La nobiltà della sconfitta

Ontologicamente siamo sconfitti.

Alcuni lo scoprono prima, da bambini, a sei o sette anni. Magari mentre giocano a nascondino e aspettano di essere tanati, e lì, nel buio e nel silenzio perfino del respiro, sono invasi dall’angoscia della mancanza. Di un senso, del luogo da dove si è stati gettati nell’esistere, della meta da raggiungere. (Ma ne esiste poi davvero una?). Anche chi non se ne accorge e in quei momenti pensa solo a correre più forte di chi sta sotto, se questi lo trova, per fregarlo, nel profondo di se stesso in qualche modo l’intuisce. Lo sa.

E la corsa, che può continuare anche per tutta la vita, quella che ti fa affannare nel tentativo di affermarsi e possedere, tradisce prima o poi, il suo essere facciata, il suo appartenere a un mondo fallace fatto di apparenza e di ombre.  L’infinito diventato qualcosa da cavalcare con qualche trucco e presunta saggezza non ti basta più. Diventi rancoroso, famelico, bulimico. Avverti quel senso di inadeguatezza che non se ne va, quella patina di noia che rende tutto senza senso. Vuoi tutto, mangi troppo. La tua digestione diventa difficile, il tuo talento obeso. Se ti va bene, vomiti. Se ti va male, scoppi. E ti accorgi che più si ha successo, più si lasciano per strada gli altri. Si parte dal plauso e si finisce nell’invidia. Capita così che a volte ci si debba limitare e non dare il massimo di sé, proprio per evitare di compromettere un delicato equilibrio nel rapporto con gli altri. In questo caso si sacrifica l’”io” in nome del “noi”. E non solo a livello sociale, ma anche in un rapporto per esempio di coppia. Sono scelte, delle volte terribilmente autodistruttive.

Oppure può accadere che si finisca per scoprire che esiste un fattore individuale che impedisce il successo. Quelli che hanno studiato la chiamano “Nikefobia”. E’ quella che nella sport ti blocca per una frazione di secondo che è quella che ti fa perdere o che ti fa compiere errori elementari che se solo non ne soffrissi non commetteresti mai.  O che nella vita di tutti i giorni ti fa esitare o rinunciare proprio nel momento cruciale. E magari ti compiaci nel pensare che te la cavi molto meglio con l’insuccesso mentre invece il successo che pensavi di cercare, alla fine, ti mette solo che a disagio.  E affanculo la parabola dei talenti e pure il super io.

Ci sono culture per cui vincere è tutto (Wall Street…)  mentre per altre è l’esatto contrario (Monasteri tibetani…). E mi torna in mente la hoganbiiki, la simpatia giapponese per il perdente, raccontata da Ivan Morris ne La nobiltà della sconfitta.

Ci rimane solo il paradosso: la libertà deriva dall’accettazione di ciò che non si può cambiare .

L’abbracciare, con lo spirito del resistente,  quello di chi sa che cosa l’aspetta e tiene alto e diritto il proprio sguardo, ciò che il destino ha in serbo. È paradossale è vero , ma fino ad un certo punto. Perché è come dire alla morte: tu stai vincendo, ma io non ti temo. E non temo nemmeno la solitudine che semini intorno a me, perché noi, proprio noi, io e chi mi hai preso, siamo qui, nei gesti, nei sentimenti, nelle parole dette e scritte, nei pensieri, negli innumerevoli segni e tracce, che verranno raccolti, che saranno seguiti, anche oltre me.

Oltre noi…

Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

La sindrome di Andy (ovvero questo blog si autodistruggerà al centomillesimo contatto)

Cosa c’è di più triste nella vita che fare un punto nave?

Eppure, nonostante questo, ogni tanto ci tocca farlo per non rischiare la deriva.

Anche  quella di un Blog non fa eccezione.

Per una strana coincidenza astrale questo che state leggendo e’ arrivato, nello stesso momento, in un punto in cui ha raggiunto centomila contatti, diecimila commenti e seicento followers. Se non è da punto nave questo, non so quale altro potrebbe esserlo.

Mi piacerebbe fosse chiaro che, nelle mie intenzioni, non è’ affatto una cosa autocelebrativa. Anzi.

I numeri di cui sopra sono, per l’appunto, numeri. Essi non valgono niente se non parametrati a un Benchmark di riferimento qualsiasi. E sapete una cosa? Per me non ce ne sono di applicabili qua dentro. Davvero. Esistono Blog come quello della mia amica Lidia Zitara che con grande nonchalance, in un anno, fa il triplo dei miei numeri, oppure Blog migliori di questo come quelli di Intesomale o Wish o Mr.Incredibile   che fanno curiosamente meno. (Per citare i primi che mi vengono in mente scusandomi per gli altri e solo per far capire il concetto)

In altre parole, non sono i numeri che danno valore a un Blog.

