Un po’ di qualunquismo. Così. Tanto per gradire.

Il qualunquismo è l’ultimo baluardo della vera cultura italiana. Quella non ancora imbarbarita dagli immigrati che, piano piano, stanno cambiando tutti i nostri costumi. Una vera e propria religione dogmatica, che riesce a far concorrenza persino alla Chiesa cattolica.I postulati fondamentali che regolano il suo catechismo sono che, in primo luogo, il mondo va sempre peggio e non esistono più le mezze stagioni, perché, forse, se l’è rubate il governo ladro. E che, in secondo luogo, qualunque cosa tu possa fare per migliorare le cose, esso si rivelerà inutile, in quanto, comunque sia, il mondo andrà sempre peggio.

Un vero italiano che si rispetti, infatti, ha la netta e chiara impressione che tutto vada costantemente in merda, qualunque cosa si faccia.

I luoghi di culto deputati per professare questa onorevole fede sono, in genere, i bar, i treni e tutte quelle situazioni in cui non si ha niente da dirsi l’un l’altro. Cene con gli amici e parenti incluse.

Il Comune di Lucca dove mi sono recato stamattina per l’ennesimo problema burocratico che allieta queste giornate di primavera non fa eccezione. Il vecchio impiegato che avrebbe dovuto provare a sbloccare la mia pratica incagliata in modo, a mio parere, ingiustificato/cabile non appena mi siedo davanti a lui riceve una telefonata e, incurante della mia presenza, ulula a quello che l’ha chiamato:

«Non so cosa sia, ma è di sicuro la solita presa il culo!».

Sono certo che se avesse studiato un po’ di più, avrebbe cambiato solo la prima parte della sua affermazione e non la seconda, ammettendo cioè di conoscere l’argomento, ma ciò nonostante, il verdetto rimarrebbe sempre lo stesso. E chi può dargli torto. In fondo, da noi, è tutto un magna-magna generale.

«Io me ne sto per andare in pensione» continua l’impiegato  parlando dentro la cornetta, facendo una smorfia contrariata con la bocca e scuotendo la testa con gli occhi rivolti a terra  «ma quello là è un perfetto idiota patentato e non c’è alcuna speranza. Tanti auguri a voi che restate»

Me ne sto ad ascoltare inebetito il troglodita e ammiro la sua capacità di sopravvivere a tutto. Deve aver vissuto una vita in cui ha conosciuto dirigenti e colleghi di ogni genere eppure era ancora là a fregarsene con il distacco di chi sa che, comunque vada, ce la farà sempre. Io, invece, provato nel fisico e nel morale mi sentivo come i Pink Floyd, quando scrissero “A momentary lapse of reason” per scrollarsi di dosso il fantasma pesante di Roger Waters. E non mi consola affatto sapere che, dopo quell’album, i Pink Floyd hanno fatto pure puttanate peggiori.

Stranamente non ricevo da un po’ alcuna notizia dal pellet, che non deve essersi accorto di quel che mi sta capitando. La palpebra ballerina è tornata però a farmi visita. Non credo che sia legata a nessuna malattia particolare. Fa sintomo a sé, un po’ come la provincia autonoma di Bolzano.

Decido di non incazzarmi.

Chi se ne frega.

Quando sai di avere, professionalmente parlando, il cancro e con esso un tempo finito prima di tirare le cuoia non ti affanni più dietro cazzoni come lo stronzo che dalla parte di là della scrivania faceva segno con la mano, come per dire, “Aspetta eh. Abbi pazienza. Non è mica colpa mia”.  Li guardi e apprezzi la loro inconsistenza che, anzi, ti affascina. E pensi al monumento che gli costruiresti. Una grossa merda a rotoloni con dedica: All’impiegato comunale ignoto! E mi è venuto in mente di quando Warren Zevon, uno dei miei autori preferiti, intervistato dopo che gli era stato diagnosticato un canchero inoperabile al fegato, alla domanda se nelle sue condizioni avesse una qualche conoscenza sulla vita e la morte che nessuno aveva ancora capito rispose: “Non credo, tranne il fatto che ho imparato a gustarmi ogni panino che mangio”. E così, nonostante avessi il fuoco al culo per le scadenze non rispettate e le banche che mi inseguono per portarmi via anche le mutande, ho messo il cellulare in modalità “aereo” e ho fatto cenno allo stronzo di continuare pure a discutere di niente come stava facendo che tanto io non c’avevo un cazzo da fare e per me andava pure bene così. Lui era il mio panino.

E  mi ha preso in parola.

Mi sono imposto di fare un’esercizio zen e di non dare segni di uggia. I lavoratori dipendenti pubblici hanno dei diritti, perbacco. E chi sono io per agitarli, con uggia fuori posto? Dò allora un’occhiata a fuori dalla finestra e l’unica cosa che riesco a intravedere sono due gatti che si stanno ingroppando su un albero. Buongiorno tristezza. All’improvviso nella stanza piomba Luigi, il mio avvocato, che avevo chiamato ore prima per un’altra rogna che mi è capitata e a cui avevo detto che, nel caso, avrebbe potuto trovarmi là. Avrei voglia di abbracciarlo e di sentire un po’ di calore umano, ma la sua faccia mi sconsiglia di fare un qualsiasi tentativo per vedere se esiste qualche margine di manovra al riguardo.

«Ciao Masty» dice con freddezza, cominciando una disamina dell’ennesima rottura di cazzo che devo affrontare proprio quando lo zelante impiegato comunale finisce la telefonata e con grande serietà, dopo essersi reso conto che non ci sono apparentemente altre persone in fila con aria accomodante mi fa:

«Vabbuò, signò, restate pure qua tranquilli a parlare, io me ne esco qui fuori, in corridoio, a fumarmi una sigarettina»

L’australopiteco che dovrebbe risolvermi la bega per cui sono finito davanti a lui, della legge che lo vieterebbe, se ne sbatte. Lui sa sopravvivere pure a essa. Avrei voglia di chiedergli quanto tempo gli manca alla pensione. Perché, che diavolo, sulla scorta dei miei studi, lui sta rischiando di fumarsi l’ultima, di sigarette. La sua vita è in pericolo e può essere sparato in qualunque momento. Deve assolutamente prendere dei giorni di ferie. Cazzo, dai, lo sanno tutti. (sto parlando del fatto che nei film i poliziotti che stanno per andare in pensione vengono sempre e comunque uccisi prima della fine della pellicola.)

Non faccio in tempo a dirgli che con l’avvocato posso parlare anche dopo, che quello è già uscito.  Luigi, che è sempre con i minuti contati e che non ha imparato ancora a rallentare quando la vita te lo chiede sembra invece felice dell’opportunità di sbrigare le cose con me velocemente. Mi fa firmare al volo quattro fogli non dandomi la possibilità di leggere cosa minchia c’ha scritto, mi impapocchia con tre cosucce per tenermi buono e mi dice che si farà vivo lui. Che poi significa “non mi rompere i coglioni che ho anche da fare altre cose”. Lo so bene. In fondo per quanto lo pago c’ha pure le sue ragioni.

