Sono quello di Peter Gabriel

Ci sono cose che ti fanno capire, molto più di altre, quanto sia del tutto fuori luogo cercare di dare un senso alla propria esistenza.

Alla loro età, ad esempio, io strippavo per i Rolling Stones e la British Invasion in generale.  Parlo dei Led Zeppelin, degli Who, o dei Cream per intendersi.

Le mie figlie, invece, sono pazze di VIOLETTA.

Forse allora  è per la vergogna che avevo rimosso il fatto che circa sei mesi fa, in un eccessivo slancio d’amore, avevo ceduto alle loro suppliche e avevo comprato i biglietti per la tappa fiorentina del Tour europeo di quella rincoglionita e dei suoi amici sudamericani.

Così, ieri sera, mentre ero dalla commercialista a cercare scappatoie legali, mi suona il cellulare.

Era Virginia. La più grande.

“Oh Fava ti sei scordato del concerto?”

Ho un cervello di prim’ordine io. Che cazzo. Ero il vanto di tutto il mio condominio da bambino. Eppure  non riuscivo proprio a capire di che minchia stesse parlando:

“Ti stiamo aspettando da un’ora, se non vieni subito si arriva tardi. Violetta ci sta aspettando.”

Una martellata sui coglioni avrebbe fatto meno male.

Prendo gli insulti della commercialista che maledice il fatto di lavorare per un tozzo di pane per un uomo che permette alla figlie di trattarlo a quel modo e corro a prenderle. La mia intenzione di recuperare sulla tabella di marcia andando a manetta in autostrada è frustrata dalla classica coda tra Firenze lastra a signa e Impruneta. L’angosciante fila di un’ora appesantisce ulteriormente l’atmosfera in auto. Pareva fosse colpa mia pure quella. Rassicuro tutte sul fatto che so come arrivare nel posto dove ci sarà lo spettacolo. Non ci saranno problemi.

“Take it easy baby, c’è babbone che ha tutto sotto controllo”

Esco a Firenze Sud, risalgo e….“Chi minchia ha fatto sparire il Mandela Forum????????????’”

La fronda contro di me diventa insostenibile da sopportare. L’insulto che esitava a esprimersi con orgoglio trova finalmente la sua ragion d’essere. Avevo confuso il Mandela Forum con l’attuale Obi Hall ex Sasch Hall ex Palatenda ex un milione di altre cose.

“No, ma allora dillo. Dillo che lo fai apposta. Tu vuoi boicottare Violetta.”

Chiedo in giro. Nessun fiorentino sa un cazzo che cosa sia quello che oggi chiamano Mandela Forum. Disperato, oramai senza più una speranza vengo salvato da un marocchino che, impietosito, mi dice che hanno preso a chiamare così il Palasport davanti allo Stadio. Corsa folle tra i viali per arrivare in zona. Gimcana assurda tra semafori rossi e idioti al volante che non sanno guidare. Parcheggio al volo a cazzo di cane in posto dove dubito si possa fare. Solita perdita di tempo all’entrata con i buttafuori “scimmions” che mi chiedono di lasciare la bottiglietta dell’acqua che mi portavo dietro. E finalmente  siamo dentro, proprio mentre il concerto-spettacolo-stronzata sta per iniziare.

E, senza rendermene conto, capisco di essere entrato in uno show come quello dei Beatles. Quelli cioè che si vedono registrati in bianco e nero (su tutti quello allo Shea Stadium di New York, con le donne che urlavano come matte, in modo isterico, strappandosi i capelli e avendo orgasmi multipli solo perchè Paul e John dicono “Hello”). Allo stesso modo, non so quante migliaia di bambine e mammine e cretine varie urlare come ossesse di fronte a ragazzotti che cantano (male) e recitano (peggio) metà in spagnolo e metà in italiano. Pure in play-back. Prendere coscienza che ho permesso che tre di esse siano proprio le mie figlie mi fa pensare che sarebbe giusto che mi si togliesse la patria potestà.

Parte il concerto e partono anche loro. Voglio dire che spariscono inghiottite dal mare che si agita per quei minchioni sul palco. Pogano. Cazzo. Cominciano a pogare per Violetta.

Inaccettabile.

Mi rivolgo a uno stewart. Ho perso le mie figlie. Sono state possedute dal demonio. Che mi aiuti. Qualcuno porca troia mi aiuti. Lui mi guarda, sorride, mi mette una mano sulla spalla e mi indica una decina di padri che sono in un angolo un  po’ defilato fuori dalla calca, nelle mie stesse condizioni. Raggiungo la compagnia e uno mi dice:

“E’ la prima volta ah?”

Mi sta simpatico. E comincio a parlarci. Mi tranquillizza. Mi dice che lui oramai c’ha fatto il callo. Poi mi fa l’occhietto e ammicca.
“Poi meglio zoccole che suore no?”

Ma si hurrà.

Hurrà Saiwa.

All’improvviso mi sento chiamare:

“Masty, cazzo ci fai qua?”

“Sai, non sapevo che fare, passavo e mi sono fermato. Che cazzo vuoi che ci faccia qua? Soffro. Ecco che faccio. Soffro.”

Io e Lorella avevamo “socializzato” più o meno un secolo fa. Mi aveva mollato durante un concerto di Peter Gabriel. Fu pesante. Lo ammetto. Il narciso che alberga dentro di me fu devastato. Nonostante tutto, però, siamo rimasti amici. Aveva sposato un tizio con cui aveva avuto due bambine che si erano ammalate della stessa malattia delle mie: la violettite. Si era poi separata ed era venuta al concerto con il suo nuovo boy-friend. Uno stronzone bello come il peccato, ma antipatico come la merda.

All’improvviso parte un coro pazzesco che sovrasta ogni cosa: LE-ON, LE-ON, LE-ON, LE-ON

Chiedo a Lorella: “Ma chi cazzo è Leon?”

“L’eroe. Quello bello e buono. Un palloso. Io preferisco Diego. Scusa un attimo torno subito.”

Mentre ci lascia il suo boy friend con una spocchia veramente insopportabile mi fa, ridendo:

“Quindi tu saresti quello di Peter Gabriel.”

Non lo considero neanche un po’.

Dopo cinque minuti torna Lorella con un altro tizio accanto. Un armadio di noce massello:

“Senti mi spiace dovertelo dire” fa al suo boy friend “ma tra noi proprio non va. E’ molto meglio che la finiamo qua. Per entrambi”

L’uomo vorrebbe interagire in qualche modo, ma l’amico di lei, fa in modo che ne perda subito la voglia. Lorella poi  saluta e se ne va. Io rido e guardo il suo ex boy friend e gli dico:

“Io sono quello di Peter Gabriel, tu sarai sempre quello di Violetta, vuoi mettere?”

Controsensi di un Paese assurdo

E se al posto di Kabobo, a Niguarda, ci fosse stato un italiano, il PDL avrebbe invocato lo stesso l’invio dell’esercito?

Se anzichè un ghanese che come Giovanna D’Arco sentiva le voci di Dio ci fosse stato il sciur Brambilla che impazzito perchè il Milan forse non andrà in Scempio Lig, avesse preso a badilate tutti gli juventini che incontrava,  i pidiellini avrebbero tirato fuori di nuovo la storia degli immigrati cattivi da ghettizzare?

Ma per non farsi mancare niente, di là, fanno pure peggio.

Ilda Boccasini decide di mostrare a tutti come si buttano via straordinariamente bene i soldi pubblici, che tanto ce l’abbiamo tanti.

Nella requisitoria contro Berlusconi, in un italiano che quello di Di Pietro sembra da letterato dell’Accademia della Crusca, riesce a dire (cito testualmente, prego controllate) :

 “…..la minore extracomunitaria, persona, lo ripeto, intelligente e furba. Di quella furbizia proprio orientale delle sue origini, sfrutta ….riesce….in una…. a sfruttare la propria essere extracomunitaria….”

Ora, se una cosa come questa l’avesse detta Borghezio, lo avrebbero (giustamente) fatto a pezzi tutti. Invece oggi si parla di gaffe. Di scivolata di Ilda la rossa.

La cosa più clamorosa, almeno per me, e che nessuno (e mi chiedo perchè…) ha fatto notare è che in quella frase sopra citata in neretto la Boccassini ha ammesso (oltre ad essere ignorante perchè il Marocco non è oriente) una cosa pazzesca che invalida tutto il processo: dice infatti che la Ruby Rubacuori, oltre a essere una furbetta extracomunitaria, SFRUTTA il suo essere tale. In altre parole è la Boccassini stessa a dire che è lei la sfruttatrice e non Berlusconi.

Praticamente è la stessa PM a dichiarare che il processo è sbagliato.

E comunque siamo sempre qua.

Anzichè dire a Berlusconi di vergognarsi per i danni che ha fatto al Paese, per i ministri incapaci che ci ha costretto a sopportare, per la faccia tosta di non accettare le Istituzioni democratiche (nemmeno Andreotti è mai arrivato a tanto. Nonostante tutte le sue malefatte non hai mai detto di essere vittima di un complotto) siamo ancora qua a cercare di condannarlo perchè è un puttaniere.

Però di bello c’è che il PD ha deciso di dare finalmente un immagine di cambiamento al proprio elettorato. Ha detto che è l’ora di mostrare a tutti che esiste una gran volontà di rinnovamento e ha eletto segretario Epifani.

Epifani?

Quasi quasi mi faccio tatuare una bestemmia in fronte.

 

                                                    

 

Un po’ di qualunquismo. Così. Tanto per gradire.

Il qualunquismo è l’ultimo baluardo della vera cultura italiana. Quella non ancora imbarbarita dagli immigrati che, piano piano, stanno cambiando tutti i nostri costumi. Una vera e propria religione dogmatica, che riesce a far concorrenza persino alla Chiesa cattolica.I postulati fondamentali che regolano il suo catechismo sono che, in primo luogo, il mondo va sempre peggio e non esistono più le mezze stagioni, perché, forse, se l’è rubate il governo ladro. E che, in secondo luogo, qualunque cosa tu possa fare per migliorare le cose, esso si rivelerà inutile, in quanto, comunque sia, il mondo andrà sempre peggio.

Un vero italiano che si rispetti, infatti, ha la netta e chiara impressione che tutto vada costantemente in merda, qualunque cosa si faccia.

I luoghi di culto deputati per professare questa onorevole fede sono, in genere, i bar, i treni e tutte quelle situazioni in cui non si ha niente da dirsi l’un l’altro. Cene con gli amici e parenti incluse.

