Consustanzialità

E’ uno strano fenomeno quello di parlare e bere. Parli, parli, parli, bevi, bevi, bevi e svanisce tutto in aria, aria fritta e la memoria conserva solo una traccia della corrente sottomarina che serpeggia inosservata sotto tutti gli scambi sociali e che evolve durante queste conversazioni febbricitanti, confessionali, appassionate, sincere, sconnesse, quasi inconsce. Riuscire a non chiedere a un medico di lobotomizzarti, mentre pensieri insopportabili si scatenano dentro di te, per poi restare a contemplare le rovine dentro la mente sperando di capire quello che è successo e magari trovarci un senso, è ciò che invidio di più nelle persone.  Eppure, pur lottando da anni contro le stesse domande e ossessioni trovo sempre  le medesime monotone e inutili risposte senza aver riscontrato un  progresso. Un criceto in una ruota.

Anche i desideri sono cambiati mica tanto. Stamattina, ad esempio,  ho un intenso desiderio di sbudellare un po’ di persone che dico io e di palpeggiare la cassiera della Total Erg che mi ha guardato con occhi da troia e di sfondare il didietro delle macchine lente con tanta violenza da farle saltare in aria. In realtà potrei anche rinunciare a esaudirli se trovassi quello che cerco da sempre: “Consustanzialità”. Non tanto con Dio quanto con altri esseri umani. Uguaglianza nella sostanza. Essere di una sola e medesima natura. Ricerca questa che mi ha sempre fatto solo gustare il sapore della malinconia, inseparabile compagna di viaggio. Eppure in me cova il fuoco perverso della muta ribellione alla vita e annaspo sorridendo sorrisi che non sento miei. Vorrei solo sedermi e aspettare che l’erba cresca e godere del silenzio che annuncia il temporale. Esplosioni di rosso per il fuoco della rabbia su un velo di tulle per la nebbia dell’indifferenza che confina ogni cosa nell’oblio dell’abitudine di vivere. Sto ancora cercando  di ritrovare i miei sogni, che non ricordo nemmeno quando ho perso, ma ho fame di beni primari.

Quasi quasi vado a vivere in campagna

Breve elenco di dischi che mia madre minacciò di spaccarmi sulla testa se li avessi suonati ancora

1)   Jake and Diane – John Mellecamp  (una volta lo chiamavamo pure Cougar poi si incazzò di brutto e adesso il nickname si può solo sussurrare a bassa voce senza che lui se ne accorga altrimenti ti prende a sberle). Entrai in fissa con il ritornello che tutt’oggi trovo geniale “Oh yeah life goes on, Long after the thrill of livin’ is gone”  e non la smettevo di metterla sullo stereo e di suonarla con la chitarrina e a mia madre veniva puntualmente l’orticaria. Avevo solo il gran problema che non riuscivo a tradurre una parte del secondo verso  quando Jake dice “Hey Diane let’s run off behind a shady tree dribble off those Bobby Brooks, let me do what I please” Insomma, si, più o meno significa che avendo Diane seduta sulle gambe, a un certo punto lui le dice “adesso andiamo un po’  là sotto all’ombra e divertiamoci un pochino”. Tuttavia quel “Dribble off those Bobby Broooks mi stava indigesto e proprio non lo capivo e a quel tempo non c’era mica internet a darti soluzioni. Insomma per anni ho cantato questa canzone senza sapere di che diavolo stessi parlando fintanto che, una decade dopo, in America, sono finito in un centro commerciale e, vagando senza metà ho scoperto che Bobby Brooks è una delle marche più importanti nell’area degli indumenti intimi femminili. Almeno laggiù. E sono rimasto là davanti ai reggiseni con un sorriso ebete in faccia fintanto che non è arrivata una commessa che mi ha preso per maniaco e con fare energico mi ha chiesto cosa diavolo avevo da ridere da solo davanti. Non mi sono scomposto di nulla e gli ho urlato: “Now, rock on”

2) Going to California – Led Zeppelin . Come tutti i miei amici avevo una specie di fissa per il grande dirigibile di piombo (sul nome LEAD poi tramutato in LED si potrebbero scrivere fior di post). Quando sparavo il rock duro allo stereo i miei si incazzavano come delle bisce. Poi uscì  il mitico “Led Zeppelin IV” dove c’era questa ballata straordinaria che decisi di imparare. Poiche non disturbava le orecchie mia madre scelse  di sopportare ma fu quando mi chiese che cosa minchia si dicesse nella canzone che arrivarono i problemi “Ho passato troppo tempo con una donna crudele, Mi sono fumato tutta  la mia roba e bevuto tutto il mio vino e adesso ho preso la decisione di intraprendere un nuovo inizio. Andando in California ….” Ecco sta cosa proprio non la sopportava. Pensava che mi sarei drogato e ubriacato e che sarei partito per l’America lasciando tutto indietro. E non ci fu verso di farle capire che era solo una canzone. Nient’altro che una stupenda ballata. Lei invece sosteneva che se l’avessi continuata a cantare lo avrei fatto anche io. Tutto. Ogni cosa. Io ridevo di gusto quando argomentava quelle boiate, eppure porco cane, c’aveva ragione lei. Andò proprio così. Mai sottovalutare il potere predittivo di una madre.

3) Dream On – Aerosmith. Ho sempre pensato che fosse una delle canzoni più intelligenti che siano mai state scritte. Oggi più di allora sono in grado di apprezzare il testo che vorrei aver scritto io. Una bellezza e una liricità straordinarie:  “Ogni volta che mi guardo nello specchio, tutte queste rughe sul mio viso sono sempre più distinte. Il passato è passato, svanito come tenebre all’alba. Non è questo il modo in cui in vita ognuno paga il suo debito? So che nessuno conosce la strada da percorrere. So che il peccato è di ognuno, devi perdere per imparare a vincere. Metà della mia vita nelle pagine scritte nei libri, vissuta è imparata da idioti e saggi. Sai che è vero, tutte queste cose ti ritornano 
Canta con me, canta per gli anni, canta per le risa e canta per le lacrime.”  Insomma fantastico no? E’ che questa canzone prende brillantemente velocità ed è cantata sempre più in fretta fino all’isterico finale quando Steven “la bocca” Tyler urla a squarciagola “Dream on” in continuazione come un pazzo. Ed era la cosa che facevo pure, per imitarlo. Sembravo così posseduto da Satana che a volte mia madre andava in terrazza e si metteva a pregare ad alta voce.