Con l’umore sotto i tacchi, l’ autostima che segna rosso e una gran voglia di scappare da qualche parte dove nessuno mi conosca aspetto che rientri il glorioso impiegato comunale dalla sua pausa sigaretta. Come lo vedo arrivare penso di esser finito in qualche Candid Camera. L’alternativa a questo è che il tipo sia un seguace di un famoso movimento culturale d’avanguardia che da anni, mimetizzandosi da robaccia da balera, plasma menti e coscienze. Il ballo liscio. L’homo erectus a cui il Comune paga un generoso stipendio rientra infatti nella stanza con un passo che sembra che stia danzando una mazurca. Relevè, Relevè. Un-due-tre, Un-due-tre. Raul Casadei sarebbe orgoglioso di lui. Si siede e gli esce un rutto che soffoca solo in parte.

“Ah che palle, signore mio” mi fa con tono complice “Lei non sa che cosa vuol dire aver a che fare con un padre anziano degenerato.”

Sono paralizzato. Non so come comportarmi. Se gli dicessi che non me ne frega una cippa di suo padre porco rischierei di mettermelo contro, con il pericolo che insabbi definitivamente la mia pratica. Se invece mi mettessi ad ascoltarlo potrei vomitargli in faccia la cena di ieri sera che devo ancora digerire.

“E’ che lui non vuole arrendersi all’età e tenta di farsi tutte le “badone” dell’est che trovo per dargli una mano”

Gli sparo un sorriso più falso di una moneta da tre euro.

“Eh si è un problemone. Capisco.”

«A volte penso che sia un vero mostro. Sul serio eh. Una volta però era diverso. Era tutto diverso!”

Mi arrendo. Basta. Mi vuoi qualunquista?

Sarò il tuo qualunquista preferito:

“Eh si” gli faccio “si stava meglio quando si stava peggio.”

“Eh già, i giovani di oggi non hanno più valori di una volta. Quelli come noi rispettano i genitori e gli anziani. Mica loro.””

“Proprio così. E questi politici prima o poi ci uccideranno tutti”.

“Quanto è vero ciò che dice. Poi adesso qualche genio ha pure inventato  i cibi biologici. Ma che cazzo sono questi cibi biologici?”

“Prima la pecora clonizzata adesso i cibi biologici.”

“Bene, vedo che ci intendiamo, come posso aiutarla?”

Ora. Io non so se è stato questo scambio di opinioni “profonde”  a dargli carburante, ma il tipo si è messo “di buzzo buono”  e si è sbattuto oltre misura per aiutarmi a risolvere il problema che mi aveva portato fin là. Per tutto questo mi sono sentito in dovere di ringraziarlo come si deve, nella lingua che egli sembrava parlare meglio.

“Grazie davvero. Ma non sente che caldo? E’ proprio vero, non ci sono più le mezze stagioni”

“Dovere. Eh si. E’ come dice lei. E mi raccomando si faccia forza che questa crisi è peggiore di quella del 29″

“Per me è colpa dei cinesi”

“Oh anche io la penso così. E poi cucinano anche i gatti”

“E non muoiono mai”

“Oh ma la pensa proprio come me, su ogni cosa eh?”

“Eh si”

“Bene signor Masticone, auguri e figli maschi. Femmine non ne faccia, perchè sono tutte zoccole”.

Ecco, brutto stronzo, questa non dovevi dirla.

Hai rovinato tutto.

E io che stavo per cominciare a pensare che anche tu fossi un sapiens-sapiens.

                           

La mia piccola goccia

Mio padre era un duro.

Un cazzo di duro con tutti, ma con me in modo particolare.

Non me l’ha mai detto, ma il sospetto che fossi il frutto di una scopata adulterina di mia madre, deve essergli venuto in mente più di una volta. In fondo come dargli torto? Eravamo così dannatamente diversi. Lui, il re della superficie, io che invece ho sempre sentito dolore per cose che alcuni esseri umani nemmeno si accorgono di fare. Lui essenziale e minimalista, io ridondante e spesso eccessivo.

Per tutte questo non abbiamo mai parlato tanto. Una specie di muro di Berlino o di Gerusalemme impediva la comunicazione.

Poco prima di andarsene però, sentì la necessità di raccontarmi una storiella che doveva aver letto su qualche giornalaccio preso dal tavolo del barbiere oppure su una Selezione del Reader’s Digest che a lui piaceva tanto.

Non so dirlo meglio, ma l’ho interpretato come una specie di testamento. Il suo modo per dirmi addio.

Più o meno, largo circa, faceva così:

Tanto tempo fa, durante un temporale, un fulmine incendiò la Savana. Le fiamme si svilupparono altissime e tutti gli animali della foresta scapparono via terrorizzati. A un certo punto un elefante vide una coccinella portare tra le mani una goccia d’acqua e dirigersi verso le fiamme. Gli si parò davanti con tutta la sua mole e le chiese:

“Dove stai andando coccinella?” E lei rispose:

“Sto andando a spegnere l’incendio.”

L’elefante sgranò gli occhi e le domandò perplesso:

“Con quella gocciolina???”

E lei:

“Faccio la mia parte.”

Avevo rimosso il tutto fino a quando, per un bizzarro scherzo del cervello mi è tornata in mente. E’ strano. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. Anche se a volte lo fa in modi che tu non ti aspetti. Che voglio dire? Non lo so. Davvero. Sono solo un tipo curioso con problemi che se uno psicologo si mettesse a lavorare bene su di me finirebbe lui per diventare pazzo. Ad esempio io vivo dei momenti in cui ho desiderio di avere dei super poteri. Parlo sul serio. Non scherzo. Lo so. Sono strano. L’ho appena detto. Dimostro di essere ancora infantile e molto bambino, ma, onestamente, ammetto che più che fantasie erotiche della serie “o famo strano” ne ho alcune in cui sono il salvatore dell’umanità. Mr.Fantastic è il mio mito, ma pure Batman o Iron Man non sono da meno. E subisco persino il fascino maledetto di Magneto. E tanto per chiarire a tutti in che dannato blog  siete finiti, come Troisi nel film  “Ricomincio da tre”, ogni tanto cerco di spostare un vaso con il pensiero convinto che, se ci riuscissi, potrei risolvere tutti i problemi della mia vita. Fake it ’till you make it, dicono gli americani. E io continuo a far finta di riuscirci fino a quando non ci riuscirò davvero.

Sabato stavo passeggiando  sulle mura di Lucca con il cagno e mia figlia grande, Virginia. Eravamo in un momento in cui ognuno pensava ai fatti suoi. Non so indovinare che cosa passasse nella testa di lei, ma so benissimo che io stavo rimuginando sul fatto che essere un apprendista super eroe non è per niente fico. Insomma stavo cercando una spiegazione logica sul perchè diavolo, nonostante mi ci applichi oramai da quasi quattro decadi, quando urlo “Fiamma” non mi si accende ancora la mano destra.

All’improvviso, vicino al baluardo di San Colombano vedo su una panchina un uomo sui trent’anni, dai tratti asiatici che sta piangendo come una fontana. E’ chiaro, dal suo aspetto e dalla sua puzza che deve aver passato qualche giorno “per strada”. Di per se vedere un uomo che piange a me fa stringere il cuore, ma il notare che nessuno dei tanti a passeggio si fermasse per consolarlo mi stava provocando dolore. C’erano un sacco di miei concittadini intenti a correre o ad andare sui roller blade o in bici e pure tanti turisti con le loro belle guide in mano a rimirare le bellezze di una cittadina stupenda, ma nessuno che vedeva quell’uomo che a me pareva disperato.

E io mi sono sentito fuori posto.

