Della Malinconia

Uno delle cose più belle che ci ha lasciato Albert Einstein, è il suo famoso scritto sulla crisi, fatto nel 1935, nel mezzo della Grande Depressione:

«… Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza di essa tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.»

Ogni volta che mi sento giù, questo è uno dei pezzi che amo rileggere per darmi una scossa. Soprattutto ricordarmi chi sono.

Anche se, diciamocelo, si ha un bel dire che la crisi è una benedizione. Certo, in un’ottica di ampio respiro ciò è di certo vero, ma nel brevissimo, nell’immediato, è spesso una gran produttrice di malinconia. Lo “Spleen” è una cosa sulla quale continuo ad avere percezioni ambivalenti. Del resto essa stessa non è univoca. Può dare delle soddisfazioni, è vero, ma occorre anche aver la forza e la capacità di non abusarne perchè, quel sentimento che provoca una tristezza costante, se qualora latente è un compagno di viaggio di inestimabile valore, ciò che Victor Hugo chiamava “la gioia di essere tristi”,  quando però prende troppo campo,  provoca gravissime forme di depressione che possono arrivare a costringere a rimanere a letto malati.

In ogni caso, le persone che più ho amato e che più ho sentito vicino alla mia anima, “soffrivano/godevano” di essa.  Perchè io sono come loro. Gli altri,  quelli che non hanno la minima idea di che cosa stia parlando in questo momento non si rendono mica conto di quale tipo di sofferenza è toccato gestire a gente come noi. I “normali”, infatti, quasi sempre, si convincono che la nostra sia una posa. Un modo di metterci in mostra. Non riescono a comprendere che ci sono momenti in cui noi ci si sente quelli che devono reggere sulle proprie spalle tutti i dolori del mondo. Poi, riacquistata un briciolo di serenità ci rendiamo conto che anche milioni di altri esseri umani sopportano gli stessi dolori e vagano nello stesso labirinto. E per un attimo ci sembra di esser meno soli. Persino in equilibrio. O quasi. Fino a quando, proprio come il ciclo delle stagioni, la malinconia riprende piano piano campo e torniamo a essere come Atlante.

E lei, la maledetta, colpisce alle spalle quando meno te l’aspetti.

Capita così che guardi passare una banda di paese con le majorettes improbabili che sgambettano incuranti della loro cellule impazzita o della mancanza di grazia che le permea sin dentro l’anima e che, dopo averci fatto una grassa risata sopra ,vieni assalito dall’“umorismo pirandelliano”.  Il sentimento del contrario. Quello che ti fa piangere e che trasforma la comicità, appunto, in umorismo. E  cosi vedi che proprio accanto a te c’è il fidanzato della “supersized”. Quella che sta in mezzo al gruppetto di smandrappate, la cui ciccia traborda i vestitini da parata, e le cui zampe sembrano quelle di un maiale da squartare per farci il prosciutto. La stessa per cui hai riso di gusto prima. E senti che lo stronzo da fuori le urla che deve muoversi in modo più sexy e ammiccante perchè così proprio non va. E ti giri e vorresti sparargli una papagna proprio sotto il naso per poi suggerire a lui di muoversi un pochino più sensualmente adesso. E invece ti paralizzi e non fai niente che non sia tornare a guardare quella donna con grande disagio. Capisci il suo dramma e ti vengono gli occhi umidi perchè ti vergogni di aver riso di lei. E vorresti fare qualsiasi cosa per poterla salvare da quel destino da bestia da circo che le hanno costruito addosso. E sai invece che non puoi fare niente. E cosi torni a casa e ci pensi. Per giorni. Per quanto ti sforzi di non farlo, quell’immagine torna a farti visita. E stai male. Come un cane. E la gente attorno a te, ti chiede, ma che c’hai? sei scemo?

Yes. I am.

E allora fai il clown. Così che tutti si mettano tranquilli e pensino che sia tutto a posto.

Oppure capita che essa, Mademoiselle Melancolie, ti venga a trovare nel momento che proprio non ti aspetti: la sera di Natale!

Ogni uomo normale aspetta la notte di Natale in gloria.

Perchè tutto è bello quella sera. C’è il cenone e la felicità traborda da tutti i lati dell’universo conosciuto. C’è lo scambio di regali e poi soprattutto, che diamine, siamo tutti più buoni la notte di Natale.

Lo dice anche lo spot della Coca Cola.

Siamo tutti in magica armonia.

Evviva Gesù che nasce.

