbronza colossale a Trastevere in Paradiso c’è un bel trambusto. Eh già, perchè sembra che al Figlio dell’Uomo la cosa sia piaciuta talmente tanto che lui e lo Spiritoso Santo sono rimasti là a fare bisboccia. Il numero Uno è stato così costretto a riprendere tutto in mano. Tornare a lavorare, da pensionato che era, lo ha fatto andare su tutte le furie (la Fornero è avvisata, mo’ so cazzi sua). E così, com’è e come non è, quel mio atto di superbia lo ha fatto particolarmente incazzare. E me lo ha fatto ricacare bello bello. Più precisamente all’altezza del chilometro trecentouno, località Quercianella, dove la mia splendida Megane ultracentenaria ha deciso di morire per disidatrazione.

Ecco, se fumassi, quello sarebbe stato un momento stupendo per scendere dall’auto e accendermene una appoggiato al cofano. Ma sono talmente inetto che non so fare nemmeno quello. Quindi, poichè amo il contradditorio e nell’uno contro uno sono sempre stato bravino (bovino?), mi sono limitato a dire al signor Universo che cosa pensavo di Lui con una sequela di Bestemmie ben assestate sparate ad altezza uomo. Lui allora ha pensato bene di mostrarmi i muscoli e ha fatto venire giù un diluvio pazzesco con lampi e tuoni da paura,  ricordandomi chi comanda. Dentro l’abitacolo, impaurito, infreddolito, avvilito ho chiamato il mio amico Nicola perchè venisse, rifornito di tanica di benza, a salvarmi ed egli, ca va sans dire, si è preso tutto il tempo del mondo lasciandomi solo in mezzo a niente, con il mio “aifon” in mano pronto a fare danni. Il signor Universo, infatti, usando tecniche che ha imparato dal suo antagonista Louis Cypher, ha tentato in mille modi di farmi cedere e farmi chiamare chi non dovevo. Si è scordato però che sono un maremmano. E noi butteri sappiamo morire senza chiedere pietà a nessuno. Quasi sempre almeno. E quando ci capita di farlo, ce ne vergognamo per l’eternità.

Come Ciccia Basiccia.

Come me.

Siamo una gran coppia io e lei, altro che. E allora anzichè umiliarmi di nuovo, mi sono strafatto di “Jewel Mania” e “Castle Story” (a proposito cerco vicini…) e poi “Gravitarium” e “Sudoku”.

Alla fine è arrivato Nicola.

Che detto così fa molto “Along came Polly”, uno dei miei film preferiti. Ma, porca zozza, Nicola non c’assomiglia nemmeno a Polly. E’ pure una merda. E così per farmi star meglio mi saluta con affetto:

“Oh fava” mi dice “e la devi smette di spendere tutti i soldi con le migne. Metti la benzina prima, laido”

“Guarda che non vado a migne. Io. So mi’a come te.”

“Lo so, tu vai co’ i trans. E’  peggio”.

Il dibattito intellettuale va avanti ancora per un po’, specie dopo che gli chiedo un cinquantino per riempire il serbatoio. Lui è un lucchese vero. Bravo ragazzo eh, ma “pelle corta”, come si dice qua. Alla fine sgancia, ma solo perchè sa che con me va sul sicuro. Io, i miei debiti, foss’anche con il signor Universo, li pago sempre. Magari lo sfanculo, ma pago sempre.

Ora non so se quest’ultimo pensiero deve essere arrivato a Lui. So solo che prima che entro in casa, dopo un viaggio di ritorno estenuante, mi arriva un sms: “Grazie signore, non la conosco. Mia madre mi ha raccontato del regalo che mi ha fatto per il mio compleanno. Il più bello di sempre. Grazie ancora”. Firmato: Davide.

Credo fosse il modo che Geova ha scelto per dirmi che anche lui, a modo suo,  fa lo stesso.

That’s all Folks!    

 

I dieci attimi per cui vale la pena di vivere

C’è stato un momento nella mia vita in cui ero un vero credente.

Insomma davvero credevo ciecamente al Paradiso e all’Inferno. Alla dannazione eterna e a tutto ciò che dicevano i preti.

Poi sono cresciuto.

Qualcuno direbbe involuto. Insomma, le mie certezze sono sparite tutte. Una dopo l’altra.  Ed è cominciata la mia peregrinazione nel deserto alla ricerca della Terra promessa, vagando, arso dal sole e puntando solo sulla Manna che ogni tanto continua ad arrivare senza che me l’aspetti e che non riconosco mai.

In teoria, poichè ho già vissuto la fase dell’adorazione del vitello d’oro e di Mosè che s’encazza facendomi ricacare tutto il mio orgoglio, se tanto mi dà tanto, dovrei essere vicino al punto di svolta. A momenti dovrei vedere la terra di Cana. O l’Eldorado che ne so. Insomma casa mia. Perchè, per quanto il cervello sia là a dirti che è tutta una buffonata, i semi che sono stati seminati nei tanti catechismi da bambino, hanno comunque attecchito e non riesco proprio a pensare a me stesso come un ateo. E sono diventato un vero “Casinò royale”. Insomma, un casino vivente. Pastiche de Dieu.

E così, quando ho letto questo post di Intesomale ho avuto un sussulto. Perchè non c’è una cosa che ha scritto lui che la mia testa non avrebbe scritto allo stesso modo, ma, allo stesso tempo, tutto ciò che ha scritto là dentro il mio cuore lo scaccia e lo rifugge e urla “Anatema” (a parte le cose materiali del cazzo. A proposito, voi, sudicioni con il Suvve, mi state profondamente sui coglioni. Sappiatelo. E se poi qualcuno di voi avesse mai un X5 è pregato di unfollowarsi. Perchè l’X5 è il vero grande insulto, assieme al Cayenna, alla dignità delle persone che stanno male e soffrono di questi tempi.)