Il Comune di Lucca dove mi sono recato stamattina per l’ennesimo problema burocratico che allieta queste giornate di primavera non fa eccezione. Il vecchio impiegato che avrebbe dovuto provare a sbloccare la mia pratica incagliata in modo, a mio parere, ingiustificato/cabile non appena mi siedo davanti a lui riceve una telefonata e, incurante della mia presenza, ulula a quello che l’ha chiamato:

«Non so cosa sia, ma è di sicuro la solita presa il culo!».

Sono certo che se avesse studiato un po’ di più, avrebbe cambiato solo la prima parte della sua affermazione e non la seconda, ammettendo cioè di conoscere l’argomento, ma ciò nonostante, il verdetto rimarrebbe sempre lo stesso. E chi può dargli torto. In fondo, da noi, è tutto un magna-magna generale.

«Io me ne sto per andare in pensione» continua l’impiegato  parlando dentro la cornetta, facendo una smorfia contrariata con la bocca e scuotendo la testa con gli occhi rivolti a terra  «ma quello là è un perfetto idiota patentato e non c’è alcuna speranza. Tanti auguri a voi che restate»

Me ne sto ad ascoltare inebetito il troglodita e ammiro la sua capacità di sopravvivere a tutto. Deve aver vissuto una vita in cui ha conosciuto dirigenti e colleghi di ogni genere eppure era ancora là a fregarsene con il distacco di chi sa che, comunque vada, ce la farà sempre. Io, invece, provato nel fisico e nel morale mi sentivo come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori.

Stranamente non ricevo da un po’ alcuna notizia dal pellet, che non deve essersi accorto di quel che mi sta capitando. La palpebra ballerina è tornata però a farmi visita. Non credo che sia legata a nessuna malattia particolare. Fa sintomo a sé, un po’ come la provincia autonoma di Bolzano.

Decido di non incazzarmi.

Chi se ne frega.

Quando sai di avere, professionalmente parlando, il cancro e con esso un tempo finito prima di tirare le cuoia non ti affanni più dietro cazzoni come lo stronzo che dalla parte di là della scrivania faceva segno con la mano, come per dire, “Aspetta eh. Abbi pazienza. Non è mica colpa mia”.  Li guardi e apprezzi la loro inconsistenza che, anzi, ti affascina. E pensi al monumento che gli costruiresti. Una grossa merda a rotoloni con dedica: All’impiegato comunale ignoto! E mi è venuto in mente di quando Warren Zevon, uno dei miei autori preferiti, intervistato dopo che gli era stato diagnosticato un canchero inoperabile al fegato, alla domanda se nelle sue condizioni avesse una qualche conoscenza sulla vita e la morte che nessuno aveva ancora capito rispose: “Non credo, tranne il fatto che ho imparato a gustarmi ogni panino che mangio”. E così, nonostante avessi il fuoco al culo per le scadenze non rispettate e le banche che mi inseguono per portarmi via anche le mutande, ho messo il cellulare in modalità “aereo” e ho fatto cenno allo stronzo di continuare pure a discutere di niente come stava facendo che tanto io non c’avevo un cazzo da fare e per me andava pure bene così. Lui era il mio panino.

E  mi ha preso in parola.

Mi sono imposto di fare un’esercizio zen e di non dare segni di uggia. I lavoratori dipendenti pubblici hanno dei diritti, perbacco. E chi sono io per agitarli, con uggia fuori posto? Dò allora un’occhiata a fuori dalla finestra e l’unica cosa che riesco a intravedere sono due gatti che si stanno ingroppando su un albero. Buongiorno tristezza. All’improvviso nella stanza piomba Luigi, il mio avvocato, che avevo chiamato ore prima per un’altra rogna che mi è capitata e a cui avevo detto che, nel caso, avrebbe potuto trovarmi là. Avrei voglia di abbracciarlo e di sentire un po’ di calore umano, ma la sua faccia mi sconsiglia di fare un qualsiasi tentativo per vedere se esiste qualche margine di manovra al riguardo.

«Ciao Masty» dice con freddezza, cominciando una disamina dell’ennesima rottura di cazzo che devo affrontare proprio quando lo zelante impiegato comunale finisce la telefonata e con grande serietà, dopo essersi reso conto che non ci sono apparentemente altre persone in fila con aria accomodante mi fa:

«Vabbuò, signò, restate pure qua tranquilli a parlare, io me ne esco qui fuori, in corridoio, a fumarmi una sigarettina»

L’australopiteco che dovrebbe risolvermi la bega per cui sono finito davanti a lui, della legge che lo vieterebbe, se ne sbatte. Lui sa sopravvivere pure a essa. Avrei voglia di chiedergli quanto tempo gli manca alla pensione. Perché, che diavolo, sulla scorta dei miei studi, lui sta rischiando di fumarsi l’ultima, di sigarette. La sua vita è in pericolo e può essere sparato in qualunque momento. Deve assolutamente prendere dei giorni di ferie. Cazzo, dai, lo sanno tutti. (sto parlando del fatto che nei film i poliziotti che stanno per andare in pensione vengono sempre e comunque uccisi prima della fine della pellicola.)

Non faccio in tempo a dirgli che con l’avvocato posso parlare anche dopo, che quello è già uscito.  Luigi, che è sempre con i minuti contati e che non ha imparato ancora a rallentare quando la vita te lo chiede sembra invece felice dell’opportunità di sbrigare le cose con me velocemente. Mi fa firmare al volo quattro fogli non dandomi la possibilità di leggere cosa minchia c’ha scritto, mi impapocchia con tre cosucce per tenermi buono e mi dice che si farà vivo lui. Che poi significa “non mi rompere i coglioni che ho anche da fare altre cose”. Lo so bene. In fondo per quanto lo pago c’ha pure le sue ragioni.

Con l’umore sotto i tacchi, l’ autostima che segna rosso e una gran voglia di scappare da qualche parte dove nessuno mi conosca aspetto che rientri il glorioso impiegato comunale dalla sua pausa sigaretta. Come lo vedo arrivare penso di esser finito in qualche Candid Camera. L’alternativa a questo è che il tipo sia un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. L’homo erectus a cui il Comune paga un generoso stipendio rientra infatti nella stanza con un passo che sembra che stia danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Si siede e gli esce un rutto che soffoca solo in parte.

“Ah che palle, signore mio” mi fa con tono complice “Lei non sa che cosa vuol dire aver a che fare con un padre anziano degenerato.”

Sono paralizzato. Non so come comportarmi. Se gli dicessi che non me ne frega una cippa di suo padre porco rischierei di mettermelo contro, con il pericolo che insabbi definitivamente la mia pratica. Se invece mi mettessi ad ascoltarlo potrei vomitargli in faccia la cena di ieri sera che devo ancora digerire.

“E’ che lui non vuole arrendersi all’età e tenta di farsi tutte le “badone” dell’est che trovo per dargli una mano”

Gli sparo un sorriso più falso di una moneta da tre euro.

“Eh si è un problemone. Capisco.”

«A volte penso che sia un vero mostro. Sul serio eh. Una volta però era diverso. Era tutto diverso!”

Mi arrendo. Basta. Mi vuoi qualunquista?

Sarò il tuo qualunquista preferito:

“Eh si” gli faccio “si stava meglio quando si stava peggio.”

“Eh già, i giovani di oggi non hanno più valori di una volta. Quelli come noi rispettano i genitori e gli anziani. Mica loro.””

“Proprio così. E questi politici prima o poi ci uccideranno tutti”.

“Quanto è vero ciò che dice. Poi adesso qualche genio ha pure inventato  i cibi biologici. Ma che cazzo sono questi cibi biologici?”

“Prima la pecora clonizzata adesso i cibi biologici.”

“Bene, vedo che ci intendiamo, come posso aiutarla?”

Ora. Io non so se è stato questo scambio di opinioni “profonde”  a dargli carburante, ma il tipo si è messo “di buzzo buono”  e si è sbattuto oltre misura per aiutarmi a risolvere il problema che mi aveva portato fin là. Per tutto questo mi sono sentito in dovere di ringraziarlo come si deve, nella lingua che egli sembrava parlare meglio.

“Grazie davvero. Ma non sente che caldo? E’ proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni”

“Dovere. Eh si. E’ come dice lei. E mi raccomando si faccia forza che questa crisi è peggiore di quella del 29″

“Per me è colpa dei cinesi”

“Oh anche io la penso così. E poi cucinano anche i gatti”

“E non muoiono mai”

“Oh ma la pensa proprio come me, su ogni cosa eh?”

“Eh si”

“Bene signor Masticone, auguri e figli maschi. Femmine non ne faccia, perchè sono tutte zoccole”.

Ecco, brutto stronzo, questa non dovevi dirla.

Hai rovinato tutto.

E io che stavo per cominciare a pensare che anche tu fossi un sapiens-sapiens.

                           

Nemesi

Incontro Frezzolini, al solito posto, il ristorante-bar “Da Drugo” nel vialone che da Altopascio porta verso l’alta lucchesia. E’ un punto di ritrovo piuttosto conosciuto, oltre che meta di camionisti inconsapevoli che Walter, il titolare ex picchiatore di estrema destra, lo ha chiamato così solo per omaggiare il film “Il grande Lebowsky” che considera il capolavoro della cinematografia del secolo scorso.

Come tutti gli ansiosi che si rispettano sono arrivato in anticipo. Il problema di noi ansiosi è che quando si arriva sul posto, più precisi dei puntuali, non c’è mai nessuno che possa apprezzarlo. Frezzolini, che è un aggressivo, si è fatto invece attendere una mezzoretta. E’ una tattica studiata a tavolino. Lo so bene. Eppure lo stesso mi colpisce al fegato e mi mette subito in difficoltà. Lui è uno dei miei fornitori. Uno cattivo. Uno di quelli con i quali sarebbe meglio non avere a che fare. Se solo si potesse ancora scegliere intendo. Tuttavia fa prezzi così bassi che è impossibile resistergli. Il problema è che avanza crediti da tempo e io, che sono vicino alla canna del gas, continuo a mandarlo in bianco con i pagamenti menando ogni volta il can per l’aia. E così ha deciso di partire all’attacco e ha chiesto un incontro. Ero preoccupato perchè ha già fatto fallire un paio di persone che conosco che non lo hanno pagato nei tempi concordati. Gli stessi con i quali lo avevamo soprannominato “The Mind” perché, il fesso, vanta anche una lusinghiera apparizione TV  al quiz “Chi vuol essere milionario” in cui è riuscito nella non facile impresa di farsi buttare fuori alla seconda o terza domanda. La domanda complicatissima era “Qual è stato il sequel del romanzo “I tre moschettieri di Dumas?”. Frezzolini ha giustamente scartato le risposte Promessi Sposi, Vent’anni dopo e il Visconte di Bragelonne per accendere “I quattro moschettieri”. Un vero genio.

