La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

La Grande Bellezza (versione originale)

Quando ho scritto “La grande Bellezza” spedii il manoscritto a Sorrentino. Quella merda ha cambiato una o due cosette e c’ha vinto l’Oscar senza nemmeno pagarmi una cena. Questo era lo screenplay.

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Ho un orologio biologico munito di radio, ogni mattina divento cosciente, da lì ad aprire gli occhi passa qualche minuto, e nella mia testa gira un ritornello. Spesso canzoni che non ascolterei mai volontariamente di complessi come i Dik Dik o di Britney Spears, una volta persino gli One Direction. Non sapevo manco chi fossero, ho canticchiato la melodia a una vecchia commessa di un negozio di dischi e me lo ha detto lei. Mi ha anche guardato come a dirmi “Lei mi fa veramente schifo”.

Stamattina mi è presa con gli Abba:

OOOOOOOHHHH  FERNENDOOO

ora mi sono rotto il cazzo non riesco a fermarmi.
Perchè io sono un vero uomo e ce la posso fare porco (bip)

FEEEERNENDOUUU.

Mi mangio il fegato per la rabbia per questo. Ho il cuore spezzato e il midollo osseo di burro. Tutte espressioni indicative del mio quotidiano stato emotivo. E al momento anche un alito pestilenziale perchè ho pranzato con un piatto di focaccia alle cipolle che era di una bontà unica ma che lascia il suo retrogusto amaro. Solo il mio amico FEEEERNENDUUU può capire come mi sento. Buon Dio perchè non sei come FEEEERNENDUU. Dai basta. Mi faccio schifo. Non posso continuare a vivere cantando FEEEERNENDUU, in continuazione.

La commessa dell’Esselunga che mi ha venduto la focaccina con le cipolle che ha tagliato e impacchettato con lo stesso schifo di chi prende in mano uno stronzo del suo cane in un parco, me l’ha passata dicendo: “Come può mangiare una cosa simile?”

Volevo insultarla. Poi ho capito che era a causa dell’utero disabitato che si comportava a quel modo. Credo che la sua anima di tanto in tanto soffra, magari solo una leggera depressione ciclica, che si concretizza con il suicidio del menarca. Ho cercato la parola menarca sul dizionario dei sinonimi e dei contrari non l’ho trovato, allora ho scritto t’amo sulla spiaggia…. (a Feeeernandoo)
No, ho barato. Menorrea, c’è. Ciclo mestruale. C’è pure qualche sinonimo. Non ci sono contrari. Questo vorrà pur dire qualcosa.

L’anima del mio cuore viene e va. Ha come una carriera da hostess. Quando sento battere alle pareti so che è in casa. Non ho mai capito se sbatte tappeti o inchioda quadri al muro. So solo che quando c’è mi piace il casino che fa, e quando non c’è subaffitta a qualcosa di losco. E in questo momento un alieno si è impossessato del mio. E mi fa paura.
Tuttavia è il fegato l’organo del mio corpo più esigente e viziato. Si infastidisce appena bevo alcolici e mangio fritti per più di due giorni, gratta sul peritoneo incessantemente, è la mia tortura medioevale della goccia. Ehi Fegato, mo’ ti canto Fernando stai attento a te.

E’ veramente un periodo strano. Per trovare pace mi immergo in dialoghi di stranieri. In questo modo non sono obbligato capire il senso di ciò che dicono e posso concentrarmi sul suono. Una sorta di terapia musicale. L’altro giorno, proprio per questo, sono persino entrato nella moschea musulmana. Mi hanno cazziato perchè non mi ero tolto le scarpe. Pensavano fossi del comune e che volessi dei soldi. Ho provato a spiegare che mi piaceva il suono gutturale delle loro preghiere e l’Imam che c’aveva la faccia da Ciccio Ingrassia mi ha cacciato via. Borghezio sarebbe stato orgoglioso per la sua tolleranza.  Mi sono allora messo a guardare per ore come un ebete canali satellitari astrusi polacchi e uzbechi e sauditi attratto solo dal suono che fanno. I telegiornali giapponesi mi irritano il colon e fanno venire la lombo sciatalgia ma quelli indiani invece hanno un suono veramente fantastico. Li guardo e ascolto e mi ipnotizzo (e penso a lui… il mio idolo…, cazzo che non se ne vuole proprio andare… è qua, sulla punta di lingua che vuole uscire, e spinge i polpastrelli a scrivere il suo insulso nome. Ma io resisto. Lo vedi amico mio? ho il potere di resisterti.)