4) Fire Lake – Bob Seger – Quando andai in fissa per il grande uomo del Michigan i miei pensarono che, forse perche non era neanche detto, solamente se mi avessero portato a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, avrei potuto ritrovare la pace e la serenità. Già mi vedevano drogato come i capelli lunghi mendicare sui marciapiedi suonando la chitarra. Non sapevano, allora, che a quel modo sarei arrivato più lontano di come poi in realtà è successo facendo la persona “normale”. Comunque Fire Lake è uno dei pezzi che ancora oggi più amo. Verbosa e grassa, con un significato non semplice da prendere perché molto allegorico. Insomma fatta su misura per me. Parla della capacità di assumersi rischi nella vita: “Who wants to take that long shot gamble and head out to Fire Lake…” se mia madre sapesse che io sto ancora Heading out proprio verso il grande lago di fuoco si rivolterebbe nella tomba. Ah, quasi dimenticavo, proprio in quell’album uscito nel 1980, Against the wind, c’è nell’omonima canzone, uno dei versi più straordinari che io abbia mai letto “Wish I did not Know now what I did not know then” Vorrei non sapere oggi quello che non sapevo allora. Che è diventato il mio motto di vita.

5) 50  ways to leave your lover – Paul Simon .  Uno pensa a quei due ragazzacci newyorkesi e gli vengono in mente  Sound of Silence oppure The Boxer. Ma questa canzone è una delle cose più geniali di tutti i tempi. Basta conoscere un po’ l’inglese e avere un po’ di brio e fantasia e vai fuori di testa. No anzi, mandi fuori di testa chi ti ascolta che all’inizio ride di gusto, poi smette poi si adombra poi ti insulta e infine ti minaccia fisicamente di picchiarti se non la smetti subito. Volete vedere? ecco qua: I’m riding my bike Mike, I’m going to my sister, mister, I’m feelind sad, Dad, Maybe you could get me some candy, Randy, Don’t be such a slob, Bob, just listen to me… Che faccio continuo? No eh… ok, la finisco qua. Se mamma avesse davvero preso in mano il disco con aria minacciosa gli avrei potuto dire che in caso di emergenza la canzone di riserva di Paul Simon era Me and Julio Down by the Schoolyard, che per qualche motivo le dava ancora più fastidio.

6) “Friend of the Devil”  - Grateful Dead . Questa canzone sembrava scritta apposta per me. L’unico, il grande, l’inimitabile, il genio, Jerry Garcia aveva fatto qualcosa di orribile e non poteva fare altro che scappare. “Well, I ran into the devil and he loaned me twenty bills
I spent the night in Utah. In a cave up in the hills” Cazzo, com’era vero.

7) I started a Joke – Bee Gees.  Barry Gibb è uno dei geni più sottovalutati della storia della musica. Ha scritto un migliaio di canzoni che sono diventate Hits assolute alcune pure insospettabili cantate da altre grandi pop star. Però qua, cazzarola è un mistero di prima classe. insomma il tipo ha fatto una battuta e ha fatto piangere il mondo intero. Percepivo una straordinaria profondità nel testo. Il mondo piangeva perche lui non era divertente? Conoscevo gente così. Nel seguito della canzone uno di loro, un Bee o un Gee si mette a piangere e questo fa ridere tutti e quindi come diceva Nick Carter, tutto è bene ciò che finisce bene.

8) Swamp Girl – Frankie Laine. Uno dei testi più poetici del mondo civilizzato e assolutamente terrorizzante. Il fava, Frankie dico, è malato e stanco o entrambe le cose e una donna cattiva lo sta chiamando dall’orribile palude in cui vive. Laine era famoso per altre canzoni su fruste o carne secca o treni merci o cose simili mentre il suo capolavoro era noto solo a me e alla mia famiglia. Una vergogna.

9) If you could read my mind – Gordon Lightfoot – Ho sempre pensato che il canadese fosse un genio. Non ha avuto il successo che meritava, anche se è stato e ancora oggi è molto apprezzato. Questa canzone è una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. Perché ti gabba. Insomma parte bene e tu sogni e invece finisce che ti incula il finale: “Se si potesse leggere la mia mente, l’amore, che storia i miei pensieri potrebbero raccontare. Proprio come in un vecchio film di tanto tempo fa, dove c’è un fantasma che vive in un oscuro castello o una fortezza,  con le catene ai miei piedi. E quel fantasma sono io e non potrò mai essere liberato finché tu non riuscirai a vedermi….” ma poi conclude con “cerchiamo di essere reali su, Non ho mai pensato che avrei potuto agire in questo modo E devo dire che io non capisco. Non so dove abbiamo sbagliato, Ma la sensazione di amore se n’è andata E io non posso tornare indietro. Mi dispiace.” Non diceva tanti saluti a mamma ma il succo era quello. E sta cosa la mia di madre non l’ha mai digerita.

10) Paradise by the dashboard light – Meat Loaf – No. Meat Loaf proprio non lo reggeva. Per me era un gran fico. Ciccio come il nome che si era scelto aveva (ha)  un talento bestiale che lo portava a cantare con una voce pazzesca e a suonare pure meglio e a rimorchiarsi una super  topa nel video di questa canzone che significa “Paradiso dalla luce del cruscotto” visto che lui si paciuga Elen Foley in macchina.  Ogni volta che passava su video music erano dolori e il disco originale che ancora conservo con amore e gelosia ha rischiato più volte di finire nella spazzatura, iIndifferenziata, di allora

La quinta giusta

Il sacro, per me, viene molto prima del santo.  

Sacer, insomma, è prima di sanctus.  

Può sembrare una banalità. Lo so.  Il sacro, in fondo, non è altro che un cercare di venire a patti con una zona dell’essere fuori dal controllo delle normali forze umane. Credo che sia una cosa primordiale. Affermare che il sacro viene prima del santo, però, è come affermare che la vita viene molto prima della morale. Il sacro esprime la potenza che l’uomo sente sopra di sè. Una forza che gli si impone e che può manifestarsi come Dio, ma anche come la Natura o come l’universo infinito. Il comun denominatore rimane il sentimento di essere inseriti in una dimensione più grande da cui si dipende.

