La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

“L’È maiala”

Oggi sono proprio con le gomme a terra.

Per usare un toscanismo, “L’È maiala!”. Che tradotto in un italiano più comprensibile e meno da strada, significa “è un momento decisamente difficile e irto di difficoltà di vario genere”.

Mi viene in soccorso soltanto una delle poche lezioni teoriche che mi ha dato mio padre quando una volta, evidentemente alticcio, mi disse in modo serafico una delle verità più apodittiche che ho mai udito da essere umano e che da allora cerco di seguire, più di quelle del vangelo che ci hanno inculcato nel maledetto catechismo per la prima comunione. Il babbo, una sera, prese me e mio fratello e ci disse:

” Ragazzi, siate sempre voi stessi, ma, se vi rendete conto che quel voi stessi è una merda, vedete di fingere.”

Wrestling è la parola giusta, oppure Truman Show se preferite.

E così mi sono stampato in faccia un sorriso più fasullo di una moneta da tre euro e via, pedalare. Tuttavia, far finta di essere altro è un’esercizio zen che a volte crea qualche piccolo danno collaterale che può aggravare lo stato del malato. Stamattina, ad esempio, ho fatto colazione con Marco G. Uno degli agenti immobiliari più delinquenti e truffaldini che conosca. Non mi sta nemmeno particolarmente simpatico, ogni tanto però ci gioco a tennis e questo basta al gonzo per pensare che siamo amici. Mi ha chiamato con la scusa di volere un consiglio. In realtà, conoscendo il trombone che mai e poi mai si abbasserebbe a cose simili, significava che intendeva ammollarmi un qualche pacco dei suoi. Lo sapevo perfettamente. E’ che oggi di stare da solo non mi andava per niente e  in tempo di guerra ogni buco è pertugio, tanto per usare un altro toscanismo (lo so, lo so, è utilizzato per parlare di donne ma ho deciso di diventare frocio e quindi chissenefrega).

Ci siamo visti alla “Stella”, una pasticceria top dove si può praticare l’eutanasia, la dolce morte, perché se segui l’istinto ti mangeresti ogni cosa fino a sfondarti e crepare soddisfatto. Lui è arrivato vestito, come gli capita spesso, con una tuta acetata che lo rendeva ancora più coatto di quanto non sia in realtà. Assomigliava a uno dei tanti che si vedono a spingere, in modo indolente, carrelli della spesa nei supermercati, accanto a donne truccate in modo grossolano che pensi lo facciano apposta a essere cosi sciatte. Un parente del personaggio del camionista del film Bianco Rosso e Verdone.  Esibiva un orribile taglio di capelli mullet e gli mancava solo lo stuzzicadenti e i mocassini fucsia e poi sarebbe stato da premio Oscar.

Vabbè da telegatto va.

Aveva l’espressione compiaciuta di chi ne ha viste poche ma buone, rilassato e serioso mi guardava sicuro e spavaldo, così pieno e sicuro delle sue certezze. Tra un maritozzo e l’altro ha tentato di rifilarmi un terreno agricolo con sopra un vecchio garage fatiscente pieno di immondizia che nessun sano di mente potrebbe mai prendere in considerazione. L’affare stava nel fatto che suo zio prete gli aveva garantito di sapere che nel prossimo piano regolatore avrebbero cambiato la destinazione d’uso permettendo un gran business . L’ho lasciato cuocere nel suo brodo. Il Masty normale lo avrebbe ucciso prima che iniziasse a parlare, quello falso di oggi ha deciso di rispettare il prossimo suo come se stesso. E quindi pure il suo ruolo di venditore di sòle e l’ho lasciato parlare, sforzandomi di sorridergli, anche se avrei voluto vomitargli addosso un po’ della rabbia che covo dentro. È andata avanti, fintato che vedendomi apatico non reagire alle sue panzane ha sospirato deluso: “Non te ne frega un cazzo eh?”

Il Masty tarocco di oggi ha compiuto la leggerezza di aver pietà di quel tacchino delle Galapagos tentando di spiegargli in modo ecumenico, senza perdere il controllo ,che, insomma, un po’ di rispetto non guasterebbe e che infinocchiare la gente così, non si dovrebbe fare, specie con chi si conosce.

Non ha nemmeno abbozzato una strategia di difesa. Ha grugnito che mi avrebbe offerto la colazione e s’era pari. Ho pensato: “Ma si. Va bene. Non importa. Tanto oggi sono Jim Carrey e so che tutto intorno a me è falso.”

Quel masticabrodo però mi ha teso una trappola.

Dopo avermi stretto la mano quasi stritolandomela si è allontanato con il suo classico passo così difficile anche solo da descrivere , quando dopo una decina di passi  sento che mi chiama e urla:

- Scusa un attimo, ma sai se slasti la zattera?”