Intanto il cervello macina, cerca tra le immagini, paragona, ascolta e scarta i ricordi, si affretta a trovare la similitudine.
La similitudine ti salva dalla follia.

Mi è presa la voglia di comprare i fanghi per gli inestetismi della cellulite. Li vendono in barattoli da un chilo al supermercato con annesso pantaloncino di plastica. Ti spalmi i fanghi sulle cosce e sulla pancia e ti infili nei mutandoni.

E infine diciamocelo: Come si fa a considerare seriamente un giornale senza oroscopo.

Lo so!

Non è un commento adeguato alla situazione.
E allora sai che?

Can you hear the drums Fernando? I remember long ago another starry night like this In the firelight Fernando
You were humming to yourself and softly strumming your guitar
I could hear the distant drums And sounds of bugle calls were coming from afar

They were closer now Fernando Every hour every minute seemed to last eternally I was so afraid Fernando
We were young and full of life and none of us prepared to die
And I’m not ashamed to say The roar of guns and cannons almost made me cry

There was something in the air that night The stars were bright, Fernando They were shining there for you and me
For liberty, Fernando Though we never thought that we could lose There’s no regret
If I had to do the same again I would, my friend, Fernando

Il senso della vita

Sono andato a prenderlo all’ospedale perché sua moglie stava male. Avevo timore di entrare perché gli esami e le analisi  che gli avevano ordinato non erano di quelli che fai volentieri.

Ammesso che poi ne esistano di tali.

L’ho trovato che mi aspettava già vestito nella sua stanza sulla sedia a rotelle che lo avrebbe portato all’uscita. Stava guardando fuori dalla finestra e non mi ha sentito rientrare. Ho bussato per farmi riconoscere, si è girato e mi ha sorriso. Uno di quei sorrisi che un uomo può vedere due o tre volte nella vita. Se e’ fortunato. Quelli che ti prendono alla pancia e ti fanno venir voglia di annullarti nell’altro. Di regalargli tutto quello che hai dentro. Di spogliarti e di urlare a Dio: ehi brutto stronzo, prendi me che sono inutile quando non proprio dannoso.
Ha cominciato a dire le solite banalità del caso con dolcezza.
Troppa dolcezza.
Quella dolcezza che stona in bocca a un cinghiale sanguigno.
Gli ho risposto a tono.
Alla fine ha grugnito:
“Due mesi Masty. Tre se mi dice culo”

In quel momento è entrata un’infermiera. Era la classica bella piena all’amarena. Non si è sprecata in troppe moine. Ha consegnato il foglio di uscita e tanti auguri. Ci vediamo nella prossima vita. Dentro la corsia facce lugubri di parenti di degenti mezzi moribondi che si davano un immaginario cinque alto l’un l’altro per cercare di farsi forza. Scendiamo usando l’ascensore in silenzio. Cosa si dice a un condannato a morte più intelligente di te per non offendere il suo cervello?

Dentro l’ospedale la vita scorreva lenta ma senza intoppi e tutti quelli che incrociavamo sembrava avessero ben chiaro chi e cosa fossero: un bel niente!

Tanti bel niente uno accanto all’altro a fare trenini dell’amore e della pace. Girotondini in attesa che si compia la beata speranza.

Quando arriviamo al piano terra gli viene voglia di di far colazione.

“Come le dico l’esito dell’esame a Stefania viene un coccolone e col cavolo che mi fa mangiare. Quindi approfittiamone adesso, per favore”

Ci fermiamo al bar dell’ospedale. Che non è  un bar. È un troiaio di posto dentro un ospedale di merda in un giorno che fa schifo nel momento peggiore degli ultimi mesi che sono stati i peggiori della mia vita. E della sua, credo.

Ci sediamo e mentre aspettiamo che ci portino i cappuccini  lo vediamo.

E’ bello come la pirite con la quale si giocava da bambini pensando che valesse chissà cosa.

Là dentro, in un posto che farebbe vomitare anche Gesù c’e l’immarcescibile Bobby Solo che al telefono sghignazza e canta Elvis a qualcuno che non sappiamo. Tutto il mondo intorno va a rotoli e lui bello laccato e con il ciuffo d’ordinanza in mezzo alla gente che sta crepando e soffrendo perdendo le speranze minuto dopo minuto, canta Jailhouse Rock al telefono.

E lo fa anche benissimo. Muove persino il bacino come Elvis the pelvis per darsi il ritmo giusto.