La cosa che io trovo davvero interessante in tutto questo, è che, il sacro, è un’esperienza legata alla capacità di amore, ma anche alla morte. Un’ambiguità che spesso sfugge ai più. Non a caso l’aggettivo latino sacer significa sia “Consacrato” ma anche “Maledetto”. Da cui l’italiano “esecrato” o “esecrabile.” A causa di questa doppiezza di significato diventa decisivo che la coscienza di ognuno di noi giunga a formulare criteri di autenticità all’interno della primordiale esperienza del Sacro, per poter distinguere quando esso è buono e quando invece non lo è. E qua si chiude il cerchio, perchè trovo, infatti, meraviglioso aver compreso che più si utilizza la ragione più aumenta il senso del sacro, dato che entrambe le cose guardano nella stessa direzione.

Armonia dove non te l’aspetti.

Che poi, diciamocelo su, in fondo non è forse essa tutto ciò che vogliamo trovare là fuori, quando usciamo dal nostro guscio per cercare di unirci alle altre forze dell’universo?

Quella reciproca concatenazione che dà colore e calore a tutto l’inseme delle tonalità delle nostre vite.

In una parola: musica.

Non è un caso che esista un nutrito numero di persone, anche di alto spessore, che è convinta che attraverso di essa  si possa giungere a equilibri impensabili in grado di curare persino malattie degenerative. Musicoterapia. Anche se , allo stesso modo, per condizionare il cervello umano il suono sgraziato prodotto da strumenti musicali truccati per creare disagio o dalla natura stessa o da oggetti più svariati, è utilizzato per manipolare i nostri sensi, stordirci e farci fare azioni che da “normali” non faremmo mai.

Sacer. Di nuovo. Questo Giano bifronte che permea le nostre esistenze.

E così capita che una domenica a zonzo per le vie della mia città io veda al bordo di un marciapiede un signore poco più giovane di me che suona la chitarrina  per raccattar su qualche soldo. Solo che suona e canta male. Veramente male. Non è che sia davvero stonato, ma pare evidente a chiunque passi di là che egli ha una qualche forma di ritardo lieve, di sicuro fisico, che, sbattuto in prima pagina a quel modo, sembra più grande di quel che probabilmente è. Sento delle vibrazioni particolari e mi fermo ad ascoltarlo meglio e a guardare a fondo la scena. La cosa che mi colpisce non è l’indifferenza della gente che passa senza degnarlo di uno sguardo che non sia di pietà. No. Mi colpisce il fatto che lui ci stia davvero provando. Mi è chiaro, cioè, che quel tipo non sta là fuori a farsi massacrare dai benpensanti per commuoverli e strappare qualche eurino per la pena che intende suscitare. Lui, i soldi, li vuole perchè è davvero convinto che sa suonare e cantare in modo decente.

E per questo mi sta simpatico.

E allora non penso e agisco. Una cosa che so far benissimo peraltro. Non pensare intendo. E, quando lui finisce una versione da brividi, nel senso di esecrabile, di “Vivere” di Vasco Rossi, mi avvicino e gli mollo sulla custodia della chitarra i venti euro che avevo nei pantaloncini con cui sono uscito e gli dico:

“Però adesso mi fai fare un giro!”

Lui capisce. Ringrazia, mi passa la chitarra e io, vedendo che poco lontano c’è un gruppo di americani in gita, attacco “Jack and Diane”. Un classico che soprattutto è un “Hook” micidiale perchè la conoscono tutti e anche qua da noi la gente non saprebbe dirne il titolo nè il cantautore (ndr: John Mellencamp) ma l’ha sentita lo stesso mille volte alla radio.

Come la finisco vedo che intorno a me s’è fermato qualche curioso. Il mio fascino da vecchio porco colpisce ancora. C’è anche uno che conosco che allunga due euro sulla custodia della chitarra e mi dice piano, per non farsi sentire:

“Non pensavo te la passassi cosi male. Mi dispiace davvero. Deve essere dura.”

Avrei una gran voglia di fargli crescere addosso un bel po’ di sensi di colpa ma il tizio viene salvato dall’arrivo di due ragazzi del gruppone a stelle e strisce che vengono sotto con due chitarre. Sono quasi certo che abbiano visto la scena precedente, quella in cui io ho preso il posto del performer improbabile. Quello più robusto mi dice:

“May we join you guys?”

“Si” gli rispondo in inglese, “c’è da pagare il biglietto però” indicando l’obolo che vorrei tirasse fuori e lui, senza fiatare, sorride e ci mette dieci euro. Avranno si e no trent’anni. Accento del sud. Molto forte. La loro presenza, fa avvicinare il resto del loro amici e, per osmosi, si ferma ancora più gente italiana incuriosita dall’insolito assembramento. Senza accorgercene è diventata una cosa quasi vera. Sono un po’ stranito perchè non era proprio quello che avevo in mente. Insomma mi piace suonare ma non l’ho mica mai fatto davanti a cosi tanta gente. Il tempo di accordare il tutto e il roscio mi fa:

“Conosci i Wallflowers?”

“Ehi buddy” gli rispondo cattivo “I Wallflowers me li mangio a colazione”

“Perfect! ” fa lui “facciamo allora Bleeders, la suoniamo in C sharp minor ok? “

Annuisco senza dire una parola. Lui deve aver percepito i feromoni del mio imbarazzo e così aggiunge con un sorriso disarmante che solo certi yankee sanno regalarti:

“Tu tieni il ritmo e vedrai che andrà tutto bene”

E così cominciamo a suonare assieme. L’altro compare suo suona e canta, io accompagno alla ritmica mentre il roscio, mostra a tutti che è una specie di fuoriclasse. Se non è già un musicista professionista potrebbe benissimo diventarlo. Quando giochi con gente di gran livello finisce che ti rilassi perche sai che tanto se non ci arrivi tu ci penseranno loro a far quadrare il tutto e così, incredibilmente, scopro che mi sto divertendo come un bambino. Quando poi finiamo, incassiamo qualche soldino e lui mi strizza l’occhio e a mezza bocca sibila:

“Well granpa, at the end of a day you are not that bad”