Non era più la mia città o la terra che ho sempre amato. E non c’era alcun che di meraviglioso nel passare davanti a un uomo che piange facendo finta di niente. Non c’era alcuna passione, quella che voglio trasmettere come fosse un contagio a mia figlia. Ho sentito freddo e la paura più grande è stata che l’avvertisse anche Virginia. E ho avvertito un’inspiegabile e disperata voglia di aiutare quell’uomo. Voglia di sedermi accanto a lui e parlarci.

E così abbiamo fatto.

Cholsu, così si chiama, mi racconta allora, in un dialetto anglo-italo-coreano particolare, una storia assurda ma allo stesso tempo banale che può essere riassunta in poche battute. Coreano di una qualche cittadina che non ho mica capito bene dov’è, incontra un’italiana laggiù per lavoro, si innamorano e lui la segue qua quando lei ritorna a casa base. Vivono per un po’ assieme, poi lei si stufa come molti fanno con i cani e lo butta fuori di casa. E lui si è ritrovato all’improvviso senza quattrini per strada in una terra all’altro capo del mondo, paralizzato, senza avere un’idea sul come uscire da quella situazione.

E francamente pure io non sapevo proprio che diavolo fare.

Ho pensato allora saggio attivare l’unico super potere che, almeno al momento, so di avere: lo spara cazzate a raffica, di serie, incorporato, grazie a un maledetto cromosoma sbagliato che è presente nel mio acido desossiribonucleico. Mi sono così fatto dare il numero della sua (ex) donna, Anna e l’ho chiamata. Senza una strategia o una connessione causa effetto che potesse reggere un normale contraddittorio. Senza niente. In altre parole con pochissima qualità, ma tanta gamba. Anzi voce. Perchè l’ho tenuta al telefono per quasi due ore. Come so instillare i sensi di colpa io, nessuno mai. Anzi no. La mia ex era meglio e da lei, va detto, ho imparato dalla campionessa mondiale pluridecorata. Occorre ammettere anche che, Anna, consapevole della sua malefatta, sembrava colpita dalla mia telefonata e sentivo che stava per cedere al mio fascino perverso anche se una voce cattiva in sottofondo le urlava di chiudere la chiamata. Riesco a capire che è del suo nuovo fidanzato fiorentino che è poi quello che le ha imposto di cacciare di casa Cholso, che non voleva sapere di mollarla.  Anna però non chiude la telefonata e così, alla fine, stressata, riesco ad abbindolarla bene e la costringo ad ammettere che farà la sua parte nell’aiutare soprattutto economicamente Cholsu a tornare a casa sua. Mette però dei paletti rigidi che non riesco a estirpare. Dice che farà ciò che deve, ma solo dopo che il suo nuovo fidanzato se ne sarà tornato a Firenze e che quindi fino a domenica sera non può riprendersi Cholso in casa. Dice che fino ad allora avrei dovuto pensarci io.

Io?

E che cazzo c’entro io?

E a quel punto le parti si sono invertite ed è stata lei a farmi sentire in colpa per tutte le volte che non ho mai dato una mano a qualcuno. E mi sa che quella grandissima stronza della mia ex deve averle dato lezioni private a mia insaputa.

Quando, distrutto nel fisico e nel morale sono tornato alla panchina da dove mi ero allontanato per la telefonata trovo che Virginia e il cagno sono già soggiogati dal coreano e pendono dalle sue labbra. E la cosa mi da un po’ di fastidio.

Ma no, dai. Perchè mentire?

Mi ha davvero rotto i coglioni.

Avrei voluto dire a mia figlia “Guarda cretina che questo il cagno se lo cuoce al barbecue e se lo magna alla faccia tua…” . Però taccio. Non avevo nessuna voglia di aprire un nuovo fronte di guerra di trincea. E decido lo stesso di portarlo a casa mia, offrirgli il pranzo, fargli fare una doccia per ripulirsi e per una notte avrebbe dormito sul divano.

E là è cominciata la mia piccola, personalissima, via Crucis.

Inutile entrare nel dettaglio di piccole, sordide, quisquilie di bottega. Dico solo che è stato difficile. Molto difficile. Ecco. Di fronte al simposio di una riunione familiare allargata per festeggiare il compleanno della sorella della donna di mio fratello con presenza di figli,  cugini e con loro anche mariti e mogli attuali e passate dare spiegazioni.

Che palle dare spiegazioni.

Doversi giustificare a cinquant’anni è una cosa che non auguro a nessuno.

L’obiezioni principale di tutti può sintetizzarsi nella domanda basica, latente, in ogni loro affermazione: “Ma tu, caro Masty, i cazzi tuoi mai eh?”

La verità però è che, in fondo, io credo davvero che i veri super poteri sono soprattutto dentro i piccoli gesti per gli altri. In questo periodo di alluvioni e di case immerse dal fango il nostro essere super eroi sta nel semplice prendere una pala e spalare del fango, nell’abbracciare un anziano in lacrime per aver perso tutto, nel donare un sorriso con un pasto caldo.

Per usare una metafora calcistica, ho raggiunto la consapevolezza che è inutile urlare e sbraitare slogan contro qualcosa o qualcuno. Insultare l’arbitro o i giocatori. Io sarò sempre uno di quelli che per contestare aspetterà la fine della partita. Non sono un tifoso sempre presente in ogni dove. Sono semplicemente uno che cerca di fare la sua parte. Ecco, forse sabato ho capito in modo definitivo cosa prevede il mio copione e quale sia il mio posto in curva. Quella della vita intendo. Ho capito che, accidenti, non diventerò mai un personaggio della Marvel, ma sarò sempre uno di quelli che non abbandonerà il  proprio ideale e farà ad esso un atto di totale abbandono.

Non ho la presunzione di essere nel giusto. Semplicemente prendo atto che è la mia natura e che è il mio contributo per spegnere l’incendio.

La mia piccola goccia.

Nient’altro che la mia piccola goccia.

 

 

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PS.: stamattina mi ha chiamato Anna per dirmi che grazie a me ha capito di essere ancora innamorata di Cholsu e ha mollato il fiorentino.

PPS: Grazie a me????????

PPPS: Cholso le ha detto che sono stati tutti molti carini con lui e che si è sentito a casa sua.

PPPPS: Cholso, listen to me carefully, impara meglio l’itagliano, dai retta…!!!!!!

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Aspettando Godo

Ci sono persone che aspettano la grande occasione da tutta la vita.

E’ inutile negarlo, nessuno si rassegna al fatto che la propria vita sia “tutta qui”. Nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro. Tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose inutili di cui potresti benissimo fare a meno. O nei giardinetti sotto casa quando inizia la primavera. Che sia fare la spesa il week-end e pulire la casa ogni tanto per ricordarsi che dobbiamo aver rispetto di noi stessi. Organizzare le vacanze o aspettare il Natale per rivedere qualche parente. O portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango. E poi cenare. Sempre verso le otto. E riuscire a leggere solo qualche pagina del libro che tieni sul comodino perchè poi crolli di stanchezza.

Nessuno, davvero, abdica al sogno di immaginarsi come Ambrogio Fogar o Giovanni Soldini. Di immaginare di vedere la vetta dell’Everest dal campo Base e di pensare che domani mattina siederà sul tetto del mondo. O scoprire la cura per il cancro. O di essere come Bruce Springsteen sul palco assieme alla E Street band. Nessuno, ci scommetto qualsiasi cosa, decide che NON vuole vincere alla lotteria Italia o al super enalotto e diventare ricco sfondato da non doversi più preoccupare di niente se non di fare attività da mecenate o di filantropia o scegliere a quale ente benefico fare donazioni.