Preso alla sprovvista mi viene del tutto naturale rispondere.

- Eh?

La mia risposta è il preludio alla scarica che mi sono ampiamente meritato per non aver ricordato una delle prime regole che impari da bambino, per la strada.

- Poppa, Masty, Poppa – urla quella favonchia. – E ci caschi sempre popò di minchia lessa che non sei altro.”

Come tutti i balordi inetti non riesco di meglio che a cogitare in fretta e furia una stupida banale rappresaglia che si esaurisce in un, ben ritmato e scandito, sempreverde, mavaffanculo, tutto attaccato,  prima di montare in macchina e sparire. Arrivato di corsa in ufficio mi sono fatta una scorpacciata di acido acetilsalicilico con Maalox per contorno per farmi passare la nausea e l’acidità di stomaco che si erano impossessati del mio corpo.

E forse, già che ci sono potrei anche giocare a bocce con i miei testicoli.

Masty vai a cacare.

 

Il tempo di morire

A un automobilista ubriaco non importa proprio niente se hai smesso di drogarti da cinque anni e finalmente stai di nuovo bene e hai incontrato la persona giusta e la ami in modo folle. Men che meno al camionista assonnato o al tizio che sta mandando sms dal cellulare mentre viaggia a 100 km/h in città e che non ha la minima idea che forse tra due mesi ti nascerà  un figlio. Se ne fottono del fatto  che magari era tutta la vita che scrivevi o che dipingevi o che facevi fotografie e che, proprio quella settimana, avresti firmato il contratto che ti avrebbe cambiato l’esistenza.  Già, perchè per quanto ci affanniamo a convincerci del contrario, siamo tutti parte del grande gioco del destino. Ogni patetico sforzo che facciamo e gli esorcismi che pratichiamo credendo possano davvero funzionare, non servono a niente.

Cosi, quando stamattina ti ho visto disteso per terra all’incrocio sulla “Pesciatina” con un telo bianco che ti copriva è a questo che ho pensato. Al fatto cioè che danziamo tutti i giorni con l’inevitabile, ubriacandoci di vita solo per cercare di sopravvivere alle nostre paure. Ti ho riconosciuto dagli scarponcini di pelle nera con bordo di velluto marrone che tanto mi piacevano. Impertinenti, di restare nascosti proprio non avevano alcuna voglia.  Facevano capolino, da sotto, urlando a tutti: Ehi signori, guardateci. Non lasciate che mandino anche noi al macero come questo povero Cristo che ci ha comprato e che finirà sotto terra. Poi, poco più in là, ho visto il tuo inconfondibile scooterone da tamarro mezzo distrutto, in mezzo a un lago di sangue. Aveva ancora l’adesivo con la foto di Neil Young davanti. Ricordo bene  di averti detto che ne avevo uno identico sulla mia ET3 da ragazzo. Eppure, ti prego di perdonarmi, non riesco a rammentare il tuo nome. So solo che ti chiamavamo “puntura” perché facevi l’infermiere. Questo maledetto vizio dei soprannomi. Il tuo volto si, però. Quello non lo scordo.  Abbiamo bevuto assieme molte volte. Stavi con una ragazza dalla faccia tutta storta che veniva fuori da una famiglia come tante e che ha una canina di piccola taglia che ha chiamato Tiffany. E io ho sempre pensato come cazzo si facesse a chiamare un cane così: Tiffany. Non te l’ho mai detto, ma ho immaginato i vostri figli con nomi altrettanto assurdi, che so, Jacob o Matthew. L’ho fatto perche la tua donna sembrava molto presa da te. E chissà, forse già vivevate assieme e io non lo sapevo. Sono però  certo che ancora lei non sa che cosa ti è successo. Non ha ancora idea che tutti i vostri piani sono andati all’aria. Magari sta lavorando in ufficio e proprio in questo momento sta dicendo alla collega che stasera avete prenotato all American Dinner a Pontedera e che dopo farete sesso selvaggio nel letto Ikea comprato solo da una settimana. E starà ridendo di gusto alla sola idea che si possa essere felici anche di lunedì mattina. Invece tu sei qua, sotto quel cazzo di telo bianco, con la polizia che mi urla di andarmene. Per loro sono soltanto uno dei “soliti curiosi” e non capiscono che non ho alcuna voglia di lasciarti solo in attesa del medico legale per le foto di rito mentre tutti quelli che ti amano non hanno idea che la tua anima e’ già di fronte a Dio. Oppure dispersa tra tutte le altre che cercano di reincarnarsi.  Ti immagino in mezzo a un casino tremendo di gente che vaga senza sapere dove andare per chiedere di tornare quaggiù. Mi viene da pensare che ti re- incarneresti in qualsiasi cosa per poter dire alla tua donna le cose che ancora non le hai detto.  Anche solo addio. Giuro che se sapessi come trovarla ci andrei io personalmente e non lascerei che venisse a sapere cosa ti e’ capitato da estranei che con professionalità faranno il loro sporco lavoro. Il compitìno per cui sono pagati.