Ho riflettuto molto su quel che il mio amico ha scritto.

Ho pensato che se davvero la pensassi a quel modo, come la mia testa mi ordina di fare, probabilmente mi suiciderei. Il non senso della vita unito alla fatica che costa cercare di farcela, mi spingerebbe a cercare un modo “dolce” per farla finita. Inutile dire che molte volte questo pensiero è venuto a farmi compagnia. A volte pure di recente. Molto di recente. Credo che qualunque “anima” dotata di un minimo di sensibilità di serie, (nei Suv essa è introvabile manco come optional) ha avuto pensieri del genere. Cercare a tutti i costi di trovare un senso a cose che sembrano del tutto prive di logicità conduce alla follia e purtroppo la gente come me ha bisogno di averne uno per andare avanti.

Ecco perchè, leggendo il post di Intesomale, che mi ha obbligato a guardarmi allo specchio e a fare i conti con i miei abissi e i miei deliri interiori, ho deciso di sforzarmi di pensare positivo e di trovare a tutti i costi dieci cose per le quali valga la pena vivere a prescindere dall’esistenza di un Dio e di un senso per tutto quello che ci tocca vivere. Dieci attimi per i quali tutto questo  (melo)dramma che chiamiamo vita merita di essere comunque vissuto. Nonostante tutto. Nonostante tutti:

1) Quel sorriso di una donna:

Quel momento specifico, particolare, in cui capisci che qualcosa è cambiato. Quell’attimo magico in cui ti accorgi che i suoi occhi ti guardano sotto un luce nuova. Come se ti avessero scoperto solo allora. Fino al momento prima eri solo un amico, un conoscente, uno così, un rompipalle,  un puttaniere come tanti. Poi, taaaac, qualcosa cambia. E vedi nel suo volto una luce che non avevi mai visto. E noti nel suo sguardo qualcosa che ti fa capire che anche lei si è innamorata di te.

2) Le tue figlie che ti dicono che sei un impiastro e che i papà delle loro compagne di scuola sono più bravi di te a fare quasi tutto. Ma che loro, lo stesso, non ti cambierebbero mai con nessuno di essi. Perchè come sei te, mai nessuno.

Lo so. E’ moscia e banalotto come attimo unico e irripetibile. Piuttosto trito oltre tutto. Ma come tutti gli evergreen non muore mai. E poi lo champagne con le fragole mi sta sui coglioni (come il Suvve). Preferisco ancora pane e salame con vino rosso.

3) Quando arrivi davanti a un capolavoro dell’umanità:

può essere un quadro, un’opera ingegneristica, una scultura, un libro, qualsiasi cosa, fatta da un altro uomo. Qualcosa che ti spinge a credere che devi sentirti orgoglioso di appartenere al genere umano, nonostante i suoi errori e gli abominii di cui ogni tanto si macchia. Quando capisci che essere un uomo è comunque un privilegio e che è tuo preciso compito perpetuare le belle cose che esso è in grado di generare e limitare le storture a cui può dare origine.

4) Quando hai la percezione del mondo come UNO:

Momento rarissimo. Estremamente difficile per noi occidentali. Ma a volte per sbaglio o perchè stai meditando o perchè le tue antenne sono in un certo preciso momento ipersensibili, puoi riuscire a farcela. Puoi davvero sentire per un secondo o due, chi è più bravo e fortunato cinque o sei, che tutto è uno. Gli animali e le piante e gli uomini e la roccia e il fango promordiale e il big bang. Che siamo una cosa sola. In quell’istante ti senti parte di un qualcosa di meraviglioso.

5) Quando ti rendi conto di cosa sia davvero la bellezza.

Stai da cani. Ti senti morire dentro e pensi che è l’ora di farla davvero finita. Magari sei ubriaco o sei senza una casa, un amore, un lavoro. Tutto sta andando in senso contrario e tu sei capace di sentire che il mondo là fuori continua a girare lo stesso fregandosene dei tuoi drammi. E fa pure rumore. Poi fai partire Beethoven e ti accorgi che forse, non è detto, ma che ce la puoi anche fare. Il potere della musica. Di certa musica.

6) Quando qualcosa che hai fatto, cambia la vita di qualcun altro.

Non importa cosa. Non deve essere necessariamente una grande opera. Può bastare un biglietto d’auguri, oppure una poesia, una pacca sulla spalla, un sorriso, un incoraggiamento, insomma un gesto qualsiasi,  ma ti accorgi che quella piccolissima cosa ha cambiato l’esistenza di altro umano. Quando capisci che se non c’eri te a farlo la sua vita sarebbe stata molto peggiore di quello che sarà in futuro

7) Il primo bacio di un nuovo amore, il primo sorso di birra quando hai sete, il primo pensiero del mattino, il primo sorriso che ricevi dopo che hai pianto.

Insomma, tutto ciò che ti fa sentire che il futuro esiste e che non è necessariamente uno schifo come ti suggerisce la testa.

8) Quando fai la spesa comprando solo schifezze

Lo so, sembra stonare con tutto il resto. In realtà è un modo di dire: quando non ti prendi troppo sul serio. Quando capisci che non c’è niente di cui vantarsi anche se hai vinto il premio Nobel, quando mandi affanculo tutto e pensi “machisenefrega”. E sorridi. E ti vuoi bene.

