Ehi, Dio, mi avresti anche rotto le palle.

Se non avessi saputo che Dio è uno stronzo che passa il tempo a inventare modi esilaranti per fregarmi forse avrei persino continuato a pregare.  Ricordo di averlo fatto molto, a suo tempo, per avere un figlio maschio scoprendo che il suo appetito nel mettermi alla prova è sempre stato insaziabile con piani di una complessità sbalorditiva. Dopo la prima figlia “amerikana”, infatti, ho intensificato le preghiere. Ero convinto che mi avrebbe ascoltato e LUI che fa? mi ha mandato un’altra femmina. Allora, illudendomi di essere più furbo ho tentato di gabbarlo tenendo una mossa di psicologia al contrario: ho pregato, cioè, per averne una terza. Stolto. Come ha risposto quello screanzato? Me ne ha mandate due. Gemelle. Tanto per fregarmi.

E tutti a dire: Fico!

Fico un cazzo.

La verità è che Dio è per l’uomo, ciò che l’olio è per l’acqua: rende depressi e arrabbiati e inclini al suicidio. Ecco perché santifichiamo il nome Suo associandolo a gustose specialità gastronomiche locali a base di suino.

Ieri davanti alla scuola mi sono intrattenuto a giocare con un compagno di scuola delle più piccole. Gli sto simpatico e a me di fare un po’ di cose maschili una volta tanto non mi dispiaceva. La madre, una bella donna dai modi  a volte un po’ troppo bruschi, lo aveva appena ritirato dalle lezioni di religione in classe. Insomma è una che va contro le convenzioni sociali. Una con le palle. Credo di stare simpatico anche a lei e quindi si è permessa di toccare certi argomenti.

“Lei crede in Dio?” mi fa ad un certo punto

“No, cioè, si, ecco la testa mi dice No, ma il cuore si. Poi so che è capace di porcate micidiali quindi bisogna stare all’erta.”

“Insomma ha fatto battezzare tutte eh?”

“Eh beh altrimenti sarebbe impossibili essere cristiani” rido io.

“E certo, che sciagura sarebbe” ride lei.

“Adesso è Satana a parlare” rido io.

“Si sbaglia io sono  un avvertimento. Dio che dice a tutti voi “potresti essere tu” “potresti diventare come lei”” ride lei

“Ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore. Sotto scacco. Io lo so meglio di chiunque altro.” rido io.

“Crede davvero che Dio la stia punendo?”  non ride più

In quel momento suona il cellulare. L’amministrazione dell’azienda mi comunica che il piano di rientro che avevamo proposto all’Agenzia delle Entrate per pagare l’assurda cartella esattoriale che ci hanno mandato è stato respinto. Mi sono appoggiato a un albero ho aggrottato le ciglia e ho detto semplicemente

“Si”.

Poi ho mostrato il dito medio al cielo e ho urlato:

“Vaffanculo”

Accidenti ai siluri

Poco da fare, Virginia, mia figlia, è una shampista in pectore.

Per quanto mi sforzi di farle migliorare il suo rendimento scolastico, la sensazione che finirà in un grande salone di bellezza a fare la tinta a vecchie bavose incapaci di invecchiare è sempre più forte. Eppure io ero stramaledettamente bravo a scuola. Ci sono volte che avrei voglia di urlare alla madre che è chiaro che ha preso da lei. Incapace di darle il suo meglio, l’artiodattilo ruminante le ha regalato il peggio. Se non lo faccio, è solo perché so che mi risponderebbe che, nel caso Virginia diventasse una mignotta, sarebbe la dimostrazione che anche io ho fatto la stessa cosa.

Eppure nonostante  questo, quella maledetta bimba, ogni tanto mi spara dei siluri che mi mettono in difficoltà.

Ieri sera ad esempio si è seduta accanto a me e mi ha detto con fare solenne, come se volesse rivelarmi una verità apodittica che a me però sfuggiva:

“Sai babbo, io credo che se Gesù nascesse oggi, sarebbe un punk”.

Sono rimasto là a fissare il muro senza risponderle niente. Non ero in grado di tirar fuori una risposta articolata che non sporcasse un’affermazione simile. Sentivo gli occhi di lei su di me che aspettavano un mio rimando. Un qualcosa che potesse aprirle vie di pensiero alternativo. Invece sono rimasto zitto, come un babbaleo. Con quell’ idea in testa di Gesù ribelle che proprio non voleva andar via.

