Come si lavorano questi pellegrini…

Credo che dovremmo un po’ più di rispetto agli spagnoli.

Insomma, dai, ammettiamolo. Gli italiani hanno una supponenza di base con loro allo stesso modo in cui i francesi l’hanno con noi. E gli inglesi con i mangiarane. Credo che derivi da quella che io chiamo la sindrome del terrone. Insomma, chi è a sud (non solo geograficamente) è per definizione, peggiore. O dicendolo in modo politicamente corretto “in via di sviluppo.”

Noi, va detto a onor nostro, siamo, per fortuna, mediamente più cialtroni e meno spocchiosi dei polentoni del nord Europa, però, lo stesso,anche se sorridiamo e godiamo della presenza di spagnoli nelle nostre vite, sotto sotto, pensiamo: si vabbè, però siamo meglio noi!

La dimostrazione di quanto falso possa essere un pensiero così sottilmente diffuso io ce l’ho sotto gli occhi tutti i santi giorni.

Doverosa premessa: non l’ho mai fatto (not yet I mean…) , ma ho letto molto sul cammino di Santiago. So, ad esempio, che gli spagnoli lo hanno organizzato benissimo, facendolo diventare una specie di cult internazionale al punto che non è più solo una meta per cattolici praticanti in cerca di remissione dei peccati ma anche di atei che detestano i libri di Coelho (come me..) e che lo fanno anche solo perchè è semplicemente bello (per chi fosse interessato c’è un divertente libro di Liebig Etienne “Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela”). Mi sono così, alla fine, fatto l’idea di una cosa piena di passione e di vita, anche e soprattutto nei confronti della natura. Tra sacchi a pelo, ostelli, rifugi d’emergenza, amicizie improvvise ed infortuni di viaggio, il Cammino pare una cosa diversa da persona a persona. Camminare dalle sei alle otto ore al giorno, con il rischio di finire l’acqua e non potere bere, con il dolore alle gambe che ti piega ma che devi superare con le tue forze per proseguire. Partire ogni mattina per fare trenta chilometri con dieci chili di zaino sulle spalle senza spesso vedere una casa o un centro abitato per ore riporta alla condizione umana del vivere, quella condizione che si perde nella vita caotica e frustrante di ogni giorno e nelle vacanze preconfezionate da villaggio turistico. Si attraversano torrentelli d’acqua passando da un ciotolo all’altro proprio come facevano una volta i pellegrini. E poi, camminando tra bellissimi e superbi paesaggi, spesso incontaminati, si conoscono nuove persone in continuazione, ognuna con la propria storia da raccontare e spesso vogliose di conoscere la tua, fatto strano considerato che l’abitudine è spesso che non ci si ascolti nella vita quotidiana neppure tra amici, persi nella mediocrità di una vita stereotipata. In genere, si dice che l’ideale sarebbe partire in solitudine e aspettare che il tempo porti nuove persone nella tua vita. E, le amicizie che nascono sul Cammino sembra non si dimentichino mai.

Noi che c’entriamo?

Beh, la verità è che a noi ci piace taroccare.

E dai su. Inutile negarlo. Il tarocco da noi gode di una straordinaria popolarità che in altre latitudini non potrà mai raggiungere. Siamo molto inclini, ad esempio, a comprare cose falsamente griffate per strada da chi non ha diritto a svolgere attività commerciale, o prodotti alimentari che “assomigliano” agli originali ma che costano molto meno e ci importa poco se sono sani oppure no. Per diversi anni la scheda Tarocca Sky era il massimo sfoggio di italianità. Un modo come un altro per mostrare fieri l’appartenenza alla nostra terra e cultura.

Così, per non smentirci, abbiamo inventato anche la versione tarocca del Cammino di Santiago: la via Francigena!

La storia di essa è facilmente trovabile su Internet. Era uno dei percorsi di pellegrinaggio medioevali. Parte (iva) da Canterbury per arrivare a Roma.

Avendo notato che il cammino di Santiago in Spagna stava diventando una grande attrazione turistica, quindi potenziale fonte di guadagno, qualcuno da noi s’è messo in mente di proporre una versione alternativa dello stesso e ha tentato di organizzare una cosa simile. L’ha fatto all’italiana. Cioè alla cazzo di cane. In altre parole non c’è un progetto d’assieme che lega il tutto. Piuttosto esiste una sperimentazione a macchia di leopardo. Una serie di zone, spesso distanti tra loro, che non hanno guardato al progetto nella sua totalità ma si sono limitati al solo al bieco tentativo di attrarre turisti per la propria Pro Loco.  Due aree su tutte: il Lazio e l’alta Toscana.