Lo guardiamo attoniti ed estasiati allo stesso tempo e alla fine il mio amico mi dice:

“Ricordalo sempre Masty e’ questo il senso della vita. Bobby Solo in un posto di merda che canta al telefono”

Il viaggio in macchina fino a casa sua lo faccio in apnea cerebrale. La moglie ci accoglie speranzosa e non capisce subito. Lo aiuto a entrare, lei ha paura di chiedere l’esito e tergiversa. E’ l’ora di lasciarli soli.

Lui mi strizza l’occhio e mentre sto per andare, mi dice:

Poche seghe Masty,  One for the money Two for the  show”

Non ne posso più di vedere fratelli di sangue andarsene

Ci sono momenti in cui ti viene la voglia di salire in cima a un grattacielo per provare a scoprire se è vero che non si può volare come dicono quelli che hanno studiato.

A me capita quando mi sento più solo di quanto già di solito non mi senta.

Di questi tempi mi sta capitando più e più volte. Per mille ragioni.

E oggi è una cosa devastante:

E’ MORTO UN FOTTUTO GENIO

Roberto “Freak” Antoni

conosciuto ai più per essere il cantante degli Skiantos.

Non ho mai conosciuto un personaggio così geniale, bollato come demenziale solo da chi lo è davvero, un demente.

Ero al concerto degli Skiantos quando salirono sul palco e anzichè suonare si misero a cucinare gli spaghetti con il pubblico che cominciò a insultarli. Là compresi che Roberto era mio fratello maggiore.

Lo incontrai di persona a Bologna una volta, a una presentazione di un suo libro, geniale come lui:

“Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti  (seguirà dibattito)”

Gli dissi che speravo che suo padre si fosse scopata mia madre per essergli fratello e lui mi scrisse come dedica del libro:

“Ti amo Masty, ma solo dopo i pasti!”

Solo Lowell George poteva arrivare a tanto e se non sapete chi è chissenefrega.

E io penso che non sia giusto, ecco.

No.

Dopo che qualche settimana fa se n’è andato Uncle Pete Seeger, che adesso pure Roberto ci abbia lasciato

se ne vanno tutti.

E a me stamani va proprio di prendere quell’ascensore…

o di suonare rock’n roll bovino dal volto umano fino a cadere sfinito per terra.

 

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Lettera a Martina

Tuo padre aveva un gran talento ma, soprattutto, era un uomo dotato di una meravigliosa, innocente, intelligenza che mostrava il suo massimo quando, giocando con te, riusciva a creare  una magia speciale. Pensava di essere libero e credeva che nessuna donna lo avrebbe mai fermato, fino a quando, però, tu non gli hai sorriso. Era convinto di essere fiero e selvaggio e di sapere dove stava andando, ma poi, sentendo la tua risata, nei suoi occhi è arrivata la saggezza. Correva nella notte coi suoi vestiti al vento alla ricerca, nel cuore delle tenebre, di un po’ di tenerezza, inciampando nelle luci della città e poi di nuovo nell’ombra, appeso alla risata con la quale le persone come noi nascondono le proprie tristezze. Poteva illuminare luoghi che non lo avevano mai visto prima e convincerti che con lui avresti potuto vincere ovunque. Ma poi ha visto il tuo sorriso ed è cambiato tutto.

Un giorno mi disse che, solo tu, avresti capito come ci si sente a non essere mai chi si vuole davvero essere.

E non so dirti meglio di così, che significato avesse lui per me.

Tua madre è una sopravvissuta. E farà ciò che è giusto fare, dividendo con te il silenzio per un uomo che adesso è là, sulla luna. Tu sei ancora poco più che una bimbetta eppure gli somigli già tanto e credo che continuerai quello che lui ha cominciato anche se il mondo, adesso, è un po’ più freddo. L’umanità è però dalla tua parte. Oggi lui ti ha insegnato come si piange, ma ben presto imparerai anche come si tenta la sorte e come ci si possa lasciar dietro metà di se stessi per poi ritrovare pezzetti di vita a pezzi e prender su tutto l’amore che trovi.

E adesso esci fuori. Avanti esci fuori.  Muoviti, per l’amor di Dio, ed esci fuori.

Tra un po’, ne sono certo, troverai una via di scampo e qualcuno proprio come te.

Aspetta e vedrai…

Le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…

Marchino è sempre stato un sostenitore del fatto che non tutti gli uomini andassero a troie solo per via del costo:

“Quando abbasseranno il prezzo a otto o nove euro lo vedrai. ”  era il suo cavallo di battaglia.

