La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Quando mangiare significa sprecare a prescindere


Adesso vi spiego cos’è la stupidità.

Anzi no. Sarebbe troppo lungo e difficile. Però una piccola fotografia dalla mia terra mi piace mandarla. Perchè ci sono cose che proprio non reggo più.

Io, un giorno si e l’altro pure, vado a pranzo alla Mensa comunale di Capannori. Che è poi dove vivo e lavoro. Adesso lo sapete. Quindi se volete unirmi al mio desco sarete super very welcome, quando e come volete.

Come fare per riconoscermi? E’ facile. Sono l’unico là dentro che litiga. Tutte le volte.

Eppure odio farlo. Insomma sono un tipo mansueto e oramai addomesticato. Un perdente che sa di esserlo.

Perché lo faccio allora?

Solo perché la rabbia ogni tanto va sputata fuori.

Dall’inizio di quest’anno il genio del male, lo scienziato che sovraintende alla stesura dei prezzi, ha deciso di incentivare quelli che loro chiamano “pasti strutturati” a danno del “pizzico-pizzicone” di chi, di mangiare primo-secondo-contorno acqua e frutta” a pranzo non c’ha proprio voglia.

Detto così non vuol dire molto, ma se si va nello specifico arriva il famoso genio italico che ci ha resi famosi “all over the world”: la stupidità liquida!!!!

Cosa succede?

Se uno prende:

a) primo, contorno, acqua e frutta paga sei euro

b) primo, secondo, contorno acqua e frutta paga otto euro

E fino a qua niente di strano.

Ma se decidi di prendere ad esempio, Primo, acqua e frutta, oppure secondo e contorno e basta, uscendo dal “pasto strutturato” finisci per prendere meno e pagare di più

E  io, che prendo “Primo, acqua e frutta” mi ritrovo puntuale la signora bella rubiconda alla cassa che mi chiede sette euro.

Poichè questa cosa mi irrita non poco le faccio notare ogni volta che si sta sbagliando. E lei, proprio come film di Troisi e Benigni comincia la litania. Nel suo caso mi risponde sempre “Non ha preso il contorno è fuori dal pasto strutturato”.

Mi scusi, le faccio notare,  capisce da sola l’assurdità di prendere apposta il contorno per buttarlo via per poter pagare sei euro anzichè sette no?

e lei

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

No, davvero, signora cicciona, bella piena all’amarena, non può obbligarmi a prendere il contorno e a buttarlo via per risparmiare un euro. E’ un insulto alla povertà. Facciamo che lei ha visto che l’ho preso e poi l’ho ridato indietro e mi fa pagare sei euro no?

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

Ora, so che non ci credete, ma è davvero così. Giuro E io allora blocco la fila. Il mio modo di protestare. Ci litigo ogni volta fintanto che, quelli dietro, non ne possono più e mi urlano di togliermi di torno con il contorno che nel frattempo l’altra signora preposta mi ha fatto avere il piatto di contorno e che a spregio tutte le volte mi fa: “Ci faccia quel che le pare, lo mangi, lo butti, lo dia in pasto al cane a noi non importa”

Mi guardo indietro e vedo operai, impiegati comunali o cazzoni come me affamati come lupi, mi commuovo e lascio perdere.

Prima di andarmene non rinuncio alla catechesi e chiedo a Ciccia Amarena perchè non prova una volta ogni tanto, non  sempre è, solo una volta ogni tanto a usare la sua testa senza rifugiarsi nello stereotipo del “io non decido niente, faccio solo il mio lavoro”

E lei, pazzesco, non si scompone di un millimetro. E’ veramente una donna incredibile. Non si sposta di un appoggio. Ma proprio nemmeno uno e mi ripete, con fare impassibile, il suo mantra preferito:

Da dove vieni, cosa porti, dove vai, un fiorino.

ma vafangulo

Il nemico è in agguato

Non ho mai capito bene la “ratio” che sottende a quella famosa regola per cui i gesti romantici degli altri sembrano sempre nuovi e affascinanti e i tuoi, invece, cretinate di basso livello. Eppure essa racconta una verità apodittica. Sarà perché l’uomo è cacciatore e la donna pescatrice, ma con certi esseri umani di sesso femminile, a volte, è proprio difficile riuscire a tirar fuori la propria mascolinità. Ammesso e non concesso di avercela ancora, intendo. Oggi, ad esempio, avevo  deciso di arrivare in ufficio con alcuni fiori di campo che a me sembravano molto belli che volevo regalare a Daniela e Zaira, le due colleghe che lavorano in amministrazione. Gli idealisti come me hanno un’idea aristocratica dell’amore. Una cosa oligarchica, con tanto di araldica greca, ma troppo spesso non considerano le ingenti sacche di povertà che pascolano il verde praticello del nobile sentimento. Mi sembrava di aver fatto un bel gesto e credevo che potesse essere un buon modo per provare a rimettere in sesto quel qualcosa tra noi che si è un pochino incrinato a causa della crisi. Ci aspettano momenti a dir poco drammatici e quindi, ho pensato, tanto vale che li affrontiamo assieme come un’invincibile armata romana.