Che cosa quindi?

Ora non voglio rompere i coglioni aprendo una lunga e penosissima disquisizione sul concetto di valore. Ce ne sono diverse, tutte onorevoli, che hanno il mio massimo rispetto. Per quanto mi consta, essendo un convinto marginalista, sono convinto che il valore di un Blog, come di qualsiasi altro bene, sia dato dalla soddisfazione che il consumatore ottiene dal consumo di una dose in più di detto bene, tenendo costante il consumo di tutti gli altri beni del suo paniere.

I motivi per cui l’ho aperto, più o meno un annetto fa,  sono molto diversi da quelli che, adesso, lo tengono in vita. E questo mi piace. Vuol dire che mi sono evoluto. Da allora ho chiuso il mio account FB e quello Twitter è “Out of Order” ma solo perchè non trovo mai il tempo o la voglia di terminarlo. Non credo più (se mai poi l’ho fatto) al valore (per me…) dei Social Network. Credo invece, molto più di un anno fa, nel valore di una comunità di Blogger. Ho imparato che, con tutti i suoi limiti, il vecchio e caro mondo che stiamo abitando, sia un posto meraviglioso nel quale si può, imparare, leggere, cazzeggiare, ridere, piangere, litigare, innamorarsi, prendere per il culo, mentire, falsificare, fare sesso, pontificare, fare televisione, poesia, letteratura e bla e bla e bla. Qua dentro ogni cosa si amplifica ed è più facile trovare anime gemelle o affinità elettive o tutto ciò che DAVVERO unisce due o più essere umani. Se succede è perché è possibile eliminare tutte le sovrastrutture (avrebbe detto Carletto da Treviri) che nel mondo “reale” frapponiamo tra noi e gli altri. Tutto il finto perbenismo o la moralità che permea la vita borghese in una qualunque città del Pianeta. Non importa se qualcuno o tutti, chi più chi meno, falsifica e mistifica. Barriere come l’età o la cultura o il ceto si annullano d’incanto (quasi). Dalle parole e dalla relazione che instauriamo con gli altri, viene fuori la nostra vera essenza. Qualunque essa sia. Fosse anche, poi, che ci fossero persone che, come il mitico Oscar Giannino, si inventano una vita che non esiste davvero, se mai mi fosse stato dato di averli incrociati, sappiano che ho amato di loro quel lui/lei vero che ho intravisto.

Almeno, io ci credo. Io la penso proprio così.

Si amplificano però non solo le cose positive, ma anche le negative. Anche io, come tutti, immagino, ho una lista di Blogger (persone?) che mi stanno profondamente sui coglioni. Sapendo bene che il sentimento è reciproco. Con alcune ho fatto litigate inimmaginabili in un mondo che non fosse questo, con altre ci siamo autolimitati decidendo di evitarci l’un l’altro come la peste.

Dico tutto ciò perchè voglio arrivare a un punto che è poi il vero cuore del post. Quello che ho fatto mio in questo punto nave. Di fatto un appendice a un altro scritto qualche giorno fa (Fantasmi).

Voglio arrivare a quella che io chiamo la Sindrome di Andy.

Passo indietro.

La lista nera dei Blogger da evitare è, almeno per me, una cosa che nella “realtà” sia da considerarsi un termine sbagliato. Perchè, siete liberi di non crederci, con tutti quelli che ci sono dentro a qualunque titolo, sia per mia immissione diretta che per loro auto-proclamazione, io mi ci sento ancora legato. E li seguo, di nascosto. Da lontano. E mi piace pensare che loro facciano lo stesso con me (ho già detto mi pare che ho una marea di gente che entra qua dentro digitando il nome del Blog su Google per non farsi riconoscere). E’ come, per me, quando torni a fare una passeggiata nella tua città Natale e ti piace rivedere le facce invecchiate dei tuoi vecchi amici/nemici. E sapere di loro. Perchè se anche gli avevi augurato segretamente di crepare in qualche angolo nascosto del pianeta, ancor più segretamente hai sempre sperato che ce la facessero invece a trovare la loro via.

Invecchiare assieme.

Che cosa c’è di più magico?