Sono stato indeciso se accettare il suo invito a “discutere” del problema fino all’ultimo. Poi ho pensato che accettare di parlarci era il minimo che potessi fare. Gode di pessima reputazione e non mi piaceva  affatto l’idea di vedermelo arrivare a casa con qualche sgherro una di queste sere. Il posto che continua a scegliere per i nostri incontri, ogni volta mi dà il mal di pancia. Frezzolini lo sa. E’ per questo che mi chiede di raggiungerlo sempre proprio da Drugo. Come cultura sta a zero ma è uno sveglio. Ama partire in vantaggio e conosce i trucchi del mestiere. Non abbiamo ancora cominciato e siamo già due a zero per lui. Il locale è vuoto e Walter ci fa un cenno di saluto. Dopo pochi istanti entra un marocchino vestito in modo abbastanza lercio che parla malissimo. Sostiene di aver avuto cinque euro di resto in meno quando ha comprato le sigarette un’ora prima. Dice di essersene accorto solo quando è arrivato a casa. Walter, un uomo che, non solo è in evidente sovrappeso ma è dalla pinguedine che fa paura al solo nominarla, inizialmente non capisce di cosa stia blaterando l’extra-comunitario, poi realizza e comincia a urlare.

“Come faccio a sapere che è vero? Dovevi dirlo prima di uscire dal bar. Così non va bene.”

Se ci fosse stato un picchetto che lo quotasse, avrei scommesso qualsiasi cosa che stava per partire l’insulto e, a seguire, la litania contro i negri e tutti gli stranieri, gli zingari e chiunque venga qua a fare i comodi loro. Invece, mentre mi preparavo a prendere le difese dello stolto che aveva deciso di venire a combattere una guerra assurda per quattro spiccioli, Walter mi sorprende. Apre la cassa e gli dà cinque euro. Quel ciccione, quel bastardo ciccione di merda, quasi si è vergognato della mia faccia ammirata. Gli ho sorriso e l’ho come ringraziato di avermi fatto sbagliare. Come il marocchino si dilegua, ci sediamo su un tavolino in mezzo al niente che serpeggia dentro il locale e gli racconto tutto. Il tutto si riassumo nel semplice assunto:”Frezzolì, sono nella cacca più purulenta. Io voglio pagarti ma devi aver pazienza altrimenti porto i libri in tribunale e non becchi un euro.”. Vedo la sua faccia sbiancare in volto due o tre volte e, quando finisco, non reagisce come pensavo avrebbe fatto. Ero certo che mi avrebbe aggredito con parole e minacce ed ero pronto a una rappresaglia di pari livello come si conviene in questi casi ma, al contrario, mi fa una faccia triste e ammette che, in fondo, mi capisce.

“The mind” che mi capisce? Un vero ossimoro.

Dice che si rende conto di come io mi senta solo adesso perchè anche lui ha appena scoperto di soffrire di una strana solitudine che da qualche tempo lo accompagna e che non vuol proprio lasciarlo. Aggiunge che vorrebbe, a volte, non aver bisogno di nessuno ma si sta scoprendo ogni giorno di più un mendicante di parole che nessuno gli dona mai, perchè tutti passano, lo guardano, magari salutano, ma se ne vanno. Se non sapessi che è uno stronzo mi farebbe quasi tenerezza. Mi guarda con gli occhi tristi da italiano in gita (si ok, lo so, gli occhi erano allegri, quelli di Bartali intendo ma mi piaceva st’immagine) come a chiedermi aiuto.

E sia mai che io non aiuti qualcuno che me lo chiede. E voilà, come ogni puttana che si rispetti gli dò esattamente ciò che mi chiede.

Vuoi parole? Te le dò io le parole, dove sta il problema? E infatti gliene regalo a iosa. In cambio di una dilazione di pagamento avrei fatto qualsiasi cosa. Figuriamoci parlare. Così gli chiedo di lui e della sua famiglia. E Frezzolini non vede l’ora di raccontarmi la sua storia triste. Quella di sua moglie che lo ha mollato perchè lui continuava a chiederle di parlargli. Di comunicare davvero. Lei, mi dice, sa fare solo televisione. Parlare senza dire niente, specifica. E’ interessata solo a vivere in modo superficiale. E Frezzolini, eh beh, Frezzolini vuole di più. Vuole un rapporto speciale. Non gli bastava più uno basico, basato solo sul sesso che, ci tiene a dire, funzionava bene. E alla fine quella, ossessionata dal suo modo di fare che a volte diventa violento, ha preso armi e bagagli e se n’è andata con i due figli.

 Mentre lo ascoltavo stavo per stabilire il record olimpionico di vomito. Non riuscivo proprio a essere simpatetico con il suo dramma. Sembrava infelice e la cosa mi piaceva. Perchè è un bastardo che puzza da cravattaro. Lo conosco bene. Ha fatto bene la moglie a trovarsene un altro. Che sono sicuro c’è. Tuttavia dovevo trovare un modo per compiacerlo altrimenti si sarebbe incazzato e non avrei saputo come affrontare i pagamenti. E così per impressionarlo ho dato sfogo al mio estro da Cagliostro de noarti e gli ho detto :

“Le parole del cuore sono la fellatio degli Dei.”

Non so come m’è venuta. E’ uscita così. Plop. Come un rutto. Mi sembrava una bella cosa per impressionare un bischero del genere. Misteriosa e porca nello stesso tempo pensavo avrebbe fatto presa sulla sua cultura da Radio Scuola Elettra di Torino che sono certo ama declamare con gli amici al bar. Un guizzo nei suoi occhi però mi fa sudare freddo. E’ colpito, questo è certo, ma come tutti coloro che sentono gli “animal spirits” non si fida. Mai.

“Chi l’ha detto?” mi chiede brutalmente, pensando di intimidirmi.

“Apollinaire” bluffo spudoratamente. Tanto sa un cazzo lui di Apollinaire.

Infatti incassa la stronzata con classe, anche se continua a guardarmi di sbieco. Qualcosa di me proprio non gli va a genio anche se non saprebbe dire bene che. Questa è la mia forza. Disoriento gli idioti. Riesco comunque a percepire che ha un fottuto bisogno di condividere  una qualsiasi cosa che gli permetta di giustificare quel curioso buonismo che ha deciso di regalarmi. Non sapendo come intortarlo nè come tenerlo buono, non trovo di meglio che di raccontargli di quando rividi la mia ex all’Ikea, in mezzo a un nugolo di clienti che amano farsi maltrattare da commessi brutali e afasici e di come ebbi la consapevolezza della facilità con cui si diventa estranei. La percezione del distacco. Il dolore dell’allontanamento. L’avvelenamento di qualcosa di grande che scivola via. La faccia di Frezzolini si è allora distesa.  Il fatto che anche io sia stato mandato a cagare lo ha fatto stare meglio. E’ di quei personaggi idioti del mal comune mezzo gaudio. Avrei voluto allora dirgli un sacco di cose sul come penso che si svolgano i rapporti tra due esseri umani che si amano, ma non sono convinto che sarebbe riuscito a capire. Gli avrei voluto dire, ad esempio, che come dice il grandissimo Dr.Cox le relazioni non sono come quelli che si vedono al cinema in cui due persone soffrono per aversi per circa un’ora e mezzo, a volte due e poi sono felici per sempre. No. Non funziona così.  Nella vita vera nove su dieci i due si mollano perchè non sono bene assortiti sin dall’inizio e più della metà di chi si sposa divorzia comunque. Le coppie che funzionano davvero sguazzano in mezzo alla stessa merda di tutti gli altri con la sola piccola, grande, differenza che non si lasciano sommergere. Uno dei due, a turno, si farà forza e, ogni volta che occorre, lotterà per quel rapporto. Se è giusto e se sono molto fortunati, uno dei due dirà qualcosa, farà qualcosa, che porterà avanti la relazione. Lui e la moglie sono semplicemente nella media. Come tutti gli altri. Era già scritto.

Invece, dando per scontato che non avrebbe capito una minchia di tutto questo, vado sul classico che so funzionare come un evergreen e  gli dico che con gli ex c’è sempre una gara. Si chiama “chi dei due morirà disperato?“, evitando però di fargli notare che lui la sta perdendo alla grande. Il bastardo allora si fa serio e confessa, di punto in bianco, che in tutta la sua vita si è masturbato una manciata di volte perchè quella cosa proprio non gli piace farla. E sta cosa lo fa star male.

“Anche io mi sono masturbato si e no cinque o sei volte in vita mia. ” gli rispondo. E penso:  Si, se la mia vita fosse cominciata qualche giorno fa.

Alla fine cala le braghe in modo vergognoso e confessa che non ha ancora metabolizzato la separazione e ora non fa altro che  pensare a come riavere indietro la sua famiglia.

E a me è venuto da ridere.

E che cazzo. Aveva appena detto che non era felice con sua moglie che non “parlava” con lui e che più o meno coscientemente aveva fatto di tutto per mandarla fuori dalle palle e adesso le mancava da morire solo perchè voleva scopare? Prima fai il forte e poi la mammoletta?

Insomma dai, su,  Frezzolini sei una barzelletta. E’ tutto un complesso di cose che fa si che io mi fermi qui le donne a volte si sa sono scontrose o forse han voglia di far la pipì. Ho pensato così che da Gerry Scotti era andata male ma si sarebbe potuto iscrivere nel nuovo programma di  Maria de Filippi “C’è Potta per te!”. Se stava zitto forse una qualche demente poteva fregarla.

E ho riso.

Errore imperdonabile. Non sono ancora la puttana che vorrei essere. Devo applicarmi meglio.

Non era come essere tornati indietro ad inizio incontro. Piuttosto essere andati avanti in un’altra direzione. Quella sbagliata. La sensazione era di quando spingi forte una porta in cui c’è scritto sopra “Tirare”. E così mi spara un ruvido:

“Tu mi ricordi il dottor House. Un uomo tanto intelligente, quanto perennemente immaturo, capace di salvare vite umane e di restare sul cazzo a tutti quelli che ha intorno allo stesso tempo.»