Tu, allora,perchè hai deciso che vuoi essere come gli altri, decidi di regalare tempo ed energia e qualche soldo facendo sacrifici per fare un regalo come si deve alla donna (uomo) che ami. E così, per settimane, pensi a tutte le opzioni possibili e immaginabili che le possano far scaturire quel sorriso che hai conosciuto quando ti sei innamorato di lei. Ti ingegni e fai domande ai parenti più prossimi, ai suoi colleghi e agli amici per capire che cosa possa davvero farla felice e, quando scopri finalmente che cos’è, ti sbatti per giorni per scegliere il pezzo migliore che si può trovare sul mercato compatibilmente con il tuo budget. Con tutto questo bagaglio di esperienza e di emotività arrivi alla sera di Natale pronto a fare il grande scambio.  Sei pompato al massimo dal jingle con l’alberone di Natale e le candele accese e sei convinto che, in quel momento, qualunque cosa possa succedere non cambierà ciò che senti dentro. Cominci però ad avere dei dubbi quando lei scarta il tuo regalo. Il sorriso che aspettavi giunge si. Ma dura poco. Le muore in faccia come un fiore reciso il giorno dopo che l’hai messo nel bicchiere. Non capisci bene, all’inizio. Lei è infatti felice di ciò che le hai fatto. Prova però imbarazzo. E le chiedi che cosa c’è che non va. Ed essa si schernisce:

“No è tutto troppo fantastico. Solo che, ecco, non dovevi. No davvero. Proprio non dovevi. Chissà quanto avrai dovuto ammattire per trovarlo, tesoro. Quanto tempo e quanto impegno c’hai messo”

“Si vabbe ma che c’entra”

“No, hai ragione solo che non dovevi, davvero. Non me lo merito”

E così mentre lei continua a ridere per l’imbarazzo, tu che non capisci proprio di che cosa stia parlando, apri il regalo che lei ti ha portato quella sera, per stare in  magica armonia con te.

E scopri che è un maglione.

Un cazzo di maglione della Upim.

A te, che ami le cose elettroniche, i gadgets, le cose frizzanti e che pensi che il regalo deve essere una cosa inutile altrimenti non è un vero regalo, lei ha regalato una minchia di maglione in offerta speciale, comprato la sera stessa, che fa pure, decisamente cacare.

E pensi mavaffanculo.

E invece sorridi di circostanza, ringrazi come si deve, poi prendi quella merda di maglione e la nascondi in un cassetto che sai che non aprirai mai più.

La malinconia però non sta tanto qua dentro.

No.

La malinconia sta nel fatto che dopo tantissimi anni tu riapra quel dannato cassetto e ritrovi quel maglione regalatoti da una donna che al tempo per te era importante e, guardandolo meglio, pensi che non è poi cosi male. E , nei giorni seguenti, quando hai cominciato a metterlo, ti convinci  che anzi è proprio fico. E che non c’è nessun altro maglione che vorresti metterti se non quello. Perchè è proprio quello che desideri. E lui che ti veste come vorresti sempre sentirti vestito. E pensi che vorresti ringraziare quella donna per ciò che ti ha dato e che tu non sei stato in grado di apprezzare nel momento. Perchè sei uno sfasato e arrivi come il leasing. Sempre dopo. Solo che non sai che fine abbia fatto lei e per quanto ti sforzi di cercarla ti rendi conto che non la potrai più nè vedere, nè abbracciare, nè ringraziare.

Insomma, qual è la morale di tutta questa cosa?

Non lo so. Davvero.

Non ci deve sempre essere una morale, in ogni cosa.

Però mi piace pensare che a volte il Natale non è il Natale e i maglioni non sono sempre maglioni. Possono essere anche esseri umani. E se qualcuno di voi, là fuori, si guarda attorno con occhi consapevoli, forse può fare ancora in tempo a riaprire il suo cassetto e a tirar fuori il maglione che gli fa schifo e che pensa di non mettere mai. Tempus fugit. E magari è più fortunato di me.

E se qualcuno mi chiedesse: ma te Masty, di cosa hai davvero bisogno allora?

I need more cowbells

what else?

:)

Altro giochino, altra corsa…

Domenica autunnale. Piove a dirotto su tutti i fronti. Lo sfascio regna sovrano. Sul blog siamo rimasti quattro gatti e allora sai che, io ci infilo un’altra minchiata. Così, a spregio.

Altro giochino, altra corsa.

Chiamiamolo il giochino delle effe.

Lo possono fare tutti, pure coloro che quelli di intelligenza o di logica li rifiutano a prescindere.

Solo una regola: vietato barare.

Sull’onore.

Per chi ancora ce l’ha. questa è la promessa più sacra.

Ci si mette una ventina di secondi. I più lenti forse trenta. Senza fogli di carta e senza pensare. Occorre solo contare e ripeto non barare. Leggere e contare.

Allora come funziona?

Io qua sotto adesso posto un frase che va letta UNA VOLTA SOLA e mentre si legge occorre contare quante effe ci sono

ok?

troppo difficile?

no, dai.

Here we go

pronti?