Ora, lo so che deve essere difficile da credere per chi ha davvero fatto il Cammino di Santiago, ma la sua versione tarocca made in Italy, passa proprio davanti casa mia. Non in senso figurato intendo. Passa FISICAMENTE davanti casa mia. Proprio sul marciapiede davanti al mio cancello. E prosegue lungo una meravigliosa arteria ad alto scorrimento automobilistico dove se si respira a pieni polmoni, con un po’ di impegno, si può pure prendere il canchero ai polmoni per lo smog che si respira. Sempre che non si muoia prima venendo arrotati dagli autotreni che sfrecciano veloci come lippe. E così, in primavera, comincia il flusso dei pellegrini che convinti di esser tali, vestiti con scarponi da montagna e di alpenstock e zaini superpesanti mi passano davanti, ridicoli come solo chi è davvero ridicolo può essere. In genere, essendo anch’essi amanti del tarocco, arrivano in autobus fino a Lucca per gabbare tutta la strada che avrebbero dovuto fare in precedenza pensando poi di passare per boschi o posti leggendari venendo invece dirottati sulla via Romana Ovest dove, se avessero delle comode scarpe da passeggio anzichè armamentario da scalatore, avrebbero molte più possibilità di sopravvivenza.

In genere capiscono l’inculata dopo un paio di giorni e, infatti, credo che la gran parte di essi una volta usciti dal territorio lucchese decida di prendere un altro autobus o treno per arrivare a Roma. Anche se il sospetto che ci riprovino da un’altra parte del percorso ce l’ho. Come anche la sicurezza che verranno accolti dagli altri italioti nello stesso modo.

Prima di uscire dalla mia terra hanno però la fortuna di passare davanti a uno dei più grandi monumenti nazionali, protetto dal Ministero dei Beni Culturali molto più che gli scavi di Pompei o del Museo degli Uffizi. Sono veramente orgoglioso di questo e del fatto che disti solo pochi chilometri da dove abito. Sto parlando della mega sede centrale della SNAI.

Vuoi mettere una sana scommessa su una partita di cartello con un pallosissimo paesaggio mozzafiato in cima a un passo pure difficile da scalare?

Non di rado, quando ci passo in macchina ci vedo entusiasti pellegrini che, essendosi rotti gli zebedei di camminare in mezzo alle macchine decidono per un bel pit-stop fatto a base di panini con la porchetta dell’ambulante abusivo mentre si godono i video dei principali eventi sportivi.

Stamattina mi ci sono fermato anche io per comprarmi  un panozzo come si deve da portare via perché, stiamo mica a scherzà, Tonino l’ambulante napoletano sa il fatto suo. Mentre attendevo il mio turno mi sono messo a parlare con uno di loro. Un americano che con la moglie, vestito come da copione con tanto da cappellaccio da boy scout, era in fila con me. Il fatto che parlassi in inglese mi è sembrato per lui una liberazione. Poteva finalmente sfogare la sua frustrazione in madre lingua. Mi ha detto che venivano da Austin, Texas, e che volevano fare una cosa che assomigliasse al Cammino di Santiago ma che non fosse così difficile. La Via Francigena gli era sembrato un’ottima alternativa. La realtà però li stava un po’ deludendo ma che, riuscire almeno a vedere la partita di baseball dei Texas Ranger sui televisori della Snai li aveva messi di buonumore. Gli ho detto che se avevano bisogno di qualche informazione particolare o di un aiuto  glielo avrei dato. Lui,  ringraziandomi, mi ha chiesto dove trovare un bancomat funzionante perchè i due che aveva incontrato (sulla via Francigena…) erano “out of order” e stava meditando di mollare una volta raggiunto Altopascio e di riprendere la corriera fino a Firenze. In funzione di un imprecisato senso di appartenenza alla Pro-Loco Italiana mi sono sentito in dovere di incitarli a continuare. Non so nemmeno bene io perchè. Forse stavo parlando piu a me stesso che a loro. Immagino che utilizzassi quella famiglia come transfert per parlare a me stesso. Nella lunga attesa (Tonino sarà bravo ma è indolente come pochi…) gli ho detto della necessità di non mollare. Di provarci ancora. Di resistere. Che quello era il senso del pellegrinaggio. Non importa se l’immaginario andava in una direzione diversa da come si presentava la realtà. Non si doveva mollare, punto e basta.

Mentre parlavo, mi è venuto in mente che stavo blaterando solo una serie di merdate inutili. E fasulle. E pure fuori luogo. Ma prima che potessi correggere il tiro (avevo già pensato di pagare pegno accompagnandolo direttamente ad una banca vicina) Tom, così si chiama, mi guarda serio e mi fa quasi paura. La moglie mi sorride e lui mi allunga la mano e stritola la mia quando gliela porgo:

“Ok Buddy” mi fa “you’ve convinced me. We won’t stop. We’ll give another chance at the Via Francigena”. ha detto pronunciando quel “frenchigina” in modo tale che non ho potuto fare a meno di sorridere, provando allo stesso tempo un grosso imbarazzo perchè non so mica se gli ho fatto un favore.