Poter contare sulla sicurezza che amici, falsi amici, nemici, falsi nemici, siano sempre là con te. A donarti, senza saperlo,  la sensazione di immortalità. Allungando i tempi che portano all’inevitabile facendoti sentire bene perchè ancora ci sono. Perchè con le merdate che scrivono, con le cattiverie gratuite che sono in grado di regalare, con la monnezza con cui inquinano il mondo, comunque ti fanno sentire in un posto in cui riconosci le vie. Sai che dietro l’angolo c’è il negozio del barbiere, e più in là ancora il pizzicagnolo. Sai che arrivano uragani e terremoti e Berlusconi è sempre là. Ma anche tu sei sempre in un posto in cui riconosci i confini. Una Nazione invisibile non riconosciuta (ancora) da nessun altra, ma di cui tu ti senti cittadino. Sentirsi a casa? Una cosa del genere. Inter pares, soprattutto…

E così succede che, quando qualcuno che sta nel tuo mondo chiuda baracca e burattini saluti tutti, spenga il Blog e se ne vada, ti senti un buco dentro l’anima grosso così. La morte, fosse pure virtuale mi sgomenta. Perdere qualcosa/qualcuno che comunque hai interiorizzato, con qualunque didascalia tu l’abbia etichettato mi  fa male. Un male tremendo. Come mi fa male l’indifferenza di chi si affretta a commentare  frasi gentili ma che sono coltellate per spiriti con una sensibilità appena appena decente: “Buona vita”, “Tanti auguri” “Hai fatto bene, mo’ lo faccio anche io”…

Mavaffanculo

Tu mi togli qualcosa altro che. Tu devi restare. Anche se sei su quella lista nera del cazzo, o meglio ancora se sei un amico su cui credi di poter contare. Quel credere è gia tutto. Non puoi morire, non puoi farlo. E mi incazzo quando gli altri abitanti del mio mondo chiosano con banalità standard senza avere la forza nè, purtroppo, nemmeno la voglia di capire, comprendere. Figuriamoci di lottare.

Recentemente se ne sono andate diverse persone. Alcune presenti nella lista nera, altri invece amici/he.

E provo dolore.

Sono scemo me ne rendo conto. Ma quando uno fa il punto nave deve sentire un po’ di dolore e mostrarsi più scemo del solito sennò avrebbe fatto il punto canotto, o il punto materassino e che cazzo.

E qua arriva la Sindrome di Andy.

Io ho amato a dismisura, tanti anni fa, Andy Kauffman. Sono cresciuto con lui. Personaggi come Latka o Tony Clifton vivono ancora dentro di me. Andy era un genio. E come tanti, spesso incompreso perchè aveva paranoie tutte sue. Il film Man on the moon, con un Jim Carrie straordinario, gli rende pieno onore. Quando Andy è morto, nel 1984, io sono entrato in momento di grande prostrazione. Gli volevo bene a Andy anche se era solo un personaggio della TV. Amavo la sua sensibilità e la sua dolcezza. Nella sua genialità, prima di sparire per sempre disse che avrebbe inscenato la sua morte e sarebbe tornato 20 anni dopo. E io ho passato tutto il 2004 ad aspettare il suo grande come-back.  Per tutto quel tempo io ho davvero sperato che Andy non fosse realmente morto e che fosse di nuovo, solo la sua ennesima burla. E ancora oggi continuo a sperare che abbiamo capito male e che lui avesse detto 30 anni e non 20.

Ed è allo stesso modo che io aspetterò che tutti i miei amici e quelli che non lo sono resuscitino dal regno dei morti virtuali e riaprano i loro di Blog, ridandomi la bella mappatura della mia città che avevo quando loro erano qua con noi.

Casa dolce casa

Esiste qualcosa di più palloso di una “Premessa”?

Insomma, quando qualcuno comincia con il dire “Voglio fare una premessa….” la prima cosa che, a me, passa per la testa è “ma vattene invece un po’ affanculo..”. Nel mio caso credo che ciò sia imputabile al fatto che, studiando economia, mi è venuta la nausea a furia di sentire i famosi “postulati iniziali”. Mi ricordo la prima lezione  di Economia Politica I. Ero matricola e il professore ci disse che per farci comprendere meglio che cosa fosse questa cosa enorme l’ECONOMIA” il cui studio ci aspettava negli anni a seguire, ci avrebbe raccontato una barzelletta. Che non faceva nemmeno ridere, ma che spiegava bene il concetto. A memoria mi pare facesse più o meno così (un po’ riaggiustata..): Un ingegnere, un matematico e un economista devono spiegare come riusciranno ad aprire una scatoletta di tonno. L’ingegnere comincia a dire che la leva posta sotto il baricentro dell’asse semi-ortogonale del corpo, farà scattare una forza quantistica tale da permettere all’ellissi del pendolo di Foucalt di aprire l’oggetto della questione. Il matematico invece dice che secondo il logaritmo della mi’ fava elevato alla radice quadrata del cervello di Berlusconi (lui c’è sempre stato) se rapportato al Quantum leap potrà creare la formula perfetta per aprire l’involucro di cui si sta discutendo. Arriva l’economista è dice: “Premettendo di avere un apri scatole….

