La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Dedicato alla mia generazione

 

 

Manca poco tempo alla fine del mondo e oramai mi sono convinto che il 21 dicembre prossimo sentiremo una voce tonante. Non lo so perché, ma stamattina mi è venuta in mente il film di De Sica: Il Giudizio Universale. La trama la conoscono tutti, più o meno, è questa: mentre la gente vive come sempre, una voce possente che viene dal cielo inizia ad annunciare il giudizio universale per le 18.00. Alcuni personaggi sono presi dal terrore, altri continuano a vivere come sempre, del tutto sordi all’avviso sempre più pressante. I più indifferenti sono un bambino ed una bambina che sono così presi dal tenero sentimento dell’uno per l’altra, che piangono e si disperano, non per la fine del mondo, ma per il fatto che il ballo, dove si sarebbero dovuti incontrare, rischia di essere annullato causa Giudizio Universale.

Non riesco proprio a togliermi dalla testa una scena. Quando alla fine comincia il Giudizio Universale e la voce chiede a un poveraccio:

“Ti piace la zuppa inglese?”

L’uomo terrorizzato balbetta e non risponde.

“Confessa ti piace la zuppa inglese?”   continua Dio. “ammazzeresti uno stupido cinese per una zuppa inglese è, confessa”

“Io …Io..Io sono buono…”

Ecco, penso che il 21 dicembre quando il vocione dirà “Masticone ti piace sparare minchiate?”, risponderò più o meno allo stesso modo.

Comunque prima che sia troppo tardi e si compia la beata speranza e venga il Regno devo rendere omaggio a qualcuno che mi è caro. In fondo, dai, non c’è persona che non lo faccia per le cose che gli/le sono care.

Io non faccio eccezioni. E oggi ho una gran voglia di rendere testimonianza alla mia generazione. Stiamo invecchiando e facciamo fatica ad accettarlo. Ancora di più nel vedere che alcuni di noi ci hanno già lasciato. Ci siamo scoperti soli, quando pensavamo che non lo saremmo mai stati. Cambiati, quando credevamo che non ci sarebbe successo. Disillusi quando avremmo scommesso che a noi sarebbe andata diversamente. Ci siamo insultati l’un l’altro e oggi a cavallo del mezzo secolo, chi un po’ di più chi un po’ di meno, ci rendiamo conto che, alla fine, gli unici a capire le nostre idiosincrasie e paure e speranze che ancora nutriamo, le piccole gioie e i grossi dolori sono quasi sempre coloro che hanno diviso con noi cose che non ci sono più e che non torneranno.

E allora mi è venuta voglia di ricordare alcune di esse, perché a volte, a ricordarle, si riesce a vivere meglio il presente.

Noi che si finiva i compiti il più in fretta possibile per andare a giocare a pallone per strada o ai campini con gli amici e non c’era bisogno che ci accompagnasse la mamma o il papà perchè era normale vivere a quel modo.  Costretti spesso alla regola del portiere volante o a quella del  “chi si trova para”. E c’era sempre quello nuovo che chiedeva se segnare da centrocampo valeva. Si, cazzo, fava, vale. Vale tutto.  E che quando si facevano le squadre se venivi scelto per primo stavi bene una settimana perchè voleva dire che eri bravo e l’ultimo andava invece quasi sempre in porta. E che avevamo tutti un soprannome possibilmente infamante ma non si offendeva nessuno. E  se anche eravamo 50 a 1, c’era sempre l’immancabile “chi fa l’ultimo goal vince”. E  bestemmiavamo contro il SUPER TELE o l’ELITE. Perchè avevamo il TANGO DIRCEU solo se andava di lusso. E  dopo la prima partita, c’era la rivincita e poi la bella e poi la bella della bella.  E anche senza la traversa e la moviola capivamo lo stesso se era goal oppure no. E giocavamo a calcio  con le pigne. E le pigne ce le tiravamo pure addosso. E  ridevamo se un amico rideva e che continuavamo a ridere anche se lui poi si metteva a piangere. E che tiravamo la manine appiccose delle patatine sui capelli delle femmine che si arrabbiavano e che ti lasciavano per punizione con la scopa in mano alle feste. E che a scuola nella prova di scienze ci davano la patata da mettere nel bicchiere che germogliava. E bevevamo l’acqua nelle fontane dei parchi, non quelle imbottigliate, la stessa dei cani e non ci faceva paura mangiare qualcosa che era caduto per terra.