Poi, prima di subire la mia rappresaglia perchè nonno lo andasse pure a dire a su’ pà ma non a me, mi fa cenno con la testa indicandomi il tipo che era tenutario del posto sul marciapiede e che fino ad allora se n’era stato tutto il tempo là accanto a noi in silenzio. Capisco cosa vuol fare.  Ci rimango un po’ male e mi dispiace perche ci stavo prendendo gusto ma penso anche che è giusto e bello e che va bene cosi. Mi avvicino all’italiano e gli spiego che i ragazzi americani vorrebbero suonare un po’ con lui se era d’accordo. Andrea, cosi si chiama, mi dice che sarebbe onorato ma di musica americana non conosce niente e parla pochissimo inglese. E mentre cerco di tradurre questa cosa al roscio, quello mi fa cenno di aver capito e dice ad Andrea in un miscuglio di italiano, inglese, spagnolo:

“No preoccupa, tu sing co la bocca, tune che vò cantà first e noi understand e sona para ti”

E cosi tutti quelli che erano là hanno assistito per quasi un’oretta a una specie di commedia in cui Andrea, fischiettava e canticchiava, male, of course, all’inizio di ogni pezzo una canzone di Battisti o una di Ligabue e quei due fregnoni di americani che cercavano di indovinare non solo gli accordi ma anche la melodia coinvolgendo il pubblico sempre crescente che partecipava a questa specie di grande gioco, dando il loro assenso e gustando le variazioni sul tema principale che il roscio sapeva fare per cui era ancora più divertente vedere la creazione della canzone che ascoltar la versione finale della stessa poichè Andrea continuava a cantare sempre alla cazzo di cane. Non era però piu importante come veniva fuori il prodotto. Soprattutto lui non era più ridicolo, né tanto meno patetico, ma anzi dava un colore pastello acceso a una bellezza troppo sfolgorante come quella dei due ragazzi. E proprio mentre quel cazzone ha preso una steccaccia su una canzone che ho scoperto essere, cosi almeno dicevano, dei Negramaro, io ho sentito invece armonia. Insomma, ho percepito il sacro. E per un istante mi sono sentito bene. Ero nel mezzo di un evento insperato e inspiegabile, soprattutto improbabile, che faceva sentire tutti quelli che erano coinvolti una specie di cosa sola.

Eravamo tutti distanti uno dall’altro, per cultura, speranze, aspettative di vita, per dolori che ci stavano aspettando dietro l’angolo pronti a assalirci di nuovo quando avessimo mollato la presa, ma lo stesso vicini da far vibrare al cielo un’armonia perfetta.

La quinta giusta.

Quell’intervallo cioè esistente tra due note distanti tra loro sette semitoni ossia tre toni e un semitono. Insomma come il Sol lo è per Do.

Due note distanti tra loro una quinta giusta suonate insieme in un bicordo armonico hanno una consonanza perfetta e si fondono insieme in un’armonia unica.

Ed è proprio questo che, alla fine, per me, significa Sacer.

 


			

A testa in giù

E mi dispiace.

No. Davvero.

Tuttavia, poichè oramai manca pochino alla mia completa distruzione psico-fisica-somatica-attitudinale-lirico-inguinale e un lavoro non avrò più e poichè la mia carriera di scrittore non è mai manco decollata e quella da porno star mi crea problemi perchè comincio a essere riconosciuto troppo spesso e quindi la devo finire là, ho deciso che mi butto sulla musica.

Ho scritto una canzone che arriverà in cima alle classifiche del mio condominio ma con il vostro aiuto posso pure puntare a vincere il disco d’oro della circoscrizione dove abito, nella quale c’è il maledetto ferramenta che continua a diffidare di me.

E’ dedicata a una donna.

S’è mai vista in fondo una canzone, troiaio che fosse, che non lo sia?

Certo che se fossi gay sarebbe tutto più facile.

Purtroppo non ho la fortuna di IntesoMale, Edoardo terzo, WishakaMax, Mr.Incredible, Allegria di Nubifragi, Luca, Eddus, Speakermuto e tutti gli altri. Vi invidio cari amici uominisessuali. Vorrei essere come vuoi ma proprio per quanto mi sforzi ancora un mi riesce.

Chissà magari, nella prossima vita.

Quizzone cippone

Oggi m’è presa male.

Ho dormito poco. Ansia. Tremore e allucinazioni da delirium tremens.

Poi pomeriggio di un giorno da cani che evito di raccontare per pieta verso me stesso.

Volevo scrivere qualcosa ma mi vengono solo merdate.

E allora il genio maremmano della favata cosa va a pensare?

A un quiz ammorbante.

Ho preso la chitarrina ho messo davanti il cellulare (ridico, IL CELLULARE e si sente..) e ho fatto di fila quindici INTRO di canzoni pop/rock (alla cazzo di cane, avendo per l’appunto il cagno che mi scassava la minchia mentre suonavo e avendo come unico assunto il “buona la prima” perchè non mi andava di smarronarmi le palle a rifare quando sbagliavo) e il giochino adesso è: vediamo chi le riconosce.

Alcune sono semplici da capire (anche se io c’ho messo del mio per farle diventare irriconoscibili) altre meno.

Chi vuol partecipare, avendone riconosciuta una o due, deve premere il tasto per prenotarsi.

Nel nostro caso basterà urlare, cioè scrivere: “Ciapa la galena…. coccodè”

o in alternativa

“Casssssela….”

 

 

 

 

Bruce, un amore che dura da una vita. L’unico che non mi ha mai tradito.

La prima volta che l’ho sentito e’ stato alla radio.

Ascoltavo sempre un “notturno”, in una delle prime “private” della mia città. Avrò avuto si e no quattordici anni. Tiziano P., il DJ, era il “Lupo solitario” che me lo fece conoscere. Non riesco ancora a capire come quel farabutto sia riuscito a procurarsi quel bootleg che mi ha cambiato la vita. Era il tempo degli anni di piombo e internet una parola di cui nessuno conosceva il significato. I giornali specialistici dell’epoca, “Mucchio Selvaggio” su tutti, parlavano delle gesta di questo nuovo eroe della working class, ma che la RAI non passava mai sui suoi canali ufficiali. E così, poichè non avevo i soldi per poter comprare i suoi dischi, la sera facevo le ore piccole con il mio transistor a cui ero collegato nel buio della notte con auricolari luridi ascoltando “Rosalita” che era la canzone storica che, allora, chiudeva i suoi epici concerti e che Tiziano aveva mutuato per finire il suo show radiofonico.