Avresti potuto morire a causa di un terremoto o per un cancro, per un infarto fulminante, oppure molto più semplicemente di vecchiaia. Invece sei crepato in una giornata di merda in mezzo a un incrocio  perché un bastardo non si è fermato allo stop. Chissà’ che cosa stavi pensando in quel momento. Forse al fatto che gli hamburger dell ‘American Diner sono buoni ma anche pesanti. Impegnativi per la digestione. Se ricordo bene, era quello che più ti angustiava. Non riuscire a digerire. Una volta brindammo a  tuo padre morto dopo una gran mangiata con gli amici che gli provocò una congestione.  Ti faceva paura morire a quel modo. Chissà se hai avuto il tempo di averne morendo invece così. Ti mancava il tuo vecchio dicesti. Mi chiedo se è’ venuto a prenderti come dicono che succeda tutti quelli che credono che esista un dopo  Mi piace pensare che ti abbia preso la mano per portarti in mezzo ai tuoi avi anche se invece è più probabile che non ci sia davvero niente e io stia scrivendo queste cose per qualcuno che è stato ma non sarà mai più.

Ho solo voglia di sputare.

Una gran voglia di sputare fuori la rabbia.

Gli incidenti capitano. Le persone che amiamo muoiono. Niente di ciò che ci è’ caro dura per sempre.

E io ho bisogno di accettare e accogliere questa realtà .

Ehi, Dio, mi avresti anche rotto le palle.

Se non avessi saputo che Dio è uno stronzo che passa il tempo a inventare modi esilaranti per fregarmi forse avrei persino continuato a pregare.  Ricordo di averlo fatto molto, a suo tempo, per avere un figlio maschio scoprendo che il suo appetito nel mettermi alla prova è sempre stato insaziabile con piani di una complessità sbalorditiva. Dopo la prima figlia “amerikana”, infatti, ho intensificato le preghiere. Ero convinto che mi avrebbe ascoltato e LUI che fa? mi ha mandato un’altra femmina. Allora, illudendomi di essere più furbo ho tentato di gabbarlo tenendo una mossa di psicologia al contrario: ho pregato, cioè, per averne una terza. Stolto. Come ha risposto quello screanzato? Me ne ha mandate due. Gemelle. Tanto per fregarmi.

E tutti a dire: Fico!

Fico un cazzo.

La verità è che Dio è per l’uomo, ciò che l’olio è per l’acqua: rende depressi e arrabbiati e inclini al suicidio. Ecco perché santifichiamo il nome Suo associandolo a gustose specialità gastronomiche locali a base di suino.

Ieri davanti alla scuola mi sono intrattenuto a giocare con un compagno di scuola delle più piccole. Gli sto simpatico e a me di fare un po’ di cose maschili una volta tanto non mi dispiaceva. La madre, una bella donna dai modi  a volte un po’ troppo bruschi, lo aveva appena ritirato dalle lezioni di religione in classe. Insomma è una che va contro le convenzioni sociali. Una con le palle. Credo di stare simpatico anche a lei e quindi si è permessa di toccare certi argomenti.

“Lei crede in Dio?” mi fa ad un certo punto

“No, cioè, si, ecco la testa mi dice No, ma il cuore si. Poi so che è capace di porcate micidiali quindi bisogna stare all’erta.”

“Insomma ha fatto battezzare tutte eh?”

“Eh beh altrimenti sarebbe impossibili essere cristiani” rido io.

“E certo, che sciagura sarebbe” ride lei.

“Adesso è Satana a parlare” rido io.

“Si sbaglia io sono  un avvertimento. Dio che dice a tutti voi “potresti essere tu” “potresti diventare come lei”” ride lei

“Ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore. Sotto scacco. Io lo so meglio di chiunque altro.” rido io.

“Crede davvero che Dio la stia punendo?”  non ride più

In quel momento suona il cellulare. L’amministrazione dell’azienda mi comunica che il piano di rientro che avevamo proposto all’Agenzia delle Entrate per pagare l’assurda cartella esattoriale che ci hanno mandato è stato respinto. Mi sono appoggiato a un albero ho aggrottato le ciglia e ho detto semplicemente

“Si”.