Nessuno pensa che tutto va bene così com’è e i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Nessuno crede davvero che il senso della vita sia nei premi che puoi avere con i punti dell’Esselunga.

Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la sua grande occasione sembrava lì, a portata di mano. Qualcosa tipo una telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film che diventerà premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati per essere scelto come attore principale. Oppure una lettera in cui una grande casa editrice ti dice che sta valutando il tuo lavoro che promette bene ma ancora non è ancora detta l’ultima parola. O il notaio che apre il testamento dello zio ricco d’America che non si sa a chi ha lasciato l’attico sulla quinta avenue a New York. O la visita di un famoso critico d’arte a una minuscola galleria dove sei riuscito a esporre il quadro di cui vai più fiero. O il provino per i pulcini del Real Madrid.

Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui qualcosa di magico accadrà. Qualsiasi cosa. Un imprevisto. Qualcosa di speciale. Memorabile. Qualcosa da poter raccontare e di cui vantarsi. Una cosa di importante e di bello. Qualcosa che di solito non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

“…non perdiamo tempo in chiacchiere vane Estragone, facciamo qualcosa mentre l’occasione si presenta. Non succede tutti i giorni che qualcuno abbia bisogno di noi. A dire il vero non è che abbia bisogno precisamente di noi. Chiunque altro andrebbe bene per lui, se non forse meglio. L’invocazione che abbiamo sentito è rivolta piuttosto all’intera umanità. Ma qui, in questo momento, l’umanità siamo noi. Che ci piaccia oppure no. Approfittiamone prima che sia troppo tardi. Rappresentiamo degnamente una volta tanto quella sporca razza in cui ci ha cacciato la sfortuna. Che ne dici Estragone? E’ pur vero d’altra parte che soppesando a braccia incrociate il pro e il contro facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre  si precipita in aiuto dei suoi congeneri senza la minima esitazione, oppure scappa nel folto della foresta. Ma non è questo il punto. Che stiamo a fare qui? Ecco quello che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo. Si. In questa immensa confusione una cosa sola è chiara. Noi aspettiamo che venga Godot…”

Anche io ho aspettato la mia occasione a lungo.

Poi un giorno ho smesso.

Per stanchezza.

Quell’occasione, proprio come Godot, non è mai arrivata.

Trenta anni fa avevo vent’anni e come tutti i ventenni credevo di avere il mondo in mano. Poi intorno ai trentacinque ho capito che dovevo iniziare a muovermi se volevo ottenere qualcosa. E ci ho provato davvero. Ho mollato un posto sicuro, al riparo da tutto ciò che sta capitando in questi anni. Un posto fisso. Un gran bel posto fisso. Di prestigio. Quello per cui la gente, ancora oggi, venderebbe la propria madre per poterlo avere. La mia invece era così orgogliosa di me che non faceva altro che vantarsi con tutti del brillante figlio e, quindi, non capì affatto il perché egli, impazzito, avesse deciso di licenziarsi. Pure in tronco, pagando per andare via per mancanza di preavviso.

E tutto solo per poter cercare la sua occasione.

Tra i quaranta e i cinquanta ero convinto di avercela fatta. Non avevo colto nessuna occasione vera perché sentivo di essermene creata una con le mie mani.

Poi le cose hanno iniziato ad andare male. Non solo per me, ma per tutti. Con la crisi, una parola che copre sciagure inimmaginabili, ho dovuto licenziare le persone che lavoravano per me. Non sono stato più in grado di pagare il mutuo. Ho preso una casa in affitto. La vita continua ad avere i suoi normali alti e bassi ma, adesso, a cinquant’anni compiuti il mese scorso ho capito chiaramente che ho perso la mia occasione. Anzi, ho capito che tutta la mia generazione l’ha persa. E non so di chi sia la colpa. Non lo so davvero. E non è nemmeno importante saperlo.

L’unica cosa che conta è che, di fatto, sono invecchiato e non me ne sono nemmeno accorto.

Non so quale sia la grande occasione che sarebbe potuta arrivare. Forse, narcisista come sono, aspettavo che mi sarebbe capitata la fama. La gloria. Invece sono rimasto un signor Nessuno. Uno dei tanti. Perchè, ho dovuto ammettere, che di talenti da spendere non ne avevo poì molti. Mi ero semplicemente sopravvalutato.

Stamattina però, quando Caterina mi ha dato un bacio davanti alla scuola dove ho accompagnato lei e le sorelle e mi ha detto “Grazie babbo di essere qua!” mi sono commosso.

Ho fatto finta di niente, scherzando come faccio sempre quando sono in difficoltà. E mi sono messo a guardarle mentre entravano felice dentro la scuola. Raggianti come possono essere i bambini a quell’età.

E ho sorriso.

E ho pensato che si, in fondo in fondo, è andata bene lo stesso.

No regrets.

Ci penserò su

Quando Adele mi ha chiamato per farmi gli auguri di compleanno ero rimasto sorpreso. Per quanto ci leghi una profonda conoscenza risalente oramai alla notte dei tempi, ci frequentiamo sempre meno. Adesso vive a Roma. Zitellona incallita e impenitente, per scelta adora circondarsi di almeno un paio di amanti che sceglie a turno, tra tutti coloro che godono nell’essere soggiogati da donne che sanno come trattare menti inferiori. Toy boys e nient’altro. Ogni tanto, per cambiare, si fa qualche sposato, ma, in genere, preferisce evitarli, non tanto per motivi etici quanto perché, dice lei, la gran parte di essi vivono sensi di colpa molto forti che le rovinano il piacere della storia.

Io e Adele, non abbiamo mai fatto sesso assieme, nè avuto alcuna storia. Era come se avessimo sempre saputo sin da ragazzi che, se ciò fosse successo, ci saremmo distrutti l’un l’altra.  Troppo cervellotici e allo stesso tempo decerebrati per non resistere al richiamo della foresta che impone la difesa del proprio territorio da essere potenzialmente minacciante. A onor del vero, se vogliamo essere onesti, lei ha sempre avuto qualcosa più di me. Un centinaio di grammi di cervello in più che erano sempre stati evidenti a entrambi. Più o meno la stessa differenza che passa tra un Freccia Rossa e un normale Intercity. Lei, insomma, è sempre arrivata prima di me e, spesso, pure in posti che mi sono vietati. Con grande classe non mi ha mai fatto pesare la sua natura. E’ quel tipo di donna alfa che ha rispetto di coloro che riconoscono la sua supremazia. Il secolo scorso facemmo un patto d’onore: mai inutili e pericolosi coinvolgimenti erotico-sentimentali. In cambio libertà assoluta nell’amicizia. E, lo confesso, avere un amica di sesso opposto con cui poter parlare a certi livelli, di cose difficili da affrontare anche con se stessi è assolutamente priceless. Abbiamo così affrontato il nostro torbido più torbido, paure incluse, le crisi e le angosce, con la consapevolezza che l’ altro avrebbe aiutato e capito. Abbiamo condiviso alcune battaglie sociali in cui credevamo e contemporaneamente siamo stati molti vicini l’uno all’altra in momenti drammatici di interruzioni di gravidanza o di tradimenti che spaccavano il cuore raccontandoci di tutto. Perfino cose che avremmo avuto difficoltà ad ammettere alla nostra stessa coscienza. Un legame che è’ passato sopra molti uomini e molte donne che sono sparite nel buio e con esse anche tante paure e seghe mentali.