Poi, un giorno, è arrivato l’amore e l’ha fregato. Che a dirlo così è pure un eufemismo, perchè qualcuno descriverebbe la sua catarsi in modo diverso. Vederlo trasformare da puttaniere incallito a uomo-zerbino è stato un attimo. Certe donne conoscono l’arte di fottere la mente e la dignità dei bipedi di sesso maschile così bene che ti viene da pensare che l’industria del porno andrebbe considerata anche in senso clinico-riabilitativo.  Dopo averlo ridotto ad ammasso di caccole l’ha gettato via con un movimento veloce dell’indice e del pollice e lui l’ha pure ringraziata. Non averlo attaccato di nascosto sotto la poltrona di casa di sua madre pare fosse un grosso benefit. Quando si dice essere umiliati.

Dalla disperazione in cui è caduto non riesce più ad andare nemmeno a puttane. Finisce per parlarci e basta, quelle si scocciano e lo minacciano se non tira fuori il denaro e, quando capita, si attacca al telefono con me e per ore mi dice che non ci sono più le troie di una volta e che per Natale prenderà un albero. Con l’auto.  Continuando a seguire la sua ex di nascosto, mentre la zoccola va a fare la spesa, l’ha scoperta, infatti, a pomiciare con il suo nuovo tamarro e questa cosa l’ha distrutto perchè è convinto che se la facesse quel truzzo anche prima di mollarlo. Che poi è pure vero anche se nessuno glielo dice chiaro e tondo per carità di patria.

Stamattina così non mi andava di lasciarlo solo e l’ho accompagnato a Mediaworld a comprare un cellulare nuovo. Lo shopping compulsivo di boiate di cui si può fare a meno è un ottimo modo per scatenare endorfine utili come la morfina ad anestetizzare l’anima. Almeno per un po’. Uscendo, passiamo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte, lei piriforme, il viso a sobbalzi. Sembravano felici progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura. Non so leggere dentro la mente delle persone, ma sono certo di aver capito che Marchino si fosse convinto che quei due non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno:

«Dovete rischiare qualcosa » ha detto all’uomo che lo guardava impaurito « insieme ce la potete davvero fare» Il tizio ha compreso che il mio amico è solo un innocuo cialtrone e i suoi occhi si sono velati di pietà, mentre Marchino continuava a dare il meglio di sè «No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, ma è necessario che continuiate anche a guardarvi e sorridervi e a capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che, sicuramente, fa danza classica, perché non ha capito un cazzo di quel che il mio amico gli aveva appena detto, gli ha sorriso e ha detto al mostro che la accompagnava di dargli un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

 

Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna

Una storia vera – (Season Finale)

Lei è una donna potente. Molto potente. Una di quelle che se ci fai a botte ne buschi tante, ma tante. E’ una abituata a prendersi tutto ciò che le fa gola. Lavora per una grande multinazionale. Ne è l’amministratore delegato Europa. Il suo ingaggio è, più o meno, una decina di milioni di euro. Arrotondato per difetto. Parla sei lingue tra cui il russo e il giapponese ed è capace, se proprio deve, di mangiarti a colazione e cagarti prima di pranzo.  Soprattutto non è un cesso.

Lui è un balordo. Mezzo spiantato. Ha balzane velleità artistiche e i piedi nelle sabbie mobili. Le sue mani, anziché cercare un ramo a cui attaccarsi, passano il tempo a pettinarsi, convinte, proprio come lo erano gli spartani di Leonida alle Termopili, che occorre presentarsi in ordine nell’Ade. E’  pieno di assurdi codici di onore e untuose etiche bislacche che conosce solo lui. E i Lacedemoni. Parla lingue che non hanno traduttori ufficiali e quando mangia qualcosa di indigesto non riesce proprio a mandarlo giù. E gli rimane lì. Per giorni. Provocandogli alterazioni nel modo in cui percepisce la vita. Soprattutto non è un gran fico.

Lei cerca qualcosa. Lui l’ha perso, quel qualcosa.

Lei lo chiama. Dice che sa tutto di lui e della sua “arte.” E vorrebbe fargli fare il salto fuori dal mondo dei sommersi. Lui non ci crede manco un po’ ma è curioso di capire meglio.

Lei scende da Milano, una domenica apposta, per parlare di questo. Lui le va incontro.

Parla solo lei. Tanto. Dice che di lui sa tutto e che vuole, per par condicio, che lui sappia di lei. Fa mostra di muscoli, promettendo bonifico di due milioni a una fondazione che combatte una malattia dal nome strano e che la chiama proprio mentre stanno pranzando. Dice che sono l’ultimo suo super bonus e che non sa come spenderli in modo migliore. Le facevano la corte da un po’  e l’aver parlato con lui l’aveva spinta a fare l’ultimo passo. Lui la guarda e non dice niente, ma pensa che è la dimostrazione finale della propria inezia. Poteva parlar meglio. Perché con solo la metà di quell’assegno avrebbe salvato un sacco di posti di lavoro di gente che lavora pensando che lui possa risolvere problemi che invece sembrano insormontabili.