Che voglio dire?

Non lo so. Ma mi piaceva.

Rimane la questione che, a me, le premesse, stanno solennemente sui coglioni. Eppure, adesso, per giusto contrappasso, devo farne una io. Sono una contraddizione vivente, me ne rendo.

La devo fare perchè altrimenti correrei il rischio di essere preso per un megalomane e non vorrei che si creasse un movimento di piazza per fare “Masticone Santo subito”. E io in paradiso ancora non intendo andarci. Insomma amici, non solo non sono un santo, ma sono pure  pieno di difetti ecco. Voglio dire questo. Questa era la premessa di questo post. Non ha caso avevo già scritto “Outing”. L’obiettivo di esso era dire di me. Ammettere che sono un porcone, perché quelle cose le faccio davvero, tralasciando tutti gli altri difettucci che tendo a mascherare per una sorta di pudore. Quali? bah, una marea. Mi cambio poco le mutande e le calze solo quando sono cartonate ad esempio. Dico una marea di parolacce e ogni tanto bestemmio. Sono ansioso e spesso mi scordo che chiedere alle querce di fare i limoni non è un esercizio molto intelligente. Non basta? vado avanti.  Sono pigro e pesante e pedante. Oppure si, ecco: mi piace annusare le scoregge sotto le coperte. AAhhhhhh vi vedo, con la faccia schifata.  Finalmente. Ecco, proprio quella. Vi voglio con quella faccia schifata. Ora, qua, adesso.

Il motivo per cui desidero che abbiate quel moto di schifo nei miei confronti è che sto per parlare di una cosa che può far venire il mal di pancia, alle persone più sensibili. Specie se a raccontarla è uno che ama mostrarsi lindo e pulito. Beh, io non lo sono. Sono zozzo e men che meno uno che ha la coscienza immacolata. Anche se poi non ho mai ben capito che cosa essa sia davvero. Non sono un grillo parlante e non mi piace chi gioca a farlo. Sono solo uno che, come tutti, ha preso a cuore certe cose più di altre. Niente più di questo. Alcuni, ad esempio, credono ancora  nella possibilità di rifondare la Repubblica cambiando la costituzione, altri si impegnano strenuamente per mantenere l’acqua pubblica. Bene, tutti questi hanno la mia massima stima e incondizionato appoggio. Io però sto invecchiando e credo che certe guerre non si vinceranno mai davvero. Forse qualche battaglia qua e là si, ma la guerra è persa perchè quando si raggiungono certi cambiamenti significativi è già tempo che ce ne debbano essere altri.

Ho deciso da tempo di impegnarmi solo per piccole cose, ma che posso vedere sviluppare davanti ai miei occhi. Solo Microeconomia e al diavolo la Macro. Anche se poi non è esattamente vero nemmeno questo perché io sento mio, forte, pesare  dentro la mia anima, un problema che in realtà è una guerra e che si svolge in ogni città, italiana e non. Perché se posso vivere più o meno serenamente anche con una costituzione fuori tempo e per molti aspetti oggi anacronistica o con società private che fanno pagare l’acqua ma che almeno non la sprecano facendo manutenzioni agli acquedotti, non riesco proprio a farlo quando vedo la gente che vive per la strada. A seconda della latitudini, ognuno di questi invisibili viene chiamato homeless o clochard o barbone o pudel, ma la loro esistenza,  si riassume in un’identico risultato finale: la perdita della dignità e del diritto fondamentale alla casa. Ed è uno dei più grandi scandali del nuovo millennio. Una società che si ritenga civile, che ami considerarsi tale, non può e non deve permettere una cosa simile. E non dovrebbe nemmeno fare come Rudolph Giuliani a New York quando nell’arco di tempo del suo mandato li ha fatti sparire tutti, per mostrarla più bella e linda ai turisti, obbligandoli a vivere dentro i tunnel della metropolitane o nelle fogne della città. Lui sosteneva, proprio come il suo amico Ronald Reagan, infatti, che i senzacasa sono quasi sempre persone che volontariamente scelgono di vivere all’aria aperta, sotto un cielo stellato, o che comunque non hanno un lavoro per pura pigrizia.  Per quell’amministrazione la povertà era un vizio. Per quella società è normale che capiti questo.