Poi ho mostrato il dito medio al cielo e ho urlato:

“Vaffanculo”

Io sono Speggiorin

Nei lunghi pomeriggi pre-adolescenziali passati per strada con gli amici a cazzeggiare, la partitella di calcio al campino del “Sacro Cuore” era il piatto forte. Il prete arbitrava e, da come lo faceva a cazzo, sono certo avesse una moglie da qualche parte che in quel momento lo stesse tradendo. Veniva sempre anche un ragazzo down che nessuno sapeva bene dove vivesse.  Si chiamava  Renzo e si materializzava  all’improvviso su una bici scassatissima e si piazzava nel gruppo al momento in cui si facevano “le scelte”. Aveva una passione smodata per la Fiorentina e parlava come tutti quelli a cui la Natura ha regalato quella fottuta trisomia del cromosoma 21. E ci faceva ridere. E ci divertivamo a prenderlo per il culo. E lui ci stava, perché lo facevamo giocare. “Io sono, ecco, io sono.. Speggiorin”, diceva con quel suo modo strano di parlare. Speggiorin era l’attaccante che la “Viola” si era comprato quell’estate.  Erano anche allora tempi di crisi, non c’erano soldi da spendere e  i dirigenti gigliati s’erano dovuti accattare una pippa bestiale che, nell’immaginario di Renzo, chissà perchè,  era diventata,  un campione. E così,  quando si cominciava a giocare non smetteva mai di urlare “Passatemi la palla, si si si, io sono Speggiorin”. E noi giù a prenderlo per il culo. A Renzo. Che rideva. E che non s’incazzava mai, nemmeno quando la palla con il cavolo che gliela passavi. E passategliela la palla a Speggiorin, rideva il prete. E se rideva lui non vedevamo perchè non avremmo dovuto farlo noi. I cattolici sanno come farsi assolvere cose ben peggiori, in fondo. Poi gli anni sono passati, lenti, ma inesorabili. Ogni tanto, ritornando nella mia vecchia città, anche senza cercarlo, lo rivedevo, come capita  nei piccoli centri cittadine. Era sempre a cavallo di una bicicletta,  solo un po’ più moderna, scorrazzava su e giù senza sapere dove andare. Lo so perchè qualche volta mi sono messo a seguirlo in macchina. Non era solo curiosità. Mi faceva stare bene stargli vicino. Il giro che compiva era sempre lo stesso: andava giù fino al cimitero, quasi fuori città, ma non entrava. Scendeva. Pisciava e prendeva un fiore di campo e lo metteva nel cestino della bici. Tutte le volte la stessa cosa. Poi tornava indietro e finiva all’altro capo dove si allena la squadra di calcio e si metteva a guardare i giocatori che preparavano la partita della domenica. Poi di nuovo in sella per un altra sgambata, per andare da nessuna parte. Negli anni ho visto i suoi capelli diventare bianchi e il suo volto inforcare gli occhiali perché la miopia non gli consentiva più di evitarlo. Un giorno al cimitero, durante la pausa, mi avvicinai per salutarlo. Ovviamente non mi riconobbe. Aveva però gran piacere di parlare, proprio come quando eravamo ragazzetti. Non smetteva mai. E parlava della Fiorentina nello stesso modo in cui faceva negli anni settanta. E io ridevo ancora, ma in modo diverso. E lui parlava però nello stesso modo. E io piangevo quando se ne andava. L’ultima volta che l’ho visto, qualche mese fa, aveva una faccia strana. Molto segnata.  Ho avuto un tuffo al cuore. L’ho fermato mentre se ne andava a giro vicino al centro della città. Come al solito aveva voglia di parlare e così di nuovo si è messo a raccontarmi le cose più bislacche che gli erano capitate e ovviamente le sue speranze per il campionato che stava per iniziare. Montella, diceva, Montella ci farà vincere lo scudetto. Allora gli ho detto: “Si però scusami Renzo, ma come Speggiorin nessuno mai “. Lui ha sorriso in un modo straordinario e ha cominciato a balbettare:

“Mo’, si, mò, come fai a saperlo. Mò, Si, si. Speggiorin era il numero uno.”

Ieri sera mi è arrivato un sms di un amico che vive ancora là. Mi ha detto che anche Renzo ci ha lasciato.

Era tra quelli che lo prendevano per il culo al campino. Nel suo messaggio ha aggiunto

“Non è giusto, cazzo, non è giusto. E ora come si fa Masty?”

Ieri hanno anche operato mia figlia e poi, un sacco di altre cose brutte.

Quando piove, diluvia.

Stamattina ho risposto al mio amico:

“Si fa che da oggi, IO SONO SPEGGIORIN, affanculo tutto il resto!”

Questo è per te, Renzo

 

.