Stanotte, come mi capita ormai spessissimo, da mesi a questa parte, mi sono svegliato alle tre. Occhi spalancati e insonnia galoppante. Il periodo difficile che sto vivendo certo non aiuta a rilassarmi. Per gabbare la mia testa, che di questi tempi mi porta a esplorare abissi di cui ho terrore, ho forzato il mio subconscio a fare un altro tipo di ricerca. A immaginare cioè altri personaggi del passato.  Immaginarli oggi.

E così a ruota libera è venuto fuori che: Napoleone sarebbe un cameriere di un bar, Jimi Hendrix un pianista, Giulio Cesare un femminiello, Hegel un urlo, Van Gogh un fiore, Gandhi un samurai, Eleanor Roosevelt una prostituta, Jim Morrison il re d’Inghilterra, Moana Pozzi una sirena, ma  Django, eh beh, lui rimarebbe lo stesso un miracolo. E poi ancora ho pensato che Bianciardi sarebbe un fantasma, Elisabetta I una casalinga, Bukowski uno scienziato, Buddha un cowboy, Newton un balordo, Galileo un drogato, John F.Kennedy uno psicotico e  Nixon premio Nobel per la pace, Enrico Mattei un monaco, Alberto Sordi un bottone di una camicia sporca.

E così stamattina portando Virginia a scuola mi è venuto di parlar con lei delle mie esplorazioni notturne. Lei però non era molto interessata. Era già avanti. Prima di lasciarla andare incontro alla vita, la bacio sempre. In genere sgattaiola via subito. Invece oggi è rimasta là. A fissarmi. Ho riconosciuto quello sguardo e ho sentito il sottomarino armare i suoi siluri:

“Oh babbo, ma se l’amore è la risposta. Qual è la domanda?”

Credo facesse riferimento a una cazzo di T-shirt di una sua amichetta che stava arrivando. Avrei voluto risponderle la verità “No, dai, sta solo scherzando. Si fa per vendere qualcosa. Money, argent, pecunia. Che non puzza mai.” Invece mi sono lasciato prendere la mano.

“L’amore è ciò che governa il mondo e occorre che tutti ci inchiniamo davanti a lui!”

Lei mi guarda e scoppia in una grassa risata:

“Si, ciao core. Ci si vede pà”

E io adesso sto qua a chiedermi se riuscirò mai a farle fare un upgrade da shampista a impiegata delle poste.

Vabbè.

 

 

Noè era un imbroglione e pure un ausiliare del traffico

 

«Babbo scusa ma me lo dici quante pecore c’erano davvero sull’arca di Noè?» mi chiede Virginia  alzando la testa dal quaderno dove sta scrivendo.

Io la guardo e, finalmente dopo tanto tempo, mi sento tranquillo nel risponderle.

Un padre deve saper essere padre, cazzo. Deve poter insegnare alla propria discendenza la sua cultura e tutto il know-how che ha appreso in lunghissimi anni di studio matto e disperatissimo sui banchi di scuola.

«Certo che te lo dico io. C’erano due pecore, come erano due le coppie di animali che si portò a bordo sull’arca  Lo insegnano anche a catechismo no?» gli faccio con truce baldanza sfoggiando il mio sorriso stagionato, ma che fa sempre la sua porca figura.

«Infatti è quello che ci ha detto il prete. Però vedi, io volevo esserne sicura e mi sono andata a leggere la Bibbia e nel libro della Genesi che lui ci ha citato c’è scritta una cosa ben diversa e quindi, adesso, sono confusa.»

«Impossibile, le faccio io» rimanendo stranamente calmo.

Credo di essermi oramai abituato a questa soglia di dolore tipico di chi sa solo fare flop nei momenti che davvero contano nella vita «la Chiesa non sbaglia mica così grossolanamente. Ovvia, Virginia non prendermi in giro come fai sempre.»