9) Quando riesci a gioire per la felicità di un altro anche se hai la morte nel tuo cuore

Perchè sei finalmente riuscito a comprendere che non esisti solo te e il tuo egoismo ma che anche gli altri hanno diritto alla loro felicità che include che tu sia felice per loro anche se hai mille cazzi tuoi a cui pensare che ti corrodono l’anima.

10) Quando ti accorgi che stai ridendo, facendo sesso e filosofeggiando con la stessa persona. E che non vorresti essere da nessun’altra parte del mondo che non sia là. Con lei.

 

Ps: Io ti amo Bobo, se rinasco uomosessuale, ti sposo.

Lasciarsi al tempo di hip hop

Oggi è uno di quei giorni in cui, sentendo di non avere dentro niente da dare al mondo, avevo deciso di starci lontano. Ho, allora, evitato tutti con l’accortezza che è tipica di chi non vuol dare alcun tipo di spiegazione a nessuno e  sono finito a battere sentieri e strade nuove che inevitabilmente, senza che me ne accorgessi, mi hanno riportato bello dritto proprio dentro a quel mondo che volevo evitare. E così ,dopo essere andato a Pisa a mendicare come un accattone pietà a una direttrice di banca molto più interessata a sentire la collega dirimpettaia di scrivania, che raccontava di come era figo un nuovo locale, piuttosto che le mie lamentele su aiuti finanziari che non aveva alcuna voglia di concedermi, ho deciso che, fanculo a tutte e due, ci sarei andato anche io in quel posto alla faccia loro, almeno  a farci colazione.

Ognuno di noi urla la propria rabbia al mondo in mille modi. Io mangiando brioches alla nutella e tracannando cappuccini alla faccia delle  due bancarie tristi e solitarie. Era la mia botta di vita settimanale.

Decido di prendermela comoda. Le sveltine le lascio ai ragazzini. Se devo godere, devo farlo bene e quindi mi siedo e leggo il giornale. Il posto per la verità è niente di speciale. Un bar di ultima generazione con diversi tavolini in stile Ikea che può piacere solo a chi vive nel mondo super iper giovanile. La musica che sparano le casse ovation che hanno messo tutto intorno alla hall è in realtà rumore per le mie orecchie. Credo che possa essere hip hop, o qualche altra merdata del genere. So solo che mi provoca fastidio. Ci sono diversi avventori, nessuno di loro però cattura la mia attenzione. Mi viene da pensare che guardo gli altri con le lenti tristi del mio attuale stato d’animo. Sto per alzarmi e andarmene, quando mi accorgo che due tavoli più in là si sta consumando un piccolo dramma. Una coppia che sta per scoppiare. Lui, sulla trentina, bel ragazzo con giacca in pelle e capelli lunghi. Faccia da schiaffi. Lei, più giovane, bionda naturale con occhi bagnati che le sciolgono il trucco agli occhi. E’ un po’ sovrappeso. Ha l’aria di una donna che non potrebbe mai essere la compagna di un tipo come quello che le sta di fronte. Se dovessi tirare a indovinare direi che sia stata conquistata per scommessa. Non ci vuole molto a capire chi è che lascia chi. Immagino che la scelta di incontrarsi in quel locale deve essere stata di lui. Si sarà sentito a suo agio perchè lo frequenta la sera e comunque ha l’aria di chi sa molto bene che è difficile fare scenate in mezzo ad estranei. Specie se si è persone educate e sensibili. E la bionda cicciottella lo sembra, eccome.

Non è da gentiluomini farlo, me ne rendo conto, ma ho teso l’orecchio per sentire cosa si dicevano. Doveva essere già un po’ che stavano parlando e lui era stato preso da una strana vena poetica. Sembrava D’Annunzio:

“Prova a pensare in termini di ponti bruciati e di stagioni che devono finire. Il fiume si getta nel mare ma poi rinasce ancora. Non piangere tesoro, ogni cosa deve avere una fine. Anche la nostra storia”

“Io ti amo Michele. Io ti amo e posso farlo funzionare questo amore. Dammi la possibilità di dimostrarlo.Ti prego.”

“Come pensi di poter fare? sei davvero così sciocca da non capire che è impossibile?”

“Perchè sei così crudele? che cosa ti ho fatto?”

Lui si volta verso di me. Non credo nemmeno si sia accorto che li stavo ascoltando. Fa solo scena. Un vero attore. Poi le dice:

“Tu sei come un ospite che è restato troppo a lungo nella mia vita. E adesso è tempo di andartene. Non fare scenate per favore”

“Sono stata l’ultima a capirlo vero? Lo hai detto a tutti. Persino a quella troia che ti scopi da tempo. Pensavi che non l’avessi capito?”

“Quando è stata l’ultima volta che mi hai visto sorridere quando stavamo assieme? te lo ricordi?”

“Ma che c’entra, sei un bastardo. Adesso te ne vai da lei e mi lasci qua, da sola. Dopo che mi avevi giurato che sarebbe durata per sempre.”

Lui decide di non risponderle più. Non ha più parole da regalarle, nè voglia di consolarla. Lei ha letto tutte le pagine del libro di lui e le conosce oramai a memoria. Arriva la parte più difficile. Lui deve andar via e si alza come a dire “Beh è tutto.” Allarga le mani e va sul patetico “Non ti scorderò mai”. Il vaffanculo che segue è ampiamente meritato. Lui incassa felice, quel gesto di reazione gli dà la forza di fare una cosa che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a compiere. E la lascia là. Lei scoppia a piangere a dirotto. Lui non si volta. Lei si e urla il suo nome. Lui tira dritto ed esce senza pagare, facendo cenno al barista che lo farà la biondina dopo.