Sesso e mondiali di ciclismo 2013

La prima volta che ho fatto sesso e’ stato un secolo fa. Anzi, per dirla meglio, tecnicamente è passato pure un millennio. Non ho ricordi speciali di quell’esperienza. Ho rimosso un po’ tutto. Lei era la classica nave scuola e feci la canonica figura di merda standard. Come da regolamento. Insomma niente di che. L unica cosa che rammento bene e il fastidio che mi dava il freno a mano della Fiat 128 di mio padre che, a causa della mia imperizia mi premeva su un fianco causandomi un fastidio micidiale, anche se, pensandoci adesso, forse e’ stato grazie ad esso che sono riuscito a ritardare di qualche decimo di secondo la fine dell’amplesso. Ho evitato almeno che una chiara sconfitta, diventasse una disfatta in stile Waterloo.

Negli anni a seguire ho perfezionato di molto la mia tecnica. La cosa che oggi  mi riesce far meglio e di cui mi glorio sempre nelle serate da ciucchi con gli amici, quelle in cui ognuno tira fuori il suo pezzo migliore, è che so come portare avanti la conversazione dopo che “l’evento” si è’ concluso. Il divertente e’ che nessuno ci crede.  Pensano che li stia prendendo per il culo. Dicono che è’ impossibile. Nessuno, di coloro che frequento, tra le cui fila, va detto per onestà intellettuale, non è iscritto alcun “irreprensibile padre di famiglia“, può davvero sconfiggere la “tristitia post coitum” e annientare quel desiderio di scappar via che assale il maschio predatore  in fase digestiva. Per tutti loro il T-rex, magna di gusto e poi scappa a rintanarsi per fare il chimo e il chilo. O come diavolo si chiamano.  Nessuno può farci niente.

Beh, io si.

Il più grande sostenitore che io la spari grossa è Luigi S., il mio avvocato. Conosco Gigi da anni. E’ stato avvocato di una mia ex dipendente che mi ha mosso causa inventandosi cose fantasiose al solo fine di rubacchiare qualche soldo extra. La zoccola sosteneva di aver lavorato più ore di quanto era stata poi pagata. Cosa del tutto falsa ma, poiché in questo Paese i giudici del lavoro in genere non stanno a perdere troppo tempo per cause di basso profilo, andando giù con la roncola regalando sempre la ragione al lavoratore,  Gigi mi obbligò ad una transazione extra-giudiziale. Da persona furba e disincantata sapeva bene che ogni imprenditore che si rispetti non fa mai battaglie di principio, tentando invece di limitare il più possibile i danni potenziali. Durante la negoziazione che scaturì ci annusammo e ci riconoscemmo. Un po’ come fanno gli animali. Eravamo parte della stessa maledetta genia di essere umano: “l’uomo ossimoro”. I bipedi che rientrano in questa sottoclasse dei sapiens-sapiens, hanno una precisa caratteristica: sono, allo stesso tempo, tutti d’un pezzo e pieni di contraddizioni. Quella volta persi dei soldi, ma guadagnai un amico. Quando firmammo di fronte alla direzione provinciale del lavoro il tombale di chiusura rapporto, salutò freddamente la sua cliente e mi invitò subito al bar a bere. Mi disse: “Cazzo, amico, mi spiace averti derubato. Ma era lavoro lo capisci no?”

La cosa che mi fa impazzire di Gigi è che, nonostante sia bello come un attore, adora cacciarsi in situazioni assurde con persone improbabili. Potrebbe entrare in qualsiasi bar schioccare le dita e portarsi a letto chiunque desideri e invece preferisce spendere soldi sulle chat line a pagamento dove, però, spesso gioca anche a fare la donna per far eccitare il maiale dalla parte opposta, che non sa che si sta facendo una sega parlando con un uomo. Senza contare che è pure il re del “sex over the phone”.  Nelle serate super alcoliche, quelle in cui ti viene voglia di vomitare e che non capisci che cazzo stai davvero facendo, dato che ti sembra di vivere in un film, ci ha pure fornito anche dimostrazioni porcarecce di tale abilità.  Poi, il giorno dopo, lo si può trovare bello lindo in Tribunale a discutere, con cognizione di causa, di come l’ultima sentenza della corte di cassazione rimetta in discussione il principio di legittimità costituzionale di un qualsivoglia diritto. Stamattina avevo bisogno proprio dei suoi consigli. Una cosa che non poteva aspettare e così l’ho chiamato. Ho sentito un rumore di fondo assurdo e lui che mi diceva che mi avrebbe richiamato. Ho insistito. Era troppo importante. Tuttavia non capivo che cosa stesse dicendo e così mi ha detto che se proprio era indispensabile avrei potuto raggiungerlo, in città, in un palazzo di gran pregio, da una sua cliente.  E così ho fatto, smoccolando come pochi tra i lavori in corso che fervono alacremente per permettere che i mondiali di ciclismo possano partire. Eh si, perchè sabato prossimo ci sarà la cerimonia di apertura proprio qua a Lucca. I mondiali di ciclismo. Quelli veri. Quelli che di solito si vedono in televisione trepidando per i campioni vestiti di azzurro,  che le volte che  prendono bombe migliori degli altri vincono pure. Una cosa ganza ah? Piu o meno. L unica cosa davvero fica  e’ che finora il tutto ha provocato solo esilaranti reazioni a catena. Potrei parlarne per ore, ma mi limiterò a sottolineare la genialità di ri-asfaltare per bene SOLO la strade dove verrà svolta la corsa più importante, lasciando TUTTE le altre  con buche e piene di dissesti che, se non ci stai attento finisci per spaccare ogni cosa.