Noi che non si barava. Perchè avevamo un onore da mantenere e per questo non si finiva mai il cubo di Rubik, in cambio però si saliva sugli alberi e si faceva finta di essere Orzowei e si costruivano aquiloni con la carta delle uova di pasqua che non volavano mai. E suonavamo la pianola Bontempi che ci faceva sentire dei veri musicisti  e  a scuola usavamo i pastelli a cera e i pennelli “Carioca” che ti impiastricciavano le mani e non venivano mai via con l’acqua. E andavamo in due in bicicletta senza mani e mettevamo le carte da gioco con la molletta sui raggi e se bucavi passavi ore nelle camere d’aria mettendole nella bacinella d’acqua e ti sentivi un genio quando riuscivi a ripararla con il tip top. E che poi più grandi abbiamo cominciato ad andare sul Ciao: che si accendeva pedalando! Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; vedevamo nostro padre riempire il portapacchi sulla macchina fino all’inverosimile e facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.

Noi che non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino e andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti. Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale e  che a volte si litigava ma che dopo cinque minuti era tutto finito. Noi che “se fai questo, non sei più mio amico”. E che giocavamo a “Merda” a carte per ore perché le regole del Poker non le conosceva nessuno e poi a Risiko e che litigavamo sul chi era più forte tra Godzilla e Goldrake (lui tutta la vita) e che guardavamo la “Casa nella prateria” anche se faceva tanta tristezza. Però poi avevamo  la famiglia Bradford e Happy Days a tirarci su. E che sui diari scrivevamo davvero tutti gli avvisi ma poi ce li tiravamo addosso mentre le femmine ci scrivevano romanzi d’amore. E che per andare alla gita scolastica di tre giorni dovevi preparare la famiglia otto mesi prima. E che se nevicava la guardavamo scendere a bocca aperta guardando dalla finestra ma, come finiva, “Tutti di sotto”. E che quando c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa con la tuta e che le poesie non le volevamo imparare a memoria ma le frasi di Tex Willer non le scordavamo mai. E che i politici non li conoscevamo ma Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi si. E che scommettavamo se l’uomo della pubblicità che stava sempre a mollo avesse o meno i reumatismi. E che indossavamo maglie di lane che pizzicavano e che quando toglievamo quelle maledette calze strette che  avevamo rimanevano segni mostruosi al polpaccio. E che per regalo per la comunione ricevevamo otto compassi e sette calcolatrici due mappamondi con la luce dentro. E che aspettavamo la foto dalla Polaroid e che quando ritiravi le foto dal fotografo eri curioso di vedere come erano venute.

Noi che vivevamo in attesa di 90° minuto e ci sentivamo protetti dalle figure paterne di Paolo Valenti, Necco da Napoli, Bubba da Genova, Giannini da Firenze, Vasino da Milano, Castellotti da Torino, Pasini da Bologna, Tonino Carino da Ascoli, Strippoli “riporto” da Bari o Lecce. E che quando aprivamo le bustine intonse pregavamo per non trovare triplone o quadriplone PILONI; il secondo mitico portiere della Juve che non aveva mai giocato una partita per colpa di ZOFF. E che alla radio c’era Ciotti che diceva sempre che la squadra del tuo cuore , qualunque fosse, faceva sempre la stessa cosa:  “retrocede a difesa dei 16 metri e si arrocca”. E soffrivi come un cane. E che ci ricordiamo di Galeazzi magro e che il calcio in TV era solo di mercoledì o di domenica quando,  la sera, alle sette davano il secondo tempo di una partita registrata  e che fino all’inizio del secondo tempo non sapevi i risultati dei primi tempi. E c’era la zona Stock che ti diceva di brindar con lei sia se vincevi che se perdevi. Ma vaffanculo zona Stock, io ho perso e ti getto nel cesso.