“Stronzo pezzo di merda” sussurra lei.

Parte un’altra canzone che trovo aberrante. Vorrei far qualcosa per consolare quella ragazzina. Vorrei dirle che tra qualche tempo si sarà scordata di come si sente in quel momento. Sarà tra le braccia di un altro ragazzo a dirgli quanto è più bravo e più fico di quello che l’ha piantata in un bar con arredamento svedese, nel centro di Pisa. Vorrei dirle che ognuno di noi ha i suoi cimiteri interiori che ogni tanto visita, anche fuori orario e che ,una nuova lapide al suo interno, non lo renderà più orribile di quanto già non lo fosse prima. Vorrei poterle dire tante altre cose, ma se solo mi avvicinassi penso che qualcuno potrebbe pensare che sono un pedofilo in  azione camuffato da cicisbeo. Allora non faccio niente. Niente di niente. A parte alzarmi andare alla cassa e pagare. Pagare anche per lei intendo e per per il suo ex ragazzo. E poi esco.

Non faccio che una decina di metri che sento una voce che mi chiama:

“Signore, ehi signore” mi voltò e vedo la ragazzina che non piange più. Anzi, mi sorride, e un po’ rossa in volto mi dice:

“E’ stato veramente gentile sa? il primo gesto gentile che ho ricevuto da stamattina. Grazie di cuore. Mi fa stare un po’ meglio”.

Il suo sorriso è contagioso. Quel suo sorriso mi entra dentro e mi fa scordare, la banca, la crisi, i casini e persino l’hip hop.

“Grazie a te invece. Prima di vedere il tuo sorriso ero triste, adesso lo sono meno. You made my day” le dico pensando che riuscisse a capire che cosa intendevo. Lei mi guarda invece con faccia interrogativa. Penso che va bene così. Inutile darle spiegazioni.

“Sappi che, anche se adesso ti sembra impossibile, ce la farai. Ce la fanno tutti.” le dico.

E lei sorride ancora, questa l’ha capita.

Spero solo di farcela anche io.

a L.G. (ovunque lei si possa trovare oggi)

Stavo guardando un film ieri sera in televisione e all’improvviso l’attrice principale mi ha fatto ricordare te. Il modo in cui si muoveva ma soprattutto il suo modo di sorridere erano proprio i tuoi.

Interpretava una parte che a te sarebbe calzata a pennello e sono anzi convinto che tu l’avresti recitata molto meglio.

Ti confesso che se avessi avuto il tuo numero ti avrei chiamato, anche se so che, in certe circostanze proprio come ieri notte, qualunque cosa si faccia, si sbaglia.

Del resto, anche se sembra come se fosse ieri, e’ stato invece molto, molto, tempo fa.

Tu eri la mia regina, quella con cui ho condiviso i primi piccoli segreti. I tuoi e i miei. Quella che ha scalato  con me le prime montagne. Eravamo giovani, forti e, soprattutto, maledettamente coraggiosi e non ci faceva paura andare di bolina, controvento. Anzi odiavamo chi non lo faceva. Pensavamo che fossero dei senza palle. Noi due saremmo stati diversi. Noi saremmo stati come un lampo fuori controllo e avremmo illuminato la notte di quelli che ci avrebbero incontrato. Avremmo usata la nostra energia  fin quando non ci sarebbe più stato più niente da bruciare e niente da provare a nessuno. Volevamo cambiare il mondo…

E ricordo di quando mi stringevi forte a te e mi giuravi che non sarebbe mai finita. Che saremmo stati assieme tutta la vita e che poi avremmo dovuto inventarci qualcosa per riconoscersi una volta passati di là.

Poi gli anni solo lentamente passati e io ho trovato me stesso da solo. Circondato da estranei che credevo amici mi sono ritrovato sempre più lontano da casa. E immagino di aver, a un certo punto, perso anche la strada, ma santo cielo, ce n’erano così tante. Ho vissuto per correre e ho corso per vivere, non preoccupandomi troppo di quanto tutto questo mi stava costando e di come mi stavo indebitando. Cercando di rompere tutte le regole che non si volevano piegare, mi sono scoperto piano piano ad aver paura di quel vento che ti sferza in sfaccia quando vai di bolina.

E ad un certo punto, così, un giorno mi sono ritrovato su una strada sconosciuta, senza sapere nemmeno come ci sono finito qua sopra e quando e come l’ho imboccata. Peggio, mi sono accorto di andare all’indietro. A cercare soprattutto ripari dal vento.

Non saresti fiera di me.

 

Qualcuno mi ha detto che tu invece ti sei sposata con un uomo molto ricco.

Hanno parlato di un matrimonio da leggenda con sfarzo anche pacchiano. Hanno raccontato, ridendo, di una donna che sono certo non eri te. Giuro che non ho creduto a quello che usciva da quelle bocche. Io so bene quello che tu volevi diventare e so che volevi essere diversa da quello che vanno adesso a dire in giro di te e mi piace pensare che ce l’hai fatta. Che almeno te ti sei salvata.

Spero tanto che i tuoi baci sembrino dolci a tuo marito come lo sembravano a me allora anche se, a 15 anni, tutto sembra più saporito e gustoso di quanto non lo sia da vecchi.