Poi un giorno e’ sparita anche Adele. Non le ho chiesto niente. Faceva parte dei patti. Credo che semplicemente non le andasse più  Qualcosa che suonava come “ok e’ stato bello, ma adesso basta”. La navicella che andava sulla luna ha staccato me, il pezzo a cui era proibito allunare, ed è partita alla conquista dello spazio.

L’ho seguita da lontano. Con amore. L’amore puro intendo. E ho sofferto nel rendermi conto che ha patito la crisi di Apollo 13. Deve essere stato tremendo poter vedere la meta a un passo e non poterla toccare. Laureata in storia è finita a fare la sistemista in Hewlett Packard. Il mondo talvolta è proprio una merda.

Sentirla al telefono, in modo inaspettato, mi ha fatto sorridere. Era bello riaverla accanto dopo tanto tempo, anche se, conoscendola, sapevo che ci doveva essere dell’altro sotto. Come suo solito e’ andata subito al punto:

“Il giorno di questo tuo compleanno sarà ricordato non solo per il “milestone” che hai raggiunto ma anche perchè hanno eletto Papa Francesco…”

fa una pausa, studiata, poi aggiunge “….e perchè mi sono laureata pure in Psicologia.”

Me l’ha detto così. Come una bulimica vomita una cena che proprio non riesce a metabolizzare.

Non voleva spararmi in faccia la sua superiorità. Non cercava di farmi sentire una merda perchè io la seconda laurea non la prenderò mai. Aveva bisogno di condividere con qualcuno che “capisse” la gran cosa che aveva fatto. Che capisse davvero intendo. In un flash di qualche secondo mi sono immaginato i suoi amanti belli e fichi e ricchi che la guardavano facendole i complimenti senza comprendere la grandezza di ciò che aveva davvero compiuto. O i suoi attuali amici che le offrivano da bere dandosi di gomito come a dirsi “è solo una pazzoide”. Un po’ come se Pietro Mennea poco prima di morire avesse detto ai suoi amici che era in grado ancora di fare i 100 metri in 11 secondi e tre e che con quel tempo si sarebbe potuto qualificare ancora a 60 anni alle Olimpiadi. Quelle vere. Una specie di miracolo sportivo di cui solo Valery Borzov avrebbe potuto comprenderne l’immenso valore e significato. Una laureata in Storia, che finisce a fare la sistemista per una multinazionale del cazzo e trova il tempo e la voglia e la forza di studiare ancora non si sa bene come e dove e prendersi una laurea di 5 anni in Psicologia. Un mito assoluto. Io potevo capirlo. Io si. Lei lo sapeva. Io che come lei avevo avuto per un po’ di tempo ambizioni da seconda laurea e che mi ero iscritto a Scienze Politiche dove mi hanno abbonato metà degli esami per il precedente corso di laurea e che dopo averne dato soltanto uno ho mollato perchè ho capito che non ce l’avei mai fatta, pena smettere di vivere. Il mio cervello semplicemente si era rifiutato di farlo. Mi aveva scritto una mail in cui mi diceva che a 20 anni era molto agile e scattante ma che se avessi voluto spremerlo ancora dovevo chiudere una marea di altre applicazioni che invece amavo tenere aperte. E a me non andava affatto.

Ad Adele invece non hanno abbonato niente eppure ce la fatta lo stesso. E il giorno del mio compleanno voleva condividere quella cosa. Con me. Sapeva che ero invidioso di lei, ma lo ero in un modo sano. Insomma la ammiravo in modo profondo. E così non solo l’ho riempita di complimenti, com’era giusto che sia, ma le ho dato soddisfazione chiedendole ogni cosa. Perchè sapevo che era ciò che desiderava. Uno arriva in cima all’Everest e vuole raccontare che cosa ha provato. Le sue paure e insicurezze e i piccoli momenti di gioia. Insomma tutto dai. In genere la gente, quando parli di cose così grandi e che per te hanno un valore immenso si limita a dire “Ah si brava. Ganzo. A proposito hai sentito l’ultima? lo sai che Bersani forse si dimette?”. Tutti sempre pronti a passare ad altro. Nessuno davvero interessato alla magia che hai fatto.

E così sono stato un’ora al telefono con lei che mi ha raccontato di ogni cosa. Con passione e amore e dolcezza e amarezza e tutto il resto.

Alla fine le viene il dubbio che forse ha esagerato.

“Senti scusami sai. Non volevo mica offendere la tua sensibilità…”

“Ma che scherzi? Figurati l’ho capito. Fino a là ancora ci arrivo.”

“Grazie, sapevo che tu avresti capito. Almeno tu…”

Mentre stavo per risponderle qualcosa di divertente mi spiazza e mi chiede:

“Senti, ma secondo te abbiamo fatto una cazzata?”

“Pardon?”

“Insomma, secondo te avrebbe potuto funzionare tra noi?”

Aveva la voce incrinata. Lo sentivo. Doveva essere terribilmente a terra. Il giorno della sua seconda laurea Adele era a terra.

“No. Cazzo. Non poteva funzionare. Lo sai benissimo. Avremmo scopato un paio di volte. Pure male perchè sei dominante e non mi piace e ci saremmo persi tutto il resto. Tutto questo. Credimi, abbiamo fatto la cosa giusta.”

“Sei sicuro? E’ solo che mi ritrovo qua oggi sola con un cazzo di pezzo di carta e l’unico che posso chiamare per condividere questa cosa davvero sei te…E’ triste ammettilo”

“Adè, porca troia, sono Masty.  Te lo ricordi?”

“Si certo.”

“Hai scelto una vita che dà soddisfazioni diverse da quelle che in questo momento stai anelando…”

“Sto anelando? Come cazzo parli? Finchè non prendi la seconda laurea non ti azzardare a parlarmi a questo modo sai?”

Ci siamo messi a ridere, abbiamo cazzeggiato un po’ e poi ci siamo salutati.

Avevo rimosso la cosa fino a questa mattina.

Mi ha chiamato di nuovo e quando ho visto il suo numero apparire sul display mi sono preoccupato non poco. Sono passati una decina di giorni dal mio compleanno e mi era venuto il dubbio che fosse ancora nel “Mode – Paturnie” e mi sono preparato mentalmente a subire la forza delle sue argomentazioni romantiche. In realtà sono bastati pochi istanti per capire che era tornata lei.

“Masty, ti ho chiamato per scusarmi dell’altra volta.”

“Figurati, non dovevi”

“Si invece. Ho avuto un momento di debolezza. Un paio dei miei toys mi ha mollato per donne più giovani….”

“Coglioni….”

“Eh già. Sono stata male un po’, come hai visto. Ma adesso mi sento molto meglio grazie a una cosa che ho appena scoperto. E’ fichissima e la devi assolutamente provare anche te.”

“Addirittura….” le ho detto a prenderla in giro. A lei non è sfuggito il mio sarcasmo.

“Senti, fava, devo ricordarti che tu arrivi sempre dopo di me? Non è mai successo il contrario. Quindi non fare il superiore sai?”

“Ok, ok, dimmi dai, sono tutt’orecchi”  le ho risposto remissivo.

“Ecco, bravo, così già mi piaci di più. Allora senti, ho appena aperto un Blog. Hai capito bene? un Blog.”