«No, no, davvero babbo» dice lei seriosa «nella Genesi c’è scritto che, Dio, impone a Noè di prenderne solo una coppia quando parla degli animali immondi, mentre di quegli altri, quelli puri, quelli che si possono mangiare, doveva prenderne sette paia. Ora mi sembra che le pecore siano animali mondi, giusto? Insomma gli ebrei le pecore se le mangiano no?»

«Beh, si, in effetti, mi sembra che il kebab se lo facciano anche loro» rispondo imbarazzato.

«Appunto allora sull’arca di Noè c’erano quattordici pecore e non due come m’ha detto il prete. Sbaglio?»

«Ci deve essere un’altra spiegazione dai, per forza.»

«Ah si? E quale» fa quell’impertinente.

«Giuro che studierò a fondo la questione Virginia. Davvero.»

«Allora, già che ci sei mi puoi dire anche un’altra cosa che proprio non riesco a comprendere?»

«Sentiamo» faccio sconsolato.

«Ecco, secondo te, i pesci, Noè li ha lasciati ad arrangiarsi da soli con il Diluvio o doverosamente se li è portati a bordo costruendo un mega acquario?»

La guardo e penso che la vita a volte è proprio ingiusta. Insomma, non poteva prendere un pochino da me e provare a vivere con più leggerezza, invece che di rompere i coglioni a questo modo, spaccando sempre il capello in quattro?

«Virgi, ma giocare un pochino con le bambole e con gli smalti e i trucchi come fanno le altre bambine no eh? Guarda, capisco che la play station e fare i tornei di calcio sarebbe stato chiedere troppo, è vero, ma non mi sembrava che sperare di avere una bambina che pettinasse Barbie e sognasse di Ken fosse chiedere la luna.»

«Ken è finocchio babbo, lo sanno tutti, come posso sognare di lui?»

«Si, vabbè, ciao core.»

Un colpo così tremendo alla mia invulnerabile cultura doveva essere lavato con l’alcool. E così ho fatto un salto giù al trogolo. Per bere come Dio comanda alla faccia di Noè e del budello di su’ mà.

Nonostante che nel tempo abbia provato di tutto, io rimango un grande fan del “Negroni“. Il Negroni fa il culo a tutti. Ogni tanto va bene anche il “Negroni sbagliato”, ma Lui, quello vero, è il vero nettare degli Dei. Se lo ingozzi dopo esserti fatto un “Americano” puoi anche riuscire a capire  il senso di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin. Lo so, lo so,  “l’Americano” è da signorine o da fighetti radical-chic che vogliono darsi un tono ma odiano perdere il controllo, ma se dopo ci piazzate un bel “Negroni” come si deve, eh beh, signori, cambia tutto. E se trovassi un pazzoide che mi segue e se ne facesse un altro a seguire potrei anche declamare versi socialisti con una sporta di plastica in mano all’angolo della strada chiedendo l’elemosina senza vergognarmi.

Tutto questo per dire che mi sono imbenzinato come si deve ed ero pronto a un qualunque soliloquio contro lo stress della vita moderna. Ho provato così a parlare della stronzata del migliore dei mondi possibili di Leibniz ma nessuno sembrava impressionato dal mio verbo, mentre erano tutti in ammirazione della scimmia che stava prendendo posto sulla mia spalla. E così, narcisista come sono, mancandomi un’audience adeguata, ferito a morte ho deciso di andarmene via  dal trogolo pronto a riaffrontare quella merda di Noè con ben altro cipiglio.

Quel bastardone ha però chiesto aiuto al suo amico Dio. E come al solito, con chi gli pare, Geova risponde sempre presente.

La prendo larga.