Noi pensiamo di essere diversi. A noi piace pensarci più evoluti degli americani, attenti solo al profitto o degli estremo orientali che vittime del capitalismo selvaggio post moderno se ne fregano dell’ambiente e dei diritti dell’uomo. Noi, europei, abbiamo l’arroganza di crederci culturalmente superiori e quindi più evoluti anche nella salvaguardia dei diritti degli esseri umani. Eppure, magari non ve ne ne siete accorti perché non fanno notizia e non vengono raccontati, ma anche da noi, con il freddo pungente di queste settimane molti di essi muoiono nel silenzio che ha accompagnato la loro vita di “invisibili”. E tutti quanti facciamo finta di non vedere praticando un amnesia selettiva. Pensiamo che in fondo la cosa ci riguardi, si, ma solo un po’. Eppure, ogni giorno, cadono vittime della loro miseria che non fa notizia,  uomini e donne, vecchi e ragazzini, che diventano vittime di un ordine sociale ingiusto. No. Di più. Mostruoso. E finiscono per vivere in ripari fatiscenti in cui bivaccano, bevendo acqua malsana con carenza di igiene che li espone a malattie che molti di noi si sono pure scordati. Le  immagini degli invisibili sono sempre le stesse per quanto con pose e background e quindi location diverse. E ogni volta mi sale dentro una rabbia tremenda quando li vedo, nelle stazioni o per le strade con la bottiglia di vino vuota, un sacchetto di plastica o un vecchio borsone dove stipare le poche cose, in fila in parrocchia o alla Caritas o su una panchina. Un po’ di cartone per tetto o un po’ di fuoco per riscaldarsi.

La perdita del lavoro è una delle tre cause principali della “discesa” in questo mondo: le altre due sono la separazione da un coniuge o dai figli e una cattiva condizione di salute. In alcuni casi, gli homeless hanno vissuto tutt’e tre queste esperienze. Ogni “senza fissa dimora” ha una storia diversa, ma per tutti arriva  nello stesso punto: la strada. E, quando si sta seduti sul marciapiede rimettersi in piedi è molto difficile. E poi ci sono delle vergogne nazionali che tutti sappiamo ma che ci tacciamo solo perché è brutto parlarne. Perché sono certo che anche voi sappiate che chi non ha fissa dimora non ha diritto alla sanità pubblica. E non pensate che sia un’aberrazione che non può essere accettata da persone che hanno una sensibilità verso gli altri appena tollerabile? Sapete di sicuro anche che chi non ha fissa dimora non ha diritto ad avere il rinnovo dei documenti, peraltro obbligatori. E che quindo può essere arrestato anche solo per questo.

E soprattutto sapete che solo la metà dei servizi che offrono prestazioni necessarie alla sopravvivenza fisica dei senzatetto ricevono finanziamenti pubblici?

Non sono qua a sbandierare alcun vessillo. Nè a dire che dovete unirvi a me, a noi, ai tanti che credono che la battaglia per difendere queste persone sia una delle priorità di questi anni. Un individuo ha il dovere di aiutare queste persone, non per compiacersi, ma per dare la possibilità a tutti di camminare con le proprie gambe, di andare avanti e superare le difficoltà, di rientrare dalla marginalità per ritrovarsi di nuovo protagonisti della comunità. Come? Facendo piccole cose. Alcune di buon gusto. Innanzi tutto mi piacerebbe che provaste a boicottare le aste giudiziarie. Provo un’antipatia innata contro gli sciacalli che si approfittano delle disgrazie degli altri. Ho subito personalmente un pignoramento di Equitalia e so di che tipo di violenza si tratta. Con grandissime difficoltà ho bloccato la vendita giudiziali di ricordi di famiglia.  Molte delle persone che sono per strada hanno avuto esperienze simili, finite peggio della mia. Conosco un tipo che, ad esempio, vede ogni giorno un notabile distinto che fa bella mostra  di cose che gli appartenevano e che per disastri economici gli sono stati portati via. Poi se provaste a essere meno spocchiosi con gli immigrati che vi chiedono di lasciargli l’eurino che è dentro il carrello quando andate a far la spesa non fate mica peccato sapete? e se ogni tanto offrite un pasto caldo a chi vive di panini con la mortadella magari potete anche pensare di essere stati davvero utili almeno per qualcuno, che è molto di più di quanto possa dire la maggior parte degli esseri umani.