“Apperò…”

“Lo so. Tu non puoi capì”

“In effetti…”

“Si, si, mi si è aperto un mondo incredibile. Fatto di poesia e merda, di pazzia e intelligenze particolari, di armonia assurda e di caos cosmico. Ti ci voglio dentro. Non è negoziabile. Lo so, adesso ti sembra strano. Penserai che ho ripreso a drogarmi e cose simili, ma credimi sulla parola, quando succederà mi darai ragione”.

Non ho risposto subito.

Ho pensato che siamo sempre stati iper sinceri l’uno con l’altra. Di quella sincerità che però, a volte, fa male. Negli anni si è creato questo paradigma tra noi per cui lei è sempre avanti a me e se solo le avessi detto la verità avrei incrinato le sue micro certezze. E ho pensato anche che dovevo qualcosa alla nostra storia e al suo genio e comunque un Presentat arm alla sua seconda laurea. Quindi mi sono limitato a dirle:

“Va bene Adele, prometto che ci penserò su…”

La mia donna e il mio uomo

Dimmi la verità, come ti senti?

Non è forse come se stessi rotolando via così velocemente da non riuscire a fermare le ruote?  Non restarci troppo male, non sei la sola che sta cercando di farlo. Con tutti gli altri intorno che sgomitando cercano la loro strada si finisce pure per inciampare e farsi inutilmente del male. Ci si alza, allora, e con grazia si puliscono le ginocchia e si ricomincia a camminare perchè, al netto di tutte le speculazione filosofiche sulla vita, sai che cosa  si può davvero dire su di essa? Proprio niente. Occorre solo andare avanti cercando di aiutare la razza umana a sopravvivere anche a se stessa, fino a quando Lui non deciderà di spengere la luce e torneremo a essere polvere di stelle. E, per quanto sembri a volte, tutto inutile ,non c’è davvero nient’altro che possiamo fare.

Nessun uomo è riuscito a capire come risolvere gli enigmi che ci torturano l’anima e che ci fanno perdere occasioni importanti. Uniche. Nessuno fino a quando non si è ben al di là del dolore.

Così, se tu ti svegliassi di notte vittima di un brutto sogno e non mi trovassi accanto a te e, per una frazione di secondo, non ti ricordassi dove sei, basta che tu apra la finestra e ritorni indietro con la memoria, su quella spiaggia delle donne, con il mare grosso di notte dove abbiamo contato ogni stella cadente. Perchè vedi, io credo che ci sia una luce che brilla su di te e che ti illuminerà per sempre e, anche se non posso garantire che non c’è niente di spaventoso nascosto sotto il letto, ti prometto che finchè ci sarò io, farò la guardia affinchè l’orrore non ti trovi.

Una volta ho conosciuto un uomo, molto talentuoso che aveva un grande cuore. Proprio come te. Lui parlava alla gente e le persone che lo ascoltavano piangevano perchè capivano che le sue parole venivano da dentro la sua anima. La pancia lo guidava e tutti potevano sentirlo dalla  sua voce e vederlo nei suoi occhi. E così ha viaggiato tanto, toccando il  cuore di tutti coloro che ha incontrato facendo fiorire ogni cosa che incontrava, prendendo sempre molto meno di quel che donava, fin quando è stato richiamato a casa. Polvere di stelle.

Il mio uomo ce l’ha fatta.

E ‘andato molto al di là del dolore.

E noi,  a cui è toccato rimanere qua, continuiamo invece a vivere e a ridere come prima, come se niente fosse successo.

Io, Anna staccato Lisa, mia nonna e Kurt Vonnegut

Capita a volte che mentre sei impegnato a sparare cazzate o a fare il bagno nelle tue paturnie e nei tuoi piccoli, grandi, drammi giornalieri, qualcosa ti prenda e ti porti via. Schiaffeggiandoti prima, per farti svegliare dal torpore in cui sei caduto e poi facendoti fare un percorso obbligato dove piano piano riprendi coscienza di cose che già sapevi ma che spesso, troppo spesso dimentichi.

Capita cioè che una blogger (Wolkerina) venga a trovarti e ti parli di tutt’altro (Salone del Libro) e ti apra a un mondo che non conoscevi (i malati di cancro).

Cioè si, li conosci. Per sentito dire. Ho pure delle amici che ci sono cascati dentro. Penso a Freedom ma anche a Alter Logos che spesso viene qua a trovarmi. Ma, per quanto voglia raccontarmela, non sono per niente certo di capire minimamente cosa gli ruga dentro l’anima a queste persone. E capita anche che attraverso Wolkerina faccia la conoscenza di una ragazza che amava firmarsi Anna staccato Lisa perché tutti in passato sbagliavano con il suo nome.

Ho detto amava.

Già. Perchè il 4 ottobre dell’anno scorso Anna staccato Lisa è morta.

Non so dire perchè, ma ho passato gli ultimi giorni a rileggermi tutto il suo blog (http://annastaccatolisa1.wordpress.com/) con la gioia di fare la sua conoscenza e la tristezza di averla  irrimediabilmente perduta. Ho pianto e ho sorriso e ho tifato per lei e ho gioito e sofferto con lei. Era, è, come se non se ne fosse mai andata e fosse ancora qua. Curioso diventare amici di una persona che non esiste più. Non nella dimensione di mondo che conosciamo almeno.

Era una donna giovane, attaccata alla vita. Voleva fare tante cose. Sognava un bed & breakfast tutto suo e una fattoria con due asinelli, due caprette, due maiali, due mucche, due papere, due pappagalli, due pecorine, due conigli, due cinghiali, tante galline, tanti gatti, due cani e tante, tantissime api.

Era attaccata alla vita. E aveva ragione.

Ora, io non mi capisco. Davvero, giuro che non ce la faccio. Pochissimi neurochirurghi al mondo forse ci riuscirebbero, ma, fatto sta, che Anna staccato Lisa mi ha fatto ricordare mia nonna. Ero poco più che un ragazzo e lei invece era nel suo letto di morte e, al tempo, a me sembrava vecchissima. Si lamentava in continuazione e ricordo che un giorno la mamma, stufa di sentirla discorrere a quel modo le disse di smetterla. Le disse che la sua vita lei l’aveva vissuta e che in fondo c’era chi stava molto peggio di lei senza avere una speranza di vita nonostante fosse ancora molto giovane e che non aveva diritto di lamentarsi troppo a quel modo.

La nonna allora stupì tutti e si sollevò sul letto e rispose, ricordo ancora, in modo fermo e deciso:

“Che cosa c’entrano l’età e la vita, la percezione che ognuno di noi ha della propria malattia e della propria sofferenza è totale e non lascia spazio per considerare quella di un altro. Non può essere paragonata da un individuo a un individuo.”

Poi mi guardò e sorridendo amaramente aggiunse:

“La voglia di vivere è identica a 14 anni come a 80.”

E aveva ragione lei. Ora lo so. Perchè solo per il fatto che uno ha 80 anni deve rinunciare ad avere la speranza di una vita lunga e senza sofferenza? Una persona a 80 anni può avere ancora una straripante voglia di vivere.

E di nuovo la mia testa è presa a vagare. Così senza costrutto. E mi sono ricordato che ognuno di noi quando nasce ha un’aspettativa di vita. Secondo l’Istat e quindi per il sistema pensionistico e assicurativo italiano è di 79 anni per gli uomini e 84 per le donne. E fare il conto è stato facile. A me restano 30 anni di vita. In altre parole un cazzo di niente. O poco più. Ricordo ancora com’ero 30 anni fa. 30 anni fa ho fatto la maturità e a me sembra appena ieri l’altro. E alcuni dei miei compagni di allora se ne sono già andati. Questo vuol dire che tra un paio di giorni sarò a 79 anni e anche io dirò tanti saluti al mondo.