Qualche tempo dopo riuscii ad avere in regalo una cassetta, una di quelle che oggi vendono ai mercatini dell’antiquariato, una C-60, dove Piero, un ragazzo di dieci anni più grande di me, mi aveva registrato “Born to run”. Ci eravamo conosciuti un’estate mentre lavoravamo per cogliere le pesche. Un modo come un altro per tirar fuori qualche soldo per toglierci qualche sfizio dato che i nostri genitori non potevano farlo. Lavorare nei campi è una cosa molto più dura di quanto una persona abituata a stare in città può credere. Ho imparato ad aver rispetto per i contadini sudando come un animale in quelle estati dove invece i miei compagni di scuola più abbienti se la godevano al mare o in vacanza da qualche parte. Di bello ci fu che proprio in una pausa per il pranzo in mezzo ai campi scoprii che anche Piero amava Bruce quanto me e diventare suo amico risultò facile come bere un bicchiere d’acqua. Del resto era un vero fico. Gran lavoratore instancabile, quando aveva un po’ di spazio, riusciva a raccontare storie che lasciavano tutti a bocca aperta. Nonostante la differenza di età mi prese a ben volere e anche quando ritornammo alle nostre vite spesso mi invitava a casa sua ad ascoltare la musica di cui leggevo ma che non riuscivo a sentire.

Fu sempre Piero a invitarmi con due altri suoi amici al primo concerto europeo di Bruce. Palasport di Lione, 1981. Avevo appena compiuto diciotto anni. Mi disse che sarebbero andati in macchina e viaggiato tutta la notte per rientrare guidando a turno e che io non potevo non venire. Quando dissi ai miei cosa avevo intenzione di fare mancò poco che gli venisse un infarto. Fu lo stesso Piero allora a venire a parlare con il mio vecchio. Gli disse che si sarebbe preso cura di me come fosse stato mio fratello maggiore ma che, l’amore che sentivo per quella musica e l’impegno che mettevo negli studi meritassero una ricompensa adeguata. Ora non so ancora bene come fece, ma usò un tono e parole che convinsero i miei a lasciarmi partire con loro. Fu la mia prima avventura vera. E anche la primissima volta che uscivo dall’Italia. La macchina, una vecchia Fiat 128 sulla quale oggi non sederei mai per alcun motivo, in quei due giorni mi sembrò una “Pink Cadillac” . Lucio e Stefano, gli altri due, avevano la stessa età di Piero ma un’attitudine più marcata alla vita sedentaria. Avevano studiato ed erano riusciti a trovare un posto come impiegati in qualche ente parastatale mentre il mio amico continuava ad arrabattarsi con lavoretti stagionali per tirar su uno straccio di stipendio. Il viaggio di andata fu uno spasso ascoltando le storie di quei ragazzi, già uomini. Parlavano di cose e problemi che nè io nè i miei amici di allora sentivano come tali. E dicevano che Bruce nelle sue canzoni dava voce alla loro rabbia. Le delusioni, le speranze distrutte, il sogno americano che alla fine non è diventare ricchi ma soltanto riuscire a vivere una vita decente. E quando finalmente partì il concerto io cominciai a piangere. Come quel bambino che ero. L’emozione fu così intensa che non riuscì a trattenere le lacrime mentre urlavo le parole mandate a memoria di “Badlands” un inno per tutti quelli della mia generazione.

Piero se ne accorse e mi disse:

“Masty ma sei scemo? devi essere felice, devi sorridere alla vita. Lasciati andare ed entra in sintonia con l’universo”

E così feci. E riuscii a sentire tutta l’energia che può arrivare dal cielo. E uscii da quel palasport con la consapevolezza che non mi sarei mai potuto staccare da Bruce e dalla mia gente. Quella che in una notte di un inverno freddo in una cittadina francese, urlava con me la sua gioia e la sua rabbia allo stesso tempo.

Fu facile così andare a San Siro il 21 giugno 1985. Il suo primo concerto italiano.

Eravamo tutti cresciuti.

Io oramai facevo l’università e Bruce era diventato una superstar internazionale. In pochissimi anni era cambiato tutto. Non più musicista di nicchia per gente che aveva qualcosa dentro da sputare fuori, ma vera icona dello star system. Dio tra gli dei. Tuttavia, nonostante questa sua trasformazione, rimaneva, per quanto possibile, vicino alle sue origine. E quindi, sia pur con grande difficoltà, anche a noi fans della prima ora. Certo gli shows erano diventati più organizzati e meno lasciati all’improvvisazione, erano spariti classici che per noi era imprescindibili ma tutto questo era il prezzo minimo da pagare viste le circostanze. I ricordi di quel 21 giugno sono indelebili. Forse il più bel concerto che io abbia mai visto. In assoluto. Faceva un caldo boia. E io stavo con alcuni amici sul secondo anello mentre il palco era montato sotto la curva dell’Inter. Piero era riuscito a entrare nel PIT, il suo sogno. Una particolare area del prato che ha assunto per i più tenaci seguaci di Springsteen il ruolo di una vera e propria terra promessa, essendo il punto più vicino in assoluto al palco. Io non so che cosa successe quella sera, so soltanto che non mi sono mai più sentito vicino a Dio come capitò in quelle ore. Max Weinberg, batterista della E-street banda dirà in proposito: «Si parla tanto della comunita del rock ‘n’ roll, quel momento in cui si abbattono tutte le barriere fra il pubblico e la band. Bè, è quello che è successo quella sera a Milano. Qualcosa di speciale».

Arrivò poi il mio periodo americano.