Noi che poi eravamo imbranati con le donne. E che andavamo dall’amica del cuore di quella che ci piaceva e le chiedevamo “Dici a Monica se si vuole mettere con me? Il giorno dopo quella tornava e la risposta era sempre la stessa: “Ha detto che ci deve pensare”. E che non mandavamo sms con i cellulari che non avevamo ma dedicavamo canzoni alla radio. Noi che odiavamo i minestroni ma che ci emozionavamo per un bacio nella guancia e pensavamo che andare mano nella mano, significasse davvero qualcosa.

Noi che abbiamo dovuto imparare quell’assurda merda del MS DOS, e che la prima volta che siamo stati a Londra lo abbiamo fatto in pullman da Firenze. 40 ore con solo due fermate tecniche per pisciare a Torino e a Parigi (Piazza Stalingrado) e che quando arrivammo a Victoria Station avevamo la forma di un pezzo simmetrico del Tetris. E che oggi quando basta un’ora e mezzo in aereo da Pisa pensiamo sempre che ci sia sotto la gabola e che qualcosa non torni. Noi che i flippers erano basici ma se riuscivi a eccitarli ti facevano godere come poche donne hanno mai più fatto. WOW (che noi si chiamava vov) ,  e WHEN LIT.  (“dai che c’hai il vov acceso. Dai, colpisci, fallo godereeee..”)

A noi, che adesso viviamo lontani, sparsi per un mondo che abbiamo visto cambiare, non sempre in meglio e che a volte ci prende la tristezza a tradimento perchè vorremmo riprovare le sensazioni di una volta quando tutto sembrava più pulito e più semplice. E che abbiamo imparato ad abbassare la testa ma lo stesso gridiamo dentro di noi. Che pensiamo che in fondo non eravamo poi così male anche se ci hanno dipinto come la generazione del niente, perchè non impegnata come la precedente e non festaiola come quella dopo.

A noi, che adesso abbiamo perso la spensieratezza di quegli anni e che dobbiamo affrontare i fallimenti e le crisi e i politici di merda e il magna magna marescià. A noi che  per quanti calci del culo continuiamo a prendere e per quanto ci possano far sentire come un cane in chiesa, tutte le mattine usciamo di casa sperando sempre che, dietro l’angolo, improvvisamente, ci si possa reincontrare d’incanto, almeno una volta, con il pallone in una busta di plastica.

E io oggi, darei qualsiasi cosa per un’altra partita con voi, adesso, per la strada.

Vi voglio bene.

ah, dimenticavo

La mia Monica, di allora, ci sta ancora pensando.

La stronza.

Gigi il matto

E’ dunque questa è la tua vita Gigi?