E se proprio non vi va, non avete tempo da donare o avete altri problemi che vi impediscono di fare attività sul territorio provate a innamorarvi di qualcosa che lo faccia per voi. Progetti come questi ad esempio:

http://www.progettoarca.org/PA/info/home0.cfm

http://www.homelessworldcup.org/

http://clochardallariscossa.org/

ma ne potete trovare quanti ve ne pare.

Perchè i sogni di quando eravamo bambini a volte finiscono dentro scatolette e vendute alle aste giudiziarie e comprate da brillanti economisti che sanno fare affari di conto ma che non hanno alcuna idea di dove trovare l’apriscatole per aprirle e lasciarli liberi di circolare di nuovo

E come recita uno dei blues che più amo, scritto da Bessie Smith, non puoi mai sapere quando e come cadrai e quando succede, stai sicuro che faranno di tutto per far finta di non sapere chi sei o chi sei stato.

L’assurda banalità della normalità del ciclo della vita

Lucca deve essere una città cara agli angeli, visto che piove sempre. Oggi però è un giorno più cupo e triste delle nuvole che venendo dal mare in genere si schiantano sui colli che la circondano.

Stamattina è morta Chiara.

Nessuno merita di morire, ma qualcuno meno di altri. Chiara apparteneva a questo gruppo. Era malata da tempo, il male l’aveva logorata un pezzo alla volta. Gli aveva portato via uno dopo l’altro pezzi di vita. Prime le speranze e le aspettative poi parti del suo corpo. Uno dopo l’altra. Aveva un tumore dentro la testa che sembrava un mandarino, dopo che glielo avevano tolto un altro dal seno e dalla schiena. Lei però lottava come una guerriera. Aveva deciso di scriverci un libro che si era autopubblicato su ilmiolibro di Repubblica. Lo faceva, mi disse, solo perchè le dava conforto far sapere chi fosse e che cosa le stesse capitando a quelli che vivevano la sua condizione. Era certo che avrebbe vinto e voleva aiutare gli altri a fare lo stesso e perchè voleva aiutare a finanziare la ricerca sul cancro. “Io ci metto due soldi e se qualcuno lo compra forse possiamo aiutare a sconfiggere questa bestia. Io non voglio un centesimo” Alla sua presentazione, in libreria, non si poteva entrare. C’era un muro di folla. Solo per farsi fare un autografo da lei dovetti aspettare venti minuti di fila e quando alla fine lo fece si mise a ridere perchè, mi disse, lei era una mia fan accanita e non poteva credere che proprio io ne chiedessi uno a lei. In realtà io non valgo l’unghia del suo alluce. Quando ho presentato i miei tutta quella gente me la sono sognata. Questo perchè Chiara era più di una scrittrice. Chiara era una gran donna.  Tutti lo sapevano. Una che dava conforto agli altri senza chiederlo per sè. Era la madrina di una delle mie figlie e aveva preso quella cosa con serietà. Andava spesso a trovarla perchè diceva che voleva starle vicino, almeno finchè poteva. Essendo molto intelligente sapeva a cosa andava incontro e con ironia ci scherzava sopra. Aveva persino detto al marito che avrebbe capito se lui avesse fatto altri progetti. Eppure non mollava un centimetro. Voleva a tutti i costi lavorare. Stava attaccata alla vita con ogni sua fibra. Non accettava che le si parlasse di pensionamento anticipato o messa in malattia permanente. Lei ambiva a essere trattata come una persona normale. Diritti e dovere inclusi. Era convinta che ce l’avrebbe davvero fatta ed era stata così brava che aveva convinto tutti. Poi qualche settimana fa le cose si sono aggravate. Aveva bisogno dell’ossigeno. Sempre e comunque. Non riusciva più a far niente senza la bombola. Aveva capito che era entrata in una strada a senso unico e lo stesso non mollava. Le sue nuove condizioni deficitarie hanno impedito il proseguimento delle terapie come la chemio e la radio e questo ha accellerato il processo degenerativo. E poi contemporaneamente è morta una sua cara amica che aveva conosciuto in ospedale, una che combatteva con lei e questa cosa le ha tolto sicurezza. E ha cominciato ad aver paura. Cazzo. E me lo raccontava pensando che io potessi reggere l’urto. Mi raccontò di come, quando si sdraiava, sentisse che non poteva respirare e provava la sensazione di affogare. Una volta, facendo la tac, dentro quel toboga sentì arrivare la fine ed ebbe il terrore di non uscire da quel buco fin quando non le infermiere non la tolsero da là e la abbracciarono per decine di minuti per tranquillizzarla. Non poteva più far le scale, ogni giorno poteva fare sempre qualcosa di meno. Mi ha detto oggi la madre che da venerdì non dormiva più. Porca di quella troia maledetta. Aveva deciso di non dormire più. Aveva paura che se si fosse lasciata andare non si sarebbe più svegliata. E così se ne stava seduta sulla poltrona, attaccata alla vita che la voleva abbandonare. Fino a quando ha cominciato ad aver problemi di respirazione anche da seduta e supplicava la madre “Aiutami mammina, ti prego, aiutami”. Cosa si fa quando tua figlia sente che sta per morire e tu non sai che fare? mi ha chiesto la donna sperando che potessi darle una risposta. Ha chiamato il medico che le ha detto solo di starle vicino. Lei s’è incazzata e ha chiamato l’oncologo che l’ha fatta ricoverare e l’hanno bombata di morfina, stordendola. E lei in ospedale, ancora seduta, ancora attaccata alla vita, senza alcuna volontà di addormentarsi. Poi, ha chinato la testa e ha detto: “Vieni qua e dammi un bacino, mamma” e se n’è andata.