La prima volta che atterrai a New York pensai solo a vedere quale diavolo di concerto ci fosse al Madison Square Garden rimanendo deluso dal vedere che Bruce c’era passato solo qualche settimana prima. Quando Jennifer, la donna che sarebbe poi diventata mia moglie, mi chiese che cosa volevo fare o vedere non ebbi alcun dubbio: voglio andare a Freehold, New Jersey. La cittadina operaia dove lui era vissuto da ragazzo e dove aveva messo su la sua mitica band. Lei mi guardò di sbieco. Pensava stessi scherzando. Non mi prese sul serio. E fu il primo litigio della nostra storia travagliata. Il primo di una lunga serie. Ma questa è un’altra storia. Comunque so solo che alla fine riuscì a trascinarla al numero 87 di Rundolph Street dove restai in adorazione che nemmeno quelli che vanno a San Giovanni Rotondo da padre Pio possono capire. Mi risvegliò dall’estasi solo la voce gracchiante di Jennifer che disgustata bestemmiò: “Ma è solo rock’n roll. Voi avete Verdi e Puccini e tu stai qua per un bifolco del quale non capisco nemmeno io bene le parole quando parla?”

Se fossi stato un vero uomo le avrei tirato il collo di gallina in quel momento e mi sarei risparmiato un sacco di problemi futuri.  Invece il cattolico che alberga dentro di me mi obbligò a offrirle di redimere i suoi peccati costringendola ad andare in macchina fino a Boston, Massachussets, dove era previsto un concerto di Bruce che però non riuscì a godermi fino in fondo perchè quella grandissima scassapalle giocò tutto il tempo a fare la “party pooper” instillandomi sensi di colpa pazzeschi.

Negli anni novanta la mia vita è salita sulle montagne russe e mi è stato impossibile seguire Bruce dal vivo come avrei voluto. In realtà alcuni suoi album del tempo avevano tracciato un solco molto grande con la musica degli esordi e faticavo a ritrovarlo vicino a quello che ero diventato da adulto. E’ stato l’attentato alle torri gemelle e il successivo “The rising” ad avermelo fatto reincontrare. E così il 28 giugno 2003 sono di nuovo a San Siro perchè LUI mi ha chiamato. Ha semplicemente detto “Sono tornato, se vuoi sono qua.”

E io sono andato.

Da solo.

Era un periodo di grandi cambiamenti nella mia vita. Mi ero separato da poco. Cambiato lavoro e “The rising” sembrava scritta per me. Il concerto iniziò sulle note di “C’era una volta in America” di Ennio Morricone e quando l’armonica di Bruce attaccò “The Promised Land” fu il delirio. Dopo un po’ in cielo iniziarono a farsi vedere i primi lampi, mentre giù nella terra un uomo stava facendo impazzire sessantamila persone.  E quando attaccò “The River” scoppiò impietoso e provvidenziale il diluvio. Impietoso perché si rovesciò con sadismo sulle persone del prato, me compreso, provvidenziale perché Bruce lo trasformò in un evento memorabile intonando “Waitin’ on a Sunny Day” e “Who’ll Stop the Rain” sotto la pioggia battente correndo da una parte all’altra del palco mandando in delirio i presenti riuscendo a far ballare anche le fondamenta dello stadio. E alla fine spiazzò tutti intonando Rosalita, la canzone che una volta chiudeva tutti i concerti ma che in Europa mancava dal 1985. Le lacrime che scesero sulle mie guance si mischiarono con la pioggia.

Ho rivisto poi Bruce nella sua tournee con la Pete Seeger session band a Bologna nel 2006 e l’ anno scorso quando fu back to back.

Milano e Firenze.

A distanza di pochi giorni l’uno dall’altra.

Il primo solo io e il mio amico Nicola, il secondo con le donne e altri amici che non si sarebbero mai fatti tanta strada per lui.

E lunedì prossimo io sarò ancora là a chiedere a Bruce di darmi la forza e l’energia per superare un momento difficile nella mia vita. Di farmi sentire di nuovo come quando lo vidi a 18 anni in un palasport a Lione tanti anni fa. Lucio e Stefano, che erano in macchina con noi, non so che fine abbiano fatto.

Piero invece non c’è più. Se n’è andato l’anno scorso. In silenzio. Come tutte le persone per bene.

L’ultima volta che l’ho sentito mi disse che si stava preparando per il grande viaggio. Il male del secolo lo aveva scavato dentro. Si preoccupò di farmi sapere che non dovevo pregare per lui o di dire Messe cantate, ma che se proprio avessi voluto fare qualcosa per ricordarlo avrei dovuto bere una birra in sua memoria al prossimo concerto di Bruce.

Ed è quello che farò amico.

Per te.

Per tutti coloro che non ci sono più.

Perchè io non dimentico.

Take a load down “Sally”

Corinne ha gli occhi grandi. E due labbra carnose naturali che farebbero invidia a una movie star. Dimostra quasi dieci anni in meno di quelli che risultano all’anagrafe. Sta con un uomo molto più grande che lei chiama “compagno” e che vive a Montecatini, ma quando ne parla sembra quasi che non provi affetto per lui. In realtà, molto più semplicemente, non si fida. Sa bene che, con ogni probabilità, anche questa storia finirà, come è successo con suo marito prima di lui e con tutti gli altri che le hanno detto che l’accettavano così com’è senza pretendere di cambiarla, salvo poi mollarla dopo qualche mese di convivenza.  O si è come lei o è difficile starle accanto.

Perchè Corinne è una canara.

Per questo, senza nemmeno saperlo, veste una divisa da super eroina che non si toglie mai e che la contraddistingue dappertutto. Per lei come per le tante canare sparse per il territorio nazionale, tutte volontarie, quest’hobby è giunto ad avere orari quasi da lavoro e non è più solo e semplicemente un passatempo. Si accollano la gestione degli “stalli” ad esempio. Quando cioè un canile non è più in grado di accogliere animali esse le prendono in casa loro in attesa di trovare adozioni adeguate. E mentre si tengono in contatto tra loro cercando una giusta collocazione, non è raro che finiscano per trovarsi ad avere sei o sette cani a cui badare come fossero dei bambini. Le donne come Corinne, e sono tante, hanno creato organizzazioni fenomenali in tutto il Paese.

La migrazioni dei cani, così come degli uomini funziona da Sud a Nord. Mai il contrario.

Mani premurose raccolgono cucciolate di cani abbandonati persino nei cassonetti o in mezzo alle strade di tutte le regioni del mezzogiorno. Credo che questo aspetto del carattere della gente del sud, sia quello che meno sopporto di loro. Il permettere che il randagismo diventi uno stato di fatto contro cui non si può far niente. A Nord di Roma non succede, ma a sud di essa esistono branchi sterminati di randagi che nel migliore dei casi diventano i “cani di paese”, ma che il più delle volte non sanno proprio come cavarsela.