Chiunque abbia mai letto L’Idiota di Dostoevskij, e abbia visto agire il principe Myskin, sa che quel libro è una grande apologia della stupidità umana. Seicento pagine per consacrare l’idiozia a suprema categoria dello spirito, sinonimo di irriducibile purezza d’animo, di epilessia emotiva, causata dall’estenuante forte sentire e capire, propri di ogni creatura spiritualmente superiore. A me,  però, è bastato molto meno per apostrofare, allo stesso modo del principe Myskin, il maledetto ausiliare del traffico che mi ha fatto trovare una, volta uscito, bello carico, una multa sulla macchina. Ero così felice per aver dimenticato per un po’ i miei guai e quel maledetto idiota dell’ausiliare del traffico mi ha fatto subito perdere il buonumore. Loro sono la vera feccia della società. Sono bastardi dentro. C’hanno questa vena, non lo so perché, amano nascondersi e far finta di niente. Sono tra noi e tu non lo sai. Potrebbero essere chiunque, si fanno passare per semplici passanti, aspettano che ti allontani e come lo fai, taac, ti lasciano il loro fogliettino. Sono di sicuro degli avanzi della polizia stradale, scartati nelle prove psico-attitudinali per manifesta demenza e bassa attitudine alla socialità. E nessuno può insultarli perché non è politicamente corretto. La nostra società, basata oramai sul buonismo imperante, mette ribrezzo e non sarà mai redenta perché non sa più da che parte voltarsi senza essere colpita dall’americanismo che la governa, partendo dalla classe politica fino ai vari programmi culturali. Siamo diventati degli ovini istruiti da un pastore analfabeta, idolatri del luogo comune più bieco. Io invece, che parlo ancora potabile, forse perché appartengo a un’altra era geologica rispetto alla contemporaneità, urlo a squarciagola “Morte all’ausiliario del traffico”,  terrorista per noi, molto più pericoloso degli agenti di Al Qaeda.

L’ausiliario del traffico è una delle prove dell’esistenza di Dio e della sua malvagità.

E affanculo anche Tony il parcheggiatore abusivo che dopo avermi ciucciato i due eurini all’entrata ha visto bene di sparire non appena quello si è materializzato.

Humilitas Occidit Superbiam

Ho sempre snobbato la Storia dell’arte. Da giovane pensavo addirittura fosse solo una cosa per gay e signorine. Gli uomini “veri” dovevano dedicarsi a ben altro. Eccellere in discipline più virili. A scuola come nello sport. Non è un caso che ero un fenomeno (da baraccone) in Storia o Filosofia o Matematica mentre in Storia dell’arte, un minchione qualsiasi. Come giusto contrappasso, il signor Universo mi ha obbligato a sposarmi un’amerikana che si è presa il PhD proprio in Storia dell’arte e che mi ha fatto ricacare tutta la mia immonda superbia imponendomi full immersion penosissime in cui mi massacrava le palle con cose che mi sono sempre state indigeste.

Quel suo coraggioso tentativo di sgrezzarmi ha incrinato alcune delle certezze che avevo e, senza nemmeno rendermene conto, sono diventato uno che, nonostante mi sia poi separato e abbia perso il cagnaccio che mi mordeva il culo, al contrario di quanto pensava un tempo, è finito per convincersi che la Storia dell’arte sia una delle cose più importanti da insegnare a scuola. Non solo. Alla mia veneranda età, sopporto sempre meno di guardare le partite di calcio in televisione mentre potrei perdermi per ore dentro musei a osservare quadri o sculture.

Come tutti gli ignoranti, ho cose che mi piacciono di più e cose che mi piacciono di meno. Cose di cui capisco subito il valore e altre che nemmeno dopo che qualcuno me le ha spiegate, riesco a comprenderne il senso.

Ma ce ne sono alcune che, ogni volta che le vedo, mi tolgono puntualmente il fiato.

Una di queste è il “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio.

Sono consapevole di non essere nessuno per poter dare un giudizio, men che meno autorevole, so solo che ogni volta che osservo quel quadro qualcosa dentro di me si muove. Mentre mi si blocca il respiro. Perché, in quel quadro, c’è, secondo me, l’essenza del genio umano. E’ noto che la testa del gigante ucciso sia un autoritratto di Caravaggio da “vecchio” mentre il Davide è un autoritratto che lo stesso pittore si è fatto, a memoria, ricordandosi di quando era giovane. E questo aspetto, ha sempre suggerito letture in chiavi psicoanalitiche.

Tutte le volte che vedo quel quadro, sento la necessità di effettuare auto-analisi. Chiedermi se anche io, da giovane, avevo su di me il buio che inghiotte la spalla di David e che sembra possedere la profondità delle tenebre dell’inferno, rischiarato appena dalla luce della grazia che colpisce violentemente i tratti stravolti di Golia.

Mi è successo di pensare a quel quadro proprio ieri. Per caso. Anche se poi, forse, mai niente lo è per davvero.