Prima di risalire in macchina gli ho augurato buona fortuna e mi è venuto anche in mente di chiedergli se avevano, come fanno sempre gli americani, un desiderio segreto associato al pellegrinaggio. Lui sorride e so di aver colpito nel segno:

“The World Series for the Texas Rangers. What else?”

Qualcosa mi dice che però che se quella franchigia vuole vincere il campionato di baseball sarà bene che non conti sul fatto che Tom e Mary raggiungano Roma a piedi da Lucca perchè altrimenti anche quest’anno andranno in bianco.

      

E se ti prendo, brutto bastardo…

Non so voi, ma io ho una serie di dubbi amletici clamorosi che  contribuiscono a rendere la mia vita insostenibile. No, non parlo dei classici  “Chi sono?” “Da Dove vengo?” , “Dove sto andando?”. Quelli oramai li ho superati da mo’. Più o meno.  Parlo di cose come: “Ma i cani inglesi o francesi ecc.ecc. (e tutti gli animali in genere) abbaiano in inglese e quindi non si capiscono con i cani italiani oppure non ci sono dialetti?” O anche “Perchè non esistono cibi confezionati per gatti al sapore di topo”. Insomma cose così. Tra le tante, quella  tuttavia che più di tutte mi tormenta da tempo immemore è un’annosa questione alla quale, nonostante anni di profonde meditazioni, non sono mai riuscito a dare una risposta meno che miserabile: “Cosa cazzo ci troveranno gli americani nella Root Beer?“. Chiunque sia mai stato in America sa di cosa sto parlando. La Root Beer è per me ancora un grande enigma. Forse, il vero terzo segreto di Fatima. Una birra che non è una birra ma solo una bevanda al gusto di sciroppo che mia zia mi dava da piccolo per togliermi la tosse e che loro bevono come noi beviamo il chinotto.

Non ho mai aperto il capitolo America della mia vita (a parte un piccolo accenno in Crossroads). Se lo facessi dovrei dedicarci un blog ad hoc e non mi pare proprio il caso. Forse dovrei invece scriverci un libro sopra e sono certo che, con la giusta casa editrice diventerebbe un best seller internazionale, perchè l’America come l’ho vissuta io, credo pochi altri. Nel bene e nel male. Altro che Beppe Severgnini un genio della mala che è riuscito a scrivere quindici libri tutti uguali, clonandoli  dal primo. Non intendo comunque farlo adesso, occorre però che dica qualcosa per spiegare perchè  oggi mi girano così tanto le palle.

La mia prima moglie era (è) americana. Ho vissuto là per un po’ e ci sono poi andato migliaia di volte a trovare la  figlia che abbiamo fatto assieme e che ci vive ancora con la madre, non sapendo una parola che è una di italiano. Anzi no, una la sa, ma solo perchè mi sono impuntato. L’onore è onore, cazzo. Un giorno, infatti, in una delle mie “visitation”, lei mi guarda seria e mi dice che deve parlarmi di una cosa fondamentale. “Boia deh” penso, non era mai successo “sta’ a vedè che ha capito che to be italian is cool“, invece  (in inglese obviously) mi colpisce alla schiena:

“Sai c’ho pensato molto su e ho deciso che da oggi voglio solo chiamarti Dad”.

“Daddy ‘na sega, bimba. Tu continui a chiamarmi  “babbo” e bada di non farmi più incazzare sai…” Ir budello di tu’ ma’, was included, ma quello non l’ha preso.

No perchè già che devo accettare cose inaccettabili quello non me lo togli, porca troia. Di che parlo? Ad esempio che lei è stata cresciuta da quella matta della madre come luterana. Che ogni volta che ci penso mi viene in mente quella barzelletta da caserma sulla moglie del martin luterano e ci sto male. Essere luterani a Salt Lake City, Utah, è come dire però di essere di destra se uno vive a Livorno oppure, che so, urlare “Forza Lazio” in un bar frequentato da ultras della Roma. Perchè la città sul grande lago salato è la capitale dello Stato più assurdo che esista al mondo. Quello dei mormoni. Un pianeta alieno al sistema solare dove viverci significa abdicare all’uso del cervello.