Poi ci sono i cacciatori. I più bastardi. Loro hanno il vizietto di non far sterilizzare le cagne perchè sperano che tra la decina di cuccioli che usciranno ce ne possa essere almeno uno buono da usare per la caccia. Gli altri, gli inadatti, o li ammazzano o li abbandonano. In mezzo a tutto questo scempio, esistono però piccole eroine (sono quasi sempre donne), che decidono di combattere per salvare la vita di questi poveri animali. Si appoggiano a qualche veterinario compassionevole per le prime cure del caso e per la microcippizzazione e poi spediscono al nord attraverso vari canali. Non ho ancora ben capito dove trovano i soldi per fare tutto. Se esistono delle sovvenzioni, dei mecenati o se è solo tutto di tasca loro, ma alla fine i cani arrivano nelle case di altre eroine che se ne prendono cura in attesa di farli adottare da famiglie. Anche se, per la verità, molto più spesso finiscono dentro i canili del florido centro-Nord che, forse non saranno i lager come lo sono alcuni loro simili del meridione, ma rimangono di una tristezza infinita.

Chiunque sia mai entrato in un canile sa bene di cosa sto parlando.

Io vivo in Toscana. Senza volermela tirare troppo mi limito a dire che è uno dei posti  più ambiti in cui poter vivere, almeno nell’immaginario comune. Noi siamo la culla della civiltà. O almeno così ci piace pensare. Il Rinascimento è nato qua. Già. Eppure, lo stesso, se entrate in un nostro canile comunale vi viene il volta stomaco. E non aggiungo altro per non incorrere in azioni giudiziarie. Mi limito solo a dire che lasciare la gestione dei cani spesso a persone socialmente disagiate che devono essere riabilitate loro, prima di prendersi cura di qualche animale, non è una cosa particolarmente intelligente. Stop. Di buono però c’è che esiste una marea di gente che ama dare anche solo una mano e, per questo, ogni giorno, ci sono cittadini/e insospettabili che vanno ai canili solo per far fare una passeggiata esterna ai cani che vi sono dentro.

Ho educato le mie figlie a essere proprio a quel modo e, quando la loro richiesta di avere un cane è stata pressante e non più procrastinabile, non abbiamo dovuto discutere nemmeno un secondo se prendere, pagando, un cucciolo di razza pura in qualche allevamento, oppure un meticcio da un canile.

L’unica cosa che volevamo era che il cane scegliesse noi. Non il contrario.

E così ho chiamato Corinne.

A lei non è parso vero di cominciare “a sbattersi” per una nuova adozione. Vederla in azione è stato uno spettacolo. Un moto perpetuo, pieno di passione e proposizioni. Ho scoperto che in genere la gente si innamora delle fotografie e quindi l’iter standard prevede che tu guardi un bel po’ di foto fino a quando non ne trovi una che “ti parla”. E lei ne ha mandate a dozzine. E poi tantissime altre si trovano su internet dove, nuova scoperta, ho appreso qualche “trucchetto” che, a fin di bene, le canare usano. Il più classico è quello di chiamare le adunanze a casa di una di loro perchè è in arrivo una cucciolata “simil qualcosa” che, quando ci vai, di quel qualcosa non hanno niente. Siamo stati allora a cucciolate simil Labrador o simil Golden Collie dove i cucciolotti forse avevano avuto qualche secolo fa un qualche avo e niente di più. La cosa straordinaria però è che tutti essi erano lo stesso erano adorabili. Tanto quanto gli altri già grandi, quelli “difficili” da adottare.

In queste settimane abbiamo così vissuto diverse  micro esperienze molto belle in cui, però, l’unico neo era che nessun cane ci aveva davvero scelto.

Questo fino all’altro giorno dove, in una casa di una canara nel Mugello, direttamente dalla provincia di Trapani dove era stata abbandonata in campagna da qualche farabutto, abbiamo incontrato Sally, una splendida meticcia, affettuosa che se solo gli umani che conosco lo fossero la metà vivremmo in un mondo migliore ma che, soprattutto, si è presa la briga di dirci che aveva fatto tanta strada per arrivare fin quassù, solo e unicamente perchè voleva stare con le mie bimbe.

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Grazie Sally

Scene da un trogolo di provincia italiano

No, perchè mica tutti i maiali sono uguali.

Ci sono i maiali evoluti, quelli come me per intendersi, che hanno ben chiaro la loro natura e amano intingersi nel trogolo per non rischiare di rimanere prigionieri di torri d’avorio, ma anche maiali allo stato brado, inconsapevoli di esserlo, ma felici di esser nati porci e fieri di poterlo raccontare. Differenze? nessuna. Puzziamo allo stesso modo e se i grugniti sono apparentemente diversi, un orecchio attento può capire subito che invece tutti quanti noi siamo suidi addomesticati dell’ordine Artiodattili Suiformi. Il maschio si chiama verro e la femmina scrofa, o più raramente troia. 

Quando entro dentro il locale, un barrino sgangherato che ci fa anche mangiare il lunedì sera allorchè decidiamo di prenderci un extra-time assieme, mi viene sempre da sorridere. Lo so, questa cosa non depone a mio favore, ma ci trovo ogni volta cose nuove e spunti per riflettere.  Di sicuro un’assurda quanto improbabile umanità varia, in salsa mista. Perché, là dentro, convivono in modo che non è possibile raccontare, figuriamoci da credere, vincitori e perdenti, fumatori incalliti e ubriaconi. Yuppies datati che ancora pensano di poter risollevare le loro carriere del cazzo andate a ramengo e motociclisti sonati che amano fare le corse per le strade di notte. E le donne che lo frequentano sono sempre vestite in modo assurdo, come fossero dive del cinema, credendo che, solo per questo, possono riuscire ad attrarre di più. In altre parole, nel porcile, trovi di tutto, impiegati, camionisti, venditori, operai, ballerine e forse qualche prostituta anche se nessuna e là per cercar clienti. Solo pace. Per un po’.