“A me il Dottor House sta simpatico.»

“E certo. Lui sei te, stronzo. A me stanno sulle palle i tuoi sorrisini da saputello invece. Allora se ami ridere così, tira fuori i soldi che mi devi.”

Era tornato quello che conoscevo. A mali estremi, estremi rimedi.

«Aiutami dai, ti prego. Abbi pazienza. Non intendevo ridere di te, ma della situazione.»

Come so umiliarmi io, nessuno mai. Nemmeno House, altro che.

Passiamo un altro po’ di tempo a discutere di questa cosa e alla fine si lascia convincere e mi concede un altro mese per raccattare i soldi che gli devo.

Prima di andarsene mi fa:

“Quella frase…”

“Quale?”

“Quella dei pompini e degli Dei, non l’ha detta Apollinaire vero? te la sei inventata te per infinocchiarmi.”

Resto in silenzio. Non mi va di infierire. Lui scuote la testa e mi fa:

“Sei proprio una merda. Quasi peggio di me. Ci si vede House, stammi bene, porta i soldi la prossima volta però, altrimenti sono guai!”

Lo lascio andare e decido di festeggiare questa conquista insperata di tempo con un bel Negroni alla faccia di tutti. E poichè quel fascista di merda di Walter mi aveva sorpreso con l’immigrato l’ho preso da lui e, non l’avrei mai detto, ma quel buffone sa fare cocktail da urlo e così ho fatto il bis.

Secondo errore fatale della giornata.

Perchè, bello imbenzinato, io posso fare dei danni mica da niente. E infatti, uscendo, passo accanto a una coppia mostruosa, lui con i capelli lunghi ma diradati, una vocina soffocata, le braccia lunghe e le gambe corte. Lei piriforme e con il viso a sobbalzi. Sembravano felici, mentre stavano per entrare da Drugo, progettando qualcosa davanti alla finta edera che circonda il parcheggio. Si vedevano in prospettiva futura, ma ero certo che non si vedessero veramente. Errore tipico di chi dà per scontate le cose e non si mette in discussione ogni giorno. Mi ricordo della discussione con Frezzolini sul rapporto di coppia e di come esso può finire e così sento la necessità di dirgli:

«Dovete rischiare qualcosa , insieme ce la potete davvero fare, ma dovete rischiare qualcosa, cazzo»

L’uomo mi guarda preoccupato. Pensa che sia una minaccia e se ne sta in guardia alta. Pochi istanti e comprende che sono solo un innocuo cialtrone, i suoi occhi si velano di pietà. Io allora lo incalzo.

«No, No, davvero, dovete camminare mano nella mano, va bene, ok, ma dovete guardarvi e sorridervi e capire che siete ancora saldamente uno accanto all’altro. Altrimenti finisce che, tra dieci anni, vi ritrovate su due lati della strada diversi e non riuscirete a capirne il perché. E così vi lascerete e poi starete male. Tutti e due»

La signora, che deve essere una che sicuramente fa danza classica, perché non ha compreso un cazzo di quel che ho appena detto, mi sorride e dice al mostro che la accompagna di darmi un euro.

Pure micragnosi, ‘sti stronzi.

Volete andare al cine, stronzetti?

ok al cine e affanculo vacci tu. Io sto qua e aspetto Bartali.

E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai…
e vai che io sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro
tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano
C’è un po’ di vento, abbaia la campagna
e c’è una luna in fondo al blu…

                                                                       

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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La sindrome di Andy (ovvero questo blog si autodistruggerà al centomillesimo contatto)

Cosa c’è di più triste nella vita che fare un punto nave?

Eppure, nonostante questo, ogni tanto ci tocca farlo per non rischiare la deriva.

Anche  quella di un Blog non fa eccezione.

Per una strana coincidenza astrale questo che state leggendo e’ arrivato, nello stesso momento, in un punto in cui ha raggiunto centomila contatti, diecimila commenti e seicento followers. Se non è da punto nave questo, non so quale altro potrebbe esserlo.

Mi piacerebbe fosse chiaro che, nelle mie intenzioni, non è’ affatto una cosa autocelebrativa. Anzi.

I numeri di cui sopra sono, per l’appunto, numeri. Essi non valgono niente se non parametrati a un Benchmark di riferimento qualsiasi. E sapete una cosa? Per me non ce ne sono di applicabili qua dentro. Davvero. Esistono Blog come quello della mia amica Lidia Zitara che con grande nonchalance, in un anno, fa il triplo dei miei numeri, oppure Blog migliori di questo come quelli di Intesomale o Wish o Mr.Incredibile   che fanno curiosamente meno. (Per citare i primi che mi vengono in mente scusandomi per gli altri e solo per far capire il concetto)

In altre parole, non sono i numeri che danno valore a un Blog.

Che cosa quindi?

Ora non voglio rompere i coglioni aprendo una lunga e penosissima disquisizione sul concetto di valore. Ce ne sono diverse, tutte onorevoli, che hanno il mio massimo rispetto. Per quanto mi consta, essendo un convinto marginalista, sono convinto che il valore di un Blog, come di qualsiasi altro bene, sia dato dalla soddisfazione che il consumatore ottiene dal consumo di una dose in più di detto bene, tenendo costante il consumo di tutti gli altri beni del suo paniere.

I motivi per cui l’ho aperto, più o meno un annetto fa,  sono molto diversi da quelli che, adesso, lo tengono in vita. E questo mi piace. Vuol dire che mi sono evoluto. Da allora ho chiuso il mio account FB e quello Twitter è “Out of Order” ma solo perchè non trovo mai il tempo o la voglia di terminarlo. Non credo più (se mai poi l’ho fatto) al valore (per me…) dei Social Network. Credo invece, molto più di un anno fa, nel valore di una comunità di Blogger. Ho imparato che, con tutti i suoi limiti, il vecchio e caro mondo che stiamo abitando, sia un posto meraviglioso nel quale si può, imparare, leggere, cazzeggiare, ridere, piangere, litigare, innamorarsi, prendere per il culo, mentire, falsificare, fare sesso, pontificare, fare televisione, poesia, letteratura e bla e bla e bla. Qua dentro ogni cosa si amplifica ed è più facile trovare anime gemelle o affinità elettive o tutto ciò che DAVVERO unisce due o più essere umani. Se succede è perché è possibile eliminare tutte le sovrastrutture (avrebbe detto Carletto da Treviri) che nel mondo “reale” frapponiamo tra noi e gli altri. Tutto il finto perbenismo o la moralità che permea la vita borghese in una qualunque città del Pianeta. Non importa se qualcuno o tutti, chi più chi meno, falsifica e mistifica. Barriere come l’età o la cultura o il ceto si annullano d’incanto (quasi). Dalle parole e dalla relazione che instauriamo con gli altri, viene fuori la nostra vera essenza. Qualunque essa sia. Fosse anche, poi, che ci fossero persone che, come il mitico Oscar Giannino, si inventano una vita che non esiste davvero, se mai mi fosse stato dato di averli incrociati, sappiano che ho amato di loro quel lui/lei vero che ho intravisto.

Almeno, io ci credo. Io la penso proprio così.

Si amplificano però non solo le cose positive, ma anche le negative. Anche io, come tutti, immagino, ho una lista di Blogger (persone?) che mi stanno profondamente sui coglioni. Sapendo bene che il sentimento è reciproco. Con alcune ho fatto litigate inimmaginabili in un mondo che non fosse questo, con altre ci siamo autolimitati decidendo di evitarci l’un l’altro come la peste.

Dico tutto ciò perchè voglio arrivare a un punto che è poi il vero cuore del post. Quello che ho fatto mio in questo punto nave. Di fatto un appendice a un altro scritto qualche giorno fa (Fantasmi).

Voglio arrivare a quella che io chiamo la Sindrome di Andy.

Passo indietro.

La lista nera dei Blogger da evitare è, almeno per me, una cosa che nella “realtà” sia da considerarsi un termine sbagliato. Perchè, siete liberi di non crederci, con tutti quelli che ci sono dentro a qualunque titolo, sia per mia immissione diretta che per loro auto-proclamazione, io mi ci sento ancora legato. E li seguo, di nascosto. Da lontano. E mi piace pensare che loro facciano lo stesso con me (ho già detto mi pare che ho una marea di gente che entra qua dentro digitando il nome del Blog su Google per non farsi riconoscere). E’ come, per me, quando torni a fare una passeggiata nella tua città Natale e ti piace rivedere le facce invecchiate dei tuoi vecchi amici/nemici. E sapere di loro. Perchè se anche gli avevi augurato segretamente di crepare in qualche angolo nascosto del pianeta, ancor più segretamente hai sempre sperato che ce la facessero invece a trovare la loro via.

Invecchiare assieme.

Che cosa c’è di più magico?

Poter contare sulla sicurezza che amici, falsi amici, nemici, falsi nemici, siano sempre là con te. A donarti, senza saperlo,  la sensazione di immortalità. Allungando i tempi che portano all’inevitabile facendoti sentire bene perchè ancora ci sono. Perchè con le merdate che scrivono, con le cattiverie gratuite che sono in grado di regalare, con la monnezza con cui inquinano il mondo, comunque ti fanno sentire in un posto in cui riconosci le vie. Sai che dietro l’angolo c’è il negozio del barbiere, e più in là ancora il pizzicagnolo. Sai che arrivano uragani e terremoti e Berlusconi è sempre là. Ma anche tu sei sempre in un posto in cui riconosci i confini. Una Nazione invisibile non riconosciuta (ancora) da nessun altra, ma di cui tu ti senti cittadino. Sentirsi a casa? Una cosa del genere. Inter pares, soprattutto…

E così succede che, quando qualcuno che sta nel tuo mondo chiuda baracca e burattini saluti tutti, spenga il Blog e se ne vada, ti senti un buco dentro l’anima grosso così. La morte, fosse pure virtuale mi sgomenta. Perdere qualcosa/qualcuno che comunque hai interiorizzato, con qualunque didascalia tu l’abbia etichettato mi  fa male. Un male tremendo. Come mi fa male l’indifferenza di chi si affretta a commentare  frasi gentili ma che sono coltellate per spiriti con una sensibilità appena appena decente: “Buona vita”, “Tanti auguri” “Hai fatto bene, mo’ lo faccio anche io”…

Mavaffanculo

Tu mi togli qualcosa altro che. Tu devi restare. Anche se sei su quella lista nera del cazzo, o meglio ancora se sei un amico su cui credi di poter contare. Quel credere è gia tutto. Non puoi morire, non puoi farlo. E mi incazzo quando gli altri abitanti del mio mondo chiosano con banalità standard senza avere la forza nè, purtroppo, nemmeno la voglia di capire, comprendere. Figuriamoci di lottare.