Mi ero messo a vagare. Quando ho le paturnie, io vago. Così alla cazzo di cane. Se fossi ebreo sarei l’ebreo errante. Prendo la macchina e vago. Ad minchiam. E ieri, non so nemmeno come mai, mi sono ritrovato nel parcheggio di fronte alla scuola di mia figlia proprio mentre gli alunni erano tutti fuori per una pausa a giocare. Mi sono così messo là, nascosto dentro la ferraglia a motore, a osservarli e ho cercato di ricordarmi com’ero io alla loro età. Non è stato troppo difficile rivedermi affamato di vita e di successo, niente affatto compassionevole verso gli altri. Pronto ad ammazzare per non correre il rischio di essere ucciso. Hobbesiano direi adesso che ho studiato. In ultima analisi ero un ottimo studente ma un pessimo essere umano. E mi sono commosso. Non certo pensando a questa cosa, ma a vedere invece che mia figlia ha passato tutti quei dieci minuti in cui la classe è restata in giardino,  a cercare di far fare un percorso a ostacoli alla sua compagna di classe down, che ha anche problemi psico-motori, mentre tutti gli altri giocavano, correvano e si divertivano. Non mi sono mai sentito così orgoglioso di lei come in quell’istante. E’ stata là, con pazienza, a far fare piccoli passi alla sua amica, per raggiungere successi che ella avrebbe, sono certo, percepiti però come epocali. Io, ai miei tempi, non ho avuto mai a che fare con nessuna persona disagiata, ma, se ci fosse stata una così nella mia classe, sono certo che, invece, sarei comunque stato con tutti gli altri “normali” a giocare e divertirmi.

E mi sono vergognato.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. La mia superbia doveva essere ancora umiliata.

La sera quando l’ho rivista, era molto preoccupata dalle mie reazioni. La pagella che  ha portato a casa è, a dir poco, bruttina. Insomma, il Masty bambino bastardo, avrebbe detto di lei, se fosse stata una sua compagna, che è una “shampista in pectore”. E su questa cosa non passa giorno che non la massacri. La spingo ad andare oltre i suoi limiti. A cercare di migliorarsi fintanto che le è possibile. Però avevo negli occhi quella scena che avevo visto nel giardino della scuola e quindi, stupidamente, invece che cazziarla perchè in italiano sta facendo schifo, le ho detto che ero orgoglioso di lei. Stupidamente perchè occorre sempre dire i motivi per cui, qualcosa, è buona o sbagliata. Bisogna spiegare perchè qualcuno si inorgoglisce di qualcun altro. Lei infatti non capiva di che cosa stessi parlando. Le ho allora raccontato di aver assistito alla scena di lei che aiuta la sua amica e, cosa per me incredibile, non è cambiato niente. Insomma mia figlia era sempre davanti a me attonita che non capiva i motivi per cui io ero cosi orgoglioso di lei. Sono andato nel panico. Come spiegarle quello che volevo trasmetterle?

A un certo punto, forse perchè ha avuto un flash, ha capito ciò che stavo sforzandomi di dire, mi ha guardato con un’innocenza più luminosa della luce che c’è nel quadro di Caravaggio e mi ha ucciso:

“Ah…quello. Ma quello è normale. Scusa, ma perché sei orgoglioso di me se faccio una cosa normale?”

Credo di non essermi mai sentito umiliato in vita mia come in quel momento. Era lei che mi insegnava qualcosa e non il contrario.

Forse non sarà mai brava a scuola come ero io. Forse farà la shampista o forse no. Di sicuro è un essere umano migliore di me.

E come è scritto sulla spada che tiene in mano David nel quadro qua sotto: Humilitas occidit superbiam

Davide con la testa di Golia

L’inizio della fine

Ho sempre letto iniziando dal fondo. Un po’ come scrivere da destra a sinistra. Forse sono un arabo e non lo so. Mi piace leggere prima le conclusioni delle prefazioni. Poi leggo anche quelle. Poi. Mai prima. Anche con i romanzi è lo stesso.  Mi piazzo in libreria e leggo le ultime due pagine. Se mi piace compro. Sono mica normale.

Con queste premesse ho già letto la fine che mi aspetta.