Non voglio apparir blasfemo ma questa semplice considerazione porta con se una miriade di assurdi e curiosi corollari che ad una persona nata e cresciuta nel mondo occidentale “normale” possono far sbellicare dalle risate oppure accapponare la pelle. Del resto, all’interno degli stessi USA lo Utah è sempre stato considerato un posto “particolare”, da guardare con sospetto e diffidenza. Questo perché nello Utah i mormoni hanno cercato di far passare, proprio come i cattolici in Italia, leggi civili che rispecchiano la loro cultura e il loro credo religioso. E quindi anch’essi hanno i loro Giovanardi e i loro bei “Casini.” Ora, se già provare a credere in un qualche essere sovrannaturale è francamente esercizio molto difficile, la religione mormone, senza offesa per nessuno, è quanto di più anacronistico e impossibile da bersi sia mai stato scritto. Nasce a metà ottocento con un avventuriero in cerca di soldi e fortuna, Joseph Smith, che un giorno riceve l’illuminazione. Dio in sogno gli dice di scavare sotto una montagna dell’Illinois dove dentro ci avrebbe trovato i libri d’oro della rivelazione “vera” della parola del Signore. C’era solo un piccolo problemino: questi libri erano scritti in una lingua sconosciuta. Una lingua celeste.  Allora succede “o ‘miracolo”. A Joseph Smith appare un angelo del Signore che gli presta un paio di occhiali che hanno il potere magico di regalargli il dono delle lingue e con i quali traduce finalmente il testo che è diventata la loro Bibbia: Il libro di Mormon. Per far su qualche dollaro, il tipo, cercò di venderlo a un po’ di creduloni e, visto che ci sapeva fare, riuscì pure a convincere un manipolo di persone a fare comunella con lui. Tuttavia, dato che con il loro modo di fare rompevano un po’ troppo le scatole a tutti, vennero cacciati da dove si trovavano e perseguitati fintanto che, cacciati sempre più a ovest, nella via verso la California trovarono quello che è attualmente il territorio dello Utah, ci si fermarono e fondarono la loro Chiesa.

In poco più di un secolo la Chiesa Mormone è diventata però una potenza economica formidabile. Ogni suo adepto infatti, compresi i bambini che ricevono le mance dai genitori, deve darle il dieci percento delle proprie entrate. Oltre a questo tutti i ragazzi sono tenuti, a carico delle rispettive famiglie, a fare per un anno i missionari per il mondo per convertire nuove persone per poter permettere alla Santa Madre Chiesa di poter ingurgitare ancora più soldi. Inutile sottolineare che niente si muove in quello Stato che la Chiesa Mormone non voglia e quindi anche il legislatore è stato obbligato a far passare alcune leggi che non trovano riscontri in altra parte del Paese. Ad esempio il divieto dei ristoranti di servire alcolici perché secondo la loro religione il corpo, tempio di Dio, deve rimanere puro di alcol e caffeina e tabacco. E la stessa poligamia, ufficialmente combattuta perché reato federale, di fatto è accettata e non osteggiata fin quando non palesemente manifesta. Che siano più megalomani di quanto siamo noi cattolici, che già non scherziamo, lo dimostra il fatto che tutte le vie di Salt Lake City sono chiamate in funzione dalla distanza che hanno dal Tempio, la loro basilica di San Pietro per intenderci, sede ufficiale del culto, la cui entrata è assolutamente proibita ai non battezzati secondo il rito sacro . Insomma non ci sono Vie Verdi o Via Garibaldi o magari Via Abramo Lincoln. E’ stata invece disegnata una griglia basata sul concetto di latitudine e longitudine. E il grado zero non è il meridiano di Greenwich nè l’equatore, quanto proprio il Tempio stesso. Quindi un indirizzo di una qualsiasi famiglia, non importa se ebrea, cattolica o musulmana è composto da due coordinate che indicano la sua precisa distanza dalla sede del culto mormone. Evvai. Del resto da gente che quando muore è convinta prima di andare in viaggio premio su un pianeta che si chiama “Cola” e poi di diventare Dio in un altro universo che ci si può aspettare? Sono poi super reazionari. I gay sono trattati come sub umani, la vittoria di Satana su Dio. Un mio amico mi raccontò di aver subito anche un raid fascista punitivo perchè non voleva essere “curato”. E la famiglia non ha nemmeno voluto che sporgesse denuncia. Le donne sono per lo più solo mezzi per procreare e far da mangiare e nella scala sociale vengono solo prima degli eventuali schiavi (i mormoni sono sempre stati contro l’abolizione dello schiavismo). Cose orribili. Una delle cose che invece mi ha sempre fatto sbellicare dalle risate è l’affermazione (giuro…controllate se volete) che Gesù tornerà come predetto dalle Sacre Scritture, ma quando succederà capiterà NECESSARIAMENTE senza nessun dubbio sul suolo del continente americano.

Per chiunque si rechi in visita o pellegrinaggio è aperto  un tour turistico alle dependance del Tempio stesso che viene offerto, in tutte le lingue, da missionarie poliglotta venute da ogni parte del mondo a servire la Chiesa per il  “servizio militare” previsto prima di diventare moglie e madri. In genere giovanissime. Per i mormoni infatti la donna ha quasi esclusivamente questo ruolo e se, Dio non volesse, una è invece sterile o talmente brutta da non trovare marito velocemente viene quasi sempre emarginata dalla comunità. Il tour di presentazione della loro Chiesa si conclude con la richiesta di informazioni che poi vengono spedite ai missionari sparsi nel globo affinché  il turista tornato a casa propria venga assalito da essi con continue e ripetute visite stile testimoni di Geova. In cerca di soldi ovviamente.