Dio, spero solo che il tempo non ti abbia portato via quel sorriso. Quello per il quale avrei scalato ogni montagna.

Che cosa orribile vedere i danni del tempo. Eppure dovrei essere vecchio abbastanza per aver capito che certe memorie andrebbero scacciate via perchè fanno solo male.

Ma sai qual e’ la cosa che mi fa più male di tutto? Quella per la quale stanotte non ho dormito?

E’ che se ti vedessi adesso, se per caso oggi ti incontrassi da qualche parte e dividessimo lo stesso spazio fisico, magari davanti a una fermata del bus, ecco, se succedesse questo, potrei anche non sapere che sei te.

Potrei anche non riconoscerti.

Riconoscenza

Ieri ho incontrato una persona. Una bella persona che è di fronte a un bivio nella sua vita.

Uno dei tanti che di volta in volta ci troviamo ad affrontare. Quello che deve affrontare adesso però è più difficile  perchè questa persona  non ha ben chiare nè le sue potenzialità, nè cosa deve fare per compiere il volo che la vita gli chiede di compiere.

Io mi sono comportato come avrebbe fatto chiunque altro al mio posto. Niente di particolare. Ho ascoltato e poi ho fatto lo specchio di ciò che vedevo e ho provato a mostrare come si possa re-incominciare a battere le ali. Che poi è come andare in bicicletta. Se uno, un giorno l’ha imparato, è entrato nel suo DNA e quindi, all’occorrenza, torna fuori quando lo si chiama in ballo.

Ieri sera, del tutto inaspettato mi arriva un suo sms.

C’era solo scritto “Grazie”

Non so perchè ma questa cosa mi ha fatto tornare in mente una cosa che mi è successa un paio di anni fa.

Doveva essere all’incirca di questi tempi. Inizio o metà primavera. Una nidiata di uccellini urlanti era nata proprio vicino alla mia finestra. La cosa non mi dava fastidio e anzi mi teneva compagnia. Però uno di loro fece una stupidata. Sporgendosi troppo è caduto dal nido. Non si è fatto male perché sotto c’era un prato, ma era piccolo piccolo e non sapeva ancora volare. Sono sceso e l’ho visto là, un po’ spaesato. Non sapevo cosa fare. L’ho accarezzato e alla fine ho deciso di metterlo su una cassetta di scarpe aperta sperando che la sua mamma lo vedesse.

Ora lo so che la natura non è tanto generosa con i più deboli e che le mamme devono occuparsi di chi ha speranza di vivere e non possono stare dietro a tutti, ma stavolta lei si è accorta del piccolo caduto e ha iniziato a nutrirlo regolarmente anche se guardinga della mia presenza.  Rimaneva un problema però, l’uccellino doveva imparare a volare e sua mamma non avrebbe di certo avuto la forza di sollevarlo. Allora poiche si era abituato anche a me, ho incominciato a prenderlo in mano e lanciarlo delicatamente in aria per poi riprenderlo per fargli aprire le ali.

La cosa è andata avanti qualche settimana e ricordo che lui si attaccata con le zampette alla mia mano per paura di cadere.

Poi però ha incominciato a fare progressi e dei piccoli voli. Una sera il volo si è prolungato un po’ e l’uccellino è andato a finire in un prato vicino che aveva l’erba alta. Non mi è stato possibile riprenderlo.

Ero terrorizzato perchè immaginavo gia i gatti del quartiere pronti a farci uno spuntino con i fiocchi. E io non potevo fare niente.

Forse però era arrivato il momento di staccarmi da lui.

Ho passato alcuni giorni a pensare solo a come poteva essere finita la storia dell’uccellino a cui stavo insegnando a volare.

Finchè una domenica mattina ho sentito davanti alla cucina un gran battere di ali. Un suono inusuale. Sono uscito e c’era il mio uccellino sul davanzale della finestra e anche la sua mamma che volava a girandola come per richiamare l’attenzione.

Ho preso in mano il piccolo e gli ho fatto ancora qualche coccola. Lui è rimasto un po’. Poi ha preso il volo e non è più tornato.

Io non sono un etologo ma sono certo che si trattasse di riconoscenza.

O non lo so. Forse sono io che sono troppo romantico.

Non importa. Qualunque cosa fosse, mi ha fatto stare bene!

 

 

 

Lezioni di vita

Stamani ho preso e sono salito in macchina per vagare.

Molte persone quando hanno le paturnie, l’umore sotto i tacchi o le palle girate fanno altre cose. Guardano un film, si fanno una sega, chiamano un amico.

Io vago.

Metto lo stereo a palla che non sento nemmeno il cellulare e parto, così. Ad minchiam. Se fossi un ebreo sarei l’ebreo errante.

Ad un certo punto mi accorgo che la nafta sta finendo, vedo un distributore davanti al quale sarò passato un miliardo di volte senza mai fermarmi perchè fanno dei prezzi assurdi e decido di fare il pieno là. Così’, per farmi un po’ male.

Scendo e dal casottino vedo sbucare un ometto vecchio come il cucco con in testa un cappellaccio di paglia. Sembrava uscito dal film “Buena Vista social Club”. Mi sta simpatico e gli sorrido stanco. Lui mi guarda e dice:

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo”

Trasecolo, non posso credere alle mie orecchie. Lui non se ne cura e va giù:

“Vuoi il pieno vero? Vedrai che quando alla fine devi pagare te lo faccio cacare io il cazzo che hai dentro co’ sti prezzi” .

Pensa di essere divertente e ride. Adesso mi fa sta facendo incazzare.