Stamattina sono andato a trovarla. Per l’ultima volta. Oggi però a Lucca ci sono anche i Comics. L’evento dell’anno. Duecentomila persona che invadono la città vestendosi da ogni cosa. Da Star wars a Pendragon da Gatto Silvestro a martyn Mistere. Un esplosione di gioia, per chi ama quel genere di cose. Avevo il cuore a pezzi e le lacrime che non volevano smettere di scendere e sono rimasto ingabbiato nel traffico congestionato della città in mezzo a tanti vestiti come Obi one kenobi o da Johnny Depp pirata dei caraibi o da Batman. E mi stavano sui coglioni. Tutti, indistintamente. Ho suonato il clacson per farli muovere e uno Spider-man di merda mi ha mostrato il dito. Mi è presa voglia di scendere di macchina e scatenare la rissa. Poi non so, qualcosa mi ha fermato. Ho pensato a quando un cane o un gatto scagazza in casa e tu per insegnarli come si vive e come si deve comportare lo prendi per la testa e gliela sbatti sulla merda che ha fatto finchè lui non capisce che deve farla nella lettiera se è un gatto o chiedere di uscire se è un cane. Forse Dio si stava divertendo a fare lo stesso con me. Forse ha preso la testa di cazzo che ho sulle spalle e me l’ha sbattuta nella merda di ogni giorno per farmi capire che è l’assurdo normale banalissimo ciclo della vita che continua da migliaia di secoli allo stesso modo. Una vita meravigliosa ci lascia e gli altri se ne fregano perchè non sanno nemmeno che è esistita.

Caro Dio, io non so se esisti davvero, ma porca di quella zozza se davvero ci sei mi devi dare delle spiegazioni quando ci vediamo sai?

In ogni caso, a me piacerebbe vedere il libro di Chiara in cima alle classifiche. Lo è stato per un po’, in quella di ilmiolibro. Se qualcuno avesse voglia di rinunciare a una pizza con gli amici per regalare tutti i soldi alla ricerca contro la bestia potete farlo

http://ilmiolibro.kataweb.it/categorie.asp?act=ricerca&genere=tutte&searchInput=chiara+conti&scelgoricerca=nel_sito

sarà il nostro modo di darle anche noi un bacino,

a Chiara.

Lucinda

Andavo a ballare a Chandlerville,
e giocavo a carte a Winchester.
Una volta ci scambiammo i cavalieri
al ritorno in carrozza sotto la luna di giugno,
e così conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni,
divertendoci, lavorando, crescendo dodici figli,
otto dei quali ci morirono,
prima che arrivassi a sessant’anni.
Filavo, tessevo, tenevo in ordine la casa, assistevo i malati,
curavo il giardino, e alla festa
andavo a zonzo per i campi dove cantavano le allodole,
e lungo lo Spoon raccogliendo molte conchiglie,
e molti fiori ed erbe medicinali—
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,
e passai a un dolce riposo.
Cos’è questa storia di dolori e stanchezza,
e ira, scontento e speranze cadute?
Figli e figlie degeneri,
la vita è troppo forte per voi—
ci vuole vita per amare la vita.