Stamani mia figlia che per la prima volta mi dice, con fare contrito, ma molto serio: “Babbo ti dispiace se da adesso ci baciamo solo sulle guance?”

E poi sento la madre di una sua compagna di scuola ridacchiarmi dietro e dirmi: “Pensi che nell’applet di mio figlio ho trovato foto pornografiche. Come crescono veloci eh?”

Le sorrido anche se non sa che con quella frase ha appena cancellato il suo erede da ogni possibile invito a cene o compleanni e, soprattutto a fare i compiti assieme. Io sono un padre moderno perdiana, nessuno lo può negare. Sopporto con pazienza le battute degli amici sul fatto che i loro figli maschi la useranno come nave scuola evitando persino di ricordar loro che c’è anche il caso che, invece, gli possa piacere il compagno di banco piuttosto che mia figlia.

Insomma, accidenti. Virginia potrà fare qualsiasi cosa, con chi vuole.

Quando avrà 45 anni, prometto solennemente che lo potrà.

Io credo ancora alla Befana

E’ brutto dirlo, ma ci sono delle cose che, persone che non hanno mai avuto dei figli, non possono capire. Ad esempio, ogni genitore, anche il più pio, ha sempre saputo che Anna Maria Franzoni era colpevole senza bisogno di perizie e processi e plastici da Bruno Vespa. Eppure, lo stesso, tifava in segreto perchè venisse assolta. Lei infatti ha semplicemente fatto quello che ognuno di noi ha pensato almeno una volta nella vita. Ci sono momenti quando un bambino infante piange a dismisura e non la smette nemmeno se gli canti la ninna nanna in guatelmateco che ti viene da pensare: “Adesso le spiaccico la testa nel muro”. Oppure più in là con l’età, quando cominciano le bizze stupide davanti agli amici, perchè capiscono che in quelle circostanza vige l’impunità, che tu dentro di te ti convinci che una volta  a casa le tirerai il collo come una gallina e lei la pagherà per tutte. Poi ovviamente le persone equilibrate, fumano una sigaretta, fanno una passeggiata, si calmano e gli passa. La Franzoni ha invece pensato “Adesso mi hai davvero rotto i coglioni”. E si è lasciata andare. Poi ha rimosso. Se fosse capitato a me avrei fatto uguale. Resta la circostanza che tutti i genitori sono potenziali assassini. Altra cosa che le famiglie senza figli non sanno è che si può passare dallo stato di handicappato a quello normale senza che nemmeno te ne accorgi. Quando ho provato a insegnare ad andare in bicicletta a mia figlia Virginia, ho creduto per settimane di aver messo al mondo una povera infelice. Dopo un sacco di prove e tentativi ero certo che non avrebbe mai imparato. Ne ero iper sicuro. Già la vedevo gareggiare (e perdere) alle paraolimpiadi in cui in bici si va con le mani, quando all’improvviso, taaac, lei diventa una persona normale e adesso ci sa andare meglio che di me.

Soprattutto le persone che non hanno mai avuto figli non sanno che a volte parlare con loro è qualcosa di impossibile perchè sono capaci di mettere a nudo tutte le tue stupidità e preconcetti che con anni di sapienza e trucchetti tieni nascosti alla maggior parte degli altri adulti che vivono le stesse paranoie.

Oggi  sono andata a prendere Virginia, che ha quasi otto anni, all’uscita del catechismo. Aveva la faccia seria e non mi considerava troppo. In quanto pagliaccio professionista ho cercato di metter su, all’impronta, lo spettacolo comico preferito all’interno del mio repertorio di cagate, dal tit0lo:  “Guarda che babbo scemo che c’hai” che ho messo in scena anche a Broadway e che di solito le fa riconquistare il sorriso. Stavolta però non ha funzionato. Ora, poichè so per certo che, in quanto a stupidità faccio il culo a tutti, vedendo i risultati mi sono davvero preoccupato. La tempesto di domande. La pancia, la testa, il raffreddore, la febbre. Insomma che cavolo c’hai? Lei mi guarda seria e mi fa: “Non è mica che tra un po’, vieni poi a dirmi che anche Gesù, proprio come Babbo Natale, non esiste vero?” Colpo al fegato. Barcollo. Comincio a balbettare. E vai con la menzogna “No certo, che dici. Solo Gesù ti vuole bene come babbo” Lei mi guarda dubbiosa e spara “E poi questa storia dell’angelo custode mi puzza”, “Scherzi?, io ci parlo tutti i giorni con l’angelo custode” , “Babbo vuoi dire che parli da solo come fanno i matti?” (cosa peraltro vera) “Ti dico che ci parlo” “Allora perche quando gli parlo io non mi risponde? non mi suggerisce mai nemmeno le risposte in classe. Che amico è scusa?” . Siamo andati avanti ancora un pochino ad argomentare ma vedendo che non arrivavo da nessuna parte vado sul classico: “Vabbè andiamo a prendere un gelato”