“Senti nonno”

“Ivo, mi chiamo Ivo”

“Senti nonno Ivo….”

non mi fa finire.

“Hai appena scoperto che la tua donna scopa con un altro vero?”

“Ivo, io ho rispetto per la tua età ma..”

“No è che hai la faccia di uno che si innamora sempre delle donne sbagliate.”

Come dargli torto? anche se lui però non può saperlo.

Decido di lasciarlo andare libero, ma chi se ne frega. Lui però se ne approfitta.

“Fammi indovinare….. è sposata e ti vuole bene ma scopa bene e con gusto con il marito?…no anzi non è sposata ma ha altri tre o quattro cazzi che se la risuolano meglio di te che invece le parli d’amore?…oppure semplicemente si è rotta le palle di uno come te e ti ha detto sayonara…”

“Ivo, c’hai una fissa sai? Ho solo problemi di lavoro, casini vari, dormo male la notte, Equitalia…”

“Non dirmi che sei frocio sai…sarebbe peggio eh”

“No, ma che c’entra? senti tieniti i tuoi 50 euro e tanti saluti, è tardi devo andare”

“Ma ‘ndo vai chiucolo, vieni là nel gabbiotto che ti faccio assaggiare una cosa che ti riporterà il sorriso”

Se fosse partita in quel momento Cielito Lindo sarei stato davvero sicuro di essere nel film di Win Wenders.   Ma non c’è nessuno sulla strada e di continuare a vagare mi sarei anche rotto le palle. Penso anche che da nonno Ivo posso raccattare un po’ di materiale per scriverci sopra un racconto o qualcosa di simile e quindi accetto.  Lui esce con una bottiglia di Rum e una scatola di sigari.

“Oggi sono qua perchè mio figlio è voluto andare a festeggiare non so che con quel finocchio del suo amico e mi ha chiesto di sostituirlo per un giorno, ma mi sono già rotto i coglioni. Per fortuna mi sono portato dietro questi sigari e questo nettare. Tieni prendine uno, vedrai che ti passa tutto”

“No, grazie come se avessi accettato, non fumo e poi a quest’ora è presto per me per bere. Forse è meglio che adesso però vada….”

“Allora lo vedi che sei davvero un frocio? Non bevi, non fumi, non trombi …”

“Senti Ivo, adesso vado è…. ciao”

“No…No…viene qua ti insegno io a trattare le donne vieni qua, fammi compagnia che non passa un’anima e io voglio parlare con qualcuno. E poi figlio mio, tagliati quella cazzo di barba che ti invecchia e pure i capelli tienili più corti che altrimenti fai ridere è per questo che ti sfanculano tutte”

Non so come mai ma quell’essere buffo improbabile e assurdo mi intrigava da morire e non riuscivo proprio ad andarmene via. Lui allora trangugia un sorso dal bicchiere che intanto si è riempito e comincia a cantare:

” Regola numero uno, prendi una donna trattala male, spezzagli la spina dorsale….”  sulle note di Teorema di Marco Ferradini

“Ivo, si dice spezzaLe, non spezzagli.. è femminile” ribatto senza pensare

“lo vedi? sei un perfettino di ‘sto cazzo, per questo lei tromba con un altro. Tu sei palloso. Nessuna donna sopporta i pallosi a lungo. E tu amico sei palloso.”

“In effetti non l’avevo mai vista sotto questa angolazione” gli dico per dargli corda.

“Io li conosco quelli come te “amore, tesoro, salciccia e pomodoro”, ma che bacini e bacini Porco (bip), mettiglielo in mano invece…”

“Ivo è Pasquetta te lo ricordi?”

“E allora Madonna (bip) che cazzo significa Porco (Bip) tu mettiglielo in mano e vedrai che tutto cambia”

“Io ho problemi con Equitalia e…”

“Maledetta quella (bip) (bip) chi cazzo se ne frega di Equistacippadicazzo? Tu pensa alla topa e tutto si aggiusta. Però fallo bene, senza innamorarti sempre delle donne sbagliate”

“Che sarebbero?”

“Quelle che non te la danno e vanno con altri. Cioè tutte, a vedere da come sei imbranato…”

“Sono solo sfortunato, tutto qua”

“La sfortuna è stata per quella povera donna di tua madre che chissà quanto l’hai fatta penà” Poi mi guarda di sbieco e rilancia “Sicuro che non sei frocio vero?”

“Fino a prova contraria”.

Mentre sto per chiedergli se aveva altre cose da insegnarmi arriva un’altra macchina. Esce un tipo distinto che mi ci sarei cambiato e Ivo gli fa

“Amico c’hai la faccia di uno che l’ha appena preso in culo”"

Questo lo guarda e gli dice “Ma sei scemo?” e quel pazzo di Ivo riprende

“Non ti preoccupare che con i soldi che costa la benzina il cazzo in culo piano piano te lo faccio scendere io” e ride

Il gentiluomo si avvicina minaccioso a Ivo e mi tocca intervenire. Il cliente pensa che io sia suo figlio e mi minaccia. Io lo prego di far finta di niente e mi picchetto la tempia con l’indice, per dirgli “E’ matto non ci star a perdere tempo”

Alla fine scocciato il tipo decide di andarsene non senza aver detto ad alta voce cosa pensava di Ivo e della sua famiglia, che in quel momento ero Io.

Mi sento sollevato e persino Ivo mi ringrazia di averlo aiutato.

Sto per risalire in macchina e vedo che mi guarda e mi dice:

“Siamo sicuri che non sei frocio, vero?”