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Quando ero un ragazzo avevo un amico. I genitori lo avevano battezzato in Chiesa come Giulio ma tutti quanti noi lo chiamavamo “Agonia” perchè la sua caratteristica principale era che ci appariva come uno dei più grandi depressi della storia dell’umanità.

Giulio aveva infatti sempre questo broncio tremendo e non sorrideva mai. Sembrava impossibile strappargli un sorriso e  aveva sempre l’aria triste come se qualcuno lo avesse appena preso a calci in culo.

Dopo qualche tempo cominciarono anche a spuntare fuori storie pesanti sul fatto che portasse male e che  fosse uno jettatore e che  fosse meglio per tutti tenerlo ai margini della sfrenata socialità del tempo. Non dispiacque quindi a nessuno quando Giulio anziché seguirci nella strada che ci portò prima al liceo e poi all’Università decise di deviare la sua per diventare Odontotecnico. Anche se non era affatto scemo quella sua attitudine alla negatività lo faceva andare male anche a scuola e qualcuno disse ai suoi genitori che a fare il tecnico dei dentisti avrebbe guadagnato bene e fu facile per loro manipolare “Agonia”.

Per un po’ rimanemmo in contatto, poi, come sempre avviene, ci allontanammo progressivamente. Agonia divenne però un mito di cui parlare tra noi teste di magnolia che ci sentivamo più ganzi di lui perchè, visto da lontano, Agonia sembrava fosse ancora più depresso e moscio di quello che ci pareva quando usciva con noi.

Qualcuno ci disse che una volta preso il diploma Giulio aveva pure tristemente capito che il pezzo di carta non sarebbe bastato a farlo lavorare specie se in mancanza di uno studio tecnico già avviato. Quindi per riciclarsi divenne addetto alla sedie di un dentista. Ma Giulio, di mettere le mani in bocca alla gente proprio non c’aveva voglia. Diceva che gli faceva schifo. E questo, se possibile, lo rese ancora più depresso e insopportabile al genere umano senziente fatto di gente come me che credeva di avere la verità in tasca.

Per anni poi ci fu l’oblio.

Qualche mese fa è capitato che mentre cenavo e guardavo distrattamente il telegiornale mi è capitato di vedere una di quelle immagini che spesso passano sullo schermo. C’era una nave di Green Peace che cercava di assaltare una baleniera nel tentativo di salvare un cetaceo e  su di essa veniva scaricata  una marea di acqua con gli idranti usati come cannoni. Insomma niente di che, cose già viste.

La novità consisteva però nel fatto  che uno dei bei tomi che stava sul gommone di Green Peace mi sembrava proprio Giulio. Non ne ero sicuro ma avrei detto che fosse proprio il vecchio Agonia. La cosa però mi sembrava proprio impossibile.

In preda a febbrile curiosità scimmiesca faccio un salto al vecchio bar di un tempo e facendo finta di chiedere altre cose chiedo che fine avesse fatto Agonia, se insomma era ancora dal dentista a mettere le mani in bocca ai clienti. Il barista, sorride e mi dice che in effetti è molto tempo che si era licenziato e che adesso lavorava per Green Peace e che in effetti era proprio lui in televisione la volta che l’ho visto io. Visto che insistevo nel chiedere mi ha pure dato il suo cellulare e io ho deciso di telefonare e alla fine l’ho pure trovato.

Al telefono sembrava un’altra persona: sbrigativo, incisivo, volitivo e soprattutto entusiasta. Aveva poco tempo da dedicarmi perché stava preparando qualcosa di speciale che non volle dirmi. Del vecchio tipo depresso e scarico e mentalmente prostrato che ricordavo, nemmeno l’ombra.

Gli chiedo allora come diavolo è arrivato a fare le cose che fa. E lui mi racconta che negli anni in cui viveva in modo sciatto e sgangherato come addetto alla sedia del dentista era arrivato ad un’alienazione tale che si era messo a rispondere a leggere e a rispondere a tutte le newsletter che gli arrivavano via mail. Proprio quelle che tutti noi esseri intelligenti cancelliamo senza nemmeno aprire non appena le vediamo. Una volta tra queste ne aveva trovata una di Green Peace che diceva che cercavano personale e lui aveva presentato la propria candidatura e che era stato assunto. E la sua vita era incredibilmente cambiata. Era risorto e assunto in cielo ed ora è la persona più felice del mondo. Mi ha poi salutato con un grande in bocca al lupo senza alcuna acrimonia.

Da quel momento, io, quando apro la mail e trovo una newsletter, non la cancello più e me la leggo tutta.

Hai visto mai che una di queste riesca a cambiare anche la mia, di vita?