Confesso che  io  quando mi trovo in città, avendo quintali di tempi morti amo fare l’emigrante cazzaro. E così ci finisco tutte le volte a fare il giro del Tabernacolo e del Tempio ben sapendo che, alla fine dello stesso, le cortesi signorine mi chiedono sempre di lasciare  le mie generalità che io dò sempre immancabilmente fasulle.  Ho questo, come dire, vezzo di dare sempre quello di un qualche mio amico, che senza sapere il perché, si vede così arrivare di continuo solerti missionari che sono appiccicosi come pochi e non mollano mai l’osso anche se vengono trattati male. Del resto hanno in mano informazioni (false) che parlano di clamorose conversioni di un italiano passato da Salt Lake City. Che dal loro punto di vista significa soprattutto, donazioni di denaro.

Il fatto è che da qualche giorno anche io sono tampinato, marcato a uomo, da una squadra di missionari mormoni che cerca di convertirmi e di spillarmi dei soldi. Hanno persino il mio numero di cellulare e mi chiamano tre volte al giorno per fissare appuntamento al loro tempio qua da noi o a casa mia, oppure hanno detto che vengono pure in ufficio a trovarmi. E non mollano. Dicono che hanno saputo della mia conversione e che sono molto lieti di poter avere un nuovo fratello scemo pronto a sganciargli quattrini.

Ora, ed è questo il senso del post, se becco lo stronzo che ha fatto il giro a Salt Lake City lasciando detto che mi sono convertito dando pure il mio cellulare dicendo che io voglio essere parte del mondo mormone ma che sono timido e mi vergogno gli faccio un culo come un paiolo…

sallo.

Io un un sospetto su chi può essere stato ce l’ho. Il bastardo.  Eppure si proclama cristiano e invece di porgere l’altra guancia mi ricambia il favore?

bleah, in che razza di tempi viviamo.

Gambetto di donna all’intelligenza collettiva

Mio padre è sempre stato un gran giocatore di carte. Forse era la cosa che più mi rendeva orgoglioso di lui. In realtà c’era anche come faceva il “Mercante” nel “Mercante in fiera” natalizio che ci regalavamo a casa dei nonni, ma, quando lo vedevo trionfare nei tornei da barrino con i suoi amici, mi sentivo così orgoglioso di essere suo figlio. Non avevamo molto in comune, io e lui. Nemmeno quelle cose. A me, i giochi di carte, hanno sempre fatto tristezza. Quando mi insegnò a giocare a tressette non ci mise molto a capire che non sarei mai stato un uomo da bar. Mi disse: “Figliolo, cercati un altro ruzzo per passare il tempo. Le carte non so’ per te.”

Fu così che mi avviai verso una promettente carriera di giocatore di scacchi. Dio quanto amo gli scacchi. Il gioco più violento che esiste. Non c’è paragone con il football americano. A scacchi ci si fa molto più male. A scacchi i dolori alle ossa non passano che dopo settimane perchè la violenza del cervello è dieci volte superiore a quella dei bicipiti dell’avambraccio foss’anche quello di Mike Tyson. Chiunque sa giocare a quel perfido, meraviglioso, gioco sa bene di cosa sto parlando. Sa che esiste una sorta di godimento perverso nell’infliggere all’avversario una lunga e tremenda agonia. Nessun giocatore di scacchi vuole davvero  finire subito quello strazio e ambisce a veder sguazzare l’avversario nella palude contorcendosi nel tentativo di salvarsi mentre lui lo tortura lentamente come usava fare la Santa Inquisizione. Il dramma è acuito dal fatto che non c’è giocatore che non si renda conto che sta perdendo. E che non sappia che senza un po’ di “spazzatura”, ovvero mosse sbagliate, da parte dell’altro non potrà mai più risollevarsi. E’ questa la vera perversione che sta tra le righe degli scacchi. Uno distrugge l’avversario mostrando che la spazzatura non gliela dà perchè il suo cervello è migliore. E, quando fai partite che durano quattro ore (due ore a testa), il tormento può essere indicibile. E, inevitabilmente, si finisce per essere, a volte carnefici e a volte vittime.

Ho smesso di fare tornei proprio per questo. Parlo di tornei veri, quelli riconosciuti dalla FSI, quelli dove hai di fronte fisicamente il tuo avversario, perchè, quando vincevo, mi sentivo una specie di semi-Dio, imbattibile, un condottiero che poteva ammazzare chiunque con la forza del proprio cervello ma, quando perdevo, ero certo di essere una caccola indicibile. Avvertivo un dolore lancinante che mi portavo dietro per un sacco di tempo. Troppo tempo. So che è difficile da credere, ma è così. Quando sono giunto al massimo delle mie potenzialità e ho capito che giocavo quasi sempre solo con gente migliore di me e quel dolore di cui parlavo mi stava rovinando l’esistenza,  inquinando la vita vera intendo, ho detto basta. Stop. No more. Quando c’è solo dolore e nessun godimento non ne vale più la pena. Il sadomasochismo non fa per me.