Recentemente se ne sono andate diverse persone. Alcune presenti nella lista nera, altri invece amici/he.

E provo dolore.

Sono scemo me ne rendo conto. Ma quando uno fa il punto nave deve sentire un po’ di dolore e mostrarsi più scemo del solito sennò avrebbe fatto il punto canotto, o il punto materassino e che cazzo.

E qua arriva la Sindrome di Andy.

Io ho amato a dismisura, tanti anni fa, Andy Kauffman. Sono cresciuto con lui. Personaggi come Latka o Tony Clifton vivono ancora dentro di me. Andy era un genio. E come tanti, spesso incompreso perchè aveva paranoie tutte sue. Il film Man on the moon, con un Jim Carrie straordinario, gli rende pieno onore. Quando Andy è morto, nel 1984, io sono entrato in momento di grande prostrazione. Gli volevo bene a Andy anche se era solo un personaggio della TV. Amavo la sua sensibilità e la sua dolcezza. Nella sua genialità, prima di sparire per sempre disse che avrebbe inscenato la sua morte e sarebbe tornato 20 anni dopo. E io ho passato tutto il 2004 ad aspettare il suo grande come-back.  Per tutto quel tempo io ho davvero sperato che Andy non fosse realmente morto e che fosse di nuovo, solo la sua ennesima burla. E ancora oggi continuo a sperare che abbiamo capito male e che lui avesse detto 30 anni e non 20.

Ed è allo stesso modo che io aspetterò che tutti i miei amici e quelli che non lo sono resuscitino dal regno dei morti virtuali e riaprano i loro di Blog, ridandomi la bella mappatura della mia città che avevo quando loro erano qua con noi.

Il racket dei bicchierini da fiori nei cimiteri

L’ ho beccata.

La maiala.

In flagranza di reato.

L’ho vista da lontano davanti al fornetto dov’è sepolto il mio vecchio, accanto all’altro, dove sta Zita, mia madre. Attento a non farmi scoprire, le sono arrivato alle spalle mentre lei si stava mettendo il secondo vasino nella tasca destra del paltò. Sono anni che compro bicchierini di vetro, valore commerciale tre euro e cinquanta che, puntualmente, qualcuno si frega, lasciando le orchidee viola,  la mia firma sulla tomba dei miei, sul bordo del marmo a morire prima del tempo. C’ho messo un po’ ma ho scoperto  che,  a “Sterpeto”, il luogo dove vorrei essere sepolto anche io, vige la regola del “frega tu che frego anche io”. Quando a qualcuno gli sparisce il vasino di vetro, va a sua volta a sgraffignarlo da qualche altra tomba. In genere i ladri fanno man bassa in quelle meno curate, tanto, dopo un po’  che frequenti il club “Morituri te salutant”, capisci quali sono.  In tutto questo io sono sempre stato l’anello debole della catena. Quello che pagava per tutti. Non ho mai partecipato al magna-magna generale, non tanto perché  sono buono e generoso, ma solo perché ho sempre avuto il terrore di dovermi trovare nella situazione in cui si è’ ritrovata ieri la simpatica ladra. Con le mani nella marmellata. La figura di merda a gratis l’ho sempre digerita male.

Lei, “Focaccia tosta bum bum”, avrà avuto  la mia età. In evidente sovrappeso, vestiva una palandrana nera che avrebbe dovuto avere, immagino, funzione snellente, eppure, lo stesso, sembrava la figlia di Demis Roussos e Moira Orfei. Le mancava solo il nido del cuculo in testa.  Una volta che l’ho inchiodata alle sue responsabilità sono rimasto a guardarla in silenzio, come un ebete. Una parte di me e’ sempre stata simpatetica con i momenti catartici che sono obbligati a vivere le persone. Il mio sguardo doveva avere però qualcosa di sinistro perché ella, la maiala, mi guarda terrorizzata e mi dice:

“La prego signore non mi denunci. Ho così tanti casini.” fa una pausa, poi, con voce suadente, aggiunge “Possiamo metterci d’accordo, no?” e mi sorride.

Ora, non ne sono molto orgoglioso sia chiaro, ma, per onestà intellettuale, devo ammettere che il maschilista di merda che alberga dentro di me, tenuto sotto controllo da anni di lavoro e di analisi cercando di usare quel poco di cultura che sono riuscito a fare mia, qualche volta chiede però ancora a gran voce che gli venga pagato un tributo molto oneroso.  E così, non so quale razza di maledetto malefico percorso mentale fanno ogni tanto i pensieri dentro la mia testolina bacata, so solo che, in quel momento, mi è venuto da pensare che il balenottero che avevo di fronte volesse pagare in natura, tutte le centinaia di euro che ho speso per comprare i bicchierini di vetro dal fioraio.  L’ho guardata allora meglio e un’espressione di schifo mi è’ salita sulla faccia. Un pompino in un cimitero, a saldo e stralcio dei crediti, dalla figlia di un lottatore di sumo “un si po’ fa’” mi dispiace, ma proprio “un si po’ fa”.

Le dico :

“Signora, scusi, ma non mi pare proprio il caso.”

“No che ha capito. Intendevo dire che, visto che lei non viene quasi mai e questa tomba e’ la più saccheggiata del cimitero, se ha pazienza con me io le prometto che da oggi le faccio la guardia e cambio pure l’acqua ogni tanto alle orchidee”

Poi all’improvviso cambia espressione. Deve aver realizzato, credo, che ho detto di no a una proposta sessuale che lei, invero, non mi aveva mai fatto, ma che, comunque, la cosa le fa male. Si mette a piagnucolare e mi dice:

“E poi anche lei come mio marito pensa che faccia schifo. Anche lei come lui non si farebbe mai toccare da me. E’ scappato sa. Mi ha mollato, perché ha trovato meglio. E mi ha lasciato senza un euro e con un figlio ancora piccolo”

Eh si bella mia. Cara la mia Ciccia Basiccia, sorella di Ciccio Bomba cannoniere, hai proprio ragione. Non mi farei mai toccare da te.  Penso.

Però ho la forza di fare il salto e di “uscire dall’acquario” e riesco a guardarci da fuori. Noi due assieme. Soli in mezzo al cimitero di Grosseto. Due perdenti che il mondo ha preso a schiaffi sulle orecchie. Siamo partiti assieme tanti anni fa nella corsa affannosa della vita. Forse con aspettative diverse, eppure lo stesso eravamo là, dopo decenni, uno di fronte all’altro, con le medesime toppe al culo. Io con soli cento euro in tasca, che erano ciò che rimaneva da un incredibile operazione di “stretching-money” per far durare il più possibile quel niente che ancora avevo dall’ultimo stipendio preso mesi fa. Lei costretta a rubacchiare bicchierini di vetro su una tomba per mettere i fiori su quella dei suoi cari. Io, un equilibrista che su un filo sta cercando di terminare la camminata per arrivare all’altro grattacielo con una sbarra lunga in mano e che nel frattempo è stato colto da una folata di vento malefico chiamato “crisi” che gli sta facendo perdere definitivamente l’equilibrio, ben consapevole che sta per sfracellarsi a terra. Lei che sul filo non c’è mai salita, non tanto perchè tendente all’obeso, ma perchè deve aver preferito regalare la sua vita e il suo amore a uno che ha deciso un giorno che di lei non ne poteva proprio più.

In altre parole due personaggi perfetti per un hard-boiled americano.

E ho provato tenerezza per quella schioppettona. Non so dire bene come, ma sentivo di volerle bene. Eravamo due disgraziati e, per me, è sempre stato molto facile trovare affinità elettive con gente della mia risma. Quindi le ho detto:

“Senti, Ciccia Basiccia, il pompino no. Il pompino proprio non se ne parla. Ma un caffè si, un caffè te lo posso offrire.”

Ok, ok, va bene. Lo ammetto. Non ho usato proprio queste parole, ma il succo era quello.

E così, seduti come fossimo stati amici da sempre, lei mi ha raccontato la sua storia, scofanandosi, nel frattempo, tre pezzi dolci, ripieni di crema, che al mercato nero del barrino davanti al cimitero di Grosseto valgono ben di più di un bicchierino di vetro per orchidee. Ciccia, che poi si chiama Patrizia, mi ha detto che quando è nervosa le viene da mangiare tanto. Ho evitato di suggerirle che allora basterebbe qualche goccia di Valium ogni tanto per tornare in forma. Mi ha detto che il suo uomo, un impresario o qualcosa di simile, l’ha piantata dopo che le aveva giurato che non l’avrebbe mai lasciata e che sarebbero sopravvissuti assieme alla crisi. Invece una sera ha semplicemente telefonato per dirle che non tornava a casa. Per toglierle anche la speranza ha specificato che non valeva solo per quel giorno, ma per sempre.Lei lo ha supplicato. Si è umiliata come mai prima. Lo ha pregato di non rovinare tutto. Gli ha detto che era un momento difficilissimo per lei che aveva appena perso il padre e pure il lavoro. Lui le ha semplicemente detto “Non so che dire. Mi dispiace .” Ha scoperto poi che si è messo con una molto più giovane che sembra abbia risvegliato in lui i sensi che con lei avevano trovato la pace. Davide, il loro figlio, da allora vive con grande ansia perchè il padre lo ha come rimosso dalla sua vita senza dargli spiegazioni. Alimenti compresi. Patrizia è tornata nella casa d’origine e vive con il contributo miserabile della madre pensionata. Pulendosi la bocca sporca di crema con il fazzolettino di carta, si è passata il tutto sugli occhi per asciugarsi le lacrime che avevano ricominciato a scendere. Dice che il giorno dopo sarebbe stato il compleanno di Davide e lei non può permettersi di pagargli alcuna festa. Questo significa che lui verrà deriso anche dai suoi compagni di classe che non lo inviteranno più alle loro di feste e finirà per essere escluso pure da essi.