Lei dice di essere molto ammirata dall’arte di lui e che la cosa l’ha spinta fin là. Lui le dice che è ammirato dalla capacità di lei di essere  un  Tirannosauro Rex di classe. Si può essere dominatrici in tanti modi. Il suo non è il peggiore che ha visto.

Lei alla fine gli fa la sua proposta.

Indecente.

Ma non troppo.

Solo un po’.

Quel po’ di troppo.

Lui sorride e le dice no, grazie.

Ha i suoi codici che conoscono solo gli Achei del Peloponneso e, certe cose, per loro non sono in vendita. Con questo scudo o su questo scudo, perDiana o per Marte non importa.

Si salutano amichevolmente. Lei non si scompone di un centimetro, sa bene di poter soddisfare la sua fame in migliaia di altri modi più proficui. Lui sa solo che vorrebbe raccontare ciò che è successo a quel qualcosa che ha perso, o che forse, meglio, non ha mai davvero avuto, ma che in ogni caso è sempre nel suo cuore.

Poi si collega a internet e legge post e commenti e pensa che c’è un motivo per cui gli Spartani non esistono più.

Che c’è un motivo per cui niente è rimasto della loro città e della loro cultura.

E quindi che sia, che arrivi Alarico e costruisca Mistra

Ma questo, lo stesso, è per te,

cara qualcosa

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That’s all Folks

It has been nice to play with all of you…

Confesso a voi fratelli e al Padre Onnipotente che ho peccato…

Io ero contro tutto ma mi capita sempre più spesso di pensare che non sono mai stato pro niente. Certo, uno può lamentarsi e giudicare ogni cosa, ma poi cosa si ritrova? Lamentarsi non significa creare qualcosa, ribellarsi non significa ricostruire. Sbeffeggiare le cose non significa cambiarle. La gente come me ha sempre fatto a pezzi il mondo senza sapere come ricostruirlo. Abbiamo ridicolizzato tutto quanto, ma il mondo non è migliore di tanto così. Anzi. E’ molto peggiorato da quando ci si messi di buzzo buono per cercare di distruggerlo. Abbiamo passato tanto di quel tempo a giudicare quello che altri avevano creato che, alla fine,di nostro abbiamo fatto ben poco. Nella ribellione io mi ci nascondevo. Usavamo la critica come finto strumento di partecipazione. Sembrava che stessimo combinando chissà che cosa, ma in realtà non abbiamo fatto proprio niente. A parte riprodurci.

Perchè fare figli è l’oppio dei popoli.

E io mi sono sempre drogato benino, questo lo ammetto. Femmine. Tutte femmine.  Di buono che c’è che la mia razza morirà con me.

Cosa ho capito, allora, in fondo, della vita?

Solo che tutti, in maniera e modi diversi, abbiamo bisogno di scariche di endorfine. Per tranquillizzarci. E masturbiamo la maledetta ghiandola pituitaria e l’ipotalamo come dei maniaci sessuali. E poi che gli uomini si stufano di avere sempre torto solo perché sono maschi. Quante volte un uomo può sentirsi dire che è un oppressore, che è prevenuto, che è un nemico prima che decida di gettare la spugna e diventare un nemico davvero? Insomma porco maschilista mica ci nasci. Ti ci fanno diventare. Dopo un po’ ti arrendi e accetti di essere sessista, bacchettone, insensibile, rozzo, un imbecille se c’è n’è uno. Le donne hanno ragione. Sei tu che sbagli. Dopo un po’ ti ci abitui. Ti adegui alle loro aspettative. Le donne, ammettiamolo, nascono troppo avvantaggiate a livello di capacità. Solo se un giorno riusciremo anche noi a partorire si potrà parlare di parità dei sessi. E ho capito anche che le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia. Se non possiamo accedere al caos autentico non avremo mai l’autentica pace. Se le cose non hanno la possibilità di peggiorare non migliorano. E per farle peggiorare basta solo che uno cominci criticare senza portare alternative valide.

In pratica ciò che ho sempre fatto io.

Quindi adesso che ci penso ho sempre fatto ciò che va davvero fatto.

Cazzo, sono stato un fico. Insomma è così’ che si fa.

Allora a che minchia serve questa confessione?

A nulla

Ok

La ritiro