E così ho preso a giocare sul Web. Ed è cambiata la musica. Il web è meraviglioso perchè è in grado di curare quel dolore che i tornei veri ti lasciano. Quando esci da una partita di quattro ore in cui sei pieno di ferite e di sangue, devi aspettare settimane, a volte mesi, prima di rivedere una faccia da sfidare per provare a gustare “il potere”. Il web invece ti permette di farlo subito. E questa è la cura incredibile che, come la bomboletta magica che si usa con quelli che si fanno male nel campo di calcio, aiuta ad anestetizzare qualsiasi cosa. E poi puoi fare partite di pochissimi minuti, a volte anche solo di due o tre minuti e, quando perdo con qualche sconosciuto (e già il fatto che non lo veda in faccia è un gran benefit) mi basta accettare subito dopo la sfida con un altro e, se perdo, con un altro ancora e via di seguito. Insomma alla fine uno peggio di me lo trovo sempre e mi scollego felice come una Pasqua. Più o meno.

E, in questo contesto, partecipai anche io, nel 1999 alla grande partita tra Garry Kasparov e il resto del mondo.

Fu la Microsoft ha organizzarlo. L’idea peraltro non era nuova. Qualche anno prima, un altro grande, Karpov, ne aveva già giocata una uguale vincendo facile in pochissimo tempo. Quella di cui invece sto parlando fu incredibile e lo stesso Kasparov (per me il più grande giocatore di tutti i tempi nonchè persona che stimo per la sua attività anti-Putin) la definì “la più grande partita a scacchi di tutti i tempi”. Credo che esagerasse, ma ciò non di meno fu stramaledettamente avvincente.

L’idea di base era che, chiunque sul pianeta, potesse andare sul sito web della partita e votare la mossa successiva. In media una mossa veniva votata da sei/settemila persone, e nel corso dell’intera partita, votarono migliaia persone di quasi cento Paesi diversi. Il World Team decideva una nuova mossa ogni ventiquattro ore; la mossa eseguita era quella che aveva ricevuto più voti. Dopo sessantadue mosse di gioco scacchistico innovativo, in cui l’equilibro della partita cambiò diverse volte, il World Team alla fine si arrese. Il campione russo disse che, durante la sfida, spesso non aveva saputo dire chi stesse vincendo e chi stesse perdendo e  solo alla cinquantunesima mossa l’equilibrio si era spostato decisamente in suo favore. Noi, anche se  potevamo contare su alcuni dei più grandi scacchisti al mondo, non avevamo nessuno che fosse all’altezza di Kasparov, e la qualità media dei giocatori era molto più scarsa di qualsiasi gran maestro. Eppure nel complesso il World Team giocò molto meglio di quanto avrebbe fatto qualsiasi singolo giocatore della squadra. Non solo ma, siccome gran parte delle decisioni strategiche e tattiche del World Team veniva presa in pubblico, Kasparov era libero di usare quelle informazioni a suo vantaggio. Immaginate non solo di giocare contro Garri Kasparov, ma di dovergli anche spiegare il ragionamento che vi ha portato a una certa mossa! C’era un vero e proprio forum dove discutere della partita, e alcuni dei più grandi giocatori al mondo a ogni mossa pubblicavano sul sito le loro raccomandazioni prima della chiusura della votazione, in modo che le raccomandazioni potessero influenzarne l’esito.  Il risultato finale fu che  il World Team si dimostrò molto più forte dei suoi singoli membri, e probabilmente più forte di qualsiasi giocatore della storia – a parte Kasparov al suo apice, ovviamente. Ognuno dei partecipanti a quella super mega squadra avrebbe perso in pochissimo tempo, ma tutti assieme demmo da torcere al più grande campione di scacchi di tutti i tempi al suo apice.