E allora ho ripensato a Anna staccato Lisa e pure a mia nonna e ho fatto la lista delle cose che vorrei fare nel tempo che ancora mi è dato, teoricamente, di vivere.

Vorrei farci entrare un viaggio in Islanda, uno in Australia e uno in Polinesia. Vorrei suonare in un concerto davanti a tante persone. In 30 anni ci stanno a malapena sette campionati mondiali di calcio e forse è anche possibile che riesca a vederne vincere un altro all’Italia. Non credo però di avere alcuna possibilità di vedere la Fiorentina vincere il terzo scudetto.  Vorrei incontrare tutti quegli amici che non ho mai trovato e che so essere là fuori a cercarsi l’un l’altro. Vorrei imparare un po’ di più e dimenticare un po’ di meno. Vorrei non smettere di pensare che in fondo un motivo per andare avanti c’è sempre. E ricordarmi aveva ragione mia nonna, che per vivere degnamente e con speranze non occorre guardare l’età, che la vita non invecchia mai. Posso riempirli di cose buone, questi 30 anni che mi rimangono davanti, ma posso anche buttarli via, ma spero proprio di non farlo. Anzi nei prossimi 30 anni smetto pure di essere un ipocondriaco.

Poi stamattina, di nuovo la mia testa ha ricominciato a dare i numeri. E ripensando a Anna staccato Lisa e a mia nonna, mi è tornato in mente un genio. Un uomo che ho tanto amato. Uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi Kurt Vonnegut. E mi sono ricordato di un famosissimo discorso che lui ha tenuto all’Università di Syracuse quando aveva 85 anni a dei giovani che si stavano per laureare e ho deciso di postarlo. Ben sapendo che forse è una leggenda metropolitana (si dice infatti che non sia suo ma erroneamente attribuitogli, ma chi se ne frega, a me piace pensare che sia invece proprio suo) e che da esso è stato tratto il monologo finale del film Big Kaluha.

Su una cosa però sono certo. Che a parte qualche evidente e giusta banalità inserita dentro, sia Anna staccato Lisa che mia nonna sarebbero stati d’accordo con esso e che avrebbe dato loro qualche momento di felicità e che spero lo diano a chiunque lo rilegga.

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Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole!
 
Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza.
Comunque eccoli.
 Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza.
Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!
 Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.
 I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.
 Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.
 Cantate.
 Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.
 E non perdete il vostro tempo con la gelosia.
 Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.
 Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.
 Conservate le vecchie lettere d’amore.
 Gettate via i vecchi estratti conto.
 Stiratevi spesso!
 Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso.
Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!
 Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.
 In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.
 Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.
 Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.
 Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.
 Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.
 Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!
 Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.
 Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.
 Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.
 Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.
Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.
 Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.
 Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.
 Ah!
Rispettate i vostri genitori.
 Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.
 Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!
 E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene.
Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva.
 
E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!”

La perfezione (o della bellezza)

Che cosa è la perfezione?

Quante persone illustri nei secoli si sono fatte questa domanda.

Tralasciando i discorsi religiosi che portano su inevitabilmente  al “Boss” (che ebbe due figli Gesù e Bruce che ne ha poi preso il nickname), nessuno ha mai dato la soluzione ultima finale.

Qualcuno ha sostenuto che la perfezione non è essere perfetto ma tendere continuamente a essa (Fichte). Qualcuno altro ha detto che la forma dell’uovo rappresenta di per sè la perfezione sia nella forma che nella funzione. E c’è anche chi ha detto che “Io sono nessuno. E nessuno è perfetto!” (Alfredo Accatino)

A me invece ha sempre attratto l’idea della perfezione dell’uovo perchè se ci pensate bene, lui, l’uovo intendo, è fatto dall’essere più demente che c’è sulla terra. La gallina.

In altre parole la perfezione viene fuori dal culo dell’essere più demente dell’universo. Questa cosa l’ho sempre trovata di una bellezza sconcertante e, quindi, terribilmente attraente alle mie orecchie. Per anni ho cercato di provare a dimostrare scientificamente questo assioma e, dopo tanti fallimenti forse, ieri sera, sono giunto a un punto di svolta nella mia ricerca.

Sono andato con le mie figlie a trovare una famiglia che ha un bimbo autistico, compagno di scuola della mia maggiore. Del tipo di quello del film Rain Man interpretato da Dustin Hoffman. Con me ho trascinato anche il mio amico “Gildo”, la gallina, nonostante questi avesse manifestato disgusto alla sola idea. Per convincerlo ho dovuto cedere su qualcosa.

Il fascistaccio mancato, infatti, si era presentato a casa mia con un’idea precisa in testa:

- Masticone, mi regali i tuoi dischi in vinile dei Queen che mi mancano per finire la loro discografia?

- Te lo scordi.

- Dai per favore, almeno uno. Ti dò in cambio l’originale di Donna Summer, I feel love, te lo ricordi?

- Gildo, poppamelo,  ma sei drogato o cosa? Pensi che possa cambiare un originale dei Queen con Donna Summer?

- Va beh dai, hai vinto ti dò i Boney M, quelli di Ma’ Baker.

- Sai qual è la cosa triste amico?

- No, ma immagino di stare  per scoprirla.

- E’ che tu davvero credi davvero in queste cose. Pensi che queste cazzate galattiche che dici possano davvero realizzarsi.

- E che ho detto mai scusa? Solo che ti davo i Boney M  per i Queen e che cazzo… ..Ultimissima offerta, guarda mi rovino, ti do gli Chic…

- Gildo, per favore.. -

Poi all’improvviso mi viene in mente che magari una persona che mi faccia compagnia dopo non mi sarebbe dispiaciuta e quindi rilancio

- Però se m’accompagni dalla famiglia di Tommaso si può almeno intavolare la trattativa e la facciamo mentre le bimbe giocano con lui.

- Dallo “strano”?

- Un’è strano Gildo. Lo strano sei te. Allora li vuoi i Queen o no?

Alla fine ho visto l’acquolina nella sua bocca e, obtorto collo, ha detto si.

Quando siamo a destinazione le bimbe sono saltate al collo di Tommaso abbracciandolo. Guardandolo meglio Tommy è più basso della media di quelli della sua età ma abbastanza robusto e massiccio perché decisamente sovrappeso. Direi piuttosto tozzo. Sembra avere un’aria un po’ assonnata ed è vestito alla marinara,  come si usava ai tempi dei nostri nonni. Francamente lo trovo ridicolo e provo pure pena, meglio, tenerezza, per quel ragazzo che non si rende conto naturalmente di nulla. Ci accomodiamo in casa e faccio le presentazioni per gli adulti che non si conoscono mentre i ragazzi si mettono in un angolo della sala usando i giochi di Tommaso che mi sembra iperattivo e che ho come l’impressione che non riesca a trovar mai pace.

Ad un certo punto la mamma di Tommy decide di fare delle fotografie. Sento il click che mi fa per un primo piano a tradimento per immortalare la mia faccia disgustata. L’ennesimo istante stupido da far durare per sempre. Poi punta i ragazzi e ne scatta tre o quattro a fila, con il flash che parte a ripetizione, Tommaso comincia a battersi il capo con il pugno e ad assumere posture bizzarre mentre continua a ripetere in continuazione:

- Luce fa paura e voglio spengerla. –

La mamma va per accarezzarlo lui la allontana e corre a guardarsi nel grande specchio all’ingresso e di nuovo:

- Luce fa paura e voglio spengerla.