Comprarsi i bambini e zittirli a questo modo è uno dei trucchi che ogni padre imbecille come me impara velocemente. Perchè incasinarsi la vita quando con due euro, a volte uno e mezzo, si risolve il problema? Ogni padre coglione che si rispetti, e tutti quelli separati nessuno escluso, sono dei “Disneyland daddy”. Un gelato, una giostra, una qualsiasi minchiata e il sorriso ritorna.

Oggi però il gelato alla cioccolata non doveva essere molto buono. Mi guarda e mi fa “Perchè mi hai mentito cosi a lungo su Babbo Natale?”. Ora, io non so se il povero figlio di Anna Maria Franzoni, quella drammatica mattina, anziché dirle “buongiorno mamma” le abbia fatto la stessa domanda, so solo che quella vocina dentro che diceva “Adesso mi hai rotto i coglioni” l’ho sentita anche io. “Perchè è bello credere in qualcosa che porta felicità no?”, “Hai mentito”, “Ma amore, non è una bugia. Tutti i bambini credono a Babbo Natale” “Tu mi hai fatto credere che zio Gianni era Babbo Natale per anni, come posso credere adesso che Gesù è figlio di Dio” “Signor barista la prego un gelato anche a me” . Un gelato è meglio di vedere dalla televisione in bianco e nero della cella il criminologo Francesco Bruno a Porta a Porta,  argomentare sul perchè un uomo apparentemente normale ha selvaggiamente fatto a pezzi sua figlia davanti a una gelateria a Lucca. Che poi, a me, Babbo Natale è sempre stato pure sul cazzo. Io amavo la Befana. Io aspettavo la Befana tutte le vacanze di Natale e la sera del cinque gennaio con mio fratello, lo stesso che diventerà Babbo Natale per le mie figlie, aspettavamo trepidanti il suo arrivo. Fin quando che  non abbiamo deciso di vederla in azione. In genere andavamo a letto dopo Carosello e poi, la mattina dopo era la felicità. Quella volta invece, siamo stati svegli in cameretta nostra, in silenzio, impauriti, fino alla mezzanotte e, quando abbiamo sentito rumori sospetti in cucina, siamo usciti quatti quatti, nel corridoio. C’erano uno strano odore di tabacco. Mi sono preoccupato. Forse che la Befana era una tabagista? Senza far rumore siamo entrati all’improvviso dentro la stanza e abbiamo visto nostro padre con i suoi mutandoni ascellari e la sigaretta in bocca che piazzava i suoi regali. Il futuro Babbo Natale Gianni mi guarda e mi dice “Te l’avevo detto”. Odio i te l’avevo detto. E  sono scoppiato a piangere. Non smettevo. Mio padre viene allora da me e mi dice la panzana più grossa che poteva dire “Ascolta, è appena andata via, mi ha detto di salutarti e di dirti che sei stato davvero bravo” “Mi prendi per il culo” “Non dire quelle parolacce” “Stocazzo voglio la Befana” “T’ho detto che è andata via, su smettila. Ha detto che prima o poi una dei prossimi anni verrà a trovarti proprio il cinque gennaio. Tu devi solo aspettarla”

E sapete una cosa? Io da allora, ogni anno, il cinque gennaio sera, il bicchiere del latte sul tavolo per la vecchia megera lo metto sempre. E sono certo che prima o poi verrà a dirmi che le sono mancato.

Ah, Virginia?

beh, facile. Un biglietto per il circo di domani si è comprato Gesù, l’angelo custode e tutti i tre re Magi.