Arturo ha fatto un passo indietro.
Almeno così dicono tutti quelli che lo conoscono da tanto tempo. Moglie compresa.
Si è laureato con me tanti anni fa ed ha fatto una carriera brillante. Da un’azienda all’altra, s’è fatto tutta la gavetta, per poi arrivare in una multinazionale che lo ha proclamato manager dell’anno. Quando ci rivedevamo non mi sembrava felice di sbattere in faccia a tutti la sua posizione sociale. Al contrario un po’ se ne vergognava. Era come se si sentisse un privilegiato rispetto a coloro che non riuscivano a trovare per intero la loro strada, me compreso. Non ha mai voluto lucidarsi le mostrine e non voleva mostrare i suoi muscoli di uomo arrivato. O comunque non con noi che lo conosciamo da quando se ne andava a giro con i calzoni corti. Ogni volta che gli chiedevamo del suo lavoro, lui minimizzava. Diceva e non diceva. La moglie però no. La moglie se ne vantava eccome invece. Era lei, che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, a raccontare a tutti quanto fosse in gamba il padre dei suoi figli. Premiato alle convention aziendali, viaggi premio a iosa, portato a esempio a tutti per impegno, sacrifici e risultati. Ogni volta che lei ne parlava a quel modo a me stava un po’ sul cazzo, perchè mi sembrava evidente che per Anna, la moglie, lo status sociale era tutto ciò che realmente interessava e non c’è niente di più eccitante, per lei che sbattere in faccia a tutti la loro grandezza mentre gli altri a mala pena sanno come arrivare a fine mese. Poi però guardavo Arturo e lo vedevo imbarazzato e questo mi bastava per perdonarlo per la moglie che s’è scelto. E poi mi piaceva da matti il fatto che nella sua opulenza aveva mantenuto fede a un vecchio patto che avevamo fatto da ragazzi: mai comprare un SUV!
Le persone che comprano un SUV , sono sudicioni. Lo pensavo allora e lo penso ancora. E nonostante la sua indole da martire, Arturo aveva resistito alle pressioni della moglie arrivista che ne pretendeva uno e per questo ho sempre pensato che meritava il successo che stava ottenendo.
Ho rivisto Arturo e la sua famiglia qualche settimana fa ed era tutto cambiato.
Non era difficile capirlo. Non vestiva più con vestiti di marca, non era più sbadato nell’usare i soldi offrendo tutto a tutti, e anzi era attento a non sprecare. Senza che nessuno chiedesse niente la moglie si è affrettata a raccontare che avevano deciso che la qualità della vita era più importante dei soldi e del successo e che quindi lui si era dimesso dal lavoro che lo impegnava oltre misura in quella multinazionale per farne un altro che gli desse più tempo per stare con lei e con i due figli. Quando lei raccontava questa storia con la stessa enfasi con cui ha sempre fatto, mi sono accorto che Arturo guardava per terra, ma non gli ho detto niente. Non ce n’era alcun motivo. Nè c’era motivo di chiedere di più sul nuovo lavoro sul quale avevano glissato con grande classe. Mi aveva colpito piuttosto invece, nel proseguo della serata di come la moglie fosse molto più fredda con lui di quanto non lo fosse mai stata prima. Se non avessi saputo che si amavano da anni, avrei detto che lo trattava con astio. Nei suoi occhi avrei giurato di poter riconoscere il rancore e la tristezza e il dolore di colei alla quale è stato tolto qualcosa. Fosse anche un sogno.
Ieri sera ricevo una telefonata. Era Arturo. Aveva voglia di parlare. Mi ha detto che non se la sentiva di prendermi per il culo. “Non te”, ha detto. Mi ha così confessato che la sua azienda, mesi fa, lo ha cacciato. Dall’oggi al domani, senza apparente motivo. “Solo” perché la crisi in corso imponeva dei drastici tagli di personale, loro hanno semplicemente scelto tra quelli che costavano di più e che in prospettiva avrebbero reso meno. L’eroe aziendale, l’uomo che le aveva fatto guadagnare un sacco di soldi era diventato semplicemente un ramo secco. Altri giovani manager le sarebbero costati meno e avrebbero lavorato di più e per questo avrebbero preso il suo posto. In quanto dirigente non aveva diritto ad alcun supporto sindacale nè al reintegro. Arrivederci e grazie per l’impegno, le auguriamo ogni fortuna. E liberi la scrivania entro mezzogiorno.
La fine del lavoro è coincisa con la quasi probabile fine del suo matrimonio. La crisi sopravvenuta con esso l’ha convinto che sua moglie abbia trovato un amante. E comunque non hanno più rapporti sessuali nè intimità di alcun genere.