Quando sono arrivato a destinazione mi è venuta ad aprire la padrona di casa, una vecchia matrona, che con fare ottocentesco mi ha accolto con un sorriso di circostanza, cosa che mi ha permesso di ammirare in tutto il suo splendore la sua dentiera appena rifatta con denti troppo bianchi per essere veri. Qualcosa di lei mi ricordava Katia Ricciarelli, solo un po’ più vecchia. Mi ha fatto strada e ho raggiunto la grande hall della casa dove, assieme al mio amico Gigi ho trovato un gran casino. Un nugolo di persone intente a lavorare. Operai che martellavano, elettricisti che saldavano, meccanici che lavoravano su impianti luce appesi un po’ ovunque con grosse cineprese che scivolavano con panoramiche e zoommate verso aree ancora vuote. La vecchia megera mi dice allora piano:

“Ho affittato il palazzo per una serie di spot televisivi e per un’area interviste per i mondiali”.

Guardo meglio e vedo persone che avrei giurato  fossero regista e sceneggiatori che si insultavano sulle scadenze, sforamenti del budget e via discorrendo. Alcuni operai hanno poi chiesto alcune cose tecniche alla proprietaria che ci ha lasciato per accompagnarli nel luogo dove sono tutti gli impianti della casa. Rimasto solo con Gigi, senza pensare e senza dare alcun valore alle parole, gli ho detto:

“Di’ la verità, ti scopi la vecchia babbiona eh?”

L’ho fatto nel modo in cui avrei potuto dire qualsiasi altra cosa. Che so. “Buongiorno” oppure “Hai visto come c’hanno rubato la partita ieri?”. Insomma solo un mero cik-ciak cameratesco per aprire la discussione.  Lui impallidisce e mi dice:

“Ssshhhhh, zitto, ma sei scemo?”

Per un attimo penso che si sia offeso e mi maledico per non essere stato attento a non ferire i suoi sentimenti. Poi aggiunge:

“Come hai fatto a capirlo?”

Se non stessi vivendo una situazione drammatica che, tra le tante cose, mi ha procurato una paresi facciale che mi impedisce di ridere, mi sarei buttato per terra a grattarmi la pancia e a sbellicarmi dalle risate. Lui allora tenta improbabili spiegazioni:

“Guarda non si può nemmeno raccontare. E’ una vera ninfomane. Una malata  Non mi è mai capitato prima, giuro.”

“Cazzo Gigi, sei te il malato”

“Si è vero, ma tu che puoi capì? tu da quanto non scopi come si deve eh?”

“Ah beh, invece  scopare con un ottuagenaria sarebbe scopare per bene?”

“Non ha ottant’anni, idiota…”

“Nel senso che festeggia il compleanno a dicembre?”

L’arrivo improvviso di una comitiva ha impedito il continuo del colloquio.  Si capiva dal codazzo di gente che lo seguiva a distanza che era arrivato il produttore o qualcosa di simile. Era uno di mezza età, ben vestito con a fianco una sventola che aveva una cascata di capelli biondi, cosce che sembravano partire dalla gola e tette abbronzate. Una, per capirsi, che al confronto una coniglietta di playboy è una femminista incazzata. Gigi mi dice che deve chiudere un contratto con il suo segretario personale e mi molla là in attesa e sparisce da qualche parte. Il Boss  mi passa accanto e non mi si fila di pezza. Ricambiato. Vedo tutti gli altri però che, non appena vengono avvicinati abbassano la testa in segno di rispetto. Le regole non scritte che valgono ovunque. La sensazione forte e’ che nessuno voglia incrociare il suo sguardo perché Dio non voglia quello volesse attaccar discorso, rischierebbe il posto in men che non si dica.  Il tipo in questione sembra la rappresentazione vivente della nota espressione “con il capo non si scherza”. Si fa avanti il regista e dalla sua espressione deduco che ha necessità di una conferma da parte del nuovo arrivato che invece duro gli dice:

“Tutto qui? “

“In che senso?”

“Insomma quanti marchi vedi là dietro?”