E, mentre pregavo che la modella boteriana non tentasse l’assalto al quarto pezzo dolce, mi è venuta in mente “l’androcrazia” dei bambini ai miei tempi. E di come, nella loro purezza, nella loro quasi totale assenza di opinioni, i ragazzini possono lo stesso far molto male a un loro simile. E ho pensato anche che era il mio di compleanno e che quasi nessuno se n’è accorto. Quasi tutti se ne sono fregati e, chi sapeva, ha rimosso. Nessuna festa, nessuna torta, nessun augurio.  Un ectoplasma non festeggia. Davide però avrebbe invece dovuto. Ha difficoltà un adulto a gestire mancanza di attenzioni figuriamoci un ragazzino già pieno di complessi per conto suo. E mi sono messo a calcolare velocemente, a mente, se, distante più o meno 200 chilometri da casa mia, se andando a 60 all’ora sull’Aurelia, facendo incazzare i Tir, avrei potuto evitare di far benzina. La mia espressione pensosa deve aver fatto credere a Ciccia che mi ero rotto di sentire le sue lagne e quindi si è alzata per prendere congedo. Questo suo gesto ha disturbato i miei calcoli e ho dovuto prendere una decisione di corsa. E così senza aver ben chiaro che cosa stavo facendo ho tirato fuori la mia riserva, i miei bei “100 eurini” e gliel’ho allungati. Lei mi guarda con occhi feroci e ha rilanciato:

“Guardi che non sono mica una puttana sa?”

Il tono mi indispone, il maschilista di merda che è dentro di me, dalle segrete in cui è cacciato, in fondo alla mia anima urla che devo risponderle “E certo.  Che un lo so? E chi ti paga bella mia…” Riesco a zittarlo e le dico:

“Ci mancherebbe. Però al “Mago Merlino”, il locale con i gonfiabili, mi pare che con un centinaio di euro si possa fare bella figura con gli amici. Lei però mi promette che non mi ruba più i bicchierini dalla tomba ok?”

Ciccia mi guarda. Mi sta studiando. Capisco che sarebbe lei a non volermi fare la fellatio, qualora io la pretendessi. Un bel colpo al mio ego già ammaccato.

“E’ sicuro?” mi dice, titubante.

“Non sono mai sicuro di niente. Sto solo investendo sul mio futuro. Con quello che mi costano i vasini, se lei mi assicura adeguata “protezione”  faccio un affarone”.

“Guardi che non mi deve niente. Non le ho certo raccontato tutto questo per cercare la sua pietà io…”

La interrompo:

“Non si preoccupi. So bene tutto.”

“Cosa sa esattamente mi scusi?” mi incalza lei.

“So come ci sente quando una donna che ami, mentre tu ti umilii, ti dice le parole che  ha detto a lei suo marito “Mi dispiace non so che dire”

“Pensi che io gli avevo promesso che sarei cambiato. Che sarei cambiata, ha capito? Che mi sarei messa a dieta per farlo felice. E lui se n’è fregato”

“E che un lo so? Quando lo feci io, lei mi ha sfanculato e poi mi ha detto “Stai bene, se puoi”, veda lei””

“Tutti piangono e soffrono.”

Fa una pausa.

Poi aggiunge

“A volte”.

Mi viene da ridere e mi tocca risponderle a tono:

“Si. E allora resisti, resisti, resisti.”

Lei mi guarda in un modo che non avrei mai detto e mi fa una grande tenerezza. Poi con voce sommessa:

“Conosce anche lei i REM eh?”

“Eh beh…”

“No è che di solito ci frego tutti co’ sta cosa…”

“Non è ancora nato quello che mi frega con i REM”

Poi all’improvviso le torna quell’espressione di dolore fortissimo sulla faccia. Una specie di spasmo. E mi chiede:

“Non tornerà vero. Mio marito non tornerà da me?”

La osservo mentre mi chiede di raccontarle una bugia. Lo so. Sento che già sa la verità, ha solo bisogno di drogarsi come capita a volte anche a me. Mi verrebbe di accontentarla. In fondo è ciò che chiede. Eppure lo stesso le rispondo:

“Io glielo auguro. La mia non l’ha fatto. Ha solo pensato a salvare se stessa. Era fatta così. Sana. Siamo noi quelli strani, cara Patrizia. Noi i malati e i perversi. Noi le persone che non fanno i conti e che si donano sempre e comunque. E siamo destinati a pagare costi che conducono a fallimenti che gli altri, i sani, non vivranno mai. A noi, loro, non ci perdonano niente ma noi siamo condannati dalla nostra natura a perdonare sempre loro. “

“Eh già”

“Pensi che la mia aveva un figlio che si chiama proprio come il suo. A volte la vita eh? Prenda questi soldi dia retta.”

“E’ davvero sicuro?”

“Ognuno di noi ha il proprio modo di pagare i propri conti con il signor Universo. Questo è il mio. Lo consideri un regalo a Davide”

Ha allungato la zampa e si è incassato il bottino. Ci siamo scambiati il cellulare. Un modo come un altro per sancire l’inizio di un’amicizia nuova. A onor del vero si è anche offerta di pagare almeno lo spuntino, ma non gliel’ho permesso. E che cazzo, una volta che faccio il signore, fammelo fare per bene.

Ecco, quest’ultimo atto di orgoglio, ha fatto però incazzare il signor Universo. No perchè, Lui, come ci insegnano gli ebrei, non è mica buono e caro come Gesù. Eh no. Lui è fumino e gli stanno sui coglioni gli sboroni. E, poichè pare che Jesus sia andato in missione con lo Spirito Santo a Roma per il conclave, dove ha fatto tutto di fretta perchè si era rotto di stare a sentire i suoi cardinali a discutere di banche e pedofilia e che per dimenticare ogni cosa s’è poi presa una sbronza colossale a Trastevere in Paradiso c’è un bel trambusto. Eh già, perchè sembra che al Figlio dell’Uomo la cosa sia piaciuta talmente tanto che lui e lo Spiritoso Santo sono rimasti là a fare bisboccia. Il numero Uno è stato così costretto a riprendere tutto in mano. Tornare a lavorare, da pensionato che era, lo ha fatto andare su tutte le furie (la Fornero è avvisata, mo’ so cazzi sua). E così, com’è e come non è, quel mio atto di superbia lo ha fatto particolarmente incazzare. E me lo ha fatto ricacare bello bello. Più precisamente all’altezza del chilometro trecentouno, località Quercianella, dove la mia splendida Megane ultracentenaria ha deciso di morire per disidatrazione.

Ecco, se fumassi, quello sarebbe stato un momento stupendo per scendere dall’auto e accendermene una appoggiato al cofano. Ma sono talmente inetto che non so fare nemmeno quello. Quindi, poichè amo il contradditorio e nell’uno contro uno sono sempre stato bravino (bovino?), mi sono limitato a dire al signor Universo che cosa pensavo di Lui con una sequela di Bestemmie ben assestate sparate ad altezza uomo. Lui allora ha pensato bene di mostrarmi i muscoli e ha fatto venire giù un diluvio pazzesco con lampi e tuoni da paura,  ricordandomi chi comanda. Dentro l’abitacolo, impaurito, infreddolito, avvilito ho chiamato il mio amico Nicola perchè venisse, rifornito di tanica di benza, a salvarmi ed egli, ca va sans dire, si è preso tutto il tempo del mondo lasciandomi solo in mezzo a niente, con il mio “aifon” in mano pronto a fare danni. Il signor Universo, infatti, usando tecniche che ha imparato dal suo antagonista Louis Cypher, ha tentato in mille modi di farmi cedere e farmi chiamare chi non dovevo. Si è scordato però che sono un maremmano. E noi butteri sappiamo morire senza chiedere pietà a nessuno. Quasi sempre almeno. E quando ci capita di farlo, ce ne vergognamo per l’eternità.

Come Ciccia Basiccia.

Come me.

Siamo una gran coppia io e lei, altro che. E allora anzichè umiliarmi di nuovo, mi sono strafatto di “Jewel Mania” e “Castle Story” (a proposito cerco vicini…) e poi “Gravitarium” e “Sudoku”.

Alla fine è arrivato Nicola.

Che detto così fa molto “Along came Polly”, uno dei miei film preferiti. Ma, porca zozza, Nicola non c’assomiglia nemmeno a Polly. E’ pure una merda. E così per farmi star meglio mi saluta con affetto:

“Oh fava” mi dice “e la devi smette di spendere tutti i soldi con le migne. Metti la benzina prima, laido”

“Guarda che non vado a migne. Io. So mi’a come te.”

“Lo so, tu vai co’ i trans. E’  peggio”.

Il dibattito intellettuale va avanti ancora per un po’, specie dopo che gli chiedo un cinquantino per riempire il serbatoio. Lui è un lucchese vero. Bravo ragazzo eh, ma “pelle corta”, come si dice qua. Alla fine sgancia, ma solo perchè sa che con me va sul sicuro. Io, i miei debiti, foss’anche con il signor Universo, li pago sempre. Magari lo sfanculo, ma pago sempre.

Ora non so se quest’ultimo pensiero deve essere arrivato a Lui. So solo che prima che entro in casa, dopo un viaggio di ritorno estenuante, mi arriva un sms: “Grazie signore, non la conosco. Mia madre mi ha raccontato del regalo che mi ha fatto per il mio compleanno. Il più bello di sempre. Grazie ancora”. Firmato: Davide.

Credo fosse il modo che Geova ha scelto per dirmi che anche lui, a modo suo,  fa lo stesso.

That’s all Folks!    

 

I dieci attimi per cui vale la pena di vivere

C’è stato un momento nella mia vita in cui ero un vero credente.

Insomma davvero credevo ciecamente al Paradiso e all’Inferno. Alla dannazione eterna e a tutto ciò che dicevano i preti.

Poi sono cresciuto.

Qualcuno direbbe involuto. Insomma, le mie certezze sono sparite tutte. Una dopo l’altra.  Ed è cominciata la mia peregrinazione nel deserto alla ricerca della Terra promessa, vagando, arso dal sole e puntando solo sulla Manna che ogni tanto continua ad arrivare senza che me l’aspetti e che non riconosco mai.

In teoria, poichè ho già vissuto la fase dell’adorazione del vitello d’oro e di Mosè che s’encazza facendomi ricacare tutto il mio orgoglio, se tanto mi dà tanto, dovrei essere vicino al punto di svolta. A momenti dovrei vedere la terra di Cana. O l’Eldorado che ne so. Insomma casa mia. Perchè, per quanto il cervello sia là a dirti che è tutta una buffonata, i semi che sono stati seminati nei tanti catechismi da bambino, hanno comunque attecchito e non riesco proprio a pensare a me stesso come un ateo. E sono diventato un vero “Casinò royale”. Insomma, un casino vivente. Pastiche de Dieu.