Il papà di Tommaso sembra non essere molto impressionato dalla scena. Immagino che ci sia  abituato e  infatti ci tranquillizza:

- Si,  Tommaso ha spesso delle reazioni forti come questa a certe sollecitazioni come la luce del flash. A volte capita anche con dei rumori come  le sirene o i cigolii. Altre volte si fissa a guardare l’acqua che scorre e si mette a versarla da un bicchiere all’altro senza smettere. Ma alla fine si calma sempre.

Per la verità di farsela passare Tommaso non ne aveva proprio voglia visto che continua a urlare davanti allo specchio:

- Luce fa paura e voglio spegnerla – senza soluzione di continuità.

- Cazzo, ma chi è Forrest Gump? – mi fa Gildo a bassa voce.

Virginia, la mia bimba più grande, gli si avvicina  lo prende per mano e gli dice:

- Vieni Tommaso ci sono qua io non ti succede niente. – e, incredibilmente, quel bambino si tranquillizza

- Bene io direi che potete anche guardare un po’ di cartoni animati così vi rilassate un attimo che dite? – faccio io

- Siiiiiiiii- urlano tutti

- Classifica cartoni animati Numero uno: Futurama, numero due: Gigi la Trottola numero tre: Kiss me Licia numero quattro: Hallo Spank…..- fa  Tommaso

Gildo mi guarda interdetto e mi sento in dovere di dirgli:

- No, sai che a lui piace fare le classifiche di tutto. Se uno gli chiede qualche classifica gliela fa. Così su due piedi. E’ una sua fissazione.

- Eh beh certo è chiaro – mi risponde. Poi aggiunge. – Cioè vuoi dire che se io gli chiedo di farmi una classifica all’improvviso di qualsiasi cosa lui la fa?

Non rispondo e guardo il papà nella speranza che questi possa rispondere e lui  mi accontenta:

- Se conosce l’argomento e credetemi ne conosce molti più di quanti possiate pensare vi fa la sua classifica.

Gildo come al solito si lascia prendere la mano e rivolgendosi a Tommaso gli dice:

- Scusa Forrest mi fai la classifica delle gnocche, si insomma, delle donne più belle dei cartoni animati?

- Numero uno: Sheila di Occhi di Gatto, numero due Eva di C’era una volta Pollon, numero tre Daphne di Scooby Doo, numero quattro Lamù…

- No, no no aspetta e dove la metti Margot di Lupin terzo – gli fa Gildo

- numero cinque Margot di Lupin terzo, numero sei……

Gildo mi guarda e mi fa:

- Cazzo, Forrest Gump è un grande! – poi guarda Tommaso e gli chiede.

- Scusami mi dici anche la classifica dei personaggi più intelligenti dei cartoni animati?

- Numero uno: Bugs Bunny, numero due: Il detective Conan, numero tre Lisa Simpson dei Simpson

- Siiiii dai anche io avrei detto Lisa Simpson – dice quella fava brematurata del fascista.

E così, di classifica in classifica, vanno avanti per un’ora. Gildo completamente perso a giocare con Tommaso e le mie bambine.

E io li guardo da fuori e mi viene da sorridere.

La scena, surreale, è di una bellezza sconvolgente.

Vedere la mia gallina preferita fare l’uovo con il ragazzo autistico è di una dolcezza che non so dire se rasenti o no la perfezione ma che, ai miei occhi, è di una bellezza senza pari.

E comunque i Queen, con il cazzo che glieli dò….

a L.G. (ovunque lei si possa trovare oggi)

Stavo guardando un film ieri sera in televisione e all’improvviso l’attrice principale mi ha fatto ricordare te. Il modo in cui si muoveva ma soprattutto il suo modo di sorridere erano proprio i tuoi.

Interpretava una parte che a te sarebbe calzata a pennello e sono anzi convinto che tu l’avresti recitata molto meglio.

Ti confesso che se avessi avuto il tuo numero ti avrei chiamato, anche se so che, in certe circostanze proprio come ieri notte, qualunque cosa si faccia, si sbaglia.

Del resto, anche se sembra come se fosse ieri, e’ stato invece molto, molto, tempo fa.

Tu eri la mia regina, quella con cui ho condiviso i primi piccoli segreti. I tuoi e i miei. Quella che ha scalato  con me le prime montagne. Eravamo giovani, forti e, soprattutto, maledettamente coraggiosi e non ci faceva paura andare di bolina, controvento. Anzi odiavamo chi non lo faceva. Pensavamo che fossero dei senza palle. Noi due saremmo stati diversi. Noi saremmo stati come un lampo fuori controllo e avremmo illuminato la notte di quelli che ci avrebbero incontrato. Avremmo usata la nostra energia  fin quando non ci sarebbe più stato più niente da bruciare e niente da provare a nessuno. Volevamo cambiare il mondo…

E ricordo di quando mi stringevi forte a te e mi giuravi che non sarebbe mai finita. Che saremmo stati assieme tutta la vita e che poi avremmo dovuto inventarci qualcosa per riconoscersi una volta passati di là.

Poi gli anni solo lentamente passati e io ho trovato me stesso da solo. Circondato da estranei che credevo amici mi sono ritrovato sempre più lontano da casa. E immagino di aver, a un certo punto, perso anche la strada, ma santo cielo, ce n’erano così tante. Ho vissuto per correre e ho corso per vivere, non preoccupandomi troppo di quanto tutto questo mi stava costando e di come mi stavo indebitando. Cercando di rompere tutte le regole che non si volevano piegare, mi sono scoperto piano piano ad aver paura di quel vento che ti sferza in sfaccia quando vai di bolina.

E ad un certo punto, così, un giorno mi sono ritrovato su una strada sconosciuta, senza sapere nemmeno come ci sono finito qua sopra e quando e come l’ho imboccata. Peggio, mi sono accorto di andare all’indietro. A cercare soprattutto ripari dal vento.

Non saresti fiera di me.

 

Qualcuno mi ha detto che tu invece ti sei sposata con un uomo molto ricco.

Hanno parlato di un matrimonio da leggenda con sfarzo anche pacchiano. Hanno raccontato, ridendo, di una donna che sono certo non eri te. Giuro che non ho creduto a quello che usciva da quelle bocche. Io so bene quello che tu volevi diventare e so che volevi essere diversa da quello che vanno adesso a dire in giro di te e mi piace pensare che ce l’hai fatta. Che almeno te ti sei salvata.

Spero tanto che i tuoi baci sembrino dolci a tuo marito come lo sembravano a me allora anche se, a 15 anni, tutto sembra più saporito e gustoso di quanto non lo sia da vecchi.

Dio, spero solo che il tempo non ti abbia portato via quel sorriso. Quello per il quale avrei scalato ogni montagna.

Che cosa orribile vedere i danni del tempo. Eppure dovrei essere vecchio abbastanza per aver capito che certe memorie andrebbero scacciate via perchè fanno solo male.

Ma sai qual e’ la cosa che mi fa più male di tutto? Quella per la quale stanotte non ho dormito?

E’ che se ti vedessi adesso, se per caso oggi ti incontrassi da qualche parte e dividessimo lo stesso spazio fisico, magari davanti a una fermata del bus, ecco, se succedesse questo, potrei anche non sapere che sei te.

Potrei anche non riconoscerti.