Per molto tempo mi sono chiesto come fosse  possibile che. migliaia di scacchisti, per la maggior parte dilettanti, competere contro un Kasparov al suo massimo. Era stata solo fortuna o qualcos’altro? Racconto tutto questo perchè ho appena finito di leggere un libro appassionante:  La saggezza della folla, di James Surowiecki che spiega come grandi gruppi di persone possano a volte eccellere nel problem-solving. Ne avevo sentito parlare molte volte ma non l’avevo mai comprato ma in tempo di crisi me lo sono accattato come regalo di Natale. Mi sono così letto finalmente le sue teorie per le quali i grandi gruppi sono più bravi di una persona sola, per quanto qualificata ed esperta. Surowiecki porta un sacco di esempi divertenti come quello di uno scienziato inglese che ad inizio novecento stava partecipando a una fiera nella campagna inglese, dove tra le attrazioni c’era una gara di «Indovina il peso» (in quel caso il peso di un bue). Lo scienziato si aspettava che la maggior parte dei concorrenti sarebbe stata molto imprecisa nelle sue stime, e rimase stupito nell’apprendere che la media di tutte le ipotesi (cioè 1197 libbre) differiva dal peso corretto (1198) di appena una libbra. In altre parole, facendo una media delle stime, collettivamente, il pubblico della fiera era andato vicinissimo ad azzeccare il peso del bue.

Certo, ci sono anche un marea di teorie contrarie con cui molti autori mettono alla berlina quest’idea affascinante dell’intelligente collettiva. Lo stesso Surowiecki sostiene che essa vale solo se ci sono regole che, nella vita reale, non sempre sono applicabili perchè i media troppo spesso influenzano i giudizi. In parole povere è evidente che esiste un rischio di influenza sociale che dipende dal tasso di informazioni che abbiamo dai media e che può tradursi in convinzioni personali sbagliate circa la realtà.

Detto tutto questo chi vuole sfidarmi a scacchi mi cerchi su http://www.scacchisti.it che gli dò una bella ripassata.

E, se perdo.

Gioco subito con un’altra pippa.

La democrazia del Corinthians

Nel 1982 ero un ragazzotto stupido e arrogante. Soprattutto ignorante. Come tutte le persone con queste caratteristiche ero fissato con il calcio. In quell’estate ci furono i campionati mondiali in Spagna e ricordo come fosse ora il giorno in cui la nostra nazionale formata da pedatori di ventura vinse una partita rocambolesca contro la squadra di calcio, forse, più forte di tutti i tempi. Il Brasile del 1982 era un team fenomenale, pieno di grandi giocatori. Finì 3-2 per noi con Paolo Rossi che sembrava fosse stato toccato da Dio. Fece una tripletta  che sapeva di incredibile nella sua assurdità. Se quel giorno i brasiliani avessero fatto cinque goal, noi ne avremmo fatti sei. Gli Dei si erano seduti dalla nostra parte del tavolo. E, come tutti i gonzi di Riace della mia risma, scesi in piazza a sfilare e a urlare la mia gioia.

In quel grande Brasile giocavano però anche dei grandi uomini. Grandi davvero intendo. Non solo marionette. Uno di loro era un tipo allampanato altissimo “Brasileiro Sampaio de Sousa Vieira de Oliveira”, che tutti chiamavano semplicemente Socrates. Uno di cui Pelè ebbe a dire “Giocava di spalle meglio di quanto la maggior parte dei suoi colleghi giocasse di fronte”.  Socrates era tuttavia anche un filosofo che aveva formato il suo pensiero sui testi di Platone, Hobbes e Machiavelli e un uomo di scienza, perchè si era laureato pure in Medicina. E lui fu l’anima di un movimento straordinario che non ha eguali nella storia del calcio. Un’altra rivoluzione senza fucili (la prima, la vera, forse l’unica, fu quella di Allende). Quella che è nota oggi come la democrazia del Corinthians.

In quegli anni il sudamerica era vittima di terribili dittature. Tutti ricordano Pinochet e il “Garage Olimpo” in Argentina, ma in Brasile le cose non è che fossero migliori. I militari al governo avevano tolto molti diritti civili e la gente viveva sotto la paura delle squadre della morte o nella paura di essere tradotte in carceri dai quali non si usciva con facilità. In questo contesto nella prima metà degli anni ottanta avvenne un miracolo. Il Corinthians, il Timao come viene chiamato dai suoi tifosi, decise di rompere le regole. Nonostante fosse una squadra di incredibile talento (tutti assieme c’erano gente come Socrates, appunto, ma anche Wladimir, Walter Casagrande – che poi giocò anche nel Torino, Biro Biro, Zenon, Leao ecc. ecc.) decise di proclamare l’autogestione.  La squadra si rifiutò di riconoscere l’autorità dell’allenatore e per tre anni mise in piedi una sorta di “autogestione” che venne definita “democrazia corinthiana”. Qualcuno la chiamò anarchia. In realtà decisero tutti assieme che da un certo momento in poi, la democrazia, alla quale tutti nel Brasile, anelavano l’avrebbero messa in pratica loro. Avrebbero votato e deciso su qualsiasi cosa. Anche le più insignificanti. E il voto di ognuno valeva lo stesso di qualsiasi altro. Quello del magazziniere come quello del presidente. Che poi era un altro filosofo e pure rivoluzionario: Waldemar Pires. E votavano su tutto, dal menù del giorno alle strategie di gioco e di mercato. Persino in bus, durante le trasferte stabilivano per alzata di mano se fermarsi o meno per le necessità fisiologiche. Qualunque cosa diventava di interesse collettivo, compresi i contratti individuali, ragionavano valutando con attenzione le disponibilità economiche del club. E per la prima volta nella storia del calcio brasiliano, sulle maglie del Corinthians apparvero anche le scritte pubblicitarie. Ma non si trattava di marche e loghi per prodotti di consumo, ma di invocazioni perché venisse posto fine alla dittatura militare “Elezioni dirette subito” oppure “Io voglio votare il presidente”.  E infine scrissero sopra la parola magica: DEMOCRAZIA. La meravigliosa democrazia del Corinthians, di giocatori che lottavano rischiando del proprio per rivendicazioni sociali  non solo sul campo, ma anche nelle piazze.