La tua bassa scolarizzazione ha contribuito in maniera decisiva a farti finire a vivere a fianco dei Rom, che ti considerano quasi della famiglia, parte della loro comunità. Eppure non ci hai pensato un attimo a invitarmi a cena a casa tua stasera. Ti chiamano “il matto” perchè ogni tanto scleri. Ti si chiude la giugulare sul collo e fai scenate che la gente perbene alla fine ha deciso di tollerare come folkloristiche. In fondo, il parcheggiatore abusivo autoctono che fa colore, potrebbe diventare una fonte interessante di turismo. Quindi  di reddito. Stasera mi hai visto particolarmente accigliato e mi hai chiesto cosa non andava.  Ho provato a dirti che avevo scritto un post su un blog che ha fatto incazzare mezzo mondo, amici o presunti tali compresi, e tu mi guardavi con la faccia inespressiva e poi mi ha detto: scusa, ma che è un blog? In quel momento avrei voluto abbracciarti Gigi. E’ che a volte non so nemmeno io perchè mi autolimito. Tu no. Tu non ti sei affatto limitato. Non capivi che cosa succedeva ma mi hai chiesto dove stavo andando. Stasera sono solo, ti ho detto. E tu, senza motivo, mi hai invitato a casa tua. Perchè lo hai fatto Gigi? Quante volte abbiamo davvero parlato io e te? Quante volte ti ho davvero ascoltato? Devi allora aver compreso che cosa mi passasse per la testa. Mi hai semplicemente detto “Mi stai simpatico!”. Ho pensato: Cosa diavolo ti sta simpatico di me amico? I quattro spiccioli che mi piace darti quando ti vedo? cosa esattamente? ti prego dimmelo. Tu invece in quell’istante in cui mi facevo queste domande hai creduto che mi facesse schifo l’idea di passare una serata con te. L’ho visto nei tuoi occhi. Ho visto come sono diventati tristi. Mi ha ferito molto di più quello sguardo che gli insulti che mi hanno regalato nel blog. Perchè tu avevi ragione. Tu si. Avrei fatto qualsiasi cosa per toglierti quell’espressione triste dalla faccia e quindi ho rilanciato “va bene vengo. Però offro io”. Una frase più demente non potevo dirla. La tua faccia non ha cambiato. E’ rimasta triste. Poi, con colpevole ritardo, perchè sono tardo ho compreso che non potevo calpestare la tua dignità, di nuovo, come tutti, e ho cercato di salvare il salvabile: “voglio dire che offro io almeno il dolce ok? prendere o lasciare”

E’ questo tuo figlio Gigi?

questo ragazzino che siede accanto a me, in questa semi baracca arredata con pezzi che definire d’antiquariato sarebbe quasi offensivo. Vestito con indumenti lisi che sembrano i tuoi di quando avevi la sua età. Eppure ha lo sguardo vivace e non sembra uno zombie. Vorrei chiederti perchè cazzo hai deciso di chiamarlo Maicol, scritto esattamente così, ma evito di farlo. So stare al mio posto. Ho studiato io perbacco.

E’ questa tua moglie Gigi?

Questa donna con due bellissimi occhi verdi su un’impalcatura pesante e cerchi e rughe che ha smesso di tentare di nascondere da tanto tempo. Questa donna che ti sorride mentre tu parli e mostra la sua tristezza solo quando tu le volti la schiena. Questa signora che non fa una vacanza da secoli e che ne sogna una sulla costiera amalfitana con te e Maicol e che mi chiede se ci sono mai stato. E mi vergogno di dirle di si e così nego e le dico che è pure il mio di sogni.

E’ davvero questa la tua vita Gigi?

Essere felici perchè un giorno qualcuno ti ha mollato qualche mancia in più e sopravvivere con quello e con i sussidi statali sempre  più miseri che ti consentono di invitare a cena un bischero come me per offrirgli piatti  con cibo che diverse volte ho visto buttar via da persone come rimasuglio di qualcosa di più buono. Che fine hanno fatto i tuoi sogni, e le tue speranze. Chissà se ti ricordi ancora di quando ne avevi. Stai andando da nessuna parte Gigi, lo sai vero? stai andando da nessuna parte a una velocità spaventosa e forse te ne rendi persino conto.  E credo tu abbia imparato la lezione: nessuno gli frega un cazzo di te amico, solo perchè a nessuno frega un cazzo di nessuno alla fine.

Quando me ne sono andato, mi hai salutato dicendomi che era stato bello avermi avuto a casa tua.

No Gigi, è stato un mio privilegio esserci stato invitato.

Ti voglio bene anche se non leggerai mai queste parole.