E così, quando ho letto questo post di Intesomale ho avuto un sussulto. Perchè non c’è una cosa che ha scritto lui che la mia testa non avrebbe scritto allo stesso modo, ma, allo stesso tempo, tutto ciò che ha scritto là dentro il mio cuore lo scaccia e lo rifugge e urla “Anatema” (a parte le cose materiali del cazzo. A proposito, voi, sudicioni con il Suvve, mi state profondamente sui coglioni. Sappiatelo. E se poi qualcuno di voi avesse mai un X5 è pregato di unfollowarsi. Perchè l’X5 è il vero grande insulto, assieme al Cayenna, alla dignità delle persone che stanno male e soffrono di questi tempi.)

Ho riflettuto molto su quel che il mio amico ha scritto.

Ho pensato che se davvero la pensassi a quel modo, come la mia testa mi ordina di fare, probabilmente mi suiciderei. Il non senso della vita unito alla fatica che costa cercare di farcela, mi spingerebbe a cercare un modo “dolce” per farla finita. Inutile dire che molte volte questo pensiero è venuto a farmi compagnia. A volte pure di recente. Molto di recente. Credo che qualunque “anima” dotata di un minimo di sensibilità di serie, (nei Suv essa è introvabile manco come optional) ha avuto pensieri del genere. Cercare a tutti i costi di trovare un senso a cose che sembrano del tutto prive di logicità conduce alla follia e purtroppo la gente come me ha bisogno di averne uno per andare avanti.

Ecco perchè, leggendo il post di Intesomale, che mi ha obbligato a guardarmi allo specchio e a fare i conti con i miei abissi e i miei deliri interiori, ho deciso di sforzarmi di pensare positivo e di trovare a tutti i costi dieci cose per le quali valga la pena vivere a prescindere dall’esistenza di un Dio e di un senso per tutto quello che ci tocca vivere. Dieci attimi per i quali tutto questo  (melo)dramma che chiamiamo vita merita di essere comunque vissuto. Nonostante tutto. Nonostante tutti:

1) Quel sorriso di una donna:

Quel momento specifico, particolare, in cui capisci che qualcosa è cambiato. Quell’attimo magico in cui ti accorgi che i suoi occhi ti guardano sotto un luce nuova. Come se ti avessero scoperto solo allora. Fino al momento prima eri solo un amico, un conoscente, uno così, un rompipalle,  un puttaniere come tanti. Poi, taaaac, qualcosa cambia. E vedi nel suo volto una luce che non avevi mai visto. E noti nel suo sguardo qualcosa che ti fa capire che anche lei si è innamorata di te.

2) Le tue figlie che ti dicono che sei un impiastro e che i papà delle loro compagne di scuola sono più bravi di te a fare quasi tutto. Ma che loro, lo stesso, non ti cambierebbero mai con nessuno di essi. Perchè come sei te, mai nessuno.

Lo so. E’ moscia e banalotto come attimo unico e irripetibile. Piuttosto trito oltre tutto. Ma come tutti gli evergreen non muore mai. E poi lo champagne con le fragole mi sta sui coglioni (come il Suvve). Preferisco ancora pane e salame con vino rosso.

3) Quando arrivi davanti a un capolavoro dell’umanità:

può essere un quadro, un’opera ingegneristica, una scultura, un libro, qualsiasi cosa, fatta da un altro uomo. Qualcosa che ti spinge a credere che devi sentirti orgoglioso di appartenere al genere umano, nonostante i suoi errori e gli abominii di cui ogni tanto si macchia. Quando capisci che essere un uomo è comunque un privilegio e che è tuo preciso compito perpetuare le belle cose che esso è in grado di generare e limitare le storture a cui può dare origine.

4) Quando hai la percezione del mondo come UNO:

Momento rarissimo. Estremamente difficile per noi occidentali. Ma a volte per sbaglio o perchè stai meditando o perchè le tue antenne sono in un certo preciso momento ipersensibili, puoi riuscire a farcela. Puoi davvero sentire per un secondo o due, chi è più bravo e fortunato cinque o sei, che tutto è uno. Gli animali e le piante e gli uomini e la roccia e il fango promordiale e il big bang. Che siamo una cosa sola. In quell’istante ti senti parte di un qualcosa di meraviglioso.

5) Quando ti rendi conto di cosa sia davvero la bellezza.

Stai da cani. Ti senti morire dentro e pensi che è l’ora di farla davvero finita. Magari sei ubriaco o sei senza una casa, un amore, un lavoro. Tutto sta andando in senso contrario e tu sei capace di sentire che il mondo là fuori continua a girare lo stesso fregandosene dei tuoi drammi. E fa pure rumore. Poi fai partire Beethoven e ti accorgi che forse, non è detto, ma che ce la puoi anche fare. Il potere della musica. Di certa musica.

6) Quando qualcosa che hai fatto, cambia la vita di qualcun altro.

Non importa cosa. Non deve essere necessariamente una grande opera. Può bastare un biglietto d’auguri, oppure una poesia, una pacca sulla spalla, un sorriso, un incoraggiamento, insomma un gesto qualsiasi,  ma ti accorgi che quella piccolissima cosa ha cambiato l’esistenza di altro umano. Quando capisci che se non c’eri te a farlo la sua vita sarebbe stata molto peggiore di quello che sarà in futuro

7) Il primo bacio di un nuovo amore, il primo sorso di birra quando hai sete, il primo pensiero del mattino, il primo sorriso che ricevi dopo che hai pianto.

Insomma, tutto ciò che ti fa sentire che il futuro esiste e che non è necessariamente uno schifo come ti suggerisce la testa.

8) Quando fai la spesa comprando solo schifezze

Lo so, sembra stonare con tutto il resto. In realtà è un modo di dire: quando non ti prendi troppo sul serio. Quando capisci che non c’è niente di cui vantarsi anche se hai vinto il premio Nobel, quando mandi affanculo tutto e pensi “machisenefrega”. E sorridi. E ti vuoi bene.

9) Quando riesci a gioire per la felicità di un altro anche se hai la morte nel tuo cuore

Perchè sei finalmente riuscito a comprendere che non esisti solo te e il tuo egoismo ma che anche gli altri hanno diritto alla loro felicità che include che tu sia felice per loro anche se hai mille cazzi tuoi a cui pensare che ti corrodono l’anima.

10) Quando ti accorgi che stai ridendo, facendo sesso e filosofeggiando con la stessa persona. E che non vorresti essere da nessun’altra parte del mondo che non sia là. Con lei.

 

Ps: Io ti amo Bobo, se rinasco uomosessuale, ti sposo.

The GREAT CIOFECA BLOG AWARD

Basta.

Un se ne pole più (orribile toscanismo ma ci sta proprio bene).

Mi sono scassato la fava di vedere le migliori menti di WP andare via lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla pazzia nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città, essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà e un dio che è morto, 

Insomma basta con le autocelebrazioni pezzenti.

A me MI ( e che cazzo qua obbligatorio) i premi di Blog in cui i relativi bloggers rispondono in modo miserabile a domande patetiche su stessi fa pena.

“Una volta, tanti anni fa, ho preso la medaglia al valor civile perchè ho fatto attraversare una vecchietta sulle strisce pedonali” oppure “Preferisco mangiare l’orata al cartoccio perchè il branzino sta diventando troppo popolare” o anche “Io voto Grillo perchè non ho capito che cosa dice ma lo dice bene” insomma cose così.

Si capisce di essere invecchiati quando si finisce per sopportare (quasi) tutto. Quando ci è chiaro cioè che è del tutto inutile farci il sangue amaro per cose miserabili che solo qualche anno prima ci angustiavano e che all’improvviso cambiano prospettiva e non provocano più quell’uggia tremenda che è causa di turbolenze emotive ma soprattutto relazionali visto che, quando si ha carattere si finisce sempre per tirar fuori la cosa che ti ruga dentro.

Molti di esse arrivano a non toccarti più fino al punto che ci vedi dentro l’involontaria comicità e finisci per sganasciarti dalle risate.

Bene.

BASTA.

Botta di vita giovanile.

Io mi ribello.

E ho deciso di creare il nuovo “THE GREAT CIOFECA BLOG AWARD”

E’ tempo di dire basta al pattume che gira sulla rete. Mettiamo alla berlina BLOG ridicoli e non incensiamo BLOG che fanno pena.

Tuttavia, poi ho avuto un’educazione catto-comunista, mi assale il buonismo ed eviterò, di fare la lista di BLOG miserabili che andrebbero boicottati.

E, tac, qua arriva la genialità (?) della mia idea, il GREAT CIOFECA BLOG AWARD, avrà solo una regola: l’auto-proclamazione.

Insomma io non nomino nessun BLOG di merda e anzi mi autoproclamo io il primo (e finora unico) possessore del nuovo premio che schifa e disdegna tutti gli altri e che si vanta della propria monnezza al punto di metterla nei propri widget a latere del blog stesso.

Tutti coloro che aderiranno dovranno fare la stessa cosa. E’ gradita pure l’aiuto per trovare un logo ad hoc da piazzare. Avevo pensato a un bel cesso con scritta sopra, ma non sono bravo con la grafica.

Metto in conto che nessuno mi seguirà in questa follia. E devo purtroppo confessare che non me ne frega una cippa lippa. Sarà in quel caso l’unico e inimitabile auorded

Blog affidabili e inspiring….ma andateve affanculo

L’amore al tempo di Groupon

Daniela lavora con me. Che poi non è nemmeno detto bene così perché, per la verità, fa quasi tutto lei. E’ quel tipo di donna per cui sentirsi indispensabile è una cosa fondamentale. Dov’era assunta prima proprio per questo motivo l’avevano mobbizzata. Io invece l’ho elevata al rango di responsabile amministrativa. Al contrario del titolare d’azienda precedente, a me non pare il vero, infatti, di poter delegare quanto più possibile a gente in gamba. Con Daniela siamo così giunti a un patto: sul mio tavolo lei fa finire solo le rogne che proprio non riesce a dipanare, non tanto perchè non ne è capace, quanto perchè, per poterlo fare, occorre essere “bastardi dentro”. Prendere per il culo le banche, mendicare con i fornitori, chiedere pietà all’agenzia delle Entrate o fare lotte greco-romane con gli avvocati. Insomma cose così.