Quando vinsero il campionato entrarono tutti in campo con un grande striscione: “Non importa se sul campo vinci o perdi, importa solo se lo fai in democrazia”

Questi erano quegli uomini.

E mi piace pensare che sia stato anche grazie a loro che nel 1985 finalmente quello che avevano sempre cercato è arrivato. Mi piace pensare che sia stato proprio Socrates con i suoi compagni a dare la spallata finale a quella merda di dittatura militare. In un’intervista il “dottore” ebbe a dire: “La libertà è una cosa che genera responsabilità, bisogna saper amministrare questi due aspetti. Il calcio è l’unica azienda nella quale il lavoratore è più importante del padrone. Il calciatore può essere osteggiato, limitato, ma alla fine è lui ad avere le carte migliori per cambiare lo stato delle cose. Questa certezza si cementò nello spogliatoio del Corinthians, radici che nessuno è più riuscito a estirpare. Ed è stato un processo che ha aiutato i brasiliani a sollevare la testa e a liberarsi dopo vent’anni dell’oppressore”.

Certo le cose sono molto cambiate adesso. Il Corinthians non è più solo la squadra del popolo com’era sempre stata. E’ diventata cara anche ai poteri forti. I più informati tra di voi forse saprà che ha avuto sponsorizzazione favolose da parte di banche centrali e agevolazioni statali incredibili grazie agli appoggi di Lula in persona. Stadio nuovo finanziato in modo poco chiaro. Per non dire come a livello federale sia stata agevolata in modo clamoroso (vedi partecipazione alla coppa intercontinentale del 2000). Insomma adesso forse è una specie di Juventus del sudamerica. Ma nel suo DNA rimane i germi di quella democrazia che è stata unica nel suo genere. E, per inciso, quando il Grande Torino si schiantò a Superga, il Corinthians giocò in suo onore con le maglie granata. E queste cose non si possono scordare per quanti “affari” stiamo combinando gli attuali dirigenti.

Socrates venne poi in Italia a giocare nella mia Fiorentina per un anno. Nel 1984. La sua personalità e il suo modo di fare non potevano resistere a lungo da noi. Troppo pulito e generoso. Dissero che era lento per il nostro campionato. Non faceva per noi una persona che giocava usando anche la testa. Lo incontrai un giorno a Firenze. Non era difficile. Era uno che non si nascondeva come i giocatori di oggi. Stava in mezzo alla gente. Era circondato da tanti bambini con cui giocava a pallone per strada. A qualcuno disse che non faceva dichiarazioni pubbliche alla stampa perchè non si fidava dei montaggi. Sarebbe andato a qualsiasi trasmissione in diretta a dire ciò che voleva ma non voleva farsi registrare.

Quando ha smesso di giocare è infine tornato a fare quello che più amava. Curare ammalati e prendersi cura di chi aveva bisogno. Paolo Rossi invece si vede ancora in televisione su Sky a dire cazzate senza senso.

Vaffanculo.

Vaffanculo al giovane Masty che quel giorno di un’estate magica, tifava contro un grande uomo a favore di un coglione che era stato squalificato due anni per aver venduto delle partite.

Perchè adesso quando vedo Paolo Rossi io cambio canale, ma quando guardo l’omaggio che i tifosi e i giocatori del Corinthians hanno dedicato a Socrates quando è morto mi commuovo. Ogni volta. Ogni cazzo di volta che pigio il tasto play. Tutti, giocatori e pubblico, avversari compresi con il pugno destro chiuso. Che poi era anche il modo in cui lui festeggiava ogni suo goal fatto. Ve lo immaginate se lo avessero fatto anche a Firenze? (che lo ha ricordato con il classico lutto al braccio) che cosa avrebbero detto giornali e politici e politicanti? Ve lo immaginate Jovetic o Montolivo o Luca Toni o Andrea della Valle  con il pugno chiuso?

Anche da vecchio sono rimasto stupido e arrogante ma, per fortuna, un pochino meno ignorante e allora quest è per te CAMPIONE

Obrigado Doutor

e si

sissignori

Io tifo Corinthians