“Il regista scruta in lungo e in largo il tavolo e i pannelli già tappezzati con i loghi di alcuni marchi: “

“Cinque”

“Fantastico, sai contare. Ora dimmi quanti sponsor ufficiali abbiamo coinvolto?”

Il regista mormora piano: “Venti”

“Allora perché ne vedo solo cinque? “

“Non vedo dove altro potremmo mettere gli altri in questa fase. Poi nell’altra scenografia sono certo che…”

“Forse qui?” lo interrompe il Boss, indicando un punto in fondo sulla sinistra “Laggiù possiamo anche ficcarci una cazzo di macchina per caffè e un’auto. Te lo devo dire io, cazzone?”

“Eh che a me così potrebbe, come dire, sembrare un po’ volgare, ecco..”

“Volgare?”

“Beh, se tappezziamo di pubblicità ogni cosa qua dentro..appesantiamo il prodotto finale” ribatte il regista

“Appesantiamo il prodotto finale ? Ma porca di quella Troia ascoltami bene, non me ne fotte un cazzo se non si riesce a vedere nient altro che la merda che cerchiamo di rifilare alla gente se questo serve a far incassare anche solo un euro in più . Il tuo problema è che il pubblico potrebbe trovarlo volgare?”

“Si”

Il Boss non lo degna di risposta, si volta verso un altro assistente e gli chiede di dire a quelli della raccolta pubblicitaria di piazzare qualche telefonata e vedere chi fa l offerta migliore per i posti che lui aveva indicato. Poi aggiunge cattivo: “E manda anche una email del mio estratto conto al pubblico (detto in modo ridondante)  e vediamo quanto cazzo lo trova volgare. ” fa una pausa e aggiunge “Fallito di merda.”

E se ne va, seguito dalla “pasionaria” bionda, lasciando un silenzio irreale dietro di sè. Dopo un po’ ritornano Katia Ricciarelli seguita da Gigi. La vecchia mi sorride in modo strano. Vedo che l’avvocato dietro sghignazza qualcosa. Rimango impassibile. La soprano mi dice piano:

“Mi piacciono gli uomini mezzi pelati sai..”

Non mi infastidisce tanto il passaggio al “tu” quanto quell’affermazione sul fatto che la mia testa sia oramai quasi una piazza d’armi. Le faccio una smorfia. Lei allora aggiunge:

“Mi ha detto l’avvocato che mi trovi interessante. “

Guardo Gigi che si sta spanciando dietro di lei e capisco che cosa ha fatto il bastardo.

“Si in effetti è una donna di gran classe”

Lo ammetto, come so mentire io, nessuno mai.

“Dammi pure del tu e chiamami tigre. E pensa che con me non avrai neanche bisogno di portare avanti la conversazione….dopo…”

“Ah ecco… senti avvocato dobbiamo parlare…” dico allo scemo.

“Se vuoi prima ti faccio vedere la casa.” rilancia la tigre. Fulmino con gli occhi Gigi e le rispondo:

“Grazie, grazie mille signora, guardi, è come se avessi accettato. Adesso devo proprio andare.”

Ho preso e sono scappato via, seguito poco dopo dal mio amico che si è preso un bel po’ di randellate ma poi, come capita spesso di questi tempi, si è finiti a parlare al bar dei miei problemi. Prima di lasciarmi mi dà una pacca sulle spalle e mi dice: “Capisco tutti i tuoi casini sai? pensa che c’è un tizio che conosco che è diventato impotente a causa dei problemi di lavoro. Dice che è comunque una cosa temporanea.”

“Se non voglio scopare il puttanone non vuol dire che sia impotente, stronzo.”

“Le seghe, amico, non valgono, ricordalo”.

Ed è volato via sulla sua Torpedo Blu.

In effetti, pensandoci bene ha ragione lui.

La prima volta che ho fatto sesso è stato un secolo fa.

L’ultima? e chi se lo ricorda….

vecchi

Accidenti ai siluri

Poco da fare, Virginia, mia figlia, è una shampista in pectore.

Per quanto mi sforzi di farle migliorare il suo rendimento scolastico, la sensazione che finirà in un grande salone di bellezza a fare la tinta a vecchie bavose incapaci di invecchiare è sempre più forte. Eppure io ero stramaledettamente bravo a scuola. Ci sono volte che avrei voglia di urlare alla madre che è chiaro che ha preso da lei. Incapace di darle il suo meglio, l’artiodattilo ruminante le ha regalato il peggio. Se non lo faccio, è solo perché so che mi risponderebbe che, nel caso Virginia diventasse una mignotta, sarebbe la dimostrazione che anche io ho fatto la stessa cosa.

Eppure nonostante  questo, quella maledetta bimba, ogni tanto mi spara dei siluri che mi mettono in difficoltà.