La lettera raccomandata

Ieri mi sono svegliato con la luna storta.

Avevo dormito male e i soliti incubi ricorrenti erano tornati a farmi compagnia. Sono vecchi amici di infanzia che non mi vogliono abbandonare e ogni tanto fanno capolino nel mezzo di un qualsiasi sogno per dirmi “Hey guarda siamo ancora qua. Non ci siamo mica scordati di te”.

Succede quando esagero in qualche cosa. Mangiare o bere ad esempio. Stavolta però è stato perché avevo litigato di brutto con una donna che avevo conosciuto e che mi stava molto simpatica se non fosse che continuava a ripetermi in continuazione “Riflettici, riflettici, su dai Riflettici. Perche devi rifletterci ancora. Lo capisci? devi rifletterci….”  ogni due minuti partiva il trenino “Riflettici” e la cosa mi dava  così tanto fastidio, al punto che, a un certo punto, esasperato, le ho detto in modo gentile, ma risoluto, che, volendo, con discrezionalità, poteva riflettere anche lei su “‘sta cippa di cazzo”.

La tipa però se l’è presa a male. Non è una sportiva e ha deciso di vomitarmi addosso una serie di cose per farmi male: sei un isterico, non ti sai connettere con le persone, non sei altruista e bla bla bla. Finendo con un “non voglio più avere a che fare con te!”

Premesso che non ho mai pensato di essere altruista, buono o generoso, ho preso nota che le persone per bene e di classe come quella donna  a me non mi si filano. Le persone simpatiche, carine, intelligenti, tignose, dolci, a me non mi si filano proprio. E’ sempre stato così. Poco da fare. le belle persone, che sanno il fatto loro, mi scansano come il peccato mentre sono una calamita incredibile per le teste di cazzo. Se poi sono disadattate basta che schiocchi le dita e arrivano a frotte. Io sono il Fonzie delle squinternate. E’ la storia della mia vita.

La presa di coscienza del mio stato di “cattivo ragazzo di donne sbandate” mi ha rovinato pure il sonno e così, quando sono sceso e ho visto che nella cassetta della posta c’era l’avviso di giacenza di una raccomandata arrivata tempo prima non me ne sono curato troppo. Sarà stata la solita rottura di palle, niente di più.

A metà mattinata dopo aver terminato una commissione in centro mi ricordo di quell’avviso e decido che a quel punto tanto valeva togliersi il dente e andare a prendere pure la raccomandata, ma mi accorgo tragicamente di aver dimenticato l’avviso in ufficio. Tornare a prenderlo per poi andare all’Ufficio Postale a quell’ora del giorno era un’idea assolutamente impraticabile, a causa del traffico che rende la mia città paragonabile a una metropoli, e così mi viene in mente che un bar accanto alle Poste fa anche servizio fax.

Vado a prenderci un caffè e mi ci faccio spedire la copia dell’avviso e il barista mi carica di due euro il costo, strizzandomi l’occhio e sussurrando “solo perchè sei dei nostri eh! se eri uno straniero ti ci bombavo  dentro anche la mamma”. Che immagino sia di origini peripatetiche.

Come arrivo all’Ufficio Postale trovo una marea di gente in attesa con lo stesso avviso che è arrivato a me e svanisce il sogno che avevo segretamente accarezzato che la raccomandata fosse una notizia del tipo “Abbiamo il piacere di comunicarle che Lei ha vinto un milione di euro.”

In fondo sono un romantico andato a male.

E’ chiaro che si tratta invece di maledette cartelle esattoriali. Prendo il numerino e assisto impassibile allo spettacolo di tutti questi esseri umani che sono stati colpiti alle spalle da un maledetto avviso funesto che provocherà ulteriori dissesti finanziari. Sono tutti incazzati, ma alcuni lo sono più degli altri. Sono quelli serviti dalla signorina numero due.

Allo sportello infatti ci sono due donne. La numero uno è una signora distinta, di una certa età che con velocità e buon senso va di buona lena cercando di non essere troppo spigolosa con l’utente martoriato dal Fisco. La numero due invece è un’indolente nata, ne serve uno per ogni tre della collega e fa perdere la pazienza a tutti quelli che le capitano sotto le grinfie, trovando a chiunque qualche problema per non accontentarlo in tempi rapidi. Vedo gonfiare di rabbia diverse persone e spero solo di non capitare con lei.

In realtà non è nemmeno bruttissima. Un po’ cicciottella è vero, ma non in modo esagerato e potrebbe anche passare per un tipo se non avesse scritto in faccia “sono una grandissima rompicoglioni”.

La fila non scorre. La gente rumoreggia. Le donne allo sportello sentono il dovere di dire di stare calmi altrimenti minacciano di chiudere tutto e andarsene.

Quando all’improvviso, senza preavviso, il dramma.

Lo sguardo della commessa numero due si posa su di me. E non si stacca. Non mi molla. Abbasso lo sguardo e lo rialzo ed è ancora là. Lo sento. Posso percepirne il suo tocco.

Il tipo davanti a lei le chiede attenzione e lei invece guarda me e mi fa un sorriso tremendo e vedo la nuvoletta dei fumetti sopra di lei che dice “Non mi scappi bello!”

Il mio fascino ha colpito una nuova disadattata. E’ di sicuro una malata mentale affetta da bipolarismo. O quanto meno una schizofrenica che cerca di trovare compagnia al suo alter ego.