E così c’è Gastone che s’è giocati tutti i risparmi degli ultimi anni in una mano di poker maledetta in una bisca clandestina e non sa come raccontarlo alla moglie e Gennaro che si perde in locali per soli uomini tutte le notti, perchè non ha una famiglia a cui tornare e poi il Michi, operaio specializzato che è stato licenziato e non sa come tirare avanti con due figli piccoli sulle spalle. Ma anche Claudione, un pittore che sta per diventar famoso, omosessuale, al quale il Grassi, puttaniere incallito e fascista a parole ma solo perchè gli piace pensare di esserlo anche se non lo è nei fatti, gli chiede sempre se, almeno lui, è riuscito a “beccare” qualcosa. Dice che non riesce più a trovare una donna che è una manco a pregare e vuole dritte sul come comportarsi. E l’artista gli risponde ogni volta che sono passati quei tempi. La chiusura dei cinema porno gli ha tolto la riserva di caccia e che adesso, per rimediare qualcosa, deve prendere la macchina e andare alle Cascine a Firenze. Insomma, fatica. E Guido che ha vinto col gratta e vinci quattro soldi e gli piace pagare da bere perchè, dice, la fortuna va divisa con quelli a cui si vuole bene e Sharon, una donna-maschio con la sua donna-donna di cui nessuno sa il nome perchè non parla mai. Katia invece di uomini ne ha conosciuti molti ma a nessuno ha dato il cuore perchè le hanno sempre chiesto altro.  E Bitty, un uomo a cui Dio ha fatto uno strano scherzetto: gli ha tolto un pezzo di cervello e glielo ha messo in mezzo alle gambe. Risultato quoziente intellettivo da minorato e batacchio gigante che fa paura quando ci fai la doccia assieme dopo il calcetto. Per tutti, adesso, è  l’uomo-nerchia. Il Generale in pensione che racconta delle sue cicatrici e suo figlio che vuole diventare avvocato di successo. Il Loi, commercialista che sa tutto dei numeri ma che non sa parlare a una donna da quanto è timido e non si accorge che Angela muore per lui, dopo essere morta per altri cento prima, pensando ogni volta che è finalmente arrivato quello giusto.

E poi ci sono io. Il loro clown. Mi accettano per questo. Perchè li faccio sentire meglio. Sono il perfetto attore non protagonista delle loro vite e, a modo loro, mi vogliono bene. E per me ha un valore.

La legge del trogolo è solo una: non devi essere palloso. Il resto non conta. Chiunque sia noioso, petulante, querulo è fuori. I cazzi mosci, come li chiamiamo noi (l’alternativa è palle secche – ndr), sono Out. Va bene la polemica, va bene  il cazzeggio su tutto, la bestemmia o la preghiera, persino il politically in-correct, tutte le idee sono rispettate, basta che vengano esposte in modo brioso. E’ una grande palestra. provate a tenere alta l’attenzione in un porcile di fronte a tanti vostri simili pronti a sbranarvi se non siete all’altezza e poi mi dite. Certo gli argomenti non sono sofisticati e il qualunquismo è il sovrano incontrastato del regno ma, proprio per questo la sfida è più interessante. E succede anche che la gente non capisca di star vivendo in un mondo assurdo perchè il salto fuori dall’acquario (meglio, del porcile) è impresa titanica per un suino come noi. O che Gastone e l’uomo-nerchia decidano di iscriversi a una gita organizzata di MARTEDI, pagando una follia, per andare a Torino in pullman (quattro ore di viaggio più altre quattro per il ritorno)  a fare il Tour dello Juventus Stadium, vuoto. Solo per vedere com’è. E quando gli dico:

“Cazzo ragazzi, ma siete scemi???”

Loro mi rispondano:

“No lo scemo sei te che non capisci. Se ci si va di martedì si può vedere anche il museo della Juve…”

“Hai ragione, scusa. Questo non lo sapevo. Imperdibile…”

E loro:

“Vabbè sei perdonato per questa volta va, ma smetti di dire cazzate eh.”

No, perchè, vedete, mica tutti i maiali sono uguali.

Ci sono anche quelli che, pur avendo le capacità di capirlo, non sapranno mai di esserlo.

Perchè quando  mi capita di finire in salotti-bene, o presunti tali, il puzzo che sento è quasi sempre peggiore di quello del mio bar. I luoghi deputati all’arte e alla kul-tura sono spesso frequentati da Sus scrofa domesticus L. inconsapevoli di esserlo proprio come quelli allo stato brado a cui voglio bene. Gli atteggiamenti e le invidie e i pettegolezzi  e le piccinerie di taluni scrittori o scultori o peggio critici d’arte che credono di essere depositari di verità assolute è nauseabondo. L’alterigia e la prosopopea di alcuni editori o galleristi o di falsi mecenati, spesso insopportabile. Finta cultura che crede di poter insegnare un catechismo il cui scopo è indottrinare solo per mostrare una forza che in realtà non esiste. Non nelle idee almeno. E in questa cerchia di benpensanti, a volte affermati autori ma molto più spesso scribacchini che scrivono invece cose illeggibili che pensano siano capolavori o uomini di scienza o professori autoproclamatisi luminari dell’accademia italiana, mi accorgo che mi è molto più facile ipnotizzare con le minchiate che racconto. Perchè loro non hanno cuore. E gabbare gli occhi è molto più semplice che stringere  il cuore delle persone. I discorsi che vengono intavolati sono molto meno qualunquisti all’apparenza, lo sono però molto di più nella sostanza. E sono sempre immancabilmente noiosi. E saccenti. Spesso noiosi e saccenti assieme. E i giullari come me sono accettati solo fintanto che restano sullo sfondo ad applaudire alle loro esistenze. E se non sei utile a qualcosa, se non puoi aiutarli a diventare ancora più famosi e rispettati spesso si scordano di te e del fatto che tu magari, credendo che fossero amici gli hai pure raccontato cose  che non dici a nessuno. Perchè se uno nasce fava come me c’è mica cura che può cambiarlo.

E così sto finendo per frequentarli sempre meno. Perchè, la verità, è che mi trovo molto più a mio agio nel trogolo dove ogni cosa so come va trattata senza dover temere fregature e dove il rispetto ci si guadagna cercando di non essere pallosi  e cercando di evitare di sbattere in faccia agli altri ciò che si crede di sapere. Perchè, chi lo fa, trova sempre, prima o poi, qualcuno che ne sa più di lui che lo rimette al suo posto.

La vecchia cara legge della strada.