Ieri sera ad esempio si è seduta accanto a me e mi ha detto con fare solenne, come se volesse rivelarmi una verità apodittica che a me però sfuggiva:

“Sai babbo, io credo che se Gesù nascesse oggi, sarebbe un punk”.

Sono rimasto là a fissare il muro senza risponderle niente. Non ero in grado di tirar fuori una risposta articolata che non sporcasse un’affermazione simile. Sentivo gli occhi di lei su di me che aspettavano un mio rimando. Un qualcosa che potesse aprirle vie di pensiero alternativo. Invece sono rimasto zitto, come un babbaleo. Con quell’ idea in testa di Gesù ribelle che proprio non voleva andar via.

Stanotte, come mi capita ormai spessissimo, da mesi a questa parte, mi sono svegliato alle tre. Occhi spalancati e insonnia galoppante. Il periodo difficile che sto vivendo certo non aiuta a rilassarmi. Per gabbare la mia testa, che di questi tempi mi porta a esplorare abissi di cui ho terrore, ho forzato il mio subconscio a fare un altro tipo di ricerca. A immaginare cioè altri personaggi del passato.  Immaginarli oggi.

E così a ruota libera è venuto fuori che: Napoleone sarebbe un cameriere di un bar, Jimi Hendrix un pianista, Giulio Cesare un femminiello, Hegel un urlo, Van Gogh un fiore, Gandhi un samurai, Eleanor Roosevelt una prostituta, Jim Morrison il re d’Inghilterra, Moana Pozzi una sirena, ma  Django, eh beh, lui rimarebbe lo stesso un miracolo. E poi ancora ho pensato che Bianciardi sarebbe un fantasma, Elisabetta I una casalinga, Bukowski uno scienziato, Buddha un cowboy, Newton un balordo, Galileo un drogato, John F.Kennedy uno psicotico e  Nixon premio Nobel per la pace, Enrico Mattei un monaco, Alberto Sordi un bottone di una camicia sporca.

E così stamattina portando Virginia a scuola mi è venuto di parlar con lei delle mie esplorazioni notturne. Lei però non era molto interessata. Era già avanti. Prima di lasciarla andare incontro alla vita, la bacio sempre. In genere sgattaiola via subito. Invece oggi è rimasta là. A fissarmi. Ho riconosciuto quello sguardo e ho sentito il sottomarino armare i suoi siluri:

“Oh babbo, ma se l’amore è la risposta. Qual è la domanda?”

Credo facesse riferimento a una cazzo di T-shirt di una sua amichetta che stava arrivando. Avrei voluto risponderle la verità “No, dai, sta solo scherzando. Si fa per vendere qualcosa. Money, argent, pecunia. Che non puzza mai.” Invece mi sono lasciato prendere la mano.

“L’amore è ciò che governa il mondo e occorre che tutti ci inchiniamo davanti a lui!”

Lei mi guarda e scoppia in una grassa risata:

“Si, ciao core. Ci si vede pà”

E io adesso sto qua a chiedermi se riuscirò mai a farle fare un upgrade da shampista a impiegata delle poste.

Vabbè.

 

 

Festival della mente

Ci sono poche cose che ancora amo fare nonostante la mia pigrizia e le vicissitudine di tutti i giorni.

Andare a Sarzana (che tra l’altro è una cittadina stupenda, piena d’arte e storia e bella gente) è una di queste.

In modo particolare adoro andarci a fine agosto-inizio settembre quando si svolge il Festival della Mente 

http://portale.festivaldellamente.it/it/home

Nelle varie piazze della città ci sono incontri con personalità interessanti di vario genere che spiccano in campi diversi dell’arte per cui, pagando un prezzo modico (necessario per organizzare il tutto) si può vivere, in uno scenario unico, l’emozione di stare a contatto con la cultura vera e non artificiale come quella televisiva.

Se qualcuno è interessato a venire, ci prendiamo pure un aperitivo assieme.

 

 

Le ultime da “I discutibili”

picdisc

 

1) IntesoMale, poeta maledetto, figlio non riconosciuto di Arthur Rimbaud e di Poetella, ha deciso di regalare a tutti il vero quadro familiare del nostro super Gruppo

http://discutibili.com/2013/07/19/vi-presento-la-mia-famiglia/

 

2) Masticone, per non scordare, http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

3) Red Poz, dai suoi amici Khmer , http://discutibili.com/2013/07/19/in-cambodia/

 

4) E, poi LUI, il vero Re dell’Universo, 83 chili di cervello buono per il pappone dei cani, ma un cuore più largo del culo di Fata Chiattona, l’unico e immarcescibile, B O R T ammoniacal, http://discutibili.com/2013/07/18/fuga-da-orio-al-serio-e-dai-suoi-ultras/