Invece, come mi hanno visto arrivare con quel mazzo di “verdura” in mano,  Daniela mi ha detto con faccia seria:

“Cos’hai combinato stavolta?”

“No, giuro, niente.” ho balbettato io  “Volevo solo farvi un pensiero dolce, ricordarvi che vi voglio bene…”

“Seee. Furbino.” fa la iena “Guarda che tanto prima o poi lo scopro, quindi tanto vale che me lo dici subito. Forza, sputa il rospo.”

Stavo per argomentare una controffensiva con i fiocchi, quando Zaira è arrivata s’è preso il “mazzolin di fiori” e ha cominciato a piangere, dando una spinta eversiva alla situazione.

Io e Daniela abbiamo decretato una tregua armata e lei si è sentita allora in dovere di raccontarci la delusione che la attanaglia perché lo stronzo con il quale esce, ha deciso di rivedersi con quella che lui considerava ex, ma che ufficialmente non lo era. Pare che ieri sera il tipo, candidamente, le abbia detto:

“Tesoro, domani vado da lei per vedere che effetto mi fa”.

“E che cazzo di effetto gli dovrà mai fare? Non è mica una striscia di cocaina.” sosteneva lei.

In effetti sarà semplicemente una che gli vorrà bene. Evidentemente non conoscendolo. Zaira però continuava a starnazzare che lei lo ama tantissimo e che  farebbe ogni cosa per farlo felice. Io mi sono ben guardato dal dirle che non c’è niente di più inquietante, per un uomo, che trovarsi di fronte un’invasata che lo ama in feroce orgasmo proiettivo, incurante di lui. La cosa metterebbe a disagio e urterebbe i nervi di chiunque. Poi, per cercare di commuoverci ci ha comunicato che, lunedì prossimo, lo mollerà per vedere che effetto gli farà questo, aggiungendo però che lo riprenderà subito dopo perché non può proprio farne a meno.

Per me era abbastanza.

E’ chiaro che è una rapace, ma ama stare al sicuro, e non lo lascerà mai perché è anche una bella opportunista e come tutti le opportuniste, vigliacca e discretamente porca.  Così ho deciso che me ne sarei andato a far colazione dal mio amico Fabrizio che è un po’ che mi aveva chiesto di farlo. Anche se, lo ammetto, ripensandoci meglio adesso, “Ho deciso lo mollo” è una frase elegantissima da dire. Molto antidepressiva, a suo modo signorile, che recide e snobba.

Fabrizio è in pensione già da un po’ e vive vicino a un posto particolare. Per descriverlo occorre fare un po’ di toponomastica di Lucca.

Toponomastica.

Che brutta parola. Deriva dal greco. Topos vuol dire Topa. No-Mastica, significa “non c’è per Masticone”. Insomma “Niente topa per masticone”. E’ un periodo difficile anche in quello. Penso che toponomasticamente dovrei chiamare il blog “lo scacciatope”. Comunque, Fabrizio, vive vicino all’argine del fiume Serchio, quello che bagna la città (assieme alla pioggia, poichè Lucca è notoriamente il pisciatoio d’Italia) e dove hanno fatto un bellissimo parco fluviale nel mezzo al quale vive una “effervescente”  comunità di Rom. Voglio che si sappia che, Via della Scogliera a Lucca, è ciò che causerà la rivoluzione in Toscana. Sarà il nostro “Boston Tea Party”. Ricordatevelo quando accadrà. Io l’avevo predetto. Perchè a queste latitudini la gente, in genere, sopporta quasi tutte le minoranze. Insomma è mediamente tollerante, ma lo zinghero rimane zinghero. Non che peraltro gli amici Rom abbiano mai fatto molto per dare, a quei pochi di noi me compreso che ancora li difendono, argomenti spendibili a loro difesa, evitando in modo accurato di rendersi minimamente simpatici in alcun modo. La costruzione del super mega figo (e inutilmente dispendioso) parco fluviale che ha, in modo demente, inglobato nel suo cuore il luogo che da più di un secolo è la sede dei Rom ha fatto traboccare il vaso. Per non so quante volte il Comune ha provveduto a far sgomberare coattivamente la comunità usando mezzi coercitivi di una violenza assurda e, sempre con puntualità disarmante, dopo pochi giorni, taaaaac, magicamente l’area si ripopola ogni volta. Con la scusa che la popolazione è esasperata dai furti e dalla sporcizia la polizia effettua pattugliamenti continui con l’obiettivo di trovare appigli per appiccicare fogli di via a chiunque gli capiti a tiro. Tutte le volte che ho discusso sulla legittimità di questi atteggiamenti Fabrizio, come tutti gli altri che conosco mi rispondono con il classico “sai una sega te…” preludio ad altri attestati di stima reciproca che finiscono sempre con “Se ne devono andare fuori dai coglioni e se non la smetti pure te…”

Oggi l’appuntamento era dopo la corsetta che lui si fa tutte le mattine sul parco fluviale. Al barrino sul ponte.