 

questa la frase:

 

FINISHED FILES ARE THE RE-

SULT OF YEARS OF SCIENTIFIC

STUDY COMBINED WITH THE

EXPERIENCE OF YEARS

 

 

 

 

 

 

 

Ci sei? leggi quanto segue solo se hai contato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai davvero contato?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allora sei scemo….:)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No dai, scherzo…..

Insomma quante erano?

tre?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erano tre ammettilo!

Ne hai contate solo tre.

E sai una cosa?

E’ sbagliato. Sono sei, davvero.

Rileggi e poi leggi ancora sotto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La spiegazione è semplice: pare che il cervello non riesca a registrare OF

Incredibile non ti pare?

Quelli che ne contano sei al primo colpo o sono dei geni. Oppure barano.

Tre è normale.

Quattro impossibile. Figuriamoci cinque.

O tre o sei.

E se mi dici che ne hai contati sei al primo colpo non ci credo.

Come si diceva da ragazzi. Non è ganziale?

Le genialità (con indovinello)

Alla domanda apparentemente banale, sul cosa sia da considerarsi geniale, è proprio  l’articolazione delle risposte che secondo me  dimostra che una persona possegga dentro di se i germi di ciò che può essere considerato geniale oppure no.

Cosa intendo?

Questo:

La differenza fra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti. (Albert Einstein)

Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale. (Ralph Waldo Emerson)

I geni, nelle inaudite profondità dell’assurdo e della storia pura, situati per così dire al di sopra dei dogmi propongono le loro idee a Dio. La loro preghiera offre audacemente la discussione. La loro adorazione interroga. Questa è la religione diretta, piena d’ansietà e di responsabilità per chi ne tenta l’erta. (Victor Hugo)

Ovviamente non si riesce sempre all’altezza di menti del genere e spesso si ricorre a mezzucci più semplici per riuscire a spiegare in modo comprensibile che cosa sia genialità definendola ad esempio come la capacità di trarre profitto dalla propria intelligenza. E ancora intuizione, creatività, “pensiero divergente” libero e trasgressivo. Somma espressione di ingegno e talento. Il Perozzi di “Amici miei”  diceva che “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”.

La vera domanda, almeno secondo me, è invece: ma questo mondo che ci vuole tutti uguali e omologati e sempre pronti a marciare in fila per due con il resto di tre è in grado di stimolare la genialità che insita in ognuno di noi oppure no?

In ogni caso, per puro diletto, vi propongo un indovinello (peraltro abbastanza conosciuto) che ha inventato un tipo strano e niente affatto geniale a inizio del novecento: Albert Einstein. Lui sostenne che solo il 2% della popolazione mondiale sarebbe stato in grado di risolverlo.  La cosa geniale di questo indovinello è che, se lo  rifate a distanza di tempo, occorre comunque lavorarci sopra di nuovo come la prima volta. In ogni caso, per far si che non vi sentiate troppo in imbarazzo nel cimentarvici vi dico che secondo me Einstein fu molto cattivo. Non è infatti impossibile arrivare alla conclusione come si potrebbe pensare e, quindi, non è vero che solo il 2% delle persone mondiale ne sarebbe in grado. Tendo a credere che siano almeno il 20%. La vera differenza la fa il tempo con cui ci si riesce. Per darvi un parametro di riferimento, dico che io (che notoriamente non capisco un cazzo) c’ho messo un’oretta. Però mi sono divertito.

La soluzione non la posto perchè altrimenti ve l’andate a guardare e non ci provate ma comunque è facilmente trovabile sul Web con un minimo di ricerca. Rimane la questione che non c’è nessun trabocchetto ma solo logica.
IPOTESI DELL’INDOVINELLO

In una strada vi sono 5 case dipinte in 5 colori differenti.
In ogni casa vive una persona di differente nazionalità.
Ognuno dei  padroni di casa beve un differente bevanda, fuma una differente marca di  sigarette e tiene un animaletto differente.

DOMANDA

A  chi appartiene il pesciolino?

INDIZI

1.   L’inglese vive in una casa rossa
2.   Lo svedese ha un cane
3.   Il danese beve thè
4.   La casa verde è a sinistra della casa bianca
5.   Il padrone della casa verde beve caffè
6.   La persona che fuma Pall Mall ha gli uccellini
7.   Il padrone della  casa gialla fuma sigarette Dunhill’s
8.   L’uomo che vive nella  casa centrale beve  latte
9.   Il norvegese abita nella prima casa
10.  L’uomo che fuma Blends vive vicino a quello che ha i gatti
11.  L’uomo che ha i cavalli vive vicino all’uomo che fuma le Dunhill’s
12.  L’uomo che fuma le Blue Master beve birra
13.  Il tedesco fuma Prince
14.  Il norvegese vive vicino alla casa blu
15.  L’uomo che fuma le Blends ha un  vicino che beve acqua