Mi ha detto di aver provato a riciclarsi in qualche azienda più piccola, ma nessuno vuole assumere un uomo di cinquant’anni, non importa quanto grande possa essere la sua professionalità e sono bastati pochi mesi per mandare in crisi tutta la famiglia. Pensando che non avrebbero avuto difficoltà nel trovare un altro impiego, non hanno abbassato immediatamente il loro livello di vita e questo li ha portati vicino al crack totale. La famiglia della moglie lo ha tartassato e lui alla fine, giunto alla canna del gas, è stato costretto ad accettare di lavorare come aiutante di un elettricista che ripara ogni cosa. Il tipo, un amico del padre, gli ha offerto il posto solo in memoria del vecchio genitore che un tempo lo aveva aiutato. E adesso ogni mattina, Arturo, prende la sua pandina usata che il tipo gli ha dato in uso e parte a fare cose che solo qualche anno fa non credeva di poter mai fare. Tutte le mattine il capo gli dà il lavoro da fare e gli dice in quanto tempo lo deve fare e lui, che un po’ se la cavava con le cose manuali, non c’ha messo troppo a imparare le cose che non conosceva. Ma santo cielo, voglio ben dire, era uno dei migliori studenti che abbia mai conosciuto. Mi ha detto che comunque riparare cose elettriche non è male come lavoro. Alla fine guadagni sempre un sorriso dal cliente e questo gli basta, almeno quasi sempre, per mandare giù la vergogna di aver perso il suo status sociale. Mi ha detto che incontra persone buffe e strane. Extra comunitari stipati in appartamenti in cui non credeva si potesse vivere o neo separati all’inizio di una nuova vita. Dice che non si annoia mai. E poi è sempre a giro con la sua pandina. A volte fa freddo, a volte piove. A volte un SUV di merda gli passa davanti e lo spinge sulla proda. Quando capita però lui non lo maledice come faccio ancora io. No. Lui sorride e scuote la testa. Quella piccola utilitaria è diventata il posto dove passa un sacco di tempo. L’ha pure personalizzata mettendoci una radio che prima lei non aveva, qualche vestito per quando piove e fa freddo e persino un kit per il pronto soccorso che non si sa mai. Mi ha detto che ci tiene dentro anche qualche libro per i momenti morti e mi ha chiesto persino qualche consiglio in merito. La parte intellettuale del suo lavoro precedente gli manca un po’ e pensa di sopperire con questo al mancato uso del cervello che è costretto a subire. I libri, mi ha detto, gli placano quella sete mentale che nel suo attuale lavoro non è richiesto. Certo l’orgoglio è un po’ ammaccato e forse perderà anche la famiglia ma la musica a palla che ogni tanto mette in macchina per stordirsi, la stessa che ascoltavamo trent’anni fa, riesce a portarlo via ai tempi in cui credevamo che noi ce l’avremmo fatta.
Non ho dormito tutta la notte pensando a lui. Pensando che potrebbe essere la stessa fine che capiterà a me. La storia di chi aveva ottenuto tanto, o abbastanza, ed è costretto a ridurre tutto. Ogni cosa. Ma le cose che fa tutti i giorni adesso e soprattutto il modo in cui me li ha raccontati mi hanno spiazzato per l’umiltà e la dignità e per il modo in cui è onesto e cristallino.
Da qualche parte ho letto che se tutti noi facessimo il nostro lavoro con attenzione e dedizione il mondo funzionerebbe meglio.
Questa affermazione in parte è giusta ma in parte sembra essere conservatrice. Cioè è come se sottintendesse che è meglio che ciascuno continui a fare quello che fa senza pensare di poter fare altro. Io penso che i lavori migliori sono quelli che ci si inventa. Quelli quei mestieri che fino a quando non li abbiamo sperimentati noi non esistevano. E anche nel fare l’avvocato o il medico o il commerciante si possono sperimentare modi nuovi e per questo innovativi. Modi che lo fanno appartenere un po’ di più, quel lavoro, alla persona che lo fa.
Ecco forse sta tutto qui. Tutto sta nel riuscire a trovare un modo proprio, personale e distinguibile in ogni lavoro che facciamo, per farcelo sentire un po’ più vicino. Un po’ come dire che se siamo solo in prestito a un certo lavoro lo faremmo molto peggio e che lui ci sarà molto più pesante di come potrebbe essere se fosse un pochino più nostro.E comunque trovare un equilibrio rimane la cosa fondamentale perché occorre pensare che noi non siamo solo il lavoro che facciamo. Non è giusto essere identificati o identificarsi con la propria competenza professionale. Credo che sia sano essere soprattutto qualcos’altro, oltre alla nostra dimensione lavorativa. Insomma siamo quello che facciamo ma anche quello che ci concediamo di non fare quando potremmo farlo.
Ma stamattina il sole si è alzato presto e Arturo avrà preso la sua pandina con le scale sul tettino e sarà partito per una nuova giornata di incontri. Mi piace pensare che si sia appena acceso la radio e stia ascoltando un programma che gli porti via la testa.
E che sia in pace con se stesso!