Mi sposto e lo sguardo mi segue. Cerco di nascondermi in un angolino e lo sento che cerca di trovarmi anche là dietro. Faccio il conto di quante persone mancano prima di me e mi tranquillizzo perchè dai miei calcoli dovrei finire con la numero uno. La numero due però è un animale predatore pazzesco, una femmina di T-rex mostruosa e non so come riesce a comprendere che, se vuole servirmi deve accelerare il suo servizio e alla fine, quando tocca a me, finisco lemme lemme tra le sue fauci.

Mi attende sorridendo e io mi avvicino con un passo titubante simile a quello del tacchino che qualche giorno prima di Natale vede arrivare l’allevatore che gli chiede con gentilezza di andare da lui.

- In cosa posso esserle utile? – non faccio in tempo a risponderle che lei riparte – Ma noi ci conosciamo vero? non ha anche lei la stessa impressione? lei è una faccia nota? Mi dica, dove ci siamo conosciuti?

- No. Non credo che ci conosciamo. Senta mi è arrivato questo avviso e…..

- Si a quello ci penso io. Faccio tutto io, ma lei rifletta la prego, rifletta e mi dica dove ci siamo incontrati. Noi due ci siamo già incontrati, sta riflettendo? -

No ti prego, penso tra me e me, non dirmi più di riflettere, la mia capacità di sopportare questo incitamento è già stata messa a dura prova da una donna molto migliore di te.

- Vuole la mia carta di identità? eccola qua…

- No io vorrei un’altra cosa. – e un sorriso ammiccante che imbarazzerebbe anche il mio amico Pippa noto figlio di puttana iper navigato. Lei capisce e rilancia – No che ha capito. Io vorrei davvero capire dove io e lei ci siamo conosciuti.

- In un altra vita? – cerco di tirar dritto io.

- Pure spiritoso ma guarda che bel tipo è lei. Aspetti che le prendo la raccomandata e poi continuiamo eh..

Mi volto verso la numero uno che mi guarda e alza gli occhi come a dirmi “signore mio non me lo dica, io ci devo lavorare fianco a fianco tutto il giorno”

Dieci secondi e la numero due è già tornata. Super zelante.Con me un’impiegata modello.

- Allora ci ha riflettuto eh? Magari a ballare..

- Non vado a ballare.

- Al bingo?

- Non gioco a tombola e non frequento quei posti.

- All’enoteca di Primo? Su rifletta, rifletta? mi dia questa soddisfazione. -

La guardo e comincio a odiarla. Ma odiarla seriamente. L’ultima doppietta di “rifletta” è stata fatale. Ha ucciso ciò che rimaneva del mio buon senso.

- Ma chi cazzo è Primo, porca puttana? – le rispondo a brutto muso.

La numero due cambia espressione. E’ chiaro che la mia reazione non l’aveva prevista.

- Non usi questo tono con me e moderi le parole. Lei mi piaceva ma scopro che invece è volgare e isterico e…

- Si lo so e non sono nemmeno altruista e non so entrare in empatia con le persone, ma lei è una insopportabile scassa cazzo. Faccia il suo lavoro e la smetta di ragliare cazzate che la gente aspetta, altrimenti chiamo Brunetta – le rispondo alzando la voce e qualcuno dietro di me accenna un timido applauso.

Non l’avessi mai fatto. Ho infatti dimenticato la regola numero 24 del manuale di sopravvivenza delle giovani marmotte che dice, più o meno testualmente “non far mai perdere la pazienza a una indolente impiegata pubblica rompicoglioni che pensava che potesse esserci trippa per gatti e che invece si ritrova con un pugno di sabbia in mano, perchè altrimenti la tipa ti farà cacare tutto indietro”

La signora infatti non appena si calma il parapiglia seguito alle mie parole manda la sua cavalleria ad attaccare sul lato sinistro:

- Mi spiace ma non posso darle la raccomandata, perchè il documento che mi ha dato non è in regola.

ma il mio schieramento resiste alla prima ondata

- Ma cosa dice? – le urlo dietro – non vede che questa è una carta di identità elettronica? è il nuovo tipo europeo.

La generalessa Rommel mi scatena allora addosso la sua fanteria:

- E’ vero ma guardi qua il suo avviso di giacenza è in fotocopia. Non è l’originale. Mi spiace non posso darle la raccomandata, passi un’altra volta.

la mia prima linea sta per cedere, ma si batte con onore.

- Ma cosa dice, cosa cambia se è l’originale o un fax? è sempre lei no? che cosa cazzo sta dicendo me lo spiega io la denuncio sa?

- No io denuncio lei per volgarità gratuite.

- Guardi che per quello non è prevista la denuncia.

- Io farò in modo che lo sia.

- Si vabbè ma non erano gratuite. Erano ben meritate e assestate. Mi dia quella merda di raccomandata e mi mandi via.

Arriva il dirigente e poi i colleghi di lei attirati dal casino e che minacciano rappresaglie contro di me. Per fortuna qualcuno dietro attacca la numero due dicendo che è un’inetta che esaspera ogni persona e che io non avevo fatto niente.

Alla fine prevale il buon senso. Il dirigente, che ha buon senso, invita la numero due a darmi la raccomandata (in cui tra l’altro lo Stato mi intima di pagare una marea di soldi per una multa non pagata) e a fare pace con me. Colta sul vivo mi stringe la mano a malincuore e io le sorrido a denti stretti. Il dirigente capo sembra soddisfatto quando il T-rex rilancia:

- Allora mi dica un ultima cosa. Ha riflettuto dove ci siamo conosciuti?

- Si, adesso lo ricordo bene, è stato a casa di quel tegame della tu’ mammaccia…