Come arrivo vedo un nugolo di persone intorno a un uomo che riconosco come il mio amico e mi preoccupo. In realtà il più agitato è proprio lui. Racconta che mentre era immerso nella sua musica dentro le cuffiette e aveva trovato un buon passo non si era accorto che un grosso dobermann di proprietà degli zingheri lasciato libero di andare, lo aveva seguito e senza un apparente motivo aveva preso a mordergli il culo. Non c’era nessuno in zona e quindi raccontava di essersela vista brutta e di essersi molto impaurito. Poichè è un tipo che sa difendersi gli ha tirato anche una serie di calci per cui anche il cane stesso doveva averne buscate tante. In effetti Fabrizio aveva dei bei segni sul sedere e sui polpacci che indicavano che la colluttazione era davvero avvenuta e dal dolore non riusciva a star seduto. Mi sono offerto di portarlo al pronto soccorso per le cure mediche ma lui in preda a desiderio di vendetta ha preteso di chiamare i vigili e di accompagnarli a cercare il cane. Mancava nel popolo che si era radunato qualcuno che gridasse “Morte agli zingari” e poi s’era tutti. Mi era chiaro che se avessi detto una qualsiasi cosa avrebbero scaricato su di me la loro rabbia e ho preferito non dargliene motivo e mi sono limitato a seguire la triste processione una volta che gli ineffabili sceriffi della Contea sono arrivati pronti a far giustizia sommaria del primo bischero che gli capitava davanti.

Dopo un bel po’ siamo giunti nei pressi piccolo centro ippico che è adiacente all’area Rom e Fabrizio ha cominciato a urlare: “E’ lui, è lui…” .

In effetti si vedeva il cane in lontananza con una ragazza che gli stava accanto e lo coccolava. I due gagliardi Pecos Bill in divisa hanno tirato fuori le armi e un coro si è alzato dagli astanti: “Ohhhhhh”.

Ho detto a quello che mi stava più vicino:

“Ma so’ scemi???”

Quello non m’ha nemmeno risposto. Mi ha guardato nello stesso modo in cui si guarda una cacca scoperta nel proprio giardino appena pulito.

Una volta arrivati più vicini assisto a uno dei drammi kafkiani più divertenti e tragici allo stesso tempo che mi sia mai stato dato di vedere in vita mia.

La ragazza che coccola il “povero” cagnaccio preso a pedate da Fabrizio è nientepopodimenoche sua figlia, Monica, abile cavallerizza, che rimane a dir poco basita dall’arrivo del manipolo di vendicatori. Fabrizio non sa più che dire o pensare e balbetta qualcosa. Monica non capisce. I vigili sempre pistole in mano.

“Ma che succede babbo?” gli urla

“No dimmelo te. Che ci fai con quella bestiaccia?”

“E’ il cane del centro ippico è uscito da recinto perchè avevo chiuso male il cancellino ma qualcuno lo ha pestato. Guarda qua come sanguina. Se scopro chi è lo denuncio….”

Un nuovo “Ohhhhhhhhhhhhh” del commando fa da coro alle affermazioni di Monica.

“Sono io il cattivo. Ma mi stai dicendo che quello non è il cane degli zingari?”

“Ma certo che no. Si chiama Bonnie. E’ dolcissima. Non fa mai male a nessuno. Come hai potuto pestarla a questo modo?”

La discussione prosegue per altri dieci minuti ma l’evidente calo della tensione e la chiara impossibilità di fare a pezzi, almeno oggi, uno zingaro fa desistere quasi tutti dal continuare a seguire la questione. Rimaniamo solo io, Fabrizio e i vigili che gli chiedono se vuole sporgere comunque denuncia. Monica gli dice che era lei la responsabile del cane e che se denunciasse il centro ippico e gli venisse garantito un risarcimento del danno loro si rifarebbero su di lei. Il mio amico che non ancora non si è riavuto dallo choc, spara la minchiata della giornata: “Siamo sicuri che non è degli zingari?”

“O mai sei di coccio.” fa Monica “ho detto che è del centro ippico e caso mai dovrei essere io a denunciare te…”

Mi guardo con i vigili e quatti quatti, ce ne andiamo in silenzio.

Fabrizio e sua figlia stanno ancora là a discutere