Il vero problema di questa situazione è che, adesso, quando lei entra nella mia stanzetta, io so che è solo per portare una notizia di merda. Mai che dicesse, “abbiamo avuto una donazione insperata da un cliente innamorato”. Sempre e solo cattive notizie.  E questo mi indispone nei suoi confronti. E, poiché sono come Lucignolo, gliela faccio pagare facendole piccole porcate che a me fanno ridere, ma che, una volta l’hanno messa in grossa difficoltà. Perchè Daniela non è solo brava ed efficiente. Daniela ha anche un karma malefico con gli uomini. In primis con me, in secundis con il suo uomo e infine con il fratello. Il suo uomo è un coglione super galattico. Rappresentante di un qualcosa che non ho ancora capito, vive per un sacco di tempo in Germania e, oltre a essere un maschilista assurdo è anche geloso in modo del tutto spropositato. La controlla come nemmeno nei film anni sessanta e spesso le fa delle scenate per cui la mattina si presenta al lavoro distrutta per aver passato notti insonni a discutere del nulla montato con panna. Il gonzo, ad esempio, è fissato della posizione del sedile anteriore della macchina. E’ convinto che Daniela possa andare a scopare in macchina di nascosto con qualche amante e quindi, in modo ossessivo e maniacale, ne tiene d’occhio la posizione. Sapendo questo, io, quando salgo sulla sua auto per andare a mensa o da qualche altra parte, per lavoro, mi diverto sempre a spostargli il seggiolino quel tanto che basta perchè un matto lo possa notare. Una volta, però, il coglione ha sclerato di brutto e l’ha buttata fuori di casa perchè il caso ha voluto che avessi fatto quel “giochino” proprio il giorno in cui un suo ex di tanti anni prima, amico di famiglia, in preda ad un assurdo attacco di contrizione  è andato a chiedere scusa all’ometto per la relazione extra-coniugale avuta con Daniela di cui lei s’era pure dimenticata. Ha detto così al povero cornuto che lui non sopportava più il peso di quel tradimento e voleva il suo perdono (è andata davvero così, giuro, non è licenza poetica. La vita reale a volte supera la fantasia.). Il rappresentante incazzato come una bestia è venuto da noi in ufficio ha visto il seggiolino spostato e sono dovuti venire i vicini per sedare la rissa.

Per un po’ Daniela è venuta a stare da me, poi è andata da un’amica, alla fine ha fatto pace con l’idiota, perchè lui, pentito della cazzata, l’ha fatta sentire indispensabile, e lei, pecorella smarrita, è tornata sotto il tetto (ovile) coniugale. Ha però giurato di farmela pagare e ha preteso che per tutto quello che io avevo innestato, la dovessi ripagare aiutandola con suo fratello Renzo, detto Renzino.  Anche se è un bestione che solo il mio amico Mr.Incredible potrebbe affrontare. Renzino, d’altra parte,  ha solo un problema piccolo piccolo. Una cosa da nulla intendiamoci. Renzino è schizofrenico!

Avete presente quel detto che dice “Chi usa il preservativo bestemmia contro Dio, ma solo se si rompe”?

Renzino infatti è una personcina, come dire, un pochino complicata da gestire che, a momenti di lucidità, ne alterna altri in cui ha difficoltà ad articolare i pensieri. Ha allucinazioni, deliri, pensieri disarticolati nonché comportamenti ed eloquio inusuali. Fuma come un ossesso e ha problemi a interagire con gli altri. Ma,  soprattutto, il vero problema che mette tutti gli altri dietro e ne hanno fatto una bomba o orologeria è che, a Renzino, io gli sto simpatico. E’ questo il  casino vero. Perché ha preso a venirmi a trovare in ufficio quando va in paranoia con l’universo. Arriva con la scusa della sorella, che con indubbia classe me lo sbologna bello bello e lui si piazza nella sedia davanti a me e parte con l’ammorbo. Mi racconta di tutto. Di quando con il diluvio universale fuori è partita l’esercitazione nella sede della ASL dove è entrato a lavorare come categoria protetta e lui è stato l’unico che è uscito fuori, come da regolamento. Tutti a dirgli “torna dentro scemo” e lui li insultava da fuori chiamandoli parassiti ma intanto si è “mezzato” persino le mutande, prendendosi un influenza che l’ha tenuto a letto una settimana. O di quando ha visto un pornazzo non so dove. E di quel “film” mi ha raccontato ogni cosa. L’attrice principale nell’ordine si è fatta, un uomo, poi una coppia di uomini, poi un animale e alla fine un negro. La cosa che più l’aveva colpito però era che alla fine di tutto s’è accesa due sigarette. E lui serio mi fa “Certo che c’aveva proprio tutti i vizi quella eh?”.  Quando vedo che non ha voglia di togliersi di torno e c’ho da fare gli dò il mio iphone e lui comincia a giocare a Ruzzle. Ci va matto. In realtà gioca alla cazzo. Digita parole a vanvera con il polpastrello, ma il suono che ne esce fuori lo ammalia e si tranquillizza. Ovviamente a questo modo tutta la gente che mi conosce crede che io sia una super pippa  perchè, giocando con il mio nickname, fa dei punteggi scandalosamente bassi, ma chi se ne frega.

Da qualche tempo i suoi pensieri sono più ingarbugliati che mai. Dice che si è innamorato. Per la prima volta il bestione Renzino, sostiene di aver perso la testa per una donna. Una sua collega che lavora all’accettazione, una occhialuta come la definisce lui e che una volta pare gli abbia detto che ha proprio gli occhi belli. E’ bastato quello per fargli perdere la trebisonda. E ha cominciato a chiedermi consigli sul come poterla approcciare. Dice che solo io posso aiutarlo, che lui si vergogna troppo e che non sa come o cosa dirle. Pensando che fosse una cosa passeggera e che gli sarebbe passata nel giro di qualche giorno gli ho consigliato di scriverle una lettera. E lui per un po’ veniva e si metteva di là a provare a scrivere qualcosa ma poi se ne andava via quasi subito. Era come se aggiungesse sempre una riga o una parola. Non ho mai guardato quella lettera.

Pensavo fosse finita là.

Ieri, mentre ero in riunione con alcuni fornitori venuti personalmente a esigere quanto gli dovevamo ai quali stavo chiedendo di avere ancora più pieta della pietà fino ad oggi mostrata, sento confusione nell’altra stanza. Momento di sbandamento. Ho di fronte della gente incazzata che vuole soldi e nell’altra stanza sento un matto che si agita. Esco fuori e lo vedo che sbuffa come una mantice. Capisco che è in uno dei suoi momenti. Dice frasi senza senso, poi mi chiede di scaricare alcune “app gratis” con cui giocare. Non ho tempo da dedicargli, gli apro l’account, gli mollo l’ iphone e torno dentro a dare il deretano agli uomini cattivi che si stavano già imbufalendo. Mentre sto per perdermi nel vortice di sesso ho ancora la lucidità di pensare che non sento alcun suono tipico di Ruzzle. Tuttavia non faccio in tempo a chiedermi che cosa minchia starà facendo Renzino, che il cattivone, l’uomo al quale dobbiamo dei soldi, pretende che lo soddisfi in natura…

Non so quanto tempo passa, ma quando finisco “il servizio” e torno di là, Renzino non c’è più. Penso che forse è meglio così, perchè fare la puttana è un lavoro che stanca e ho bisogno di riposarmi un attimo. Ma dopo poco arrivano strane notifiche che non capisco. Prenotazioni curiose su tal Groupon.

Groupon? che cazzo è Groupon?

Faccio un giro su internet e mi piglia male.

Chiamo Renzino e gli chiedo spiegazioni. Lui, serafico, mi dice che mi ha iscritto al programma Groupon ma che devo star tranquillo, perchè con l’iscrizione c’era un bonus da poter spendere per andare al ristorante gratis e lui ha intenzione di invitare l’oggetto del suo desiderio a uscire con lui. Cerco di mantenere la calma e non di urlargli qualcosa di brutto per poi vedermelo ripiombare in ufficio e gli chiedo perchè non l’ha fatto con il proprio cell. La risposta è ovvia: il suo cellulare è vetusto e non gli permetteva di farlo. Gli ho chiesto se ha fatto altri danni di cui dovrei essere messo a conoscenza. Lui mi sorride e mi dice che mi prendo troppo sul serio e che ho solo bisogno di svagarmi un po’. Nel giro di qualche ora scopro così che Renzino mi ha regalato due massaggi Shiatsu  al prezzo favoloso di 20 euro e una straordinaria dieta a ridotto contenuto calorico con visita iniziale a 59 euro anzichè 300. Li mortacci sua. E da ieri mi stanno tampinando per fissare la data dell’incontro con il dott. Marco Castellazzi, con la signorina al telefono mi dice ogni volta che ho fatto bene ad abbandonare il metodo fai da te per affidarmi a professionisti del settore.

Ma che si facesse una peretta per favore.

Per sfogarmi ho detto a Daniela che andasse a fanculo lei con tutti i suoi disadattati e che con me avevano chiuso. Poi, per sbaglio, mi è finita tra le mani la lettera d’amore, mezza scarabocchiata, che Renzino Shrek sta scrivendo alla sua orchessa.

Leggo testualmente:

“Tutta la mia vita, senza dubbio io ti darò tutta la mia vita, ora e per sempre fino al giorno della mia morte. Io e te condivideremo tutte le cose in questo mondo che cambia e che sarà in grado di offrirci. Allora io canto e sarei felice di restare così, ogni giorno della mia vita con te. C’è stato un tempo che ero convinto avrei perso la mia mente per sempre e poi tu sei arrivata e hai fatto brillare il sole. E io so che inizieremo il nostro cammino e metterò il passato lontano da me. E per tutta la mia vita io ti porterò con me e ogni ora di tutti i giorni che passeranno starò con te.”

E allora, come in “Un pesce di nome Wanda” sono salito sul mio caterpillar, pieno di cerotti e con il portafoglio sgonfio ho cominciato a urlare:

“Vendetta…..Vendetta….Vendetta…”

Ho preso la lettera, l’ho chiusa in una busta e sono andato alla Asl dove lavora. Ho visto un’occhialuta e, chi cazzo se ne frega se è quella giusta oppure no, gliel’ho mollata specificando che gliela manda Renzino in persona.

E mo’ so cazzi sua.